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CORRISPONDENZE - INTERNAZIONALE SUD AMERICA |
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La
popolazione dello stato messicano di Oaxaca (3.250.000 abitanti, di cui
260.000 nella capitale omonima) è in rivolta da ormai molti mesi. Una
lotta sindacale degli insegnanti, iniziata il 22 maggio scorso con un
presidio permanente nel centro cittadino che chiedeva miglioramenti
salariali e una riforma dell’istruzione pubblica, si è trasformata in
un’insurrezione popolare dopo che il 14 giugno il governatore federale
ha ordinato alla polizia di assalire i dimostranti, causando diversi morti
e centinaia di feriti.
Il 17 giugno si è costituita la APPO (“Asamblea Popular de los
Pueblos de Oaxaca”), un organismo autonomo formato dal sindacato degli
insegnanti e da circa 360 organizzazioni sociali e politiche. Il presidio
iniziale si è esteso a dismisura portando i manifestanti ad assumere il
controllo della zona centrale della città. Sinora la mano sanguinaria del
governo federale, pur ricorrendo alla violenza e all’assassinio e
riuscendo a respingere gli insorti dal centro alla città universitaria,
non è riuscita a sconfiggerli. L’esperienza
della Comune di Oaxaca è molto significativa per almeno due ragioni: -il
suo carattere di mobilitazione di massa che coinvolge strati vastissimi
della popolazione. -le
forme di democrazia diretta e autorganizzazione con le quali questa massa
sinora si contrappone, seppure con diverse perdite, alla forza militare
dello stato. Segue
una breve ricostruzione degli ultimi principali avvenimenti. 27
ottobre.
L’attivista newyorchese di Indymedia Brad Will viene ucciso dai
paramilitari durante l’attacco ad una barricata; con la videocamera
riprende il suo assassino mentre questi gli spara. Questa giornata, nella
quale si contano altre tre vittime, segna l’inizio della fase più
drammatica della resistenza popolare nei confronti degli assalti
polizieschi. 29
ottobre. La
Polizia Federale Preventiva (PFP), forte di 4000 uomini e mezzi corazzati,
attacca il centro città, respingendo i dimostranti verso la città
universitaria. La giornata si conclude con alcuni morti e centinaia di
feriti. 1
novembre.
Mobilitazione in tutto il Messico, in particolare nel vicino stato del
Chiapas, dove l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale organizza
agitazioni e blocchi stradali. Congresso
dell’APPO, 10-12 novembre.
I 1.700 delegati al congresso, in rappresentanza delle otto regioni dello
stato e dei settori operai, indigeni, studenteschi, sindacali e dei
quartieri, ribadiscono che la richiesta delle dimissioni del governatore
Ulises Ruiz Ortiz non è negoziabile né rinunciabile. L’APPO
inoltre annuncia che estenderà le sue mobilitazioni contro il governo di
Felipe Calderón (neoeletto presidente messicano filo-USA) se quando
inizierà il suo mandato, il 1° dicembre, Ruiz Ortiz sarà ancora al suo
posto. I
delegati al congresso decidono che l’APPO sia diretta da un corpo
collegiale senza un leader in particolare. L’organo di direzione del
movimento è un Consiglio statale composto da 260 persone che
rappresentano le otto regioni dello stato ed i differenti settori che
aderiscono all’APPO. Inoltre,
al Consiglio prendono parte come membri onorari gli ex-prigionieri
politici e coloro che hanno un mandato di cattura pendente per la loro
partecipazione al movimento. 20
novembre. Nuova
giornata internazionale di lotta a sostegno di Oaxaca. Un corteo per le
vie della città viene attaccato pesantemente dalle forze di polizia, che
nella notte incendiano le tende del presidio della APPO davanti
all’Università. Nel frattempo il candidato del centrosinistra Obrador
si è autoproclama presidente e invita ad impedire l’investitura di
Calderon, programmata per il 1 dicembre. 25
novembre. Un
numerosissimo corteo marcia verso il centro della città, accerchiando gli
agenti federali e chiedendo nuovamente le dimissioni del governatore Ruiz.
Seguono scontri durante tutta la giornata, al termine della quale l’APPO
denuncia tra le sue file 5 morti, 25 desaparecidos e un centinaio di
feriti. Negli
ultima parte di novembre la repressione poliziesca mette sempre più a
dura prova la capacità di resistenza della popolazione. Sale la tensione
in vista dell’insediamento del nuovo presidente del Messico Felipe
Calderon. La prospettiva per i giorni a venire è di nuovi aspri scontri. Informazioni
quasi in tempo reale sul sito del Comitato Chiapas di Torino:
www.ipsnet.it/chiapas.
Iniziative
a dicembre
L’insediamento del nuovo presidente del Messico Felipe Calderon,
avvenuto il primo del mese e contestato dagli oppositori della sinistra,
ha dato il via ad una nuova ondata repressiva nei confronti del movimento
di Oaxaca, la quale tuttavia non ha fiaccato la resistenza popolare.
A Torino il 14 dicembre alla Facoltà di Scienze Politiche
(via Plana 10) si è tenuto un incontro su Oaxaca con un giornalista
spagnolo della rivista marxista Viento Sur. L’incontro era organizzato
da due gruppi studenteschi: il Collettivo Thomas Muntzer e il Collettivo
di Scienze Politiche.
Per il 22 dicembre l’EZLN (Esercito Zapatista di
Liberazione Nazionale) ha promosso una giornata di mobilitazione
internazionale a sostegno della popolazione messicana di Oaxaca. In
diverse decine di città del mondo si sono tenuti presidi e azioni di
solidarietà. A Torino si è
tenuto un presidio in piazza Castello, al quale hanno partecipato circa 50
persone.
