documento politico del Comitato di
Il Comitato di
■ non esistono oggi problemi che riguardano i lavoratori, che non
abbiano radici e dimensioni internazionali;
■ vi sono due ordini di visioni e di posizioni su questi problemi:
quello della borghesia e quello del proletariato.
Per
borghesia intendiamo la classe sociale dei capitalisti, grandi e piccoli,
che possiedono i mezzi di produzione e gestiscono la ricchezza di un paese
attraverso lo stato. Per proletariato intendiamo la classe di coloro che,
attraverso il lavoro salariato, manuale o intellettuale, producono gran parte
della ricchezza sociale ma non la gestiscono.
■ la guerra sta divenendo un elemento sempre più presente e ricorrente nella
vita di milioni di persone, l’Italia vi è sempre più coinvolta.
Ovunque la borghesia esercita una pressione crescente sulle condizioni di lavoro e
di vita del proletariato,
per aumentare i propri profitti; con le loro “riforme” i governi di destra
come di sinistra cercano di strappare ai lavoratori le passate conquiste. Nei
paesi in fase di sviluppo la borghesia cerca di
stroncare sul nascere qualsiasi lotta proletaria. La sempre più forte concorrenza sul mercato mondiale acuisce questa
pressione.
La visione
della borghesia si appella alle “necessità oggettive” della concorrenza,
agli “interessi nazionali” e aziendali “comuni” tra lavoro e capitale.
La visione
del proletariato non può che partire dall’essere classe internazionale,
dall’unità degli interessi storici dei lavoratori salariati di tutte le
nazioni. Dove i lavoratori si sottomettono alle ideologie della nazione e della
concorrenza reciproca il risultato è un peggioramento generale delle loro
condizioni, fino a diventare truppa da macello per le rispettive borghesie
quando queste si impegnano in qualche guerra militare.
Il
carattere internazionale della classe lavoratrice è evidente soprattutto se si
guarda al numero di immigrati oggi distribuiti in tutto il mondo. In
Italia ve ne sono circa tre milioni, che mediamente vivono in condizioni
anche più pesanti dei lavoratori italiani che per più di un secolo sono
emigrati oltre confine e oltremare. I governi italiani ne legalizzano, tra mille
difficoltà, solo una parte, indispensabile per i lavori più pesanti e
disagiati; gli altri, quelli che non sono detenuti nei CPT o ricacciati di là
del mare, sono costretti a vivere come irregolari, senza diritto alcuno e sotto
il ricatto continuo del licenziamento, spesso spinti a delinquere dall’assenza
di alternative legali per chi è clandestino. Ė la Bossi-Fini che
moltiplicando i clandestini alimenta la criminalità. Recentemente il pacchetto
Pisanu ha peggiorato questa situazione.
Quegli stessi borghesi che
predicano il libero mercato sbarrano il libero ingresso della forza lavoro.
Occorre contrastare le chiusure
nazionalistiche a difesa di effimeri privilegi. I proletari immigrati non
“rubano” ma portano il lavoro. La posizione del proletariato non può che
essere per l’eliminazione di tutte le barriere alla libera circolazione della
forza lavoro, per la parità di diritti ai lavoratori immigrati. Solo così
si può contrastare la divisione dei proletari per nazionalità, la loro messa
in concorrenza reciproca, e gettare le basi per l’unione internazionale dei
lavoratori.
Dopo il
1989, con la caduta del falso socialismo, le potenze vincitrici ci avevano
annunciato un mondo di pace e di prosperità. Invece è seguita una catena di
guerre senza fine, con altri milioni di morti: Seconda Guerra del Golfo (1991),
Balcani, Africa (Congo, Ruanda, Somalia), Afghanistan e di nuovo Irak, dove da
due anni e mezzo non passa giorno senza nuovi massacri.
L’attuale
occupazione dell’Irak era stata annunciata come una “guerra preventiva”
per impedire l’uso di “armi di distruzione di massa”: non ne è stata
trovata l’ombra. Era poi diventata “guerra umanitaria” contro una
dittatura sanguinaria: dopo due anni e mezzo il governo “democratico” si
regge ancora sulle truppe di occupazione e gli squadroni della morte irakeni.
Hanno
infine detto che era “guerra contro il terrorismo”: ma proprio
l’aggressione e l’occupazione hanno reclutato più terroristi che le
prediche dei più fanatici mullah – reazione nazionalista all’oppressione e
al terrorismo delle grandi potenze imperialiste occidentali.
In realtà
la guerra era stata pianificata ben
prima dell’11 settembre 2001, per prendere il controllo del cuore petrolifero
mondiale e condizionare tutte le altre potenze. Una tipica guerra imperialista.
All’occupazione
l’Italia partecipa in prima fila, con circa 3.000 soldati.
