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CORRISPONDENZE - INTERNAZIONALE ITALIA |
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L’8 PER MILLE E L'IMPERIALISMO ITALIANO I lavoratori
italiani pagano ( e lo sanno) con le loro tasse per una “missione di
pace" in Irak che produce una media di 30 morti al giorno. Lo
Stato infatti scippa l’8 per mille e lo destina alla guerra!!!!
Sono
10.589 i militari italiani impegnati nelle
28 missioni all'estero.
E’
il segno tangibile della presenza dell’imperialismo italiano nei
teatri del mondo! Pagine
Marxiste
COINVOLTI FINO IN FONDO A FIANCO DI OLMERT
Appena è stato rapito il caporale dell'esercito israeliano, il ministro degli esteri Massimo D'Alema ha telefonato al presidente palestinese Abu Mazen per esprimergli la «profonda preoccupazione» dell'Italia e la richiesta dell'«immediato rilascio dell'ostaggio». Ha quindi informato del contenuto della conversazione il primo ministro israeliano Ehud Olmert. Ma quando Israele ha rapito un terzo del governo palestinese, il telefono ha taciuto. «L'Italia - spiega il ministero degli esteri - ha da sempre svolto un'azione tesa a favorire il processo di pace in Medio Oriente, coniugando l'antica amicizia con il popolo palestinese con una rinnovata collaborazione con Israele». Riconosce quindi implicitamente anche i «meriti» del governo Berlusconi che, il 16 giugno 2003, stipulò con quello israeliano un memorandum d'intesa per la cooperazione nel settore militare e della difesa. Dopo essere stato ratificato al senato nel febbraio 2005 (grazie ai voti del gruppo Democratici di sinistra-Ulivo schieratosi con il centro-destra) e alla camera in maggio, il memorandum d'intesa è divenuto la legge 17 maggio 2005 n. 94, entrata in vigore l'8 giugno. La cooperazione tra i ministeri della difesa e le forze armate dei due paesi riguarda «l'importazione, esportazione e transito di materiali militari», «l'organizzazione delle forze armate», la «formazione/addestramento». Sono previste a tale scopo «riunioni dei ministri della difesa e dei comandanti in capo» dei due paesi, «scambio di esperienze fra gli esperti», «organizzazione delle attività di addestramento e delle esercitazioni», «partecipazione di osservatori alle esercitazioni militari». La legge prevede anche la «cooperazione nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione» di tecnologie militari tramite «lo scambio di dati tecnici, informazioni e hardware». Vengono inoltre incoraggiate «le rispettive industrie nella ricerca di progetti e materiali» di interesse comune. Secondo fonti militari israeliane, citate da Voice of America, è già stato concordato lo sviluppo congiunto di un nuovo sistema di guerra elettronica, con un primo finanziamento di 181 milioni di dollari. E' questo un campo in cui Israele aveva finora cooperato solo con gli Stati uniti. Ciò significa che l'accordo italo-israeliano è stato preventivamente approvato dalla Casa Bianca. Con la legge n. 94 del 17 maggio 2005, le forze armate e l'industria militare del nostro paese sono state coinvolte in attività di cui nessuno (neppure in parlamento) viene messo a conoscenza. La legge stabilisce infatti che tali attività sono «soggette all'accordo sulla sicurezza» e quindi segrete. Sotto la cappa del segreto militare può avvenire di tutto. Poiché Israele possiede armi nucleari, alte tecnologie italiane possono essere segretamente utilizzate per potenziare le capacità di attacco dei vettori nucleari israeliani. Possono essere anche usate per rendere ancora più letali le armi «convenzionali» usate dalla forze armate israeliane nei territori palestinesi. Viene allo stesso tempo violata la legge 185 sull'esportazione di armamenti, poiché viene esteso a Israele il trattamento privilegiato previsto solo per i paesi Nato e Ue. Quello che il governo Berlusconi ha lasciato in eredità al governo Prodi è un accordo a tutto campo, che travalica l'ambito tecnico. Come sottolinearono i ministri Frattini e Martino, è «un preciso impegno politico assunto dal governo italiano in materia di cooperazione con lo stato d'Israele nel campo della difesa». Un impegno politico, corrispondente a «interessi strategici nazionali», che il governo Berlusconi assunse nel quadro della strategia statunitense, scavalcando l'Ue. «Nessun altro paese dell'Unione europea - sottolineò il ministero israeliano della difesa - gode di questo tipo di cooperazione militare con Israele». Di fronte a un accordo di tale portata, che cosa intende fare il governo Prodi? Metterlo in discussione o applicarlo integralmente? Magari, come prevede la legge, inviando osservatori all'«esercitazione militare» che l'esercito israeliano sta effettuando a Gaza?
