CORRISPONDENZE - INTERNAZIONALE

DOCUMENTI GENERALI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mozione approvata dall’assemblea svoltasi a Napoli il 18/09/05

nell’ambito della “Adunata sediziosa”.

 

Nel corso degli ultimi anni la necessità di costruire forme di coordinamento a livello europeo tra le realtà della sinistra di classe si è affermata con forza crescente, sia nelle mobilitazioni contro i vertici imperialisti e contro la guerra, sia nell’esperienza concreta di numerose e differenti lotte sociali. Tuttavia, finora è mancata la capacità di procedere effettivamente verso la realizzazione di quest’importante obiettivo. Consapevoli di questo dato di fatto, le realtà partecipanti all’assemblea intendono avviare un percorso comune finalizzato ad individuare e rimuovere gli ostacoli che ad oggi hanno impedito la costruzione di forme stabili di comunicazione, dibattito e mobilitazione tra compagni a livello europeo.

Allo scopo di porre le basi di tale lavoro comune, e di estenderlo alla partecipazione di altri compagni, le realtà partecipanti – sulla scorta del dibattito svolto in assemblea – hanno convenuto i seguenti punti fondamentali, da approfondire e sviluppare successivamente:

 

1. L’Unione Europea è un polo imperialista

Al pari degli Stati che la compongono, l’Unione Europea (UE) esprime e materializza gli interessi di classe della borghesia. Essa è nata e si è sviluppata con lo specifico compito di sostenere ed imporre le esigenze di valorizzazione del capitale a base europea nell’attuale fase dell’imperialismo. La natura imperialista dell’UE rispecchia il carattere imperialista degli Stati che l’hanno promossa e costituita; questi ultimi non vengono indeboliti dall’“integrazione europea”, ma ne sono anzi rafforzati nella loro costitutiva e irriformabile funzione di dominio e repressione per conto della borghesia. Come gli Stati che la compongono, anche l’UE svolge una duplice azione: a) verso “l’interno”, rinsaldando e riproducendo il dominio di classe nei confronti del proletariato che vive sul continente (in particolare, in questa fase, attraverso l’imposizione della precarietà e lo smantellamento dei diritti sociali); b) verso “l’esterno”, costruendosi come forza continentale in grado di giocare un ruolo nella competizione interimperialistica (in particolare con gli Usa), ai danni dei popoli della periferia e del proletariato internazionale.

 

2. L’Unione Europea non è un interlocutore, è una controparte

Da quanto appena detto, consegue necessariamente che l’unico atteggiamento concepibile, per il movimento della sinistra di classe, è quello dell’opposizione e della lotta contro il nuovo imperialismo europeo rappresentato dall’UE (e dai singoli Stati che la compongono): per contrastare il razzismo e lo sciovinismo che la caratterizzano; per difendere le condizioni di vita e di lavoro del proletariato; per ostacolare la sua azione di potenza aggressiva e sfruttatrice dei popoli della periferia. L’UE è perciò una nuova controparte che va ad aggiungersi (non a sostituirsi) a quella rappresentata dagli Stati nazionali. Anche la mobilitazione contro l’aggressione imperialistica ai danni del popolo iracheno è intrinsecamente inconciliabile con le posizioni e le forze politiche che tacciono o sorvolano sulla natura imperialistica dell’UE e che vorrebbero attribuire a quest’ultima una funzione di “contrappeso democratico allo strapotere Usa”: solo il rafforzamento del protagonismo e dell’autonomia del movimento contro la guerra può rappresentare un ostacolo al prevalere delle esigenze di profitto e di dominio del capitale.

 

3. Uscire dal localismo

Attraverso una vasta gamma di atti giuridicamente vincolanti, l’attività quotidiana dell’UE investe già, con un’influenza decisiva e crescente, settori di importanza vitale, come la politica monetaria, il mercato del lavoro, la legislazione in materia di immigrazione, ecc.; l’UE ha già istituito una struttura giudiziaria continentale (Eurojust), un Ufficio Europeo di Polizia (Europol), una politica repressiva comune (“Black List”); l’UE ha già reso operative attività militari all’estero (ad esempio in Congo), ha già creato uno stato maggiore militare europeo, un’agenzia europea per gli armamenti e il sostegno all’industria militare, ecc. A fronte di un livello già così profondo di “integrazione reale”, bisogna purtroppo costatare che tra i compagni che vivono e lottano in Europa, esiste un livello di “integrazione percepita” ancora troppo basso, una scarsa consapevolezza che spesso alimenta concezioni e pratiche localistiche. In realtà, il processo di “integrazione” ha già trasformato l’insieme delle condizioni nelle quali si colloca la nostra attività e nelle quali si esprime la lotta di classe, non acquisire coscienza di questo dato di fatto significa solo subire passivamente l’iniziativa politica, economica e repressiva che ormai i padroni – pur tra mille contraddizioni e mediazioni – stabiliscono e dirigono sul piano continentale (almeno nelle loro linee strategiche). E’ perciò assolutamente prioritario lavorare affinché il movimento della sinistra di classe assuma pienamente il contesto europeo come dimensione basilare della propria attività politica.

 

4. Per l’unificazione internazionale delle lotte proletarie

Gli stessi provvedimenti degli Stati membri dell’UE possono essere compresi, analizzati e affrontati politicamente solo inquadrandoli nel contesto del processo – tuttora contraddittorio ma già avanzatissimo – di costruzione del polo imperialista europeo. Di conseguenza, anche le lotte proletarie e le mobilitazioni che a tali provvedimenti si oppongono – per non perdere di incisività ed efficacia – sono poste dinanzi alla necessità di travalicare l’ambito “statuale-nazionale” per assumere quello continentale. La “direttiva Bolkestein”, la nuova direttiva che allunga l’orario di lavoro, lo “spazio europeo dell’istruzione e della formazione”, le politiche persecutorie nei confronti dei migranti, il programma di ristrutturazione capitalistica noto col nome di “Strategia di Lisbona”, ecc., mostrano chiaramente che tale necessità si è ormai trasformata in urgenza concreta.

 

5. Costruire un punto di vista complessivo

E’ necessario costruire e assumere un punto di vista più generale e complessivo, una visione d’insieme dello scontro di classe a livello europeo e internazionale, riqualificando a partire da questo il proprio lavoro sul piano specifico o locale di lotta. Perciò il nostro primo compito dev’essere innanzitutto quello di colmare il deficit di conoscenza, di analisi, di collegamenti, di dibattito, di comunicazione e – soprattutto – di pratica comune, che abbiamo accumulato nel corso degli anni a fronte dei progressi realizzati dalla “integrazione europea” dei padroni. Si tratta di avviare un lavoro concreto che proceda verso la costruzione di forme stabili di comunicazione e reti di movimento a livello europeo, sviluppando assieme la capacità e la possibilità di dialettizzarci realmente e concretamente con le numerose e diverse esperienze di lotta che “si aggirano per l’Europa” ed inquadrando fin dall’inizio tale lavoro in una più ampia prospettiva internazionalista (che ne sarà concretamente rafforzata). L“integrazione europea” è un fenomeno politico che – direttamente o indirettamente – attraversa e condiziona ormai tutti i contesti economico-sociali del continente (anche quelli più “locali” e particolari), di conseguenza, un tale lavoro comune rafforzerà la capacità di ciascuno di radicarsi nel concreto delle lotte, nella classe, nel “locale”.

 

6. Porsi obiettivi intermedi realistici

Avviare un lavoro concreto che proceda verso la costruzione di forme stabili di comunicazione e reti di movimento a livello europeo, significa impegnarsi materialmente attorno ad obiettivi intermedi realistici, definendo e promuovendo la sequenza di passaggi concreti in grado di accumulare ed alimentare metodicamente le forze, gli strumenti e le capacità necessarie. E’ a causa dell’assenza di un approccio metodico, incrementale, continuativo, che generi un lavoro specifico con responsabilità specifiche, che finora non si è riusciti a procedere nella direzione voluta.  Pertanto, le realtà partecipanti all’assemblea si impegnano: i) a dar vita e ad alimentare con continuità un percorso comune che – mobilitando gradualmente le capacità, le forze e gli strumenti materiali necessari – si faccia promotore di forme stabili di dibattito, comunicazione e mobilitazione tra realtà della sinistra di classe a livello europeo; ii) ampliare, approfondire, sviluppare questa discussione e questa proposta, in particolare convocando ulteriori incontri periodici; iii) costruire una partecipazione coordinata alla campagna per il ritiro della cd. “direttiva Bolkestein” e della nuova direttiva sull’orario di lavoro, cominciando col coordinare la loro partecipazione alla manifestazione europea di sabato 15 ottobre.

 

Napoli, 18 settembre 2005

 

Area Antagonista Campana – Area Programmatica “Progetto Comunista” – Collettivo internazionalista di Napoli – Interfacoltà (Coordinamento Collettivi Universitari) – Corrispondenze Metropolitane (Roma) – Confederazione Cobas (Campania) – Red Link.

 

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INTERESSI FINANZIARI E PROSPETTIVE DI GUERRA

 

Lo scorso 6 febbraio Bush ha presentato al Congresso il progetto di bilancio statale 2007. Ai forti tagli a sanità e assistenza sociale corrisponde un aumento delle spese militari: 439 miliardi di dollari per la difesa “ordinaria”, più un contributo straordinario di 50 miliardi per Iraq e Afghanistan, per un totale di 490 miliardi. Parallelamente l’imperialismo europeo cerca di accelerare la costituzione di apparati di difesa comune, e gli stati nazionali dell’Unione, tra cui l’Italia, devolvono a loro volta ingenti somme per il rafforzamento militare.

Occorre a nostro parere una sempre maggiore denuncia di questo sperpero a fini distruttivi e inumani, e l’intensificazione delle azioni volte a contestare e contrastare la militarizzazione della società.

Pubblichiamo, sul tema della guerra odierna e dell’imperialismo USA, europeo e italiano, alcuni stralci di un contributo di un gruppo di compagni dell’ospedale S. Martino di Genova.

 

Il dipartimento della difesa americano si avvale di 2.000.000 soldati, più i riservisti, la guardia nazionale ed un numero imprecisato di uomini in armi che svolgono comunque un ruolo d’ordine.

