CORRISPONDENZE - INTERNAZIONALE

SUD AMERICA

 

 

 

 

 

 

 

OAXACA

 

La popolazione dello stato messicano di Oaxaca (3.250.000 abitanti, di cui 260.000 nella capitale omonima) è in rivolta da ormai molti mesi. Una lotta sindacale degli insegnanti, iniziata il 22 maggio scorso con un presidio permanente nel centro cittadino che chiedeva miglioramenti salariali e una riforma dell’istruzione pubblica, si è trasformata in un’insurrezione popolare dopo che il 14 giugno il governatore federale ha ordinato alla polizia di assalire i dimostranti, causando diversi morti e centinaia di feriti.

    Il 17 giugno si è costituita la APPO (“Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca”), un organismo autonomo formato dal sindacato degli insegnanti e da circa 360 organizzazioni sociali e politiche. Il presidio iniziale si è esteso a dismisura portando i manifestanti ad assumere il controllo della zona centrale della città. Sinora la mano sanguinaria del governo federale, pur ricorrendo alla violenza e all’assassinio e riuscendo a respingere gli insorti dal centro alla città universitaria, non è riuscita a sconfiggerli.

L’esperienza della Comune di Oaxaca è molto significativa per almeno due ragioni:

-il suo carattere di mobilitazione di massa che coinvolge strati vastissimi della popolazione.

-le forme di democrazia diretta e autorganizzazione con le quali questa massa sinora si contrappone, seppure con diverse perdite, alla forza militare dello stato.

Segue una breve ricostruzione degli ultimi principali avvenimenti.

 

27 ottobre. L’attivista newyorchese di Indymedia Brad Will viene ucciso dai paramilitari durante l’attacco ad una barricata; con la videocamera riprende il suo assassino mentre questi gli spara. Questa giornata, nella quale si contano altre tre vittime, segna l’inizio della fase più drammatica della resistenza popolare nei confronti degli assalti polizieschi.

29 ottobre. La Polizia Federale Preventiva (PFP), forte di 4000 uomini e mezzi corazzati, attacca il centro città, respingendo i dimostranti verso la città universitaria. La giornata si conclude con alcuni morti e centinaia di feriti.

1 novembre. Mobilitazione in tutto il Messico, in particolare nel vicino stato del Chiapas, dove l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale organizza agitazioni e blocchi stradali.

Congresso dell’APPO, 10-12 novembre. I 1.700 delegati al congresso, in rappresentanza delle otto regioni dello stato e dei settori operai, indigeni, studenteschi, sindacali e dei quartieri, ribadiscono che la richiesta delle dimissioni del governatore Ulises Ruiz Ortiz non è negoziabile né rinunciabile.

L’APPO inoltre annuncia che estenderà le sue mobilitazioni contro il governo di Felipe Calderón (neoeletto presidente messicano filo-USA) se quando inizierà il suo mandato, il 1° dicembre, Ruiz Ortiz sarà ancora al suo posto.

I delegati al congresso decidono che l’APPO sia diretta da un corpo collegiale senza un leader in particolare. L’organo di direzione del movimento è un Consiglio statale composto da 260 persone che rappresentano le otto regioni dello stato ed i differenti settori che aderiscono all’APPO.

Inoltre, al Consiglio prendono parte come membri onorari gli ex-prigionieri politici e coloro che hanno un mandato di cattura pendente per la loro partecipazione al movimento.

20 novembre. Nuova giornata internazionale di lotta a sostegno di Oaxaca. Un corteo per le vie della città viene attaccato pesantemente dalle forze di polizia, che nella notte incendiano le tende del presidio della APPO davanti all’Università. Nel frattempo il candidato del centrosinistra Obrador si è autoproclama presidente e invita ad impedire l’investitura di Calderon, programmata per il 1 dicembre.

25 novembre. Un numerosissimo corteo marcia verso il centro della città, accerchiando gli agenti federali e chiedendo nuovamente le dimissioni del governatore Ruiz. Seguono scontri durante tutta la giornata, al termine della quale l’APPO denuncia tra le sue file 5 morti, 25 desaparecidos e un centinaio di feriti.

Negli ultima parte di novembre la repressione poliziesca mette sempre più a dura prova la capacità di resistenza della popolazione. Sale la tensione in vista dell’insediamento del nuovo presidente del Messico Felipe Calderon. La prospettiva per i giorni a venire è di nuovi aspri scontri.

Informazioni quasi in tempo reale sul sito del Comitato Chiapas di Torino: www.ipsnet.it/chiapas.

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LA SITUAZIONE A OAXACA

 

Iniziative a dicembre

      L’insediamento del nuovo presidente del Messico Felipe Calderon, avvenuto il primo del mese e contestato dagli oppositori della sinistra, ha dato il via ad una nuova ondata repressiva nei confronti del movimento di Oaxaca, la quale tuttavia non ha fiaccato la resistenza popolare.

      A Torino il 14 dicembre alla Facoltà di Scienze Politiche (via Plana 10) si è tenuto un incontro su Oaxaca con un giornalista spagnolo della rivista marxista Viento Sur. L’incontro era organizzato da due gruppi studenteschi: il Collettivo Thomas Muntzer e il Collettivo di Scienze Politiche.

      Per il 22 dicembre l’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) ha promosso una giornata di mobilitazione internazionale a sostegno della popolazione messicana di Oaxaca. In diverse decine di città del mondo si sono tenuti presidi e azioni di solidarietà.  A Torino si è tenuto un presidio in piazza Castello, al quale hanno partecipato circa 50 persone.

      Dal 30 dicembre al 2 gennaio 2007 si è svolto ad Oventic, in Chiapas, un “Incontro Internazionale tra il popolo messicano e i popoli del mondo”, al quale ha partecipato anche una delegazione italiana.

