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CORRISPONDENZE - INTERNAZIONALE MEDIO ORIENTE |
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I FLUSSI FINANZIARI SONO UNA DELLE POSTE IN GIOCO IN MEDIO ORIENTE
In questo mese di febbraio il Medio Oriente è stato teatro di importanti e drammatici avvenimenti: 1. L’aggravarsi della situazione nell’Irak occupato, dove negli ultimi giorni si delineano sempre più scenari da guerra civile. 2. La sanguinosa protesta per le vignette blasfeme su Maometto, iniziata il 2 febbraio ed estesasi in vaste aree del mondo musulmano, cui fanno seguito le prese di posizione dei crociati occidentalcristiani di casa nostra. 3. Le difficili e controverse trattative per la Palestina indipendente condotte da Hamas, vittoriosa alle elezioni. 4. I presunti rumori di guerra intorno all’Iran, che il 4 febbraio è stato deferito al Consiglio di Sicurezza dell’Onu con l’accusa di lavorare a progetti di armamento atomico. Questi eventi hanno dei legami l’uno con l’altro, assai complessi ed articolati, e delle cause profonde comuni nella feroce lotta per la spartizione dei mercati petroliferi da parte delle potenze capitalistiche. In particolare per quanto riguarda l’Iran riteniamo utile segnalare la tesi secondo cui l’ipotesi di azione contro il regime di Ahmadinejad ventilata dagli Stati Uniti è spiegata dalla necessità per la potenza americana di preservare la quotazione del mercato del petrolio in dollari, cosa che sembra messa a repentaglio dall’annuncio iraniano di voler aprire una borsa petrolifera con quotazioni in euro dal prossimo 20 marzo. Non va dimenticato che lo stesso Saddam Hussein si preparò sin nel 2000 a commercializzare il petrolio iracheno in euro, e l’aggressione americana del 2003 scongiurò questa eventualità (come spiegato esaurientemente sul giornale Il lavoratore comunista del dicembre 2003). Riportiamo una parte dell’articolo “La borsa petrolifera iraniana è una minaccia diretta contro il dollaro” di Mike Whitney, giornalista e attivista radicale residente a Washington, nella traduzione pubblicata sul sito resistenze.org.
"L’amministrazione Bush non permetterà mai che il governo iraniano apra una borsa petrolifera iraniana basata sull’euro. Se ciò dovesse accadere centinaia di miliardi di dollari rifluirebbero negli Stati Uniti con l’effetto di schiacciare il biglietto verde e affondare l’economia. Ecco perchè Bush & Co, vogliono fare la guerra all’Iran. Si tratta puramente e semplicemente di difendere l’attuale sistema mondiale e la sua moneta di riserva: il dollaro. L’accusa che l’Iran si stia preparando a sviluppare armi atomiche è un semplice pretesto. Secondo la NIE (National Intelligence Estimate) l’Iran avrà bisogno ancora di una decina d’anni per poter sviluppare qualche forma di armamento atomico. Il direttore della AIEA, Mohammed El Baradei, ha ripetuto continuamente che la propria agenzia di controllo non ha trovato “nessuna prova” che esista un programma nucleare militare. Non esiste infatti nessun piano nucleare di armamenti, né tantomeno nessun armamento nucleare, in realtà sono i progetti economici iraniani che costituiscono una minaccia mortale per l’economia americana, e la minaccia non può essere ignorata lasciando che sia l’inesorabile funzionamento delle leggi del libero mercato a regolare le cose. Fatto sta che l’America ha il monopolio sul mercato del petrolio. Il petrolio viene venduto esclusivamente in dollari presso le borse di New York (NYMEX) o di Londra (IPE), ambedue in mani americane. Questo comporta che le banche centrali mondiali sono costrette a mantenere grosse riserve di dollari anche con un biglietto verde appesantito da un debito di 8 mila miliardi di dollari e con l’amministrazione Bush che ha dichiarato di continuare nella sua politica di indebitamento rendendo permanenti i tagli alle tasse. Il monopolio americano, come valuta mondiale di riserva, segue perfettamente lo schema piramidale di una catena di Sant’Antonio. Dal momento che le altre nazioni sono obbligate a comprare dollari per potersi approvvigionare di petrolio, gli USA possono continuare nella loro politica sfrenata di indebitamento senza pagare pegno. (Attualmente il dollaro rappresenta il 68% dell’ammontare complessivo delle riserve mondiali, contro il 51% di appena una decina di anni fa.) L’unica minaccia a questa strategia è la prospettiva di una concorrenza rappresentata da una terza borsa mondiale indipendente, che costringerebbe il già pericolante dollaro a confrontarsi faccia a faccia con una valuta di riserva più stabile (e senza grossi debiti) come l’euro. Questa situazione consentirebbe alle banche centrali di diversificare le loro riserve rimandando in America miliardi di dollari con l’effetto di provocare un devastante ciclo di iperinflazione. Gli sforzi di mantenere lontano dai titoli di prima pagina l’apertura della borsa petrolifera iraniana sono stati coronati da un grande successo. Una ricerca con Google ci dimostra che NESSUNO dei maggiori giornali o reti TV ha parlato dell’imminente borsa iraniana… I grandi mezzi di comunicazione invece di informare il pubblico hanno fatto da grancassa ai disegni del governo, manipolando così l’opinione pubblica e ripetendo in continuazione i temi demagogici di Bush. Il risultato è che pochi sono a conoscenza della gravità della situazione che minaccia l’economia americana. La controversia non è quindi tra “liberali contro conservatori”. Tutti quelli che hanno analizzato il problema sono giunti alla medesima conclusione, se la borsa iraniana avrà successo il dollaro precipiterà con gravi conseguenze per l’economia americana."
E’ difficile prevedere quali possano essere i prossimi scenari per la crisi iraniana. Il 6 marzo si riunisce il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per affrontare la questione. Nel frattempo, qui da noi gli internazionalisti e i rivoluzionari, come chiunque voglia in qualche modo essere partecipe alla lotta contro i crimini dei governi imperialisti, possono e devono denunciare gli interessi del nostro imperialismo in Medio Oriente, complice di quello americano, e lavorare attivamente per il ritiro incondizionato delle truppe italiane dall’Irak come da ogni altro scenario di guerra. Una scadenza importante per misurare lo stato del movimento contro la guerra in Italia è il prossimo 18 marzo, giornata mondiale a tre anni dall’aggressione all’Irak da parte USA e britannica. Cercando con Google “borsa petrolifera iraniana” vi sono altri testi sul tema. Un’aggiornamento esauriente della stampa americana sull’Iran (in inglese, quindi) è reperibile al sito www.StopWarOnIran.org.
AGGIORNAMENTO SULLA CRISI IRANIANA Sul bollettino di febbraio abbiamo scritto erroneamente che il 6 marzo doveva tenersi un vertice del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla questione del nucleare iraniano, mentre in realtà si trattava di una nuova riunione dell’Aiea (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica). Il dossier di quest’ultima è stato comunque trasmesso all’ONU e per tre settimane è stato dibattuto nelle relazioni diplomatiche tra le varie potenze. Si è giunti alla dichiarazione unanime dei 15 membri del 30 marzo, nella quale l’ONU ha dato 30 giorni di tempo all’Iran per sospendere le sue attività di arricchimento dell’uranio. Nel documento si invita l’Iran a “prendere le misure richieste dal Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) che sono essenziali per stabilire la fiducia (della comunità internazionale) nel carattere esclusivamente pacifico del suo programma nucleare”. Il documento “sottolinea, al riguardo, l’importanza particolare di un completo e duraturo ristabilimento della sospensione (da parte dell’Iran) di ogni attività legata all’arricchimento di uranio, anche in un quadro di ricerca e sviluppo, e che la sospensione sia verificata dall’Aiea”. Corretto diverse volte, il testo è risultato alla fine meno forte della sua versione originale, perché la Russia e la Cina hanno preteso di eliminare passaggi non condivisi, in particolare un paragrafo che indicava - dapprima esplicitamente, poi implicitamente - che il programma nucleare iraniano costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Tuttavia l’iniziativa del Consiglio di Sicurezza è una presa di posizione che non può che far salire le tensioni. Nel frattempo, ha fatto capolino su “La Stampa” del 28 marzo (pagina economica) la questione della borsa petrolifera iraniana, di cui ci siamo occupati nel bollettino di febbraio e che sembra la principale causa dell’accanimento degli USA nei confronti del regime di Ahmadinejad. Nell’articolo firmato da Farian Sabahi l’apertura di una borsa del greggio in euro viene indicata come uno dei motivi del possibile attacco statunitense all’Iran. La televisione di stato iraniana ha annunciato l’avvio di tale borsa per lunedì 3 aprile (prima era stato detto il 20 marzo). Tuttavia, se davvero dovesse essere inaugurata, tale borsa per tre anni si limiterebbe a vendere solo prodotti petrolchimici (solo l’1% del mercato), dunque non rappresenterebbe una minaccia così immediata. Sempre nell’articolo si ricorda che l’Irak di Saddam Hussein aveva preso la stessa iniziativa nell’autunno del 2000, e che uno dei primi provvedimenti di Paul Bremer dopo la presa di Baghdad, nel 2003, fu l’imposizione esclusiva del prezzo del greggio in dollari. L’articolo conclude dicendo che l’idea degli iraniani non è così originale, perché alla fine del 2005 anche il direttore della borsa di Oslo, il norvegese Sven Arild Andersen, ha dichiarato di essere stanco di dipendere dall’IPE di Londra e di dover vendere il petrolio norvegese al resto d’Europa utilizzando il dollaro. Queste considerazioni inducono a ritenere che lo scontro per l’indirizzo dei flussi finanziari può essere uno dei fattori di instabilità del sistema capitalistico mondiale. Se dovesse verificarsi un crack finanziario internazionale, c’è da augurarsi e da lavorare affinchè esso apra nuovi spazi per un’azione di trasformazione rivoluzionaria della società, al termine della quale anche il “dio denaro”, oppressore della vita e della coscienza umane, sarà relegato nel museo delle antichità. M. D.
“DUE TATTICHE” INTERNAZIONALISTE NELLA QUESTIONE IRANIANA Nella
drammatica e controversa situazione mediorientale, si pone il problema
per i comunisti internazionalisti in Italia dell’atteggiamento da
assumere verso quelle forze sociali che, pur non essendo affatto né
comuniste ne internazionaliste, di fatto sembrano svolgere un ruolo di
spina nel fianco per gli imperialisti occidentali impegnati a perpetrare
le proprie rapine in Asia; queste forze sociali sono ad esempio
l’organizzazione di Hamas in Palestina, la resistenza nell’Irak
occupato, il regime di Ahmadinejad in Iran, la guerriglia talebana in
Afghanistan. Seguono
due stralci tratti da periodici internazionalisti pubblicati in Italia,
i quali esprimono due differenti posizioni tattiche sulla questione
iraniana (della cui importanza a livello internazionale abbiamo discusso
nei precedenti bollettini). Il confronto tra i due brani, molto
stimolante, si pone come momento di sincero dibattito tra tutti i
comunisti che lavorano per una società liberata dall’imperialismo. Posizione
1. da Pagine
Marxiste n.9,
gennaio-aprile 2006 * Mentre
denunciamo le minacce imperialiste di aggressione all’Iran, e
condividiamo l’opposizione ad ogni azione in questa direzione, è
lungi da noi parteggiare per lo stato iraniano. L’internazionalismo
non ha nulla a che vedere con l’antiamericanismo. L’antiamericanismo
è una politica imperialista, è la politica degli imperialismi rivali
degli Stati Uniti. E’ coerentemente contro l’imperialismo solo chi
è contro tutti
gli
imperialismi a partire dal proprio,
chi è innanzitutto contro il capitalismo. L’Iran
è un paese capitalista e uno stato reazionario al massimo grado. La
Repubblica Islamica è nata sul sangue di decine di migliaia di
lavoratori, schiacciati dalla reazione islamica borghese dopo che erano
stati protagonisti della cacciata dello Scià. La borghesia privata e di
stato che domina nella Repubblica Islamica sfrutta e reprime
spietatamente ogni tentativo della classe operaia iraniana di
organizzarsi e di lottare autonomamente, per la difesa delle proprie
condizioni e per l’abbattimento del capitalismo. Ogni appoggio a
questo stato è una posizione reazionaria. *Pagine
Marxiste è un raggruppamento internazionalista fuoriuscito da Lotta
Comunista nel 2003, ed operante soprattutto a Milano e Pavia. Posizione
2. da Spartaco
n.
67,
marzo 2006* In
caso d’attacco militare contro l’Iran da parte dell’imperialismo
degli Stati Uniti o d’Israele, o da qualunque altra forza che agisca
per conto degli imperialisti, noi marxisti dichiariamo: il
proletariato internazionale deve schierarsi per la difesa militare
dell’Iran contro gli attacchi imperialisti.
Allo stesso tempo non diamo il benchè minimo sostegno politico al
regime reazionario di Teheran. La nostra difesa dell’Iran capitalista
è condizionata: nei conflitti militari tra potenze imperialiste e paesi
dipendenti semi-coloniali, la nostra politica è il difensismo
rivoluzionario. Difendiamo il paese oppresso contro il paese oppressore
e promuoviamo la lotta di classe nei centri imperialisti, così come nel
paese oppresso. Ogni vittoria per gli imperialisti nelle loro avventure
militari, incoraggia ulteriori guerre di rapina; ogni battuta
d’arresto serve ad aiutare le lotte dei lavoratori e degli oppressi. La
natura reazionaria del regime dei mullah dell’Iran non riduce in alcun
senso il dovere dei proletari rivoluzionari di schierarsi dalla parte
dell’Iran contro l’imperialismo degli Stati Uniti. *Spartaco
è il periodico italiano della Lega Comunista Internazionale (International
Communist League), che ha il suo centro propulsore nella Bay Area degli
Stati Uniti (San Francisco).
LOTTA POLITICA IN MEDIO ORIENTE - TURCHIA E KURDISTAN Per i lavoratori che in Occidente si pongono il problema della rivoluzione mondiale per superare l'attuale modo di produzione capitalistico, è molto importante conoscere la situazione in cui si trovano altri comunisti, a livelli diversi di sviluppo capitalistico, per poter procedere insieme nella lotta, uniti dai principi e alla ricerca di una comune strategia. PREMESSA STORICA: LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE E SUOI RIFLESSI IN MEDIO ORIENTE Nella guerra 1914-18, la Triplice Intesa (Francia, Inghilterra, Russia) aveva stipulato accordi segreti in caso di vittoria per la spartizione dell’Impero Ottomano. Con l’uscita della Russia dalla guerra, in seguito alla Rivoluzione del 7 novembre 1917 e alla pace di Brest Litovsk del 3 marzo 1918, questi piani vennero scombinati perché i sovietici rinunciarono alla parte turca che l’esercito zarista aveva occupato, ovvero l’Armenia. I soldati russi anzi costituirono, sul territorio armeno occupato, il Soviet e proclamarono la Repubblica di Erzincan, che riuniva popolazioni armene e kurde. Uno dei primi decreti del Governo sovietico russo, una settimana dopo la rivoluzione, fu quello della “libertà di autodeterminazione per tutti i popoli della Russia”, per cui furono indetti, anche in Armenia, referendum popolari per decidere a quale stato appartenere; la parte della popolazione turca decise di stare in Turchia, non unirsi cioè alla parte armena-kurda. Il trattato di Sèvres del 10 agosto 1920 col sultano Maometto IV ratificò l’autonomia dell’Armenia, sotto il controllo americano, mentre il resto dell’impero ottomano veniva spartito tra protettorati francese, inglese, greco. Prevedeva inoltre la costituzione di una regione autonoma kurda (il kurdistan), i cui confini sarebbero stati determinati da una commissione composta da rappresentanti inglesi, francesi, italiani, persiani e kurdi. L’autonomia armena durò poco: nel 1920-21, le truppe nazionaliste del generale Mustafà Kemal, che si era opposto alla spartizione turca, la repressero, decimando la popolazione. Nel 1922 Kemal soppresse il sultanato e proclamò la repubblica diventandone Presidente con il titolo di Ataturk (padre dei Turchi!), dopo aver costretto francesi e greci a ritirarsi dalla Turchia. Il trattato di Losanna del 1923 cancellò dalle mappe sia la Grande Armenia che il Kurdistan a vantaggio della Turchia. I kurdi turchi furono scacciati verso le montagne e resistettero fino al 1938, sconfitti poi dal massiccio uso dell’aviazione turca. Anche in Irak la lotta dei kurdi fu accanita e i due partiti democratici curdi attuali sono eredi della resistenza agli inglesi. In Iran i kurdi volevano fare una repubblica autonoma insieme agli azeri e federarsi all’URSS, ma non ci riuscirono. UNA STRATEGIA INTERNAZIONALISTA Oggi nel folto panorama di partiti politici del Medio Oriente, ci sono correnti di comunisti turchi e kurdi che appoggiano la rivendicazione di un Kurdistan indipendente, ritenendola rivoluzionaria perché rompe l’assetto imperialistico dell’area; infatti ora il territorio del Kurdistan è diviso in 4 stati: Turchia, Irak, Iran e Siria. Queste correnti ispirano la loro posizione da situazioni simili affrontate nel ‘800 da Marx: ad esempio l’appoggio all’indipendenza della Polonia da parte del movimento operaio dell’epoca, che avrebbe creato contraddizione a Russia, Germania e Austria e quindi facilitato la rivoluzione proletaria in Europa. Anche Lenin insisteva che i comunisti polacchi (tra cui R. Luxemburg e Piatakov) si organizzassero in partito socialista autonomo da quello tedesco e russo per poter incidere maggiormente sulla questione nazionale. UNA LOTTA “CONCRETA” AL NAZIONALISMO Queste correnti valutano che un comunista non deve lottare contro l’opportunismo e il nazionalismo in astratto, ma in concreto, utilizzando tutte le contraddizioni esistenti, per portare le masse alla coscienza della necessità della dittatura del proletariato, togliendole dall’influenza del nazionalismo borghese. Per loro, il solo fatto che un popolo rivendichi l’indipendenza rende queste aspirazioni legittime e con valenza rivoluzionaria, essendoci continuità tra rivoluzione nazionale e proletaria. Altri partiti dell’area kurda portano avanti la politica della diplomazia e la guerriglia per ottenere questa indipendenza, ma queste forme implicano sempre la dipendenza da Stato e borghesia. Invece queste correnti comuniste portano avanti la via dell’insurrezione armata del proletariato, con l’obbiettivo di una repubblica sovietica federata con le altre repubbliche, l’internazionalismo, la libertà di tutte le etnie all’interno della repubblica, che deve essere laica e non deve reprimere l’attività comunista. Non è una rivendicazione etnica quindi, perché l’attuale borghesia kurda si appoggia al potere degli stati in cui opera per opprimere i salariati, anche utilizzando capi sindacali opportunisti kurdi, perché più funzionali a questo scopo. Infatti, ad esempio, i lavoratori e comunisti kurdi in Turchia si devono organizzare con i compagni turchi, mentre quelli che abitano il Kurdistan devono essere organizzati in un unico partito, per non essere utilizzati dai quattro stati in cui ora sono tenuti artificialmente divisi, contro le borghesie altrui. Queste correnti comuniste curde e turche sostengono che le differenze religiose sono sempre strumentalizzate dalla borghesia per i suoi interessi, e per questo motivo non partecipano alla “resistenza” irachena armata sia sciita che sunnita contro gli occupanti e i collaborazionisti, nè a quella laica baathista, perchè diretta da chi ha massacrato centinaia di migliaia di kurdi. PER UNA PROSPETTIVA COMUNISTA Queste correnti comuniste curde e turche portano avanti dichiaratamente l’unione dei comunisti di tutto il mondo per creare un terzo campo internazionalista nei conflitti interimperialistici. Sostengono che per preparare i lavoratori all’esercizio della dittatura proletaria finalizzata all’abolizione della divisione in classi, è necessario l’uso della democrazia diretta, non rappresentativa, con la revocabilità degli incarichi, l’abolizione della divisione tra decisione ed esecuzione negli organismi operai, lo sviluppo della cooperazione. L’esempio della rivoluzione russa secondo loro ha evidenziato i limiti di un potere sovietico troppo breve, che non ha potuto preparare il proletariato a resistere alla controrivoluzione borghese staliniana.
