CORRISPONDENZE - INTERNAZIONALE

MEDIO ORIENTE

 

 

 

 

 

I FLUSSI FINANZIARI SONO UNA DELLE POSTE  IN GIOCO IN MEDIO ORIENTE

 

In questo mese di febbraio il Medio Oriente è stato teatro di importanti e drammatici avvenimenti:

1. L’aggravarsi della situazione nell’Irak occupato, dove negli ultimi giorni si delineano sempre più scenari da guerra civile.

2. La sanguinosa protesta per le vignette blasfeme su Maometto, iniziata il 2 febbraio ed estesasi in vaste aree del mondo musulmano, cui fanno seguito le prese di posizione dei crociati occidentalcristiani di casa nostra.

3. Le difficili e controverse trattative per la Palestina indipendente condotte da Hamas, vittoriosa alle elezioni.

4. I presunti rumori di guerra intorno all’Iran, che il 4 febbraio è stato deferito al Consiglio di Sicurezza dell’Onu con l’accusa di lavorare a progetti di armamento atomico.

Questi eventi hanno dei legami l’uno con l’altro, assai complessi ed articolati, e delle cause profonde comuni nella feroce lotta per la spartizione dei mercati petroliferi da parte delle potenze capitalistiche. In particolare per quanto riguarda l’Iran riteniamo utile segnalare la tesi secondo cui l’ipotesi di azione contro il regime di Ahmadinejad ventilata dagli Stati Uniti è spiegata dalla necessità per la potenza americana di preservare la quotazione del mercato del petrolio in dollari, cosa che sembra messa a repentaglio dall’annuncio iraniano di voler aprire una borsa petrolifera con quotazioni in euro dal prossimo 20 marzo. Non va dimenticato che lo stesso Saddam Hussein si preparò sin nel 2000 a commercializzare il petrolio iracheno in euro, e l’aggressione americana del 2003 scongiurò questa eventualità (come spiegato esaurientemente sul giornale Il lavoratore comunista del dicembre 2003).

Riportiamo una parte dell’articolo “La borsa petrolifera iraniana è una minaccia diretta contro il dollaro” di Mike Whitney, giornalista e attivista radicale residente a Washington, nella traduzione

pubblicata sul sito resistenze.org.

 

"L’amministrazione Bush non permetterà mai che il governo iraniano apra una borsa petrolifera iraniana basata sull’euro. Se ciò dovesse accadere centinaia di miliardi di dollari rifluirebbero negli Stati Uniti con l’effetto di schiacciare il biglietto verde e affondare l’economia. Ecco perchè Bush & Co, vogliono fare la guerra all’Iran. Si tratta puramente e semplicemente di difendere l’attuale sistema mondiale e la sua moneta di riserva: il dollaro.

L’accusa che l’Iran si stia preparando a sviluppare armi atomiche è un semplice pretesto. Secondo la NIE (National Intelligence Estimate) l’Iran avrà bisogno ancora di una decina d’anni per poter sviluppare qualche forma di armamento atomico. Il direttore della AIEA, Mohammed El Baradei, ha ripetuto continuamente che la propria agenzia di controllo non ha trovato “nessuna prova” che esista un programma nucleare militare.

Non esiste infatti nessun piano nucleare di armamenti, né tantomeno nessun armamento nucleare, in realtà sono i progetti economici iraniani che costituiscono una minaccia mortale per l’economia americana, e la minaccia non può essere ignorata lasciando che sia l’inesorabile funzionamento delle leggi del libero mercato a regolare le cose.

Fatto sta che l’America ha il monopolio sul mercato del petrolio. Il petrolio viene venduto

esclusivamente in dollari presso le borse di New York (NYMEX) o di Londra (IPE), ambedue in mani americane. Questo comporta che le banche centrali mondiali sono costrette a mantenere grosse riserve di dollari anche con un biglietto verde appesantito da un debito di 8 mila miliardi di dollari e con l’amministrazione Bush che ha dichiarato di continuare nella sua politica di indebitamento rendendo permanenti i tagli alle tasse.

Il monopolio americano, come valuta mondiale di riserva, segue perfettamente lo schema piramidale di una catena di Sant’Antonio. Dal momento che le altre nazioni sono obbligate a comprare dollari per potersi approvvigionare di petrolio, gli USA possono continuare nella loro politica sfrenata di indebitamento senza pagare pegno. (Attualmente il dollaro rappresenta il 68% dell’ammontare complessivo delle riserve mondiali, contro il 51% di appena una decina di anni fa.) L’unica minaccia a questa strategia è la prospettiva di una concorrenza rappresentata da una terza borsa mondiale indipendente, che costringerebbe il già pericolante dollaro a confrontarsi faccia a faccia con una valuta di riserva più stabile (e senza grossi debiti) come l’euro. Questa situazione consentirebbe alle banche centrali di diversificare le loro riserve rimandando in America miliardi di dollari con l’effetto di provocare un devastante ciclo di iperinflazione.

Gli sforzi di mantenere lontano dai titoli di prima pagina l’apertura della borsa petrolifera iraniana sono stati coronati da un grande successo. Una ricerca con Google ci dimostra che NESSUNO dei maggiori giornali o reti TV ha parlato dell’imminente borsa iraniana… I grandi mezzi di comunicazione invece di informare il pubblico hanno fatto da grancassa ai disegni del governo, manipolando così l’opinione pubblica e ripetendo in continuazione i temi demagogici di Bush. Il risultato è che pochi sono a conoscenza della gravità della situazione che minaccia l’economia americana.

La controversia non è quindi tra “liberali contro conservatori”. Tutti quelli che hanno analizzato il problema sono giunti alla medesima conclusione, se la borsa iraniana avrà successo il dollaro precipiterà con gravi conseguenze per l’economia americana."

 

E’ difficile prevedere quali possano essere i prossimi scenari per la crisi iraniana. Il 6 marzo si riunisce il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per affrontare la questione. Nel frattempo, qui da noi gli internazionalisti e i rivoluzionari, come chiunque voglia in qualche modo essere partecipe alla lotta contro i crimini dei governi imperialisti, possono e devono denunciare gli interessi del nostro imperialismo in Medio Oriente, complice di quello americano, e lavorare attivamente per il ritiro incondizionato delle truppe italiane dall’Irak come da ogni altro scenario di guerra. Una scadenza importante per misurare lo stato del movimento contro la guerra in Italia è il prossimo 18 marzo, giornata mondiale a tre anni dall’aggressione all’Irak da parte USA e britannica.

Cercando con Google “borsa petrolifera iraniana” vi sono altri testi sul tema.

Un’aggiornamento esauriente della stampa americana sull’Iran (in inglese, quindi) è reperibile al sito www.StopWarOnIran.org.

 

 

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AGGIORNAMENTO SULLA CRISI IRANIANA

Sul bollettino di febbraio abbiamo scritto erroneamente che il 6 marzo doveva tenersi un vertice del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla questione del nucleare iraniano, mentre in realtà si trattava di una nuova riunione dell’Aiea (Agenzia

Internazionale dell’Energia Atomica). Il dossier di quest’ultima è stato comunque trasmesso all’ONU e per tre settimane è stato dibattuto nelle relazioni diplomatiche tra le varie potenze.

Si è giunti alla dichiarazione unanime dei 15 membri del 30 marzo, nella quale l’ONU ha dato 30 giorni di tempo all’Iran per sospendere le sue attività di arricchimento dell’uranio.

Nel documento si invita l’Iran a “prendere le misure richieste dal Consiglio dei governatori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) che sono essenziali per stabilire la fiducia (della comunità internazionale) nel carattere

esclusivamente pacifico del suo programma nucleare”.

Il documento “sottolinea, al riguardo, l’importanza particolare di un completo e duraturo ristabilimento della sospensione (da parte dell’Iran) di ogni attività legata all’arricchimento di uranio, anche in un quadro di ricerca e sviluppo, e che la sospensione sia verificata dall’Aiea”.

Corretto diverse volte, il testo è risultato alla fine meno forte della sua versione originale, perché la Russia e la Cina hanno preteso di eliminare passaggi non condivisi, in particolare un paragrafo che indicava - dapprima esplicitamente, poi

implicitamente - che il programma nucleare iraniano costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Tuttavia l’iniziativa del Consiglio di Sicurezza è una presa di posizione che non può che far salire le tensioni.

Nel frattempo, ha fatto capolino su “La Stampa” del 28 marzo (pagina economica) la questione della borsa petrolifera iraniana, di cui ci siamo occupati nel bollettino di febbraio e che sembra la principale causa dell’accanimento degli USA nei confronti del regime di Ahmadinejad. Nell’articolo firmato da Farian Sabahi l’apertura di una borsa del greggio in euro viene indicata come uno dei motivi del possibile attacco statunitense all’Iran. La televisione di stato iraniana ha annunciato

l’avvio di tale borsa per lunedì 3 aprile (prima era stato detto il 20 marzo). Tuttavia, se davvero dovesse essere inaugurata, tale borsa per tre anni si limiterebbe a vendere solo prodotti petrolchimici (solo l’1% del mercato), dunque non rappresenterebbe una minaccia così immediata. Sempre nell’articolo si ricorda che l’Irak di Saddam Hussein aveva preso la stessa iniziativa nell’autunno del 2000, e che uno dei primi provvedimenti di Paul Bremer dopo la presa di Baghdad, nel

2003, fu l’imposizione esclusiva del prezzo del greggio in dollari.

L’articolo conclude dicendo che l’idea degli iraniani non è così originale, perché alla fine del 2005 anche il direttore della borsa di Oslo, il norvegese Sven Arild Andersen, ha dichiarato di essere stanco di dipendere dall’IPE di Londra e di dover

vendere il petrolio norvegese al resto d’Europa utilizzando il dollaro.

Queste considerazioni inducono a ritenere che lo scontro per l’indirizzo dei flussi finanziari può essere uno dei fattori di instabilità del sistema capitalistico mondiale. Se dovesse verificarsi un crack finanziario internazionale, c’è da augurarsi e da lavorare affinchè esso apra nuovi spazi per un’azione di trasformazione rivoluzionaria della società, al termine della quale anche il “dio denaro”, oppressore della vita e della coscienza umane, sarà relegato nel museo delle antichità.

M. D.

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“DUE TATTICHE” INTERNAZIONALISTE NELLA QUESTIONE IRANIANA

Nella drammatica e controversa situazione mediorientale, si pone il problema per i comunisti internazionalisti in Italia dell’atteggiamento da assumere verso quelle forze sociali che, pur non essendo affatto né comuniste ne internazionaliste, di fatto sembrano svolgere un ruolo di spina nel fianco per gli imperialisti occidentali impegnati a perpetrare le proprie rapine in Asia; queste forze sociali sono ad esempio l’organizzazione di Hamas in Palestina, la resistenza nell’Irak occupato, il regime di Ahmadinejad in Iran, la guerriglia talebana in Afghanistan.

Seguono due stralci tratti da periodici internazionalisti pubblicati in Italia, i quali esprimono due differenti posizioni tattiche sulla questione iraniana (della cui importanza a livello internazionale abbiamo discusso nei precedenti bollettini). Il confronto tra i due brani, molto stimolante, si pone come momento di sincero dibattito tra tutti i comunisti che lavorano per una società liberata dall’imperialismo.

Posizione 1. da Pagine Marxiste n.9, gennaio-aprile 2006 *

Mentre denunciamo le minacce imperialiste di aggressione all’Iran, e condividiamo l’opposizione ad ogni azione in questa direzione, è lungi da noi parteggiare per lo stato iraniano. L’internazionalismo non ha nulla a che vedere con l’antiamericanismo. L’antiamericanismo è una politica imperialista, è la politica degli imperialismi rivali degli Stati Uniti. E’ coerentemente contro l’imperialismo solo chi è contro tutti gli imperialismi a partire dal proprio, chi è innanzitutto contro il capitalismo.

L’Iran è un paese capitalista e uno stato reazionario al massimo grado. La Repubblica Islamica è nata sul sangue di decine di migliaia di lavoratori, schiacciati dalla reazione islamica borghese dopo che erano stati protagonisti della cacciata dello Scià. La borghesia privata e di stato che domina nella Repubblica Islamica sfrutta e reprime spietatamente ogni tentativo della classe operaia iraniana di organizzarsi e di lottare autonomamente, per la difesa delle proprie condizioni e per l’abbattimento del capitalismo. Ogni appoggio a questo stato è una posizione reazionaria.

*Pagine Marxiste è un raggruppamento internazionalista fuoriuscito da Lotta Comunista nel 2003, ed operante soprattutto a Milano e Pavia.

Posizione 2. da Spartaco n. 67, marzo 2006*

In caso d’attacco militare contro l’Iran da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti o d’Israele, o da qualunque altra forza che agisca per conto degli imperialisti, noi marxisti dichiariamo: il proletariato internazionale deve schierarsi per la difesa militare dell’Iran contro gli attacchi imperialisti. Allo stesso tempo non diamo il benchè minimo sostegno politico al regime reazionario di Teheran. La nostra difesa dell’Iran capitalista è condizionata: nei conflitti militari tra potenze imperialiste e paesi dipendenti semi-coloniali, la nostra politica è il difensismo rivoluzionario. Difendiamo il paese oppresso contro il paese oppressore e promuoviamo la lotta di classe nei centri imperialisti, così come nel paese oppresso. Ogni vittoria per gli imperialisti nelle loro avventure militari, incoraggia ulteriori guerre di rapina; ogni battuta d’arresto serve ad aiutare le lotte dei lavoratori e degli oppressi.

La natura reazionaria del regime dei mullah dell’Iran non riduce in alcun senso il dovere dei proletari rivoluzionari di schierarsi dalla parte dell’Iran contro l’imperialismo degli Stati Uniti.

*Spartaco è il periodico italiano della Lega Comunista Internazionale (International Communist League), che ha il suo centro propulsore nella Bay Area degli Stati Uniti (San Francisco).

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LOTTA POLITICA IN MEDIO ORIENTE - TURCHIA E KURDISTAN

Per i lavoratori che in Occidente si pongono il problema della rivoluzione mondiale per superare l'attuale modo di produzione capitalistico, è molto importante conoscere la situazione in cui si trovano altri comunisti, a livelli diversi di sviluppo capitalistico, per poter procedere insieme nella lotta, uniti dai principi e alla ricerca di una comune strategia.

PREMESSA STORICA: LA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE E SUOI RIFLESSI IN MEDIO ORIENTE

Nella guerra 1914-18, la Triplice Intesa (Francia, Inghilterra, Russia) aveva stipulato accordi segreti in caso di vittoria per la spartizione dell’Impero Ottomano.

Con l’uscita della Russia dalla guerra, in seguito alla Rivoluzione del 7 novembre 1917 e alla pace di Brest Litovsk del 3 marzo 1918, questi piani vennero scombinati perché i sovietici rinunciarono alla parte turca che l’esercito zarista aveva occupato, ovvero l’Armenia.

I soldati russi anzi costituirono, sul territorio armeno occupato, il Soviet e proclamarono la Repubblica di Erzincan, che riuniva popolazioni armene e kurde.

Uno dei primi decreti del Governo sovietico russo, una settimana dopo la rivoluzione, fu quello della “libertà di autodeterminazione per tutti i popoli della Russia”, per cui furono indetti, anche in Armenia, referendum popolari per decidere a quale stato appartenere; la parte della popolazione turca decise di stare in Turchia, non unirsi cioè alla parte armena-kurda.

Il trattato di Sèvres del 10 agosto 1920 col sultano Maometto IV ratificò l’autonomia dell’Armenia, sotto il controllo americano, mentre il resto dell’impero ottomano veniva spartito tra protettorati francese, inglese, greco. Prevedeva inoltre la costituzione di una regione autonoma kurda (il kurdistan), i cui confini sarebbero stati determinati da una commissione composta da rappresentanti inglesi, francesi, italiani, persiani e kurdi.

L’autonomia armena durò poco: nel 1920-21, le truppe nazionaliste del generale Mustafà Kemal, che si era opposto alla spartizione turca, la repressero, decimando la popolazione.

Nel 1922 Kemal soppresse il sultanato e proclamò la repubblica diventandone Presidente con il titolo di Ataturk (padre dei Turchi!), dopo aver costretto francesi e greci a ritirarsi dalla Turchia. Il trattato di Losanna del 1923 cancellò dalle mappe sia la Grande Armenia che il Kurdistan a vantaggio della Turchia.

I kurdi turchi furono scacciati verso le montagne e resistettero fino al 1938, sconfitti poi dal massiccio uso dell’aviazione turca.

Anche in Irak la lotta dei kurdi fu accanita e i due partiti democratici curdi attuali sono eredi della resistenza agli inglesi.

In Iran i kurdi volevano fare una repubblica autonoma insieme agli azeri e federarsi all’URSS, ma non ci riuscirono.

UNA STRATEGIA INTERNAZIONALISTA

Oggi nel folto panorama di partiti politici del Medio Oriente, ci sono correnti di comunisti turchi e kurdi che appoggiano la rivendicazione di un Kurdistan indipendente, ritenendola rivoluzionaria perché rompe l’assetto imperialistico dell’area; infatti ora il territorio del Kurdistan è diviso in 4 stati: Turchia, Irak, Iran e Siria.

Queste correnti ispirano la loro posizione da situazioni simili affrontate nel ‘800 da Marx: ad esempio l’appoggio all’indipendenza della Polonia da parte del movimento operaio dell’epoca, che avrebbe creato contraddizione a Russia, Germania e Austria e quindi facilitato la rivoluzione proletaria in Europa.

Anche Lenin insisteva che i comunisti polacchi (tra cui R. Luxemburg e Piatakov) si organizzassero in partito socialista autonomo da quello tedesco e russo per poter incidere maggiormente sulla questione nazionale.

UNA LOTTA “CONCRETA” AL NAZIONALISMO

Queste correnti valutano che un comunista non deve lottare contro l’opportunismo e il nazionalismo in astratto, ma in concreto, utilizzando tutte le contraddizioni esistenti, per portare le masse alla coscienza della necessità della dittatura del proletariato, togliendole dall’influenza del nazionalismo borghese.

Per loro, il solo fatto che un popolo rivendichi l’indipendenza rende queste aspirazioni legittime e con valenza rivoluzionaria, essendoci continuità tra rivoluzione nazionale e proletaria.

Altri partiti dell’area kurda portano avanti la politica della diplomazia e la guerriglia per ottenere questa indipendenza, ma queste forme implicano sempre la dipendenza da Stato e borghesia.

Invece queste correnti comuniste portano avanti la via dell’insurrezione armata del proletariato, con l’obbiettivo di una repubblica sovietica federata con le altre repubbliche, l’internazionalismo, la libertà di tutte le etnie all’interno della repubblica, che deve essere laica e non deve reprimere l’attività comunista.

Non è una rivendicazione etnica quindi, perché l’attuale borghesia kurda si appoggia al potere degli stati in cui opera per opprimere i salariati, anche utilizzando capi sindacali opportunisti kurdi, perché più funzionali a questo scopo.

Infatti, ad esempio, i lavoratori e comunisti kurdi in Turchia si devono organizzare con i compagni turchi, mentre quelli che abitano il Kurdistan devono essere organizzati in un unico partito, per non essere utilizzati dai quattro stati in cui ora sono tenuti artificialmente divisi, contro le borghesie altrui.