 

La Liga dos Trabajadores por el Socialismo e la lotta di Oaxaca

      Tra le componenti dell’APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), l’organismo che porta avanti la lotta di questa popolazione messicana (vedi Bollettino di novembre), vi sono anche membri della Liga dos Trabajadores por el Socialismo (LTS), che è la sezione messicana di un’organizzazione internazionale d’ispirazione trotzkista, la FTCI (Fraccion Trotzkista por la Cuarta International), ramificata per lo più in Sudamerica.

Il sito principale dell’organizzazione è www.ft-ci.org. Da questo sito si rimanda alle sezioni locali.

      Secondo un dirigente dalla LTS, Mario Caballero, l’APPO è attraversata da due tendenze di fondo, una più di base e radicale e l’altra, rappresentata da alcuni dirigenti, che tende al compromesso e a svendere la lotta.

      Riportiamo un brano dell’intervista rilasciata il 16 novembre dopo il Congresso dell’APPO, tenutosi dal 10 al 12 dello stesso mese.

Il Congresso è stato attraversato da due grandi tendenze. Da una parte, l’ampia base degli insegnanti in lotta e delle comunità contadine hanno inviato dei delegati (in totale 3.000) che con determinazione hanno votato di continuare la lotta secondo le sue rivendicazioni storiche, “Fuori URO”, constatazione della sparizione dei poteri  e l’esigenza che la direzione voti un piano di azioni effettivo. Dall’altra parte, alcuni dirigenti ed organizzazioni hanno sostenuto che l’APPO doveva trasformarsi in un movimento politico nel quadro del regime politico messicano attuale e volevano semplicemente disattivare il movimento. Attraverso manovre e pressioni, questi settori hanno cercato di frenare la combattività dell’APPO e condurre la lotta su una via istituzionale per poter partecipare all’assemblea legislativa statale oaxaqueña. Il Congresso dell’APPO ha lasciato in chiaro che esisteva un’ampia avanguardia combattiva, quella che ha sostenuto la lotta contro la PFP, quella che ha ricostruito le barricate e ha resistito nella UABJO il 2 novembre e che oggi si esprime politicamente e discute contro le proposte di coloro che vogliono dare via la lotta. Si tratta di un settore che esprime una nuova soggettività che sta cominciando a sorgere in Messico, con metodi radicalizzati ma che si pone anche il problema di costruire forme di auto-organizazione superiori e meccanismi di autodifesa. 

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COORDINAMENTO NAZIONALE BOLIVARIANO

 

Il 25 ed il 26 novembre 2006 si sono incontrate, al Centro Popolare Autogestito di Firenze-Sud, decine di organizzazioni, collettivi, associazioni, centri sociali, comitati e singoli compagni provenienti da diverse regioni d’Italia.

In un clima costruttivo e propositivo, sono state analizzate a fondo le molteplici dinamiche che caratterizzano il processo bolivariano antimperialista in corso in America Latina attualmente, nonché le particolarità dei diversi processi che nei vari paesi presentano, a seconda dei casi, tempi e modi diversificati nella lotta di liberazione nazionale e sociale condotta dai rispettivi popoli.

I partecipanti all’assemblea nazionale di solidarietà internazionalista con le lotte dei popoli latinoamericani hanno inoltre sviscerato i nessi ed i reciproci impatti tra il processo di cambiamento in corso in America Latina, da una parte, ed il contesto mondiale, dall’altra, rivolgendo l’attenzione in particolare verso la situazione altamente conflittuale e resistente che caratterizza il Medio Oriente in questa fase.

Dopo un giorno e mezzo d’interventi, dibattito e riflessioni su questi ed altri aspetti, è stato deciso unanimemente di dare vita al Coordinamento Nazionale Bolivariano, quale strumento ed ambito per coordinare iniziative, campagne e mobilitazioni su scala regionale e nazionale in sostegno alle lotte dei popoli latinoamericani.

Il neonato Coordinamento, il cui spirito è quello dell’internazionalismo tra i popoli e della solidarietà di classe, afferma il proprio appoggio alla lotta dei popoli latinoamericani per la seconda e definitiva indipendenza, sottolineando l’eroica resistenza guerrigliera e popolare contro il narco-fascismo di Uribe Vélez in Colombia, lo straordinario processo di cambiamenti nel Venezuela bolivariano e la tenace battaglia di Cuba socialista contro il blocco statunitense.

Il Coordinamento afferma con forza il pieno rispetto delle più diverse forme di lotta che i popoli, e le loro organizzazioni, hanno deciso o decideranno sovranamente di adottare per condurre la battaglia contro l’imperialismo statunitense -ma non solo- e le oligarchie nazionali.

Il Coordinamento, inoltre, raccoglie e fa propria la spinta positiva di unità e convergenza delle lotte che, dal Rio Bravo alla Patagonia, si stanno consolidando sotto la bandiera del bolivarianismo, come dimostrano ambiti quali la Coordinadora Continental Bolivariana e le più diverse forme di coordinamento continentale tra lavoratori, contadini, indigeni, studenti, donne, ecc.

Concretamente, il Coordinamento Nazionale Bolivariano articolerà nei prossimi mesi il proprio intervento lanciando due campagne:

1) una, di denuncia dei piani neo-coloniali di Washington e del Pentagono in America Latina, come il Plan Colombia, i Trattati di Libero Commercio (TLC), ecc., nonché del ruolo di supporto agli stessi -talvolta meno evidente ma ugualmente finalizzato al saccheggio-giocato dall’Unione Europea o da alcuni dei suoi Stati membri in particolare.