Dal 30 dicembre al 2 gennaio 2007 si è svolto ad Oventic,
in Chiapas, un “Incontro Internazionale tra il popolo messicano e i
popoli del mondo”, al quale ha partecipato anche una delegazione
italiana. La
Liga dos Trabajadores por el Socialismo e la lotta di Oaxaca
Tra le componenti dell’APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de
Oaxaca), l’organismo che porta avanti la lotta di questa popolazione
messicana (vedi Bollettino di novembre), vi sono anche membri della Liga
dos Trabajadores por el Socialismo (LTS), che è la sezione messicana di
un’organizzazione internazionale d’ispirazione trotzkista, la FTCI (Fraccion
Trotzkista por la Cuarta International), ramificata per lo più in
Sudamerica. Il
sito principale dell’organizzazione è www.ft-ci.org. Da questo sito si
rimanda alle sezioni locali.
Secondo un dirigente dalla LTS, Mario Caballero, l’APPO è
attraversata da due tendenze di fondo, una più di base e radicale e
l’altra, rappresentata da alcuni dirigenti, che tende al compromesso e a
svendere la lotta.
Riportiamo un brano dell’intervista rilasciata il 16 novembre
dopo il Congresso dell’APPO, tenutosi dal 10 al 12 dello stesso
mese. Il
Congresso è stato attraversato da due grandi tendenze. Da una parte,
l’ampia base degli insegnanti in lotta e delle comunità contadine hanno
inviato dei delegati (in totale 3.000) che con determinazione hanno votato
di continuare la lotta secondo le sue rivendicazioni storiche, “Fuori
URO”, constatazione della sparizione dei poteri
e l’esigenza che la direzione voti un piano di azioni effettivo.
Dall’altra parte, alcuni dirigenti ed organizzazioni hanno sostenuto che
l’APPO doveva trasformarsi in un movimento politico nel quadro del
regime politico messicano attuale e volevano semplicemente disattivare il
movimento. Attraverso manovre e pressioni, questi settori hanno cercato di
frenare la combattività dell’APPO e condurre la lotta su una via
istituzionale per poter partecipare all’assemblea legislativa statale
oaxaqueña. Il Congresso dell’APPO ha lasciato in chiaro che esisteva
un’ampia avanguardia combattiva, quella che ha sostenuto la lotta contro
la PFP, quella che ha ricostruito le barricate e ha resistito nella UABJO
il 2 novembre e che oggi si esprime politicamente e discute contro le
proposte di coloro che vogliono dare via la lotta. Si tratta di un settore
che esprime una nuova soggettività che sta cominciando a sorgere in
Messico, con metodi radicalizzati ma che si pone anche il problema di
costruire forme di auto-organizazione superiori e meccanismi di
autodifesa.
COORDINAMENTO
NAZIONALE BOLIVARIANO Il
25 ed il 26 novembre 2006 si sono incontrate, al Centro Popolare
Autogestito di Firenze-Sud, decine di organizzazioni, collettivi,
associazioni, centri sociali, comitati e singoli compagni provenienti da
diverse regioni d’Italia. In
un clima costruttivo e propositivo, sono state analizzate a fondo le
molteplici dinamiche che caratterizzano il processo bolivariano
antimperialista in corso in America Latina attualmente, nonché le
particolarità dei diversi processi che nei vari paesi presentano, a
seconda dei casi, tempi e modi diversificati nella lotta di liberazione
nazionale e sociale condotta dai rispettivi popoli. I
partecipanti all’assemblea nazionale di solidarietà
internazionalista con le lotte dei popoli latinoamericani hanno
inoltre sviscerato i nessi ed i reciproci impatti tra il processo di
cambiamento in corso in America Latina, da una parte, ed il contesto
mondiale, dall’altra, rivolgendo l’attenzione in particolare verso la
situazione altamente conflittuale e resistente che caratterizza il Medio
Oriente in questa fase. Dopo
un giorno e mezzo d’interventi, dibattito e riflessioni su questi ed
altri aspetti, è stato deciso unanimemente di dare vita al Coordinamento
Nazionale Bolivariano, quale strumento ed ambito per coordinare
iniziative, campagne e mobilitazioni su scala regionale e nazionale in
sostegno alle lotte dei popoli latinoamericani. Il
neonato Coordinamento, il cui spirito è quello dell’internazionalismo
tra i popoli e della solidarietà di classe, afferma il proprio appoggio
alla lotta dei popoli latinoamericani per la seconda e definitiva
indipendenza, sottolineando l’eroica resistenza guerrigliera e popolare
contro il narco-fascismo di Uribe Vélez in Colombia, lo straordinario
processo di cambiamenti nel Venezuela bolivariano e la tenace battaglia di
Cuba socialista contro il blocco statunitense. Il
Coordinamento afferma con forza il pieno rispetto delle più diverse forme
di lotta che i popoli, e le loro organizzazioni, hanno deciso o
decideranno sovranamente di adottare per condurre la battaglia contro
l’imperialismo statunitense -ma non solo- e le oligarchie nazionali. Il
Coordinamento, inoltre, raccoglie e fa propria la spinta positiva di unità
e convergenza delle lotte che, dal Rio Bravo alla Patagonia, si stanno
consolidando sotto la bandiera del bolivarianismo, come dimostrano ambiti
quali la Coordinadora Continental Bolivariana e le più diverse forme di
coordinamento continentale tra lavoratori, contadini, indigeni, studenti,
donne, ecc. Concretamente,
il Coordinamento Nazionale Bolivariano articolerà nei prossimi mesi il
proprio intervento lanciando due campagne: 1)
una, di denuncia dei piani neo-coloniali di Washington e del