“DUE TATTICHE” NELLA QUESTIONE PALESTINESE Nel bollettino di maggio abbiamo messo a confronto due posizioni “tattiche” dei comunisti in caso di aggressione imperialista all’Iran. Ora facciamo la stessa cosa per quanto riguarda la lotta politica in Palestina, fermo restando che l’argomento andrà approfondito in maniera esauriente. Come premessa, ricordiamo che nelle settimane successive alla vittoria elettorale di Hamas dello scorso 25 gennaio è risultato chiaro che il nuovo governo palestinese non avrebbe seguito la politica di collusione con le potenze occidentali tenuta da Al Fatah. Dunque Israele, USA e UE hanno reagito con ritorsioni (militari l’uno, economiche le altre) che hanno reso oggi particolarmente drammatica la situazione a Gaza e in Cisgiordania. Ecco due diverse linee di un’azione comunista in Palestina: 1. La tormentata questione palestinese, Pagine Marxiste n. 9, agosto-ottobre 2005. Nell’articolo si afferma che una tappa per lo sviluppo di posizioni comuniste nell’area è l’appoggio all’autodeterminazione del popolo palestinese, cioè alla costituzione di uno stato autonomo. Così scrivono i compagni: I governi di Israele hanno sottratto terra e risorse, hanno distrutto case, arrestato, torturato e ucciso. Questa violenza ha compattato il proletariato palestinese dietro la sua borghesia, tanto che inevitabilmente l’autonomia dello stato palestinese assorbe tutte le aspettative, diventa l’obiettivo che sembra contenere in sè tutte le soluzioni. Le contraddizioni di classe del fronte palestinese sono mascherate dall’oppressione da parte dello stato israeliano, che a sua volta ha potuto usare lo scontro coi palestinesi con la stessa funzione, perchè il lavoratore israeliano cui salta in aria il figlio che va a scuola in autobus tende a vedere nello stato l’amico che lo difende. Per questo anche se il futuro stato palestinese non avrà probabilmente nulla di progressivo, anche se la sua dirigenza o è corrotta o è manutengola, l’autodeterminazione dei palestinesi è un passaggio obbligato perchè il proletariato di tutta l’area possa porsi degli obiettivi storici della sua classe e abbattere, insieme agli stati della borghesia, i loro confini nella lotta per il socialismo. 2. Elezioni in Palestina, Progetto Comunista, giugno 2006. Qui si sottolinea il fatto che l’autodeterminazione del popolo palestinese può realizzarsi solo se viene smantellata la struttura dello stato confessionale israeliano, che così com’è è un avamposto dell’imperialismo occidentale, e se viene creato un unico stato per arabi ed ebrei; il tutto in una prospettiva di federazione di popoli del Medio Oriente. Sono i fatti a dimostrare che la liberazione nazionale non potrà essere realizzata se non in un quadro sociale diverso e superiore: una Palestina libera, laica e socialista, con l’abbattimento dello stato sionista, il ritorno dei profughi, il rispetto dei pieni diritti democratici per la popolazione ebraica, ma sulla base del prioritario diritto all’autodeterminazione dell’oppresso popolo palestinese, che deciderà democraticamente le relazioni precise da instaurare tra i due popoli presenti sulla terra di Palestina. Tra l’altro è solo con tale prospettiva che si può realizzare il necessario coinvolgimento, a partire dai propri interessi di classe, nella lotta antisionista e antimperialista di una parte del popolo ebraico in Palestina, cosa che è una necessità assoluta ai fini della vittoria rivoluzionaria. Ma tale prospettiva non è nemmeno concepibile in isolamento nazionale. E’ sul terreno dell’intero Medio Oriente che si gioca lo scontro per battere l’imperialismo e la prospettiva non può essere che quella di una federazione socialista del Medio Oriente.
Le posizioni politiche sulla questione palestinese sono comunque numerose, e meritano ulteriori analisi che verranno riportate in seguito, anche grazie a contributi esterni che chiunque può inviare.
OPPOSIZIONE ALLA GUERRA IN LIBANO E PALESTINA 3 AGOSTO – PRESIDIO DAVANTI ALLA RAI DI TORINO In seguito dell’attacco israeliano alla Palestina e al Libano, in Italia vi sono state diverse iniziative contro la guerra. A Torino vi è stato un presidio davanti alla RAI di via Verdi il pomeriggio del 3 agosto, promosso da tredici associazioni e organizzazioni operanti in città. All’appello dei compagni libanesi e palestinesi che chiedeva un immediato e incondizionato cessate il fuoco si sono aggiunti una serie di volantini che denunciavano la politica connivente del governo italiano, il quale da subito si è offerto di mandare l’ennesima missione militare sotto il cappello ONU o europeo con il pretesto umanitario per rafforzare la presenza degli affari delle aziende italiane nell’area. Al presidio mancava Rifondazione Comunista, che si sta facendo strumento degli interessi nazionali borghesi (la maggioranza dei suoi deputati infatti ha votato come il PdCI il rifinanziamento alle missioni militari italiane, anche se spergiurando che era “per l’ultima volta”!). Il PRC approva l’intervento dell’ONU in Libano in quanto questa organizzazione sarebbe “autonoma dai potenti del mondo” (Liberazione, 15 luglio). E’ evidente invece che il ruolo delle Nazioni Unite è soltanto quello di mediare tra gli interessi politici ed economici delle grandi potenze, che infatti hanno diritto di veto sulle sue risoluzioni. La soluzione delle guerre sta nell’opposizione che ad esse possono dare i lavoratori di tutto il mondo, che non hanno interessi nazionali da difendere. Al presidio mancava anche la “sinistra comunista” extra-parlamentare, impegnata da decenni a costruire molti partiti rivoluzionari sulle pagine di astrusi e inconcludenti giornali zeppi di dotti riferimenti… E’ invece molto importante costruire dei momenti come quello del 3 agosto, di mobilitazione delle avanguardie politiche, che sono anche occasioni per discutere e confrontarsi con tutte le posizioni; così facendo infatti si possono portare alla politica ampi strati di lavoratori affrontando tutte le contraddizioni del sistema capitalistico e in primo luogo le guerre. Da
questo punto di vista diventano significative le posizioni contro la
guerra all’interno dello stesso stato di Israele. Così si esprimeva
un volantino di pacifisti arabi ed ebrei residenti nella Galilea: “Noi residenti della Galilea e delle Valli, arabi ed ebrei non
crediamo al governo di Israele ed al suo esercito, secondo i quali la
guerra è stata intrapresa per autodifesa e con l’obiettivo di
liberare i soldati catturati … perché è ormai di dominio pubblico
che i piani militari erano pronti da molto tempo… che più di un mese
prima dell’attacco di Hezbollah contro la pattuglia dell’esercito,
si effettuavano esercitazioni di prova per un attacco al libano… così
pure il rapimento dei ministri e dei parlamentari dell’Autorità
Palestinese era stata pianificata diverse settimane prima della cattura
del soldato Gilad Shait da parte di Hamas… noi residenti della Galilea
e delle Valli, assieme a tutti i popoli della regione, siamo vittime dei
piani di ridisegnare il Medio Oriente, del progetto di instaurare in
Medio Oriente un Nuovo Ordine, che non serve agli interessi di chi vi
abita”. Si può aggiungere che gli interessi di chi abita il Medioriente non
sono univoci; un vero interesse alla pace e alla concordia ce l’ha
oggettivamente solo chi non ha interesse di profitti e di sfruttamento,
cioè chi vive del proprio lavoro. Il volantino del
Comitato di Lotta Internazionalista poneva appunto l’accento sulle
differenze di classe all’interno della società araba, e sul ruolo del
proletariato. Chi sostiene la necessità di questo appoggio afferma che solo così è possibile mettere in difficoltà l’imperialismo e la sua politica di sfruttamento del Medioriente: l’equidistanza o l’indifferenza verso le parti in lotta di fatto sarebbero un avallo alla politica delle potenze vincitrici. D’altra parte bisogna tenere presente che in varie circostanze questa scelta tattica non ha avuto buon esito: basta ricordare l’appoggio del P.C. Cinese al Kuomintang nazionalista, che ha poi massacrato nel 1927 i lavoratori comunisti che erano insorti a Canton e Shangai; o l’appoggio del P.C. Iraniano (Tudeh) alla rivoluzione islamica Khomeinista del 1978 contro lo Shia Pahlevi, finito con la repressione di tutti i gruppi marxisti. A partire dalla Prima Guerra Mondiale le potenze occidentali hanno giocato a mettere in concorrenza gruppi etnici e religioni del mondo arabo per poter dominare l’area e sfruttarne le ricchezze, soprattutto petrolifere. Così, l’intreccio degli interessi contrapposti delle varie frazioni dominanti arabe ha portato ad esempio al massacro di circa 20000 palestinesi nel “Settembre Nero” del 1970 ad opera dell’esercito giordano o ancora quello di migliaia di civili palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila ad opera della destra falangista libanese nel 1982, non impedita ne’dall’esercito israeliano di Sharon ne’dalle truppe ONU (allora c’erano 4000 uomini, anche italiani). Questi episodi suggeriscono che sia necessario mantenere l’autonomia ideologica e organizzativa delle forze comuniste in campo se partecipano alle lotte nazionali degli stati arabi. Su questa questione così si esprime, in un documento del giugno 2006, il “Coordinamento di lotta anti-imperialista del Medio Oriente”, formato da diversi partiti e raggruppamenti comunisti operanti nell’area: “Le contraddizioni inter-imperialistiche per il controllo del mercato
mondiale e delle materie prime si evidenziano soprattutto in certe
regioni: Balcani, Medio Oriente, il bacino del Caucaso e del Mar Caspio,
America Latina…Le contraddizioni fra queste potenze imperialiste
consono ancora radicalizzate al punto da fare scoppiare tra di loro
conflitti diretti. Al contrario, negli ultimi 10-15 anni si sono formati
di volta in volta coalizioni diverse tra gli stessi stati imperialisti a
seconda delle proprie esigenze politiche del momento…L’imperialismo
sarà scacciato e sconfitto solo dalle lotte di resistenza e di
liberazione dei popoli oppressi di queste regioni…La politica
imperialista ha come risultato di unificare la lotta delle masse delle
nazioni oppresse con la lotta delle classi lavoratrici dei paesi
imperialisti… Il compito di cambiare la situazione spetta in primo
luogo alle forze comuniste, rivoluzionarie e progressiste delle singole
aree. Questo significa che la creazione di un coordinamento regionale è
necessario per le forse rivoluzionarie e comuniste per intervenire su
queste piattaforme (antimperialiste)”.
OPPOSIZIONE ALLA GUERRA DA PARTE DEL POPOLO ISRAELIANO L’opposizione alla guerra da parte del
popolo israeliano non trova molto spazio sui media ufficiali israeliani
bensì nelle carceri. Si tratta di un’opposizione fatta da
cineasti, soldati che rifiutano di prestare servizio nei territori
occupati (i refusnik), studenti, artisti e membri della societa’
civile. Gruppi organizzati si sono formati, come gli anarchici
israeliani contro il muro (Anarchists Against The Wall), che dal marzo
2003 collaborano con diverse associazioni e singoli palestinesi per
opporsi alla costruzione del muro della vergogna e degli avamposti
militari nei Territori occupati. Come al solito l’unica risposta che
ricevono è repressione. Lo scorso 11 agosto le forze di occupazione
israeliane hanno caricato una manifestazione pacifica che, come ogni
venerdì, si stava svolgendo nel villaggio di Bil’In, vicino a
Ramallah, contro il muro della vergogna e che questa volta riguardava
anche l’aggressione al Libano. Due giovani sono finiti in coma;
un’ebrea pacifista danese per aver ricevuto il calcio di un mitra in
testa, un attivista israeliano per una pallottola di gomma in faccia. Segue un parziale resoconto della
manifestazione, reperito sul sito Indymedia. La manifestazione era piu’ grande del
normale, molte piu’ persone partecipavano rispetto alle settimanali
manifestazioni a Bil’in. Oltre gli attivisti israeliani e
palestinesi, partecipavano circa 100 manifestanti provenienti
dall’estero: gente dell’ISM ed i partecipanti di Queeruption Tel
Aviv 2006. A mezzogiorno la marcia verso la
barriera di separazione e’ cominciata. Il tema della marcia era “Contro la
guerra in Libano”. Bandiere libanesi sono state portate
alla marcia. Anche
un gran manifesto in ebraico che chiedeva ai soldati di rifiutare il
servizio e quindi di rifiutare di diventare criminali di guerra. Inoltre
l’8 agosto 12 persone sono state arrestate in Israele per aver
dimostrato contro la guerra nei pressi della base aerea di Ramat David. A
Tel Aviv migliaia di persone hanno manifestato contro la guerra il 22/7
e il 5/8. In
Israele la leva e’ obbligatoria per tutti i maggiorenni, tre anni per
i ragazzi e due per le ragazze. Una volta finito il servizio militare,
esiste la possibilità - per gli uomini - di essere richiamati come
riservisti per alcune settimane all’anno, fino ai 54 anni d’età. Le
donne sono esonerate se hanno figli, altrimenti possono essere
richiamate anche loro, fino ai 34 anni. In ogni caso, dopo i 40 anni si
è esclusi dalle unità combattenti. Gli studenti possono ripetere gli
esami se vengono convocati durante la sessione universitaria. A quelli
che lavorano, le autorità cercano di pagare l’intero salario ma per
molti liberi professionisti, soprattutto per i commercianti, il problema
è trovare un sostituto al lavoro. I
riservisti sono solitamente inviati in Cisgiordania e Gaza, e proprio
questa ‘esperienza’ dell’occupazione ha provocato negli anni molte
reazioni critiche. Da qui è nato il movimento dei refusnik, che
raccoglie quanti si sono rifiutati di andare a servire nei Territori
palestinesi, ritenendo illegale la dominazione israeliana. A chi li
accusa di minare la sicurezza d’Israele, i ‘traditori’ rispondono
che proprio l’occupazione costituisce una minaccia all’esistenza
dello Stato ebraico.
GUERRA IN LIBANO PIANIFICATA SIN DAL 2001
Ecco
le parole del generale americano Wesley Clark in "Winning Modern
Wars" ("Vincere le guerre moderne", pagina 130), libro
pubblicato dal Generale nel 2003 dopo il suo ritiro e che, alla luce di
quanto sta succedendo, sembra profetico.