Due milioni di soldati più il corollario rappresentato delle forze paramilitari esprimono di per sè una dinamica che alimenta la logica imperiale svolta dagli Stati Uniti.

Questo apparato militare è un tuttuno, quasi in simbiosi, con l’apparato industriale, tanto da creare un indistinguibile complesso militare-industriale che orienta e determina la politica estera della maggiore potenza mondiale.

Al tessuto industriale americano ma ancora di più alla sua rete finanziaria si collegano per mille rivoli e filiere facendovi afferire enormi quantità di denaro gli investitori di tutto il mondo.

Questi interessi finanziari per loro natura senza “patria”coincidono spesso con gli interessi americani e si identificano con la logica della “city” cuore del sistema di circolazione finanziaria del mercato mondiale.

Wall Street, assieme al FMI (Fondo Monetario Internazionale) e pochi altri organismi internazionali, sono i presidi d’ordine di quei flussi finanziari che si spostano in tempo reale da una parte all’altra del globo, e prefigurano organismi sopranazionali.

Questa internazionale del capitale ha stabilito il suo centro di coordinamento negli USA ma gli interessi di cui si fa portavoce sono internazionali.

Questi interessi sono tutelati sul piano bancario politico ed inevitabilmente anche sul piano militare e quindi le campagne dei “guerrafondai americani” si svolgono per nome e per conto della borghesia internazionale e sia pure tra mille contrasti contingenti gli USA svolgono di fatto un ruolo d’avanguardia del mondo capitalistico occidentale.

L’assetto bipolare (USA-URSS) nell’equilibrio mondiale prima del crollo del muro di Berlino susseguente all’implosione dell’URSS si ritiene avesse assicurato un certo ordine internazionale e assicurato una epoca di relativa stabilita e pace internazionale.

Questa fase storica viene definita nella pubblicistica come “guerra fredda” quasi non guerra.

In realtà la guerra sia pur combattuta nelle periferie del terzo mondo e lontano dalle città del “primo mondo” è stata tuttaltro che fredda.

Queste guerre avvertite come lontane o volutamente rimosse dalla coscienza collettiva hanno procurato dal ‘45 ad oggi più morti della Prima Guerra Mondiale.

Soprattutto l’Europa, chiusa nel suo eurocentrismo, sembrava aver escluso dai suoi orizzonti politici la dimensione della guerra ed essersi abituata dopo i massacri della Seconda Guerra Mondiale alla non belligeranza e di fatto delegando il mantenimento dell’ordine internazionale ad altri.

Su questa base che in Europa si sono potuto sviluppare una sorta di pacifismo equivoco e fortemente istituzionalizzato.

Con il venir meno dell’ordine bipolare il “lavoro sporco” in precedenza svolto da USA e da URSS (ognuna all’interno della propria area di influenza) é stato necessario accollarselo direttamente.

Con il venir meno della federazione jugoslava l’Europa ha dovuto reinventarsi una capacità di intervento militare che rimane un evento bellico a tutti gli effetti anche si è voluto motivarlo con finalità di tipo umanitario, ed in difesa dei diritti umani.

Dissimulazione ipocrita! Da sempre in tutti gli interventi militari si riesce sempre a costruire giustificazioni morali ed ideologiche.

Nella storia c’è sempre stato chi ha benedetto i cannoni e dichiarato con solennità che “Dio è con noi”, cioè da entrambe i lati delle barricate.

Con il coinvolgimento dell’Europa nelle vicende belliche dei Balcani il tema della sicurezza ha acquisito nuova attenzione nelle agende politiche e viene sempre più insistentemente sottolineata la necessità di dotarsi di un esercito europeo in grado di garantire anche da un punto di vista militare il ruolo di potenza economica dell’Unione Europea.

Dopo le vicende recenti legate all’attività terroristica di matrice islamica, si stanno producendo modificazioni rilevanti anche nelle abitudini e stili di vita del cittadino medio.

La percezione della guerra non è più un incubo lontano o vissuto nella finzione cinematografica, ma permea i comportamenti del quotidiano.

I controlli agli aeroporti, gli allarmi e le stragi alle stazioni ferroviarie, le simulazioni di attacchi terroristici, i sospetti e la diffidenza verso gli emigrati specialmente se islamici hanno creato un clima tale che gli stessi diritti civili e libertà delle persone vengono rivisitati in ossequio del primato della sicurezza.

I prodotti finali di questa nuova realtà con cui l’occidente deve misurarsi sono le leggi speciali per contenere i flussi migratori che per decreto diventano flussi di clandestini. Sono sempre più frequenti gli episodi di razzismo e di scoperta xenofobia.

Gli stessi centri di prima accoglienza dei clandestini che sbarcano abusivamente sulle nostre coste, e da cui si può solo fuggire per sfuggire al rimpatrio, configurano sia pure in sedicesimo gli orrori di Guantanamo e Abu Ghraib.

Il rullio dei tamburi di guerra si fa sentire anche nei rapporti di lavoro.

La gerarchizzazione dei ruoli attraverso la costruzione delle “posizioni economiche” per i livelli alti (a fronte di un arretramento delle posizioni salariali della massa dei lavoratori) ha solo il significato per le direzioni aziendali di dotarsi di una guardia di pretoriani da utilizzare come presidio antioperaio.

La giurisprudenza che regola i rapporti di lavoro per i dipendenti pubblici è mutata drasticamente e si è passati da i “doveri del pubblico dipendente” agli “obblighi” di legge con tutto un corollario di sanzioni che lasciano ampi spazi di discrezionalità alle direzioni.

La esasperata flessibilità e mobilità, implicano logiche di comando e di conseguente sottomissione alle esigenze e ai tempi dei cicli lavorativi tanto che i turni di riposo sono sempre revocabili e i capi servizio sempre più spesso devono recitare il ruolo di caporali di giornata.

Questa ricerca della massima efficienza e produttività, da ricercarsi appunto attraverso la flessibilità, viene presentata come una soluzione tecnica di pura riorganizzazione dei fattori produttivi in realtà copre il taglio dei posti di lavoro.

Tutta la “genialità” manageriale si riduce nel tagliare risorse umane e come ricaduta per i lavoratori vi è solo l’aggravio dei carichi di lavoro.

Nelle fabbriche e in generale in tutti i luoghi di lavoro si inizia a respirare un clima da caserma.

I vigili del fuoco sono oggetto di un’orchestrata campagna finalizzata alla loro militarizzazione che costringerebbe questi lavoratori, loro malgrado, in determinati frangenti a svolgere anche un ruolo d’ordine se non di aperta repressione nei conflitti sociali.

Nella competizione per la conquista dei mercati, si fa sempre uso di un frasario da accademia militare che sembra anticipare, come sempre è accaduto nell’epoca storica dominata dal mercato capitalistico, le guerre guerreggiate.

 

DATI E ANALISI SULLA MILITARIZZAZIONE:

- Stati Uniti: Respiro di guerra per lo stato imperialista, Pagine Marxiste n. 9, ago-ott 2005

- Europa: L’ombra delle lobbies militari-industriali sulla costituzione europea, Collegamenti Wobbly n. 8, lug-dic 2005

- Italia: Le spese militari italiane, Collegamenti Wobbly n. 8, lug-dic 2005

Le spedizioni dell’imperialismo italiano (1950-1999), Pagine Marxiste n. 7, mar-lug 2005

 

 

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18 MARZO 2006 – GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LA GUERRA

A tre anni dall’invasione dell’Irak, la scadenza della giornata internazionale contro la guerra è ormai d’obbligo per tutte le forze politiche che si richiamano all’internazionalismo e alla lotta per una società migliore. In tutto il mondo, centinaia di città hanno ospitato cortei e manifestazioni.

In Italia il fulcro è stato nella manifestazione nazionale a Roma, tenutasi nel pomeriggio di sabato 18 marzo con un lungo e numeroso corteo da piazza della Repubblica a piazza Navona.

Non sono mancate iniziative in decine di altre città italiane.

Gli anarchici della FAI si sono concentrati a L’Aquila per tenere una due giorni contro le guerre e lo stato.

A Torino i compagni del Circolo Internazionalista che non si recavano a Roma hanno promosso un presidio con volantinaggio in piazza Castello, rivendicando il ritiro incondizionato delle truppe italiane dall’Irak e da tutti gli scenari di guerra.

Due le considerazioni che vengono da fare:

In primo luogo lo scarso risalto dato alla giornata da parte dei media istituzionali; quel giorno c’era persino lo sciopero della stampa, dunque il 19 marzo i giornali non sono neppure usciti. Evidentemente in questa campagna elettorale l’opposizione alla guerra non è argomento che valga tanto la pena agitare, neppure da parte del centro-sinistra impegnato a presentarsi come garante migliore di Berlusconi degli interessi del capitalismo italiano.

In secondo luogo, una parte consistente delle varie iniziative è stata di chiara impronta pacifista. Ad esempio a Roma, nella mattinata del 18 marzo, si è svolto un convegno che di per sé aveva anche ospiti interessanti: un israeliano, un palestinese, un antimilitarista americano, il padre di un soldato italiano malato di cancro a causa dell’uranio impoverito, un inglese reduce dal fronte in Afghanistan e Irak. Le loro testimonianze e aspirazioni alla pace tuttavia venivano tutte ricondotte a generici appelli ad una lotta per un mondo migliore, senza che venisse toccato il tema dell’opposizione concreta alla guerra attraverso azioni di forza, le uniche azioni che possono costringere le truppe occupanti a ritirarsi e i governi a recedere dai loro intenti criminali.

Per fortuna che a Roma come altrove non sono mancati i raggruppamenti che hanno portato avanti slogan e posizioni politiche chiaramente anti-imperialiste. Questo deve essere il terreno su cui basare nel prossimo futuro ulteriori azioni contro la guerra, cercando di unire le forze, ancora troppo frammentate, e di renderle così il più incisive possibile.

 

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IL DOLLARO USA SOTTO CONDIZIONALE

La Banca Asiatica di Sviluppo emette un avvertimento di tempesta monetaria

il sito www.resistenze.org riprende un interessante editoriale del sito www.voltairenet.org, che fa una panoramica dell’instabile situazione finanziaria internazionale; ne riportiamo alcune parti.

