I COMUNISTI E LA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE

 

Convegno sabato 14 aprile ore 10

Presso Libreria Calusca Via Conchetta, 18 – Milano

(Zona Ticinese Navigli Tram 3, bus 59, 90/91, MM2 Romolo)

 

 

ESTRATTI DELLA TRACCIA  PER  LA DISCUSSIONE

DEL COMITATO DI LOTTA INTERNAZIONALISTA

 

 

L’area mediorientale assume importanza strategica già per la sua posizione geografica tra l’Asia, l’Europa e l’Africa; la presenza di risorse energetiche valutate in oltre la metà delle riserve di petrolio e circa il 40% del gas di tutto il mondo, ne fa un’area cruciale per la politica internazionale.

Dalla prima guerra mondiale imperialista, che provoca il disfacimento dell’Impero Ottomano e la battuta d’arresto della penetrazione tedesca, il Medio Oriente è stato continuamente terreno della lotta di spartizione tra le maggiori potenze imperialiste; dopo la Seconda guerra mondiale, a Francia e Gran Bretagna subentrano con forza crescente gli Stati Uniti e, in misura più limitata, l’URSS.

Con il crollo dell’URSS, il dominio americano è divenuto incontrastato sul terreno militare, con numerose potenze che hanno partecipato all’occupazione dell’Iraq – ma significativo è stato il ritiro di Stati come Spagna, Italia e Giappone - mentre sul terreno economico e su quello politico vi è la pressione di una pluralità di potenze, molte pronte ad approfittare delle difficoltà americane in Iraq.

Tra esse non solo quelle europee, ma anche la Cina che rafforza la sua presenza economica e politica (e militare, in Libano), e in misura minore l’India, sempre più interessate alle risorse energetiche. L’Italia con il governo di centro-sinistra ha ripreso la tradizionale politica di apertura affaristico-diplomatica nei confronti di tutte le borghesie locali, incluse quelle che si stanno più apertamente scontrando con gli Stati Uniti.

Il Medio Oriente non è tuttavia solo oggetto della lotta di spartizione. Nel corso del XX secolo esso ha attraversato un notevole sviluppo capitalistico. Una serie di Stati ex semicolonie sono divenuti medie potenze: Egitto, Iran, Irak, Arabia Saudita oltre alla Turchia. Ad essi si aggiunge Israele, sviluppatosi capitalisticamente con una dinamica in buona parte estranea alla regione. Lo sviluppo di questi Paesi è avvenuto, però, all’interno del controllo imperialistico dell’area, che non solo condiziona lo sviluppo produttivo assorbendo forti quote di profitto attraverso il proprio capitale finanziario, ma si esercita anche attraverso l’organizzazione dell’apparato militare di questi paesi, l’armamento di essi, la formazione dei quadri militari e burocratici (l’Iraq, ad esempio, nella guerra contro l’Iran è stato sostenuto economicamente e militarmente dagli americani, in certe forniture militari dagli inglesi e francesi e il suo sistema militare era conosciuto dagli stati generali degli eserciti americano, inglese e russo). Questo particolare sviluppo capitalistico non è avvenuto indipendentemente dal capitale imperialistico, ma si è articolato in rapporto alle esigenze e agli interessi di questo nell’area (quando, in rari casi, ciò non è avvenuto, le classi dirigenti dei paesi dominati, che esigevano un diverso trattamento, hanno pagato a caro prezzo). Solo in particolari situazioni di crisi del sistema economico mondiale e nei cambiamenti delle relazioni tra gli Stati imperialisti, le classi borghesi di alcuni di questi paesi mediorientali hanno tentato di mettere in discussione, a loro favore, gli assetti e gli equilibri sanciti dalle grandi potenze (vedi, ad esempio, l’Iraq quando ha invaso il Kuwait).

L’instabilità dei rapporti di forza tra le varie potenze mondiali, l’accentuarsi dei contrasti tra esse, favoriscono Paesi come l’Iran che cercano di incassare il risultato dell’utilizzo delle insorgenze che alimentano tra le masse in senso antiimperialistico. L’Iran, soprattutto, fa leva sul sentimento delle popolazioni islamiche, per rafforzare uno schieramento che va da Hamas in Palestina, a Hezbollah in Libano e le forze sciite in Iraq, per avere un maggior spazio di manovra e di contrattazione tra le varie potenze imperialiste.

Dalla metà degli anni ‘70 ad oggi, lo scontro tra i vari paesi imperialisti tende a mettere in discussione la suddivisione statuale (in gran parte artificiale) determinata negli anni precedenti e questo favorisce anche la possibilità, per le borghesie di alcuni dei Paesi dominati e/o controllati dall’imperialismo, di ricontrattare a loro favore il rapporto di forza nell’area mediorientale, oppure soccombere o essere eliminate a favore di altre frazioni borghesi, secondo la risultante che deriva dallo scontro tra le forze imperialistiche.