Queste correnti comuniste curde e turche sostengono che le differenze religiose sono sempre strumentalizzate dalla borghesia per i suoi interessi, e per questo motivo non partecipano alla “resistenza” irachena armata sia sciita che sunnita contro gli occupanti e i collaborazionisti, nè a quella laica baathista, perchè diretta da chi ha massacrato centinaia di migliaia di kurdi.

PER UNA PROSPETTIVA COMUNISTA

Queste correnti comuniste curde e turche portano avanti dichiaratamente l’unione dei comunisti di tutto il mondo per creare un terzo campo internazionalista nei conflitti interimperialistici.

Sostengono che per preparare i lavoratori all’esercizio della dittatura proletaria finalizzata all’abolizione della divisione in classi, è necessario l’uso della democrazia diretta, non rappresentativa, con la revocabilità degli incarichi, l’abolizione della divisione tra decisione ed esecuzione negli organismi operai, lo sviluppo della cooperazione.

L’esempio della rivoluzione russa secondo loro ha evidenziato i limiti di un potere sovietico troppo breve, che non ha potuto preparare il proletariato a resistere alla controrivoluzione borghese staliniana.

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“DUE TATTICHE” NELLA QUESTIONE PALESTINESE

Nel bollettino di maggio abbiamo messo a confronto due posizioni “tattiche” dei comunisti in caso di aggressione imperialista all’Iran. Ora facciamo la stessa cosa per quanto riguarda la lotta politica in Palestina, fermo restando che l’argomento andrà approfondito in maniera esauriente.

Come premessa, ricordiamo che nelle settimane successive alla vittoria elettorale di Hamas dello scorso 25 gennaio è risultato chiaro che il nuovo governo palestinese non avrebbe seguito la politica di collusione con le potenze occidentali tenuta da Al Fatah. Dunque Israele, USA e UE hanno reagito con ritorsioni (militari l’uno, economiche le altre) che hanno reso oggi particolarmente drammatica la situazione a Gaza e in Cisgiordania.

Ecco due diverse linee di un’azione comunista in Palestina:

1. La tormentata questione palestinese, Pagine Marxiste n. 9, agosto-ottobre 2005.

Nell’articolo si afferma che una tappa per lo sviluppo di posizioni comuniste nell’area è l’appoggio all’autodeterminazione del popolo palestinese, cioè alla costituzione di uno stato autonomo. Così scrivono i compagni:

I governi di Israele hanno sottratto terra e risorse, hanno distrutto case, arrestato, torturato e ucciso. Questa violenza ha compattato il proletariato palestinese dietro la sua borghesia, tanto che inevitabilmente l’autonomia dello stato palestinese assorbe tutte le aspettative, diventa l’obiettivo che sembra contenere in sè tutte le soluzioni. Le contraddizioni di classe del fronte palestinese sono mascherate dall’oppressione da parte dello stato israeliano, che a sua volta ha potuto usare lo scontro coi palestinesi con la stessa funzione, perchè il lavoratore israeliano cui salta in aria il figlio che va a scuola in autobus tende a vedere nello stato l’amico che lo difende.

Per questo anche se il futuro stato palestinese non avrà probabilmente nulla di progressivo, anche se la sua dirigenza o è corrotta o è manutengola, l’autodeterminazione dei palestinesi è un passaggio obbligato perchè il proletariato di tutta l’area possa porsi degli obiettivi storici della sua classe e abbattere, insieme agli stati della borghesia, i loro confini nella lotta per il socialismo.

2. Elezioni in Palestina, Progetto Comunista, giugno 2006.

Qui si sottolinea il fatto che l’autodeterminazione del popolo palestinese può realizzarsi solo se viene smantellata la struttura dello stato confessionale israeliano, che così com’è è un avamposto dell’imperialismo occidentale, e se viene creato un unico stato per arabi ed ebrei; il tutto in una prospettiva di federazione di popoli del Medio Oriente.

Sono i fatti a dimostrare che la liberazione nazionale non potrà essere realizzata se non in un quadro sociale diverso e superiore: una Palestina libera, laica e socialista, con l’abbattimento dello stato sionista, il ritorno dei profughi, il rispetto dei pieni diritti democratici per la popolazione ebraica, ma sulla base del prioritario diritto all’autodeterminazione dell’oppresso popolo palestinese, che deciderà democraticamente le relazioni precise da instaurare tra i due popoli presenti sulla terra di Palestina. Tra l’altro è solo con tale prospettiva che si può realizzare il necessario coinvolgimento, a partire dai propri interessi di classe, nella lotta antisionista e antimperialista di una parte del popolo ebraico in Palestina, cosa che è una necessità assoluta ai fini della vittoria rivoluzionaria.

Ma tale prospettiva non è nemmeno concepibile in isolamento nazionale. E’ sul terreno dell’intero Medio Oriente che si gioca lo scontro per battere l’imperialismo e la prospettiva non può essere che quella di una federazione socialista del Medio Oriente.

 

Le posizioni politiche sulla questione palestinese sono comunque numerose, e meritano ulteriori analisi che verranno riportate in seguito, anche grazie a contributi esterni che chiunque può inviare.

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OPPOSIZIONE ALLA GUERRA IN LIBANO E PALESTINA

3 AGOSTO – PRESIDIO DAVANTI ALLA RAI DI TORINO

In seguito dell’attacco israeliano alla Palestina e al Libano, in Italia vi sono state diverse iniziative contro la guerra. A Torino vi è stato un presidio davanti alla RAI di via Verdi il pomeriggio del 3 agosto, promosso da tredici associazioni e organizzazioni operanti in città. All’appello dei compagni libanesi e palestinesi che chiedeva un immediato e incondizionato cessate il fuoco si sono aggiunti una serie di volantini che denunciavano la politica connivente del governo italiano, il quale da subito si è offerto di mandare l’ennesima missione militare sotto il cappello ONU o europeo con il pretesto umanitario per rafforzare la presenza degli affari delle aziende italiane nell’area.

Al presidio mancava Rifondazione Comunista, che si sta facendo strumento degli interessi nazionali borghesi (la maggioranza dei suoi deputati infatti ha votato come il PdCI il rifinanziamento alle missioni militari italiane, anche se spergiurando che era “per l’ultima volta”!). Il PRC approva l’intervento dell’ONU in Libano in quanto questa organizzazione sarebbe “autonoma dai potenti del mondo” (Liberazione, 15 luglio). E’ evidente invece che il ruolo delle Nazioni Unite è soltanto quello di mediare tra gli interessi politici ed economici delle grandi potenze, che infatti hanno diritto di veto sulle sue risoluzioni. La soluzione delle guerre sta nell’opposizione che ad esse possono dare i lavoratori di tutto il mondo, che non hanno interessi nazionali da difendere.

Al presidio mancava anche la “sinistra comunista” extra-parlamentare, impegnata da decenni a costruire molti partiti rivoluzionari sulle pagine di astrusi e inconcludenti giornali zeppi di dotti riferimenti…

E’ invece molto importante costruire dei momenti come quello del 3 agosto, di mobilitazione delle avanguardie politiche, che sono anche occasioni per discutere e confrontarsi con tutte le posizioni; così facendo infatti si possono portare alla politica ampi strati di lavoratori affrontando tutte le contraddizioni del sistema capitalistico e in primo luogo le guerre.

 Del materiale distribuito al presidio, diversi volantini ponevano l’accento sulla politica aggressiva dello stato d’Israele e sull’utilizzo di tale politica da parte delle potenze imperialiste. Ad esempio da parte dell’International Solidarity Movement veniva citata la seguente sintesi: “La strategia israeliana coincide con quella statunitense e in qualche misura la anticipa. Il progetto del “Grande Medio Oriente”, elaborato dalla Casa Bianca, esige che l’universo arabo-islamico, dal Marocco e dalla Mauritania fino all’Afghanistan e al Pakistan passando per i paesi del Golfo, sia sottoposto all’egemonia delle grandi potenze occidentali. E’ la condizione politica, militare ed economica perché possa essere contenuta, se non vinta, la grande sfida che avanza sempre più minacciosa dall’Oriente estremo: dalla Cina innanzitutto. Israele è il cardine di questa strategia. Solo grazie al contributo militare  e di intelligence di Israele –poi verrà anche quello economico e politico- sarà possibile ridurre alla ragione i soli paesi islamici che ancora resistono ostinatamente a questo progetto: Iran e Siria, se non chineranno il capo come hanno fatto l’Egitto, la Giordania e gli altri governi arabi moderati, faranno esattamente la fine che hanno fatto l’Afghanistan e l’Iraq (e, nei Balcani, la Serbia)”.

Da questo punto di vista diventano significative le posizioni contro la guerra all’interno dello stesso stato di Israele. Così si esprimeva un volantino di pacifisti arabi ed ebrei residenti nella Galilea: “Noi residenti della Galilea e delle Valli, arabi ed ebrei non crediamo al governo di Israele ed al suo esercito, secondo i quali la guerra è stata intrapresa per autodifesa e con l’obiettivo di liberare i soldati catturati … perché è ormai di dominio pubblico che i piani militari erano pronti da molto tempo… che più di un mese prima dell’attacco di Hezbollah contro la pattuglia dell’esercito, si effettuavano esercitazioni di prova per un attacco al libano… così pure il rapimento dei ministri e dei parlamentari dell’Autorità Palestinese era stata pianificata diverse settimane prima della cattura del soldato Gilad Shait da parte di Hamas… noi residenti della Galilea e delle Valli, assieme a tutti i popoli della regione, siamo vittime dei piani di ridisegnare il Medio Oriente, del progetto di instaurare in Medio Oriente un Nuovo Ordine, che non serve agli interessi di chi vi abita”.

Si può aggiungere che gli interessi di chi abita il Medioriente non sono univoci; un vero interesse alla pace e alla concordia ce l’ha oggettivamente solo chi non ha interesse di profitti e di sfruttamento, cioè chi vive del proprio lavoro.

Il volantino del Comitato di Lotta Internazionalista poneva appunto l’accento sulle differenze di classe all’interno della società araba, e sul ruolo del proletariato.

 Una questione particolarmente dibattuta tra le varie realtà che si sono mosse contro la guerra riguarda l’opportunità o meno di un appoggio alla resistenza armata delle forze politiche arabe non comuniste che si oppongono ad Israele (nel caso specifico, l’Hezbollah libanese).

Chi sostiene la necessità di questo appoggio afferma che solo così è possibile mettere in difficoltà l’imperialismo e la sua politica di sfruttamento del Medioriente: l’equidistanza o l’indifferenza verso le parti in lotta di fatto sarebbero un avallo alla politica delle potenze vincitrici.

D’altra parte bisogna tenere presente che in varie circostanze questa scelta tattica non ha avuto buon esito: basta ricordare l’appoggio del P.C. Cinese al Kuomintang nazionalista, che ha poi massacrato nel 1927 i lavoratori comunisti che erano insorti a Canton e Shangai; o l’appoggio del P.C. Iraniano (Tudeh) alla rivoluzione islamica Khomeinista del 1978 contro lo Shia Pahlevi, finito con la repressione di tutti i gruppi marxisti.

A partire dalla Prima Guerra Mondiale le potenze occidentali hanno giocato a mettere in concorrenza gruppi etnici e religioni del mondo arabo per poter dominare l’area e sfruttarne le ricchezze, soprattutto petrolifere. Così, l’intreccio degli interessi contrapposti delle varie frazioni dominanti arabe ha portato ad esempio al massacro di circa 20000 palestinesi nel “Settembre Nero” del 1970 ad opera dell’esercito giordano o ancora quello di migliaia di civili palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila ad opera della destra falangista libanese nel 1982, non impedita ne’dall’esercito israeliano di Sharon ne’dalle truppe ONU (allora c’erano 4000 uomini, anche italiani).

Questi episodi suggeriscono che sia necessario mantenere l’autonomia ideologica e organizzativa delle forze comuniste in campo se partecipano alle lotte nazionali degli stati arabi.

Su questa questione così si esprime, in un documento del giugno 2006, il “Coordinamento di lotta anti-imperialista del Medio Oriente”, formato da diversi partiti e raggruppamenti comunisti operanti nell’area:

“Le contraddizioni inter-imperialistiche per il controllo del mercato mondiale e delle materie prime si evidenziano soprattutto in certe regioni: Balcani, Medio Oriente, il bacino del Caucaso e del Mar Caspio, America Latina…Le contraddizioni fra queste potenze imperialiste consono ancora radicalizzate al punto da fare scoppiare tra di loro conflitti diretti. Al contrario, negli ultimi 10-15 anni si sono formati di volta in volta coalizioni diverse tra gli stessi stati imperialisti a seconda delle proprie esigenze politiche del momento…L’imperialismo sarà scacciato e sconfitto solo dalle lotte di resistenza e di liberazione dei popoli oppressi di queste regioni…La politica imperialista ha come risultato di unificare la lotta delle masse delle nazioni oppresse con la lotta delle classi lavoratrici dei paesi imperialisti… Il compito di cambiare la situazione spetta in primo luogo alle forze comuniste, rivoluzionarie e progressiste delle singole aree. Questo significa che la creazione di un coordinamento regionale è necessario per le forse rivoluzionarie e comuniste per intervenire su queste piattaforme (antimperialiste)”.  

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OPPOSIZIONE ALLA GUERRA DA PARTE DEL POPOLO ISRAELIANO

L’opposizione alla guerra da parte del popolo israeliano non trova molto spazio sui media ufficiali israeliani bensì nelle carceri.

Si tratta di un’opposizione fatta da cineasti, soldati che rifiutano di prestare servizio nei territori occupati (i refusnik), studenti, artisti e membri della societa’ civile. Gruppi organizzati si sono formati, come gli anarchici israeliani contro il muro (Anarchists Against The Wall), che dal marzo 2003 collaborano con diverse associazioni e singoli palestinesi per opporsi alla costruzione del muro della vergogna e degli avamposti militari nei Territori occupati.

Come al solito l’unica risposta che ricevono è repressione. Lo scorso 11 agosto le forze di occupazione israeliane hanno caricato una manifestazione pacifica che, come ogni venerdì, si stava svolgendo nel villaggio di Bil’In, vicino a Ramallah, contro il muro della vergogna e che questa volta riguardava anche l’aggressione al Libano. Due giovani sono finiti in coma; un’ebrea pacifista danese per aver ricevuto il calcio di un mitra in testa, un attivista israeliano per una pallottola di gomma in faccia.

Segue un parziale resoconto della manifestazione, reperito sul sito Indymedia.

La manifestazione era piu’ grande del normale, molte piu’ persone partecipavano rispetto alle settimanali manifestazioni a Bil’in.

Oltre gli attivisti israeliani e palestinesi, partecipavano circa 100 manifestanti provenienti dall’estero: gente dell’ISM ed i partecipanti di Queeruption Tel Aviv 2006.

A mezzogiorno la marcia verso la barriera di separazione e’ cominciata.

Il tema della marcia era “Contro la guerra in Libano”.

Bandiere libanesi sono state portate alla marcia.

Anche un gran manifesto in ebraico che chiedeva ai soldati di rifiutare il servizio e quindi di rifiutare di diventare criminali di guerra.

Inoltre l’8 agosto 12 persone sono state arrestate in Israele per aver dimostrato contro la guerra nei pressi della base aerea di Ramat David.

A Tel Aviv migliaia di persone hanno manifestato contro la guerra il 22/7 e il 5/8.

 

In Israele la leva e’ obbligatoria per tutti i maggiorenni, tre anni per i ragazzi e due per le ragazze. Una volta finito il servizio militare, esiste la possibilità - per gli uomini - di essere richiamati come riservisti per alcune settimane all’anno, fino ai 54 anni d’età. Le donne sono esonerate se hanno figli, altrimenti possono essere richiamate anche loro, fino ai 34 anni. In ogni caso, dopo i 40 anni si è esclusi dalle unità combattenti. Gli studenti possono ripetere gli esami se vengono convocati durante la sessione universitaria. A quelli che lavorano, le autorità cercano di pagare l’intero salario ma per molti liberi professionisti, soprattutto per i commercianti, il problema è trovare un sostituto al lavoro.

I riservisti sono solitamente inviati in Cisgiordania e Gaza, e proprio questa ‘esperienza’ dell’occupazione ha provocato negli anni molte reazioni critiche. Da qui è nato il movimento dei refusnik, che raccoglie quanti si sono rifiutati di andare a servire nei Territori palestinesi, ritenendo illegale la dominazione israeliana. A chi li accusa di minare la sicurezza d’Israele, i ‘traditori’ rispondono che proprio l’occupazione costituisce una minaccia all’esistenza dello Stato ebraico.  

 

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GUERRA IN LIBANO PIANIFICATA SIN DAL 2001

Ecco le parole del generale americano Wesley Clark in "Winning Modern Wars" ("Vincere le guerre moderne", pagina 130), libro pubblicato dal Generale nel 2003 dopo il suo ritiro e che, alla luce di quanto sta succedendo, sembra profetico.

Clark scrisse che già nel novembre 2001 si stava preparando la guerra all'Iraq:
"Ma ciò (l'invasione dell'Iraq) veniva discusso come parte di una campagna di cinque anni, mi disse uno degli alti ufficiali anziani dello staff militare, e vi era un totale di sette paesi, iniziando dall’Iraq, poi Siria, Libano, Libia, Iran, Somalia e Sudan".
Tutto questo lo sappiamo bene, basta leggere il PNAC ("Progetto per un Nuovo Secolo Americano").
Ancora dal libro: "E cosa dire dei veri paesi di provenienza del terrorismo alleati degli USA - Egitto, Pakistan, Arabia Saudita -? Non sono la politica repressiva del primo, la corruzione e la povertà dei secondi a far sì che monti la rabbia della popolazione e nasca il terrorismo? E cosa dire della ideologia estremista e dei finanziamenti all'Arabia? Sembrava che si preparasse una strategia per CREARE - incoraggiando lo scontro di civiltà - piuttosto che sconfiggere il terrorismo".

Nell'introduzione del libro, il Generale Clark precisa che non farà i nomi di chi gli disse queste cose per proteggere queste persone, ma che rivela questi fatti perchè la gente deve sapere. Certo poteva parlare prima, ma ha preferito finire tranquillamente la carriera...

Per ancora maggiori dettagli sul libro, citato da globalresearch.ca, vedi l’articolo di Sydney Schanberg del 29-09-2003 "The Secrets Clark Kept: What the General Never Told Us About the Bush Plan for Serial War" (Il segreto tenuto da Clark: ciò che il Generale non ci ha mai detto sul piano di Bush per la Guerra Seriale).
http://www.villagevoice.com/news/0340,schanberg,47436,1.html

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LA GUERRA IN LIBANO

Non è possibile riconoscere la natura del conflitto arabo-israeliano fino a quando non si comprende che si tratta di una guerra coloniale. Sicuramente si tratta di un colonialismo anomalo in quanto la Palestina è divenuta una colonia di popolamento per una nazione senza stato, e quindi si tratta di un colonialismo senza metropoli. Ma non per questo costituisce di qualcosa di diverso, dove l’assurdo sta nel fatto che si è voluto creare una colonia di popolamento in un territorio tutt’altro che spopolato, e nemmeno arretrato, come poteva essere l’Australia, ma di un paese con una lunga storia dietro di sé,  sede di  civiltà antiche, anzi delle origini della civiltà. In tali condizioni  non è possibile inserire una nuova popolazione sul territorio se non sopprimendo quella antica. E’ quello che sta succedendo.