2) l’altra, di sostegno ai prigionieri politici latinoamericani: alcuni detenuti illegittimamente negli USA, come ad esempio Simón Trinidad e Sonia, combattenti bolivariani delle FARC-EP sequestrati, estradati e processati con montature e menzogne, o i cinque cubani, incarcerati e condannati a pene terribili per essersi adoperati contro il terrorismo del connubio CIA-mafia cubana di Miami; altri, detenuti nelle più diverse carceri del continente, come i prigionieri peruviani, mapuches, colombiani, messicani, argentini, ecc.

Queste due campagne, che verranno sviluppate con iniziative locali di controinformazione, documentazione, denuncia e sensibilizzazione, saranno i due fili conduttori di un lavoro che avrà una prima verifica il prossimo febbraio, quando il CNB si riunirà nuovamente a Firenze, e che sfocerà in una grande mobilitazione nazionale che si terrà a Roma nel maggio 2007.

Il Coordinamento Nazionale Bolivariano, quale ambito ampio ed aperto di solidarietà internazionalista, lavorerà inoltre per allargarsi ed estendersi, così come per rendere sempre più nutrita la partecipazione a questo irrimandabile sforzo collettivo di sostegno alle lotte dei popoli latinoamericani.

Alerta que camina la espada de Bolívar por América Latina!

Coordinamento nazionale bolivariano (cnbita@yahoogroups.com)

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LA LEZIONE DELLA COMUNE DI OAXACA

di  Jimena Mendoza

LTS-CC (1)

 

Il Messico non è più un polo di stabilità reazionaria nell’America Latina. Negli ultimi anni  si sono visti i lavoratori e le masse protagonisti in importanti lotte contro il governo ed il regime.  Il movimento contro i brogli elettorali, che ebbe  inizio dopo il due di luglio, è dilagato nelle strade della capitale e ha aggravato la crisi della classe dominante. Nonostante il movimento sia stato deviato e smobilitato dai suoi dirigenti (il borghese Partito della Rivoluzione Democratica), si è iniziata a vedere la forza che le masse possono detenere quando si mobilitano.

Il punto più alto di tale sviluppo della lotta di classe, che ebbe un antecedente nelle massicce mobilitazioni di lavoratori contro le riforme di Fox, nella ribellione degli operai di Sicartsa e nell’emergere di una gioventù radicale organizzata nel corso dell’ “Altra Campagna”, è stato la Comune di Oaxaca. Questa vicenda ha mostrato caratteristiche potenzialmente rivoluzionarie e, se il governo ha potuto spezzare la lotta mediante la repressione, ciò è stato possibile solo a causa della strategia e la politica dei dirigenti riformisti. Ma le masse di Oaxaca hanno messo in atto metodi radicali e un livello di coscienza molto superiori a quanto veniva esprimendo il movimento di massa a livello nazionale. In ogni caso ha acquisito una forma avanzata rispetto all’azione delle masse nel continente, per i metodi utilizzati dal popolo di Oaxaca.

 

Il potere della Comune

In maggio i maestri di Oaxaca lanciano uno sciopero locale per rivendicazioni di categoria, una delle quali riguardava l’ “adeguamento” (2). Oltre allo sciopero i maestri installano un presidio nella piazza centrale della capitale. Il 14 di giugno il governo del PRI di Ulìses Ruiz sgombera i maestri  per mezzo della polizia locale. Poche ore dopo l’arrivo della polizia maestri, contadini, studenti, giovani e lavoratori di altri sindacati riprendono possesso della piazza, costituendo così un fronte unito delle masse di Oaxaca, che  lanciano un’unica rivendicazione: “Fuori Ulìses Ruiz !”. Così nasce la APPO (3), come fronte unito di componenti diverse delle organizzazioni di massa: sindacali, indigene, contadine e studentesche. Al salto di qualità del movimento corrispondono metodi sempre più avanzati e radicali a sostegno della Comune: occupazione di edifici governativi, occupazione delle sedi di alcuni mezzi di comunicazione di massa (come Canale 9), costruzione di barricate e l’organizzazione di autodifesa, ciò che obbligò la polizia ad asserragliarsi nei suoi quartieri e tenne testa agli attacchi dei paramilitari e degli “squadroni della morte” del PRI.. Queste misure, che iniziarono ad estendersi ad altri municipi dello stato,  costituirono di fatto ciò che si configurava embrionalmente come un potere alternativo - parziale - a quello di capitalisti, latifondisti, paramilitari e notabili. Esistevano la condizioni perché la APPO e i metodi della Comune si radicalizzassero e generalizzassero  al fine di ottenere la caduta rivoluzionaria del repressore Ulìses Ruiz e muovere verso una prospettiva superiore che passava attraverso l’abolizione dell’odiato regime statale, e di aprire la possibilità dell’instaurazione di un governo dei lavoratori, dei contadini e del popolo.

   

Dualismo di potere e soviet.

Per quanto la Comune esprimesse in forma embrionale questo duplice potere e la APPO funzionasse in modo assai più democratico rispetto alle organizzazioni tradizionali dei lavoratori (soprattutto a causa della pressione esercitata dalla base radicalizzata), tuttavia essa non è stata un soviet. La direzione della APPO si è rifiutata di relazionarsi senza riserve con gli individui più progressivi che emergevano al suo interno. Per realizzare ciò sarebbe stato necessaria una scelta politica che associasse alla presa delle decisioni i settori più agguerriti del movimento, organizzati nelle barricate. Questi erano gli individui che in modo più risoluto erano disposti a difendere la loro Comune. D’altra parte, sebbene la APPO contasse sull’appoggio  delle masse sfruttate ed oppresse di tutto lo stato di Oaxaca, è mancata di una politica che coinvolgesse i lavoratori dello stato, collocati nella grande maggioranza  nei settori del turismo e dei servizi,  che sono quelli che alimentano i guadagni delle grandi multinazionali alberghiere, il trasporto delle merci e le comunicazioni. Con una politica orientata in tal senso l’incipiente alleanza fra operai, contadini e popolo si sarebbe consolidata divenendo una reale forza rivoluzionaria contro il governo, il regime e le sue istituzioni.

