25 APRILE :
MEMORIA RESISTENTE.
Il revisionismo, in Italia, è ormai giunto all’affondo finale. Lo testimonia,
ancor più del martellante dibattito sui libri di Pansa,
l’atteggiamento del Presidente Napolitano che ha
inaugurato il suo settennato parlando delle zone d’ombra della Resistenza. E’
il culmine di un processo iniziato nella metà degli anni ’90, nel segno della equiparazione tra partigiani e repubblichini: entrambi
avrebbero reagito alla sensazione della morte della patria, diffusasi dopo l’8
settembre e lo sbandamento che ne seguì. Questo percorso è oggi arrivato al definitivo
abbandono della Resistenza come mito di fondazione della
Repubblica. Nella lettura ufficiale un tempo in voga la
Resistenza era ridotta a liberazione dall’occupante e deprivata delle sue
connotazioni più radicali. Ora, invece, si riabilita il fascismo, cui si imputano solo l’iniziale violenza squadrista, le leggi
razziali e l’alleanza con la Germania nazista. Tutto ciò che è compreso tra
questi avvenimenti sarebbe un autoritarismo benevolo,
che aveva magari il torto di non celebrare periodicamente libere elezioni. Il
nuovo valore fondante della Repubblica diventa l’antitotalitarismo, ovvero
l’avversione ai due mostri del ‘900: nazismo e,
soprattutto, comunismo. E’ in questo quadro
che si colloca la criminalizzazione del partigiano
comunista. Gli eventi accaduti nel cosiddetto triangolo rosso, nell’immediato
dopoguerra, sono restituiti senza il loro contesto,
ignorando decenni di violenze subite ad opera del regime. Dall’equiparazione, cara a Violante, si passa
ora al fascista vittima ed al partigiano aggressore. Una lettura stravolta della realtà che mira a rendere credibile
l’anticomunismo, che in verità non potrebbe fondarsi sulla concreta esperienza
del paese. Una lettura, ancora, che sacrifica recenti
acquisizioni della migliore ricerca storiografica. Come
quella che restituisce le analogie tra il confino fascista, basato sulla
classificazione dei soggetti indesiderati (politici, omosessuali, zingari,
prostitute, Testimoni di Geova) ed il sistema concentrazionario nazista, il più feroce della storia.
L’idea di un fascismo benevolo, spinge lo storico Giovanni Belardelli ad insistere su un Mussolini
estraneo all’antisemitismo, cui sarebbe stato “costretto” da Hitler. Perché si è arrivati
a questo?
Per lungo tempo abbiamo criticato l’antifascismo ufficiale, che eliminava
il lato “scomodo” della Resistenza e ignorava la spinta
a combattere, insieme, il nazifascismo ed il capitalismo. Ora tale lettura, pur
edulcorata, è superata e per capirne il motivo occorre gettare uno sguardo
sull’attuale realtà italiana. A prima vista questo sembra un paese istupidito
dalla droga televisiva, segnato da un dibattito politico-culturale di infimo livello, forse il peggiore che la borghesia abbia
mai prodotto. La società pare attraversata solo da umori egoistici, per cui ognuno si fa lupo nei confronti del prossimo. Eppure c'è dell'altro. Dopo anni di attacco
ai lavoratori e di progressiva erosione delle garanzie sociali, ovunque nascono
lotte, ancora poco collegate tra loro, che coinvolgono anche i nuovi settori precari.
Gli immigrati si organizzano autonomamente, nello stesso tempo invocando
l’unità con i lavoratori italiani. Dovunque prendono piede mobilitazioni contro
la devastazione del territorio e si diffonde la riflessione sul modello di vita
che ci è imposto. In questo quadro, si cerca di
demonizzare ogni idea che rimandi al protagonismo di massa ed alla possibilità di
un ordine sociale diverso. Il paese deve essere pacificato, in un quadro in cui
il dissenso è meno tollerato che nei decenni scorsi, quando le istituzioni
canalizzavano le spinte sociali meno radicali. A
spingere alla concordia, non va dimenticato, concorrono pure le “responsabilità
internazionali”, ovvero il coinvolgimento italiano nelle aggressioni
imperialiste in varie parti del mondo. Perciò, le
lotte non devono svilupparsi, soprattutto non devono assumere una prospettiva
di trasformazione sociale. Le sollevazioni collettive del passato, del ’43-’45
come degli anni ’70, vanno additate come “cattivi esempi”.
Ora, reagire a ciò è necessario e non è cosa altra dallo sforzo quotidiano
che svolgiamo per creare collegamenti tra le lotte. Ma per reagire va ricostruito
un punto di vista autonomo sulla storia di questo paese, che, rispetto alla
Resistenza, recuperi in particolare
quelle istanze che sono state sacrificate da
decenni di antifascismo istituzionale.
Le versioni ufficiali, non lo si dimentichi, hanno
agevolato il revisionismo, facendo cadere nell’oblio componenti estranee al
CLN, ma molto radicate nelle classi subalterne (come Bandiera Rossa a Roma), e favorendo
chi vende l’immagine di un paese che, nel ’43-’45, assisteva passivo allo
scontro tra due gruppi.
Recuperare realtà dimenticate, però, non vuol dire solo smontare pezzo dopo
pezzo il dogma revisionista.
Ripercorrere decenni di esperienza proletaria può anche
aiutare le resistenze attuali a fare un passo in avanti, trasformando il
protagonismo di massa e la spinta all’autorganizzazione
che le caratterizza in progetto sociale, alternativo allo stato di cose presenti.
Corrispondenze metropolitane – collettivo di
controinformazione e d’inchiesta
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