Così l’attuale occupazione dell’Irak può essere compresa solo considerando  la guerra  là in atto come una guerra coloniale per la riduzione di tale stato ad una colonia di sfruttamento, ovviamente in relazione  alle sue risorse petrolifere.

 Ciò che rende difficile accettare tale punto di vista è il carattere antistorico di tali eventi, ma questo significa solo comprendere il carattere regressivo dell’attuale sistema sociale.

 

Considerata in tale contesto l’attuale guerra in Libano costituisce l’ultimo episodio di una fase del conflitto in Medio Oriente che vede in grave difficoltà gli Stati Uniti e i suoi alleati, la Gran Bretagna e Israele. Se gli Stati Uniti pensavano di  porre sotto il loro controllo le fonti del petrolio, la resistenza irakena ha vanificato questo obbiettivo. La situazione ora di fronte a loro è quella di trovarsi nella necessità di occupare militarmente a tempo indefinito un paese che è controllabile solo dividendolo, cioè innescando, come è già stato fatto, una guerra civile a sfondo etnico e religioso, e appoggiandosi alle forze più retrive del paese. Oppure semplicemente quella di dover ritirare le truppe di occupazione, e riconoscere un governo che sia l’espressione delle forze sociali reali dell’Irak, cioè non  residui clericali e tribali, ma la borghesia moderna e le forze del lavoro sue alleate contro le vecchie congreghe tradizionali.

Questa posizione di stallo in cui sono intrappolati gli Stati Uniti ha prodotto vaste ripercussioni in tutta l’area. In particolare nella Palestina, dove la resistenza palestinese, per quanto di stampo fondamentalista, da tale circostanza ha ricevuto un rilancio e una grande popolarità. Hamas ha vinto largamente le elezioni, spodestando le vecchie forze laiche dell’OLP, ormai corrotte dalla lunga permanenza al potere e inclini al compromesso con Israele. Allo stesso tempo Israele ha dovuto procrastinare i suoi piani espansionisti nei territori occupati, smantellando alcuni insediamenti in Cisgiordania e ritirandosi dalla zona di Gaza, tentando poi di far apparire tale iniziativa unilaterale come un gesto di disponibilità alla trattativa. La realtà è che Israele si trova in difficoltà nel sostenere ideologicamente ed economicamente l’attuale stato di guerra permanente, anche se questa è ora la linea strategica condivisa da tutti gli israeliani, dalla destra come dalla sinistra, e perfino dal minoritario movimento pacifista. Cioè, al vecchio principio “pace in cambio dei territori”, cioè “due popoli e due stati”, principio che aveva prodotto gli accordi di pace con l’Egitto e la Giordania, si è passati, dopo il fallimento degli Accordi di Oslo, al principio “lotta senza quartiere al terrorismo”, cioè quello della guerra permanente e di nessuna concessione, nemmeno quella minimale di concedere all’avversario la dignità di belligerante. Principio questo che maschera quello che è il vero obbiettivo della politica israeliana: “un solo popolo e un solo stato”, cioè uno stato israeliano con il minor numero possibile di palestinesi, con limitati diritti di cittadinanza e l’espulsione degli altri. Un tale obbiettivo è realizzabile solo con il sostegno politico, economico e soprattutto militare degli Stati Uniti, che hanno sempre rifornito Israele della più moderna tecnologia bellica, compresa quella nucleare. Perciò lo stallo americano in Irak ha ridato fiato a tutte le forze indipendenti del Medio Oriente, soprattutto alla Siria e all’Iran, e indotto quest’ultimo, minacciato dagli Stati Uniti da est (Afganistan) e da ovest (Irak), ad avviare un programma di armamento nucleare.

         E per gli stessi motivi la politica israeliana è entrata in crisi. Quindi il ritiro da Gaza va interpretato come una dichiarazione di debolezza di Israele, e il suo attacco al Libano come un segnale lanciato a tutti i suoi nemici di non illudersi circa la possibilità di porre in difficoltà la sua strategia, che resta quella della guerra permanente, fatta passare come puro e semplice controterrorismo. Politica che viene perseguita nonostante non abbia avuto altro risultato che radicalizzare lo scontro, portando dovunque, anche in Israele e negli Stati Uniti, le destre al potere e costringendo laici e moderati a seguirle nelle loro scelte belliciste.

Di fronte  tale politica di potenza di Stati Uniti ed Israele, ed alle sue conseguenze, l’unica possibilità di pacificazione dell’area sta nel cambiamento della politica di tali stati, mutamento che è legato alla constatazione da parte loro della impossibilità di perseguire gli obbiettivi che vogliono perseguire, cioè la realizzazione di una Grande Israele, quale potenza dominannte del Medio Oriente, e  il controllo delle fonti energetiche da parte delle multinazionali del petrolio, obbiettivo quest’ultimo legato al conseguimento da parte degli Stati Uniti del ruolo di unica superpotenza dominante del pianeta.

Questo cambiamento di rotta richiederà lungo tempo per essere realizzato, e sarà solo il frutto di una lunga lotta di logoramento delle forze economiche e militari degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Ma senza dubbio ciò si verificherà in quanto segnali di tale cambiamento sono già evidenti negli Stati Uniti, dove la popolarità dell’attuale governo è in diminuzione, e il partito democratico si sta sempre più dissociando dalla suicida posizione di sostegno alla guerra adottata dopo l’11 settembre, posizione fatta passare con tale pretesto per lotta al terrorismo. Tale cedimento non è ancora avvenuto in Israele, ma non potrà mancare quando gli verrà tolto il sostegno di cui ora fruisce da parte degli Stati Uniti.

Allora si potrà avviare un processo di pace che dovrà  essere fondato sulla accettazione dei seguenti principi minimali:

- riconoscimento di uno stato palestinese entro i confini del 67,

- denuclerizzazione di tutto il Medio Oriente,

- cessazione degli aiuti militari a tutti gli stati dell’area,

- ritiro di tutte le truppe di occupazione.

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LA MISSIONE ONU IN LIBANO

Il governo delle sinistre, con la consueta solerzia, già rilevata in altre occasioni consimili, e questa volta notata anche dalla destra (“si è certamente evidenziato un certo dinamismo”, ha osservato Fini), ha avviato trionfalmente un’altra impresa bellica, andandosi a cacciare nel ginepraio libanese, affermando che si tratta di una missione di pace, attuata a nome e sotto il comando dell’Onu.

Che si tratti di una palese falsificazione, esistono pochi dubbi.

Innanzitutto le finalità della missione stessa non sono neutrali, perché essa prevede il disarmo di una sola delle due parti,  e  la smilitarizzazione del confine da una  sola parte. Inoltre l’Italia non è neutrale ma il più stretto alleato di cui Israele disponga in Europa, in quanto i due stati sono legati da un patto di cooperazione militare. Infatti sotto il governo Berlusconi nel febbraio-giugno 2005 venne ratificato dalle camere un “memorandum di intesa per la cooperazione nel settore militare e della difesa”. E il fatto più significativo è che venne approvato anche con i voti dei DS e dell’Ulivo. Coerentemente a tale retroterra la missione è stata approvata sia dalla maggioranza che dall’opposizione, ma al prezzo per la sinistra di evitare in Parlamento una pubblica discussione in aula, per limitare il dibattito e l’approvazione alle commissioni Esteri e Difesa, procrastinando la presentazione del decreto in aula dopo la partenza del contingente e il suo approdo in Libano! Impresa quindi decisa ai vertici, e scontando una spaccatura nella sinistra evidenziata  dalle polemiche che hanno scosso il movimento pacifista  ad Assisi, manifestazione disertata da molti gruppi, indignati perché per la prima volta il movimento ha approvato un intervento militare. Intervento che peraltro si qualifica di “peacekeeping”, ciò che presupporrebbe una forza di interposizione dotata di armamento leggero, forza che invece si presenta armata fino ai denti, con  mezzi pesanti, aerei ed elicotteri da combattimento.

Questi sono fatti oggettivi, ma corroborati da quella che è la finalità della missione: completare quanto Israele non è riuscita ad ottenere sul campo, cioè la liquidazione di Hezbollah come forza militare. Ciò che l’ONU però non può fare direttamente e quindi viene subappaltato ad un esercito militarmente inesistente, quello libanese, sostenuto però da una forza potentemente armata, pronta ad intervenire, naturalmente  solo per “autodifesa”. Ma chi lo decide? Questo è il punto più significativo.  Tutte le polemiche sulla “catena di comando” sono servite solo a far sì che il comando delle truppe fosse tolto all’ONU, cioè al segretario generale Annan, ed affidato invece ai militari stessi, facendone così dei contingenti non dell’ONU ma della nazione che si pone alla loro guida, cioè dell’Italia e della Francia, in alternanza. Quindi l’ONU diviene semplicemente una copertura  per una operazione, l’ennesima, di occupazione militare. A vantaggio di chi? Ovviamente di quelli che si trovano già nell’area, Stati Uniti ed Inghilterra. Si tratta quindi essenzialmente di truppe mercenarie per permettere a questi ultimi di operare per interposta persona. In cambio di cosa? Per la Francia si tratta chiaramente dell’affermazione di un subimperialismo residuale, dati i suoi legami storici con l’area, ma per gli altri partecipanti, in primo luogo l’Italia, si tratta solo dell’acquisizione di notorietà mediatica per i suoi leader e comandanti, e forse di qualche briciola nella spartizione della torta degli interessi petroliferi.  Ma per l’Italia gli interessi economici sono proprio legati al principale dei contendenti, l’Iran. Lo stesso D’Alema ha dichiarato, a proposito del dossier nucleare iraniano, che eventuali sanzioni economiche avrebbero per l’Italia “il peso di due finanziarie”. Qui si tratta di scontrarsi con gli sciiti libanesi, che hanno nell’Iran il loro principale sostegno, e quindi del rischio di sanzioni dell’Iran verso l’Italia. Che questa scelta autolesionista non sia contingente è confermato dalla recente richiesta di D’Alema di entrare nel gruppo di contatto, e le sue prese di posizione in cui afferma che l’Iran deve arrivare “ad una chiara e garantita rinuncia alle armi nucleari”. Questa supina adesione agli interessi di superpotenza degli Stati Uniti è un fatto molto grave, che dimostra come l’Italia, ben lungi dall’aver conquistato un ruolo di prestigio sullo scacchiere internazionale, non sia altro che uno strumento assolutamente passivo nelle mani degli Stati Uniti, ciò sotto ogni governo, sia di destra che di sinistra.

Missione comunque destinata a fallire. Infatti Israele si aspetta che l’ONU compia ciò che essa non è riuscita ad ottenere sul campo: il disarmo di Hezbollah e l’embargo sulle armi. Questo la missione non può ottenerlo. Infatti,  al controllo dei confini con la Siria, dopo la sua ferma reazione, si è già rinunciato, per cui non  vi sarà embargo. Quanto al disarmo esso deve essere operato da un esercito inesistente e contro la volontà di Hezbollah. Ciò è impossibile pacificamente, poiché significherebbe sottrarre al vincitore una vittoria ottenuta resistendo per un mese agli attacchi reiterati  ad uno dei più potenti eserciti del mondo. Quanto alla missione ONU con tutto il suo spiegamento di armamenti pesanti, ha chiaramente una funzione dimostrativa, cioè deterrente, e ben difficilmente si impegnerà sul campo. Tutto sommato un bluff, che i nostri governanti sperano che nessuno verrà a vedere. E quando questo inevitabilmente avverrà, i primi caduti produrranno il crollo della montatura propagandistica costruita dagli schieramenti politici  (“missione storica”, fronte patriottico unito, ritorno dell’Italia nella grande politica internazionale). E allora è probabile che Israele riprenderà la guerra. Infatti in Israele si è assistito al crollo dei consensi del governo di  centro-sinistra, cioè dei partiti Kadima e dei laburisti (tutto sommato una schieramento relativamente moderato) e una ascesa  vertiginosa di quelli della destra Likud. Ciò significa che Israele non rinuncia alla forza come unica salvaguardia della sua esistenza, al contrario ha radicalizzato questa posizione. Quindi  di una prossima guerra non è in discussione il “se” ma solo il “quando”.

 

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intervista con Haj Hassan Hudrush (Hezbollah)*

"Se le truppe ONU si atterranno al mandato ricevuto non dovrebbero esserci problemi"

Haj Hassan Hudrush, membro dell'Ufficio politico del movimento Hezbollah, da sempre vicino alla causa palestinese - giovanissimo partecipò alla strenua difesa del campo di Tal al Zaatar dov'è nato- è in questi giorni per le strade del quartiere di Haret Hreik, in gran parte ridotto in macerie, per dirigere la distribuzione degli aiuti e i primi passi della ricostruzione. Ci accoglie sotto una grande tenda non nascondendo la sua soddisfazione per come la resistenza libanese, fermando per 33 giorni l'avanzata israeliana, abbia ridato fiato alla politica e alla diplomazia e, così facendo, non solo sia riuscita a sopravvivere ma anche a riacquistare un ruolo centrale nella vita politica del paese e a livello internazionale.

Come giudica la risoluzione 1701 e la decisione di inviare forze multinazionali nel sud del Libano?
Il governo di Beirut, del quale facciamo parte con due ministri, ha espresso la sua determinazione a collaborare con la missione Unifil che ha il compito di aiutare l'esercito libanese a dispiegarsi nel sud e di sorvegliare il confine tra il Libano e la Palestina. Il problema è semmai costituito dalle continue violazioni israeliane della tregua e dal tentativo di Tel Aviv - sostenuto dagli Usa - di metterci quel che non c'è come il disarmo degli Hezbollah e il dispiegamento delle truppe Onu anche lungo il confine con la Siria. Israele continua con i suoi raid, il blocco aereo e navale e ancora non si è ritirata dai territori occupati. In ogni caso non abbiamo risposto e non abbiamo intenzione di rispondere a nessuna loro provocazione e faremo di tutto per astenerci da qualsiasi azione che possa mettere in difficoltà l'esercito libanese».

Queste pressioni potrebbero spingere l'Unifil a scontrarsi con gli Hezbollah?
La risoluzione 1701 si limita ad assegnare all'esercito libanese e alle forze internazionali che ne dovrebbero sostenere l'azione il compito di prevenire una nuova guerra sul confine e la ripresa di attività militari nel sud del Libano. Questo paragrafo non ci preoccupa perché quando l'aggressione sarà terminata e il ritiro israeliano completato, non ci saranno più attività militari pubbliche. Se non c'è occupazione non ci sarà resistenza. Ovviamente resteremo a sud del fiume Litani ma non mostreremo le nostre armi. I combattenti degli Hezbollah sono originari del sud del Libano e non sono altro che i giovani che le forze dell'Unifil incontreranno, non con le armi, ma al lavoro nei campi o che li saluteranno seduti al bar a prendersi un caffè. In questi giorni ci sono i funerali dei caduti nei villaggi del sud e potete vedere che in realtà a difendere il Libano è stato un popolo in armi, non un esercito o una milizia. E se hanno combattuto con così grande determinazione è stato anche perché stavano difendendo le loro case. Purtroppo è proprio questa la ragione per la quale gli Usa hanno dato ad Isaele 33 giorni di impunità assoluta: non possono tollerare che la gente normale prenda le armi per difendere la propria terra, la sua libertà, in Libano come in Palestina o in Iraq e che per di più riesca a fermare un esercito come quello israeliano. Colpendo il Libano hanno cercato di distruggere l'idea che il popolo possa organizzarsi, resistere e ottenere quel che decine di risoluzioni dell'Onu e di operazioni di peace-keeping e decenni di trattative non sono mai riusciti a dargli.

Quale futuro per le fattorie di Sheba occupate da Israele?
Il problema resta ancora senza risposta. Nella risoluzione vi è un paragrafo nel quale si accenna ad una possibile soluzione internazionale e noi aspettiamo di vedere che risultati ci saranno. In ogni caso la loro liberazione resta uno dei nostri obiettivi.

 

La resistenza quindi continuerà...
Certamente. Non vi sarà alcun disarmo finché Israele non lascerà tutti i territori occupati libanesi, sia di quelli dell'ultima guerra che delle fattorie di Sheba, finché sarà necessario difendere il Libano dalle aggressioni israeliane, e finché non saranno stati liberati i prigionieri nelle carceri israeliane. Resistere non è tanto una scelta quanto una necessità e su questo tutti i libanesi sono d'accordo.

Non temete che possano sorgere problemi con le truppe Onu, anche italiane?
L'attuazione della risoluzione è compito del governo libanese e dell'esercito libanese e non di altri. La missione Unifil non ha il compito di disarmare la resistenza e quindi se le truppe si atterranno al mandato ricevuto non dovrebbero esserci problemi. Le giudicheremo da come si comporteranno. Per ora salutiamo l'arrivo delle nuove forze Onu e valutiamo molto positivamente il ruolo dell'Italia durante il conflitto. E' nostra intenzione mantenere questi buoni rapporti con il governo e il popolo italiano, perché hanno mostrato di capire la nostra situazione. Forse perché anche voi avete resistito con le armi all'occupazione straniera.
La pausa pranzo è finita. Gli enormi bulldozer si rimettono in moto e Haj Hassan Hudrush, dopo averci salutato con un affetuoso e ironico «Italy, Welcome in Lebanon», sparisce con i suoi uomini in una nuvola di polvere.

* Intervista realizzata da Stefano Chiarini e pubblicata su "Il Manifesto" del 29 agosto

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SINISTRA INTERNAZIONALE E ITALIANA  DI FRONTE ALLA CRISI LIBANESE

Riportiamo un breve resoconto delle posizioni assunte da alcune forze politiche che si sono opposte al recente attacco israeliano al Libano e in generale alle guerre in Medioriente.

L’attacco di Israele al Libano del 12 luglio secondo il PC libanese e molti altri faceva parte di un piano preparato da tempo di riconquista di zone ricche di acqua a sud del fiume Litani e di smembramento degli stati intorno ad Israele, funzionale ad un controllo degli USA e delle altre potenze occidentali dell’area petrolifera (strategia del Grande Medio Oriente).

Già il 20 luglio scorso 75 partiti comunisti e operai di tutto il mondo, dell’area mediorientale, europei (dell’Est e dell’Ovest, compresa la Russia), americani (USA, Cuba, Sudamerica), asiatici e australiani hanno dichiarato la loro solidarietà verso il popolo palestinese e libanese, condannando le operazioni militari, le minacce a Siria e Iran e hanno chiesto la costituzione di uno stato palestinese nei confini precedenti l’occupazione israeliana del 1967 e il ritorno di tutti i rifugiati secondo la risoluzione ONU 194, mai applicata (vedi www.resistenze.org, nuove resistenti n.153).

Dopo la risoluzione ONU 1701 dell’11 agosto e la decisione del governo italiano di partecipare con l’invio di 3000 militari alla missione del contingente europeo di 7000 uomini, una parte della sinistra italiana di governo nel tradizionale “corteo per la pace” di Assisi ha appoggiato l’intervento con l’emblematico striscione di apertura “forza ONU”.

Ma le forze internazionaliste e anticapitaliste coerenti hanno invece espresso molte iniziative di denuncia e mobilitazione.