Da parecchi mesi un vivace dibattito si sta sviluppando sui mezzi di comunicazione della finanza internazionale: secondo i commentatori, il dollaro sarebbe così tanto sopravvalutato da rischiare un crollo brutale, dell’ordine del 15 fino al 40%. La polemica è destinata a continuare, viste le voci, comunque messe in discussione, secondo cui alcuni contratti petroliferi potrebbero essere convertiti dal dollaro verso l’euro, innescando in questo modo un deprezzamento della moneta statunitense.

Fino ad oggi, le dichiarazioni ufficiali su questo argomento apparivano provocate dalla guerra psicologica fra potenze rivali e potevano quindi generare dei dubbi. Improvvisamente, il 28 marzo 2006, la Banca Asiatica di Sviluppo ha impegnato la sua credibilità presso i suoi membri, indirizzando loro una nota e consigliandoli di prepararsi ad un possibile tonfo del dollaro. La Banca precisa che questa eventualità ha ancora grandi margini di incertezza, ma che, se si verificasse, produrrebbe gravi ed immediate conseguenze[1]. Fin da questo momento la Banca lavora alla creazione di una alternativa regionale al dollaro, l’ACU, un paniere di valute sulle orme del principio dell’ECU europeo.

La Banca Asiatica di Sviluppo (Asian Development Bank – ADB) è costituita da 64 Stati. Contrariamente a quello che la sua denominazione lascia supporre, i suoi membri non sono solamente Paesi Asiatici o dell’area del Pacifico, ma anche dell’Oceania, dell’America del Nord e dell’Europa, fra i quali la Francia, il Belgio e la Svizzera. È controllata in parti uguali dal Giappone e dagli Stati Uniti, che ne detengono ciascuno il 15%. Ed è per questo che la messa in guardia da parte dell’ADB di una tempesta monetaria è tanto più significativa.

Benché asiatici, i Paesi del Golfo Persico non hanno aderito all’ADB. Fra questi, sei hanno preferito costituire una loro organizzazione regionale, il Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gulf Cooperation Council – GCC).

Questi operano attivamente per rendere omogenee le loro economie per creare una moneta unica, sul modello dell’euro. Il loro progetto risponde ad una esigenza particolare. Le loro riserve petrolifere sono sulla via dell’esaurimento [2] e quindi non si tratta più per loro di investire i petrodollari nello sviluppo e nella modernizzazione delle loro infrastrutture petrolifere, delle quali sarebbe assolutamente necessario conservare l’efficienza e la manutenzione. Invece, i loro auspici consistono nel reinvestire i loro dollari negli Stati Uniti, o di convertirli in altre valute per reinvestirli in altri paesi. In questo ultimo caso, la conversione di una tale massa monetaria avrebbe conseguenze drammatiche sul dollaro e sull’economia statunitense. Infatti gli Stati Uniti, che producono sempre meno beni di consumo, hanno bisogno di investimenti consistenti e fortemente lucrativi per sviluppare le loro importazioni di prodotti manifatturieri cinesi.

Per contro, gli Stati del Golfo hanno deciso da una parte di dotarsi di una imponente flotta di aerei mercantili e, d’altra parte, di acquisire e sviluppare i 6 più grandi porti commerciali degli Stati Uniti. Questa soluzione è accettata dall’Amministrazione Bush, che opera già con il Consorzio degli Emirati del “Dubai Ports World”, di cui il terminale di Jebel Ali serve da collegamento al flusso di navi da carico militari verso l’Afghanistan e l’Iraq. Ciononostante i parlamentari statunitensi, che credono alle favole dell’Amministrazione Bush secondo cui i musulmani sono tutti dei terroristi, si sono spaventati per la cessione dei loro porti al “Dubai Ports World”.

In nome dei loro fantasmi di sicurezza nazionale, hanno preteso che i proventi delle attività del Consorzio siano messi nelle mani di un gruppo statunitense, che ne avrebbe la gestione nell’interesse degli Emirati. Un collegamento evidentemente rifiutato da questi ultimi, visto che avrebbero perso una parte essenziale del plusvalore ricavato dalla proprietà dei porti. I mercanti del petrolio rifiutano sempre più di affidare il loro denaro a fondi di investimento. Sanno che le leggi contabili internazionali sono state modificate, in modo tale che oggi gli stati e le multinazionali fanno apparire nei loro bilanci ricchezze che non sono in loro possesso. Le azioni che detengono nel loro portafoglio sono registrate nelle contabilità non più al loro prezzo di acquisto, ma secondo la valutazione borsistica del momento. Questo risulta senza conseguenze in tempi di rialzo, ma risulterebbe fatale in caso di crolli. Dall’oggi al domani, le banche centrali e le grandi società possono trovarsi rovinate.

I paesi del Golfo, in mancanza d’altro, cercano di investire il loro denaro in Europa, cosa che li dovrebbe condurre a convertire i loro dollari in euro, con gran pregiudizio degli USA. Il governatore della Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti, Sultan Al Suweidi, ha annunciato, il 22 marzo 2006, di prevedere di convertire il 10 % delle sue riserve, ora in dollari, verso l’euro, e nello stesso momento il suo omologo Saudita, Saud Al Sayyari, ha condannato l’opposizione del Parlamento degli Stati Uniti all’affare “Dubaï Ports World” [3]. Queste decisioni di opposizione sono intervenute nel momento in cui gli Stati petroliferi, con i quali Washington è entrata in un conflitto larvato, sono in procinto di ri-orientare i loro flussi di capitali, per investirli fuori dall’area di influenza del dollaro. Questo è il caso della Siria, che ha progressivamente convertito le sue riserve in euro, nel corso degli ultimi due anni. [4]. Ed è anche il caso del Venezuela, che sta per riavvicinarsi alla banca centrale del Vaticano per cambiare i suoi dollari principalmente in euro e in yuan cinesi. Soprattutto, questo potrebbe essere il caso dell’Iran. In effetti, le vociferazioni hanno enfatizzato il fatto secondo cui la Repubblica Islamica prossimamente sarebbe sul punto di aprire una borsa petrolifera in euro. [5]. Questo progetto, annunciato per il mese di marzo, non ha più visto la luce del giorno, ed è stato definito da numerosi commentatori come una intossicazione. Perciò, noi abbiamo cercato di verificarne l’esistenza presso le autorità di Teheran.

Immediatamente, queste si sono rifiutate di confermare o smentire l’informazione. In seguito, Mohammad Asemipur, Consigliere particolare del Ministro del petrolio Iraniano, ha dichiarato che il progetto sarebbe stato condotto a realizzazione, nonostante il classico ritardo nella sua messa in esecuzione [6]. La Borsa petrolifera in euro sarà posizionata sull’isola di Kish, un isolotto del Golfo Persico, che l’Iran ha trasformato in zona franca. La TotalFinaElf (Francia) e l’Agip (Italia) vi hanno fin d’ora installato i loro uffici regionali. Comunque sia, questa borsa non tratterà che una piccola parte dei mercati energetici iraniani. I grandi contratti sono stati già stipulati in dollari, con la Cina per la vendita del greggio [7] e con l’Indonesia per i prodotti di raffineria [8].

Questa borsa non tratterà immediatamente il mercato del gas, adesso che questa fonte di energia è chiamata ad assumere grande importanza a livello mondiale per rimediare, pur momentaneamente e parzialmente, alla grande richiesta di petrolio.[9] TotalFinaElf e Gaz de France (GDF) stanno negoziando lo sfruttamento della parte iraniana del più grosso sito di produzione di gas naturale al mondo, quello di South Pars [10].In risposta, anche Washington scommette sul gas naturale: l’Amministrazione Bush ha incoraggiato il Qatar – che ospita il quartier generale per le operazioni del Comando Centrale (Central Command - CentCom), e detiene la terza riserva mondiale di gas – a concepire un megaprogetto di “città energetica”: 2,6 miliardi di dollari dovrebbero essere investiti per attirare e coinvolgere i protagonisti mondiali del mercato dell’energia in una borsa del gas, in dollari.[11]. La Microsoft ha già presentato la sua candidatura per l’installazione delle infrastrutture per le mediazioni elettroniche. D’altra parte, il direttore della borsa Norvegese, Sven Arild Andersen, ha studiato la possibilità della creazione nel suo paese di una borsa petrolifera in euro, che dovrebbe fare una concorrenza vantaggiosa alla City di Londra [12]. In effetti, il peso di quest’ultima appare sempre più sproporzionato, man mano che la produzione di petrolio britannico sta calando (- 8 % nel 2005). L’avviso di tempesta monetaria emesso dalla Banca Asiatica di Sviluppo (ADB) non mancherà di accelerare tutte queste grandi manovre.

Indipendentemente dai ragionamenti dei mercanti sulle loro possibilità di reinvestimento dei petrodollari, i banchieri sono inquieti rispetto alla effettiva valutazione odierna del dollaro. Ci si ricorda che gli Stati Uniti non erano riusciti a finanziare per un tempo tanto lungo il loro sforzo bellico nel Vietnam. Impantanati in un conflitto senza fine, decisero di farne sopportare il gravame ai loro alleati. Nel 1971 cessarono di garantire la convertibilità della loro moneta in oro. Da allora, il suo valore viene riposto solamente sulla fiducia che viene accordata al dollaro. Il dollaro non si appoggia più all’economia del paese di emissione, gli USA, ma all’economia dell’area di utilizzazione. I banchieri hanno sempre fatto affidamento sull’indice annuale M-3, che stabilisce il volume di biglietti verdi in circolazione. Oggi, gli Stati Uniti sono impelagati in Iraq e sono nell’incapacità di finanziare la loro occupazione militare. Il solo mezzo che resta loro per pagare i fornitori è quello di far marciare i cliché per produrre cartamoneta. L’annuncio di fine marzo 2006 della sospensione della pubblicazione dell’indice M-3, e di tutti i parametri collegati che permetterebbero una ricostruzione per aggregati, significa che il volume di dollari in circolazione è divenuto un segreto inconfessabile. Non è più possibile valutare con precisione il valore reale di questa moneta.

