CORRISPONDENZE - INTERNAZIONALE

NORD AMERICA

 

 

 

PRIMO MAGGIO NEGLI STATI UNITI

Delle manifestazioni svoltesi in varie città del mondo in occasione del Primo Maggio 2006, forse le più significative sono state quelle negli Stati Uniti, che hanno visto centinaia di migliaia di persone scendere in piazza per la richiesta di regolarizzazione e della cittadinanza per tutti i lavoratori immigrati. Negli USA esistono oggi circa 12 milioni di immigrati irregolari, sulle cui spalle grava una consistente parte dell’economia americana. Nel dicembre scorso la Camera aveva approvato il cosiddetto Sensenbrenner Bill, che istituisce il reato di permanenza senza documenti negli Stati Uniti e punisce chiunque aiuti gli immigrati in condizioni di irregolarità. Contro questo provvedimento si sono mobilitati i lavoratori, soprattutto latinoamericani, e per la prima volta dopo tanti anni il Primo Maggio (che negli USA è un giorno feriale) a New York, Chicago, Los Angeles molte grandi aziende hanno tenuto chiusi i battenti di fronte allo sciopero di vasti strati di salariati. Documentando lo svolgimento dei cortei, il giornale internazionalista “Che fare” nel numero di maggio-giugno riporta quelle che vengono definite alcune contraddizioni della protesta, ovvero: 1. Le rivendicazioni dei migranti hanno una coloritura nazionalistica (come testimoniano le numerose bandiere a stelle e strisce presenti nei cortei), ovvero la richiesta di integrazione è nel senso di diventare “americani” come tutti gli altri. Non sono comunque mancate le denunce della politica neoliberista del Nafta e in generale dell’amministrazione USA, che rovinando i paesi dominati alimenta il movimento migratorio dai continenti di colore verso la metropoli statunitense. Dunque emergono posizioni di solidarietà internazionalista, seppur minoritarie.

2. Necessità di istituire un collegamento con i neri statunitensi, oggetto sinora di un’oculata azione propagandistica anti-latinos e che si sentono oggettivamente minacciati dai pericolosi concorrenti nuovi venuti.

3. Forme della protesta: questa, piuttosto che centrarsi su alcune leadership di spicco, com’è nella tradizione americana, sembra assumere caratteristiche di autonomia e autorganizzazione dal basso.

4. Necessità di istituire un rapporto con il movimento contro la guerra americano.

Dopo il Primo Maggio il dibattito sull’immigrazione negli USA è proseguito, facendo presagire che la questione sarà assai controversa. Il 26 maggio il Senato USA ha approvato una riforma dell’immigrazione in base alla quale una parte dei 12 milioni di irregolari americani sarebbe regolarizzata, mentre viene confermato il rafforzamento dei confini con il Messico, peraltro annunciato da Bush nei giorni scorsi. Questa riforma andrà ora armonizzata con il Sensenbrenner Bill. In Arizona si sono intanto verificati episodi di nazionalismo, che ricordano le pagliacciate di certi leghisti di casa nostra: gruppi di vigilantes hanno iniziato la costruzione di una barriera simbolica di filo spinato per esprimere il loro favore all’ipotesi di un controllo dei confini messicani.

E’ vitale che le contraddizioni sopra esposte vadano superate al più presto affinchè il movimento per i diritti degli immigrati si esprima al massimo delle sue potenzialità e riesca a condizionare i provvedimenti della classe dominante americana.

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RECLUTAMENTO E DISERZIONI NELL’ESERCITO USA

  Il brano seguente è tratto dall’opuscolo “Oltre il giardino: guerra infinita ed egemonia americana sull’economia mondo capitalistica”, pubblicato nel marzo 2003 (appena prima dell’intervento USA in Iraq) dalla casa editrice anarchica Zero in Condotta. Il libro fa un’analisi politico-economica a suffragio della tesi degli Stati Uniti come unica superpotenza mondiale, impegnati a partire dal 2001 difendere la loro supremazia con una “guerra infinita” che potrebbe avere una durata pluridecennale.