Il Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori ha proposto il 18 agosto la formazione di un comitato unitario nazionale contro la spedizione in Libano, “quale strumento di controinformazione e mobilitazione…il rilancio sempre più urgente di una sinistra anticapitalista e di opposizione troverà nella questione libanese un’importante banco di prova” (www.pclavoratori.it).

All’inizio di settembre il Circolo Internazionalista di Torino ha promosso una prima riunione per la ripresa di una mobilitazione cittadina contro la guerra; si è così giunti alla formazione di un Comitato cittadino contro le missioni di guerra.

Nel contempo a livello nazionale alcune organizzazioni (Mov. PCL, Unione Democratica Arabo-palestinese, Forum Palestina, Rete dei Comunisti, Campo Antimperialista, Comitato Nazionale per il Ritiro dei Militari Italiani, Comitato Comunista A.Gramsci, Comitato Iraq Libero) hanno lanciato una dichiarazione-appello contro la missione militare in Libano, che tra l’altro dice: “ci proponiamo un intervento attivo di controinformazione e mobilitazione teso a realizzare la più ampia unità d’azione tra tutte le forze disponibili a contrastare il militarismo umanitario”. Questi raggruppamenti hanno poi formato il comitato promotore della manifestazione nazionale di Roma del 30 settembre (vedi pag.).

Il 14 settembre alla Festa in Rosso di Liberazione organizzata dal Circolo PRC di Bussoleno in Valsusa si è tenuta una riunione “A fianco dei popoli che resistono” con la partecipazione del senatore di Rifondazione Franco Turigliatto e di Piero Bernocchi della Confederazione Cobas in cui si denunciava tra l’altro la continuità del governo Prodi con quello di Berlusconi e la volontà di non sottostare, nelle prossime votazioni per il rifinanziamento alle missioni, al ricatto del voto di fiducia.

Il 16 settembre l’assemblea nazionale indetta dal Forum Palestina a Roma ricordava “le vicende del 1982 quando Israele impose il disarmo delle milizie palestinesi con il controllo del contingente internazionale formato da USA, Francia e Italia, che si ritirò in anticipo sulla data prevista e consentì di fatto l’assalto israelo-falangista ai campi palestinesi fino al massacro di Sabra e Chatila, dopo il quale tornarono i contingenti occidentali. A quel punto però il popolo libanese aveva compreso il ruolo reale delle forze occidentali, contro le quali la resistenza ingaggiò una vera e propria guerra di liberazione”.

Il rischio che questo scenario torni di attualità è evidente, ma ora “tutti i dirigenti della resistenza libanese e dei campi palestinesi hanno chiarito che la consegna delle armi non è nemmeno pensabile fino a quando non si sia arrivati ad una giusta soluzione del conflitto con gli aggressori sionisti ed alla restituzione di tutti i territori libanesi, palestinesi e siriani occupati”. Non si può escludere la possibilità che il pattugliamento delle acque territoriali libanesi portato avanti soprattutto dalla Germania, ufficialmente per ostacolare il contrabbando di armi, abbia a che vedere con l’eventualitàdi attacchi contro la Siria e l’Iran da parte della flotta aeronavale USA (www.forumpalestina.org).

Un significativo volantino del 9 settembre della Federazione Anarchica Torinese dice: “Di fronte alla follia della politica di potenza, di fronte all’orrore del sionismo, di fronte all’urlo sanguinario delle religioni, tutte le religioni, assetate di sacrifici umani per i loro dei e i loro preti, pur schierarsi è necessario…(dalla parte) delle vittime. Sempre, ovunque. A Gaza come a Beirut come ad Haifa…dalla parte di chi pensa che senza stati, né frontiere, né padroni, né preti, l’umanità potrà trovare la strada di una convivenza nella libertà e nell’eguaglianza…”.

Nel documento di convocazione di una conferenza tenutasi a Milano il 26 luglio, Rivoluzione Comunista auspica che i proletari del Medio Oriente acquistino l’autonomia di classe dalle proprie borghesie “con la prospettiva di costituire una federazione socialista basata sul potere dei lavoratori. Qui in Italia affermiamo l’internazionalismo sviluppando il fronte proletario tra i lavoratori locali ed immigrati e l’organizzazione del partito rivoluzionario contro il nostro imperialismo…”.

Lotta Comunista in un volantino denuncia le responsabilità dell’imperialismo europeo che tratta la propria influenza nell’area con gli USA, ma non fa schierare contro le missioni di guerra dell’ONU, non mette in pratica il tanto sbandierato internazionalismo, si limita a dire di “evitare di finire in mezzo a cortei che invocano la pace mescolando stellette e ramoscelli d’ulivo”.

A parte gli ultimi due raggruppamenti citati, l’indicazione che viene data nelle varie dichiarazioni  sinora riportate e in molte altre (ad esempio volantini di Pagine Marxiste di Milano e di Alternativa di Classe di La Spezia) non è tanto il chiudersi nel proposito di rafforzare il proprio partitino, ma di lavorare per creare un fronte di lotta nazionale e internazionale che passi attraverso la controinformazione e l’opposizione alle politiche di guerra.  

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L’ODIERNA CONDIZIONE DI VITA DEI PALESTINESI

Oggi il popolo palestinese ammonta a circa 9 milioni di individui, di cui 3,5-4 abitano nei Territori Palestinesi Occupati (Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est), circa 4 milioni sono profughi in quasi tutti i paesi del mondo ma soprattutto in “campi” nei paesi limitrofi (Giordania 1,5 milioni, Siria 350mila, Libano 400mila etc.)  e 1,3 abitano nel territorio dello Stato d’Israele del 1948.

      Questi ultimi (gli arabo-israeliani) hanno passaporto israeliano ma non sono considerati cittadini a tutti gli effetti, per cui sono esclusi dalle cariche pubbliche, dall’obbligo del servizio militare etc. Per essere cittadini israeliani si deve avere madre ebrea o, se immigrati, almeno discendenza ebrea alla quarta generazione. In questo modo Israele cerca di attirare immigrati soprattutto dall’Est Europa, ai quali viene facilitato l’accesso al lavoro e alla casa, attraverso la costituzione dei cosiddetti insediamenti. Gli insediamenti intorno a Gerusalemme sono quartieri fortificati in cui si concentra un serbatoio di manodopera in sostituzione di quella araba, che viene mano a mano estromessa, e forniscono nuove leve per l’esercito. Attualmente gli ebrei israeliani ammontano a circa 5 milioni.

      I 3,5-4 milioni di palestinesi dei Territori Occupati vengono gradualmente isolati dal territorio israeliano. In sintesi la loro situazione è la seguente:

-Nella Striscia di Gaza (360 kmq con 1,4 milioni di abitanti, quindi ad altissima densità) sono stati tolti gli insediamenti ebraici per decisione unilaterale di Sharon nell’estate del 2005, allo scopo di separare gli arabi dagli ebrei risparmiando sui costi militari per la protezione di questi ultimi. I palestinesi di Gaza sono dunque stati privati anche della possibilità di lavorare nelle colonie, sono praticamente isolati perché presidiati da terra e da mare dall’esercito e dalla flotta di Israele, e hanno solo un documento di identità che non gli permette di spostarsi se non verso l’Egitto tramite il valico di Rafah, che dovrebbe essere controllato da un contingente ONU (formato da carabinieri italiani!) ma attualmente è bloccato dalle truppe israeliane, senza che nessuno intervenga per far rispettare il diritto internazionale di transito.

Data l’alta densità di popolazione ogni attacco israeliano, compiuto col pretesto della lotta al terrorismo, provoca  vittime civili.

-In Cisgiordania abitano circa 2 milioni di palestinesi, che hanno un permesso temporaneo di soggiorno rinnovabile ogni sei mesi, per cui sono continuamente sottoposti al ricatto dell’espulsione. La Cisgiordania è praticamente divisa in due blocchi e Israele la sta circondando con un muro ad ovest addirittura per accaparrarsi i territori più fertili della valle del Giordano, dove punta a sviluppare nuove colonie agricole, trasferendovi quelle tolte da Gaza. Ai palestinesi è consentito l’esodo verso la Giordania, con cui Israele ha concordato il controllo del trasferimento. Nelle città della Cisgiordania governa L’Autorità Nazionale Palestinese, secondo gli accordi di Oslo del 1993, mentre nel resto dei territori il controllo è affidato a truppe miste israelo-palestinesi, che effettuano numerosi check-point, rendendo difficilissimi gli spostamenti. Gli israeliani, invece, possono spostarsi su autostrade a loro riservate che collegano tra loro gli insediamenti, che sono ancora numerosissimi e protetti direttamente dall’esercito.

-A Gerusalemme Est i palestinesi sono circa 250.000, cioè il 33% della popolazione. Israele ha l’obiettivo di ridurli al 20%; con la costruzione del muro isola i quartieri popolari dal lavoro e dai campi e in questo modo obbliga i palestinesi ad andare via. I palestinesi di Gerusalemme hanno un passaporto che permette loro di spostarsi ma deve essere corredato da un visto anche solo per tragitti di pochi chilometri, e perde la validità dopo due anni di assenza dalla città, dopodiché per rientrare bisogna chiedere un permesso di soggiorno. Non si permette più la costruzione di case nei quartieri popolari, alcune zone storiche sono state comprate da israeliani, dalla stessa famiglia di Sharon, sono isolate e protette militarmente. I nomi originari delle strade vengono sostituiti con nomi ebraici, si cerca di cancellare nei giovani la cultura palestinese, che è particolare rispetto al mondo arabo ma ha sempre convissuto con tutte le altre.     

      L’impoverimento del popolo palestinese ha significato anche l’arretramento della situazione femminile e dell’istruzione giovanile; così anche del movimento studentesco, falcidiato dalla repressione israeliana che, si stima, dalla Prima Intifada (1987) ha provocato la morte di 25.000 giovani, soprattutto negli ultimi anni quando è stato vietato l’accesso a personale medico e sanitario appartenente alle organizzazioni umanitarie.

In Italia per cercare di porre rimedio alla drammatica situazione dei palestinesi è indispensabile una continua controinformazione, anche con una mostra itinerante e proiezione di flimati in scuole e quartieri, coinvolgendo sempre più ampi strati di cittadini, soprattutto giovani, per giungere a una serie di iniziative di boicottaggio della politica di Israele, in primo luogo:

- La richiesta della revoca dell’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele, magari con una raccolta firme. Questo tra l’altro è il punto qualificante della manifestazione nazionale per la Palestina del 18 novembre a Roma

- Azioni dimostrative nei confronti  delle iniziative filo-israeliane, come la Mostra “Israele arte e vita” (!) in programma a Milano a Palazzo Reale dal 18 ottobre 2006 al 7 gennaio 2007.  

 

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“SUL TERRORISMO ISRAELIANO”

  Per avere un quadro più completo della storia d’Israele è importante far conoscere quanto è riportato da un ebreo francese dissidente, Serge Thion, nel suo libro dal titolo Sul terrorismo israeliano (ed. Graphos, Genova). Questo libro elenca molti crimini commessi in meno di un secolo dal potere sionista nei confronti degli arabi (i palestinesi in particolare) e finanche contro gli stessi ebrei per incolpare gli arabi e creare pretesti per repressioni o guerre. Thion si avvale della collaborazione di altri ebrei dissidenti, come la scrittrice Livia Rokach, che vive a Roma, Ronald Bleier, Israel Shahak ed altri.

            A pagina 36 del libro si legge: “Il peccato originale di Israele è stato il sionismo, l’ideologia secondo la quale uno stato ebraico avrebbe dovuto rimpiazzare la vecchia Palestina…Per creare e consolidare uno stato ebraico nel 1948, i sionisti espulsero 750.000 palestinesi dalla loro terra… distrussero più di 400 villaggi e perpetrarono circa tre dozzine di stragi. Nel 1967 gli israeliani costrinsero altri 350.000 palestinesi a fuggire dalla Cisgiordania e da Gaza e circa 147.000 siriani a lasciare le alture del Golan. Dal 1967 Israele ha imposto un regime di occupazione militare all’intera popolazione palestinese dei territori. Gli effetti dell’esproprio sono sotto i nostri occhi, nelle vite spezzate di milioni di persone direttamente coinvolte ed anche nella guerra che l’Occidente conduce ovunque contro l’intera nazione araba”.

Nel 2001 la popolazione di Israele ammontava a 6.372.000 abitanti, con una densità di 308 ab/kmq, tra le più alte al mondo. E nonostante Israele sia un piccolo stato, esso è la quarta potenza militare del mondo! Per di più, dotata di un armamento atomico di almeno duecento testate, in barba al Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

            A pag. 50 del libro si legge: “Il piano strategico di Israele di dissolvere gli stati arabi spezzandoli in piccole unità settarie fu esposto apertamente in un saggio del 1982 di Oded Ynon, esperto militare israeliano. Richiamò l’attenzione tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita in Siria…Tra sciiti e sunniti in Iraq…E’ chiaro che la recente guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq ha anticipato un obiettivo chiave dei più vasti progetti israeliani di egemonia regionale…il piano si fonda sulla divisione dell’intera area in piccoli stati e sulla dissoluzione di tutti gli stati arabi esistenti…I neoconservatori negli Stati Uniti (detti neocons) generalmente sono repubblicani vicini al Likud israeliano….sono in posizione chiave nel governo di G.W. Bush”. E’ questa la classica politica imperialista del “divide et impera”. Questo è ciò che sta tentando di fare in Iraq l’imperialismo americano. Essi cercano di spartire la nazione tra Sciiti, Sunniti e Curdi. Senz’altro la prospettiva per il Libano è la medesima: la spartizione tra cristiano-maroniti, amici di Israele, e musulmani. Poi toccherebbe alla Siria all’Iran ed all’Afganistan, ecc…

            Ancora alle pag. 42 e segg. Si possono leggere dei fatti criminosi compiuti dai sionisti contro i propri concittadini, al fine di incolpare i palestinesi o gli arabi in generale: “…La Rokach dedica un capitolo alle operazioni compiute sotto falsa bandiera, nelle quali furono deliberatamente sacrificati non pochi ebrei…La Rokach fa un resoconto dettagliato di un attentato del marzo 1954 su un autobus tra Eilat e Beersheva in cui morirono dieci passeggeri e quattro sopravvissero…persino la stampa americana menzionò la versione giordana secondo cui l’attentato era stato commesso dagli israeliani…Per il massacro dell’autobus fu scovato un pretesto per lanciare un attacco al villaggio Nahalin vicino a Betlemme, uccidendo decine di civili e per distruggere un altro villaggio palestinese in Cisgiordania….(gli attentati agli autobus sono stati molti, certo non tutti opera di palestinesi.)…I confini tranquilli non fecero che incoraggiare tattiche nuove, impiegando per uccidere nei villaggi arabi piccole pattuglie, fra le quali svolse un ruolo decisivo l’infame reparto 101 di Ariel Sharon..”   Anche la volontaria americana Rachel Corrie, stritolata qualche anno fa da un bulldozer israeliano, ha scritto: “La strategia di Sharon, di assassinio in tempo di trattative di pace, per la confisca di terre, sta funzionando molto bene per creare dappertutto nuovi insediamenti..”

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DIBATTITO SULLA SITUAZIONE IN IRAQ

Con Faris Mahmood, membro dell’Ufficio Politico del Partito Comunista Operaio d’Iraq

 

Giovedi 23 novembre a Torino in via Millio 20 si è tenuto un dibattito sulla situazione in Iraq con Faris Mahmood, membro dell’ufficio politico del Partito Comunista Operaio d’Iraq (PCOI).

Dopo un’introduzione storica tenuta da Cesare Allara, autore del libro “Accadde in Iraq”, il compagno iracheno ha illustrato l’attività del PCOI e in particolare dell’organizzazione di massa che questo partito ha promosso dal marzo 2005, l’Iraqi Freedom Congress (IFC – Congresso Iracheno per la Libertà).

 

BREVE STORIA DELL’IRAQ

Nell’introduzione storica si metteva in evidenza l’importanza assunta dal Medio Oriente all’inizio del secolo per l’utilizzo del petrolio (in parziale sostituzione del carbone), soprattutto da parte della Gran Bretagna come combustibile per la flotta. Alla fine della Prima Guerra Mondiale la regione viene spartita tra Francia (Siria e Libano) e Gran Bretagna (Iraq, Palestina, Transgiordania), con la forma del protettorato.

Nel 1920 l’emiro Feisal, cui la Gran Bretagna aveva promesso la costruzione di un grande stato arabo in cambio dell’aiuto a combattere l’impero ottomano, tenta una rivolta contro l’occupante, ma viene sconfitto; nel marzo del 1921 gli viene conferito il solo regno d’Iraq, sempre sotto stretto controllo inglese.

Nel 1958 un colpo di stato militare proclama la repubblica e 10 anni dopo il controllo passa nelle mani del Partito Socialista per la Rinascita Araba (Baath), con la repressione delle fazioni filo-occidentali.

Nel 1972 il governo iracheno firma trattati di amicizia e di cooperazione con l’URSS, che gli permettono di nazionalizzare più liberamente pochi mesi dopo l’industria petrolifera e la Iraq Petroleum Company, di proprietà anglo-franco-americana sin dagli anni ‘20.

Nel 1979 Saddam Hussein, che era già nel governo, diventa presidente della Repubblica e concentra tutti i poteri del partito e militari nelle sue mani. Nel 1980, dopo la firma del trattato di pace tra l’Egitto di Sadat e Israele di Begin, e dopo che in Iran era stata proclamata la repubblica Islamica in seguito al rovesciamento dello scià Reza Pahlevi II, Saddam cerca di approfittare dell’indebolimento iraniano occupando il territorio iraniano dello Shatt El Arab, la confluenza navigabile del Tigri e dell’Eufrate, per avere uno sbocco sul mare per l’attracco delle grandi petroliere. Dopo 8 anni di guerra (1980-88) e più di un milione di morti, il risultato concreto della guerra è l’indebolimento militare e il dissanguamento economico delle due potenze regionali, che era l’obiettivo perseguito dagli USA e dalle potenze occidentali, che avevano infatti fornito armi ad entrambi i fronti.

Il 2 agosto del 1990 l’Iraq occupa il Kuwait, pochi giorni dopo scattano le sanzioni economiche, che nel corso degli anni ’90 si stima abbiano provocato 2 milioni di morti (600.000 bambini). Il 17 gennaio 1991 inizia la Seconda Guerra del Golfo, che dura 40 giorni.

Il 20 marzo 2003 l’amministrazione americana dà inizio alla Terza Guerra del Golfo, aggredendo l’Iraq e destituendo Saddam Hussein. L’occupazione perdura tuttora.

 

NASCITA DEL PARTITO COMUNISTA OPERAIO D’IRAQ

Nella rivoluzione del 1979 in Iran contro lo Scià, il partito comunista Tudeh aveva avuto un ruolo determinante, ma il ritorno dell’ayatollah Khomeini, esule in Francia, aveva ristabilito l’ordine capitalistico mettendo a morte migliaia di comunisti e dissidenti del governo.

I militanti comunisti andarono in esilio, alcuni si spostarono nel Kurdistan iraniano e nel 1982 ricostituirono insieme al Komala (organizzazione della sinistra curda) il Partito Comunista dell’Iran, che alla fine della guerra 1980-88 ha una svolta nazionalista, per cui una parte si staccò e nel 1991 formò il Partito Comunista Operaio d’Iran, cui si collegò un gruppo di militanti comunisti iracheni nel 1993 (tra cui Faris Mahmood), formando il Partito Comunista Operaio d’Iraq.