 

L’egemonia operaia.

La lotta di Oaxaca ha dimostrato, sia in senso negativo che positivo, l’importanza strategica della classe operaia, anche in stati arretrati e poco industrializzati come Oaxaca. In senso positivo, per il ruolo dei maestri, che  hanno costituito la spina dorsale del movimento. Pur essendo l’unica organizzazione di lavoratori che ha partecipato in massa ed ha svolto un ruolo direttivo, ha dimostrato l’importanza della centralità operaia, utilizzando i suoi metodi di lotta tradizionali, come lo sciopero dei maestri (4). In senso negativo, la politica dei dirigenti impedì il coinvolgimento attivo di altri settori, come i sindacati appartenenti al FSODO, il  che avrebbe consentito la generalizzazione delllo sciopero a livello dello stato, che sarebbe stata la misura più efficace per paralizzare il capitalismo di stato e scacciare in modo rivoluzionario il tiranno Ulìses Ruiz. Era necessario che i lavoratori del Oaxaca fossero rappresentati nel loro insieme nella APPO per mezzo di assemblee democratiche, organizzate per categorie o per luogo di lavoro, con delegati a rotazione e revocabili, questione alla quale i dirigenti di fatto si sono opposti costantemente. Ugualmente, le direzioni sindacali a livello nazionale si sono opposte all’attuazione di azioni di appoggio e solidarietà (come uno sciopero nazionale) che avrebbero permesso l’unificazione di tutto il paese con i lavoratori e avrebbero rafforzato e tolto dall’isolamento la lotta di Oaxaca.

 

La strategia pacifista della dirigenza della APPO, funzionale ad una soluzione riformista per Oaxaca.

Le barricate divennero i centri di autodifesa che assunsero il compito di mantenere a distanza la polizia  e di evitare gli attacchi dei paramilitari e degli “squadroni della morte”. Queste iniziarono a proliferare in tutto il centrocittà nella fase di maggiore crescita del movimento e a raffinare i loro metodi di lotta, giungendo a costituire una forte livello di organizzazione e determinazione nel combattimento, come quelle ubicate in “Cinco Senores” o in “Vigueras”. D’altra parte la APPO  creò la POMO (Polizia  dei maestri) e l’ “Honorable Cuerpo de Topiles” (5). Il 14 di giugno e il 2 di novembre (6) divennero due pilastri del movimento e dimostrarono come le masse nel corso della loro azione tendono a mettere in atto metodi sempre più insurrezionali. Tuttavia  la dirigenza non attuò mai una politica volta a centralizzare  l’autodifesa, a cooordinare le barricate con il POMO e i “topiles”, e  a preparare consapevolmente il movimento a resistere e sconfiggere la repressione generalizzata che infine si abbattè sulla Comune negli ultimi giorni di novembre. Il mancato rafforzamento dell’autodifesa, come il mancato approfondimento dei metodi radicali, erano funzionali alla politica della dirigenza, che puntava ad una soluzione negoziata con la Segreteria del Governatorato perché URO se ne andasse, ma conservando tutto l’apparato statale e  il dominio economico e politico del capitalismo. Per esempio, essa permise che la polizia rimanesse nelle caserme e potesse riorganizzarsi con l’aiuto della PFP (Polizia Federal Preventiva), attendendo che vi fossero le condizioni per stroncare la lotta con la repressione.

 

La dirigenza e la necessità del partito

Mentre le masse di Oaxaca si volgevano a sinistra attraverso la loro azione, i loro dirigenti andavano verso il lato opposto, dando la priorità agli accordi con la Segreteria del Governatorato, politica che si dimostrò catastrofica, anche solo per affermare la rivendicazione più elementare “Fuori Ulìses Ruiz!”. La determinazione, il coraggio e la combattività della gente di Oaxaca in lotta non si vide espressa in una alternativa politica organizzata che potesse offrire al movimento un percorso diverso. La lotta del popolo di Oaxaca è il momento più alto di una nuova fase della lotta di classe in Messico, dove la crisi del  fraudolento  e delegittimato regime dell’alternanza corre parallela  alla crescita e alla dinamica delle azioni delle masse e di settori dei lavoratori.

E’ compito strategico dei rivoluzionari preparare un’alternativa al riformismo e al populismo che ora hanno mostrato in Oaxaca la loro impotenza nel porre una prospettiva rivoluzionaria alle lotte. Appare essenziale che in Messico nasca una organizzazione rivoluzionaria  radicata nella classe operaia che si prepari  per i combattimenti futuri. Una organizzazione internazionalista e socialista rivoluzionaria che intervenendo nel vivo della lotta di classe coinvolga possibilmente l’avanguardia operaia, giovanile e studentesca come quella che si è espressa nel Oaxaca.

In quanto Lega dei Lavoratori per il Socialismo-Controcorrente abbiamo fatto appello nei mesi passati alle organizzazioni di sinistra in Messico, principalmente a quelle che si riconoscono nel trotskismo, per discutere il programma e la lezione strategica di questo  cruciale test della lotta di classe. Lo abbiamo fatto nella convinzione che una organizzazione rivoluzionaria può nascere solo  a partire  da un intervento con un programma rivoluzionario, mettendosi alla prova nella lotta di classe e crescendo con coloro che sono i più avanzati dell’avanguardia. Indirizziamo i nostri modesti sforzi, il nostro programma e la nostra strategia,  verso il nostro impegno nelle prossime anni di lotta in tale prospettiva.