Non è possibile riconoscere la natura del conflitto arabo-israeliano fino a quando non si comprende che si tratta di una guerra coloniale. Sicuramente si tratta di un colonialismo anomalo in quanto la Palestina è divenuta una colonia di popolamento per una nazione senza stato, e quindi si tratta di un colonialismo senza metropoli. Ma non per questo costituisce di qualcosa di diverso, dove l’assurdo sta nel fatto che si è voluto creare una colonia di popolamento in un territorio tutt’altro che spopolato, e nemmeno arretrato, come poteva essere l’Australia, ma di un paese con una lunga storia dietro di sé, sede di civiltà antiche, anzi delle origini della civiltà. In tali condizioni non è possibile inserire una nuova popolazione sul territorio se non sopprimendo quella antica. E’ quello che sta succedendo. Così l’attuale occupazione dell’Irak può essere compresa solo considerando la guerra là in atto come una guerra coloniale per la riduzione di tale stato ad una colonia di sfruttamento, ovviamente in relazione alle sue risorse petrolifere. Ciò che rende difficile accettare tale punto di vista è il carattere antistorico di tali eventi, ma questo significa solo comprendere il carattere regressivo dell’attuale sistema sociale. Considerata in tale contesto l’attuale guerra in Libano costituisce l’ultimo episodio di una fase del conflitto in Medio Oriente che vede in grave difficoltà gli Stati Uniti e i suoi alleati, la Gran Bretagna e Israele. Se gli Stati Uniti pensavano di porre sotto il loro controllo le fonti del petrolio, la resistenza irakena ha vanificato questo obbiettivo. La situazione ora di fronte a loro è quella di trovarsi nella necessità di occupare militarmente a tempo indefinito un paese che è controllabile solo dividendolo, cioè innescando, come è già stato fatto, una guerra civile a sfondo etnico e religioso, e appoggiandosi alle forze più retrive del paese. Oppure semplicemente quella di dover ritirare le truppe di occupazione, e riconoscere un governo che sia l’espressione delle forze sociali reali dell’Irak, cioè non residui clericali e tribali, ma la borghesia moderna e le forze del lavoro sue alleate contro le vecchie congreghe tradizionali. Questa posizione di stallo in cui sono intrappolati gli Stati Uniti ha prodotto vaste ripercussioni in tutta l’area. In particolare nella Palestina, dove la resistenza palestinese, per quanto di stampo fondamentalista, da tale circostanza ha ricevuto un rilancio e una grande popolarità. Hamas ha vinto largamente le elezioni, spodestando le vecchie forze laiche dell’OLP, ormai corrotte dalla lunga permanenza al potere e inclini al compromesso con Israele. Allo stesso tempo Israele ha dovuto procrastinare i suoi piani espansionisti nei territori occupati, smantellando alcuni insediamenti in Cisgiordania e ritirandosi dalla zona di Gaza, tentando poi di far apparire tale iniziativa unilaterale come un gesto di disponibilità alla trattativa. La realtà è che Israele si trova in difficoltà nel sostenere ideologicamente ed economicamente l’attuale stato di guerra permanente, anche se questa è ora la linea strategica condivisa da tutti gli israeliani, dalla destra come dalla sinistra, e perfino dal minoritario movimento pacifista. Cioè, al vecchio principio “pace in cambio dei territori”, cioè “due popoli e due stati”, principio che aveva prodotto gli accordi di pace con l’Egitto e la Giordania, si è passati, dopo il fallimento degli Accordi di Oslo, al principio “lotta senza quartiere al terrorismo”, cioè quello della guerra permanente e di nessuna concessione, nemmeno quella minimale di concedere all’avversario la dignità di belligerante. Principio questo che maschera quello che è il vero obbiettivo della politica israeliana: “un solo popolo e un solo stato”, cioè uno stato israeliano con il minor numero possibile di palestinesi, con limitati diritti di cittadinanza e l’espulsione degli altri. Un tale obbiettivo è realizzabile solo con il sostegno politico, economico e soprattutto militare degli Stati Uniti, che hanno sempre rifornito Israele della più moderna tecnologia bellica, compresa quella nucleare. Perciò lo stallo americano in Irak ha ridato fiato a tutte le forze indipendenti del Medio Oriente, soprattutto alla Siria e all’Iran, e indotto quest’ultimo, minacciato dagli Stati Uniti da est (Afganistan) e da ovest (Irak), ad avviare un programma di armamento nucleare. E per gli stessi motivi la politica israeliana è entrata in crisi. Quindi il ritiro da Gaza va interpretato come una dichiarazione di debolezza di Israele, e il suo attacco al Libano come un segnale lanciato a tutti i suoi nemici di non illudersi circa la possibilità di porre in difficoltà la sua strategia, che resta quella della guerra permanente, fatta passare come puro e semplice controterrorismo. Politica che viene perseguita nonostante non abbia avuto altro risultato che radicalizzare lo scontro, portando dovunque, anche in Israele e negli Stati Uniti, le destre al potere e costringendo laici e moderati a seguirle nelle loro scelte belliciste. Di fronte tale politica di potenza di Stati Uniti ed Israele, ed alle sue conseguenze, l’unica possibilità di pacificazione dell’area sta nel cambiamento della politica di tali stati, mutamento che è legato alla constatazione da parte loro della impossibilità di perseguire gli obbiettivi che vogliono perseguire, cioè la realizzazione di una Grande Israele, quale potenza dominannte del Medio Oriente, e il controllo delle fonti energetiche da parte delle multinazionali del petrolio, obbiettivo quest’ultimo legato al conseguimento da parte degli Stati Uniti del ruolo di unica superpotenza dominante del pianeta. Questo cambiamento di rotta richiederà lungo tempo per essere realizzato, e sarà solo il frutto di una lunga lotta di logoramento delle forze economiche e militari degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Ma senza dubbio ciò si verificherà in quanto segnali di tale cambiamento sono già evidenti negli Stati Uniti, dove la popolarità dell’attuale governo è in diminuzione, e il partito democratico si sta sempre più dissociando dalla suicida posizione di sostegno alla guerra adottata dopo l’11 settembre, posizione fatta passare con tale pretesto per lotta al terrorismo. Tale cedimento non è ancora avvenuto in Israele, ma non potrà mancare quando gli verrà tolto il sostegno di cui ora fruisce da parte degli Stati Uniti. Allora si potrà avviare un processo di pace che dovrà essere fondato sulla accettazione dei seguenti principi minimali: - riconoscimento di uno stato palestinese entro i confini del 67, - denuclerizzazione di tutto il Medio Oriente, - cessazione degli aiuti militari a tutti gli stati dell’area, - ritiro di tutte le truppe di occupazione.
Il governo delle sinistre, con la consueta solerzia, già rilevata in altre occasioni consimili, e questa volta notata anche dalla destra (“si è certamente evidenziato un certo dinamismo”, ha osservato Fini), ha avviato trionfalmente un’altra impresa bellica, andandosi a cacciare nel ginepraio libanese, affermando che si tratta di una missione di pace, attuata a nome e sotto il comando dell’Onu. Che si tratti di una palese falsificazione, esistono pochi dubbi. Innanzitutto le finalità della missione stessa non sono neutrali, perché essa prevede il disarmo di una sola delle due parti, e la smilitarizzazione del confine da una sola parte. Inoltre l’Italia non è neutrale ma il più stretto alleato di cui Israele disponga in Europa, in quanto i due stati sono legati da un patto di cooperazione militare. Infatti sotto il governo Berlusconi nel febbraio-giugno 2005 venne ratificato dalle camere un “memorandum di intesa per la cooperazione nel settore militare e della difesa”. E il fatto più significativo è che venne approvato anche con i voti dei DS e dell’Ulivo. Coerentemente a tale retroterra la missione è stata approvata sia dalla maggioranza che dall’opposizione, ma al prezzo per la sinistra di evitare in Parlamento una pubblica discussione in aula, per limitare il dibattito e l’approvazione alle commissioni Esteri e Difesa, procrastinando la presentazione del decreto in aula dopo la partenza del contingente e il suo approdo in Libano! Impresa quindi decisa ai vertici, e scontando una spaccatura nella sinistra evidenziata dalle polemiche che hanno scosso il movimento pacifista ad Assisi, manifestazione disertata da molti gruppi, indignati perché per la prima volta il movimento ha approvato un intervento militare. Intervento che peraltro si qualifica di “peacekeeping”, ciò che presupporrebbe una forza di interposizione dotata di armamento leggero, forza che invece si presenta armata fino ai denti, con mezzi pesanti, aerei ed elicotteri da combattimento. Questi sono fatti oggettivi, ma corroborati da quella che è la finalità della missione: completare quanto Israele non è riuscita ad ottenere sul campo, cioè la liquidazione di Hezbollah come forza militare. Ciò che l’ONU però non può fare direttamente e quindi viene subappaltato ad un esercito militarmente inesistente, quello libanese, sostenuto però da una forza potentemente armata, pronta ad intervenire, naturalmente solo per “autodifesa”. Ma chi lo decide? Questo è il punto più significativo. Tutte le polemiche sulla “catena di comando” sono servite solo a far sì che il comando delle truppe fosse tolto all’ONU, cioè al segretario generale Annan, ed affidato invece ai militari stessi, facendone così dei contingenti non dell’ONU ma della nazione che si pone alla loro guida, cioè dell’Italia e della Francia, in alternanza. Quindi l’ONU diviene semplicemente una copertura per una operazione, l’ennesima, di occupazione militare. A vantaggio di chi? Ovviamente di quelli che si trovano già nell’area, Stati Uniti ed Inghilterra. Si tratta quindi essenzialmente di truppe mercenarie per permettere a questi ultimi di operare per interposta persona. In cambio di cosa? Per la Francia si tratta chiaramente dell’affermazione di un subimperialismo residuale, dati i suoi legami storici con l’area, ma per gli altri partecipanti, in primo luogo l’Italia, si tratta solo dell’acquisizione di notorietà mediatica per i suoi leader e comandanti, e forse di qualche briciola nella spartizione della torta degli interessi petroliferi. Ma per l’Italia gli interessi economici sono proprio legati al principale dei contendenti, l’Iran. Lo stesso D’Alema ha dichiarato, a proposito del dossier nucleare iraniano, che eventuali sanzioni economiche avrebbero per l’Italia “il peso di due finanziarie”. Qui si tratta di scontrarsi con gli sciiti libanesi, che hanno nell’Iran il loro principale sostegno, e quindi del rischio di sanzioni dell’Iran verso l’Italia. Che questa scelta autolesionista non sia contingente è confermato dalla recente richiesta di D’Alema di entrare nel gruppo di contatto, e le sue prese di posizione in cui afferma che l’Iran deve arrivare “ad una chiara e garantita rinuncia alle armi nucleari”. Questa supina adesione agli interessi di superpotenza degli Stati Uniti è un fatto molto grave, che dimostra come l’Italia, ben lungi dall’aver conquistato un ruolo di prestigio sullo scacchiere internazionale, non sia altro che uno strumento assolutamente passivo nelle mani degli Stati Uniti, ciò sotto ogni governo, sia di destra che di sinistra. Missione comunque destinata a fallire. Infatti Israele si aspetta che l’ONU compia ciò che essa non è riuscita ad ottenere sul campo: il disarmo di Hezbollah e l’embargo sulle armi. Questo la missione non può ottenerlo. Infatti, al controllo dei confini con la Siria, dopo la sua ferma reazione, si è già rinunciato, per cui non vi sarà embargo. Quanto al disarmo esso deve essere operato da un esercito inesistente e contro la volontà di Hezbollah. Ciò è impossibile pacificamente, poiché significherebbe sottrarre al vincitore una vittoria ottenuta resistendo per un mese agli attacchi reiterati ad uno dei più potenti eserciti del mondo. Quanto alla missione ONU con tutto il suo spiegamento di armamenti pesanti, ha chiaramente una funzione dimostrativa, cioè deterrente, e ben difficilmente si impegnerà sul campo. Tutto sommato un bluff, che i nostri governanti sperano che nessuno verrà a vedere. E quando questo inevitabilmente avverrà, i primi caduti produrranno il crollo della montatura propagandistica costruita dagli schieramenti politici (“missione storica”, fronte patriottico unito, ritorno dell’Italia nella grande politica internazionale). E allora è probabile che Israele riprenderà la guerra. Infatti in Israele si è assistito al crollo dei consensi del governo di centro-sinistra, cioè dei partiti Kadima e dei laburisti (tutto sommato una schieramento relativamente moderato) e una ascesa vertiginosa di quelli della destra Likud. Ciò significa che Israele non rinuncia alla forza come unica salvaguardia della sua esistenza, al contrario ha radicalizzato questa posizione. Quindi di una prossima guerra non è in discussione il “se” ma solo il “quando”.
intervista con Haj Hassan Hudrush (Hezbollah)* "Se le truppe ONU si atterranno al mandato ricevuto non dovrebbero esserci problemi" Haj Hassan Hudrush,
membro dell'Ufficio politico del movimento Hezbollah, da sempre vicino
alla causa palestinese - giovanissimo partecipò alla strenua difesa del
campo di Tal al Zaatar dov'è nato- è in questi giorni per le strade
del quartiere di Haret Hreik, in gran parte ridotto in macerie, per
dirigere la distribuzione degli aiuti e i primi passi della
ricostruzione. Ci accoglie sotto una grande tenda non nascondendo la sua
soddisfazione per come la resistenza libanese, fermando per 33 giorni
l'avanzata israeliana, abbia ridato fiato alla politica e alla
diplomazia e, così facendo, non solo sia riuscita a sopravvivere ma
anche a riacquistare un ruolo centrale nella vita politica del paese e a
livello internazionale.
Come giudica la risoluzione 1701
e la decisione di inviare forze multinazionali nel sud del Libano?
Queste pressioni potrebbero
spingere l'Unifil a scontrarsi con gli Hezbollah?
Quale futuro per le fattorie di
Sheba occupate da Israele?
La resistenza quindi continuerà...
Non
temete che possano sorgere problemi con le truppe Onu, anche italiane?
SINISTRA INTERNAZIONALE E ITALIANA DI FRONTE ALLA CRISI LIBANESE Riportiamo
un breve resoconto delle posizioni assunte da alcune forze politiche che
si sono opposte al recente attacco israeliano al Libano e in generale
alle guerre in Medioriente. L’attacco
di Israele al Libano del 12 luglio secondo il PC libanese e molti
altri faceva parte di un piano preparato da tempo di riconquista di zone
ricche di acqua a sud del fiume Litani e di smembramento degli stati
intorno ad Israele, funzionale ad un controllo degli USA e delle altre
potenze occidentali dell’area petrolifera (strategia del Grande Medio
Oriente). Già
il 20 luglio scorso 75 partiti comunisti e operai di tutto il mondo,
dell’area mediorientale, europei (dell’Est e dell’Ovest, compresa
la Russia), americani (USA, Cuba, Sudamerica), asiatici e australiani
hanno dichiarato la loro solidarietà verso il popolo palestinese e
libanese, condannando le operazioni militari, le minacce a Siria e Iran
e hanno chiesto la costituzione di uno stato palestinese nei confini
precedenti l’occupazione israeliana del 1967 e il ritorno di tutti i
rifugiati secondo la risoluzione ONU 194, mai applicata (vedi
www.resistenze.org, nuove resistenti n.153). Dopo
la risoluzione ONU 1701 dell’11 agosto e la decisione del governo
italiano di partecipare con l’invio di 3000 militari alla missione del
contingente europeo di 7000 uomini, una parte della sinistra italiana di
governo nel tradizionale “corteo per la pace” di Assisi ha
appoggiato l’intervento con l’emblematico striscione di apertura
“forza ONU”. Ma
le forze internazionaliste e anticapitaliste coerenti hanno invece
espresso molte iniziative di denuncia e mobilitazione. Il
Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori ha proposto il
18 agosto la formazione di un comitato unitario nazionale contro la
spedizione in Libano, “quale strumento di controinformazione e
mobilitazione…il rilancio sempre più urgente di una sinistra
anticapitalista e di opposizione troverà nella questione libanese
un’importante banco di prova” (www.pclavoratori.it). All’inizio
di settembre il Circolo Internazionalista di Torino ha promosso
una prima riunione per la ripresa di una mobilitazione cittadina contro
la guerra; si è così giunti alla formazione di un Comitato
cittadino contro le missioni di guerra. Nel
contempo a livello nazionale alcune organizzazioni (Mov. PCL, Unione
Democratica Arabo-palestinese, Forum Palestina, Rete dei Comunisti,
Campo Antimperialista, Comitato Nazionale per il Ritiro dei Militari
Italiani, Comitato Comunista A.Gramsci, Comitato Iraq Libero) hanno
lanciato una dichiarazione-appello contro la missione militare in
Libano, che tra l’altro dice: “ci proponiamo un intervento
attivo di controinformazione e mobilitazione teso a realizzare la più
ampia unità d’azione tra tutte le forze disponibili a contrastare il
militarismo umanitario”. Questi raggruppamenti hanno poi formato il
comitato promotore della manifestazione nazionale di Roma del 30
settembre (vedi pag.). Il
14 settembre alla Festa in Rosso di Liberazione organizzata dal Circolo
PRC di Bussoleno in Valsusa si è tenuta una riunione “A fianco
dei popoli che resistono” con la partecipazione del senatore di
Rifondazione Franco Turigliatto e di Piero Bernocchi della
Confederazione Cobas in cui si denunciava tra l’altro la continuità
del governo Prodi con quello di Berlusconi e la volontà di non
sottostare, nelle prossime votazioni per il rifinanziamento alle
missioni, al ricatto del voto di fiducia. Il
16 settembre l’assemblea nazionale indetta dal Forum
Palestina a Roma ricordava “le vicende del 1982 quando Israele
impose il disarmo delle milizie palestinesi con il controllo del
contingente internazionale formato da USA, Francia e Italia, che si
ritirò in anticipo sulla data prevista e consentì di fatto l’assalto
israelo-falangista ai campi palestinesi fino al massacro di Sabra e
Chatila, dopo il quale tornarono i contingenti occidentali. A quel punto
però il popolo libanese aveva compreso il ruolo reale delle forze
occidentali, contro le quali la resistenza ingaggiò una vera e propria
guerra di liberazione”. Il
rischio che questo scenario torni di attualità è evidente, ma ora
“tutti i dirigenti della resistenza libanese e dei campi palestinesi
hanno chiarito che la consegna delle armi non è nemmeno pensabile fino
a quando non si sia arrivati ad una giusta soluzione del conflitto con
gli aggressori sionisti ed alla restituzione di tutti i territori
libanesi, palestinesi e siriani occupati”. Non si può escludere la
possibilità che il pattugliamento delle acque territoriali libanesi
portato avanti soprattutto dalla Germania, ufficialmente per ostacolare
il contrabbando di armi, abbia a che vedere con l’eventualitàdi
attacchi contro la Siria e l’Iran da parte della flotta aeronavale USA
(www.forumpalestina.org). Un
significativo volantino del 9 settembre della Federazione Anarchica
Torinese dice: “Di fronte alla follia della politica di potenza,
di fronte all’orrore del sionismo, di fronte all’urlo sanguinario
delle religioni, tutte le religioni, assetate di sacrifici umani per i
loro dei e i loro preti, pur schierarsi è necessario…(dalla parte)
delle vittime. Sempre, ovunque. A Gaza come a Beirut come ad Haifa…dalla
parte di chi pensa che senza stati, né frontiere, né padroni, né
preti, l’umanità potrà trovare la strada di una convivenza nella
libertà e nell’eguaglianza…”. Nel
documento di convocazione di una conferenza tenutasi a Milano il 26
luglio, Rivoluzione Comunista auspica che i proletari del Medio
Oriente acquistino l’autonomia di classe dalle proprie borghesie
“con la prospettiva di costituire una federazione socialista basata
sul potere dei lavoratori. Qui in Italia affermiamo
l’internazionalismo sviluppando il fronte proletario tra i lavoratori
locali ed immigrati e l’organizzazione del partito rivoluzionario
contro il nostro imperialismo…”. Lotta
Comunista in
un volantino denuncia le responsabilità dell’imperialismo europeo che
tratta la propria influenza nell’area con gli USA, ma non fa schierare
contro le missioni di guerra dell’ONU, non mette in pratica il tanto
sbandierato internazionalismo, si limita a dire di “evitare di finire
in mezzo a cortei che invocano la pace mescolando stellette e ramoscelli
d’ulivo”. A
parte gli ultimi due raggruppamenti citati, l’indicazione che viene
data nelle varie dichiarazioni sinora
riportate e in molte altre (ad esempio volantini di Pagine Marxiste di
Milano e di Alternativa di Classe di La Spezia) non è tanto il
chiudersi nel proposito di rafforzare il proprio partitino, ma di
lavorare per creare un fronte di lotta nazionale e internazionale che
passi attraverso la controinformazione e l’opposizione alle politiche
di guerra.
L’ODIERNA CONDIZIONE DI VITA DEI PALESTINESI Oggi
il popolo palestinese ammonta a circa 9 milioni di individui, di
cui 3,5-4 abitano nei Territori Palestinesi Occupati (Cisgiordania,
Gaza, Gerusalemme Est), circa 4 milioni sono profughi in quasi tutti i
paesi del mondo ma soprattutto in “campi” nei paesi limitrofi
(Giordania 1,5 milioni, Siria 350mila, Libano 400mila etc.)
e 1,3 abitano nel territorio dello Stato d’Israele del 1948.