Pentagono in America Latina, come il Plan Colombia, i Trattati di Libero
Commercio (TLC), ecc., nonché del ruolo di supporto agli stessi -talvolta
meno evidente ma ugualmente finalizzato al saccheggio-giocato
dall’Unione Europea o da alcuni dei suoi Stati membri in particolare. 2)
l’altra, di sostegno ai prigionieri politici latinoamericani:
alcuni detenuti illegittimamente negli USA, come ad esempio Simón
Trinidad e Sonia, combattenti bolivariani delle FARC-EP sequestrati,
estradati e processati con montature e menzogne, o i cinque cubani,
incarcerati e condannati a pene terribili per essersi adoperati contro il
terrorismo del connubio CIA-mafia cubana di Miami; altri, detenuti nelle
più diverse carceri del continente, come i prigionieri peruviani,
mapuches, colombiani, messicani, argentini, ecc. Queste
due campagne, che verranno sviluppate con iniziative locali di
controinformazione, documentazione, denuncia e sensibilizzazione, saranno
i due fili conduttori di un lavoro che avrà una prima verifica il
prossimo febbraio, quando il CNB si riunirà nuovamente a Firenze, e che
sfocerà in una grande mobilitazione nazionale che si terrà a Roma nel
maggio 2007. Il
Coordinamento Nazionale Bolivariano, quale ambito ampio ed aperto di
solidarietà internazionalista, lavorerà inoltre per allargarsi ed
estendersi, così come per rendere sempre più nutrita la partecipazione a
questo irrimandabile sforzo collettivo di sostegno alle lotte dei popoli
latinoamericani. Alerta
que camina la espada de Bolívar por América Latina! Coordinamento
nazionale bolivariano (cnbita@yahoogroups.com)
LA
LEZIONE DELLA COMUNE DI OAXACA di
Jimena Mendoza LTS-CC
(1) Il Messico non è più un polo di stabilità
reazionaria nell’America Latina. Negli ultimi anni
si sono visti i lavoratori e le masse protagonisti in importanti
lotte contro il governo ed il regime.
Il movimento contro i brogli elettorali, che ebbe
inizio dopo il due di luglio, è dilagato nelle strade della
capitale e ha aggravato la crisi della classe dominante. Nonostante il
movimento sia stato deviato e smobilitato dai suoi dirigenti (il borghese
Partito della Rivoluzione Democratica), si è iniziata a vedere la forza
che le masse possono detenere quando si mobilitano. Il punto più alto di tale sviluppo della
lotta di classe, che ebbe un antecedente nelle massicce mobilitazioni di
lavoratori contro le riforme di Fox, nella ribellione degli operai di
Sicartsa e nell’emergere di una gioventù radicale organizzata nel corso
dell’ “Altra Campagna”, è stato la Comune di Oaxaca. Questa vicenda
ha mostrato caratteristiche potenzialmente rivoluzionarie e, se il governo
ha potuto spezzare la lotta mediante la repressione, ciò è stato
possibile solo a causa della strategia e la politica dei dirigenti
riformisti. Ma le masse di Oaxaca hanno messo in atto metodi radicali e un
livello di coscienza molto superiori a quanto veniva esprimendo il
movimento di massa a livello nazionale. In ogni caso ha acquisito una
forma avanzata rispetto all’azione delle masse nel continente, per i
metodi utilizzati dal popolo di Oaxaca. Il potere della Comune In
maggio i maestri di Oaxaca lanciano uno sciopero locale per rivendicazioni
di categoria, una delle quali riguardava l’ “adeguamento” (2). Oltre
allo sciopero i maestri installano un presidio nella piazza centrale della
capitale. Il 14 di giugno il governo del PRI di Ulìses Ruiz sgombera i
maestri per mezzo della
polizia locale. Poche ore dopo l’arrivo della polizia maestri,
contadini, studenti, giovani e lavoratori di altri sindacati riprendono
possesso della piazza, costituendo così un fronte unito delle masse di
Oaxaca, che lanciano
un’unica rivendicazione: “Fuori Ulìses Ruiz !”. Così nasce la APPO
(3), come fronte unito di componenti diverse delle organizzazioni di
massa: sindacali, indigene, contadine e studentesche. Al salto di qualità
del movimento corrispondono metodi sempre più avanzati e radicali a
sostegno della Comune: occupazione di edifici governativi, occupazione
delle sedi di alcuni mezzi di comunicazione di massa (come Canale 9),
costruzione di barricate e l’organizzazione di autodifesa, ciò che
obbligò la polizia ad asserragliarsi nei suoi quartieri e tenne testa
agli attacchi dei paramilitari e degli “squadroni della morte” del
PRI.. Queste misure, che iniziarono ad estendersi ad altri municipi dello
stato, costituirono di fatto
ciò che si configurava embrionalmente come un potere alternativo -
parziale - a quello di capitalisti, latifondisti, paramilitari e notabili.
Esistevano la condizioni perché la APPO e i metodi della Comune si
radicalizzassero e generalizzassero al
fine di ottenere la caduta rivoluzionaria del repressore Ulìses Ruiz e
muovere verso una prospettiva superiore che passava attraverso
l’abolizione dell’odiato regime statale, e di aprire la possibilità
dell’instaurazione di un governo dei lavoratori, dei contadini e del
popolo. Dualismo di potere e soviet. Per
quanto la Comune esprimesse in forma embrionale questo duplice potere e la
APPO funzionasse in modo assai più democratico rispetto alle
organizzazioni tradizionali dei lavoratori (soprattutto a causa della
pressione esercitata dalla base radicalizzata), tuttavia essa non è stata
un soviet. La direzione della APPO si è rifiutata di relazionarsi senza
riserve con gli individui più progressivi che emergevano al suo interno.