 

APPELLO DI SOLIDARIETA’: LIBERTA’ PER I PRIGIONIERI POLITICI DI OAXACA

La LTC-CC lancia un appello internazionalista alle organizzazioni della sinistra perché solidarizzino attivamente con il popolo di Oaxaca, innanzitutto per ottenere la liberazione di tutti i compagni prigionieri. Perciò invitiamo a mettere in atto a livello internazionale una campagna unitaria, nei quartieri e nelle scuole, nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, per la libertà di tutti i compagni e le compagne.

LIBERTA’ PER I PRIGIONIERI POLITICI!

ABBASSO LA REPRESSIONE!

RITORNO DEI DESAPARECIDOS!

FUORI ULISES RUIZ!

 

NOTE

 

(1) Lega dei Lavoratori per il Socialismo-Controcorrente del Messico, aderente alla Frazione Trotskista-Quarta Internazionale.

(2) L’adeguamento si riferisce ad un aumento delle retribuzioni per tutto il corpo insegnante del Oaxaca, il quale ha una retribuzione tabellare molto al di sotto dei prezzi degli articoli del paniere di base. Gli insegnanti del Oaxaca sono retribuiti come se lavorassero in uno stato rurale, quando Oaxaca è uno stato che vive essenzialmente di turismo e i prezzi delle merci sono elevatissimi.

(3) Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca.

(4) Gli insegnanti del Oaxaca organizzati nella sezione XXII del SNTE-CNTE sono circa 70.000. Questa categoria occupa una posizione molto importante nella vita politica ed economica dello stato e i maestri rappresentano un tramite tra la città e la campagna, poiché molti di essi svolgono la maggior parte del loro servizio nelle comunità rurali.

(5) Ha tratto la sua denominazione  da quella delle polizie comunitarie che sono utilizzate tradizionalmente in alcune comunità rurali dello stato di Oaxaca.

(6) Il due di novembre lavoratori, giovani, studenti e contadini hanno difeso l’area universitaria contro l’invasione della PFP facendo indietreggiare le forze repressive. La battaglia di “Cinco Seniores” – dal nome della barricata – fu una azione semi spontanea nel corso della quale svolse un ruolo molto importante Radio Università, che coordinò l’azione via etere.

 

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AMERICA LATINA: RIVOLUZIONE SOCIALE  O POPULISMO?

 

E’ stata già riportata la notizia della nascita in Italia del Coordinamento Nazionale Bolivariano, che si occupa di analizzare e sostenere la lotta dei popoli latinoamericani nel processo bolivariano antimperialista in corso in America Latina nel quadro delle lotte antimperialiste e anticapitaliste su scala mondiale.

Sul Bolivarismo è necessario un approfondimento tenendo anche presente che altre forze della sinistra valutano diversamente il suo ruolo: ad esempio Pagine Marxiste nel n°10 lo considera “un’ideologia nazionalista, antimperialista e latinoamericana, ma anche antiproletaria e anticomunista della borghesia che oggi viene utilizzata per assoggettare ideologicamente il proletariato”, come afferma sia successo allo stesso Simon Bolivar quando condannò a morte per alto tradimento il suo Generale in Capo Manuel Piar, che aveva comandato l’armata di colore che aveva contribuito alla conquista di parte del Venezuela, per aver espresso le istanze delle classi oppresse.

Cerchiamo di tracciare un parziale quadro della situazione in America Latina per poter aprire un dibattito sulle prospettive.

 

COLOMBIA

Sul sito www.nuovacolombia.net si spiega come gli USA usino la Colombia come bastione della reazione contro i processi di cambiamento che si stanno realizzando nel continente:

 In Colombia gli USA , con la complicità tacita o esplicita di Europa e Giappone, usando come pretesto la lotta al narcotraffico, stanno conducendo in realtà una guerra contro il popolo colombiano e tutte le sue forme di resistenza  che esso esprime , dai movimenti sociali  all’insorgenza armata. Attraverso dispositivi di morte, quali il Plan Colombia o il Plan Patriota , gli USA hanno finanziato il potenziamento dell’apparato militare colombiano ,consolidando uno stato paramilitare sotto il regime di Alvaro Uribe Velez, con l’obbiettivo storico di depredare il territorio e sfruttare selvaggiamente il popolo colombiano e garantirsi il luogo strategico per controllare l’intero continente…Le FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo), nate come piccolo esercito di autodifesa contadina negli anni 60 e di cui oggi fanno parte più di 25.000 uomini e donne, da oltre 40 anni portano avanti la resistenza contro lo sfruttamento e l’oppressione del popolo colombiano che oggi più che mai equivale a difendere l’intero continente dall’imperialismo “.

Dal 1999, per un’accordo di pacificazione col governo, le FARC-EP controllano un’area smilitarizzata del Sud,

El Caguan, comprendente 5 municipi, grande come la Svizzera, in cui

“…la collaborazione tra il movimento guerrigliero e le comunità locali è  riuscita a creare, nel giro di 3 anni, forme di sviluppo e convivenza che lo stato non era riuscito a propiziare in quasi 100 anni di malgoverno e repressione. Giornalisti dei 5 continenti, diplomatici di oltre 20 paesi, l’ONU, dirigenti politici, osservatori internazionali e militanti della solidarietà hanno potuto toccare con mano le centinaia di chilometri di strade costruite dalla guerriglia, il moltiplicarsi di cooperative contadine l’inedita partecipazione democratica di oltre 120.000 colombiani nelle assemblee pubbliche tematiche del processo di pace , l’assenza di delinquenza e paramilitarismo e la capacità inconfutabile  delle FARC-EP di governare “.