 

L’ATTUALE POSIZIONE DEL PCOI: L’IRAQI FREEDOM CONGRESS

Nel marzo del 2005 una parte del PCOI promosso la costituzione del Congresso Iracheno per la Libertà (IFC), cioè (dalla Dichiarazione di fondazione):

“una larga organizzazione impegnata nello stabilimento di un governo libero, laico e non etnico in Iraq – un governo basato sulla sovranità diretta del popolo iracheno - , e impegnata nella garanzia del diritto degli iracheni a determinare liberamente e coscientemente il sistema di governo in Iraq. La IFC è indipendente, democratica, non religiosa e non etnica. La IFC è nata per far fronte all’abisso civile in Iraq. Attualmente, il tessuto civile della società in Iraq è stato lacerato dall’occupazione degli Usa e dalla dominazione degli islamisti, dei banditi tribali e politici. Il popolo iracheno è stato preso in ostaggio tra i due poli del terrorismo mondiale della nostra epoca: il terrorismo di stato Usa e l’Islam politico, portando la salute mentale e fisica degli iracheni e delle irachene al limite della distruzione...Il solo modo di uscire da questo abisso è di mobilitare la popolazione a riprendere in mano il paese, e di estendere questa mobilitazione su grande scala, fuori dalla sfera di controllo degli occupanti americani e dei movimenti islamici, al fine di ristabilire la loro sovranità. La IFC mobilita e organizza le persone attraverso le proprie organizzazioni locali e regionali per ristabilire il controllo della sovranità delle persone ad ogni livello e quanto più è possibile. La IFC salvaguarda questa sovranità da ogni aggressione”.

Nel suo intervento il compagno ha spiegato che il regime baathista, al potere da quasi 40 anni, aveva lasciato una situazione di laicità nella popolazione, in cui i matrimoni misti tra le varie etnie erano normali. Per questo la maggior parte della popolazione, che vive ora nel terrore continuo, in balia dei soprusi perpetrati dagli occupanti, dal governo, dai proprietari delle imprese, dalle bande integraliste, con il 50% di disoccupazione che alimenta ogni genere di sottomissione, è recettivo di un programma dell’IFC che “cercherà di divenire il tramite che renda la popolazione in grado di difendersi”, organizzandola in reti locali e Case del Popolo.

Seguono i punti rivendicativi dal manifesto del IFC.

L’obiettivo immediato dell’IFC è di prendere il potere e di stabilire un governo provvisorio laico e non etnico, che applichi gli articoli di legge seguenti:

1) Espulsione delle forze Usa e dei loro alleati. Dissoluzione di tutte le istituzioni politiche, economiche, militari e paramilitari messe in piedi dagli americani per controllare l’Iraq. Tutte le leggi emanate in quesdto quadro dovranno essere annullate.

2) Dissoluzione di tutti i gruppi armati e forze paramilitari legate agli islamismi e della malavita. Confisca delle loro armi, beni e risorse.

3) Apertura pubblica di tutti gli archivi e dei documenti del governo baathista, così come di quelli dell’amministrazione attuale.

4) Confisca di tutte le proprietà e le terre appartenenti alle fondazioni religiose, che dovranno essere utilizzate per i bisogni sociali, politici e ricreativi della popolazione.

5) Sostegno a tutto ciò che rinforza il potere del popolo per difendere i suoi diritti e le sue libertà contro ogni forma di aggressione.

6) Separazione completa tra religione, stato ed educazione

7) Revoca delle leggi di origine religiosa, Libertà di credo e di ateismo

8) Libertà incondizionata di espressione, di credo, di stampa, di riunione, di organizzazione e manifestazione.

9) Riconoscimento incondizionato dei diritti individuali e civili. Uguaglianza tra uomini e donne. Abrogazione di tutte le leggi e i regolamenti che viòlino questi principi

10) Diritti civili, politici e sociali pieni e incondizionati per tutti i cittadini, senza distinzione di genere, di religione, di nazionalità, di etnia o di cittadinanza.

11) Liberazione di tutti i prigionieri politici

12) Abolizione della pena di morte

13) Libertà di accesso ai media pubblici per le organizzazioni e I partriti politici

14) Indennità di disoccupazione adeguata per ogni persona maggiore di sedici anni e in condizioni di lavorare. Indennità adeguata per chiunque che, per ragioni fisiche o mentali, non sia in condizioni di lavorare.

15) Delega dei poteri all’assemblea dei rappresentanti diretti del popolo per decidere del futuro assetto politico e redigere una costituzione nel tempo  massimo di sei mesi.

16) Referendum immediato nella regione curda sulla sua secessione o sul suo mantenimento nell’Iraq con eguali diritti.

       

Durante il dibattito non si è riusciti ad andare a fondo rispetto ad alcune questioni sollevate dai compagni, e cioè:

-il carattere oggettivamente anti-imperialistico che la resistenza irachena, indipendentemente dal suo colore politico, assume nel momento in cui si rivolge contro gli eserciti occupanti e le forze collaborazioniste.

-i raggruppamenti fuoriusciti dal vecchio Partito Comunista Iracheno, ora collaborazionista, che fanno parte della resistenza. 

-la composizione della resistenza (baathista, sunnita, scita, kurda), e se questa è limitata a milizie prezzolate o ha un seguito popolare. 

-il ruolo che gli occupanti occidentali svolgono nell’indebolire la resistenza fomentando le divisioni etniche e favorendo così il precipitare del paese nella guerra civile.

Per chiarire queste questioni si invitano tutti i partecipanti alla riunione (e non solo) a contribuire con informazioni e documenti.

 

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HEZBOLLAH E PC LIBANESE NELLA RESISTENZA

incontro internazionale di Beirut in solidarietà con la resistenza

( 16 – 19 novembre 2006)

 

Alcuni brevi estratti del report di Walter Lorenzi, del Comitato nazionale per il ritiro dei militari italiani

L’intero report è sul sito www.contropiano.org, sez. Primo piano.

 

L’incontro è stato organizzato dal Partito Comunista Libanese, da Hezbollah, dalla Tribuna dell’Unità Nazionale, dal Movimento del Popolo e dalla rete d’associazioni della società civile “Samidoun” con l’obiettivo di organizzare una rete internazionale di solidarietà con la resistenza libanese.

...

Oltre 300 delegati si sono incontrati in questi giorni, in rappresentanza di forum sociali contro la guerra, partiti di sinistra e comunisti, organizzazioni laiche e religiose, movimenti di lotta, giornalisti, giuristi, intellettuali, organizzazioni di massa.

...

I rappresentanti all’incontro provenivano da:

Per il Medio Oriente - Libano, Egitto, Giordania, Iraq, Libia, Palestina, Algeria, Siria

Per l’Europa - Italia, Grecia, Francia, Turchia, Austria, Gran Bretagna, Paesi Baschi, Germania, Irlanda, Portogallo, Belgio, Norvegia

Per le Americhe - Canada, USA, Brasile, Cuba, Brasile

Per l’Asia - Sud Corea

Per l’Africa - Congo, Senegal

...

Ho partecipato alla commissione “Le strategie – Le resistenze” organizzata in modo che gli interventi generali si intersecassero con risposte a domande provenienti dal pubblico, composto in buona parte, come detto, da rappresentanti occidentali e nord europei.

...

Sul tema del rapporto con il Partito Comunista Libanese, la risposta di Mohammad Naufal, rappresentante di Hezbollah alla Presidenza della commissione, è stata la seguente: “ …noi abbiamo maturato in questi anni molti più rapporti con il PCL, sia sul terreno politico sia sociale, che non con altre forze islamiste presenti nel paese e nell’area mediorientale. Il PCL è un nostro alleato strategico, mentre abbiamo nemici tra le forze islamiste.”

Sulle grandi questioni della forma Stato, del rapporto Stato/religione, delle differenze di genere e su altre questioni dirimenti le risposte di Naufal sono state le seguenti:

1) Pensiamo ad uno Stato non confessionale all’interno del quale tutti i cittadini devono godere degli stessi diritti, per questo ci battiamo oggi contro la forma istituzionale libanese, retaggio del colonialismo francese, la quale divide la società per confessioni.

2) Preconizziamo una società nella quale le differenze di classe siano il più possibile eliminate.

3) Nel rispetto dei valori prevalenti della società libanese, siamo per la libertà di culto.

4) Le donne nel nostro movimento non sono discriminate, svolgono attività ai vari livelli dell’organizzazione.

5) I nostri rapporti con le altre organizzazioni si basano sulla condivisione di strategie politiche, non su discriminanti religiose o confessionali.

6) Siamo antimperialisti e lottiamo per l’affermazione di una pace giusta in Medio Oriente.

Le posizioni espresse dal rappresentante di Hezbollah, tra l’altro rintracciabili in forma più articolata e circostanziata nei loro documenti ufficiali, trovano riscontro nelle parole e negli atti dell’altra forza centrale di questo evento, il Partito Comunista Libanese.

Attraverso Walid Samara e Mufid Keteish, esponenti di spicco del partito presenti anch’essi alla presidenza dell’incontro, è emerso il quadro di stretto coordinamento maturato in questi ultimi anni tra le due organizzazioni che animano la resistenza libanese.

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CORRENTI ISLAMICHE IN MEDIO ORIENTE

 

Riportiamo due brani relativi alle posizioni politiche di alcune correnti islamiche in Medio Oriente (da Limes, n.4/2006).

 

1. HEZBOLLAH E IL MONDO ARABO

(Da un’intervista con Ali Fayyad, direttore del Centro consultivo per gli studi strategici e la documentazione di Hezbollah).

“...Non immaginiamo un Medio Oriente islamico, come alcuni sostengono, ma una regione in cui sia rispettato il principio di autodeterminazione dei popoli.

...Il mondo arabo dalla caduta dell’impero ottomano si trova prigioniero di una forte contraddizione. Da una parte c’è l’appartenenza alla nazione (umma) araba, dall’altra la divisione in Stati. Lo Stato moderno è stato imposto alla regione e da allora ci troviamo a ragionare in termini di “arabi” ma anche di “giordani”, “libanesi”, “siriani”, “iracheni”. Dobbiamo accettare la realtà e sperare che nel futuro si possa arrivare ad un processo politico simile a quello avvenuto in Europa con l’unificazione europea.

...Fino ad oggi soltanto la resistenza armata ha pagato nella lotta per restituire ai palestinesi i loro diritti legittimi. Noi crediamo, forti della nostra esperienza, che l’unico modo per costringere Israele al ritiro sia quello di arrivare ad un equilibrio strategico con il nemico. Questo è certo difficile oggi in Palestina, ma per il momento non ci sono altre scelte.

(Immaginiamo)...un unico Stato nei confini della Palestina storica, venutasi a creare con le ultime divisioni amministrative ottomane: dalla Galilea al Negev, dal Giordano al Mediterraneo. Uno Stato multiconfessionale in cui vivano insieme i palestinesi di ogni confessione e appartenenza. Musulmani, cristiani ed ebrei. Uno Stato democratico in cui tutti i cittadini siano uguali di fronte alla legge”.

 

2. CORRENTI SUNNITE NEI CONFRONTI DI HEZBOLLAH 

Secondo Marco Hamam, arabista, studioso delle questioni del Vicino e Medio Oriente, le posizioni dei sunniti verso il movimento scita di hezbollah sono di tre diversi tipi:

“a-Boicottaggio senza riserve di Hezbollah. Gli ulama appartenenti a questo raggruppamento ritengono che Hezbollah cooperi ad un più ampio processo di sciitizzazione della regione. Questo predominio sciita viene considerato, senza esitazione, più pericoloso del progetto sion-americano nella regione. Su questa linea si sono distinti particolarmente i dotti sauditi, sia quelli che fanno parte del sistema saudita, che altri che sono in rottura totale con la famiglia regnante e sostengono il jihad interno antisaudita.

b-Hezbollah è un partito di “rifiutatori”, ma da non boicottare. Giova ricordare alla umma (sunnita) i punti di discordanza che separano i sunniti dagli sciiti. Resta un partito di miscredenti, ma in questa contingenza storica non va contrastato. Tra i sostenitori di questa posizione, il noto dotto saudita Salman al-Awda.

c-Solidarietà con Hezbollah come obbligo religioso. Di questo parere è “l’Unione mondiale degli ulama mussulmani”, che considera l’operato di Hezbollah “uno dei più nobili esempi di resistenza”. A costituire la maggioranza dei solidali con Hezbollah sono i dotti egiziani di fama mondiale, tra cui anche la guida dei “Fratelli mussulmani” egiziani. A differenza che in Arabia saudita, in Egitto è prevalsa una posizione del clero sunnita contrastante con quella governativa”.

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VIA LE TRUPPE ITALIANE DALL’AFGANISTAN  E DA TUTTE LE MISSIONI MILITARI

 

Degli oltre 20 miliardi di euro che ogni anno l’Italia impiega in spese militari, la Finanziaria 2007 stanzia 1 miliardo e 600 milioni per le missioni militari all’estero. Deve essere costante la denuncia di questi sprechi e degli scopi inumani cui questi soldi sono destinati.

A questo proposito, ricostruiamo le fasi della falsa “missione di pace” in Afganistan.

 

LA MISSIONE ENDURING FREEDOM

Risale al novembre 2001 l’invio del primo contingente militare italiano in Afganistan, in risposta all’appello del governo USA a formare la “coalizione dei volenterosi” per dare la caccia  a Bin Laden e contro i Talebani del mullah Omar, che non lo volevano consegnare.

Gli USA il 7 ottobre avevano iniziato la missione, denominata Enduring Freedom (libertà duratura), bombardando l’Afganistan, mentre i Mujaheddin dell’Alleanza del Nord (formata dai Tagiki di Rabbani e dagli Uzbeki di Dostum) procedevano via terra arrivando a novembre a prendere Kabul.

Il presidente provvisorio fu Rabbani, ma con la mediazione ONU a dicembre le varie etnie designarono a capo del governo il pashtun Hamid Karzai, che dal 1997 risiedeva negli USA e lavorava con essi per rovesciare il regime.

 

LA MISSIONE ISAF

Intanto l’ONU autorizzò la formazione di una Forza Internazionale di Assistenza alla Sicurezza  (ISAF) per difendere il nuovo governo di Kabul, cui parteciparono da subito 530 soldati italiani, sotto comando inglese.

Già a dicembre 2001, dopo 2 mesi di guerra, uno studio USA valutò in 3.700 le vittime civili.

La resistenza talebana continuò anche con un tentativo di colpo di stato da parte di Hekmatyar, pashtun anch’esso, appoggiato dagli sciiti Hazara e dall’Iran.

Ad agosto del 2003 la NATO assunse  il comando della missione ISAF, impegnandosi per la prima volta fuori dall’Europa: le forze ISAF all’epoca contavano 5.500 soldati, contro i 12.000 della missione Enduring Freedom, questi ultimi dislocati soprattutto al sud, al confine con il Pakistan, nella ancor vana ricerca di Bin Laden.

A settembre 2004 l’Italia ritirò i 1.500 soldati del contingente Nibbio che erano di base a Khost (a est di Kabul), sotto direzione USA, e i giornali riportarono le proteste di Rutelli, che era allora all’opposizione, che perorava la necessità di ripristinare subito un altro contingente italiano, sotto direzione NATO, come infatti avvenne.

Nello stesso mese il comando NATO venne assunto dall’Eurocorpo, con grande soddisfazione degli europeisti soprattutto di sinistra, e il contingente aumentò la sua forza a 10.000 soldati, per arrivare oggi a 20.000, così suddivisi: 6.000 inglesi, 2.700 tedeschi, 2.500 canadesi, 2.000 olandesi, 1.900 italiani, 975 francesi, 750 romeni, 650 spagnoli, 460 turchi, ecc. per un totale di 37 paesi partecipanti.

 

UNIFICAZIONE MISSIONI ENDURING FREEDOM-ISAF

Nel vertice di Portrose (Slovenia) di fine settembre 2006, i ministri della difesa dei 26 paesi NATO hanno deciso di portare anche i 12.000 militari USA sotto comando unico ISAF, in modo da porre fine, come riportano i commentatori, alla discussione sulla legittimità giuridica di Enduring Freedom, effettuata senza il via libera dell’ONU. Rimarranno però forze speciali “antiterrorismo”, sotto il comando anche della CIA.

L’ex generale KFOR in Kosovo, Fabio Mini, su Repubblica del 27/07/06, fa notare che “l’ISAF si è assunto il compito non solo di tutelare la sicurezza a Kabul, ma di combattere i Talebani insieme ai soldati USA, e quindi anche l’Italia dovrà assumersi responsabilità, onori e rischi maggiori….e togliere l’etichetta di “missione di pace”...

 

IL BUSINNESS DELL’OPPIO

Alcuni commentatori riportano che la NATO “rifiuta di occuparsi” della lotta alle coltivazioni di oppio: il raccolto nell’ultimo anno è aumentato del 59%, raggiungendo circa 6.000 tonnellate, il 90% della produzione mondiale, fonte di reddito per più di 200.000 famiglie contadine, ma soprattutto per “signori della guerra” o

Talebani locali, corrieri della droga, intermediari finanziari locali. Il Dipartimento di Stato USA dice che le milizie talebane possono così essere ingaggiate a 140 dollari al mese, contro i 100 offerti dal governo.

Il regime talebano, al potere dal 1996, seppure condannasse per ragioni religiose l’uso della droga, aveva consentito il raddoppio della produzione di oppio in 3 anni, sino a raggiungere 4.600 tonnellate nel 1999. Nel 2000, anche sotto pressione internazionale, ne limitò drasticamente la coltivazione, per cui la produzione nel 2001 crollò a 185 tonnellate; per la legge di mercato, il suo prezzo decuplicò, passando da 30 a 300 $ al chilo.

Ora la produzione ha raggiunto, come detto , il nuovo massimo storico, e i suoi proventi, stimati dall’ONU in 2,7 miliardi di dollari, muovono un giro d’affari internazionale enorme se si considera che il valore dell’eroina prodotta con l’oppio afgano viene calcolato di 194 miliardi di dollari; potentati d’affari, crimine organizzato, riciclaggio bancario mondiale, servizi segreti competono per il controllo strategico sulle vie dell’eroina.  In ambito ONU qualcuno ha proposto di acquistare la produzione di oppio afgana per colmare il deficit cronico di morfina ad uso sanitario, ma stranamente non tutti sono stati d’accordo...

 

TUTTI PRONTI PER L’ “EMERGENZA”.

Intanto la NATO,  all’ultimo vertice di Riga alla fine di novembre,  ha chiesto ai governi la disponibilità  ad impiegare tutte le truppe (circa 32.800 soldati) in operazioni al sud anche senza il consenso dei singoli stati; Italia, Germania, Francia e Spagna hanno tenuto a precisare che si impegnavano a contribuire alle operazioni solo “in situazioni di emergenza” . La Spagna si impegna a fornire più truppe, la Francia due elicotteri e alcuni aerei, l’Italia ha ancora in ballo la questione dei 6 cacciabombardieri AMX…

Attualmente i soldati italiani sono stanziati a Kabul (950) e a Herat (750), e altri sono nelle basi aeree degli Emirati Arabi. Dalla fine della guerra (dicembre 2001) ci sono stati 7 morti tra gli italiani per incidenti e attentati (5 però nell’ultimo anno), su un totale di quasi 500 morti tra le truppe straniere impegnate (di cui 340 USA), 1.100 agenti della sicurezza afgana, e più di 4.000 tra la popolazione civile.