Per realizzare ciò sarebbe stato necessaria una scelta politica che
associasse alla presa delle decisioni i settori più agguerriti del
movimento, organizzati nelle barricate. Questi erano gli individui che in
modo più risoluto erano disposti a difendere la loro Comune. D’altra
parte, sebbene la APPO contasse sull’appoggio
delle masse sfruttate ed oppresse di tutto lo stato di Oaxaca, è
mancata di una politica che coinvolgesse i lavoratori dello stato,
collocati nella grande maggioranza nei
settori del turismo e dei servizi, che
sono quelli che alimentano i guadagni delle grandi multinazionali
alberghiere, il trasporto delle merci e le comunicazioni. Con una politica
orientata in tal senso l’incipiente alleanza fra operai, contadini e
popolo si sarebbe consolidata divenendo una reale forza rivoluzionaria
contro il governo, il regime e le sue istituzioni. L’egemonia operaia. La
lotta di Oaxaca ha dimostrato, sia in senso negativo che positivo,
l’importanza strategica della classe operaia, anche in stati arretrati e
poco industrializzati come Oaxaca. In senso positivo, per il ruolo dei
maestri, che hanno costituito
la spina dorsale del movimento. Pur essendo l’unica organizzazione di
lavoratori che ha partecipato in massa ed ha svolto un ruolo direttivo, ha
dimostrato l’importanza della centralità operaia, utilizzando i suoi
metodi di lotta tradizionali, come lo sciopero dei maestri (4). In senso
negativo, la politica dei dirigenti impedì il coinvolgimento attivo di
altri settori, come i sindacati appartenenti al FSODO, il
che avrebbe consentito la generalizzazione delllo sciopero a
livello dello stato, che sarebbe stata la misura più efficace per
paralizzare il capitalismo di stato e scacciare in modo rivoluzionario il
tiranno Ulìses Ruiz. Era necessario che i lavoratori del Oaxaca fossero
rappresentati nel loro insieme nella APPO per mezzo di assemblee
democratiche, organizzate per categorie o per luogo di lavoro, con
delegati a rotazione e revocabili, questione alla quale i dirigenti di
fatto si sono opposti costantemente. Ugualmente, le direzioni sindacali a
livello nazionale si sono opposte all’attuazione di azioni di appoggio e
solidarietà (come uno sciopero nazionale) che avrebbero permesso
l’unificazione di tutto il paese con i lavoratori e avrebbero rafforzato
e tolto dall’isolamento la lotta di Oaxaca. La strategia pacifista della dirigenza
della APPO, funzionale ad una soluzione riformista per Oaxaca. Le
barricate divennero i centri di autodifesa che assunsero il compito di
mantenere a distanza la polizia e
di evitare gli attacchi dei paramilitari e degli “squadroni della
morte”. Queste iniziarono a proliferare in tutto il centrocittà nella
fase di maggiore crescita del movimento e a raffinare i loro metodi di
lotta, giungendo a costituire una forte livello di organizzazione e
determinazione nel combattimento, come quelle ubicate in “Cinco Senores”
o in “Vigueras”. D’altra parte la APPO
creò la POMO (Polizia dei
maestri) e l’ “Honorable Cuerpo de Topiles” (5). Il 14 di giugno e
il 2 di novembre (6) divennero due pilastri del movimento e dimostrarono
come le masse nel corso della loro azione tendono a mettere in atto metodi
sempre più insurrezionali. Tuttavia la
dirigenza non attuò mai una politica volta a centralizzare
l’autodifesa, a cooordinare le barricate con il POMO e i “topiles”,
e a preparare consapevolmente
il movimento a resistere e sconfiggere la repressione generalizzata che
infine si abbattè sulla Comune negli ultimi giorni di novembre. Il
mancato rafforzamento dell’autodifesa, come il mancato approfondimento
dei metodi radicali, erano funzionali alla politica della dirigenza, che
puntava ad una soluzione negoziata con la Segreteria del Governatorato
perché URO se ne andasse, ma conservando tutto l’apparato statale e
il dominio economico e politico del capitalismo. Per esempio, essa
permise che la polizia rimanesse nelle caserme e potesse riorganizzarsi
con l’aiuto della PFP (Polizia Federal Preventiva), attendendo che vi
fossero le condizioni per stroncare la lotta con la repressione. La dirigenza e la necessità del partito Mentre
le masse di Oaxaca si volgevano a sinistra attraverso la loro azione, i
loro dirigenti andavano verso il lato opposto, dando la priorità agli
accordi con la Segreteria del Governatorato, politica che si dimostrò
catastrofica, anche solo per affermare la rivendicazione più elementare
“Fuori Ulìses Ruiz!”. La determinazione, il coraggio e la combattività
della gente di Oaxaca in lotta non si vide espressa in una alternativa
politica organizzata che potesse offrire al movimento un percorso diverso.
La lotta del popolo di Oaxaca è il momento più alto di una nuova fase
della lotta di classe in Messico, dove la crisi del
fraudolento e
delegittimato regime dell’alternanza corre parallela
alla crescita e alla dinamica delle azioni delle masse e di settori
dei lavoratori. E’
compito strategico dei rivoluzionari preparare un’alternativa al
riformismo e al populismo che ora hanno mostrato in Oaxaca la loro
impotenza nel porre una prospettiva rivoluzionaria alle lotte. Appare
essenziale che in Messico nasca una organizzazione rivoluzionaria
radicata nella classe operaia che si prepari
per i combattimenti futuri. Una organizzazione internazionalista e
socialista rivoluzionaria che intervenendo nel vivo della lotta di classe
coinvolga possibilmente l’avanguardia operaia, giovanile e studentesca
come quella che si è espressa nel Oaxaca. In
quanto Lega dei Lavoratori per il Socialismo-Controcorrente abbiamo fatto
appello nei mesi passati alle organizzazioni di sinistra in Messico,
principalmente a quelle che si riconoscono nel trotskismo, per discutere
il programma e la lezione strategica di questo
cruciale test della lotta di classe. Lo abbiamo fatto nella
convinzione che una organizzazione rivoluzionaria può nascere solo
a partire da un
intervento con un programma rivoluzionario, mettendosi alla prova nella
lotta di classe e crescendo con coloro che sono i più avanzati
dell’avanguardia. Indirizziamo i nostri modesti sforzi, il nostro
programma e la nostra strategia, verso
il nostro impegno nelle prossime anni di lotta in tale prospettiva. APPELLO DI SOLIDARIETA’: LIBERTA’ PER I
PRIGIONIERI POLITICI DI OAXACA La
LTC-CC lancia un appello internazionalista alle organizzazioni della
sinistra perché solidarizzino attivamente con il popolo di Oaxaca,
innanzitutto per ottenere la liberazione di tutti i compagni prigionieri.