Con effetto a cascata, gli Stati Uniti mascherano il costo della loro presenza in Iraq, in modo da nascondere l’ammontare dell’imbroglio, della truffa, alla quale si stanno abbandonando. Rifiutandosi di coprire una fuga in avanti che, prima o poi, sfocerà in una catastrofe monetaria paragonabile a quella del 1929, molti alti responsabili della Riserva Federale (FED) hanno presentato le loro dimissioni [13]. In un’intervista al settimanale tedesco Der Spiegel, il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz stima il budget reale dello sforzo bellico statunitense in Iraq, per i primi quattro anni, fra 1 e 2 trilioni di dollari [14], vale a dire da 2 a 4 volte più delle cifre ufficiali. Dunque, la parte occulta del budget di guerra sarebbe costituita da una cifra compresa tra 500 miliardi e 1,5 trilioni di dollari. Questa somma, se venisse contabilizzata, andrebbe ad aggiungersi al déficit pubblico degli Stati Uniti, che ammonta già alla cifra elevata di 400 miliardi per anno. Queste cifre vengono eliminate con un colpo di spugna stampando dollari-carta senza valore. In un’economia di mercato, questo uso dei cliché per stampare cartamoneta dovrebbe provocare un proporzionale deprezzamento della valuta. Da tre settimane, nelle borse del Golfo si è innescato un timido movimento ribassista. Ci si domanda fino a quando potrà durare questa situazione senza provocare il panico sui mercati internazionali.

Note:

[1] « Asia must prepare for dollar collapse », ”L’Asia deve prepararsi al collasso del dollaro”, Al Jazeera con AFP, 28 marzo 2006.

[2] Per i particolari sul fenomeno del « picco del petrolio », vedere « Le déplacement du pouvoir pétrolier », “La rimozione del potere del petrolio” di Arthur Lepic e Jack Naffair, Voltaire, 10 maggio 2004.

[3] « UAE, Saudi considering to move reserves out of dollar », “UAE (Emirati Arabi Uniti) e i Sauditi stanno considerando di movimentare le loro riserve lontano dal dollaro”, Middle East Forex News, 22 marzo 2006.

[4] « Syria switches from dollars to euros », “La Siria si sposta dai dollari agli euro”, Associated Press, 14 febbraio 2006.

[5] « L’Iran va lancer une place d’échanges pétroliers alternative... en euros », “L’Iran sta varando una piazza per gli scambi petroliferi alternativa…in euro”, Voltaire, 10 febbraio 2005.

[6] « Iranian oil exchange is ‘on hold’ », “La borsa Iraniana del petrolio è ‘in linea’”, di Jim Willie, Kitco, 21 marzo 2006.

[7] Vedere particolarmente « Face aux États-Unis, l’Iran s’allie avec la Chine », “Per far fronte agli Stati Uniti, l’Iran si sta alleando con la Cina” Voltaire, 17 novembre 2004 e « L’alliance Inde-Iran », “L’alleanza India-Iran” Voltaire, 17 febbraio 2005.

[8] « Indonesia, Iran to sign multi-billion-dollar investment deal in refinery », “Indonesia ed Iran firmano un accordo commerciale di investimenti per molti miliardi di dollari nella raffinazione”, Xinhuanet via Tehran Times, 14 marzo 2006.

[9] « L’avenir du gaz naturel », « Il futuro del gas naturale », di Arthur Lepic, 18 marzo 2005.

[10] « GdF en discussions pour se joindre au projet GNL de Pars », « GdF(Gaz de France) sta discutendo per unirsi al progetto GNL di Pars », Les Echos, 14 marzo 2006.

[11] « Qatar to build ’Energy city’ », “Il Qatar sta costruendo la ‘città dell’Energia’”, Emirates News Agency, 5 maggio 2005.

[12] « Norwegian Bourse Director wants oil bourse priced in Euros », “Il Direttore della Borsa Norvegese sente la necessità di una borsa petrolifera con valutazioni in euro”, di Laila Bakken e Petter Halvorsen, NRK via Energy Bulletin, 27 dicembre 2005.

[13] «Is the federal reserve preparing for Iran?», “La Federal Reserve si sta preparando per l’Iran?”,di Robert McHugh, 26 febbraio 2006.

[14] “The War Is Bad for the Economy, “La guerra è nociva per l’economia”, Der Spiegel, 5 aprile 2006.

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RISORSE ENERGETICHE - ECOLOGIA

DUE QUESTIONI STRETTAMENTE CONNESSE

 

“...Una cosa però è ormai chiara: il mondo di oggi

 può  essere descritto agli uomini d’oggi

 solo a patto che lo si descriva

 come un mondo che può essere cambiato.”

                                                                        Bertolt BRECHT

 

       L’irruzione nel mercato mondiale dei paesi asiatici, Cina e India in testa, negli ultimi anni ha incrementato fortemente la domanda energetica. Ciò ha creato i presupposti di una nuova fase storica in cui la lotta tra le potenze capitalistiche diventa sempre più una lotta per il controllo delle risorse energetiche e delle aree ritenute strategiche a tale scopo. La guerra in Iraq è figlia di questa fase storica. E siamo solo agli inizi: si presume infatti che la contesa tra le potenze diventerà sempre più acuta mano a mano che lo sviluppo asiatico necessiterà sempre più di materie prime. In un futuro non tanto lontano il soddisfacimento del fabbisogno mondiale di gas, carbone e petrolio sicuramente sarà cosa assai incerta e preoccupante. Un dato su tutti dà  la dimensione del problema: il cinese medio consuma oggi appena un settimo del petrolio consumato dal giapponese medio. L’indiano ancora meno. Si calcola che tra qualche decennio, quando i ritmi di sviluppo di Cina e India avranno innalzato il consumo energetico medio della popolazione ai livelli giapponesi (per non parlare di quelli americani, decisamente superiori) il greggio estratto oggi nel mondo non sarà sufficiente a soddisfare il fabbisogno di queste due nazioni asiatiche. Stesso discorso vale per l’acqua (vedi nota 1).

       In conseguenza di questa crescita dei consumi energetici non è tanto difficile prevedere un aumento dell’inquinamento ambientale, dato lo stretto rapporto che sussiste tra sviluppo, utilizzo delle risorse energetiche naturali e inquinamento. Le tecnologie delle cosiddette energie pulite - quella solare e quella eolica - sono per adesso molto lontane dal fornire quantitativi significativi di energia. E quella nucleare, da molti considerata la  soluzione per il futuro, al di là dei pericoli di catastrofi che si celano dietro all’eventuale proliferare di centrali atomiche, presenta problemi di costi e di  spazi per lo smaltimento delle scorie. Si può dire che un maggiore sviluppo dell’energia nucleare sposterebbe il problema dell’inquinamento  dall’atmosfera alla crosta terrestre.

       Il dibattito politico sull’inquinamento ambientale tra gli stati, avviato da oltre un decennio, procede, come prevedibile, in modo strumentale: gli occidentali accusano gli asiatici di immettere nell’atmosfera una quantità eccessiva di carbonio, non essendosi dotati di tecnologie “verdi”.  Ma è questa una evidente ipocrisia in quanto l’inquinamento pro-capite dell’occidentale medio resta per ora superiore a quello cinese o indiano. Inoltre, la delocalizzazione di settori produttivi nelle regioni asiatiche, per mezzo della quale i vecchi paesi industrializzati possono abbattere i costi di produzione grazie ai bassi salari corrisposti alla forza lavoro locale e alle normative ecologiste meno severe, ha la sua parte di responsabilità nella produzione di inquinamento atmosferico in quei paesi. 

       Le prospettive future nel campo energetico-ecologico, che alla luce della piccola panoramica sopra esposta  assumono contorni  allarmanti, potrebbero essere meno pessimistiche se fosse possibile contare su un effettivo accordo tra gli stati per la realizzazione di obiettivi comuni; tanto le fonti energetiche quanto l’ecologia rappresentano infatti un valore per tutta l’umanità. Dalla storia purtroppo si deduce che tra gli stati, nel capitalismo imperialista, gli accordi su queste materie sono vincolati dagli interessi economici nazionali. Così, ad esempio, il Presidente degli Stati Uniti ha schiettamente motivato la mancata sottoscrizione del trattato di Kyoto (vedi nota 2) spiegando che esso avrebbe avuto una ricaduta negativa sull’economia americana; la Russia alla fine vi ha aderito, ma si sostiene che lo abbia fatto attratta dalla  possibilità di realizzare enormi entrate dalla vendita di “quote” di Co2, visto che è stato istituito una sorta di compravendita delle quote di emissione di biossido di carbonio, e la Russia, avendo chiuso alcuni grandi stabilimenti, risulta in possesso di crediti di emissione di Co2 vendibili ai paesi che superano i limiti sottoscritti nel trattato. Si hanno però forti dubbi che dopo il 2012 possa aderire ad un nuovo progetto ecologista. Inoltre, a partire dal 2012, saranno disponibili a prendere provvedimenti ambientalisti  i paesi emergenti – Cina e India in primis – che  non hanno firmato il trattato per evitare impegni valutati di intralcio allo sviluppo economico prioritario in questa fase? Si tratta di interrogativi senza risposte. E’ possibile solo azzardare ipotesi che difficilmente saranno confermati dalla realtà, perché tutto dipenderà dal concreto sviluppo della lotta politica tra le potenze. Ed è bene precisare che il Protocollo di Kyoto è un progetto ecologista assai poco ambizioso, poiché riguarda solo l’inquinamento atmosferico. Il progetto nulla dice sull’inquinamento del suolo, del mare e delle falde acquifere.

       Per la realizzazione di un serio e credibile programma ecologico internazionale occorrerebbe affrontare l’aspetto fondamentale della questione, ovvero come razionalizzare l’impiego delle risorse energetiche. Si potrebbe raggiungere lo scopo in questione mediante una pianificazione della produzione dei beni necessari all’uomo, ma questo nell’attuale società rappresenta un ostacolo insormontabile.  Nel capitalismo, infatti, la logica del profitto spinge i vari gruppi industriali a una concorrenza spietata per la conquista di quote di mercato sempre maggiori. Ciò si traduce in una produttività esasperata e anarchica, che porta inevitabilmente alla realizzazione di merci in eccedenza rispetto alle capacità di assorbimento del mercato stesso.  Oggi la sovrapproduzione, eterna causa di crisi economica nel capitalismo, è ulteriormente colpevole dello  spreco di risorse energetiche e dell’aumento di inquinamento ambientale. Solo in un ambito  dove la produzione può essere programmata in base ai reali bisogni dell’uomo, è possibile  affrontare con la necessaria volontà e cognizione anche i problemi ecologici. Si impone quindi un superamento dell’attuale modo di produzione, basato sulla ricerca del profitto.