Questi ultimi (gli arabo-israeliani) hanno passaporto israeliano
ma non sono considerati cittadini a tutti gli effetti, per cui sono
esclusi dalle cariche pubbliche, dall’obbligo del servizio militare
etc. Per essere cittadini israeliani si deve avere madre ebrea o, se
immigrati, almeno discendenza ebrea alla quarta generazione. In questo
modo Israele cerca di attirare immigrati soprattutto dall’Est Europa,
ai quali viene facilitato l’accesso al lavoro e alla casa, attraverso
la costituzione dei cosiddetti insediamenti. Gli insediamenti
intorno a Gerusalemme sono quartieri fortificati in cui si concentra un
serbatoio di manodopera in sostituzione di quella araba, che viene mano
a mano estromessa, e forniscono nuove leve per l’esercito. Attualmente
gli ebrei israeliani ammontano a circa 5 milioni.
I 3,5-4 milioni di palestinesi dei Territori Occupati vengono
gradualmente isolati dal territorio israeliano. In sintesi la loro
situazione è la seguente: -Nella
Striscia di Gaza (360 kmq con 1,4 milioni di abitanti, quindi ad
altissima densità) sono stati tolti gli insediamenti ebraici per
decisione unilaterale di Sharon nell’estate del 2005, allo scopo di
separare gli arabi dagli ebrei risparmiando sui costi militari per la
protezione di questi ultimi. I palestinesi di Gaza sono dunque stati
privati anche della possibilità di lavorare nelle colonie, sono
praticamente isolati perché presidiati da terra e da mare
dall’esercito e dalla flotta di Israele, e hanno solo un documento di
identità che non gli permette di spostarsi se non verso l’Egitto
tramite il valico di Rafah, che dovrebbe essere controllato da un
contingente ONU (formato da carabinieri italiani!) ma attualmente è
bloccato dalle truppe israeliane, senza che nessuno intervenga per far
rispettare il diritto internazionale di transito. Data
l’alta densità di popolazione ogni attacco israeliano, compiuto col
pretesto della lotta al terrorismo, provoca
vittime civili. -In
Cisgiordania abitano circa 2 milioni di palestinesi, che hanno un
permesso temporaneo di soggiorno rinnovabile ogni sei mesi, per cui sono
continuamente sottoposti al ricatto dell’espulsione. La Cisgiordania
è praticamente divisa in due blocchi e Israele la sta circondando con
un muro ad ovest addirittura per accaparrarsi i territori più fertili
della valle del Giordano, dove punta a sviluppare nuove colonie
agricole, trasferendovi quelle tolte da Gaza. Ai palestinesi è
consentito l’esodo verso la Giordania, con cui Israele ha concordato
il controllo del trasferimento. Nelle città della Cisgiordania governa
L’Autorità Nazionale Palestinese, secondo gli accordi di Oslo del
1993, mentre nel resto dei territori il controllo è affidato a truppe
miste israelo-palestinesi, che effettuano numerosi check-point, rendendo
difficilissimi gli spostamenti. Gli israeliani, invece, possono
spostarsi su autostrade a loro riservate che collegano tra loro gli
insediamenti, che sono ancora numerosissimi e protetti direttamente
dall’esercito. -A
Gerusalemme Est i palestinesi sono circa 250.000, cioè il 33% della
popolazione. Israele ha l’obiettivo di ridurli al 20%; con la
costruzione del muro isola i quartieri popolari dal lavoro e dai campi e
in questo modo obbliga i palestinesi ad andare via. I palestinesi di
Gerusalemme hanno un passaporto che permette loro di spostarsi ma deve
essere corredato da un visto anche solo per tragitti di pochi
chilometri, e perde la validità dopo due anni di assenza dalla città,
dopodiché per rientrare bisogna chiedere un permesso di soggiorno. Non
si permette più la costruzione di case nei quartieri popolari, alcune
zone storiche sono state comprate da israeliani, dalla stessa famiglia
di Sharon, sono isolate e protette militarmente. I nomi originari delle
strade vengono sostituiti con nomi ebraici, si cerca di cancellare nei
giovani la cultura palestinese, che è particolare rispetto al mondo
arabo ma ha sempre convissuto con tutte le altre.
L’impoverimento del popolo palestinese ha significato anche
l’arretramento della situazione femminile e dell’istruzione
giovanile; così anche del movimento studentesco, falcidiato dalla
repressione israeliana che, si stima, dalla Prima Intifada (1987) ha
provocato la morte di 25.000 giovani, soprattutto negli ultimi anni
quando è stato vietato l’accesso a personale medico e sanitario
appartenente alle organizzazioni umanitarie. In
Italia per cercare di porre rimedio alla drammatica situazione dei
palestinesi è indispensabile una continua controinformazione, anche con
una mostra itinerante e proiezione di flimati in scuole e quartieri,
coinvolgendo sempre più ampi strati di cittadini, soprattutto giovani,
per giungere a una serie di iniziative di boicottaggio della politica di
Israele, in primo luogo: -
La richiesta della revoca dell’accordo di cooperazione militare tra
Italia e Israele, magari con una raccolta firme. Questo tra l’altro è
il punto qualificante della manifestazione nazionale per la Palestina
del 18 novembre a Roma -
Azioni dimostrative nei confronti delle
iniziative filo-israeliane, come la Mostra “Israele arte e vita” (!)
in programma a Milano a Palazzo Reale dal 18 ottobre 2006 al 7 gennaio
2007.
Per
avere un quadro più completo della storia d’Israele è importante far
conoscere quanto è riportato da un ebreo francese dissidente, Serge
Thion, nel suo libro dal titolo Sul terrorismo israeliano
(ed. Graphos, Genova). Questo libro elenca molti crimini commessi in
meno di un secolo dal potere sionista nei confronti degli arabi (i
palestinesi in particolare) e finanche contro gli stessi ebrei per
incolpare gli arabi e creare pretesti per repressioni o guerre. Thion si
avvale della collaborazione di altri ebrei dissidenti, come la
scrittrice Livia Rokach, che vive a Roma, Ronald Bleier, Israel Shahak
ed altri. A
pagina 36 del libro si legge: “Il
peccato originale di Israele è stato il sionismo, l’ideologia secondo
la quale uno stato ebraico avrebbe dovuto rimpiazzare la vecchia
Palestina…Per creare e consolidare uno stato ebraico nel 1948, i
sionisti espulsero 750.000 palestinesi dalla loro terra… distrussero
più di 400 villaggi e perpetrarono circa tre dozzine di stragi. Nel
1967 gli israeliani costrinsero altri 350.000 palestinesi a fuggire
dalla Cisgiordania e da Gaza e circa 147.000 siriani a lasciare le
alture del Golan. Dal 1967 Israele ha imposto un regime di occupazione
militare all’intera popolazione palestinese dei territori. Gli effetti
dell’esproprio sono sotto i nostri occhi, nelle vite spezzate di
milioni di persone direttamente coinvolte ed anche nella guerra che
l’Occidente conduce ovunque contro l’intera nazione araba”. Nel
2001 la popolazione di Israele ammontava a 6.372.000 abitanti, con una
densità di 308 ab/kmq, tra le più alte al mondo. E nonostante Israele
sia un piccolo stato, esso è la quarta potenza militare del mondo! Per
di più, dotata di un armamento atomico di almeno duecento testate, in
barba al Trattato di Non Proliferazione Nucleare.
A
pag. 50 del libro si legge: “Il piano strategico di Israele di dissolvere
gli stati arabi spezzandoli in piccole unità settarie fu esposto
apertamente in un saggio del 1982 di Oded Ynon, esperto militare
israeliano. Richiamò l’attenzione tra la maggioranza sunnita e la
minoranza sciita in Siria…Tra sciiti e sunniti in Iraq…E’ chiaro
che la recente guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq ha anticipato un
obiettivo chiave dei più vasti progetti israeliani di egemonia
regionale…il piano si fonda sulla divisione dell’intera area in
piccoli stati e sulla dissoluzione di tutti gli stati arabi
esistenti…I neoconservatori negli Stati Uniti (detti neocons)
generalmente sono repubblicani vicini al Likud israeliano….sono in
posizione chiave nel governo di G.W. Bush”. E’ questa la
classica politica imperialista del “divide et impera”. Questo è ciò
che sta tentando di fare in Iraq l’imperialismo americano. Essi
cercano di spartire la nazione tra Sciiti, Sunniti e Curdi. Senz’altro
la prospettiva per il Libano è la medesima: la spartizione tra
cristiano-maroniti, amici di Israele, e musulmani. Poi toccherebbe alla
Siria all’Iran ed all’Afganistan, ecc…
Ancora
alle pag. 42 e segg. Si possono leggere dei fatti criminosi compiuti
dai sionisti contro i propri concittadini, al fine di incolpare i
palestinesi o gli arabi in generale: “…La Rokach dedica un
capitolo alle operazioni compiute sotto falsa bandiera, nelle quali
furono deliberatamente sacrificati non pochi ebrei…La Rokach fa un
resoconto dettagliato di un attentato del marzo 1954 su un autobus tra
Eilat e Beersheva in cui morirono dieci passeggeri e quattro
sopravvissero…persino la stampa americana menzionò la versione
giordana secondo cui l’attentato era stato commesso dagli
israeliani…Per il massacro dell’autobus fu scovato un pretesto per
lanciare un attacco al villaggio Nahalin vicino a Betlemme, uccidendo
decine di civili e per distruggere un altro villaggio palestinese in
Cisgiordania….(gli attentati agli autobus sono stati molti, certo
non tutti opera di palestinesi.)…I confini tranquilli non fecero
che incoraggiare tattiche nuove, impiegando per uccidere nei villaggi
arabi piccole pattuglie, fra le quali svolse un ruolo decisivo
l’infame reparto 101 di Ariel Sharon..”
Anche la volontaria americana Rachel Corrie, stritolata qualche
anno fa da un bulldozer israeliano, ha scritto: “La strategia di
Sharon, di assassinio in tempo di trattative di pace, per la confisca di
terre, sta funzionando molto bene per creare dappertutto nuovi
insediamenti..”
DIBATTITO
SULLA SITUAZIONE IN IRAQ Con
Faris Mahmood, membro dell’Ufficio Politico del Partito Comunista
Operaio d’Iraq Giovedi
23 novembre a Torino in via Millio 20 si è tenuto un dibattito sulla
situazione in Iraq con Faris Mahmood, membro dell’ufficio politico del
Partito Comunista Operaio d’Iraq (PCOI). Dopo
un’introduzione storica tenuta da Cesare Allara, autore del libro
“Accadde in Iraq”, il compagno iracheno ha illustrato l’attività
del PCOI e in particolare dell’organizzazione di massa che questo
partito ha promosso dal marzo 2005, l’Iraqi Freedom Congress (IFC –
Congresso Iracheno per la Libertà). BREVE
STORIA DELL’IRAQ Nell’introduzione
storica si metteva in evidenza l’importanza assunta dal Medio Oriente
all’inizio del secolo per l’utilizzo del petrolio (in parziale
sostituzione del carbone), soprattutto da parte della Gran Bretagna come
combustibile per la flotta. Alla fine della Prima Guerra Mondiale la
regione viene spartita tra Francia (Siria e Libano) e Gran Bretagna
(Iraq, Palestina, Transgiordania), con la forma del protettorato. Nel
1920 l’emiro Feisal, cui la Gran Bretagna aveva promesso la
costruzione di un grande stato arabo in cambio dell’aiuto a combattere
l’impero ottomano, tenta una rivolta contro l’occupante, ma viene
sconfitto; nel marzo del 1921 gli viene conferito il solo regno
d’Iraq, sempre sotto stretto controllo inglese. Nel
1958 un colpo di stato militare proclama la repubblica e 10 anni dopo il
controllo passa nelle mani del Partito Socialista per la Rinascita Araba
(Baath), con la repressione delle fazioni filo-occidentali. Nel
1972 il governo iracheno firma trattati di amicizia e di cooperazione
con l’URSS, che gli permettono di nazionalizzare più liberamente
pochi mesi dopo l’industria petrolifera e la Iraq Petroleum Company,
di proprietà anglo-franco-americana sin dagli anni ‘20. Nel
1979 Saddam Hussein, che era già nel governo, diventa presidente della
Repubblica e concentra tutti i poteri del partito e militari nelle sue
mani. Nel 1980, dopo la firma del trattato di pace tra l’Egitto di
Sadat e Israele di Begin, e dopo che in Iran era stata proclamata la
repubblica Islamica in seguito al rovesciamento dello scià Reza Pahlevi
II, Saddam cerca di approfittare dell’indebolimento iraniano occupando
il territorio iraniano dello Shatt El Arab, la confluenza navigabile del
Tigri e dell’Eufrate, per avere uno sbocco sul mare per l’attracco
delle grandi petroliere. Dopo 8 anni di guerra (1980-88) e più di un
milione di morti, il risultato concreto della guerra è
l’indebolimento militare e il dissanguamento economico delle due
potenze regionali, che era l’obiettivo perseguito dagli USA e dalle
potenze occidentali, che avevano infatti fornito armi ad entrambi i
fronti. Il
2 agosto del 1990 l’Iraq occupa il Kuwait, pochi giorni dopo scattano
le sanzioni economiche, che nel corso degli anni ’90 si stima abbiano
provocato 2 milioni di morti (600.000 bambini). Il 17 gennaio 1991
inizia la Seconda Guerra del Golfo, che dura 40 giorni. Il
20 marzo 2003 l’amministrazione americana dà inizio alla Terza Guerra
del Golfo, aggredendo l’Iraq e destituendo Saddam Hussein.
L’occupazione perdura tuttora. NASCITA
DEL PARTITO COMUNISTA OPERAIO D’IRAQ Nella
rivoluzione del 1979 in Iran contro lo Scià, il partito comunista Tudeh
aveva avuto un ruolo determinante, ma il ritorno dell’ayatollah
Khomeini, esule in Francia, aveva ristabilito l’ordine capitalistico
mettendo a morte migliaia di comunisti e dissidenti del governo. I
militanti comunisti andarono in esilio, alcuni si spostarono nel
Kurdistan iraniano e nel 1982 ricostituirono insieme al Komala
(organizzazione della sinistra curda) il Partito Comunista dell’Iran,
che alla fine della guerra 1980-88 ha una svolta nazionalista, per cui
una parte si staccò e nel 1991 formò il Partito Comunista Operaio
d’Iran, cui si collegò un gruppo di militanti comunisti iracheni nel
1993 (tra cui Faris Mahmood), formando il Partito Comunista Operaio
d’Iraq. L’ATTUALE
POSIZIONE DEL PCOI: L’IRAQI FREEDOM CONGRESS Nel
marzo del 2005 una parte del PCOI promosso la costituzione del Congresso
Iracheno per la Libertà (IFC), cioè (dalla Dichiarazione di
fondazione): “una
larga organizzazione impegnata nello stabilimento di un governo libero,
laico e non etnico in Iraq – un governo basato sulla sovranità
diretta del popolo iracheno - , e impegnata nella garanzia del diritto
degli iracheni a determinare liberamente e coscientemente il sistema di
governo in Iraq. La IFC è indipendente, democratica, non religiosa e
non etnica. La IFC è nata per far fronte all’abisso civile in Iraq.
Attualmente, il tessuto civile della società in Iraq è stato lacerato
dall’occupazione degli Usa e dalla dominazione degli islamisti, dei
banditi tribali e politici. Il popolo iracheno è stato preso in
ostaggio tra i due poli del terrorismo mondiale della nostra epoca: il
terrorismo di stato Usa e l’Islam politico, portando la salute mentale
e fisica degli iracheni e delle irachene al limite della distruzione...Il
solo modo di uscire da questo abisso è di mobilitare la popolazione a
riprendere in mano il paese, e di estendere questa mobilitazione su
grande scala, fuori dalla sfera di controllo degli occupanti americani e
dei movimenti islamici, al fine di ristabilire la loro sovranità. La
IFC mobilita e organizza le persone attraverso le proprie organizzazioni
locali e regionali per ristabilire il controllo della sovranità delle
persone ad ogni livello e quanto più è possibile. La IFC salvaguarda
questa sovranità da ogni aggressione”. Nel
suo intervento il compagno ha spiegato che il regime baathista, al
potere da quasi 40 anni, aveva lasciato una situazione di laicità nella
popolazione, in cui i matrimoni misti tra le varie etnie erano normali.
Per questo la maggior parte della popolazione, che vive ora nel terrore
continuo, in balia dei soprusi perpetrati dagli occupanti, dal governo,
dai proprietari delle imprese, dalle bande integraliste, con il 50% di
disoccupazione che alimenta ogni genere di sottomissione, è recettivo
di un programma dell’IFC che “cercherà di divenire il tramite che
renda la popolazione in grado di difendersi”, organizzandola in reti
locali e Case del Popolo. Seguono
i punti rivendicativi dal manifesto del IFC. L’obiettivo
immediato dell’IFC è di prendere il potere e di stabilire un governo
provvisorio laico e non etnico, che applichi gli articoli di legge
seguenti: 1)
Espulsione delle forze Usa e dei loro alleati. Dissoluzione di tutte le
istituzioni politiche, economiche, militari e paramilitari messe in
piedi dagli americani per controllare l’Iraq. Tutte le leggi emanate
in quesdto quadro dovranno essere annullate. 2)
Dissoluzione di tutti i gruppi armati e forze paramilitari legate agli
islamismi e della malavita. Confisca delle loro armi, beni e risorse. 3)
Apertura pubblica di tutti gli archivi e dei documenti del governo
baathista, così come di quelli dell’amministrazione attuale. 4)
Confisca di tutte le proprietà e le terre appartenenti alle fondazioni
religiose, che dovranno essere utilizzate per i bisogni sociali,
politici e ricreativi della popolazione. 5)
Sostegno a tutto ciò che rinforza il potere del popolo per difendere i
suoi diritti e le sue libertà contro ogni forma di aggressione. 6)
Separazione completa tra religione, stato ed educazione 7)
Revoca delle leggi di origine religiosa, Libertà di credo e di ateismo 8)
Libertà incondizionata di espressione, di credo, di stampa, di
riunione, di organizzazione e manifestazione. 9)
Riconoscimento incondizionato dei diritti individuali e civili.
Uguaglianza tra uomini e donne. Abrogazione di tutte le leggi e i
regolamenti che viòlino questi principi 10)
Diritti civili, politici e sociali pieni e incondizionati per tutti i
cittadini, senza distinzione di genere, di religione, di nazionalità,
di etnia o di cittadinanza. 11)
Liberazione di tutti i prigionieri politici 12)
Abolizione della pena di morte 13)
Libertà di accesso ai media pubblici per le organizzazioni e I partriti
politici 14)
Indennità di disoccupazione adeguata per ogni persona maggiore di
sedici anni e in condizioni di lavorare. Indennità adeguata per
chiunque che, per ragioni fisiche o mentali, non sia in condizioni di
lavorare. 15)
Delega dei poteri all’assemblea dei rappresentanti diretti del popolo
per decidere del futuro assetto politico e redigere una costituzione nel
tempo massimo di sei mesi. 16)
Referendum immediato nella regione curda sulla sua secessione o sul suo
mantenimento nell’Iraq con eguali diritti.