 

  A differenza dell’Inghilterra, centro dell’imperialismo del XIX e del XX secolo, gli Stati Uniti incamerano capitali da tutto il mondo, importano e non esportano capitali. Hanno una bilancia commerciale che è perennemente in rosso e che viene pareggiata dal fatto che importino capitali ben più di quanto non ne esportino. Non sono solo il mercato finanziario principale del mondo, ma sono anche i maggiori incameratori di plusvalore che si produce in tutto il pianeta. La principale conseguenza di questo dato di fatto è che mentre gli accordi multilaterali o bilaterali promossi dall’Inghilterra, centro imperialistico, erano volti a favorire il libero scambio senza preoccuparsi anche dell’esistenza di settori protetti negli altri paesi, dal momento che era innanzitutto interessata a permettere che merci e capitali entrassero al suo interno per ridistribuirli poi nel mondo, gli Stati Uniti sono un’economia espansiva che tende a colonizzare le altre, e quindi imposta i propri rapporti economici internazionali nel senso della massima apertura dei mercati altrui alle merci made in USA e della apertura controllata del proprio mercato a quelle provenienti dall’estero.

  La sfida globale in cui gli Stati Uniti sono impegnati oggi è quella di colonizzare tutti i mercati, tutti gli spazi economici possibili, costringendo gli altri attori alla massima apertura liberoscambista e mantenendo il livello di protezionismo che riterranno utile al proprio interno.

Naturalmente il fattore della preponderanza militare è quello decisivo nel rendere possibile un’impostazione “imperiale” dei rapporti internazionali.

 

            Dato il ruolo centrale dell’attività militare USA nel mondo, è importante conoscere numeri e caratteristiche di questa gigantesca macchina bellica: in estrema sintesi, attualmente le basi militari USA nel mondo sono circa 700, in 140 diversi paesi, per un totale di circa 300.000 uomini. In Italia, vi sono circa 150 postazioni USA. Gli USA attualmente spendono circa la metà dei 1000 miliardi annui di spesa militare mondiale.

L’amministrazione USA cerca di favorire il reclutamento ricorrendo agli immigrati in cerca della cittadinanza: dagli attentati dell’11 settembre 2001 a oggi, oltre 26mila soldati nati al di fuori degli Usa sono stati naturalizzati. A volte, solo dopo la morte sul campo di battaglia.

Secondo le regole vigenti per gli aspiranti cittadini, dopo il ricevimento della green card (il permesso di soggiorno) devono passare cinque anni prima di poter presentare la richiesta di naturalizzazione. Anni fa, per i membri delle forze armate il limite era stato fatto scendere a tre anni. Poi, nel luglio 2002, Bush firmò un ordine esecutivo che, per gli immigrati sotto le armi, aboliva questo periodo di attesa. Anche se si tratta di clandestini arruolatisi con documenti falsi. Oggi, in pratica, per diventare cittadino statunitense basta arrivare negli Usa, farsi reclutare, partecipare a un conflitto e attendere otto-dieci mesi per l’espletamento delle pratiche necessarie. Se si ha la fedina penale pulita, si parla inglese e si dimostra di conoscere a grandi linee la storia statunitense e il funzionamento delle istituzioni, si verrà premiati nel corso di cerimonie collettive che spesso si svolgono direttamente sul campo, in Iraq e in Afghanistan. Con decine di militari a giurare sulla Costituzione, diventando a tutti gli effetti statunitensi. L’ordine di Bush ha avuto come effetto un aumento delle richieste di arruolamento da parte di stranieri.

Nell’esercito americano comunque è costante il fenomeno delle diserzioni, soprattutto in teatri di guerra come quello iracheno dove la resistenza locale mette a dura prova il “patriottismo” dei soldati USA (più di cento soldati uccisi nel mese di ottobre 2006).

Diverse fonti valutano nell’ordine delle decine di migliaia il numero dei disertori dell’esercito USA dal 2001 (invasione dell’Afghanistan) ad oggi, e anche il Pentagono lo ammette. Attualmente, le forze armate americane contano su 1,4 milioni di militari e il tasso di diserzione nel 2005 è stato dello 0,24% (circa 3500 uomini).

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