Ciò è stato documentato anche dalla mostra fotografica di Saverio Caparrini tenutasi fino al 20 febbraio a Vercelli.

          

VENEZUELA

LA POLITICA LEGATA AL PETROLIO.

Nel 2005 il Venezuela era il 7° produttore di petrolio mondiale con circa 3,3 milioni di barili al giorno (per farsi un’idea l’Italia ne consuma 1,9), ed è ancora oggi il 2° fornitore degli USA (dopo l’Arabia Saudita), cui vende circa la metà della sua produzione. Già nel 1960 il democristiano  Betancourt, nonostante gli stretti rapporti con gli USA, fu socio fondatore dell’OPEC, ma nel 1961 ruppe con Cuba . Nel 1973 il cattolico  Caldera, durante la guerra arabo-israeliana, partecipò all’embargo dell’OPEC contro gli USA; nel 1974, riallacciò i rapporti con l’URSS e Cuba, sostenne i sandinisti in Nicaragua, fece una politica latinoamericana. Il quadruplicamento del prezzo del petrolio gli consentì di elargire sussidi per il consumo e gli investimenti privati, di fare investimenti pubblici e sviluppare lo stato sociale, una politica estera più attiva sganciata dagli USA.

Il suo successore Andrei Perez nel 1975 nazionalizzò 14 compagnie petrolifere, risarcendole con 2 miliardi di $ di indennizzo; la società petrolifera di stato (PDVSA) diventò la 3° nel mondo per capacità di raffinazione, ha impianti anche negli USA e in Europa.

Nel 1989 il crollo dei prezzi del petrolio portò il governo Lusinghi all’abolizione di parte dei sussidi, e ciò provocò insurrezioni represse con 400 morti. Cadde il governo, ma intanto la PDVSA, anche aggirando le leggi, riuscì a fare nuovamente accordi con le società estere, uscendo dal controllo statale.

L’ASCESA DI CHAVEZ.

Con la caduta del prezzo del petrolio del 1998 la situazione si aggravò ulteriormente e alle elezioni vinse Hugo Chavez, ex  tenente colonnello espulso dall’esercito perché aveva tentato e fallito un golpe militare nel 1992 con il Movimento Bolivariano Rivoluzionario, che provocò 400 morti e 2.000 feriti.

Fu graziato nel 1994 dallo stesso presidente Caldera che poi sconfisse nelle elezioni con il 56% dei voti con il Polo Patriottico formato dal suo Movimento della 5° Repubblica appoggiato dai movimenti di sinistra.

Nei primi anni di governo Chavez dette aiuti finanziari a Cuba in cambio di 14.000 medici cubani che vennero utilizzati per portare assistenza sanitaria nelle periferie e nelle zone più depresse, dove fu promossa la ridistribuzione delle terre incolte, la legalizzazione delle case abusive, la costituzione di negozi di generi alimentari a basso costo per calmierare i prezzi, la requisizione con indennizzo di fabbriche dimesse per darle in gestione a cooperative di lavoratori, controllate dallo stato, in cui i lavoratori sono soci e in alcuni casi percepiscono salari bassissimi, mentre le industrie e le banche sussidiate vedono crescere gli utili.

Nell’aprile 2002 ci fu un tentativo di colpo di stato di parte dell’esercito appoggiato dagli imprenditori, dalla Chiesa, dalla dirigenza della PDVSA, che nominò il presidente degli imprenditori Carmona a Presidente della Repubblica, ma 48 ore dopo le folle e i militari fedeli a Chavez lo liberarono dagli arresti e lo reintegrarono nelle sue funzioni; gli scontri  provocarono 40 morti e 300 feriti.

A dicembre 2002 la crisi sfociò con lo sciopero generale ad oltranza che bloccò anche la produzione del petrolio obbligando il Venezuela addirittura ad importarlo, ma per aiutarlo venne costituito un “Gruppo di amici”, con USA,  Brasile, Spagna, Portogallo, Messico, Algeria…per cui lo sciopero si esaurì dopo due mesi e gli scioperanti vennero licenziati (con la dirigenza) e sostituiti.

Nell’agosto 2004 nel referendum richiesto per la sua destituzione Chavez venne invece riconfermato con il 58% dei voti, nel dicembre 2005 alle elezioni politiche i partiti di governo stravisero, ma con solo il 25% di partecipanti al voto, per il boicottaggio dell’opposizione.

Nell’aprile 2006, dopo questa vittoria, Chavez obbligò le compagnie petrolifere a tornare a joint venture al 40% con la PDVSA e a pagare tasse al 50% come la legge della nazionalizzazione prevedeva. 17 società accettarono, ENI e TOTAL abbandonarono i giacimenti, subito sostituite da altre compagnie, ad esempio cinesi.

DAL BOLIVARISMO AL SOCIALISMO?

Il 3 dicembre 2006 Chavez ha nuovamente vinto le elezioni presidenziali e come promesso nella propaganda elettorale ha approfondito la “Rivoluzione Bolivariana per trasformare il Venezuela in un paese socialista”. Ai primi di gennaio 2007 ha annunciato di voler nazionalizzare la compagnia telefonica CANTV (per il 28,5% della compagnia americana Verizon) e la Electricidad de Caracas, della AES Corporation della Virginia (e vi sono scontri sulla questione degli indennizzi ai proprietari), avere la maggioranza statale nei giacimenti di bitume dell’Orinoco (come già per i pozzi petroliferi), controllare la Banca Centrale per poter utilizzare i profitti petroliferi per programmi sociali che saranno messi in atto da un apposito ministero (Partecipazione Popolare e Sviluppo Sociale), affidato per la prima volta  a un membro del Partito Comunista del Venezuela, David Velasquez Caraballo, di 28 anni.