Durante
il dibattito non si è riusciti ad andare a fondo rispetto ad alcune
questioni sollevate dai compagni, e cioè: -il
carattere oggettivamente anti-imperialistico che la resistenza irachena,
indipendentemente dal suo colore politico, assume nel momento in cui si
rivolge contro gli eserciti occupanti e le forze collaborazioniste. -i
raggruppamenti fuoriusciti dal vecchio Partito Comunista Iracheno, ora
collaborazionista, che fanno parte della resistenza.
-la
composizione della resistenza (baathista, sunnita, scita, kurda), e se
questa è limitata a milizie prezzolate o ha un seguito popolare.
-il
ruolo che gli occupanti occidentali svolgono nell’indebolire la
resistenza fomentando le divisioni etniche e favorendo così il
precipitare del paese nella guerra civile. Per
chiarire queste questioni si invitano tutti i partecipanti alla riunione
(e non solo) a contribuire con informazioni e documenti.
HEZBOLLAH
E PC LIBANESE NELLA RESISTENZA incontro
internazionale di Beirut in solidarietà con la resistenza (
16 – 19 novembre 2006) Alcuni
brevi estratti del report di Walter Lorenzi, del Comitato nazionale per
il ritiro dei militari italiani L’intero
report è sul sito www.contropiano.org, sez. Primo piano. L’incontro
è stato organizzato dal Partito Comunista Libanese, da Hezbollah, dalla
Tribuna dell’Unità Nazionale, dal Movimento del Popolo e dalla rete
d’associazioni della società civile “Samidoun” con l’obiettivo
di organizzare una rete internazionale di solidarietà con la resistenza
libanese. ... Oltre
300 delegati si sono incontrati in questi giorni, in rappresentanza di
forum sociali contro la guerra, partiti di sinistra e comunisti,
organizzazioni laiche e religiose, movimenti di lotta, giornalisti,
giuristi, intellettuali, organizzazioni di massa. ... I
rappresentanti all’incontro provenivano da: Per
il Medio Oriente - Libano, Egitto, Giordania, Iraq, Libia, Palestina,
Algeria, Siria Per
l’Europa - Italia, Grecia, Francia, Turchia, Austria, Gran Bretagna,
Paesi Baschi, Germania, Irlanda, Portogallo, Belgio, Norvegia Per
le Americhe - Canada, USA, Brasile, Cuba, Brasile Per
l’Asia - Sud Corea Per
l’Africa - Congo, Senegal ... Ho
partecipato alla commissione “Le strategie – Le resistenze”
organizzata in modo che gli interventi generali si intersecassero con
risposte a domande provenienti dal pubblico, composto in buona parte,
come detto, da rappresentanti occidentali e nord europei. ... Sul
tema del rapporto con il Partito Comunista Libanese, la risposta di
Mohammad Naufal, rappresentante di Hezbollah alla Presidenza della
commissione, è stata la seguente: “ …noi abbiamo maturato in questi
anni molti più rapporti con il PCL, sia sul terreno politico sia
sociale, che non con altre forze islamiste presenti nel paese e
nell’area mediorientale. Il PCL è un nostro alleato strategico,
mentre abbiamo nemici tra le forze islamiste.” Sulle
grandi questioni della forma Stato, del rapporto Stato/religione, delle
differenze di genere e su altre questioni dirimenti le risposte di
Naufal sono state le seguenti: 1)
Pensiamo ad uno Stato non confessionale all’interno del quale tutti i
cittadini devono godere degli stessi diritti, per questo ci battiamo
oggi contro la forma istituzionale libanese, retaggio del colonialismo
francese, la quale divide la società per confessioni. 2)
Preconizziamo una società nella quale le differenze di classe siano il
più possibile eliminate. 3)
Nel rispetto dei valori prevalenti della società libanese, siamo per la
libertà di culto. 4)
Le donne nel nostro movimento non sono discriminate, svolgono attività
ai vari livelli dell’organizzazione. 5)
I nostri rapporti con le altre organizzazioni si basano sulla
condivisione di strategie politiche, non su discriminanti religiose o
confessionali. 6)
Siamo antimperialisti e lottiamo per l’affermazione di una pace giusta
in Medio Oriente. Le
posizioni espresse dal rappresentante di Hezbollah, tra l’altro
rintracciabili in forma più articolata e circostanziata nei loro
documenti ufficiali, trovano riscontro nelle parole e negli atti
dell’altra forza centrale di questo evento, il Partito Comunista
Libanese. Attraverso
Walid Samara e Mufid Keteish, esponenti di spicco del partito presenti
anch’essi alla presidenza dell’incontro, è emerso il quadro di
stretto coordinamento maturato in questi ultimi anni tra le due
organizzazioni che animano la resistenza libanese.
CORRENTI
ISLAMICHE IN MEDIO ORIENTE Riportiamo
due brani relativi alle posizioni politiche di alcune correnti islamiche
in Medio Oriente (da Limes, n.4/2006). 1.
HEZBOLLAH E IL MONDO ARABO (Da
un’intervista con Ali Fayyad, direttore del Centro consultivo per
gli studi strategici e la documentazione di Hezbollah). “...Non
immaginiamo un Medio Oriente islamico, come alcuni sostengono, ma una
regione in cui sia rispettato il principio di autodeterminazione dei
popoli. ...Il
mondo arabo dalla caduta dell’impero ottomano si trova prigioniero di
una forte contraddizione. Da una parte c’è l’appartenenza alla
nazione (umma) araba, dall’altra la divisione in Stati. Lo Stato
moderno è stato imposto alla regione e da allora ci troviamo a
ragionare in termini di “arabi” ma anche di “giordani”,
“libanesi”, “siriani”, “iracheni”. Dobbiamo accettare la
realtà e sperare che nel futuro si possa arrivare ad un processo
politico simile a quello avvenuto in Europa con l’unificazione
europea. ...Fino
ad oggi soltanto la resistenza armata ha pagato nella lotta per
restituire ai palestinesi i loro diritti legittimi. Noi crediamo, forti
della nostra esperienza, che l’unico modo per costringere Israele al
ritiro sia quello di arrivare ad un equilibrio strategico con il nemico.
Questo è certo difficile oggi in Palestina, ma per il momento non ci
sono altre scelte. (Immaginiamo)...un
unico Stato nei confini della Palestina storica, venutasi a creare con
le ultime divisioni amministrative ottomane: dalla Galilea al Negev, dal
Giordano al Mediterraneo. Uno Stato multiconfessionale in cui vivano
insieme i palestinesi di ogni confessione e appartenenza. Musulmani,
cristiani ed ebrei. Uno Stato democratico in cui tutti i cittadini siano
uguali di fronte alla legge”. 2.
CORRENTI SUNNITE NEI CONFRONTI DI HEZBOLLAH
Secondo
Marco Hamam, arabista, studioso delle questioni del Vicino e Medio
Oriente, le posizioni dei sunniti verso il movimento scita di hezbollah
sono di tre diversi tipi: “a-Boicottaggio
senza riserve di Hezbollah. Gli ulama appartenenti a questo
raggruppamento ritengono che Hezbollah cooperi ad un più ampio processo
di sciitizzazione della regione. Questo predominio sciita viene
considerato, senza esitazione, più pericoloso del progetto
sion-americano nella regione. Su questa linea si sono distinti
particolarmente i dotti sauditi, sia quelli che fanno parte del sistema
saudita, che altri che sono in rottura totale con la famiglia regnante e
sostengono il jihad interno antisaudita. b-Hezbollah
è un partito di “rifiutatori”, ma da non boicottare. Giova
ricordare alla umma (sunnita) i punti di discordanza che separano i
sunniti dagli sciiti. Resta un partito di miscredenti, ma in questa
contingenza storica non va contrastato. Tra i sostenitori di questa
posizione, il noto dotto saudita Salman al-Awda. c-Solidarietà
con Hezbollah come obbligo religioso. Di questo parere è
“l’Unione mondiale degli ulama
mussulmani”, che considera l’operato di Hezbollah “uno dei più
nobili esempi di resistenza”. A costituire la maggioranza dei solidali
con Hezbollah sono i dotti egiziani di fama mondiale, tra cui anche la
guida dei “Fratelli mussulmani” egiziani. A differenza che in Arabia
saudita, in Egitto è prevalsa una posizione del clero sunnita
contrastante con quella governativa”.
VIA
LE TRUPPE ITALIANE DALL’AFGANISTAN E
DA TUTTE LE MISSIONI MILITARI Degli
oltre 20 miliardi di euro che ogni anno l’Italia impiega in spese
militari, la Finanziaria 2007 stanzia 1 miliardo e 600 milioni per le
missioni militari all’estero. Deve essere costante la denuncia di
questi sprechi e degli scopi inumani cui questi soldi sono destinati. A
questo proposito, ricostruiamo le fasi della falsa “missione di
pace” in Afganistan. LA
MISSIONE ENDURING FREEDOM Risale
al novembre 2001 l’invio del primo contingente militare
italiano in Afganistan, in risposta all’appello del governo USA a
formare la “coalizione dei volenterosi” per dare la caccia
a Bin Laden e contro i Talebani del mullah Omar, che non lo
volevano consegnare. Gli
USA il 7 ottobre avevano iniziato la missione, denominata
Enduring Freedom (libertà duratura), bombardando l’Afganistan, mentre
i Mujaheddin dell’Alleanza del Nord (formata dai Tagiki di Rabbani e
dagli Uzbeki di Dostum) procedevano via terra arrivando a novembre
a prendere Kabul. Il
presidente provvisorio fu Rabbani, ma con la mediazione ONU a
dicembre le varie etnie designarono a capo del governo il pashtun
Hamid Karzai, che dal 1997 risiedeva negli USA e lavorava con essi per
rovesciare il regime. LA
MISSIONE ISAF Intanto
l’ONU autorizzò la formazione di una Forza Internazionale di
Assistenza alla Sicurezza (ISAF)
per difendere il nuovo governo di Kabul, cui parteciparono da subito 530
soldati italiani, sotto comando inglese. Già
a dicembre 2001, dopo 2 mesi di guerra, uno studio USA valutò in 3.700
le vittime civili. La
resistenza talebana continuò anche con un tentativo di colpo di stato
da parte di Hekmatyar, pashtun anch’esso, appoggiato dagli sciiti
Hazara e dall’Iran. Ad
agosto del 2003 la NATO assunse
il comando della missione ISAF, impegnandosi per la prima volta
fuori dall’Europa: le forze ISAF all’epoca contavano 5.500 soldati,
contro i 12.000 della missione Enduring Freedom, questi ultimi dislocati
soprattutto al sud, al confine con il Pakistan, nella ancor vana ricerca
di Bin Laden. A
settembre 2004 l’Italia ritirò i 1.500 soldati del contingente
Nibbio che erano di base a Khost (a est di Kabul), sotto direzione USA,
e i giornali riportarono le proteste di Rutelli, che era allora
all’opposizione, che perorava la necessità di ripristinare subito un
altro contingente italiano, sotto direzione NATO, come infatti avvenne. Nello
stesso mese il comando NATO venne assunto dall’Eurocorpo, con grande
soddisfazione degli europeisti soprattutto di sinistra, e il contingente
aumentò la sua forza a 10.000 soldati, per arrivare oggi a 20.000,
così suddivisi: 6.000 inglesi, 2.700 tedeschi, 2.500 canadesi, 2.000
olandesi, 1.900 italiani, 975 francesi, 750 romeni, 650 spagnoli, 460
turchi, ecc. per un totale di 37 paesi partecipanti. UNIFICAZIONE
MISSIONI ENDURING FREEDOM-ISAF Nel
vertice di Portrose (Slovenia) di fine settembre 2006, i ministri
della difesa dei 26 paesi NATO hanno deciso di portare anche i 12.000
militari USA sotto comando unico ISAF, in modo da porre fine, come
riportano i commentatori, alla discussione sulla legittimità giuridica
di Enduring Freedom, effettuata senza il via libera dell’ONU.
Rimarranno però forze speciali “antiterrorismo”, sotto il comando
anche della CIA. L’ex
generale KFOR in Kosovo, Fabio Mini, su Repubblica del 27/07/06,
fa notare che “l’ISAF si è assunto il compito non solo di tutelare
la sicurezza a Kabul, ma di combattere i Talebani insieme ai soldati
USA, e quindi anche l’Italia dovrà assumersi responsabilità, onori e
rischi maggiori….e togliere l’etichetta di “missione di pace”... IL
BUSINNESS DELL’OPPIO Alcuni
commentatori riportano che la NATO “rifiuta di occuparsi” della
lotta alle coltivazioni di oppio: il raccolto nell’ultimo anno è
aumentato del 59%, raggiungendo circa 6.000 tonnellate, il 90% della
produzione mondiale, fonte di reddito per più di 200.000 famiglie
contadine, ma soprattutto per “signori della guerra” o Talebani
locali, corrieri della droga, intermediari finanziari locali. Il
Dipartimento di Stato USA dice che le milizie talebane possono così
essere ingaggiate a 140 dollari al mese, contro i 100 offerti dal
governo. Il
regime talebano, al potere dal 1996, seppure condannasse per ragioni
religiose l’uso della droga, aveva consentito il raddoppio della
produzione di oppio in 3 anni, sino a raggiungere 4.600 tonnellate nel
1999. Nel 2000, anche sotto pressione internazionale, ne limitò
drasticamente la coltivazione, per cui la produzione nel 2001 crollò a
185 tonnellate; per la legge di mercato, il suo prezzo decuplicò,
passando da 30 a 300 $ al chilo. Ora
la produzione ha raggiunto, come detto , il nuovo massimo storico, e i
suoi proventi, stimati dall’ONU in 2,7 miliardi di dollari, muovono un
giro d’affari internazionale enorme se si considera che il valore
dell’eroina prodotta con l’oppio afgano viene calcolato di 194
miliardi di dollari; potentati d’affari, crimine organizzato,
riciclaggio bancario mondiale, servizi segreti competono per il
controllo strategico sulle vie dell’eroina.
In ambito ONU qualcuno ha proposto di acquistare la produzione di
oppio afgana per colmare il deficit cronico di morfina ad uso sanitario,
ma stranamente non tutti sono stati d’accordo... TUTTI
PRONTI PER L’ “EMERGENZA”. Intanto
la NATO, all’ultimo vertice
di Riga alla fine di novembre,
ha chiesto ai governi la disponibilità
ad impiegare tutte le truppe (circa 32.800 soldati) in operazioni
al sud anche senza il consenso dei singoli stati; Italia, Germania,
Francia e Spagna hanno tenuto a precisare che si impegnavano a
contribuire alle operazioni solo “in situazioni di emergenza” . La
Spagna si impegna a fornire più truppe, la Francia due elicotteri e
alcuni aerei, l’Italia ha ancora in ballo la questione dei 6
cacciabombardieri AMX… Attualmente
i soldati italiani sono stanziati a Kabul (950) e a Herat (750), e altri
sono nelle basi aeree degli Emirati Arabi. Dalla fine della guerra
(dicembre 2001) ci sono stati 7 morti tra gli italiani per
incidenti e attentati (5 però nell’ultimo anno), su un totale di
quasi 500 morti tra le truppe straniere impegnate (di cui 340 USA),
1.100 agenti della sicurezza afgana, e più di 4.000 tra la popolazione
civile. Questi
dati evidenziano come la situazione sia di vera e propria guerra, come
testimonia anche Gino Strada, il fondatore di Emergency,
impegnato negli ospedali di Kabul: “Qui
in Afganistan siamo in mezzo a una sporca guerra …Siamo qui per
aiutare il dittatorello di turno e il solito governo fantoccio…Tutto
ciò ci costa 50 milioni di euro al mese…A Kabul è cresciuta la
delinquenza comune, la prostituzione, il consumo di droga, l’aids,
l’inquinamento, i prezzi sono saliti alle stelle, le ambasciate sono
bunker. Fuori Kabul c’è la guerra tra i trafficanti d’oppio pagati
dagli USA e i terroristi di Al Qaeda. Siamo sicuri che 5 anni fa fosse
peggio?” Un
comandante talebano, intervistato dal sito Peacereporter.net, ha
dichiarato che per loro non fa differenza il paese di provenienza dei
soldati: “Sono occupanti infedeli, e noi li combattiamo”. Dopo
queste considerazioni si capisce come sia strumentale tutta la
propaganda governativa sul ruolo della missione italiana in Afganistan
che si può sintetizzare nella scandalosa frase di D’Alema :”
Non possiamo lasciare l’Afganistan in mano ai Talebani”, con
cui si è presentato al vertice di Riga. Al posto della sua proposta di
“Conferenza” aperta anche ai paesi confinanti, è stato istituito un
ben più efficiente “gruppo di contatto “, la cui convocazione è
affidata al Segretario della NATO Scheffer, che probabilmente dovrà
decidere le “situazioni di emergenza”; queste ultime, vista la
situazione, saranno sempre di più e vedranno quindi i soldati italiani
coinvolti in vere e proprie azioni di guerra.
PARTITI E ORGANIZZAZIONI IN IRAQ DURANTE L'OCCUPAZIONE
Principali
date della transizione
politica 2003-2006 -2003 20
marzo. Inizio attacco USA all’Iraq. 9
aprile. Caduta Baghdad e crollo del regime. Gli USA creano una prima
struttura provvisoria di governo, l’Office of Reconstruction and
Humanitarian Assistance, affidata a Jay Garner. 6
maggio. Paul Bremer nominato proconsole a Baghdad e capo della CPA (Coalition
Provisional Authority). 13
luglio. Bremer nomina una Consiglio governativo iracheno di 25 membri. 13
dicembre. Cattura di Saddam Hussein. -2004 28
giugno. Il potere passa dalla CPA (Coalition Provisional Authority) al
governo ad interim (Iraqi Interim Government) presieduto da Iyad Allawi. -2005 30
gennaio. Elezione dell'Assemblea nazionale irachena, composta da 275
membri, con il compito di formare un nuovo governo di transizione e di
redigere la nuova Costituzione. Ne fanno parte tutte le componenti
etniche, religiose e politiche, ma la minoranza sunnita, che ha in gran
parte boicottato le elezioni, e' sottorappresentata. Lista
per l’Irak (Allawi): 14%
Alleanza Irachena Unita: 48%
partiti curdi: 26%. 6
aprile. Il curdo Jalal Talabani diventa presidente dell’Irak. 28
aprile. L'Assemblea nazionale vota la fiducia al nuovo governo
provvisorio (Iraqi Transitional Government) presieduto dallo sciita
Ibrahim Al Jaafari. 15
ottobre. Referendum per approvare la Costituzione e sua approvazione ,
dopo 10 giorni di controllo dei voti. 19-21
novembre. Si svolge al Cairo, su iniziativa della Lega Araba, un
incontro di riconciliazione tra le forze irachene, alla quale
partecipano anche esponenti sunniti. Alcuni vi vedono una manovra per
depotenziare la resistenza, legata ad un cambiamento di strategia da
parte degli occupanti. 15
dicembre. Elezioni per il nuovo Parlamento iracheno. Alleanza Irachena
Unita: 41% partiti curdi 22%.