Questi dati evidenziano come la situazione sia di vera e propria guerra, come testimonia anche Gino Strada, il fondatore di Emergency, impegnato negli ospedali di Kabul: “Qui in Afganistan siamo in mezzo a una sporca guerra …Siamo qui per aiutare il dittatorello di turno e il solito governo fantoccio…Tutto ciò ci costa 50 milioni di euro al mese…A Kabul è cresciuta la delinquenza comune, la prostituzione, il consumo di droga, l’aids, l’inquinamento, i prezzi sono saliti alle stelle, le ambasciate sono bunker. Fuori Kabul c’è la guerra tra i trafficanti d’oppio pagati dagli USA e i terroristi di Al Qaeda. Siamo sicuri che 5 anni fa fosse peggio?”

Un comandante talebano, intervistato dal sito Peacereporter.net, ha dichiarato che per loro non fa differenza il paese di provenienza dei soldati: “Sono occupanti infedeli, e noi li combattiamo”.

Dopo queste considerazioni si capisce come sia strumentale tutta la propaganda governativa sul ruolo della missione italiana in Afganistan che si può sintetizzare nella scandalosa frase di D’Alema :” Non possiamo lasciare l’Afganistan in mano ai Talebani”, con cui si è presentato al vertice di Riga. Al posto della sua proposta di “Conferenza” aperta anche ai paesi confinanti, è stato istituito un ben più efficiente “gruppo di contatto “, la cui convocazione è affidata al Segretario della NATO Scheffer, che probabilmente dovrà decidere le “situazioni di emergenza”; queste ultime, vista la situazione, saranno sempre di più e vedranno quindi i soldati italiani coinvolti in vere e proprie azioni di guerra.

 

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PARTITI E ORGANIZZAZIONI IN IRAQ DURANTE L'OCCUPAZIONE

Principali date  della transizione politica 2003-2006

-2003

20 marzo. Inizio attacco USA all’Iraq.

9 aprile. Caduta Baghdad e crollo del regime. Gli USA creano una prima struttura provvisoria di governo, l’Office of Reconstruction and Humanitarian Assistance, affidata a Jay Garner.

6 maggio. Paul Bremer nominato proconsole a Baghdad e capo della CPA (Coalition Provisional Authority).

13 luglio. Bremer nomina una Consiglio governativo iracheno di 25 membri.

13 dicembre. Cattura di Saddam Hussein.

-2004

28 giugno. Il potere passa dalla CPA (Coalition Provisional Authority) al governo ad interim (Iraqi Interim Government) presieduto da Iyad Allawi.

-2005

30 gennaio. Elezione dell'Assemblea nazionale irachena, composta da 275 membri, con il compito di formare un nuovo governo di transizione e di redigere la nuova Costituzione. Ne fanno parte tutte le componenti etniche, religiose e politiche, ma la minoranza sunnita, che ha in gran parte boicottato le elezioni, e' sottorappresentata.

Lista per l’Irak (Allawi): 14%   Alleanza Irachena Unita: 48%    partiti curdi: 26%.

6 aprile. Il curdo Jalal Talabani diventa presidente dell’Irak.

28 aprile. L'Assemblea nazionale vota la fiducia al nuovo governo provvisorio (Iraqi Transitional Government) presieduto dallo sciita Ibrahim Al Jaafari.

15 ottobre. Referendum per approvare la Costituzione e sua approvazione , dopo 10 giorni di controllo dei voti.

19-21 novembre. Si svolge al Cairo, su iniziativa della Lega Araba, un incontro di riconciliazione tra le forze irachene, alla quale partecipano anche esponenti sunniti. Alcuni vi vedono una manovra per depotenziare la resistenza, legata ad un cambiamento di strategia da parte degli occupanti.

15 dicembre. Elezioni per il nuovo Parlamento iracheno. Alleanza Irachena Unita: 41% partiti curdi 22%. Lista Allawi 8%. Altre due liste prendono tra il 10 e il 20%.

-2006

22 febbraio. L’esplosione della cupola d’oro della moschea scita di Samarra segna l’inizio del precipitare del paese nella guerra civile.

20 maggio. Insediamento del nuovo premier Nouri Al Maliki, del partito Dawa.

30 dicembre.  Esecuzione di Saddam Hussein

 

LE  FORZE COLLABORAZIONISTE

L’occupazione anglo-americana del 2003 ha determinato lo scioglimento dell’unico partito ufficialmente esistente in Iraq, il Partito Baath (Partito Socialista della Rinascita Araba) di Saddam Hussein. E’ stato favorito l’emergere di altre forze politiche, che in parte già esistevano, soprattutto quelle corrispondenti alla divisione tra Curdi, Sunniti e Sciti.

Ecco le principali, con i rispettivi leader:

Curdi.

Partito Democratico del Kurdistan - PDK (Barzani).

Unione Patriottica del Kurdistan - PUK (Talabani).

Sciti.

SCIRI (Supreme Council of Islamic Revolution in Iraq). Mohammad Al-Hakim.

DAWA. Ibrahim Al Jafari.

Questi due partiti formano  l’Alleanza Irachena Unita, che  vede in prima fila l’ayatollah Alì Al-Sistani.

Vi è poi l’Alleanza Nazionale Irachena – INA (Iyad Allawi, ex baathista dissidente ed ex

collaboratore di CIA e MI6). Nata nel 1990, raccoglie forze laiche e multietniche.

Il Partito Comunista Iracheno. Fondato nel 1935, il PCI è noto anche come “partito dei martiri” per l’alto numero di vittime tra le sue file, dovuto alla repressione da parte dei regimi che si sono succeduti. E’ stato legale praticamente solo dal 1973 al 1978. Nel 2003 la sua dirigenza ha optato per la collaborazione con gli invasori americani, mentre le componenti che precedentemente se ne erano separate hanno aderito alla Resistenza. Nelle elezioni di gennaio 2005 (quelle per formare l’Assemblea Costituente) il PCI si è presentato con una lista intitolata Unione del Popolo che ha raccolto un risultato nettamente inferiore alle aspettative. Con 70.000 voti, pari ad un modesto 0,83%, ha comunque potuto ottenere 2 seggi. La branca kurda del partito, che gode di una ampia autonomia, si è presentata alle elezioni all'interno della lista dominata dal PDK e dal PUK, le due maggiori formazioni politiche kurde. Questa scelta è stata confermata anche per l'appuntamento elettorale del 15 dicembre (elezione del parlamento), mentre il PCI ha deciso di allearsi nella lista di Iyad Allawi.

La strategia degli occupanti è quella del “divide et impera”, ovvero fomentare le divisioni tra le varie formazioni, su base etnica o religiosa, allo scopo di frazionare l’Iraq in una serie di entità federali deboli e facilmente controllabili. Quando questa strategia non è messa in atto dagli occupanti stessi, vengono utilizzate le milizie mercenarie dei partiti sopracitati, ad esempio:

-i peshmerga curdi

-le Brigate Badr, braccio armato dello SCIRI

-milizia del partito  INA di Iyad Allawi

-milizia di un partito minore, il Congresso Nazionale Iracheno di Ahmed Chalabi

 

LE FORZE DELLA RESISTENZA

Oltre all’ Iraqi Freedom Congess, organismo di massa del Partito Comunista Operaio d’Iraq, esistono altre forze che si oppongono all’occupazione USA e dei suoi alleati. Le principali sono:

Partito Baath. La resistenza organizzata dal partito Baath resta la più agguerrita, essendo stata preparata ancor prima dell’invasione anglo-americana, e potendo contare sulla struttura e su molti quadri del vecchio esercito.

Esercito del Mahdi.Questo movimento, pur inserito nelle forze della resistenza all’occupazione, ha sempre mantenuto un atteggiamento ambiguo. Fu formato da Moqtada al Sadr , giovane esponente religioso sciita, nell’estate del 2003, dall’organizzazione clandestina ereditata dalla sua famiglia. Suo padre, il Grande Ayatollah Mohammed Sadiq al Sadr, era un influente leader religioso sciita, e fu ucciso nel 1999 con 2 figli a Najaf; era a  sua volta cugino di Mohammed Baqr al Sadr, uno dei fondatori del partito Dawa e suo leader carismatico, ucciso a sua volta dal regime baathista nel 1980.

Il  movimento, sotto la guida di Moqtada, si conquistò presto il sostegno popolare, fornendo servizi sociali (aiuti alimentari, gestione e controllo degli ospedali, raccolta dei rifiuti), occupandosi del controllo del traffico,  mantenendo l’ordine pubblico, tenendo sotto controllo la criminalità.  Nel giugno 2003, esso controllava il 90% delle moschee di Sadr City, ex Saddam City, un immenso slum in cui abitano  almeno 2 milioni di persone , in maggioranza sciiti, da cui viene reclutata la sua milizia e dalle  classi povere delle città del sud dell’Iraq: Kut, Amara, Majar al Kabir, e anche Nassiriya.

Dall’aprile 2003 all’aprile 2004 ,pur guidando manifestazioni in cui si denunciavano gli americani come occupanti, si chiedeva il ritiro immediato delle truppe straniere dall’Iraq e la creazione di un governo islamico, Moqtada diede strette istruzioni ai suoi uomini di non attaccare gli americani, che però lo repressero ugualmente :fu allora che Moqtada decise di lanciare la sua insurrezione, che si estese rapidamente a tutte le principali città del sud dell’Iraq (e al quartiere di Sadr City a Baghdad), saldandosi con quella contemporaneamente in atto nella sunnita Falluja, sotto assedio da parte dei marine.

Il movimento di Al-Sadr non ha mai boicottato le elezioni, anche se i suoi principali dirigenti non vi partecipavano. Esso conta sei ministri nell’attuale governo di Al-Maliki. Secondo vari commentatori dopo l’attentato di Samara del febbraio 2006 Al Sadr si è prestato alla guerra civile fomentata dagli americani. Si spiegano anche certi episodi come gli attentati del 23 novembre 2006 a Sadr City (circa 200 morti), fatti proprio per punire il suo atteggiamento collaborazionista.

Associazione degli Ulema Musulmani. Massima istanza religiosa sunnita in Iraq, riunisce i rappresentanti di oltre 3000 moschee. La sua sede, la moschea Um Al-Qura di Baghdad, è stata teatro di diversi incontri tra le componenti della resistenza.

Alleanza Patriottica Irachena (API). Movimento politico sorto nel 1991 in Arabia Saudita che raggruppa baathisti di sinistra, socialisti, e comunisti fuoriusciti dal Partito Comunista Iracheno.  In seguito all’aggressione americana l’API decise di far rientrare nell’Iraq occupato alcuni dei suoi dirigenti, tra i quali Jabbar al Kubaysi che si pose subito al vertice dell’organizzazione della resistenza popolare cercando di unificare i vari gruppi partigiani in un fronte di liberazione unito.

Gruppi dissidenti del Partito Comunista Iracheno. Oltre a quelli che sono parte integrante dell’Alleanza Patriottica Irachena, altri sono collegati alla resistenza in maniera autonoma, tra cui:

-Partito Comunista Iracheno - Direzione Centrale, scisso nel 1967 dal vecchio PCI , all’epoca filorusso. Ora si è riorganizzato in esilio attraverso la formazione dei “Democratici Iracheni contro l’Occupazione” (www.idao.org) e guarda con favore alla resistenza contro gli Stati Uniti, sostiene la necessità di costituire un’ampia alleanza di forze contrarie all’occupazione che dovrebbero dar vita ad una amministrazione interimaria, basata su una coalizione di forze politiche che dovrebbe organizzare nuove elezioni nazionali.

-Partito Comunista Iracheno - Quadri – www.alkader.net

La scissione dal PCI di questo gruppo risale al 1985 . Ora sostiene apertamente la resistenza militare, avrebbe dichiarato di aver rinunciato all’ateismo e ha provveduto ad una rivalutazione delle correnti estremiste dell’islamismo, valutando favorevolmente il ruolo “anti-imperialista” assunto da Osama bin-Laden.

Al Qaeda. Il ruolo di questa organizzazione nella resistenza irachena è legato alla sua reale natura. Cioè, occorre porsi la domanda: Al Qaeda, la “creatura” messa in piedi dalla CIA in Pakistan e Afghanistan negli anni ’80 in funzione anti-URSS, si è veramente rivoltata contro gli americani in maniera incontrollabile o continua ad essere in qualche modo utilizzata?...

 

Si ha notizia di diversi tentativi di costituzione di un coordinamento delle forze della resistenza, una sorta di CLN. Risalirebbe a ottobre 2006 la nascita del “Comando Politico Unificato della Resistenza Irachena” (CPURI), formato da 25 membri (15 dall’estero e 10 interni all’Iraq) che rappresentano il Partito Baath Arabo Socialista, l’Alleanza Patriottica Irachena, l’Associazione degli Ulema Musulmani e altri gruppi minori tra cui le correnti dei “comunisti patriottici” oppostisi alla deriva collaborazionista del Partito Comunista Iracheno.

 

Siti dettagliati sull’attività della Resistenza irachena sono:

www.albasrah.net (inglese) www.islammemo.cc (arabo) www.uruknet.info (inglese)

 

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PALESTINA: DUE POPOLI, UNO STATO

 

Come si vede dalla cronologia riportata di seguito, in Palestina è in atto un vergognoso tentativo, orchestrato dalle potenze occidentali, di piegare i palestinesi ad accettare la politica espansionista di Israele, utilizzando la fazione “moderata” di Al Fatah contro il movimento di Hamas, che il 25 gennaio 2006 ha vinto le elezioni ed è dunque  legittimato a costituire il governo. L’Italia fa la sua parte, e D’Alema si è già detto favorevole all’invio di militari nella Striscia di Gaza, ovviamente per “portare la pace”.

Di fronte a questo stato di cose, si tratta di continuare a sostenere la causa del popolo palestinese, favorendone l’unità e lottando per l’abolizione dello stato teocratico d’Israele e la creazione un’entità nella quale arabi ed ebrei abbiano gli stessi diritti, come condizione per una ripresa della lotta di classe nell’area.

Domenica 10 dicembre. Attentato contro il ministro dell’interno di Hamas.

Lunedi 11. Uccisi i tre figli di un dirigente di Al Fatah.

Mercoledi 13. Comandante militare e giudice di Hamas assassinato nella Striscia di Gaza da uomini armati non identificati. A Roma, incontro Olmert-Prodi, durante il quale quest’ultimo afferma che Hamas non solo dovrà riconoscere lo Stato d’Israele, ma anche il suo carattere ebraico.  

Giovedi 14. Sparatoria di miliziani di Al Fatah contro il premier Haniyeh (Hamas), che rientrava a Gaza dal valico di Rafah, e al quale vengono sequestrati 35 milioni di dollari, rimasti in Egitto. Una guardia del corpo uccisa, ferite 15 persone tra cui il figlio del premier.

Venerdi 15. Polizia di Al Fatah apre il fuoco su dimostranti di Hamas, un morto e vari feriti.

Sabato 16. Il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen incolpa Hamas della mancata stabilità della Palestina, e annuncia il ricorso a elezioni anticipate.

Giovedi 21. D’Alema in missione a Ramallah, parla solo con Abu Mazen e non con Hamas.

Sabato 23. Incontro Olmert-Abu Mazen, Israele promette 100 milioni di dollari di finanziamenti ad Al Fatah, e come “gesto di buona volontà” in suo favore annuncia lo smantellamento di 60 dei circa 400 (!) checkpoints che rendono praticamente impossibili gli spostamenti ai palestinesi di Cisgiordania. Nel contempo Faruk Qaddoumi, segretario generale di Al Fatah e storico leader di quello che rimane dell’Olp, si schiera con Hamas e contro la politica del presidente Abu Mazen, sostenendo la necessità di “formare un fronte nazionale, interno e esterno, che comprenda tutte le fazioni della resistenza e non solo Al-Fatah e Hamas, per evitare divisioni e conflitti e far fallire tutti i complotti”.

 

COMUNICATO FPLP (da www.forumpalestina.org)

Invitiamo tutti a mobilitarsi per fermare lo scontro fra Hamas e il Fatah

In questi giorni , abbiamo lavorato insieme alle forze patriottiche e islamiche palestinesi per contenere lo scontro fra Hamas e Fatah e abbiamo promosso iniziative mirate a creare le condizioni di ripresa del dialogo nazionale lontano dall’ingerenza delle potenze mondiali che incentivano lo scontro con il loro schieramento da una parte o dall’altra .

Siamo riusciti a bloccare la degenerazione e far rilasciare i rapiti da ambo le parti, e soprattutto ad evitare manifestazioni di piazza dove e’ facile provocare attriti. Stiamo lavorando per mettere ordine all’agenda politica palestinese iniziando dalla ripresa del dialogo per formare un governo di unità nazionale capace di affrontare tutti i problemi reali del popolo palestinese a partire dall’occupazione militare israeliana e come portare avanti la resistenza verso una prospettiva di libertà e liberazione che coinvolge tutti i settori popolari.

Invitiamo tutte le forze palestinesi a rispettare il documento del Cairo (documento del concordato nazionale), e promuovere subito il dialogo per portare a termine tutto il lavoro finora compiuto.

Invitiamo le forze palestinesi a tener conto solo dell’agenda palestinese e a non prestare ascolto all’agenda del quartetto e alle potenze che non rispettano le scelte del nostro popolo.

Invitiamo la popolazione di Gaza a scendere in piazza per bloccare la violenza e per il dialogo per la formazione di un governo che rappresenti le aspirazioni del popolo palestinese.

Invitiamo tutte le comunità palestinesi nel mondo a mobilitarsi con presidi davanti le sedi diplomatiche palestinesi.

19/dicembre/2006
Fronte Popolare di Liberazione della Palestina

 

BOICOTTAGGIO DI TELECOM ITALIA

Campagna promossa dal Forum Palestina (www.forumpalestina.org)

 

Telefoni rosso sangue
Boicotta chi fa affari con l'economia di guerra israeliana

 

E' dal 2002 che i comitati e le associazioni di solidarietà con il popolo palestinese invitano al boicottaggio ed al disinvestimento dalla Telecom, la maggiore azienda italiana di telecomunicazioni ed uno dei principali partner commerciali italiani di Israele, nella consapevolezza che le tecnologie di questa azienda ed il suo apporto economico sono direttamente connessi anche ad impieghi militari.

In Israele vige un regime di apartheid, esattamente come avveniva nel Sud Africa razzista, e la popolazione palestinese non ha diritto a possedere della terra, non può circolare su intere zone definite “esclusivamente ebraiche”, non può accedere a moltissime tipologie di lavoro e quando può lavorare è costretta a farlo con salari e condizioni infime.

 

Telecom Italia, la maggiore compagnia telefonica italiana, in parte ancora di proprietà pubblica, è complice di questo stato razzista e assassino, perché

- Possiede la maggioranza della società telefonica israeliana Golden Lines

- E’ entrata con Telecom Italia Lab nei seguenti fondi di investimento israeliani, o con forti interessi in Israele: Jerusalem Global, Ventures, Gemini, Apax Partners.