Per portare avanti questi provvedimenti il Parlamento a conferito a Chavez poteri speciali per 18 mesi.

Interessante notare alcune particolarità del sistema istituzionale venezuelano: è un Presidenzialismo con un vice presidente capo dell’esecutivo, designato dal Presidente, e si fonda su 5 poteri: oltre quello Legislativo, Esecutivo e Giudiziario c’è un quarto “Potere Cittadino”, una specie di super magistratura composta da un Difensore del popolo, dal Procuratore Generale e dal Controllore Generale della Repubblica, che devono vegliare per la buona gestione e legalità nell’uso del patrimonio pubblico e promuovere l’educazione civica; c’è un 5° “Potere Elettorale “che deve vegliare sul processo elettorale nei referendum popolari che possono revocare tutte le leggi e tutte le cariche pubbliche, dopo trascorso metà del mandato, su proposta del Presidente, della maggioranza dell’Assemblea o del 10% degli elettori, come è stato tentato per ben due volte anche per destituire Chavez, nel 2002 e nel 2004.

 

BOLIVIA

In Bolivia il Presidente Gonzalo Sanchez fu costretto dalla rivolta dell’ottobre 2003 (costata 80 morti) a fuggire, probabilmente in Florida. In quel periodo Brasile e Argentina, con i neoeletti presidenti Lula e Kirchner, erano interessati a far saltare il progetto di gasdotto verso il Cile, il Pacifico e quindi Messico ed USA, per portare avanti quello verso l’Atlantico, utilizzabile appunto dai loro paesi.

Dopo un’altra crisi di governo provocata dal blocco dell’approvvigionamento dei carburanti nel giugno 2005, alle elezioni del gennaio 2006 vince il candidato della sinistra Evo Morales, ex leader dei minatori licenziati, con quasi il 70% dei voti; a maggio vengono nazionalizzati gas e petrolio, cioè gli utili che prima andavano per l’82% alle compagnie vengono assegnati allo stato, per un’entrata di 300 milioni di $ in più all’anno. In pratica le condizioni sono state allineate a quelle in vigore negli altri stati produttori, ma il prezzo delle forniture di gas per i paesi “fratelli” Brasile e Argentina, pur essendo quasi raddoppiati, sono ancora inferiori di quelli internazionali (5,5 contro 7 $/BTU).

La politica estera vede il governo Morales schierato con Cuba e il Venezuela, coi quali ha stipulato un trattato di cooperazione militare che consentirebbe l’ingresso nel paese di truppe venezuelane nel caso di una crisi interna, e ciò ha prodotto forti conflitti con l’opposizione.

Inoltre le province orientali della Bolivia, più ricche rispetto a quelle andine, minacciano la secessione se non sarà riconosciuta più ampia autonomia.

 

ACCORDI DI INTEGRAZIONE TRA GLI STATI SUDAMERICANI

Dal 2003, per iniziativa dei nuovi governi Lula (riformista) in Brasile e Kirchner (peronista keinesiano) in Argentina, si parla di moneta unica per il Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay e Venezuela, con il Cile “associato”).

Nel dicembre 2004 Venezuela e Cuba hanno varato l’ALBA (ALternativa Bolivariana per l’America latina), progetto di integrazione cui dall’aprile 2006 ha aderito anche la Bolivia.

Nel 2004 è stato anche siglato un accordo tra i paesi del Mercosur e la Comunità Andina (Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia, e Venezuela) più Guyana e Suriname, per dare vita alla Comunità Sudamericana delle Nazioni (CSN), che auspica la creazione di una Banca del Sud America e di un Fondo Monetario Sudamericano.

Questi organismi si oppongono al piano degli USA dell’Area di Libero Commercio per le Americhe (ALCA), dall’Alaska alla Terra del Fuoco, vagheggiata già agli inizi degli anni ‘90 dalla prima amministrazione Bush.

Nel maggio 2006 l’UE ha creato un fondo di 4 miliardi di euro per la cooperazione con l’America Latina.

A gennaio del 2006 ha vinto le presidenziali in Cile la socialista Bachelet, ex fuoriuscita nel 1973, riparata nella DDR; a giugno in Perù ha vinto le presidenziali Alain Garcia, ex socialista diventato l’anti Chavez, ritornato al potere dopo 16 anni, a novembre in Ecuador ha vinto Rafael Correa, anche lui fautore del controllo pubblico sulle materie prime.

Sempre a novembre 2006 l’ex leader sandinista Daniel Ortega, caduto nel 1990, ha vinto le elezioni in Nicaragua con lo schieramento Unida Nicaragua Trionfa, alleato con il suo ex nemico somozista, ex leader dei Contras finanziati dagli USA, Jaime Morales; alleanza benedetta anche dalla chiesa dopo aver ottenuto il loro impegno contro l’aborto terapeutico. L’11 gennaio 2007 il Nicaragua ha aderito all’ALBA.

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   LOTTA POLITICA IN AMERICA LATINA

 

 

L’USO “POLITICO” DELL’ETANOLO

Anche a Marzo è continuato l’offensiva degli USA in America Latina per portare avanti il piano commerciale e di integrazione politica  ALCA (Area di Libero Scambio per le Americhe) in contrapposizione al CSN (Comunità Sudamericana delle Nazioni), promossa soprattutto dal Venezuela (vedi Bollettino Febbraio ’07).