Lista Allawi 8%. Altre due
liste prendono tra il 10 e il
20%. -2006 22
febbraio. L’esplosione della cupola d’oro della moschea scita di
Samarra segna l’inizio del precipitare del paese nella guerra civile. 20
maggio. Insediamento del nuovo premier Nouri Al Maliki, del partito Dawa. 30
dicembre. Esecuzione di
Saddam Hussein LE FORZE
COLLABORAZIONISTE L’occupazione
anglo-americana del 2003 ha determinato lo scioglimento dell’unico
partito ufficialmente esistente in Iraq, il Partito
Baath (Partito Socialista della Rinascita Araba) di Saddam Hussein.
E’ stato favorito l’emergere di altre forze politiche, che in parte
già esistevano, soprattutto quelle corrispondenti alla divisione tra
Curdi, Sunniti e Sciti. Ecco
le principali, con i rispettivi leader: Curdi. Partito
Democratico del Kurdistan
- PDK (Barzani). Unione
Patriottica del Kurdistan
- PUK (Talabani). Sciti. SCIRI
(Supreme
Council of Islamic Revolution in Iraq). Mohammad Al-Hakim. DAWA.
Ibrahim Al Jafari. Questi
due partiti formano l’Alleanza
Irachena Unita, che vede
in prima fila l’ayatollah Alì Al-Sistani. Vi
è poi l’Alleanza Nazionale Irachena – INA (Iyad Allawi, ex
baathista dissidente ed ex collaboratore
di CIA e MI6). Nata nel 1990, raccoglie forze laiche e multietniche. Il Partito Comunista Iracheno. Fondato nel 1935, il PCI è noto
anche come “partito dei martiri” per l’alto numero di vittime tra
le sue file, dovuto alla repressione da parte dei regimi che si sono
succeduti. E’ stato legale praticamente solo dal 1973 al 1978. Nel
2003 la sua dirigenza ha optato per la collaborazione con gli invasori
americani, mentre le componenti che precedentemente se ne erano separate
hanno aderito alla Resistenza. Nelle elezioni
di gennaio 2005 (quelle per formare l’Assemblea Costituente) il PCI si
è presentato con una lista intitolata Unione del Popolo che ha raccolto
un risultato nettamente inferiore alle aspettative. Con 70.000 voti,
pari ad un modesto 0,83%, ha comunque potuto ottenere 2 seggi. La branca
kurda del partito, che gode di una ampia autonomia, si è presentata
alle elezioni all'interno della lista dominata dal PDK e dal PUK, le due
maggiori formazioni politiche kurde. Questa scelta è stata confermata
anche per l'appuntamento elettorale del 15 dicembre (elezione del
parlamento), mentre il PCI ha deciso di allearsi nella lista di Iyad
Allawi. La
strategia degli occupanti è quella del “divide et impera”, ovvero
fomentare le divisioni tra le varie formazioni, su base etnica o
religiosa, allo scopo di frazionare l’Iraq in una serie di entità
federali deboli e facilmente controllabili. Quando questa strategia non
è messa in atto dagli occupanti stessi, vengono utilizzate le milizie
mercenarie dei partiti sopracitati, ad esempio: -i
peshmerga curdi -le
Brigate Badr, braccio armato dello SCIRI -milizia
del partito INA
di Iyad Allawi -milizia
di un partito minore, il Congresso
Nazionale Iracheno di Ahmed Chalabi LE FORZE DELLA RESISTENZA Oltre
all’ Iraqi Freedom Congess, organismo
di massa del Partito Comunista
Operaio d’Iraq, esistono altre forze che si oppongono
all’occupazione USA e dei suoi alleati. Le principali sono: Partito Baath. La resistenza organizzata dal partito Baath resta la
più agguerrita, essendo stata preparata ancor prima dell’invasione
anglo-americana, e potendo contare sulla struttura e su molti quadri del
vecchio esercito. Esercito
del Mahdi.Questo movimento, pur
inserito nelle forze della resistenza all’occupazione, ha sempre
mantenuto un atteggiamento ambiguo. Fu formato da Moqtada al Sadr ,
giovane esponente religioso sciita, nell’estate del 2003,
dall’organizzazione clandestina ereditata dalla sua famiglia. Suo
padre, il Grande Ayatollah Mohammed Sadiq al Sadr, era un influente
leader religioso sciita, e fu ucciso nel 1999 con 2 figli a Najaf; era a
sua volta cugino di Mohammed Baqr al Sadr, uno dei fondatori del
partito Dawa e suo leader carismatico, ucciso a sua volta dal regime
baathista nel 1980. Il
movimento, sotto la guida di Moqtada, si conquistò presto il
sostegno popolare, fornendo servizi sociali (aiuti alimentari, gestione
e controllo degli ospedali, raccolta dei rifiuti), occupandosi del
controllo del traffico, mantenendo
l’ordine pubblico, tenendo sotto controllo la criminalità. Nel
giugno 2003, esso controllava il 90% delle moschee di Sadr City, ex
Saddam City, un immenso slum in cui abitano
almeno 2 milioni di persone , in maggioranza sciiti, da cui viene
reclutata la sua milizia e dalle classi
povere delle città del sud dell’Iraq: Kut, Amara, Majar al Kabir, e
anche Nassiriya. Dall’aprile
2003 all’aprile 2004 ,pur guidando manifestazioni in cui si
denunciavano gli americani come occupanti, si chiedeva il ritiro
immediato delle truppe straniere dall’Iraq e la creazione di un
governo islamico, Moqtada diede strette istruzioni ai suoi uomini di non
attaccare gli americani, che però lo repressero ugualmente :fu allora
che Moqtada decise di lanciare la sua insurrezione, che si estese
rapidamente a tutte le principali città del sud dell’Iraq (e al
quartiere di Sadr City a Baghdad), saldandosi con quella
contemporaneamente in atto nella sunnita Falluja, sotto assedio da parte
dei marine. Il
movimento di Al-Sadr non ha mai boicottato le elezioni, anche se i suoi
principali dirigenti non vi partecipavano. Esso conta sei ministri
nell’attuale governo di Al-Maliki. Secondo vari commentatori dopo
l’attentato di Samara del febbraio 2006 Al Sadr si è prestato alla
guerra civile fomentata dagli americani. Si spiegano anche certi episodi
come gli attentati del 23 novembre 2006 a Sadr City (circa 200 morti),
fatti proprio per punire il suo atteggiamento collaborazionista. Associazione
degli Ulema Musulmani. Massima
istanza religiosa sunnita in Iraq, riunisce i rappresentanti di oltre
3000 moschee. La sua sede, la moschea Um Al-Qura di Baghdad, è stata
teatro di diversi incontri tra le componenti della resistenza. Alleanza
Patriottica Irachena (API).
Movimento politico sorto nel 1991 in Arabia Saudita che raggruppa
baathisti di sinistra, socialisti, e comunisti fuoriusciti dal Partito
Comunista Iracheno. In
seguito all’aggressione americana l’API decise di far rientrare
nell’Iraq occupato alcuni dei suoi dirigenti, tra i quali Jabbar al
Kubaysi che si pose subito al vertice dell’organizzazione della
resistenza popolare cercando di unificare i vari gruppi partigiani in un
fronte di liberazione unito. Gruppi
dissidenti del Partito Comunista Iracheno. Oltre
a quelli che sono parte integrante dell’Alleanza Patriottica Irachena,
altri sono collegati alla resistenza in maniera autonoma, tra cui: -Partito
Comunista Iracheno - Direzione Centrale, scisso
nel 1967 dal vecchio PCI , all’epoca filorusso. Ora si è
riorganizzato in esilio attraverso la formazione dei “Democratici
Iracheni contro l’Occupazione” (www.idao.org) e guarda con favore
alla resistenza contro gli Stati Uniti, sostiene la necessità di
costituire un’ampia alleanza di forze contrarie all’occupazione che
dovrebbero dar vita ad una amministrazione interimaria, basata su una
coalizione di forze politiche che dovrebbe organizzare nuove elezioni
nazionali. -Partito
Comunista Iracheno - Quadri –
www.alkader.net La
scissione dal PCI di questo gruppo risale al 1985 . Ora sostiene
apertamente la resistenza militare, avrebbe dichiarato di aver
rinunciato all’ateismo e ha provveduto ad una rivalutazione delle
correnti estremiste dell’islamismo, valutando favorevolmente il ruolo
“anti-imperialista” assunto da Osama bin-Laden. Al
Qaeda. Il ruolo di questa
organizzazione nella resistenza irachena è legato alla sua reale
natura. Cioè, occorre porsi la domanda: Al Qaeda, la “creatura”
messa in piedi dalla CIA in Pakistan e Afghanistan negli anni ’80 in
funzione anti-URSS, si è veramente rivoltata contro gli americani in
maniera incontrollabile o continua ad essere in qualche modo
utilizzata?... Si
ha notizia di diversi tentativi di costituzione di un coordinamento
delle forze della resistenza, una sorta di CLN. Risalirebbe a ottobre
2006 la nascita del “Comando Politico Unificato della Resistenza
Irachena” (CPURI), formato da 25 membri (15 dall’estero e 10
interni all’Iraq) che rappresentano il Partito Baath Arabo Socialista,
l’Alleanza Patriottica Irachena, l’Associazione degli Ulema
Musulmani e altri gruppi minori tra cui le correnti dei “comunisti
patriottici” oppostisi alla deriva collaborazionista del Partito
Comunista Iracheno. Siti
dettagliati sull’attività della Resistenza irachena sono: www.albasrah.net
(inglese) www.islammemo.cc
(arabo) www.uruknet.info
(inglese)
PALESTINA:
DUE POPOLI, UNO STATO Come
si vede dalla cronologia riportata di seguito, in Palestina è in atto
un vergognoso tentativo, orchestrato dalle potenze occidentali, di
piegare i palestinesi ad accettare la politica espansionista di Israele,
utilizzando la fazione “moderata” di Al Fatah contro il movimento di
Hamas, che il 25 gennaio 2006 ha vinto le elezioni ed è dunque
legittimato a costituire il governo. L’Italia fa la sua parte,
e D’Alema si è già detto favorevole all’invio di militari nella
Striscia di Gaza, ovviamente per “portare la pace”. Di
fronte a questo stato di cose, si tratta di continuare a sostenere la
causa del popolo palestinese, favorendone l’unità e lottando per
l’abolizione dello stato teocratico d’Israele e la creazione
un’entità nella quale arabi ed ebrei abbiano gli stessi diritti, come
condizione per una ripresa della lotta di classe nell’area. Domenica
10 dicembre.
Attentato contro il ministro dell’interno di Hamas. Lunedi
11. Uccisi i
tre figli di un dirigente di Al Fatah. Mercoledi
13.
Comandante militare e giudice di Hamas assassinato nella Striscia di
Gaza da uomini armati non identificati. A Roma, incontro Olmert-Prodi,
durante il quale quest’ultimo afferma che Hamas non solo dovrà
riconoscere lo Stato d’Israele, ma anche il suo carattere ebraico.
Giovedi
14.
Sparatoria di miliziani di Al Fatah contro il premier Haniyeh (Hamas),
che rientrava a Gaza dal valico di Rafah, e al quale vengono sequestrati
35 milioni di dollari, rimasti in Egitto. Una guardia del corpo uccisa,
ferite 15 persone tra cui il figlio del premier. Venerdi
15. Polizia
di Al Fatah apre il fuoco su dimostranti di Hamas, un morto e vari
feriti. Sabato
16. Il
presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen incolpa
Hamas della mancata stabilità della Palestina, e annuncia il ricorso a
elezioni anticipate. Giovedi
21. D’Alema
in missione a Ramallah, parla solo con Abu Mazen e non con Hamas. Sabato
23. Incontro
Olmert-Abu Mazen, Israele promette 100 milioni di dollari di
finanziamenti ad Al Fatah, e come “gesto di buona volontà” in suo
favore annuncia lo smantellamento di 60 dei circa 400 (!) checkpoints
che rendono praticamente impossibili gli spostamenti ai palestinesi di
Cisgiordania. Nel contempo Faruk Qaddoumi, segretario generale di Al
Fatah e storico leader di quello che rimane dell’Olp, si schiera con
Hamas e contro la politica del presidente Abu Mazen, sostenendo la
necessità di “formare un fronte nazionale, interno e esterno, che
comprenda tutte le fazioni della resistenza e non solo Al-Fatah e Hamas,
per evitare divisioni e conflitti e far fallire tutti i complotti”.
COMUNICATO FPLP (da
www.forumpalestina.org) Invitiamo
tutti a mobilitarsi per fermare lo scontro fra Hamas e il Fatah In questi
giorni , abbiamo lavorato insieme alle forze patriottiche e islamiche
palestinesi per contenere lo scontro fra Hamas e Fatah e abbiamo
promosso iniziative mirate a creare le condizioni di ripresa del dialogo
nazionale lontano dall’ingerenza delle potenze mondiali che
incentivano lo scontro con il loro schieramento da una parte o
dall’altra . Siamo
riusciti a bloccare la degenerazione e far rilasciare i rapiti da ambo
le parti, e soprattutto ad evitare manifestazioni di piazza dove e’
facile provocare attriti. Stiamo lavorando per mettere ordine
all’agenda politica palestinese iniziando dalla ripresa del dialogo
per formare un governo di unità nazionale capace di affrontare tutti i
problemi reali del popolo palestinese a partire dall’occupazione
militare israeliana e come portare avanti la resistenza verso una
prospettiva di libertà e liberazione che coinvolge tutti i settori
popolari. Invitiamo
tutte le forze palestinesi a rispettare il documento del Cairo
(documento del concordato nazionale), e promuovere subito il dialogo per
portare a termine tutto il lavoro finora compiuto. Invitiamo
le forze palestinesi a tener conto solo dell’agenda palestinese e a
non prestare ascolto all’agenda del quartetto e alle potenze che non
rispettano le scelte del nostro popolo. Invitiamo la
popolazione di Gaza a scendere in piazza per bloccare la violenza e per
il dialogo per la formazione di un governo che rappresenti le
aspirazioni del popolo palestinese. Invitiamo tutte le
comunità palestinesi nel mondo a mobilitarsi con presidi davanti le
sedi diplomatiche palestinesi. 19/dicembre/2006 BOICOTTAGGIO
DI TELECOM ITALIA Campagna
promossa dal Forum Palestina (www.forumpalestina.org)
Telefoni
rosso sangue E'
dal 2002 che i comitati e le associazioni di solidarietà con il popolo
palestinese invitano al boicottaggio ed al disinvestimento dalla Telecom,
la maggiore azienda italiana di telecomunicazioni ed uno dei principali
partner commerciali italiani di Israele, nella consapevolezza che le
tecnologie di questa azienda ed il suo apporto economico sono
direttamente connessi anche ad impieghi militari. In Israele vige un regime di apartheid,
esattamente come avveniva nel Sud Africa razzista, e la popolazione
palestinese non ha diritto a possedere della terra, non può circolare
su intere zone definite “esclusivamente ebraiche”, non può accedere
a moltissime tipologie di lavoro e quando può lavorare è costretta a
farlo con salari e condizioni infime. Telecom Italia,
la maggiore compagnia telefonica italiana, in parte ancora di proprietà
pubblica, è complice di questo
stato razzista e assassino, perché -
Possiede la maggioranza della società telefonica israeliana Golden
Lines -
E’ entrata con Telecom Italia Lab nei seguenti fondi di investimento
israeliani, o con forti interessi in Israele: Jerusalem Global, Ventures,
Gemini, Apax Partners. -
E’ cliente della ECI Telecom, azienda israeliana di telecomunicazioni
controllata dalla KoorIndustries, holding industriale proprietaria di
due delle più importanti fabbriche israeliane di armi (Elisra e Tadiran) -
Attraverso la società Nautilus ha installato un cavo sottomarino che
collega Israele al resto del mondo. Il
Forum Palestina invita a raccogliere gli appelli al disinvestimento
provenienti da tutti gli ultimi Social Forum mondiali ed europei,
sistematicamente nascosti all'opinione pubblica italiana dai
"professionisti" che pure a quei Social Forum hanno sempre
partecipato. L'invito
è a cambiare gestore, sia per quanto riguarda la telefonia fissa che
quella mobile (TIM) e per i collegamenti internet. Si invita anche a
segnalare la propria decisione all'azienda: andare sul sito www.telecomitalia.it
, cliccare su "Il Gruppo" e lì compilare ed inviare
l'apposito modulo.
L’ESECUZIONE DI SADDAM HUSSEIN: LA
FALSA GIUSTIZIA DEI VINCITORI Riportiamo
alcuni commenti sul processo-farsa a Saddam Hussein, conclusosi con la
condanna a morte per la responsabilità attribuitagli del massacro di
148 sciti nel 1982: un episodio scelto con cura fra i numerosi crimini
attribuitigli, in modo da circoscrivere le connivenze. Tariq
Ali, dal Manifesto del 31/12/06
È significativo che il 2006 sia finito con un’impiccagione
coloniale, mostrata quasi interamente (salvo gli ultimi istanti)
dalla televisione di stato dell’Iraq occupato. È stato un anno così,
nel mondo arabo. La manipolazione del processo era così evidente
che persino Human Rights Watch - la più grande organizzazione americana
dell’industria dei diritti umani - ha dovuto condannarlo come una
farsa completa. Su ordine di Washington sono stati sostituiti i giudici,
gli avvocati difensori sono stati uccisi e l’intero procedimento
ricordava un linciaggio ben orchestrato.