AFFARI ITALIANI NEL CONTRADDITTORIO SVILUPPO CINESE Dal 13 al 18 settembre scorso si è svolta la visita ufficiale del governo italiano in Cina. La delegazione era composta, oltre che dal premier Prodi, dai ministri Bonino (Commercio Estero), Mussi (Università e Ricerca), Di Pietro (Infrastrutture), Bindi (Famiglia), da alcuni sottosegretari, dal Presidente di Fiat e Confindustria Montezemolo e da più di 700 imprenditori. Questi ultimi hanno partecipato alla Fiera Internazionale delle Piccole e Medie Imprese di Canton, nel Guandong, organizzata da Ice e Confindustria (inaugurata proprio il 15 settembre) e si sono portati dietro anche la Coppa del Mondo di Calcio! Secondo l’Osservatorio Asia attualmente sono presenti in Cina 1.428 aziende italiane, di cui l’83% sono di grandi dimensioni: Fiat Auto, Iveco, New Holland, Piaggio, Pininfarina, Allstom Ferroviarie, Eni, Agip, Snamprogetti, Alenia, Augusta, Olivetti, Pirelli, Impregilo, Sigma-Tau, Bracco, Zenia, De Longhi, ecc. Queste aziende sono dislocate soprattutto nelle zone più attrezzate della Cina, come Shangai e le province del Jangsu e Guandong, che primeggia con i suoi tredici “parchi” industriali e tecnologici e 92 milioni di abitanti. Non conosciamo con precisione la suddivisione nella destinazione del prodotto di queste aziende, verso il mercato cinese o estero, anche italiano: si diceva che il 60% del prodotto fosse esportato ma non si può dire quanto sia considerato nell’import italiano. La bilancia commerciale italiana con la Cina nel 2005 ha registrato un import di 11,6 miliardi di dollari e un export di 6,9 miliardi di dollari di merci. Il Ministero del Commercio Internazionale Italiano osserva che nel maggio-giugno 2006 l’export è incrementato del 30-35% mensile, trainato soprattutto da macchinari, macchine utensili, prodotti per la siderurgia, ma anche tessuti. Già oggi il mercato per i consumi di lusso in Cina è considerato simile a quello del Giappone, poichè si stimano in 130 milioni i cinesi “ricchi”, cioè in grado di consumare i prodotti “made in Italy”, per cui il Ministero si augura che, aumentando questo bacino di utenza (alimentato da uno sviluppo annuo intorno a +9%), la Cina diventi il primo partner commerciale dell’Italia, superando la stessa Germania. Evidentemente queste stime sono forzate perché non tengono conto dello scontro internazionale sui mercati. Infatti si deve tener presente che nel 2005 l’interscambio totale cinese ha raggiunto la cifra di 1.422 miliardi di dollari, per cui i 18,5 miliardi italiani sono solo l’1,3%.In generale, nel 2005 gli investimenti diretti (IDE) delle aziende mondiali in Cina hanno raggiunto i 60 miliardi di dollari (il totale dal 1990 è di circa 600 miliardi di dollari); l’investimento diretto cinese nel mondo è stato di 6 o 12 miliardi di dollari (secondo le fonti Ministero del Commercio o Sole24Ore del 6/9/2006), 57 miliardi di dollari dal 1990, orientati a facilitare la penetrazione delle merci cinesi sul mercato mondiale (esempio: con l’acquisto di IBM Computer da parte di Lenovo) e assicurare le fonti di energia (petrolio del Sudan, degli Emirati, ecc). Negli ultimi tre anni gli IDE cinesi sono aumentati del 36% annuo; e’ difficile prevedere quanto questa dinamica possa andare avanti, tenendo conto della saturazione dei mercati e della domanda e offerta. Nello stesso 2005 gli investimenti diretti effettuati nei paesi OCSE (industrializzati) ammontavano complessivamente a 622 miliardi di dollari (+27% rispetto all’anno precedente), 10 volte quelli effettuati in Cina, e che la Gran Bretagna da sola ne ha raccolti 165: dunque il cuore del sistema capitalistico è ancora nei vecchi “imperialismi” americani e europei (Sole24Ore del 29/06/2006). N.B. I paesi OCSE sono i 30 paesi più industrializzati; la somma della loro popolazione è poco più di un miliardo di abitanti (un sesto della popolazione mondiale), il PIL circa 29.000 miliardi di dollari annui (4/5 del PIL mondiale). La Cina ha 1,3 miliardi di abitanti e un PIL annuo di 1600 miliardi di dollari. Il governo di centro-sinistra comunque ce l’ha messa tutta per agevolare la penetrazione italiana in Cina: quattro memorandum (per lo sviluppo, le riforme, i crediti per gli aiuti e la lotta alla povertà!); collaborazioni bilaterali per la ricerca aerospaziale, la tutela dei beni culturali, lo sviluppo delle