       Sorge spontanea a questo punto la domanda: le problematiche ecologiche, che nei prossimi anni saranno sempre più al centro dell’attenzione, potrebbero contribuire a influenzare le coscienze  sulla necessità di superamento dell’attuale modo di produzione? C’è da augurarselo. Anzi, si può dire che situazioni come il movimento contro il TAV in Valsusa rappresentino già un terreno di intervento da questo punto di vista. Anche questo è un compito che va assolto dagli internazionalisti, impegnati a proseguire il percorso imboccato da Marx ed Engels nella seconda metà dell’Ottocento, cioè a organizzare il proletariato, classe internazionale, affinchè possa opporsi al capitalismo e alle sue logiche. La strada è lunga e impervia, ma vale la pena proseguirla.                            

                                                                                                                                                                                      

 

1.

L’acqua è destinata a rivestire un’importanza sempre più rilevante nei rapporti tra gli Stati, con il rischio di dare origine a violenti conflitti.

In alcune regioni del mondo, la scarsità di acqua potrebbe diventare quello che la crisi dei prezzi del petrolio è stata, negli anni settanta: una fonte importante di instabilità economica e politica.

Un cittadino nordamericano utilizza 1.700 metri cubi di acqua all’anno; la media in Africa è di 250 metri cubi all’anno. 800 milioni sono le persone che non hanno un rubinetto in casa e secondo le stime dell’OMS, l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, più di 200 milioni di bambini muoiono ogni anno a seguito del consumo di acqua insalubre e per le cattive condizioni sanitarie che ne derivano.

     

2.

Il Protocollo di Kyoto è un accordo internazionale sull’ambiente. È stato negoziato nella città giapponese nel dicembre 1997 da oltre 160 paesi durante la Conferenza COP3 della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) ed il riscaldamento globale. È entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica (ottobre 2004) da parte della Russia.

L’accordo prevede, per i paesi industrializzati, una riduzione delle emissioni inquinanti (biossido di carbonio,o  Co2, e altri cinque gas serra) del 5,2% rispetto a quelle del 1990, nell’arco temporale 2008-2012. È anche previsto lo scambio (acquisto e vendita) di quote di emissione di questi gas (vedi tabella reperita sul sito della CGIL).

Sono esclusi dal negoziato i paesi in via di sviluppo, per evitare di ostacolare la loro crescita economica.

 

Potenziali offerenti di diritti di emissione di CO2 (milioni di tonnellate)

Paese                      Quota annuale 2008-2012           Emissioni 2002  Quote vendibili

Federazione  Russa   3.040                                             1.876                  -1.163

Ucraina                    919                                                 483                      -435

Repub. Ceca            176                                                 143                        -33

Ungheria                  106                                                   78                        -28

Gran Bretagna          657                                                  634                       -27

 

Potenziali acquirenti di diritti di emissione di CO2 (milioni di tonnellate)

Paese                      Quota annuale 2008-2012           Emissioni 2002  Quote acquistabili

Giappone                  1.116                                             1.330                  214

Canada                      572                                                731                  159

Italia                          475                                                553                  78

Spagna                       327                                                399                  72

Germania                   990                                             1.014                  24

 

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CONFERENZA DEL COMITATO CITTADINO CONTRO LE MISSIONI DI GUERRA

Torino – 23 settembre 2006

La discussione circa un Comitato cittadino contro le missioni di guerra è iniziata durante l’attacco di Israele al Libano dello scorso luglio. Alla fine di luglio, infatti, il Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese con la comunità libanese avevano lanciato un appello a tutte le organizzazioni e persone sensibili per chiedere l’immediato cessate il fuoco, il sostegno alla popolazione civile, l’uscita delle truppe israeliane dal Libano. Tredici associazioni operanti in città, alcune delle quali già si erano mobilitate con alcuni presidi contro il rifinanziamento delle missioni italiane all’estero, hanno aderito all’appello, organizzando per il 3 agosto una manifestazione davanti alla RAI di via Verdi.

In quell’occasione diversi compagni si sono impegnati a non lasciar cadere la mobilitazione sul tema della guerra anche dopo l’eventuale soluzione della crisi libanese. (continua a pag.6)

Così all’inizio di settembre da alcune riunioni cui hanno partecipato vari compagni (tra cui rappresentanti del sindacalismo di base, del Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori, di Rifondazione, del Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese, del Centro Sociale Askatasuna, del Centro di Documentazione Porfido, del Circolo Internazionalista) è scaturito un volantino di adesione alla manifestazione contro la guerra del 30 settembre a Roma, anch’essa una tappa per ricostruire un’opposizione alle “missioni di pace” che stanno insanguinando il mondo.

 

       La conferenza cittadina del 23 settembre, che ha visto la partecipazione di circa 60 persone, è servita a porre alcuni punti fermi sugli obiettivi e sull’impegno da portare avanti per raggiungerli, partendo da un comune denominatore: l’opposizione alle missioni militari.

       Uno degli interventi introduttivi ha evidenziato come l’ONU, nata nel 1945 dopo il fallimento della Società delle Nazioni, non possa svolgere la funzione di arbitro e pacificatore internazionale perché tutte le potenze che la compongono, soprattutto i 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (USA, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina), che hanno addirittura il diritto di veto (adoperato dagli USA in centinaia di occasioni), valutano gli avvenimenti soltanto a seconda dei loro interessi. E’ stato detto che ad esempio la risoluzione ONU che ha consentito la nascita dello stato di Israele, nel 1948, ha trovato anche l’URSS all’epoca d’accordo, perché pensava che una sinistra sionista potesse farle giocare un ruolo nell’area. La Cina era rappresentata fino agli anni ’60 da Taiwan. L’Italia ora interviene in Libano per i suoi interessi economici (è il primo partner commerciale) e risulta che l’esercito libanese sia stato formato nelle scuole militari italiane.

       Un altro compagno si è soffermato sul ruolo delle missioni militari italiane del mondo, sottolineando che bisogna combattere la concezione per cui l’Italia sarebbe meno imperialista degli altri paesi. Essa ad esempio partecipò nel 1900 alla spedizione internazionale in Cina per reprimere la rivolta dei Boxers, al blocco navale del Venezuela nel 1902-03, ben prima delle avventure coloniali fasciste che provocarono nell’immediato dopoguerra una pausa nell’interventismo, ripreso poi nel 1982 con la prima missione in Libano. Gli ultimi anni, dal Kosovo (1999), all’Afghanistan (2001), all’Iraq (2003), segnano un rinnovato impegno militare italiano in numerosi teatri di guerra.

E’ stato quindi aggiunto che è un’ipocrisia dire che esistono missioni “buone” in quanto autorizzate

dall’ONU, come dice una parte della sinistra, anche perché l’ONU in realtà le ha sempre giustificate tutte. Israele invece non viene mai obbligata ad osservare le numerose risoluzioni che la condannano e addirittura ora impedisce al contingente italiano ONU di applicare la decisione di lasciare libero il valico di Rafah tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, bloccando l’approvvigionamento di viveri e merci ai Palestinesi che vi risiedono.

 

Nel dibattito, da parte di un compagno del Circolo Internazionalista è stata sottolineata la necessità che i compagni presenti si rivolgessero a lavoratori, giovani, pensionati, a coloro che non si identificano in nessuna organizzazione partitica (che sono la maggioranza) ma che sono sensibili a questo tema importantissimo della guerra, collegandoli fra di loro per produrre un movimento sempre più ampio. Il movimento “spontaneo” infatti si ha solo in determinati momenti di grave emergenza, quando le persone sono obbligate a scegliere immediatamente che fare, ad esempio per salvarsi la vita durante le guerre o come adesso i resistenti in Medio Oriente. Normalmente anche i cosiddetti movimenti sono organizzati, ad esempio dal PCI negli anni ’60-’70, dal sindacato o dalla Chiesa, che contavano o contano centinaia di sedi e di attivisti. Sono stati indicati i principi internazionalisti sulla base dei quali anche i presenti, se d’accordo, possono dare il loro contributo attivo verso l’esterno:

-che l’ONU non è al di sopra delle parti ma è un comitato d’affari delle borghesie internazionali.

-che i governi lo sono per quelle nazionali.

-che contro le guerre è ancora valido il motto “proletari di tutti i paesi unitevi”.

-che il nemico principale è quindi in casa nostra, è la nostra borghesia e il nostro governo (che tra l’altro dà 10000 euro al mese ai soldati in Libano e taglia la spesa sociale e le pensioni).

Per questa battaglia politica anche da altri è stata auspicata una continuità, ad esempio con presidi settimanali in piazza Castello o altrove, con volantini, materiale informativo e questionari, davanti alle fabbriche come l’Alenia, a Porta Palazzo per collegarsi ai lavoratori immigrati, all’università per gli studenti e per contestare la cultura propedeutica alla guerra come il master in Peacekeeping Management della Facoltà di Scienze politiche. Questo lavoro di sensibilizzazione potrebbe confluire in una conferenza mensile sempre più allargata a nuovi contatti e raggruppamenti per discutere sugli sviluppi della situazione, per incontrare altri gruppi e comunisti di altre aree, anche ad esempio del Medio Oriente, per la trasmissione diretta di esperienze. Da questo percorso possono scaturire iniziative di più largo respiro, anche cortei e manifestazioni.

I compagni dell’OCI hanno fatto rilevare che chi è contro l’imperialismo qui (e non solo contro gli USA ma anche contro l’Europa), deve farlo sentire ai resistenti dei paesi in via di sviluppo, che altrimenti sono solo influenzati da partiti religiosi come Hamas ed Hezbollah: dobbiamo lanciare segnali di fratellanza con gli immigrati, forza lavoro supersfruttata, affinché non ci sentano come nemici. In ogni caso la resistenza ha un ruolo antimperialista anche se non consapevole. I movimenti pacifisti hanno evidenziato la loro natura perché sono rifluiti quando si è sviluppata la resistenza irachena.

Un compagno di Rifondazione ha espresso la necessità che il Comitato non si esaurisca con la manifestazione del 30 settembre, e comunque si attivi non solo per manifestazioni specifiche (come proposto da un compagno del Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori), ma serva ad avvicinare alla politica altre persone, allargando gli argomenti alla denuncia dei costi delle guerre per collegarsi alla finanziaria e alle spese locali, e facendo riflettere anche sulla differenza guerra-resistenza.