- E’ cliente della ECI Telecom, azienda israeliana di telecomunicazioni controllata dalla KoorIndustries, holding industriale proprietaria di due delle più importanti fabbriche israeliane di armi (Elisra e Tadiran)

- Attraverso la società Nautilus ha installato un cavo sottomarino che collega Israele al resto del mondo.

 

Il Forum Palestina invita a raccogliere gli appelli al disinvestimento provenienti da tutti gli ultimi Social Forum mondiali ed europei, sistematicamente nascosti all'opinione pubblica italiana dai "professionisti" che pure a quei Social Forum hanno sempre partecipato.

L'invito è a cambiare gestore, sia per quanto riguarda la telefonia fissa che quella mobile (TIM) e per i collegamenti internet. Si invita anche a segnalare la propria decisione all'azienda: andare sul sito www.telecomitalia.it , cliccare su "Il Gruppo" e lì compilare ed inviare l'apposito modulo.

 

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L’ESECUZIONE DI SADDAM HUSSEIN:

LA FALSA GIUSTIZIA DEI VINCITORI

 

Riportiamo alcuni commenti sul processo-farsa a Saddam Hussein, conclusosi con la condanna a morte per la responsabilità attribuitagli del massacro di 148 sciti nel 1982: un episodio scelto con cura fra i numerosi crimini attribuitigli, in modo da circoscrivere le connivenze.

 

Tariq Ali, dal Manifesto del 31/12/06

      È significativo che il 2006 sia finito con un’impiccagione coloniale, mostrata quasi interamente (salvo gli ultimi istanti) dalla televisione di stato dell’Iraq occupato. È stato un anno così, nel mondo arabo. La manipolazione del processo era così evidente che persino Human Rights Watch - la più grande organizzazione americana dell’industria dei diritti umani - ha dovuto condannarlo come una farsa completa. Su ordine di Washington sono stati sostituiti i giudici, gli avvocati difensori sono stati uccisi e l’intero procedimento ricordava un linciaggio ben orchestrato.

      Se il processo di Norimberga è stato un’applicazione più dignitosa della giustizia dei vincitori, quello a       Saddam è stato, finora, il processo più crudo e grottesco. Il fatto che il Presidente-Grande Pensatore lo abbia definito «una pietra miliare sulla strada della democrazia irachena» indica chiaramente che il grilletto è stato premuto da Washington. I discutibili leader dell’Unione europea, teoricamente contrari alla pena capitale, sono rimasti in silenzio come al solito.

...Che Saddam fosse un tiranno è indiscutibile, ma si preferisce dimenticare che ha commesso la maggior parte dei suoi crimini quando era un fedele alleato di quelli che oggi occupano l’Iraq. Come egli ha ammesso durante il processo, fu l’approvazione di Washington a farlo sentire al sicuro nel gassare Halabja con agenti chimici, in piena guerra Iran-Iraq...

      I doppi binari applicati dall’Occidente non cessano mai di stupire. L’indonesiano Suharto, che governava su una montagna di cadaveri (almeno un milione, se accettiamo le stime più basse) è stato protetto da Washington. Lui non ha mai dato noia come Saddam...

      Bush e Blair saranno mai processati per crimini di guerra? C’è da dubitarne...

 

Marco Ferrando e Franco Grisolia (Partito Comunista dei Lavoratori)

I comunisti condannano il processo farsa e la conseguente esecuzione di Saddam Hussein ma non si uniscono al coro ipocrita di lamenti sulla morte del boia di centinaia di migliaia di curdi, sciiti, soldati iracheni mandati al massacro nell’assurda guerra degli anni ’80 contro l’Iran. Salutano la memoria delle migliaia di militanti comunisti e di sinistra torturati e uccisi dal rais iracheno....Se condanniamo il processo e l’esecuzione di Saddam è perché non si è trattato di un giudizio onesto del popolo iracheno contro il suo sanguinario ex dittatore, ma di una farsa organizzata dall’imperialismo Usa. La velocità dell’esecuzione e il fatto che il processo si riferisse a un singolo episodio avevano evidentemente lo scopo di non portare in alcun modo alla luce i passati rapporti tra gli attuali occupanti dell’Iraq e colui che era stato proclamato negli anni ’80 “sindaco onorario a vita di Detroit”. Saddam è stato ucciso anche perché si potessero dimenticare il suo legame organico con la Cia fin dagli anni ’50; la collaborazione della stessa Cia al massacro di migliaia di comunisti iracheni; il ruolo di padrino del governo Usa nel lungo massacro degli anni ’80 tra Iraq e Iran; gli affari sporchi dei governi e delle aziende Usa (e dell’Unione Europea) con Saddam all’epoca del suo dominio tirannico...

 

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LE RAGIONI DELL’ANTISIONISMO SOSTENUTE DAGLI EBREI

      

Dopo la conferenza stampa congiunta Prodi-Olmert dello scorso dicembre nella quale entrambi i premier hanno parlato della necessità di uno stato di Israele ebraico,  il discorso del Presidente della Repubblica Napolitano in occasione delle celebrazioni del Giorno della Memoria del 27 gennaio (al 27 gennaio 1945 risale l’ingresso dell’Armata Rossa sovietica nel campo di sterminio nazista di Auschwitz) ha suscitato indignazione tra gli antifascisti e molti stessi ebrei, che sono intervenuti in modo puntuale con delle osservazioni interessanti e ai più poco conosciute. Napolitano ha detto: “col vostro appassionato contributo possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo, anche quando esso si travesta da antisionismo: perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele”.

       La Rete degli Ebrei Contro l’Occupazione (www.rete-eco.it ) risponde: “Noi siamo convinti che sia ingiusto ed inaccettabile che lo sterminio degli ebrei, di cui europei sono stati gli autori e le vittime, sia fatto pagare ai palestinesi, privandoli di terra e libertà. Siamo rattristati, e sdegnati, che il sionismo abbia usato e usi tuttora dei peggiori metodi di sopraffazione del nazionalismo razzista, invece di stabilire rapporti di amicizia con il popolo palestinese, che viveva da sempre in quella terra. Si sarebbe potuto mostrare che la cultura internazionalista ed universalista degli ebrei contribuiva a cambiare il mondo in senso ugualitario, antirazzista, libero e democratico”.

       Lo studioso del sionismo Mauro Manno, nella sua lettera aperta al Presidente, ha portato molti esempi di oggettiva collaborazione tra sionismo e antisemitismo a partire dall’accordo del 1903 tra Herzl, uno dei fondatori del sionismo, e il ministro russo antisemita Plehve e delle finanze Witte, per far emigrare gli ebrei dalla Russia verso la Palestina, che sarebbe servito anche ad allontanarli dal nascente movimento socialista. Documenta la collaborazione dei sionisti con i fascisti e i nazisti  e afferma che essa “…si fondava su una logica di scambio criminale a danno degli ebrei. I sionisti hanno appoggiato i regimi fascisti e antisemiti prima e durante la seconda guerra mondiale, chiedendo in cambio di permettere loro di portare gli ebrei in Palestina per realizzare il loro progetto coloniale. Gli ebrei che non accettavano di emigrare in Palestina sono stati abbandonati al loro destino. Gli antisemiti erano ben contenti di liberarsi degli ebrei in questo modo. Non è vero che gli antisemiti sono antisionisti come lei sostiene ma è vero proprio il contrario”.

       Cinico sionismo emerge da uno  scritto di Avraham Yehoshua  citato da Manno; il celebre scrittore israeliano, anche editorialista de La Stampa, in un articolo del 6 gennaio 2007 titolato “Una mano alla speranza d’Israele” ha la spudoratezza di affermare: “Noi ebrei siamo orgogliosi di aver ripristinato la nostra sovranità nell’antica madrepatria dopo 2.000 anni di diaspora ( la quale a dispetto dell’opinione diffusa era volontaria (!) e consideriamo questo evento un esempio unico della storia umana”.

Yehoshua suggerisce ad Israele di porsi due chiari obbiettivi :

1)      ampliare la legittimazione tra le nazioni del mondo arabo “…Non dimentichiamo che anche durante l’ultima guerra del Libano, quando l’aviazione israeliana bombardava intieri quartieri di Beirut,l’Egitto e la Giordania non solo non hanno sospeso le relazioni diplomatiche col governo Olmert , ma non hanno nemmeno simbolicamente richiamato i loro ambasciatori  a Tel Aviv per consultazioni. Ciò significa che nel mondo arabo ,nonostante le crisi ricorrenti, il rancore verso Israele , l’occupazione dei territori e le guerre più o meno giuste, la legittimazione dello Stato ebraico poggia ancora su basi solide che occorre ampliare e rafforzare con costanza ….”

2) indebolire il sogno palestinese di una “grande Palestina “proseguendo nella divisione dei territori della Cisgiordania tra i due popoli “…Noi israeliani possiamo fermare o circoscrivere il processo di compenetrazione tra i due popoli. Lo sviluppo di colonie, senza il ritiro dell’esercito, limiterà le tortuosità malvagie della barriera di separazione e il numero dei posti di blocco.

 

Come è stato ampiamente documentato nella mostra fotografica itinerante che si è svolta a Torino agli Antichi Chiostri in via Garibaldi dal 13 al 27 gennaio dal titolo “Un muro non basta”, Israele, nonostante la condanna dell’ONU, dal 2003 sta costruendo un muro alto da 4 a 9 metri, del costo di 4 milioni di $ al Km , alternato a trincee di filo spinato e barriere con sensori elettronici per “difendere Israele dal terrorismo”, ma che in pratica circonderà la Cisgiordania per 750 Km, annettendosi il 40% del suo territorio con l’obbiettivo reale, ben chiarito da Yehoshua, della segregazione dei Palestinesi.

 

Ilan Pappe, ebreo, docente di Scienze Politiche all’Università di Haifa, riporta nel suo articolo “Palestina 2007: genocidio a Gaza, pulizia etnica in Cisgiordania” dell’11 gennaio 2007 ( testo originale su www. electronicintifada.net): “Le forze armate israeliane hanno ucciso nell’ultimo anno, 660 cittadini. Il numero dei palestinesi uccisi da Israele lo scorso anno è stato triplo rispetto all’anno precedente (che era di circa 200)...La maggior parte degli uccisi sono della Striscia di Gaza dove l’esercito israeliano ha demolito quasi 300 case e trucidato intere famiglie. Questo significa che dal 2000 le forze israeliane hanno ucciso quasi 4000 palestinesi, metà dei quali erano bambini (ndt, minori); oltre 22.000 sono stati feriti”.

Nel 2006 il governo israeliano è intervenuto con diverse operazioni di bombardamento indiscriminato, senza distinzione negli obbiettivi tra civili e non, chiamate tragicamente in crescendo “Prima Pioggia” nel settembre 2005, poi “Pioggia d’Estate” nel giugno 2006, poi “Nubi d’Autunno” nel novembre 2006, per cui le operazioni stanno diventando strategia… “Un trasferimento strisciante nella West Bank e una politica di genocidio controllato nella Striscia di Gaza sono le due strategie che Israele utilizza oggi”

Conclude Pappe: “Le Nazioni Unite non interverranno a Gaza come hanno fatto in Africa; i laureati al Nobel per la Pace non si metteranno in lista in sua difesa come hanno fatto per la causa del Sud-est Asiatico. Il numero di persone uccise non sbalordiscono come quelle causate da altre calamità e non è una cosa nuova – è pericolosamente vecchia e preoccupante. L’unico punto debole di questa macchina di morte è l’ossigeno che riceve dal trovarsi sulla stessa linea della civiltà “occidentale”… Non c’è alcun’altra strada per fermare Israele a parte il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni. Dobbiamo sostenerlo tutti in maniera chiara, aperta, incondizionata…”

 

 

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TEATRI DI CRISI: AFGANISTAN, IRAN, LIBANO

 

1. AFGANISTAN – Venti di guerra sul fronte italiano

Mentre i mass media ufficiali presentano la situazione dei soldati italiani in Afganistan come relativamente tranquilla, Peacereporter invece riporta un quadro assai diverso.

A Herat, base occidentale del contingente italiano, il 19 febbraio ci sono stati violenti scontri tra manifestanti e polizia, terminati con un bilancio di almeno due morti e molti feriti. A protestare erano centinaia di guidatori di moto-risciò, infuriati per la decisione del governatore di vietare il loro uso come taxi. I manifestanti hanno assediato il palazzo della Provincia, scontrandosi duramente con la polizia.

La situazione è critica anche fuori da Herat, nelle altre province occidentali che rientrano nella zona di competenza militare italiana.

Sempre il 19 febbraio trecento talebani hanno attaccato e occupato il distretto di Bakwa, nella provincia di Farah (a sud di Herat): è la prima volta che accade in questa zona. Finora i talebani avevano conquistato solo distretti nella provincia meridionale di Helmand, come ad esempio Musa Qala il 2 febbraio.

Questi episodi confermano che la guerra, finora confinata al sud, sta contagiando anche le regioni occidentali sotto comando italiano. Un fenomeno già emerso lo scorso 10 dicembre, quando, sempre nella provincia di Farah, il generale Satta coordinò l’attacco terrestre delle truppe afgane e delle forze speciali Isaf e i bombardamenti aerei dell’aviazione Nato nella zona in cui un gruppo di talebani si era infiltrato per compiere attacchi lungo la ring-road che conduce ad Herat. L’offensiva made in Italy si concluse, secondo fonti ufficiali, con l’uccisione di nove talebani.

Ma già da settembre era chiaro che nel quadrante italiano tirava aria di guerra. Il 20 settembre, il comando Isaf annuncò l’avvio di un’offensiva contro i talebani nella provincia di Farah, l’operazione Wyconda Pincer, con il coinvolgimento di truppe italiane, statunitensi, spagnole e afgane. Una notizia clamorosa che i portavoce militari italiani cercarono di ridimensionare con malcelato imbarazzo. “La diffusione di questa notizia da parte di Isaf è stata un grave errore perché dà luogo ad equivoci”, aveva detto a PeaceReporter il capitano Giancarlo Ciaburro, al tempo addetto stampa del contingente italiano ad Herat.

Italiani e spagnoli compongono la task-force di reazione rapida schierata ad Herat. Una forza di cui fanno parte una compagnia di paracadutisti spagnoli e 220 soldati italiani: uomini che il governo Prodi ha inviato in Afghansitan, senza troppo clamore, negli ultimi mesi, in vista di missioni esplicitamente combat. Parliamo infatti di forze speciali di professionisti addestrati al combattimento: il Col Moschin, ovvero il battaglione d’élite della Brigata Paracadutisti Folgore, e il Comsubin, gli incursori della Marina, insomma i nostri marines. Oltre a queste truppe dassalto, in tutto 120 (numero non da poco, considerando che si tratta di corpi speciali), ci sono poi un centinaio di paracadutisti del 66° reggimento di fanteria Trieste della Brigata Aeromobile Friuli, dotati di mezzi corazzati Puma e dei nuovissimi Lince. E più che probabile che queste truppe italiane siano state impiegate clandestinamente nell’operazione Wyconda Pincer. Lo ipotizzava, a dicembre, anche il settimanale Panorama, secondo il quale la task force italiana sarebbe già stata impegnata con successo in diverse operazioni di combattimento.

Se finora i soldati italiani in “missione di pace” sono stati impiegati in guerra di nascosto, per non violare i caveat che regolano l’uso delle nostre truppe, nei prossimi mesi il Col Moschin, il Comsubin e la Brigata Friuli potrebbero entrare in azione alla luce del sole. Se infatti i talebani dovessero aprire un fronte occidentale portando la guerra in casa dei militari italiani, il generale Satta avrà il dovere di impiegare la task-force italo-spagnola schierata ad Herat: non ci saranno più scuse per evitare l’inevitabile.

A meno di non ritirare le truppe dall’Afganistan.

 

2. IRAN -  Il “plausibile scenario” di Brzezinski

In questi giorni circolano diverse testimonianze sui preparativi di un attacco militare contro l’Iran da parte di USA e/o Israele (una di queste, tratta dal sito www.megachip.info, è riportata di seguito). Questa nuova scelta di guerra non è condivisa da altre potenze imperialistiche, come Russia e Cina, tuttavia non è affatto escluso che gli interessi e le pressioni della fortissima lobby industrial-militare americana, rappresentata dall’attuale amministrazione Bush, trasformino in breve questa ipotesi in realtà.

Uno scenario “plausibile” per uno “scontro militare con l’Iran”? Eccolo: “il fallimento [del governo] iracheno nell’adempiere ai requisiti [posti dall’amministrazione di Washington], cui faranno seguito le accuse all’Iran di essere responsabile del fallimento, indi, mediante qualche provocazione in Iraq o un atto terroristico negli Stati Uniti attribuito all’Iran, [il tutto] culminante in un’azione militare ‘difensiva’ degli Stati Uniti contro l’Iran”.

L’autore di questa sensazionale rivelazione si chiama Zbigniew Brzezinski, Segretario alla Sicurezza Nazionale con Jimmy Carter, uno dei maggiori esperti e consiglieri di politica estera di numerose Amministrazioni americane.

Dichiarazione fatta e registrata il 2 febbraio scorso nell’audizione della Commissione Difesa del Senato degli Stati Uniti d’America, nella quale, per la prima volta in assoluto, una voce americana la cui autorevolezza non può essere messa in discussione, considera “plausibile” che qualcuno, negli Stati Uniti, possa organizzare un attentato terroristico contro gli Stati Uniti, per poi attribuire il tutto a qualche nemico esterno e scatenare una guerra.

Dunque Brzezinski informa i senatori che l’amministrazione Bush – per meglio dire qualcuno al suo interno e molto in alto - sta cercando un pretesto per attaccare l’Iran. E quale pretesto! Si aggiunga che le tappe “1” e “2” (fallimento iracheno e immediata accusa di Washington contro Teheran) si sono già realizzate nei giorni scorsi e i giornali ne sono pieni. Restano le tappe “3” e “4” che potrebbero avvenire in qualunque momento.

Perché non c’è dubbio che Brzezinski non si sarebbe spinto a pronunciare quelle parole se non avesse saputo che il piano è già scattato e se non avesse deciso che l’unico modo per bloccarlo è di svelarlo. Ma non c’è riuscito, fino a questo momento, perché il mainstream informativo sembra non essersi accorto di niente. E questo silenzio di tomba conferma la sostanziale complicità dei media con gli organizzatori della guerra.

Delle rivelazioni di Brzezinski ha infatti parlato solo il Financial Times, ma in sordina, quasi come ordinaria amministrazione. Molto rivelatore anche il comportamento dell’Associated Press, che ha riferito la notizia, ma omettendo il riferimento a un possibile attentato terroristico sul territorio degli Stati Uniti.

I senatori non hanno chiesto delucidazioni, nemmeno i democratici, troppo impauriti dalle loro responsabilità nella guerra irachena per poter fermare quella iraniana che metterà alla berlina la loro bipartisanship.

Qualcuno, adesso, (specie tra coloro che hanno taciuto sull’11 Settembre e poi, chiamati a risponderne, hanno difeso a spada tratta la versione ufficiale, organizzata dai mentitori che stanno costruendo questo stesso “plausibile scenario”) dirà che stiamo forzando quello che Brzezinski ha effettivamente detto.