campagne, la medicina; uno “sportello” per le imprese italiane e anche un accordo tra le associazioni dei giovani imprenditori italiani e cinesi (ormai forse anche con la tessera per Partito Comunista Cinese, dopo le ultime aperture statutarie). Negli incontri ufficiali con il Primo Ministro cinese Wen Jabao e il Presidente Hu Jintao, la delegazione italiana ha applaudito all’invio di 1.000 soldati cinesi in Libano, promettendo di adoperarsi per giungere in sede europea all’abolizione dell’embargo sulla vendita delle armi alla Cina, deciso dopo la sanguinosa repressione dei moti di Piazza Tien An Men del 1989. Prodi ha potuto dichiarare soddisfatto che la visita è stata “una vera e propria svolta di ampia portata economica e politica”: un bell’esempio di politica social-imperialista, di sinistra, non da meno certo di quella portata avanti dal “piazzista” Berlusconi.
CONVEGNO
“ITALIANI BRAVA GENTE” Torino,
10-12 novembre 2006, c/o Action Theatre - via Carmagnola 12
E’ stata, come si proponeva il programma, “un’occasione di
confronto sui trascorsi e sull’attualità della lotta
internazionalista...per farla finita con i miti del bravo italiano e
della superiore civiltà occidentale”, che servivano a giustificare le
imprese coloniali di fine ‘800 ed ora continuano a farlo con le
“missioni di pace” italiane sotto egida Nato e ONU, riverniciate di
retorica umanitaria.
Durante i tre giorni si sono susseguiti numerosi interventi e
dibattiti, affiancati da mostre e proiezioni, a cura del Centro di
Documentazione Porfido di Torino (www.ecn.org/porfido) e della libreria
Calusca di Milano (www2.autistici.org/apm).
Riportiamo un breve commento ad alcuni dei contributi. COLONIALISMO
E SVILUPPO CAPITALISTICO
Silvio Serino, autore de “L’uovo di Colombo e la gallina
coloniale” (ed. Giovanetalpa), ha dimostrato come la rivoluzione
industriale in Europa prese le mosse dagli accumuli colonialisti:
l’oro e soprattutto l’argento americani e lo sfruttamento
schiavistico (es. nelle piantagioni di zucchero in Brasile) hanno
fornito ricchezze superiori a
tutti gli altri commerci e sono stati, come già ricordava Marx nel 24°
capitolo del Capitale, “un fattore chiave nell’accumulazione
primitiva”.
Cristoforo Colombo, come tutti sappiamo, nel famoso viaggio del
1492 si basava sulla “scienza” delle Sacre Scritture, che
presentavano un mondo molto più piccolo, composto da 4/5 di terre
emerse, e quindi pensava di raggiungere la Cina via mare per facilitare
i commerci, essendo la via terrestre più lunga e pericolosa. La Cina
nel 1400 era meta di mercanti perchè aveva la produzione più fiorente
del mondo, facilitata da un sistema di monarchia assoluta che
privilegiava la diffusione della proprietà privata e il libero mercato,
avendo superato da secoli le aristocrazie feudali che le limitavano. Le
più recenti ricerche hanno dimostrato che dal 1405 al 1433 la Cina
effettuò 7 viaggi oceanici in Africa, Australia e America (scoperta nel
1421) poichè disponeva di una flotta di 1600 navi imperiali lunghe fino
a 170 metri con 9 alberi, cannoni e 60 cabine private per i
commercianti. Questa flotta fu distrutta nel 1434 dal terzo imperatore
Ming, che limitò la costruzione a navi con tre alberi, simili alle
caravelle di Colombo, adatte a percorsi più brevi. Infatti
l’interesse prevalente in Cina in quel periodo era rafforzare la
difesa contro le invasioni da terra, sviluppare la già fiorente
agricoltura, l’industria e la navigazione interna. Così facendo essa
mantenne la supremazia nella produzione e nel commercio mondiali fino
all’800, ma non fu in grado di contrastare le aggressioni dal mare
(1840, prima guerra dell’oppio con l’Inghilterra). IL
COLONIALISMO ITALIANO E LE LOTTE ANTIMPERIALISTE
A fine ‘800, buona ultima, anche l’Italia fu in grado di
portare avanti le sue imprese coloniali: l’occupazione dell’
Abissinia nel 1885 portò nel gennaio 1887 la prima sconfitta a
Dogali, che provocò mobilitazioni di piazza in Italia per il ritiro
delle truppe al grido “nè un uomo, nè un soldo per l’Africa”
portato avanti anche in Parlamento dal deputato socialista Andrea Costa
al momento del voto per il finanziamento della missione. Dopo
la disfatta di Adua del 1896, la rivolta popolare scoppiò da un capo
all’altro dell’Italia, al grido di “abbasso Crispi, via
dall’Africa, viva Menelik”, che portarono alla caduta del governo
Crispi.