Perciò invitiamo a mettere in atto a livello internazionale una campagna
unitaria, nei quartieri e nelle scuole, nelle fabbriche e nei luoghi di
lavoro, per la libertà di tutti i compagni e le compagne. LIBERTA’
PER I PRIGIONIERI POLITICI! ABBASSO
LA REPRESSIONE! RITORNO
DEI DESAPARECIDOS! FUORI
ULISES RUIZ! NOTE (1)
Lega dei Lavoratori per il Socialismo-Controcorrente del Messico, aderente
alla Frazione Trotskista-Quarta Internazionale. (2)
L’adeguamento si riferisce ad un aumento delle retribuzioni per tutto il
corpo insegnante del Oaxaca, il quale ha una retribuzione tabellare molto
al di sotto dei prezzi degli articoli del paniere di base. Gli insegnanti
del Oaxaca sono retribuiti come se lavorassero in uno stato rurale, quando
Oaxaca è uno stato che vive essenzialmente di turismo e i prezzi delle
merci sono elevatissimi. (3)
Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca. (4)
Gli insegnanti del Oaxaca organizzati nella sezione XXII del SNTE-CNTE
sono circa 70.000. Questa categoria occupa una posizione molto importante
nella vita politica ed economica dello stato e i maestri rappresentano un
tramite tra la città e la campagna, poiché molti di essi svolgono la
maggior parte del loro servizio nelle comunità rurali. (5)
Ha tratto la sua denominazione da
quella delle polizie comunitarie che sono utilizzate tradizionalmente in
alcune comunità rurali dello stato di Oaxaca. (6)
Il due di novembre lavoratori, giovani, studenti e contadini hanno difeso
l’area universitaria contro l’invasione della PFP facendo
indietreggiare le forze repressive. La battaglia di “Cinco Seniores”
– dal nome della barricata – fu una azione semi spontanea nel corso
della quale svolse un ruolo molto importante Radio Università, che
coordinò l’azione via etere.
AMERICA
LATINA: RIVOLUZIONE SOCIALE O
POPULISMO? E’
stata già riportata la notizia della nascita in Italia del Coordinamento
Nazionale Bolivariano, che si occupa di analizzare e sostenere la
lotta dei popoli latinoamericani nel processo bolivariano antimperialista
in corso in America Latina nel quadro delle lotte antimperialiste e
anticapitaliste su scala mondiale. Sul
Bolivarismo è necessario un approfondimento tenendo anche presente
che altre forze della sinistra valutano diversamente il suo ruolo: ad
esempio Pagine Marxiste nel n°10 lo considera “un’ideologia
nazionalista, antimperialista e latinoamericana, ma anche antiproletaria e
anticomunista della borghesia che oggi viene utilizzata per assoggettare
ideologicamente il proletariato”, come afferma sia successo allo stesso
Simon Bolivar quando condannò a morte per alto tradimento il suo Generale
in Capo Manuel Piar, che aveva comandato l’armata di colore che aveva
contribuito alla conquista di parte del Venezuela, per aver espresso le
istanze delle classi oppresse. Cerchiamo
di tracciare un parziale quadro della situazione in America Latina per
poter aprire un dibattito sulle prospettive. COLOMBIA Sul
sito www.nuovacolombia.net si
spiega come gli USA usino la Colombia come bastione della reazione contro
i processi di cambiamento che si stanno realizzando nel continente: “In
Colombia gli USA , con la complicità tacita o esplicita di Europa e
Giappone, usando come pretesto la lotta al narcotraffico, stanno
conducendo in realtà una guerra contro il popolo colombiano e
tutte le sue forme di resistenza che
esso esprime , dai movimenti sociali all’insorgenza
armata. Attraverso dispositivi di morte, quali il Plan Colombia o il Plan
Patriota , gli USA hanno finanziato il potenziamento dell’apparato
militare colombiano ,consolidando uno stato paramilitare sotto il regime
di Alvaro Uribe Velez, con l’obbiettivo storico di depredare il
territorio e sfruttare selvaggiamente il popolo colombiano e garantirsi il
luogo strategico per controllare l’intero continente…Le FARC-EP
(Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo),
nate come piccolo esercito di autodifesa contadina negli anni 60 e di cui
oggi fanno parte più di 25.000 uomini e donne, da oltre 40 anni portano
avanti la resistenza contro lo sfruttamento e l’oppressione del popolo
colombiano che oggi più che mai equivale a difendere l’intero
continente dall’imperialismo “. Dal
1999, per un’accordo di
pacificazione col governo, le FARC-EP controllano un’area smilitarizzata
del Sud, El
Caguan, comprendente 5 municipi,
grande come la Svizzera, in cui “…la
collaborazione tra il movimento guerrigliero e le comunità locali
è riuscita a creare, nel giro
di 3 anni, forme di sviluppo e convivenza che lo stato non era riuscito a
propiziare in quasi 100 anni di malgoverno e repressione. Giornalisti dei
5 continenti, diplomatici di oltre 20 paesi, l’ONU, dirigenti politici,
osservatori internazionali e militanti della solidarietà hanno potuto
toccare con mano le centinaia di chilometri di strade costruite dalla
guerriglia, il moltiplicarsi di cooperative contadine l’inedita
partecipazione democratica di oltre 120.000 colombiani nelle assemblee
pubbliche tematiche del processo di pace , l’assenza di delinquenza e
paramilitarismo e la capacità inconfutabile delle
FARC-EP di governare “. Ciò
è stato documentato anche dalla mostra fotografica di Saverio Caparrini
tenutasi fino al 20 febbraio a Vercelli.