Il fatto è che l’ex-Segretario alla Sicurezza Nazionale ha detto molto di più. E ha chiarito ai senatori (forse) allibiti che stava proprio parlando di una provocazione ordita non da Al Qaeda, ma dall’interno dell’Amministrazione. Lo ha fatto ricordando l’articolo del New York Times del 27 marzo 2006 che riprodusse il memorandum di un “colloquio privato” tra Bush e Blair, due mesi prima dell’inizio dell’attacco contro l’Iraq. Quel memorandum, mai smentito, era stato steso da uno degli accompagnatori del premier britannico e infatti uscì da una gola profonda di Londra. In quell’articolo - ecco cosa dice Brzezinski - “al Presidente venivano attribuite preoccupazioni per il fatto che avrebbero potuto non esserci in Iraq armi di distruzioni di massa”, che si sarebbero dovute mettere in piedi altre basi per sostenere l’azione bellica”.

E Brzezinski continua: “vi leggerò semplicemente ciò che quel memorandum sembra contenere, secondo il New York Times: il Presidente e il Primo Ministro riconobbero che in Iraq non erano state trovate armi non convenzionali. Di fronte all’eventualità di non trovarne alcuna prima della pianificata invasione, il signor Bush parlò di diversi mezzi atti a provocare lo scontro. Descrisse i diversi modi in cui ciò avrebbe potuto essere fatto. Non vorrei entrare nei dettagli.quei modi erano abbastanza sensazionali, perlomeno uno di essi lo era.”

Hussein. Ovvio che qui non si parla di Osama Bin Laden. Il giornalista Barry Grey gli chiede, per essere certo di aver ben capito: lei sta suggerendo che c’è la possibilità che ciò possa aver avuto origine all’interno dello stesso governo americano?”. La risposta di Brzezinski è tutt’altro che una smentita: “Io sto dicendo che l’intera situazione può sfuggire di mano e che ogni tipo di calcoli può produrre circostanze che sarà assai difficile ricostruire”. Esattamente come avvenne l’11 Settembre.

 

3. LIBANO - Tensione tra le fazioni interne

Il giorno 16 febbraio in un’aula universitaria di Palazzo Nuovo a Torino è avvenuto un incontro tra un gruppo di giovani studenti dei collettivi T. Munzer e Scipol e un anarchico comunista libanese.

Il compagno libanese nella sua relazione metteva in evidenza la critica situazione in Libano partendo da una breve storia. In particolare evidenziava lo schieramento di 2 grandi fronti di massa: il movimento 8 marzo rappresentato principalmente dagli Hezbollah, e il movimento 14 marzo rappresentato principalmente dal fronte laico-borghese di Siniora.

Il peso politico gli Hezbollah se lo sono conquistato con impegno, sacrifici, soprattutto collegandosi al dissenso sociale delle masse povere verso il governo borghese di Siniora, infine con la resistenza all’attacco israeliano.

Il movimento 14 marzo, rappresentato anche da forze laico-borghesi in appoggio al governo Siniora, è la reazione al peso acquistato dagli Hezbollah, e mette in evidenza il rischio che tale forza esprime socialmente, soprattutto in tema  di libertà democratiche, e per i collegamenti che ha verso paesi come l’Iran e la Siria.

Certamente la situazione è difficile: da una parte un governo borghese seppur democratico, dall’altra un opposizione confessionale islamica ben radicata tra le masse povere.

Se dovessimo giudicare il fenomeno con un ottica laicista, Hezbollah apparirebbe come elemento pericoloso per le libertà democratiche; se giudichiamo invece il fenomeno con l’ottica della condizione sociale delle masse povere, Siniora è il borghese corrotto e antiproletario e gli hezbollah l’opposizione.

E’ un grave errore la visione laicista che lascia nelle mani degli hezbollah le masse povere seppur islamiche, assecondando i diritti democratici rispetto alle rivendicazioni sociali delle masse povere.

I comunisti non possono giudicare le masse povere per il loro carattere confessionale religioso, anziché per la loro condizione sociale e di classe: tale atteggiamento consegna le masse  ai peggiori mullah e le allontana da una possibile emancipazione. E’ ora che i rivoluzionari non aspettino che le masse povere si illuminino di ragione e di pensiero libero, esse devono essere aiutate a spezzare le catene dell’asservimento economico e sociale della loro condizione materiale, perché solo dalla lotta per la liberta dai bisogni materiali, le masse possono  trovare il  libero pensiero sia in opposizione alle credenze religiose, che in opposizione alle ideologie laico democratiche.

Significativo è stato l’intervento agitatorio di una libanese in difesa di Hezbollah: essa sosteneva che “nulla  importava quanti morti ci sono stati, nulla importava quante case sono state  distrutte, a ciò c’era rimedio, ma se non si fosse combattuto non ci sarebbe stata la libertà, e alla mancanza di libertà non ci sarebbe stato rimedio”. Giusto! speriamo che lo stesso grido di libertà si levi per tutte le masse povere del Medioriente comprese quelle schiacciate dal regime iraniano che originariamente gli Hezbollah rappresentavano e con cui oggi mantengono dei legami, soprattutto attraverso l’aiuto finanziario.

 

 

 

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TURCHIA, POLITICA BORGHESE E POLITICA OPERAIA

 

Continuiamo l’analisi della situazione politica in Turchia, già iniziata nel Bollettino di giugno 2006, in cui si riportava la situazione dell’oppressione del Kurdistan e la lotta concreta al nazionalismo turco portata avanti da alcune forze comuniste: ora vediamo l’intervento politico pratico di queste formazioni  facendo prima una sommaria panoramica delle principali forze politiche parlamentari e delle loro posizioni.

 

Le due maggiori forze politiche parlamentari in Turchia sono : il partito islamico AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), e il partito kemalista CHP (Partito Repubblicano del Popolo ).

Il partito islamico ha avuto la maggioranza relativa alle ultime elezioni del novembre 2002, e con il 35% dei voti ha conquistato, per la legge elettorale, i 2/3 dei seggi in Parlamento.

E’ favorevole all’ingresso della Turchia nell’Europa Unita : questo trova una spiegazione nel fatto che questo partito potrebbe essere espressione di una corrente di scuole islamiche, che si dice finanziate anche dagli USA, i quali sostengono l’ammissione della Turchia nella UE per mantenere l’Europa allo stato di area di libero scambio , contrastando il progetto di unità politica europea. L’ingresso della Turchia nella UE avrebbe anche la funzione di rendere più difficile la centralizzazione politica per le differenze religiose e gli equilibri demografici, geopolitici  e militari.

Il partito kemalista, erede della tradizione laica di Kemal Ataturk,  alle elezioni ha raccolto quasi il 20% dei voti:  è appoggiato storicamente dalla casta dei militari,  controlla con essi una gran parte dell’economia turca, in collegamento soprattutto con grandi gruppi francesi ( Renault, Axa, ecc.).

E’ ostile all’ingresso della Turchia in Europa, come d’altronde anche la Francia, perché ciò allenterebbe probabilmente la loro posizione privilegiata nell’economia turca e per questo appoggiano e sfruttano il sentimento antiamericano di parte della popolazione.

Il successo elettorale del partito islamico è anche dovuto alla capacità che esso ha avuto nello sviluppare un’azione di assistenza sociale verso le masse, sopperendo alle insufficienze statali, ispirandosi anche ai principi religiosi come hanno fatto altre organizzazioni islamiche ad esempio in Palestina (Hamas) e in Libano  ( Hezbollah).

Il sostegno ai bisogni sociali delle masse povere è anche il terreno d’intervento di alcuni gruppi comunisti turchi, che hanno promosso la formazione di cooperative autogestite di consumo e di assistenza scolastica, soprattutto tra i lavoratori delle piccole unità produttive, peggio pagati, disorganizzati sindacalmente e in gran parte non regolarizzati.

Questi interventi sviluppano la coscienza nei lavoratori della necessità dell’autorganizzazione per migliorare concretamente le condizioni di vita, dimostrando che ciò si può ottenere anche in modo “laico”, rispettando la libertà religiosa, ma senza obbligo di seguirne i precetti.

Questa esperienza facilita la penetrazione della prospettiva comunista nelle masse proletarie e dimostra anche la possibilità reale di solidarietà di classe in appoggio alle rivendicazioni: ad esempio per il diritto allo studio per i lavoratori, permette l’impegno degli studenti universitari sensibili ai problemi sociali nelle  cooperative che organizzano corsi di sostegno per chi non ha le possibilità economiche di pagarsi i corsi privati indispensabili per l’accesso all’università;  o per i corsi di lingua turca per gli immigrati curdi, che sono la parte più emarginata dei lavoratori, perché oggetto di discriminazione e di attacchi nazionalisti, che vengono quindi aiutati anche per la ricerca della casa e del lavoro.

Il lavoro sociale comune nelle masse proletarie apre il confronto tra le posizioni politiche generali dei gruppi comunisti che vi partecipano, agevolando la reciproca conoscenza e la possibilità alla omogeneizzazione a cui tutti aspirano, sulla base comune, ad esempio, della lotta allo sciovinismo turco verso le popolazioni oppresse (curdi, armeni ), che rende pratico il loro internazionalismo contro il nazionalismo del proprio governo.

Essi possono cosi denunciare come strumentale la lotta contro gli USA o l’Europa, che viene usata dai partiti parlamentari per gli interessi delle frazioni borghesi.

Questi gruppi comunisti pubblicano insieme un giornale che chiamano Koz, la brace, per significare il fuoco che cova sotto la cenere, che riporta le posizioni politiche comuni raggiunte e le esperienze di lotta e di solidarietà da tutte le cooperative presenti nelle maggiori città turche dove si sviluppa il loro intervento.

Hanno partecipato anche a elezioni locali con lo scopo di propagandare la loro politica di autorganizzazione contro le illusioni della delega parlamentare.

 

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LA DRAMMATICA SITUAZIONE IN AFGANISTAN

 

Come già riportato da Peacereporter, pubblicato nel Bollettino di febbraio 2007, la guerra era arrivata nella provincia di Herat, dove si trova il contingente italiano e alcuni corpi speciali italiani erano stati, con tutta probabilità, impiegati fin da settembre in operazioni di guerra congiunte con truppe USA, spagnole e afgane contro i talebani, operazioni che esulavano dalle tanto sbandierate “autorizzazioni del Parlamento”.

Seguendo anche solo la cronaca de La Stampa, a fine aprile c’è stato l’ultimo massacro : truppe afgane, appoggiate da reparti speciali USA che non rispondono al comando NATO, hanno ingaggiato combattimenti per 2 giorni contro gli “insorgenti”a soli 120 Km a sud di Herat.

136 insorti uccisi, ma anche 50 civili, tanto da suscitare le proteste ufficiali del Presidente Karzai verso il comando USA, che prima si è limitato goffamente a negare, poi a garantire per il futuro il “massimo impegno” per salvare le vite dei civili innocenti !

La comunicazione dell’operazione al contingente italiano, a detta del suo Comandante, il generale Satta, era stato fatto nei “modi classici”, (che probabilmente vuol dire senza chiedere nessun parere!), il che sembra abbia fatto andare questa volta su tutte le furie il Ministro della Difesa Parisi, date le possibili conseguenze, per cui si è precipitato il 7 maggio in Afganistan per protestare col Comandante della missione NATO-ISAF  Dan  K. Mc Neill e con Karzai, definendo l’episodio inaccettabile, perché ulteriore conferma della “mancanza di coordinamento” !

L’IPOCRISA DEL GOVERNO PRODI SULLA VICENDA EMERGENCY

Proprio nel giorno che Parisi era a Kabul, il governo afgano ha requisito i 3 ospedali e i 28 centri di primo soccorso di Emergency, che erano stati abbandonati  l’ 11 aprile da una parte del personale internazionale per ragioni di sicurezza, dopo le accuse di Amrullah Saleh, capo dei servizi segreti afgani, come “associazione che fiancheggia i terroristi, compresa Al Quaida”.

Queste strutture avevano continuato a funzionare fino al 25 aprile con il personale afgano e pochi internazionali, quando nella notte, agenti segreti armati, con il pretesto di un inventato incidente stradale, avevano cercato di sequestrare i passaporti dei 5 internazionali rimasti nell’ospedale di Kabul, e solo l’intervento tempestivo dell’Ambasciatore italiano Sequi, raggiunto telefonicamente, aveva  permesso la loro evacuazione sotto scorta .

Tutta la vicenda,come è noto, aveva avuto origine il 4 marzo dal sequestro del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo, del suo autista Said Agha e dell’interprete , il giornalista afgano Adjimal Nashkbandi da parte dei talebani che chiedevano per la loro liberazione, il ritiro del contingente italiano, e poi lo scambio con talebani prigionieri del governo afgano.

Il 16 marzo venne ucciso Said e il governo italiano chiese l’intervento di Emergency per stabilire i collegamenti con i talebani, l’unica organizzazione a poterlo fare essendosi conquistata, in 7 anni, la stima di tutta la popolazione per aver curato gratuitamente più di 1,5 milioni di afgani senza discriminazioni etniche o politiche, in un paese dove l’assistenza sanitaria è privata : si paga 200$ per un gesso, 300$ per un intervento di appendicite, mentre la popolazione che lavora può al massimo guadagnare 40 $ al mese..

Il 19 marzo veniva liberato solo Mastrogiacomo in cambio della scarcerazione di 5 talebani.

Il mattino seguente i servizi segreti afgani sequestravano Ramatullah Hanefi, capo del personale dell’ospedale di Lashkargah, che aveva portato in porto la trattativa, come già quella per la liberazione del fotografo Torsello, in cui aveva portato personalmente per conto del governo italiano, 2 milionidi $ di riscatto ai talebani : l’accusa era di collaborazione con i talebani, per cui è prevista ancora la pena di morte.

Da quel giorno Emergency  mobilitò tutte le sue forze per ottenere la liberazione di Adjimal dai talebani e Ramat dal governo afgano, facendo pressione con la raccolta di 140.000 firme in 15 giorni, con manifestazioni in varie città d’Itala, sul governo italiano perché aprisse una nuova trattativa e non abbandonasse questi collaboratori afgani: purtroppo l’8 aprile Adjimal è stato ucciso dai talebani  per il rifiuto del governo di trattare.

Lo stesso Karzai ha ammesso che”…il governo Prodi aveva premuto in ogni modo e il governo afgano era stato costretto a cedere…abbiamo salvato il governo Prodi” ; anche D’Alema  aveva detto “…il Senato doveva votare il Decreto di rifinanziamento alle missioni militari, c’era una fortissima attenzione dell’opinione pubblica. Sì, un eventuale omicidio avrebbe dato il via a reazioni incontrollabili….e ora grazie alla liberazione di Mastrogiacomo e al voto positivo …il governo ha rafforzato le sue scelte” (La Stampa del 7/4/07). Vero esempio di comportamento”umanitario” !

SOLIDARIETA’ CON EMERGENCY

A Torino dall’11 aprile, dopo le minacce e le calunnie ad Emergency, è sorta intorno ad essa la solidarietà di quelle forze politiche e associazioni che avevano già promosso il corteo contro la guerra e le missioni militari del 24 marzo, che si erano unite intorno al Tavolo della pace : organizzazioni Non Violente, Movimento Umanista, ARCI, Donne in Nero, FIOM, Punto Rosso, Sinistra Critica, Circolo Internazionalista, molti militanti delle Federazioni cittadine di Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Giovani Comunisti, Verdi critici con le posizioni anche dei loro esponenti al governo, e molti altri.

Queste forze si sono impegnate in un presidio giornaliero in Piazza Castello, davanti alla Prefettura, per una Campagna Permanente per la liberazione di Ramat e contro le guerre, con varie iniziative di sensibilizzazione dei cittadini torinesi, ma anche incontri con Prefetto e Consiglio Comunale, Provinciale e Regionale, per sollecitare il loro impegno pubblico e formale perché sia assicurata da subito l’incolumità, la difesa del prigioniero di cui non si hanno più notizie dal suo sequestro, e chiederne conto, dato il loro ruolo istituzionale.

A quanto riporta La Stampa dell’8 maggio, finalmente Parisi , nel suo incontro con Karzai, avrebbe posto il problema  “ ed egli si sarebbe impegnato perché Hanefi sia sottoposto all’eventuale giudizio entro 2 settimane…io immagino che la decisione sulla formalizzazione dei capi d’imputazione possa e debba avvenire in tempi molto più ristretti”. Certo che dopo aver finanziato con 50 milioni di euro all’anno la democratizzazione del sistema giudiziario afgano, è veramente ipocrita questa posizione!

Peacereporter intanto riporta che l’ospedale requisito di Kabul potrebbe essere affidato ad una ONG indiana, quello di Anabah, nel Nord potrebbe passare ad un uso militare per il contingente inglese, quello di Lashkargah, in una zona probabilmente interessata da prossimi combattimenti e bombardamenti, non si sa ancora nulla. Ecco spiegata l’urgenza di eliminare possibili testimoni scomodi !

ANCHE  IL MARTORIATO POPOLO AFGANO CHIEDE IL RITIRO DELLE TRUPPE!

Il 4 aprile all’Avogadro e l’8 maggio a Palazzo Nuovo  sono stati organizzati 2 incontri con testimoni diretti della situazione afgana provenienti dagli ospedali di Emergency, con una  rappresentante dell’organizzazione femminile RAWA e con il Deputato Europeo Agnoletto e altri, reduci da recenti incontri con rappresentanti della socetà civile.

Da tutti gli interventi è emerso che la popolazione afgana ha perso l’illusione che le truppe d’occupazione possano risolvere il problema della sicurezza, quindi le osteggiano per i danni che hanno provocato : quasi 50.000 morti civili, in 6 anni, aumento della povertà per l’aumento dei prezzi, mentre i 20 miliardi di $ che si dice siano stati spesi per aiuti, sono andati ad aumentare la corruzione; è aumentata la prostituzione, il traffico di droga, la delinquenza in generale.

La società civile afgana non si sente rappresentata dal governo Garzai : il Parlamento è formato per il70% dai Signori della Guerra, che si sono macchiati di assassini pari se non superiori ai talebani ; per il  10% dai trafficanti di droga ; le donne elette sono per il 70% analfabete, perché nel paese le donne che sanno leggere e scrivere sono solo il 12%, perché per loro le scuole sono ancora difficilmente accessibili.

RAWA, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afgane, non legalmente riconosciuta, dal 1977 si batte per l’educazione e la difesa delle donne in tutte le situazioni, anche nei campi profughi e negli orfanotrofi : per le donne il problema non è il burka, ma la violenza che devono subire, i numerosi stupri che portano a matrimoni forzati, ma purtroppo anche a suicidi.

Ora si battono insieme alle famiglie delle vittime dei Signori della guerra contro la possibile amnistia che il governo vuole fare per la “pacificazione”, per non punire gli attuali dirigenti politici. La gente chiede giustizia, l’istituzione di un Tribunale Internazionale Contro i Crimini di Guerra, il disarmo di tutte le milizie, e solo su questi obbiettivi vedono possibile un aiuto internazionale, in grado di aiutarli a superare la situazione che si è creata dopo 30 anni di guerra.

Necessaria sarebbe l’autoorganizzazione popolare per  l’autodifesa, la solidarietà da parte dei lavoratori di tutto il mondo e la lotta contro i propri governi per porre fine alle loro politiche di spartizione e di guerra : basti pensare all’aberrante situazione in cui 36.000 militari della NATO costano 6 miliardi di $ l’anno, cifra superiore all’intiero Reddito Nazionale afgano, che permetterebbe di “ mantenere” tutto il paese!

   

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