Un compagno del Centro di Documentazione “Porfido” ha evidenziato la difficoltà di un’adesione di massa a posizioni sull’ONU e sulla guerra diverse da quelle dominanti, e piuttosto che lavorare per un comitato dalla struttura definita e per l’elaborazione di documenti comuni proponeva dei momenti assembleari in cui i partecipanti portino avanti iniziative più immediate, azioni dimostrative che diano magari risultati parziali ma blocchino concretamente qualcuno dei mille rivoli che portano alla guerra.

Ha portato un contributo un compagno del Comitato di Lotta Internazionalista di Milano, che reputando interessante questa iniziativa unitaria si è proposto di lavorare per riprodurla nella sua città. Ha invitato a guardare a quelle numerose forze anche in Medio Oriente lottano contro il capitalismo e le guerre, mentre le borghesie locali cercano alleanze con gli USA e con l’Europa per interessi che non sono quelli dei proletari e delle masse sfruttate.

La conclusione, da parte di un rappresentante del Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese, è stata un invito a continuare questo nuovo lavoro comune senza scivolare nei soliti schemi che ci possono dividere, partendo cioè da ciò che ci unisce, e concentrandosi su meno iniziative ma meglio organizzate e partecipate.  

 

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ONU E IPOCRISIE UMANITARIE - approfondimento

  Il termine Nazioni Unite venne coniato dal Presidente americano Franklin Delano Roosevelt nella “Dichiarazione delle Nazioni Unite” del 1° gennaio 1942, durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i rappresentanti di 26 Nazioni si impegnarono a combattere contro le potenze dell’Asse.

Nel 1945 i rappresentanti di 50 Nazioni alla Conferenza delle Nazioni Unite dettero forma alla Carta che venne firmata il 26 giugno 1945. Attualmente fanno parte delle Nazioni Unite 191 Stati.

La Carta è lo strumento costitutivo, definisce diritti e o obblighi degli Stati membri, stabilisce organi e procedure dell’Organizzazione.

Gli scopi dichiarati delle Nazioni Unite sono: mantenere la pace e la sicurezza internazionale; sviluppare relazioni amichevoli tra le Nazioni; cooperare nel risolvere problemi internazionali economici, sociali, culturali e umanitari e nel promuovere il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali; essere un centro per l’armonizzazione delle attività delle Nazioni.

La principale fonte di finanziamento sono i contributi degli Stati membri che sono stabiliti dall’Assemblea Generale.

 Il principale criterio è la capacità di contribuzione dei singoli paesi determinata sulla base del prodotto interno lordo: 27% USA, 19% Giappone, 9% Germania, 7% Gran Bretagna e Francia, 5% Italia, etc. Oltre a ciò i paesi membri devono contribuire ai costi delle operazioni di mantenimento della pace.

L’Assemblea Generale degli Stati membri si riunisce annualmente o straordinariamente su richiesta della maggioranza degli Stati o del Consiglio di Sicurezza.

Il Consiglio di Sicurezza è composto da 5 Stati che possono esercitare, ciascuno, il diritto di veto.   Dal 1946 al 2002  il diritto di veto è stato esercitato 120 volte dall’URSS (ora Russia), 76 volte dagli USA, 36 dalla Gran Bretagna, 18 dalla Francia, 5 dalla Cina.

Di fronte a serie minacce alla pace gli articoli 39 e 51 autorizzano il Consiglio ad attuare misure coercitive non militari, quali l’uso di sanzioni economiche o diplomatiche, e prevedono anche l’uso della forza contro i Paesi che non si attengono alle misure prescritte. Gli interventi in guerre o guerre civili sono stati a tutt’oggi 125, di cui 18 ancora in corso.

Gli stessi analisti affermano che in certi casi le missioni non hanno fatto nulla per impedire i massacri. Ad esempio durante la guerra civile in Ruanda nel 1994 (un milione di morti) gli ordini erano solo di salvare i cittadini stranieri; in Libano nel 1982 è stato consentito il massacro dei palestinesi nei campi di Sabra e Chatila.

Anzi, vi sono numerosi rapporti che documentano come l’arrivo di forze ONU nelle zone dov’erano dispiegate abbia significato un rapido aumento della prostituzione infantile e delle violenze. Da ricordare ad esempio le torture inflitte dai caschi blu italiani alla popolazione inerme in Somalia nel 1991.

Oggi, con l’ultima missione in Libano, che coinvolgerà 15.000 soldati, il totale di uomini ONU impegnato in missioni ammonta a più di 100.000 persone, cui probabilmente se ne aggiungeranno, se accettati dal governo Sudanese, altri 22.000; “pochi” a confronto dei 130.000 soldati USA presenti nel solo Iraq. Già così il costo complessivo è di circa 7 miliardi di dollari per il 2005.

Un casco blu costa 45.000 dollari all’anno, mentre un militare NATO ne costa 200.000.

Ogni Paese che manda truppe incassa 1.000 dollari al mese per ogni casco blu e il resto della spesa è a suo carico. C’è la tendenza dei paesi ricchi a mandare in missione truppe dei paesi più poveri, soprattutto negli interventi che meno interessano: infatti il primato di militari ONU in missione ce l’hanno il Bangladesh, il Pakistan e l’India con 9 -10.000 uomini ciascuno.

Gli interventi delle grandi potenze avvengono per lo più sotto altre forme. Ad esempio, degli 8.600 soldati impegnati dall’Italia in 28 missioni in 19 paesi esteri, escluso il Libano, solo un’ottantina sono caschi blu, mentre gli altri appartengono alla NATO (Bosnia, Albania e Mediterraneo), alla KFOR (in Kosovo), all’ISAF (in Afghanistan) etc.

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I TENTATIVI DELLA CHIESA CATTOLICA

DI AFFRONTARE  LE DIFFICOLTA’ DELLA GLOBALIZZAZIONE

    Non si è ancora spenta l’eco dei commenti e reazioni alla “lezione” tenuta dal Papa Benedetto XVI°  all’Università di Ratisbona il 12 settembre durante  il suo viaggio in Germania, che si cominciano a intravedere i motivi che hanno spinto la Chiesa a questa posizione e le prime conseguenze.

Il Papa ha rimarcato la differenza tra la fede dei cristiani, che afferma legata alla “ragione”, e quindi più adattabile ai mutamenti sociali, e la fede “trascendente” cioè più rigida, degli islamici. Addebita le responsabilità degli scontri al “positivismo” dell’Occidente, che provoca in tutte le culture religiose la sensazione di essere attaccate “nelle loro convinzioni più intime”.

E’ evidente in queste considerazioni la disponibilità a fornire “consulenza” ideologica per facilitare lo sviluppo capitalistico nelle aree in cui è prevalente l’islamismo, per cercare di limitare gli  insopprimibili aspetti mercificatori  che feriscono questa cultura.

            Una frase in particolare è quella che ha fatto scatenare immediatamente la reazione dei religiosi islamici, che hanno fomentato anche manifestazioni di massa contro la Chiesa ed è la citazione tratta dei 26 “Dialoghi con un musulmano” del 1391 fatta da Manuele II°, imperatore bizantino ad Ankara:

“Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo e vi troverai soltanto delle cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della  spada la fede che egli praticava”.

Il Papa ha ribadito ancora che “la conversione mediante la violenza e non agire secondo la ragione è contraria alla natura di Dio”.

            Questa affermazione lascia intravedere le difficoltà della Chiesa di fronte ai metodi di proselitismo islamico che mettono in pericolo il lavoro delle Missioni in aree calde e quindi le possibilità di sviluppo della Chiesa.

Alcuni commentatori hanno ironizzato su questo invito alla non violenza, visto che i crociati avevano messo a ferro e fuoco Costantinopoli, capitale dell’Impero Bizantino, nel 1204, e che i bizantini difesero in quell’occasione la popolazione islamica perché la loro religione non aveva mai costretto alla conversione nessuno,  nelle regioni balcaniche, mentre lo faceva l’Inquisizione (già il cristianissimo Carlo Magno usava bruciar vivo chi non si convertiva).

La “guerra santa” fino ad allora era prerogativa dei cattolici di Roma, ma davanti alla minaccia turca che portò alla presa di Costantinopoli del 1453 e alla caduta dell’Impero romano d’Oriente, Manuele II°, ortodosso, con quei dialoghi chiedeva aiuto ai vecchi nemici cattolici, dimenticandosi il passato.

            Il Papa oggi, riprendendo queste citazioni, probabilmente sta facendo la stessa operazione con gli ortodossi: propone un’alleanza contro un possibile nemico comune.

Altri commentatori hanno evidenziato anche un attacco alla politica USA, che pensa di poter risolvere la questione islamica, intralcio alla sua politica imperialista nel Medio Oriente, alleandosi con le frazioni moderate: il problema, dice il Papa, è nelle radici dell’islamismo e quindi la guerra a Saddam non è risolutiva perché ha lasciato il campo all’islam sciita e sunnita in Iraq.

In generale la stampa italiana sottolinea le “prove” del successo politico di Ratzinger. Ad esempio viene menzionata la lettera aperta di 38 capi spirituali e teologi sciiti e sunniti (sulla rivista americana islamica Magazine) che riconosce nel Papa “lo sforzo per opporsi al predominio del positivismo e materialismo nella vita dell’Uomo”  e il suo desiderio “per un franco e sincero dialogo”. Il viaggio del Papa in Turchia del 28 novembre non è stato annullato, come in un primo momento sembrava possibile,  e l’intento comune dichiarato è quello di restringere l’area del fanatismo, che sarebbe sempre stato “un’eccezione”.

            Inoltre, sono ripresi i rapporti tra delegazione cattolica e ortodossa proprio il 18 settembre, dopo 6 anni di interruzione, e il 2 ottobre il Cardinale Tettamanzi, arcivescovo di Milano, ha incontrato a Mosca il Patriarca Alessio II° per scusarsi con lui dell’aggressivo proselitismo in terra russa dei preti polacchi che aveva provocato l’interruzione dei rapporti tra le due chiese.