VENEZUELA LA
POLITICA LEGATA AL PETROLIO. Nel
2005 il Venezuela era il 7° produttore di petrolio mondiale con
circa 3,3 milioni di barili al giorno (per farsi un’idea l’Italia ne
consuma 1,9), ed è ancora oggi il 2° fornitore degli USA (dopo
l’Arabia Saudita), cui vende circa la metà della sua produzione. Già
nel 1960 il democristiano Betancourt,
nonostante gli stretti rapporti con gli USA, fu socio fondatore
dell’OPEC, ma nel 1961 ruppe con Cuba . Nel 1973 il
cattolico Caldera, durante la
guerra arabo-israeliana, partecipò all’embargo dell’OPEC contro gli
USA; nel 1974, riallacciò i rapporti con l’URSS e Cuba, sostenne
i sandinisti in Nicaragua, fece una politica latinoamericana. Il
quadruplicamento del prezzo del petrolio gli consentì di elargire sussidi
per il consumo e gli investimenti privati, di fare investimenti pubblici e
sviluppare lo stato sociale, una politica estera più attiva sganciata
dagli USA. Il
suo successore Andrei Perez nel 1975 nazionalizzò 14 compagnie
petrolifere, risarcendole con 2 miliardi di $ di indennizzo; la società
petrolifera di stato (PDVSA) diventò la 3° nel mondo per capacità di
raffinazione, ha impianti anche negli USA e in Europa. Nel
1989 il crollo dei prezzi del petrolio portò il governo Lusinghi
all’abolizione di parte dei sussidi, e ciò provocò insurrezioni
represse con 400 morti. Cadde il governo, ma intanto la PDVSA, anche
aggirando le leggi, riuscì a fare nuovamente accordi con le società
estere, uscendo dal controllo statale. L’ASCESA
DI CHAVEZ. Con
la caduta del prezzo del petrolio del 1998 la situazione si aggravò
ulteriormente e alle elezioni vinse Hugo Chavez, ex
tenente colonnello espulso dall’esercito perché aveva tentato e
fallito un golpe militare nel 1992 con il Movimento Bolivariano
Rivoluzionario, che provocò 400 morti e 2.000 feriti. Fu
graziato nel 1994 dallo stesso presidente Caldera che poi sconfisse nelle
elezioni con il 56% dei voti con il Polo Patriottico formato dal suo
Movimento della 5° Repubblica appoggiato dai movimenti di sinistra. Nei
primi anni di governo Chavez dette aiuti finanziari a Cuba in
cambio di 14.000 medici cubani che vennero utilizzati per portare
assistenza sanitaria nelle periferie e nelle zone più depresse, dove fu
promossa la ridistribuzione delle terre incolte, la legalizzazione delle
case abusive, la costituzione di negozi di generi alimentari a basso costo
per calmierare i prezzi, la requisizione con indennizzo di fabbriche
dimesse per darle in gestione a cooperative di lavoratori, controllate
dallo stato, in cui i lavoratori sono soci e in alcuni casi percepiscono
salari bassissimi, mentre le industrie e le banche sussidiate vedono
crescere gli utili. Nell’aprile
2002 ci fu un tentativo di colpo di stato di parte dell’esercito
appoggiato dagli imprenditori, dalla Chiesa, dalla dirigenza della PDVSA,
che nominò il presidente degli imprenditori Carmona a Presidente della
Repubblica, ma 48 ore dopo le folle e i militari fedeli a Chavez lo
liberarono dagli arresti e lo reintegrarono nelle sue funzioni; gli
scontri provocarono 40 morti e
300 feriti. A
dicembre 2002 la crisi sfociò con lo sciopero generale ad oltranza
che bloccò anche la produzione del petrolio obbligando il Venezuela
addirittura ad importarlo, ma per aiutarlo venne costituito un “Gruppo
di amici”, con USA, Brasile,
Spagna, Portogallo, Messico, Algeria…per cui lo sciopero si esaurì dopo
due mesi e gli scioperanti vennero licenziati (con la dirigenza) e
sostituiti. Nell’agosto
2004 nel referendum richiesto per la sua destituzione Chavez venne
invece riconfermato con il 58% dei voti, nel dicembre 2005 alle
elezioni politiche i partiti di governo stravisero, ma con solo il 25% di
partecipanti al voto, per il boicottaggio dell’opposizione. Nell’aprile
2006, dopo questa vittoria, Chavez obbligò le compagnie petrolifere a
tornare a joint venture al 40% con la PDVSA e a pagare tasse al 50% come
la legge della nazionalizzazione prevedeva. 17 società accettarono, ENI e
TOTAL abbandonarono i giacimenti, subito sostituite da altre compagnie, ad
esempio cinesi. DAL
BOLIVARISMO AL SOCIALISMO? Il
3 dicembre 2006 Chavez ha nuovamente vinto le elezioni
presidenziali e come promesso nella propaganda elettorale ha approfondito
la “Rivoluzione Bolivariana per trasformare il Venezuela in un paese
socialista”. Ai primi di gennaio 2007 ha annunciato di
voler nazionalizzare la compagnia telefonica CANTV (per il 28,5% della
compagnia americana Verizon) e la Electricidad de Caracas, della AES
Corporation della Virginia (e vi sono scontri sulla questione degli
indennizzi ai proprietari), avere la maggioranza statale nei giacimenti di
bitume dell’Orinoco (come già per i pozzi petroliferi), controllare la