 

 

 

In questo contesto non viene meno la spinta di alcune borghesie locali di tentare di rafforzare il loro potere di contrattazione con l’imperialismo.

 L’Arabia Saudita, prima potenza finanziaria della regione, utilizza l’eredità dei luoghi santi dell’islam sunnita e le sue ingenti risorse finanziarie per diffondere la propria influenza anche oltre il Medio Oriente. Correnti minoritarie ma consistenti della borghesia araba portano avanti questa politica in modo estremistico, tramite Al Qaeda.

L’Egitto ha abbandonato i tentativi di guidare la riscossa araba contro Israele, e si è accomodato come secondo paese ricettore degli aiuti americani, dopo Israele stesso.

 La Turchia, vecchia potenza dominante, ha a sua volta stabilito stretti rapporti con Israele, ed è particolarmente attenta a che non si riapra la questione curda; per questo è la più strenua sostenitrice dell’unità irachena. Tutti i paesi arabi utilizzano ideologicamente la causa palestinese, ma si sono ben guardati dall’accogliere i profughi palestinesi come cittadini a pieno titolo. Nessuna delle borghesie mediorientali è e può essere coerentemente antimperialista, non fosse altro perché tutte hanno fatto e fanno affari all’interno della struttura politica economica determinata dai capitali imperialisti nell’area e quindi, hanno abbandonato la prospettiva dell’unione regionale o perlomeno araba.

 La forte dipendenza di numerose borghesie mediorientali dalla rendita petrolifera ne accentua i caratteri parassitari. La loro dipendenza dalla finanza internazionale ha attenuato e addirittura dissolto il loro “spirito” verso l’indipendenza nazionale.

Oltre alle borghesie con i loro Stati lo sviluppo capitalistico ha formato nell’area un numeroso proletariato nell’industria, nei servizi e nell’agricoltura, attorniato da strati poveri semiproletari. Il proletariato mediorientale ha espresso importanti lotte in Egitto, in Irak e in Iran oltre che in Turchia; ovunque esso è stato utilizzato e tradito da partiti opportunisti, perlopiù stalinisti, per conto di frazioni della borghesia o di Stati esteri, per poi essere violentemente represso. Date le condizioni dello sfruttamento capitalistico e la forte instabilità sociale, il metodo prevalente di dominio politico è la dittatura aperta, che non tollera partiti comunisti e spesso neppure sindacati. La sua lotta viene quindi spesso a scontrarsi direttamente con lo Stato. Ad esempio la corrente del “comunismo operaio” in Iran e in Iraq, rappresenta il tentativo di far tesoro delle sconfitte del passato per dare una direzione indipendente al movimento della classe.

Molto tempo è passato dai tempi della funzione progressista e rivoluzionaria della borghesia lodata da Marx dalle pagine del Manifesto del 1848: oggi, le borghesie di questi Paesi dominati e/o controllati dall’imperialismo non giocano più un ruolo contro di esso per uno sviluppo unificante del mercato. La rivoluzione democratica d’Area può fondarsi solo sul ruolo autonomo del proletariato e le masse dei contadini poveri contro gli imperialismi e le varie borghesie che sono al governo nei Paesi del Medio Oriente o, come altri compagni sostengono, all’ordine del giorno vi può essere solo la rivoluzione socialista tout court.

Queste due opzioni presenti nel nostro movimento, sono strategicamente diverse e come tali è di estrema importanza la loro soluzione politica per l’azione rivoluzionaria.

Quello che è oggi fondamentale, per l’unità dei comunisti, è l’azione tesa a favorire la separazione di chi intende lottare contro l’imperialismo (italiano in primis), dai vari partiti e partitini, alcuni al Governo, che conducono la loro politica solo con fini opportunisti ed elettoralistici e portare sul nostro terreno i proletari e gli individui più coscienti.

Il nostro agire deve essere volto a favorire ogni movimento che rafforzi le posizioni anticapitalistiche e rivoluzionarie del proletariato.

Ci sono le condizioni politiche per tentare di rompere la frammentazione che si è prodotta nei gruppi politici “a sinistra” e collegarsi ai settori più coscienti dei lavoratori e dei giovani, adoperandosi affinché separino la propria visione da quella “nazionale” della borghesia. Anche nei confronti del Medio Oriente il nostro criterio deve essere quello di favorire l’organizzazione e la lotta indipendente del proletariato nella resistenza al capitale e nell’opposizione allo Stato, il che è indissolubile dalla lotta di resistenza contro l’imperialismo, per rafforzare le posizioni comuniste. La cacciata degli imperialisti cui facesse seguito la repressione dei comunisti (il caso iraniano) sarebbe comunque una sconfitta. È quindi nostro dovere tenere rapporti con le forze comuniste e proletarie dell’area, mentre eventuali rapporti con altre organizzazioni “antimperialiste” devono essere subordinati al loro atteggiamento nei confronti delle lotte proletarie, dei contadini poveri e dei comunisti in loco.