Se il processo di Norimberga è stato un’applicazione più
dignitosa della giustizia dei vincitori, quello a
Saddam è stato, finora, il processo più crudo e grottesco. Il
fatto che il Presidente-Grande Pensatore lo abbia definito «una pietra
miliare sulla strada della democrazia irachena» indica chiaramente che
il grilletto è stato premuto da Washington. I discutibili leader
dell’Unione europea, teoricamente contrari alla pena capitale, sono
rimasti in silenzio come al solito. ...Che
Saddam fosse un tiranno è indiscutibile, ma si preferisce dimenticare
che ha commesso la maggior parte dei suoi crimini quando era un
fedele alleato di quelli che oggi occupano l’Iraq. Come egli ha
ammesso durante il processo, fu l’approvazione di Washington a farlo
sentire al sicuro nel gassare Halabja con agenti chimici, in piena
guerra Iran-Iraq...
I doppi binari applicati dall’Occidente non cessano mai di
stupire. L’indonesiano Suharto, che governava su una montagna di
cadaveri (almeno un milione, se accettiamo le stime più basse) è stato
protetto da Washington. Lui non ha mai dato noia come Saddam...
Bush e Blair saranno mai processati per crimini di guerra? C’è
da dubitarne... Marco
Ferrando e Franco Grisolia (Partito Comunista dei Lavoratori) I
comunisti condannano il processo farsa e la conseguente esecuzione di
Saddam Hussein ma non si uniscono al coro ipocrita di lamenti sulla
morte del boia di centinaia di migliaia di curdi, sciiti, soldati
iracheni mandati al massacro nell’assurda guerra degli anni ’80
contro l’Iran. Salutano la memoria delle migliaia di militanti
comunisti e di sinistra torturati e uccisi dal rais iracheno....Se
condanniamo il processo e l’esecuzione di Saddam è perché non si è
trattato di un giudizio onesto del popolo iracheno contro il suo
sanguinario ex dittatore, ma di una farsa organizzata
dall’imperialismo Usa. La velocità dell’esecuzione e il fatto
che il processo si riferisse a un singolo episodio avevano evidentemente
lo scopo di non portare in alcun modo alla luce i passati rapporti
tra gli attuali occupanti dell’Iraq e colui che era stato proclamato
negli anni ’80 “sindaco onorario a vita di Detroit”. Saddam è
stato ucciso anche perché si potessero dimenticare il suo legame
organico con la Cia fin dagli anni ’50; la collaborazione della stessa
Cia al massacro di migliaia di comunisti iracheni; il ruolo di padrino
del governo Usa nel lungo massacro degli anni ’80 tra Iraq e Iran; gli
affari sporchi dei governi e delle aziende Usa (e dell’Unione Europea)
con Saddam all’epoca del suo dominio tirannico...
LE
RAGIONI DELL’ANTISIONISMO SOSTENUTE DAGLI EBREI
Dopo
la conferenza stampa congiunta Prodi-Olmert dello scorso dicembre nella
quale entrambi i premier hanno parlato della necessità di uno stato di
Israele ebraico, il
discorso del Presidente della Repubblica Napolitano in occasione
delle celebrazioni del Giorno della Memoria del 27 gennaio (al 27
gennaio 1945 risale l’ingresso dell’Armata Rossa sovietica nel campo
di sterminio nazista di Auschwitz) ha suscitato indignazione tra gli
antifascisti e molti stessi ebrei, che sono intervenuti in modo puntuale
con delle osservazioni interessanti e ai più poco conosciute.
Napolitano ha detto: “col
vostro appassionato contributo possiamo combattere con successo ogni
indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi e
innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo, anche quando esso si
travesta da antisionismo: perché antisionismo significa negazione della
fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita,
ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano
nella guida di Israele”.
La Rete degli Ebrei Contro l’Occupazione (www.rete-eco.it ) risponde:
“Noi
siamo convinti che sia ingiusto ed inaccettabile che lo sterminio degli
ebrei, di cui europei sono stati gli autori e le vittime, sia fatto
pagare ai palestinesi, privandoli di terra e libertà. Siamo
rattristati, e sdegnati, che il sionismo abbia usato e usi tuttora dei
peggiori metodi di sopraffazione del nazionalismo razzista, invece di
stabilire rapporti di amicizia con il popolo palestinese, che viveva da
sempre in quella terra. Si sarebbe potuto mostrare che la cultura
internazionalista ed universalista degli ebrei contribuiva a cambiare il
mondo in senso ugualitario, antirazzista, libero e democratico”.
Lo studioso del sionismo Mauro Manno, nella sua lettera
aperta al Presidente, ha portato molti esempi di oggettiva
collaborazione tra sionismo e antisemitismo a partire dall’accordo
del 1903 tra Herzl, uno dei fondatori del sionismo, e il ministro
russo antisemita Plehve e delle finanze Witte, per far emigrare gli
ebrei dalla Russia verso la Palestina, che sarebbe servito anche ad
allontanarli dal nascente movimento socialista. Documenta la
collaborazione dei sionisti con i fascisti e i nazisti
e afferma che essa “…si
fondava su una logica di scambio criminale a danno degli ebrei. I
sionisti hanno appoggiato i regimi fascisti e antisemiti prima e durante
la seconda guerra mondiale, chiedendo in cambio di permettere loro di
portare gli ebrei in Palestina per realizzare il loro progetto
coloniale. Gli ebrei che non accettavano di emigrare in Palestina sono
stati abbandonati al loro destino. Gli antisemiti erano ben contenti di
liberarsi degli ebrei in questo modo. Non è vero che gli antisemiti
sono antisionisti come lei sostiene ma è vero proprio il contrario”.
Cinico sionismo emerge da uno
scritto di Avraham Yehoshua
citato da Manno; il celebre scrittore israeliano, anche
editorialista de La Stampa, in un articolo del 6 gennaio 2007 titolato “Una
mano alla speranza d’Israele” ha la spudoratezza di affermare:
“Noi
ebrei siamo orgogliosi di aver ripristinato la nostra sovranità
nell’antica madrepatria dopo 2.000 anni di diaspora ( la quale
a dispetto dell’opinione diffusa era volontaria (!) e
consideriamo questo evento un esempio unico della storia umana”. Yehoshua
suggerisce ad Israele di porsi due chiari obbiettivi : 1)
ampliare
la legittimazione tra le nazioni del mondo arabo “…Non
dimentichiamo che anche durante l’ultima guerra del Libano, quando
l’aviazione israeliana bombardava intieri quartieri di
Beirut,l’Egitto e la Giordania non solo non hanno sospeso le relazioni
diplomatiche col governo Olmert , ma non hanno nemmeno simbolicamente
richiamato i loro ambasciatori a
Tel Aviv per consultazioni. Ciò significa che nel mondo arabo
,nonostante le crisi ricorrenti, il rancore verso Israele ,
l’occupazione dei territori e le guerre più o meno giuste, la
legittimazione dello Stato ebraico poggia ancora su basi solide che
occorre ampliare e rafforzare con costanza ….” 2)
indebolire il sogno palestinese di una “grande Palestina
“proseguendo nella divisione dei territori della Cisgiordania tra i
due popoli “…Noi
israeliani possiamo fermare o circoscrivere il processo di
compenetrazione tra i due popoli. Lo sviluppo di colonie, senza il
ritiro dell’esercito, limiterà le tortuosità malvagie della barriera
di separazione e il numero dei posti di blocco.” Come
è stato ampiamente documentato nella mostra fotografica
itinerante che si è svolta a Torino agli Antichi Chiostri in via
Garibaldi dal 13 al 27 gennaio dal titolo “Un muro non basta”,
Israele, nonostante la condanna dell’ONU, dal 2003 sta costruendo un
muro alto da 4 a 9 metri, del costo di 4 milioni di $ al Km , alternato
a trincee di filo spinato e barriere con sensori elettronici per
“difendere Israele dal terrorismo”, ma che in pratica circonderà la
Cisgiordania per 750 Km, annettendosi il 40% del suo territorio con
l’obbiettivo reale, ben chiarito da Yehoshua, della segregazione dei
Palestinesi. Ilan
Pappe,
ebreo, docente di Scienze Politiche all’Università di Haifa, riporta
nel suo articolo “Palestina 2007: genocidio a Gaza, pulizia etnica
in Cisgiordania” dell’11 gennaio 2007 ( testo originale su www.
electronicintifada.net): “Le
forze armate israeliane hanno ucciso nell’ultimo anno, 660 cittadini.
Il numero dei palestinesi uccisi da Israele lo scorso anno è stato
triplo rispetto all’anno precedente (che era di circa 200)...La
maggior parte degli uccisi sono della Striscia di Gaza dove l’esercito
israeliano ha demolito quasi 300 case e trucidato intere famiglie.
Questo significa che dal 2000 le forze israeliane hanno ucciso quasi
4000 palestinesi, metà dei quali erano bambini (ndt, minori); oltre
22.000 sono stati feriti”. Nel
2006 il governo israeliano è intervenuto con diverse operazioni di
bombardamento indiscriminato, senza distinzione negli obbiettivi tra
civili e non, chiamate tragicamente in crescendo “Prima Pioggia”
nel settembre 2005, poi “Pioggia d’Estate” nel giugno 2006,
poi “Nubi d’Autunno” nel novembre 2006, per cui le
operazioni stanno diventando strategia… “Un
trasferimento strisciante nella West Bank e una politica di genocidio
controllato nella Striscia di Gaza sono le due strategie che Israele
utilizza oggi” Conclude
Pappe: “Le
Nazioni Unite non interverranno a Gaza come hanno fatto in Africa; i
laureati al Nobel per la Pace non si metteranno in lista in sua difesa
come hanno fatto per la causa del Sud-est Asiatico. Il numero di persone
uccise non sbalordiscono come quelle causate da altre calamità e non è
una cosa nuova – è pericolosamente vecchia e preoccupante. L’unico
punto debole di questa macchina di morte è l’ossigeno che riceve dal
trovarsi sulla stessa linea della civiltà “occidentale”… Non
c’è alcun’altra strada per fermare Israele a parte il boicottaggio,
il disinvestimento e le sanzioni. Dobbiamo sostenerlo tutti in maniera
chiara, aperta, incondizionata…”
TEATRI
DI CRISI: AFGANISTAN, IRAN, LIBANO 1.
AFGANISTAN – Venti di guerra sul fronte italiano Mentre
i mass media ufficiali presentano la situazione dei soldati italiani in
Afganistan come relativamente tranquilla, Peacereporter invece
riporta un quadro assai diverso. A
Herat, base occidentale del contingente italiano, il 19
febbraio ci sono stati violenti scontri tra manifestanti e polizia,
terminati con un bilancio di almeno due morti e molti feriti. A
protestare erano centinaia di guidatori di moto-risciò, infuriati per
la decisione del governatore di vietare il loro uso come taxi. I
manifestanti hanno assediato il palazzo della Provincia, scontrandosi
duramente con la polizia. La
situazione è critica anche fuori da Herat, nelle altre province
occidentali che rientrano nella zona di competenza militare italiana. Sempre
il 19 febbraio trecento talebani
hanno attaccato e occupato il distretto di Bakwa, nella provincia di Farah
(a sud di Herat): è la prima volta che accade in questa zona.
Finora i talebani avevano conquistato solo distretti nella provincia
meridionale di Helmand, come ad esempio Musa Qala il 2 febbraio. Questi
episodi confermano che la guerra, finora confinata al sud, sta
contagiando anche le regioni occidentali sotto comando italiano. Un
fenomeno già emerso lo scorso 10 dicembre, quando, sempre nella
provincia di Farah, il generale Satta coordinò l’attacco terrestre
delle truppe afgane e delle forze speciali Isaf e i bombardamenti aerei
dell’aviazione Nato nella zona in cui un gruppo di talebani si era
infiltrato per compiere attacchi lungo la ring-road che conduce ad Herat.
L’offensiva made in Italy si concluse, secondo fonti ufficiali, con
l’uccisione di nove talebani. Ma
già da settembre era chiaro che nel quadrante italiano tirava
aria di guerra. Il 20 settembre, il comando Isaf annuncò l’avvio di
un’offensiva contro i talebani nella provincia di Farah, l’operazione
Wyconda Pincer, con il coinvolgimento di truppe italiane,
statunitensi, spagnole e afgane. Una notizia clamorosa che i portavoce
militari italiani cercarono di ridimensionare con malcelato imbarazzo. “La
diffusione di questa notizia da parte di Isaf è stata un grave errore
perché dà luogo ad equivoci”, aveva detto a PeaceReporter il
capitano Giancarlo Ciaburro, al tempo addetto stampa del contingente
italiano ad Herat. Italiani
e spagnoli compongono la task-force di reazione rapida schierata ad
Herat. Una forza di cui fanno parte una compagnia di paracadutisti
spagnoli e 220 soldati italiani: uomini che il governo Prodi ha
inviato in Afghansitan, senza troppo clamore, negli ultimi mesi, in
vista di missioni esplicitamente combat. Parliamo infatti di forze
speciali di professionisti addestrati al combattimento: il Col Moschin,
ovvero il battaglione d’élite della Brigata Paracadutisti Folgore, e
il Comsubin, gli incursori della Marina, insomma i nostri marines. Oltre
a queste truppe dassalto, in tutto 120 (numero non da poco, considerando
che si tratta di corpi speciali), ci sono poi un centinaio di
paracadutisti del 66° reggimento di fanteria Trieste della Brigata
Aeromobile Friuli, dotati di mezzi corazzati Puma e dei nuovissimi
Lince. E più che probabile che queste truppe italiane siano state
impiegate clandestinamente nell’operazione Wyconda Pincer. Lo
ipotizzava, a dicembre, anche il settimanale Panorama, secondo il quale
la task force italiana sarebbe già stata impegnata con successo in
diverse operazioni di combattimento. Se
finora i soldati italiani in “missione di pace” sono stati impiegati
in guerra di nascosto, per non violare i caveat che regolano l’uso
delle nostre truppe, nei prossimi mesi il Col Moschin, il Comsubin e la
Brigata Friuli potrebbero entrare in azione alla luce del sole. Se
infatti i talebani dovessero aprire un fronte occidentale portando la
guerra in casa dei militari italiani, il generale Satta avrà il dovere
di impiegare la task-force italo-spagnola schierata ad Herat: non ci
saranno più scuse per evitare l’inevitabile. A
meno di non ritirare le truppe dall’Afganistan. 2.
IRAN - Il “plausibile
scenario” di Brzezinski In
questi giorni circolano diverse testimonianze sui preparativi di un
attacco militare contro l’Iran da parte di USA e/o Israele (una di
queste, tratta dal sito www.megachip.info, è riportata di seguito).
Questa nuova scelta di guerra non è condivisa da altre potenze
imperialistiche, come Russia e Cina, tuttavia non è affatto escluso che
gli interessi e le pressioni della fortissima lobby industrial-militare
americana, rappresentata dall’attuale amministrazione Bush,
trasformino in breve questa ipotesi in realtà. Uno
scenario “plausibile” per uno “scontro militare con l’Iran”?
Eccolo: “il fallimento [del
governo] iracheno nell’adempiere ai requisiti [posti
dall’amministrazione di Washington], cui faranno seguito le accuse
all’Iran di essere responsabile del fallimento, indi, mediante qualche
provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti attribuito
all’Iran, [il tutto] culminante in un’azione militare
‘difensiva’ degli Stati Uniti contro l’Iran”. L’autore
di questa sensazionale rivelazione si chiama Zbigniew Brzezinski,
Segretario alla Sicurezza Nazionale con Jimmy Carter, uno dei maggiori
esperti e consiglieri di politica estera di numerose Amministrazioni
americane. Dichiarazione
fatta e registrata il 2 febbraio scorso nell’audizione della
Commissione Difesa del Senato degli Stati Uniti d’America, nella
quale, per la prima volta in assoluto, una voce americana la cui
autorevolezza non può essere messa in discussione, considera
“plausibile” che qualcuno, negli Stati Uniti, possa organizzare un
attentato terroristico contro gli Stati Uniti, per poi attribuire il
tutto a qualche nemico esterno e scatenare una guerra. Dunque
Brzezinski informa i senatori che l’amministrazione Bush – per
meglio dire qualcuno al suo interno e molto in alto - sta cercando un
pretesto per attaccare l’Iran. E quale pretesto! Si aggiunga che le
tappe “1” e “2” (fallimento iracheno e immediata accusa di
Washington contro Teheran) si sono già realizzate nei giorni scorsi e i
giornali ne sono pieni. Restano le tappe “3” e “4” che
potrebbero avvenire in qualunque momento. Perché
non c’è dubbio che Brzezinski non si sarebbe spinto a pronunciare
quelle parole se non avesse saputo che il piano è già scattato e se
non avesse deciso che l’unico modo per bloccarlo è di svelarlo.
Ma non c’è riuscito, fino a questo momento, perché il mainstream
informativo sembra non essersi accorto di niente. E questo silenzio di
tomba conferma la sostanziale complicità dei media con gli
organizzatori della guerra. Delle
rivelazioni di Brzezinski ha infatti parlato solo il Financial Times, ma
in sordina, quasi come ordinaria amministrazione. Molto rivelatore anche
il comportamento dell’Associated Press, che ha riferito la notizia, ma
omettendo il riferimento a un possibile attentato terroristico sul
territorio degli Stati Uniti. I
senatori non hanno chiesto delucidazioni, nemmeno i democratici, troppo
impauriti dalle loro responsabilità nella guerra irachena per poter
fermare quella iraniana che metterà alla berlina la loro bipartisanship. Qualcuno,
adesso, (specie tra coloro che hanno taciuto sull’11 Settembre e poi,
chiamati a risponderne, hanno difeso a spada tratta la versione
ufficiale, organizzata dai mentitori che stanno costruendo questo stesso
“plausibile scenario”) dirà che stiamo forzando quello che
Brzezinski ha effettivamente detto. Il
fatto è che l’ex-Segretario alla Sicurezza Nazionale ha detto molto
di più. E ha chiarito ai senatori (forse) allibiti che stava proprio
parlando di una provocazione ordita non da Al Qaeda, ma
dall’interno dell’Amministrazione. Lo ha fatto ricordando
l’articolo del New York Times del 27 marzo 2006 che riprodusse il
memorandum di un “colloquio privato” tra Bush e Blair, due mesi
prima dell’inizio dell’attacco contro l’Iraq. Quel memorandum, mai
smentito, era stato steso da uno degli accompagnatori del premier
britannico e infatti uscì da una gola profonda di Londra. In quell’articolo
- ecco cosa dice Brzezinski - “al Presidente venivano attribuite
preoccupazioni per il fatto che avrebbero potuto non esserci in Iraq
armi di distruzioni di massa”, che si sarebbero dovute mettere in
piedi altre basi per sostenere l’azione bellica”. E
Brzezinski continua: “vi
leggerò semplicemente ciò che quel memorandum sembra contenere,
secondo il New York Times: il Presidente e il Primo Ministro riconobbero
che in Iraq non erano state trovate armi non convenzionali. Di fronte
all’eventualità di non trovarne alcuna prima della pianificata
invasione, il signor Bush parlò di diversi mezzi atti a provocare lo
scontro. Descrisse i diversi modi in cui ciò avrebbe potuto essere
fatto. Non vorrei entrare nei dettagli.quei modi erano abbastanza
sensazionali, perlomeno uno di essi lo era.” Hussein.