L’imperialismo italiano è complice primario della dura occupazione a guida americana e britannica,
degli innumerevoli massacri culminati nella feroce e sistematica distruzione di
Falluja. Esso si è precipitato in Irak per ghermire licenze petrolifere sui
campi di Nassiriya e sperando di accrescere la propria influenza all’ombra dei
vincitori. Le sue truppe hanno esercitato la repressione contro la popolazione e
organizzazioni di lavoratori della regione. Inoltre l’imperialismo italiano è
oggi presente con truppe in 17 diversi paesi, ed è a capo della missione
ISAF-NATO in Afghanistan dove impegna 2 mila uomini; non è mai stato così
impegnato militarmente all’estero dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
I
lavoratori italiani non devono pensare che questa guerra non li riguardi. Non
solo i costi della guerra gravano come sempre sui lavoratori, ma già il
terrorismo generato dalla guerra viene usato per varare leggi che domani
potranno essere usate contro i lavoratori in lotta, e per dividere i
lavoratori, gettando il sospetto su quelli provenienti da regioni musulmane.
I
bombardamenti sulla popolazione civile in Afghanistan e in Irak, come gli aerei
sulle Twin Towers e le bombe sui treni di Madrid e Londra, sono usati dalle
borghesie per creare un solco sempre più profondo tra i proletari delle
metropoli imperialiste e quelli dei paesi in via di sviluppo, per impedire
qualsiasi contatto e collaborazione tra di loro, per intrupparli nei fronti di
guerra – qui con lo spauracchio del terrorismo “fondamentalista”, là
chiamandoli alla “guerra santa” contro gli oppressori.
Il Comitato
di
Il primo
passo in questo senso nelle metropoli occidentali, date le forze oggi esistenti,
è promuovere la mobilitazione per il
ritiro immediato senza condizioni delle truppe d’occupazione dall’Irak, a
cominciare da quelle italiane. Solo lanciando un segnale forte di rottura
col “nostro” imperialismo potremo cominciare a intrecciare rapporti con i
proletari dei paesi che ne sono vittime.
Gli Stati Uniti d’America sono oggi la potenza
militare dominante, che impone militarmente il suo ordine su larga parte del
pianeta. Ma da un punto di vista industriale e finanziario le potenze europee
non sono da meno – e se ne avessero la forza userebbero gli stessi metodi
degli USA (vedi il massacro compiuto dalle truppe francesi contro i manifestanti
in Costa d’Avorio). Già essi lavorano per scalzare l’influenza USA nel
Medio Oriente, e in Asia offrono armi alla Cina.
Altre potenze, come Giappone, Russia, India Brasile,
svolgono o svolgeranno un ruolo sempre più significativo nelle relazioni
internazionali.
Finora gli imperialismi europei
hanno trovato pochi momenti di unità sul terreno politico-militare (la
spedizione in Congo; le operazioni nei Balcani e in Afghanistan, queste ultime a
fianco degli USA), mentre la tendenza all’unificazione politica europea ha
subito una battuta d’arresto con la bocciatura del referendum francese e
olandese sulla Costituzione. Ma l’ideologia europeista è forte in ambienti
sindacali e della sinistra, e va combattuta in ogni sua variante.
LE INIZIATIVE DEI PROSSIMI MESI
1. INCHIESTA NEI LUOGHI DI LAVORO.
Attraverso un questionario su temi di attualità, da far circolare e raccogliere
nei luoghi di lavoro, vogliamo conoscere meglio la situazione lavorativa dei
salariati italiani e che cosa essi pensano della guerra in Irak, dell’Europa,
dell’immigrazione, dell’internazionalismo. Il questionario è già stato
provato nelle scorse settimane, in alcuni punti di passaggio a Torino, Ivrea e
Pavia, dove sono stati compilati un centinaio di esemplari. Ampliandone la
circolazione può diventare uno strumento di contatto e di conoscenza semplice e
utile.
2. MOSTRA INTERNAZIONALISTA.
Serie di pannelli con testi e immagini sull’imperialismo italiano in Irak, la
spesa militare nel mondo, la povertà e vari altri argomenti. Sinora la mostra
è stata presentata a Torino e Ivrea; è nostra intenzione di ampliarla e
utilizzarla nelle piazze e nei mercati di molte città italiane.
3. APPROFONDIMENTI SU VARI TEMI.
Intendiamo promuovere un lavoro di studio ed elaborazione, coordinato tra vari
compagni, su alcuni temi di particolare importanza politica. Tra i vari
argomenti che meritano attenzione, quelli che abbiamo scelto sinora e che
saranno a breve oggetto di incontri-dibattito, sono i seguenti:
-
Il Medio Oriente e la guerra in Irak.
-
Il ciclo capitalistico nelle varie aree del mondo e la
questione della crisi.
-
L’imperialismo italiano e la sua proiezione
economica politica e militare.
Vi sono numerosi altri filoni che
andrebbero analizzati: la possibilità di aprirli sta nella disponibilità e
nello spirito di iniziativa dei vari compagni.
4. BOLLETTINO INTERNAZIONALISTA.
Un punto di arrivo di questo lavoro può essere la pubblicazione di un periodico
del Comitato; la redazione di tale bollettino favorirà
a sua volta lo scambio di informazioni e materiali, il confronto di
ipotesi e la chiarificazione delle posizioni.
5.
LAVOREREMO PER ORGANIZZARE MANIFESTAZIONI contro la guerra, per il ritiro incondizionato delle truppe italiane,
denunciando al tempo stesso anche la possibile oscillazione verso l’asse
franco-tedesco dell’imperialismo italiano.
Comitato
di
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