Banca Centrale per poter utilizzare i profitti petroliferi per programmi
sociali che saranno messi in atto da un apposito ministero (Partecipazione
Popolare e Sviluppo Sociale), affidato per la prima volta
a un membro del Partito Comunista del Venezuela, David Velasquez
Caraballo, di 28 anni. Per
portare avanti questi provvedimenti il Parlamento a conferito a Chavez
poteri speciali per 18 mesi. Interessante
notare alcune particolarità del sistema istituzionale venezuelano:
è un Presidenzialismo con un vice presidente capo dell’esecutivo,
designato dal Presidente, e si fonda su 5 poteri: oltre quello
Legislativo, Esecutivo e Giudiziario c’è un quarto “Potere
Cittadino”, una specie di super magistratura composta da un Difensore
del popolo, dal Procuratore Generale e dal Controllore Generale della
Repubblica, che devono vegliare per la buona gestione e legalità
nell’uso del patrimonio pubblico e promuovere l’educazione civica;
c’è un 5° “Potere Elettorale “che deve vegliare sul processo
elettorale nei referendum popolari che possono revocare tutte le leggi e
tutte le cariche pubbliche, dopo trascorso metà del mandato, su proposta
del Presidente, della maggioranza dell’Assemblea o del 10% degli
elettori, come è stato tentato per ben due volte anche per destituire
Chavez, nel 2002 e nel 2004. BOLIVIA In
Bolivia il Presidente Gonzalo Sanchez fu costretto dalla rivolta dell’ottobre
2003 (costata 80 morti) a fuggire, probabilmente in Florida. In quel
periodo Brasile e Argentina, con i neoeletti presidenti Lula e Kirchner,
erano interessati a far saltare il progetto di gasdotto verso il Cile, il
Pacifico e quindi Messico ed USA, per portare avanti quello verso
l’Atlantico, utilizzabile appunto dai loro paesi. Dopo
un’altra crisi di governo provocata dal blocco dell’approvvigionamento
dei carburanti nel giugno 2005, alle elezioni del gennaio 2006 vince il
candidato della sinistra Evo Morales, ex leader dei minatori
licenziati, con quasi il 70% dei voti; a maggio vengono
nazionalizzati gas e petrolio, cioè gli utili che prima andavano per
l’82% alle compagnie vengono assegnati allo stato, per un’entrata di
300 milioni di $ in più all’anno. In pratica le condizioni sono state
allineate a quelle in vigore negli altri stati produttori, ma il prezzo
delle forniture di gas per i paesi “fratelli” Brasile e Argentina, pur
essendo quasi raddoppiati, sono ancora inferiori di quelli internazionali
(5,5 contro 7 $/BTU). La
politica estera vede il governo Morales schierato con Cuba e il Venezuela,
coi quali ha stipulato un trattato di cooperazione militare che
consentirebbe l’ingresso nel paese di truppe venezuelane nel caso di una
crisi interna, e ciò ha prodotto forti conflitti con l’opposizione. Inoltre
le province orientali della Bolivia, più ricche rispetto a quelle andine,
minacciano la secessione se non sarà riconosciuta più ampia autonomia. ACCORDI
DI INTEGRAZIONE TRA GLI STATI SUDAMERICANI Dal
2003, per iniziativa dei nuovi
governi Lula (riformista) in Brasile e Kirchner (peronista keinesiano) in
Argentina, si parla di moneta unica per il Mercosur (Brasile, Argentina,
Uruguay, Paraguay e Venezuela, con il Cile “associato”). Nel
dicembre 2004 Venezuela e Cuba hanno
varato l’ALBA (ALternativa Bolivariana per l’America latina),
progetto di integrazione cui dall’aprile 2006 ha aderito anche la
Bolivia. Nel
2004 è stato anche siglato un
accordo tra i paesi del Mercosur e la Comunità Andina (Colombia, Ecuador,
Perù, Bolivia, e Venezuela) più Guyana e Suriname, per dare vita alla Comunità
Sudamericana delle Nazioni (CSN), che auspica la creazione di una
Banca del Sud America e di un Fondo Monetario Sudamericano. Questi
organismi si oppongono al piano degli USA dell’Area di Libero Commercio
per le Americhe (ALCA), dall’Alaska alla Terra del Fuoco,
vagheggiata già agli inizi degli anni ‘90 dalla prima amministrazione
Bush. Nel
maggio 2006 l’UE ha creato un fondo di 4 miliardi di euro per la
cooperazione con l’America Latina. A
gennaio del 2006 ha vinto le presidenziali in Cile la socialista
Bachelet, ex fuoriuscita nel 1973, riparata nella DDR; a giugno in
Perù ha vinto le presidenziali Alain Garcia, ex socialista diventato l’anti
Chavez, ritornato al potere dopo 16 anni, a novembre in Ecuador ha
vinto Rafael Correa, anche lui fautore del controllo pubblico sulle
materie prime. Sempre
a novembre 2006 l’ex leader
sandinista Daniel Ortega, caduto nel 1990, ha vinto le elezioni in
Nicaragua con lo schieramento Unida Nicaragua Trionfa, alleato con il suo
ex nemico somozista, ex leader dei Contras finanziati dagli USA, Jaime
Morales; alleanza benedetta anche dalla chiesa dopo aver ottenuto il loro
impegno contro l’aborto terapeutico. L’11 gennaio 2007 il
Nicaragua ha aderito all’ALBA.