Ovvio che qui non si parla di Osama Bin Laden. Il giornalista Barry Grey
gli chiede, per essere certo di aver ben capito: lei sta suggerendo che
c’è la possibilità che ciò possa aver avuto origine all’interno
dello stesso governo americano?”. La risposta di Brzezinski è tutt’altro
che una smentita: “Io sto dicendo che l’intera situazione può
sfuggire di mano e che ogni tipo di calcoli può produrre circostanze
che sarà assai difficile ricostruire”. Esattamente come avvenne
l’11 Settembre. 3.
LIBANO - Tensione tra le fazioni interne Il
giorno 16 febbraio in un’aula universitaria di Palazzo Nuovo a Torino
è avvenuto un incontro tra un gruppo di giovani studenti dei collettivi
T. Munzer e Scipol e un anarchico comunista libanese. Il
compagno libanese nella sua relazione metteva in evidenza la critica
situazione in Libano partendo da una breve storia. In particolare
evidenziava lo schieramento di 2 grandi fronti di massa: il movimento
8 marzo rappresentato principalmente dagli Hezbollah, e il movimento
14 marzo rappresentato principalmente dal fronte laico-borghese di
Siniora. Il
peso politico gli Hezbollah se lo sono conquistato con impegno,
sacrifici, soprattutto collegandosi al dissenso sociale delle masse
povere verso il governo borghese di Siniora, infine con la resistenza
all’attacco israeliano. Il
movimento 14 marzo, rappresentato anche da forze laico-borghesi in
appoggio al governo Siniora, è la reazione al peso acquistato dagli
Hezbollah, e mette in evidenza il rischio che tale forza esprime
socialmente, soprattutto in tema di
libertà democratiche, e per i collegamenti che ha verso paesi come
l’Iran e la Siria. Certamente
la situazione è difficile: da una parte un governo borghese seppur
democratico, dall’altra un opposizione confessionale islamica ben
radicata tra le masse povere. Se
dovessimo giudicare il fenomeno con un ottica laicista, Hezbollah
apparirebbe come elemento pericoloso per le libertà democratiche; se
giudichiamo invece il fenomeno con l’ottica della condizione sociale
delle masse povere, Siniora è il borghese corrotto e antiproletario e
gli hezbollah l’opposizione. E’
un grave errore la visione laicista
che lascia nelle mani degli hezbollah le masse povere seppur islamiche,
assecondando i diritti democratici rispetto alle rivendicazioni sociali
delle masse povere. I
comunisti non possono giudicare le masse povere per il loro carattere
confessionale religioso, anziché per la loro condizione sociale e di
classe: tale atteggiamento consegna le masse
ai peggiori mullah e le allontana da una possibile emancipazione.
E’ ora che i rivoluzionari non aspettino che le masse povere si
illuminino di ragione e di pensiero libero, esse devono essere aiutate a
spezzare le catene dell’asservimento economico e sociale della loro
condizione materiale, perché solo dalla lotta per la liberta dai
bisogni materiali, le masse possono
trovare il libero
pensiero sia in opposizione alle credenze religiose, che in opposizione
alle ideologie laico democratiche. Significativo
è stato l’intervento agitatorio di una libanese in difesa di
Hezbollah: essa sosteneva che “nulla
importava quanti morti ci sono stati, nulla importava quante case
sono state distrutte, a ciò
c’era rimedio, ma se non si fosse combattuto non ci sarebbe stata la
libertà, e alla mancanza di libertà non ci sarebbe stato rimedio”.
Giusto! speriamo che lo stesso grido di libertà si levi per tutte le
masse povere del Medioriente comprese quelle schiacciate dal regime
iraniano che originariamente gli Hezbollah rappresentavano e con cui
oggi mantengono dei legami, soprattutto attraverso l’aiuto
finanziario.
TURCHIA, POLITICA BORGHESE E POLITICA OPERAIA
Continuiamo l’analisi della situazione
politica in Turchia, già iniziata nel Bollettino di giugno 2006, in cui
si riportava la situazione dell’oppressione del Kurdistan e la lotta
concreta al nazionalismo turco portata avanti da alcune forze comuniste:
ora vediamo l’intervento politico pratico di queste formazioni
facendo prima una sommaria panoramica delle principali forze
politiche parlamentari e delle loro posizioni. Le
due maggiori forze politiche parlamentari in Turchia sono : il
partito islamico AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), e il
partito kemalista CHP (Partito Repubblicano del Popolo ). Il partito islamico ha avuto la maggioranza relativa alle ultime
elezioni del novembre 2002, e con il 35% dei voti ha conquistato, per la
legge elettorale, i 2/3 dei seggi in Parlamento. E’ favorevole all’ingresso della Turchia nell’Europa Unita :
questo trova una spiegazione nel fatto che questo partito potrebbe
essere espressione di una corrente di scuole islamiche, che si dice
finanziate anche dagli USA, i quali sostengono l’ammissione della
Turchia nella UE per mantenere l’Europa allo stato di area di libero
scambio , contrastando il progetto di unità politica europea.
L’ingresso della Turchia nella UE avrebbe anche la funzione di rendere
più difficile la centralizzazione politica per le differenze religiose
e gli equilibri demografici, geopolitici e
militari. Il partito kemalista, erede della tradizione laica di Kemal Ataturk,
alle elezioni ha raccolto quasi il 20% dei voti: è
appoggiato storicamente dalla casta dei militari, controlla
con essi una gran parte dell’economia turca, in collegamento
soprattutto con grandi gruppi francesi ( Renault, Axa, ecc.). E’ ostile all’ingresso della Turchia in Europa, come
d’altronde anche la Francia, perché ciò allenterebbe probabilmente
la loro posizione privilegiata nell’economia turca e per questo
appoggiano e sfruttano il sentimento antiamericano di parte della
popolazione. Il
successo elettorale del partito islamico è anche dovuto alla capacità
che esso ha avuto nello sviluppare un’azione
di assistenza sociale verso le masse, sopperendo alle insufficienze
statali, ispirandosi anche ai principi religiosi come hanno fatto altre
organizzazioni islamiche ad esempio in Palestina (Hamas) e in Libano
( Hezbollah). Il
sostegno ai bisogni sociali delle masse povere è anche il terreno
d’intervento di alcuni gruppi
comunisti turchi, che hanno promosso la formazione di cooperative
autogestite di consumo e di assistenza scolastica, soprattutto tra i
lavoratori delle piccole unità produttive, peggio pagati,
disorganizzati sindacalmente e in gran parte non regolarizzati. Questi
interventi sviluppano la coscienza nei lavoratori della necessità dell’autorganizzazione per migliorare concretamente le
condizioni di vita, dimostrando che ciò si può ottenere anche in modo
“laico”, rispettando la libertà religiosa, ma senza obbligo di
seguirne i precetti. Questa
esperienza facilita la penetrazione della
prospettiva comunista nelle masse proletarie e dimostra anche la
possibilità reale di solidarietà di classe in appoggio alle
rivendicazioni: ad esempio per il
diritto allo studio per i lavoratori, permette l’impegno degli
studenti universitari sensibili ai problemi sociali nelle
cooperative che organizzano corsi di sostegno per chi non ha le
possibilità economiche di pagarsi i corsi privati indispensabili per
l’accesso all’università; o
per i corsi di lingua turca per gli immigrati curdi, che sono la parte
più emarginata dei lavoratori, perché oggetto di discriminazione e di
attacchi nazionalisti, che vengono quindi aiutati anche per la ricerca
della casa e del lavoro. Il
lavoro sociale comune nelle masse proletarie apre il confronto tra le posizioni politiche generali dei gruppi comunisti
che vi partecipano, agevolando la reciproca conoscenza e la possibilità
alla omogeneizzazione a cui tutti aspirano, sulla base comune, ad
esempio, della lotta allo sciovinismo turco verso le popolazioni
oppresse (curdi, armeni ), che rende pratico il loro internazionalismo
contro il nazionalismo del proprio governo. Essi
possono cosi denunciare come strumentale la lotta contro gli USA o
l’Europa, che viene usata dai partiti parlamentari per gli interessi
delle frazioni borghesi. Questi
gruppi comunisti pubblicano insieme un
giornale che chiamano Koz, la brace, per significare il fuoco che
cova sotto la cenere, che riporta le posizioni politiche comuni
raggiunte e le esperienze di lotta e di solidarietà da tutte le
cooperative presenti nelle maggiori città turche dove si sviluppa il
loro intervento. Hanno
partecipato anche a elezioni
locali con lo scopo di propagandare la loro politica di
autorganizzazione contro le illusioni della delega parlamentare.
LA
DRAMMATICA SITUAZIONE IN AFGANISTAN Come già riportato da Peacereporter, pubblicato nel Bollettino di febbraio 2007, la guerra era arrivata nella provincia di Herat, dove si trova il contingente italiano e alcuni corpi speciali italiani erano stati, con tutta probabilità, impiegati fin da settembre in operazioni di guerra congiunte con truppe USA, spagnole e afgane contro i talebani, operazioni che esulavano dalle tanto sbandierate “autorizzazioni del Parlamento”. Seguendo anche solo la cronaca de La Stampa, a fine aprile c’è stato l’ultimo massacro : truppe afgane, appoggiate da reparti speciali USA che non rispondono al comando NATO, hanno ingaggiato combattimenti per 2 giorni contro gli “insorgenti”a soli 120 Km a sud di Herat. 136 insorti uccisi, ma anche 50 civili, tanto da suscitare le proteste ufficiali del Presidente Karzai verso il comando USA, che prima si è limitato goffamente a negare, poi a garantire per il futuro il “massimo impegno” per salvare le vite dei civili innocenti ! La comunicazione dell’operazione al contingente italiano, a detta del suo Comandante, il generale Satta, era stato fatto nei “modi classici”, (che probabilmente vuol dire senza chiedere nessun parere!), il che sembra abbia fatto andare questa volta su tutte le furie il Ministro della Difesa Parisi, date le possibili conseguenze, per cui si è precipitato il 7 maggio in Afganistan per protestare col Comandante della missione NATO-ISAF Dan K. Mc Neill e con Karzai, definendo l’episodio inaccettabile, perché ulteriore conferma della “mancanza di coordinamento” ! L’IPOCRISA DEL GOVERNO PRODI SULLA
VICENDA EMERGENCY Proprio nel giorno che Parisi era a Kabul, il governo afgano ha requisito i 3 ospedali e i 28 centri di primo soccorso di Emergency, che erano stati abbandonati l’ 11 aprile da una parte del personale internazionale per ragioni di sicurezza, dopo le accuse di Amrullah Saleh, capo dei servizi segreti afgani, come “associazione che fiancheggia i terroristi, compresa Al Quaida”. Queste strutture avevano continuato a funzionare fino al 25 aprile con il personale afgano e pochi internazionali, quando nella notte, agenti segreti armati, con il pretesto di un inventato incidente stradale, avevano cercato di sequestrare i passaporti dei 5 internazionali rimasti nell’ospedale di Kabul, e solo l’intervento tempestivo dell’Ambasciatore italiano Sequi, raggiunto telefonicamente, aveva permesso la loro evacuazione sotto scorta . Tutta la vicenda,come è noto, aveva avuto origine il 4 marzo dal sequestro del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, del suo autista Said Agha e dell’interprete , il giornalista afgano Adjimal Nashkbandi da parte dei talebani che chiedevano per la loro liberazione, il ritiro del contingente italiano, e poi lo scambio con talebani prigionieri del governo afgano. Il 16 marzo venne ucciso Said e il governo italiano chiese l’intervento di Emergency per stabilire i collegamenti con i talebani, l’unica organizzazione a poterlo fare essendosi conquistata, in 7 anni, la stima di tutta la popolazione per aver curato gratuitamente più di 1,5 milioni di afgani senza discriminazioni etniche o politiche, in un paese dove l’assistenza sanitaria è privata : si paga 200$ per un gesso, 300$ per un intervento di appendicite, mentre la popolazione che lavora può al massimo guadagnare 40 $ al mese.. Il 19 marzo veniva liberato solo Mastrogiacomo in cambio della scarcerazione di 5 talebani. Il mattino seguente i servizi segreti afgani sequestravano Ramatullah Hanefi, capo del personale dell’ospedale di Lashkargah, che aveva portato in porto la trattativa, come già quella per la liberazione del fotografo Torsello, in cui aveva portato personalmente per conto del governo italiano, 2 milionidi $ di riscatto ai talebani : l’accusa era di collaborazione con i talebani, per cui è prevista ancora la pena di morte. Da quel giorno Emergency mobilitò tutte le sue forze per ottenere la liberazione di Adjimal dai talebani e Ramat dal governo afgano, facendo pressione con la raccolta di 140.000 firme in 15 giorni, con manifestazioni in varie città d’Itala, sul governo italiano perché aprisse una nuova trattativa e non abbandonasse questi collaboratori afgani: purtroppo l’8 aprile Adjimal è stato ucciso dai talebani per il rifiuto del governo di trattare. Lo stesso Karzai ha ammesso che”…il governo Prodi aveva premuto in ogni modo e il governo afgano era stato costretto a cedere…abbiamo salvato il governo Prodi” ; anche D’Alema aveva detto “…il Senato doveva votare il Decreto di rifinanziamento alle missioni militari, c’era una fortissima attenzione dell’opinione pubblica. Sì, un eventuale omicidio avrebbe dato il via a reazioni incontrollabili….e ora grazie alla liberazione di Mastrogiacomo e al voto positivo …il governo ha rafforzato le sue scelte” (La Stampa del 7/4/07). Vero esempio di comportamento”umanitario” ! SOLIDARIETA’ CON EMERGENCY A Torino dall’11 aprile, dopo le minacce e le calunnie ad
Emergency, è sorta intorno ad essa la solidarietà di quelle forze
politiche e associazioni che avevano già promosso il corteo
contro la guerra e le missioni militari del
24 marzo, che si erano unite intorno al Tavolo della pace : organizzazioni
Non Violente, Movimento Umanista, ARCI, Donne in Nero, FIOM, Punto
Rosso, Sinistra Critica, Circolo Internazionalista, molti militanti
delle Federazioni cittadine di Rifondazione Comunista, Comunisti
Italiani, Giovani Comunisti, Verdi critici con le posizioni anche dei
loro esponenti al governo, e molti altri. Queste
forze si sono impegnate in un presidio
giornaliero in Piazza Castello, davanti alla Prefettura, per una Campagna
Permanente per la liberazione di Ramat e contro le guerre, con varie
iniziative di sensibilizzazione dei cittadini torinesi, ma anche
incontri con Prefetto e Consiglio Comunale, Provinciale e Regionale, per
sollecitare il loro impegno pubblico e formale perché sia assicurata da
subito l’incolumità, la difesa del prigioniero di cui non si hanno più
notizie dal suo sequestro, e chiederne conto, dato il loro ruolo
istituzionale. A
quanto riporta La Stampa dell’8
maggio, finalmente Parisi
, nel suo incontro con Karzai, avrebbe posto il problema “
ed egli si sarebbe impegnato perché Hanefi sia sottoposto all’eventuale giudizio entro 2 settimane…io immagino che la
decisione sulla formalizzazione dei capi d’imputazione possa e debba
avvenire in tempi molto più ristretti”. Certo che dopo aver
finanziato con 50 milioni di
euro all’anno la democratizzazione del sistema giudiziario afgano, è
veramente ipocrita questa posizione! Peacereporter
intanto riporta che l’ospedale
requisito di Kabul potrebbe essere affidato ad una ONG indiana,
quello di Anabah, nel Nord
potrebbe passare ad un uso militare per il contingente inglese, quello
di Lashkargah, in una zona probabilmente interessata da prossimi
combattimenti e bombardamenti, non si sa ancora nulla. Ecco spiegata
l’urgenza di eliminare possibili testimoni scomodi ! ANCHE IL
MARTORIATO POPOLO AFGANO CHIEDE IL RITIRO DELLE TRUPPE! Il 4 aprile all’Avogadro e l’8
maggio a Palazzo Nuovo sono
stati organizzati 2 incontri con testimoni
diretti della situazione afgana provenienti dagli ospedali di
Emergency, con una rappresentante
dell’organizzazione femminile RAWA
e con il Deputato Europeo Agnoletto
e altri, reduci da recenti incontri con rappresentanti della socetà
civile. Da
tutti gli interventi è emerso che la popolazione afgana ha perso
l’illusione che le truppe d’occupazione possano risolvere il
problema della sicurezza, quindi le osteggiano per i danni che hanno
provocato : quasi 50.000 morti civili, in 6 anni, aumento della povertà
per l’aumento dei prezzi, mentre i 20
miliardi di $ che si dice siano stati spesi per aiuti, sono andati
ad aumentare la corruzione; è aumentata la prostituzione, il traffico
di droga, la delinquenza in generale. La
società civile afgana non si sente rappresentata dal governo Garzai : il
Parlamento è formato per il70% dai Signori
della Guerra, che si sono macchiati di assassini pari se non
superiori ai talebani ; per il 10%
dai trafficanti di droga ; le
donne elette sono per il 70% analfabete, perché nel paese le donne che
sanno leggere e scrivere sono solo il 12%, perché per loro le scuole
sono ancora difficilmente accessibili. RAWA, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afgane, non
legalmente riconosciuta, dal 1977 si batte per l’educazione e la
difesa delle donne in tutte le situazioni, anche nei campi profughi e
negli orfanotrofi : per le donne il problema non è il burka, ma la violenza
che devono subire, i numerosi stupri che portano a matrimoni
forzati, ma purtroppo anche a suicidi. Ora
si battono insieme alle famiglie delle vittime
dei Signori della guerra contro la possibile amnistia che il governo
vuole fare per la “pacificazione”, per non punire gli attuali
dirigenti politici. La gente chiede giustizia, l’istituzione di un Tribunale Internazionale Contro i Crimini di Guerra, il
disarmo di tutte le milizie, e solo su questi obbiettivi vedono
possibile un aiuto internazionale, in grado di aiutarli a superare la
situazione che si è creata dopo 30 anni di guerra. Necessaria
sarebbe l’autoorganizzazione
popolare per l’autodifesa,
la solidarietà da parte dei lavoratori di tutto il mondo e la lotta
contro i propri governi per porre fine alle loro politiche di
spartizione e di guerra : basti pensare all’aberrante situazione in
cui 36.000 militari della NATO costano 6 miliardi di $ l’anno, cifra
superiore all’intiero Reddito Nazionale afgano, che permetterebbe di
“ mantenere” tutto il paese!
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