Il Presidente Bush e il suo seguito hanno fatto tappa in Brasile, Uruguay, Colombia e Cile per proporre accordi “per migliorare la condizione umana, per avanzare politiche di crescita e di sviluppo” (La Stampa 7 marzo e seguenti).

Il 9 marzo ha incontrato il Presidente del Brasile Lula per proporre accordi per la produzione,  la distribuzione e il consumo dell’etanolo ad uso combustibile.

L’etanolo è un alcool ottenuto dalla fermentazione di vegetali ricchi di carboidrati e zuccheri (mais, barbabietole, canna da zucchero, frutta, ecc).Già attualmente viene usato in aggiunta alla benzina fino al 10-30% a seconda dei motori senza modificarli o con alcuni accorgimenti, anche puro; produce meno inquinamento ambientale ed è rinnovabile perché è coltivabile.

Il Brasile è il 2° produttore mondiale con 17 miliardi di litri all’anno ricavati dalla canna da zucchero, con costi del 30-35%  inferiori alla benzina e la distribuzione è assicurata in quasi tutte le stazioni di servizio del territorio nazionale.

Gli  USA sono già attualmente il primo produttore mondiale di etanolo con 22 miliardi di litri, ricavato però dal mais con costi superiori.

L’Amministrazione Bush nel 2000 non aveva sottoscritto il trattato di Kyoto  per la riduzione delle emissioni dei gas inquinanti, ma ora si mostra pi sensibile al problema dopo le prese di posizione del democratico Al Gore e del Governatore della California, il repubblicano Scwarzenegger,in difesa dell’ambiente: nel discorso sullo Stato dell’Unione, ha previsto di ridurre del 20% il consumo di benzina in 10 anni sostituendola  soprattutto con l’etanolo, il cui consumo quindi dovrebbe aumentare di 7 volte.

Un incremento così alto però farebbe lievitare in USA il prezzo del mais del 50%, : quindi  è prevista, per la sua fabbricazione, l’utilizzo della cellulosa e l’importazione dall’America latina, dove comunque queste coltivazioni sicuramente provocheranno squilibri nel  settore agricolo e conseguenze carenze alimentari nelle popolazioni pi povere.

Gli USA vogliono così diminuire la dipendenza dall’importazione di petrolio dal Venezuela,. cercando di rafforzare i  legami economici con  i paesi dell’America Latina che potrebbero essergli  più ostili.

Chavez in risposta ha organizzato un viaggio parallelo in Argentina e Bolivia, dove ha partecipato a manifestazioni contro gli USA inneggiando alla “rivolta popolare”, secondo lui già iniziata con i disordini  anti-Bush nei paesi che questi stava visitando.

 

UNA FORTE CRITICA AL CHAVISMO

La Lega Internazionale dei Lavoratori (LIT), di ispirazione trotskista, presente in America latina, soprattutto in Brasile, nella sua rivista Correo Internacional, afferma che Chavez …“parla di socialismo per nascondere il suo progetto che il Venezuela continui ad essere un paese capitalista … (perché) attualmente il salario minimo, per la maggioranza dei lavoratori è di 250 dollari (al mese), mentre il paniere famigliare  si stima intorno ai 650 dollari … finora non si è avuto un  miglioramento reale, considerando i grandi introiti petroliferi del paese”.

In un altro articolo però si dice…” Ma il popolo venezuelano confida in lui. Per questo chiamiamo i lavoratori  e le masse venezuelane a organizzarsi e a mobilitarsi per esigere che applichi questa politica . Se, come noi crediamo, Chavez non la porterà avanti, questa mobilitazione e questa organizzazione permetteranno che siano i lavoratori e le masse a prenderla direttamente in mano”.

La LIT contesta quindi la creazione del Partito Socialista Unico del Venezuela (PSUV) che dovrebbe inquadrare nelle sue strutture le organizzazioni e settori di base chaviste per guidare la “fase di costruzione del socialismo”.

Secondo la LIT esso servirebbe per controllare la mobilitazione delle masse in modo che non diventi indipendente e rivoluzionaria e infranga il quadro dello stato borghese; trasformerebbe i sindacati in apparati statali, controllati dal Governo.

SI riporta l’esempio di Peron in Argentina nel ’46 che si appoggiò al Partito Laburista per prendere il potere, e poi costituì il Partito Giustizialista sotto la sua direzione personale.

Su questa posizione critica converge anche la Frazione trotskysta-Quarta Internazionale (FTQI) che rivolge un appello internazionalista alle altre organizzazioni per costituire un Partito dei Lavoratori autonomo dal governo  e dal PSUV, basato sulle organizzazioni sindacali di base e i comitati di fabbrica, sui metodi della democrazia operaia, che difenda un programma chiaramente anticapitalista, per ottenere … “nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto controllo operaio di tutte le industrie strategiche del Venezuela, contro le finte nazionalizzazioni di Chavez … per difendere la prospettiva di un governo operaio, contadino e popolare come unica strada per cominciare a risolvere le principali rivendicazioni popolari…”

I lavoratori italiani devono seguire con attenzione gli sviluppi delle lotte tra le classi e tra gli Stati in America Latina e le varie tesi politiche presenti, per essere pronti a intervenire in appoggio ai lavoratori e alle masse povere di quei paesi, valutando la maniera migliore per contrastare  l’interesse dell’imperialismo mondiale e favorire la loro emancipazione.

 Dobbiamo ribadire, contro ogni mistificazione in Italia e in tutto il mondo, che “socialismo”deve significare, come minimo, miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle masse povere, contro la tesi opportunista che conosciamo fin troppo bene, che i lavoratori devono  fare sacrifici oggi per un futuro migliore, mentre i profitti non vengono neppure intaccati!

 

 

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