LOTTA
POLITICA IN AMERICA LATINA L’USO
“POLITICO” DELL’ETANOLO Anche a Marzo è continuato l’offensiva degli USA in America Latina per portare avanti il piano commerciale e di integrazione politica ALCA (Area di Libero Scambio per le Americhe) in contrapposizione al CSN (Comunità Sudamericana delle Nazioni), promossa soprattutto dal Venezuela (vedi Bollettino Febbraio ’07). Il Presidente Bush e il suo seguito hanno fatto tappa in Brasile, Uruguay, Colombia e Cile per proporre accordi “per migliorare la condizione umana, per avanzare politiche di crescita e di sviluppo” (La Stampa 7 marzo e seguenti). Il 9 marzo ha incontrato il Presidente del Brasile Lula per proporre accordi per la produzione, la distribuzione e il consumo dell’etanolo ad uso combustibile. L’etanolo è un alcool ottenuto dalla fermentazione di vegetali ricchi di carboidrati e zuccheri (mais, barbabietole, canna da zucchero, frutta, ecc).Già attualmente viene usato in aggiunta alla benzina fino al 10-30% a seconda dei motori senza modificarli o con alcuni accorgimenti, anche puro; produce meno inquinamento ambientale ed è rinnovabile perché è coltivabile. Il Brasile è il 2° produttore mondiale con 17 miliardi di litri all’anno ricavati dalla canna da zucchero, con costi del 30-35% inferiori alla benzina e la distribuzione è assicurata in quasi tutte le stazioni di servizio del territorio nazionale. Gli USA sono già attualmente il primo produttore mondiale di etanolo con 22 miliardi di litri, ricavato però dal mais con costi superiori. L’Amministrazione Bush nel 2000 non aveva sottoscritto il trattato di Kyoto per la riduzione delle emissioni dei gas inquinanti, ma ora si mostra pi sensibile al problema dopo le prese di posizione del democratico Al Gore e del Governatore della California, il repubblicano Scwarzenegger,in difesa dell’ambiente: nel discorso sullo Stato dell’Unione, ha previsto di ridurre del 20% il consumo di benzina in 10 anni sostituendola soprattutto con l’etanolo, il cui consumo quindi dovrebbe aumentare di 7 volte. Un
incremento così alto però farebbe lievitare in USA il prezzo del mais
del 50%, : quindi è prevista,
per la sua fabbricazione, l’utilizzo della cellulosa e l’importazione
dall’America latina, dove comunque queste coltivazioni sicuramente
provocheranno squilibri nel settore
agricolo e conseguenze carenze
alimentari nelle popolazioni pi povere. Gli USA vogliono così diminuire la dipendenza dall’importazione di petrolio dal Venezuela,. cercando di rafforzare i legami economici con i paesi dell’America Latina che potrebbero essergli più ostili. Chavez in risposta ha organizzato un viaggio parallelo in Argentina e Bolivia, dove ha partecipato a manifestazioni contro gli USA inneggiando alla “rivolta popolare”, secondo lui già iniziata con i disordini anti-Bush nei paesi che questi stava visitando. UNA FORTE CRITICA AL CHAVISMO La Lega Internazionale dei Lavoratori (LIT), di ispirazione trotskista, presente in America latina, soprattutto in Brasile, nella sua rivista Correo Internacional, afferma che Chavez …“parla di socialismo per nascondere il suo progetto che il Venezuela continui ad essere un paese capitalista … (perché) attualmente il salario minimo, per la maggioranza dei lavoratori è di 250 dollari (al mese), mentre il paniere famigliare si stima intorno ai 650 dollari … finora non si è avuto un miglioramento reale, considerando i grandi introiti petroliferi del paese”. In un altro articolo però si dice…” Ma il popolo venezuelano confida in lui. Per questo chiamiamo i lavoratori e le masse venezuelane a organizzarsi e a mobilitarsi per esigere che applichi questa politica . Se, come noi crediamo, Chavez non la porterà avanti, questa mobilitazione e questa organizzazione permetteranno che siano i lavoratori e le masse a prenderla direttamente in mano”. La LIT contesta quindi la creazione del Partito Socialista Unico del Venezuela (PSUV) che dovrebbe inquadrare nelle sue strutture le organizzazioni e settori di base chaviste per guidare la “fase di costruzione del socialismo”. Secondo la LIT esso servirebbe per controllare la mobilitazione delle masse in modo che non diventi indipendente e rivoluzionaria e infranga il quadro dello stato borghese; trasformerebbe i sindacati in apparati statali, controllati dal Governo. SI riporta l’esempio di Peron in Argentina nel ’46 che si appoggiò al Partito Laburista per prendere il potere, e poi costituì il Partito Giustizialista sotto la sua direzione personale. Su questa posizione critica converge anche la Frazione trotskysta-Quarta Internazionale (FTQI) che rivolge un appello internazionalista alle altre organizzazioni per costituire un Partito dei Lavoratori autonomo dal governo e dal PSUV, basato sulle organizzazioni sindacali di base e i comitati di fabbrica, sui metodi della democrazia operaia, che difenda un programma chiaramente anticapitalista, per ottenere … “nazionalizzazioni senza indennizzo e sotto controllo operaio di tutte le industrie strategiche del Venezuela, contro le finte nazionalizzazioni di Chavez … per difendere la prospettiva di un governo operaio, contadino e popolare come unica strada per cominciare a risolvere le principali rivendicazioni popolari…” I lavoratori italiani devono seguire con attenzione gli sviluppi delle lotte tra le classi e tra gli Stati in America Latina e le varie tesi politiche presenti, per essere pronti a intervenire in appoggio ai lavoratori e alle masse povere di quei paesi, valutando la maniera migliore per contrastare l’interesse dell’imperialismo mondiale e favorire la loro emancipazione. Dobbiamo ribadire, contro ogni mistificazione in Italia e in tutto il mondo, che “socialismo”deve significare, come minimo, miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e delle masse povere, contro la tesi opportunista che conosciamo fin troppo bene, che i lavoratori devono fare sacrifici oggi per un futuro migliore, mentre i profitti non vengono neppure intaccati!
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