Questa distensione probabilmente porterà alla visita del Papa al Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I° in Turchia a Novembre e si parla anche della visita allo stesso Alessio II° forse già  nel 2007, dicono i giornali “anche in risposta alla questione islamica”, augurandosi “la collaborazione tra le confessioni cristiane” superando la questione delle contese sulle proprietà delle Chiese Cattoliche Uniate.

            Pensiamo sia necessario tener presente queste considerazioni per capire l’ipocrisia delle gerarchie delle Chiese, per poterle smascherare e contestare soprattutto quando forniscono le giustificazioni ideologiche per la politica di oppressione delle potenze occidentali nei confronti dei paesi del Medio Oriente e non solo.

            Il 20 ottobre al convegno ecclesiale di Verona il Papa ha riaffermato la battaglia della Chiesa contro l’Europa “assediata da una nuova ondata di illuminismo e laicismo”, proponendo l’alleanza anche con gli “atei devoti” (!) che condividono la gravità del rischio di un abbandono delle radici cristiane della società.

Noi sappiamo che oltre agli atei “devoti” vi sono anche dei credenti “rivoluzionari”, che non avendo interessi alla conservazione del sistema, partecipano alla lotta contro sfruttamento e prevaricazione, anche se questi sono benedetti dalla Chiesa.

Tra l’altro il convegno di Verona ha visto anche delle iniziative di contestazione del ruolo reazionario della Chiesa da parte di vari raggruppamenti, facenti capo ad un coordinamento nazionale denominato “facciamobreccia” (www.facciamobreccia.org).

 

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DIBATTITO SULL’IMPERIALISMO

 

DOLLARO E EURO

Secondo i  principali giornali, mercoledì 17 dicembre c’è stato il sorpasso della massa circolante di moneta euro (oltre 600 miliardi) rispetto alla massa di dollari, con più del raddoppio degli euro rispetto al momento del varo nel 2002; questo fenomeno porta a riflettere sulle prospettive dei futuri equilibri mondiali.

A questo scopo è importante avere un’idea delle principali grandezze monetarie:

-Le Riserve Monetarie degli Stati, che servono per compensare gli squilibri delle Bilance dei Pagamenti, sono cresciute, dal 2000 ad oggi, da 2000 miliardi a 4700 miliardi di dollari.

-La quota detenuta in euro è passata nello stesso periodo dal 18% al 25%. Questo basso incremento si spiega con il fatto che il commercio mondiale in materie prime (petrolio in primis) è espresso in $, per cui il dollaro è ancora la prevalente valuta di riserva del sistema monetario globale, anche se Cina, Russia, Svizzera, i paesi del Golfo produttori di petrolio hanno aumentato la quota in euro in questi ultimi anni. Ad es. la Cina, che dispone del 22% del totale delle riserve mondiali (1000 M $), ha ancora 700 M $, che evidentemente è un fattore di condizionamento economico e politico reciproco con gli USA.

Il fatto che la moneta principale del commercio mondiale per ora sia il $ dà un innegabile vantaggio agli USA, perché possono pagare il suo deficit commerciale altissimo (più di 500 M $ per il 2006) con la loro carta moneta, senza che nessun altro paese la possa rifiutare, essendo indispensabile per gli scambi.

Ciò spiega la reazione degli USA al tentativo dell’Iraq del 2000 di abbandonare il dollaro nei contratti petroliferi a favore dell’euro (sicuramente ciò è stato un fattore più importante per scatenare l’aggressione USA che non le fantomatiche “armi di distruzione di massa”) e ora all’annuncio fatto in tal senso dall’Iran, condito questa volta con il pericolo di proliferazione nucleare.

 

LE GUERRE PREVENTIVE

Dopo la Seconda Guerra Mondiale gli USA hanno goduto per più di 40 anni di una indiscussa supremazia economica  che permetteva loro di dominare il mondo lasciando agli arsenali nucleari il ruolo di spauracchio per giustificare la divisione dell’Europa, in tacito accordo con l’URSS.

Ora sono costretti, dal  loro indebolimento economico relativo, ad utilizzare la massiccia presenza di proprie basi militari nel mondo, che si stima siano 700, sorrette da una spesa militare annua di più di 430 M  $, quasi la metà di quella mondiale, mentre il peso economico ormai è sceso a circa 30% o 20% di quello mondiale (a seconda se il PIL è espresso in $ o in PPA-parità di potere di acquisto).

Ultimamente l’intervento militare è stato sia diretto che con l’uso della NATO, in modo da condizionare e contrastare l’iniziativa autonoma delle potenze europee, alimentando la loro divisione sul  piano della politica internazionale, e contrastare lo sviluppo delle potenze emergenti.

Come la Russia dell’800 (appoggiata dall’Inghilterra), così gli USA ora sono il “baluardo della reazione”, sempre pronti ad intervenire per reprimere qualsiasi movimento rivoluzionario che metta in forse l’ordine mondiale.

Solo un movimento che prendesse spunto nelle sue stesse metropoli potrebbe avere successo. Ma ciò può avvenire: quali sono le condizioni che lo possono facilitare?

Vengono fatte diverse ipotesi sul futuro dell’imperialismo. Ad esempio:

    1.La globalizzazione del mercato potrebbe procedere sino all’instaurazione di un governo borghese mondiale unito, anche attraverso un’evoluzione dell’attuale supremazia USA; i lavoratori oggettivamente sarebbero anch’essi uniti contro un unico nemico.

    2.La lotta delle varie borghesie (europee, cinese, del Medioriente, dell’America Latina) nei confronti dell’egemonia USA potrebbe assumere un carattere sempre più militare fino a indebolire ulteriormente l’economia USA e di conseguenza l’intero sistema mondiale, per cui le contraddizioni potrebbero diventare rivoluzionarie in tutte le metropoli imperialiste.

 

LA QUESTIONE EUROPEA

In relazione alla prima ipotesi c’è chi vede nella unificazione europea una prospettiva da appoggiare in quanto è un passo verso il “governo mondiale”, ma si pone un modello d’Europa unificata che salvaguardi i diritti dei lavoratori sia europei che mondiali, in contrapposizione al modello USA.

Altri dicono che per fare un’Unione libera dei popoli e delle nazioni d’Europa che non si fondi sulla distruzione delle conquiste dei lavoratori, bisogna rompere con l’attuale Unione europea.

Altri ancora dicono, ripetendo la frase di Lenin del 1915, che “l’Europa unita può essere solo reazionaria”, che è impossibile pensare di costruire un’“Europa dei lavoratori” in un mondo imperialista, perché comunque si diventerebbe oggettivamente  paladini di un imperialismo europeo “migliore” di quello USA  e ci si troverebbe a fianco i borghesi europeisti nella loro lotta contro l’egemonia americana.

 

UNA NUOVA FASE IMPERIALISTICA?

Da marxisti dobbiamo riflettere sul fatto che alla base degli scontri c’è oggi la difficoltà crescente del capitale, in tutte le aree del mondo, a valorizzarsi, cioè a produrre profitti, data l’altissima “composizione organica” raggiunta, cioè l’altissimo investimento necessario alla produzione.

Ciò comporta la necessità di gruppi economici sempre più grandi e concentrati per competere nella divisione del lavoro a livello mondiale, con la produzione di mezzi di produzione sempre più sofisticati, mentre i beni di consumo vengono prodotti in aree meno sviluppate capitalisticamente.

Queste aree  non potranno però avere lo stesso tipo di sviluppo delle vecchie data l’altissima produttività del lavoro che tende a far crescere sempre di meno il numero dei lavoratori produttivi rispetto alle merci, e quindi producendo quel fenomeno tipico solo del capitalismo che è la sovrapproduzione relativa di merci rispetto alle possibilità di consumo, che è legato alla distribuzione del reddito.

 

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WORLD SOCIAL FORUM 2007

 

       Il Forum Sociale Mondiale (World Social Forum, WSF) è un incontro annuale dei membri dei movimenti per la globalizzazione alternativa per coordinare le campagne mondiali, condividere e raffinare le strategie organizzative, informarsi vicendevolmente sui diversi movimenti sparsi per il mondo e sulle loro tematiche. Tende a incontrarsi in gennaio, quando il suo “grande rivale capitalista”, il World Economic Forum, si riunisce a Davos (Svizzera).

       Il primo WSF si svolse dal 25 al 30 gennaio 2001 a Porto Alegre (Brasile), organizzato da molti gruppi coinvolti nei movimenti di alternativa alla globalizzazione, tra cui la francese ATTAC. Il WSF venne sponsorizzato in parte dal governo di Porto Alegre, guidato dal Partito dei Lavoratori Brasiliano (PT). Le due successive edizioni si svolsero ancora a porto Alegre (2002 e 2003), poi fu la volta di Bombay (2004) e di nuovo Porto Alegre (2005). Nel 2006 il Forum si svolse in forma policentrica, in tre diverse città del mondo: Bamako (Mali) e Caracas (Venezuela) in gennaio, Karachi (Pakistan) in marzo.

 

Dichiarazione adottata dall’Assemblea dei Movimenti sociali

riunita a Nairobi (Kenya) in occasione del 7° Forum Sociale Mondiale

 

Noi, movimenti sociali d’Africa e del mondo intero, siamo venuti a Nairobi, al Forum Sociale Mondiale 2007 per celebrare l’Africa e i suoi movimenti sociali: l’Africa e la sua continua storia di lotta contro il dominio straniero, il colonialismo e il neo-colonialismo; l’Africa e i suoi contributi all’umanità; l’Africa e il suo ruolo nel ricercare un altro mondo.

Siamo qui per celebrare e riaffermare lo spirito del Forum Sociale Mondiale, in quanto spazio di lotta e di solidarietà aperto a tutti quanti, e ai movimenti sociali quale che sia la loro capacità di sborsare dei quattrini.

Denunciamo le tendenze alla commercializzazione, alla privatizzazione e alla militarizzazione dello spazio del FSM. Centinaia di nostre sorelle e fratelli che ci hanno dato il benvenuto a Nairobi, ne sono state escluse ed esclusi per via dell’alto costo di partecipazione ai lavori del Forum. Siamo anche molto preoccupati per la presenza di organizzazioni che operano contro i diritti delle donne, contro i diritti di settori minoritari e contro i diritti sessuali e la diversità, contraddicendo la Carta di Principi del FSM.