L’avventura libica del settembre 1911 provocò lo
sciopero generale in molte città d’Italia e nonostante
l’accondiscendenza del PSI, che tendeva a frenare la lotta, vi fu il
blocco delle tradotte dei soldati che partivano per la guerra.
Nella Prima Guerra Mondiale la rotta di Caporetto dell’ottobre
1917 fu provocata dall’abbandono del fronte dei soldati italiani,
stanchi dell’orrore della guerra, con le parole d’ordine “facciamo
come in Russia”, non appoggiati dalla maggioranza dei partiti e
organizzazioni operaie dell’epoca. Con
il fascismo e la restaurazione interna dell’ordine borghese fu
possibile la riconquista della Libia (1923-31), dove
l’opposizione indigena aveva ridotto la presenza italiana ad alcune
località della costa. La guerra contro questa resistenza, nonostante
l’uso dell’iprite e le dure rappresaglie, durò 8 anni e fu piegata
solo dalla deportazione in campi di concentramento (nel 1930) di circa
80.000 abitanti dei villaggi che appoggiavano i resistenti, di cui metà
morirono in pochi mesi per la scarsità di cibo e le malattie, richiusi
in 270 km di filo spinato. Nel 1931 l’impiccagione del settantenne
capo della resistenza Omar Mukhtar segnava la fine delle ostitlità.
Sulla vicenda del colonialismo italiano in Libia è reperibile il film
“Il Leone del Deserto”, regia di Moustapha Akkad (USA-Libia 1980),
mai ufficialmente distribuito in Italia. Con
la guerra d’Etiopia del 1935 il fascismo toccò l’apice del
consenso, conquistando le opposizioni moderate anche di Benedetto Croce
ed Arturo Labriola, nonostante i morti soprattutto civili si stima siano
stati 800.000. Basti ricordare la strage del 1936 di 30.000 persone in
tre giorni dopo l’attentato a Graziani, e i 1500 morti tra la
popolazione resistente vicino ad Addis Abeba bombardati coi gas e
fucilati nel 1939. Il
fascismo fomentò il razzismo in Italia con la teoria della supremazia
biologica dei bianchi sui neri, come testimonia la rivista “Difesa
della razza”, pubblicata a partire dal 1938: vengono addirittura
perseguitate da un corpo speciale di “polizia sessuale” le
convivenze dei soldati con le donne nere per ridurre il meticciato,
presentato come avvelenatore della razza e crimine peggiore
dell’omicidio. Giunse addirittura a bandire la canzone popolare
“Faccetta nera” perchè troppo “amichevole” verso la popolazione
delle zone colonizzate. Si
può notare come certa propaganda oggi contraria all’integrazione e
alla cittadinanza agli immigrati, usando l’ideologia della
“protezione delle nostre donne”, prenda spunto direttamente da
queste tesi razziste.
E’ necessario tradurre tutto questo patrimonio di conoscenza in
azione e in comunicazione, anche con le forme artistiche, in
manifestazioni e organizzazione, che alimentino un movimento complessivo
contro le guerre esterne ed interne d’Italia. Bisogna far risaltare
che il nemico è in casa nostra, è il nostro sistema capitalistico, il
nostro governo che, proprio perchè sempre comitato d’affari della
borghesia, non può essere amico, e denunciare il ruolo dei “falsi
socialisti” che da sempre frenano la coscienza e la lotta antisistema,
avallando le ideologie dominanti.
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