L’Assemblea dei Movimenti sociali ha creato una tribuna per rendere possibile ai cittadini e alle cittadine del Kenya e di tutti gli altri paesi africani, provenienti da diversi orizzonti, il presentare le proprie lotte, le proprie alternative, le proprie culture, i propri talenti e le proprie capacità. È anche uno spazio per consentire alle organizzazioni della società civile ed ai movimenti sociali di interagire e di scambiarsi delle esperienze riguardo i temi e i problemi che ci concernono.

Fin dalla prima assemblea del 2001, abbiamo contribuito proficuamente alla costruzione e al consolidamento delle reti internazionali della società civile e dei movimenti sociali. Abbiamo dato maggior forza al nostro spirito di solidarietà e alle nostre lotte contro ogni forma di oppressione e di dominio. Noi riconosciamo che la diversità dei movimenti e delle iniziative popolari contro il neoliberismo, l’egemonia del mondo capitalista e le guerre imperialiste sono un’espressione della resistenza mondiale. Adesso dobbiamo andare avanti verso una fase di vere alternative.

Occorre ampliare molte delle iniziative locali già esistenti: ciò che avviene in America Latina ed in altre parti del mondo - grazia all’azione congiunta dei movimenti sociali - ci mostra la via per mettere in pratica delle alternative concrete al dominio del capitalismo mondiale. Come movimenti sociali dei cinque continenti riuniti a Nairobi, esprimiamo la nostra solidarietà ai movimenti sociali dell’America Latina, le cui lotte pervicaci e prolungate hanno portato alla vittoria elettorale della sinistra in diversi paesi.

Facciamo appello ad una grande mobilitazione internazionale contro il G8 a Rostock e Heiligendamm (Germania) dal 2 all’8 giugno 2007. Mobiliteremo le nostre comunità e i nostri movimenti in occasione della Giornata d’azione internazionale nel 2008.

 

NAIROBI, 24 GENNAIO 2007

 

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Dibattito sull’imperialismo

 

IL CAPITALISMO USA E’ IN DECLINO ?

 

IL “SETTORE FINANZIARIO”

Prima ancora di dare una risposta a questo interrogativo, occorre fare una breve premessa sui meccanismi di funzionamento del capitalismo più in generale, sulle questioni di carattere economico sociali, innanzitutto sugli aspetti finanziari e sul credito che caratterizzano, per certi versi l’attuale fase imperialistica.

Abbiamo quindi,da un lato, il flusso del credito come risultato di una massa di profitti e di risparmi che si rendono disponibili per l’investimento e dall’altro la difficoltà, data anche la loro relativa dispersione, alla loro collocazione.

Si sviluppa quindi una forte tendenza alla loro centralizzazione che si realizza attraverso specifici canali rappresentati dalle banche, società di intermediazione finanziaria, ecc.,che si incaricano di farli arrivare al processo di produzione vero e proprio in grado di garantire la valorizzazione.

In questo processo, generalmente,chi si avvantaggia maggiormente non sono i loro possessori nominali, ma chi svolge il ruolo di centralizzatore è in grado di utilizzarli.  Banche e industria

fanno la parte del leone, mentre la speculazione borsistica, che di per se non svolge nessun ruolo nella valorizzazione, si incarica semplicemente di “trasferire” dalle mani di molti alle mani di pochi, sfruttando le oscillazioni  del prezzo dei titoli,ingenti quantità di capitali.

Il settore cosiddetto finanziario, nonostante gli aspetti della speculazione, ha la sua ragion d’essere nell’esigenza della produzione capitalistica giunta ad un certo grado evolutivo, e il reddito da attività finanziarie è quindi una parte del profitto capitalistico già realizzato attraverso lo sfruttamento  e si manifesta nei rapporti economici in parte come fondo di consumo di questa particolare frazione della borghesia, in parte come quota destinata all’investimento.

Dal punto di vista “ideale” della borghesia industriale,le varie forme di reddito sotto forma di rendita finanziaria, rendita fondiaria, profitto commerciale, imposta, che possono divorare anche gran parte del plusvalore, sono considerate in genere “consumo improduttivo”.

Invece dal punto di vista del capitalismo più in generale queste funzioni “improduttive” si rendono indispensabili per il mantenimento del suo dominio ideologico, politico e anche militare.

 

GLI INTERESSI CONTRASTANTI TRA LE POTENZE

Conclusa la premessa e passando ad esaminare il nocciolo della questione,possiamo affermare che il sistema americano rappresenta una parte importante del capitalismo mondiale (dal 20 al 30% a secondo delle differenti valutazioni con i diversi parametri ).

Le altre potenze del resto sono interessate da una parte ad approfittare di eventuali difficoltà degli USA per proprio tornaconto, ma al contempo devono anche sostenerlo perché rappresenta l’anello più importante della catena del dominio imperialista sul resto del mondo: si manifestano quindi concretamente atteggiamenti contradditori espressione di diverse esigenze.

Per questi motivi le reali difficoltà del capitalismo USA sono attenuate dall’esigenza del capitalismo mondiale di mantenere lo status quo : anche per questo per comprendere la reale congiuntura USA non è sufficiente soffermarsi solo sul PIL o sulla preponderante forza militare, ma prestare maggior attenzione agli indicatori che determinano maggiormente il rapporto con le altre potenze, soprattutto il debito pubblico e il disavanzo commerciale.

E’ vero che in generale nel capitalismo il credito in sé, fino a un certo punto, non indica affatto una situazione di crisi e di declino, lo può invece rappresentare nel caso questo riguardi il rapporto debitorio con le altre potenze.

Secondo i dati riportati nell’articolo del Bollettino di Febbraio 07 sugli USA, le importazioni USA sono quasi il doppio rispetto alle esportazioni (in valore) ;  la Germania invece, nonostante un PIL  quattro-cinque volte inferiore, possiede un attivo commerciale di 200 miliardi di $  ed ha superato gli USA nel valore dell’esportazione (970 contro904 miliardi di $ ), la stessa Cina, potenza emergente, ha un attivo commerciale di 100 md $ e un export di 762 md $, vicino a quello USA.

Il passivo accumulato nel 2006 della bilancia dei pagamenti USA ammontava a 4.700 md $ ,pari a circa il 40% del PIL, e il debito pubblico a 8.700 md $, circa il 72% del PIL, è finanziato in  parte da credito concesso da altri paesi; inoltre la sua forza finanziaria  è diminuita,visto che le attività finanziarie totali USA nel mondo sono inferiori di circa 2.000 md $ di quelle estere in USA (5.300 contro 7.400 md $ ).

Sommando questo passivo delle attività finanziarie con il passivo della bilancia dei pagamenti e il debito pubblico verso l’estero in Buoni del tesoro, si può valutare, in mancanza di dati certi, un passivo totale accumulato con l’estero di oltre 7.000 md $ , pari ad oltre il 60% del  PIL , che è anche 1/5- 1/7 del PIL mondiale .

Nell’ultimo quarto di secolo la forza dell’imperialismo USA si è retta sempre di più sul proprio indebitamento; il passivo della bilancia dei pagamenti che in 16 anni , dal 1981 al 1997, raggiunse la cifra di 1.200 d $, nei successivi 9 anni si è quadruplicato, come visto, a 4.700 md $.

Il solo disavanzo commerciale del 2005, oltre 800 d $, era quasi il doppio della spesa militare USA:è quindi plausibile che l’attuale proiezione militare USA non sarebbe stata possibile senza il sostegno finanziario delle altre potenze.

E’ significativo il fatto che in generale, anche in ambito della “sinistra rivoluzionaria”, non venga messo sufficientemente in evidenza il debito delle potenze come fattore di dipendenza e che la “sovranità” degli Stati imperialisti è “limitata” reciprocamente dai loro interessi economici.

POTENZE UNITE NELLO SFRUTTAMENTO

Concretamente la questione economica del rapporto debito-credito tra le potenze non può essere disgiunta dalla possibilità che stati fortemente indebitati come gli USA possano al contempo avere una forza militare di gran lunga superiore ai paesi creditori, e che questo fatto abbia come fondamento l’interesse imperialistico al comune dominio sul resto del mondo.

In definitiva, il contemporaneo alto livello di indebitamento e le difficoltà nell’esportazione indicano una più bassa produttività media del sistema capitalistico USA, soprattutto rispetto alla Germania,cuore dell’area euro, e ciò ha causato anche la perdita valutaria del dollaro di quasi un terzo nei confronti dell’euro, in soli 5 anni dal suo ingresso nel mercato.

Le altre potenze accumulano ingenti riserve in dollari, ritirandoli dalla circolazione monetaria, anche nel tentativo di frenare un ulteriore deprezzamento, mentre i paesi produttori di petrolio, in attesa di poter utilizzare l’euro, recuperano la perdita valutaria in dollari,alzando il prezzo del greggio.

Finchè i contrasti tra le varie potenze non assumeranno carattere preminente, gli USA, che hanno ereditato la loro potenza militare con la vittoria nell’ultimo conflitto mondiale, è probabile che continueranno a svolgere il ruolo di garante del dominio imperialistico anche se gli altri paesi dominanti, con sempre più insistenza, già da tempo hanno incominciato ad intervenire in numerose aree con i loro dispositivi bellici,sia autonomamente che in varie alleanze.

Oltre la difficoltà dell’imperialismo USA, dobbiamo  mettere in rilievo la difficoltà,anche se non pienamente manifesta, dell’imperialismo nel suo complesso.

La valorizzazione del capitale diventa sempre più irta di ostacoli per cui ingenti risorse devono essere utilizzate per “oliare” la macchina capitalistica sempre più obsoleta e asfittica rispetto alle esigenze umane e dello sviluppo delle stesse forze produttive.

Per il mantenimento del dominio capitalistico vengono accentuati tutti quegli aspetti (corruzione, speculazione, utilizzo spericolato del credito, interventismo militare) ritenuti deleteri dalla stessa borghesia benpensante, che ritiene comunque normale e pacifico combattere, con un’imponente apparato commerciale, un’altra guerra, quella per la conquista e la fideizzazione di consumatori  di merci, anche inutili: in questa guerra di spartizione di mercati, che è normalmente anticipata o seguita da quella militare, viene usata una gigantesca macchina pubblicitaria che secondo alcune stime fatte dai propugnatori della decrescita, è paragonabile alla spesa bellica mondiale.

 

 

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