CORRISPONDENZE - QUESTIONI GENERALI

 

 

 

 

La situazione attuale del Partito Rivoluzionario in Italia

Qual è la situazione del partito rivoluzionario oggi in Italia? Come diceva il grande Oscar Wilde: “… la situazione è disperata ma non seria…” Il sito Broadleft.org censisce la situazione dei partiti e movimenti comunisti nel mondo, divisi per paese, seguendo un criterio secondo me molto lasco. Per questo ho fatto una selezione escludendo i partiti e movimenti che non possono essere definiti marxisti rivoluzionari. Per fare un esempio ho escluso PdCI e PRC ma ho inserito Progetto comunista che è una frazione di quest’ultimo. Alla fine di questo lavoro risulta che in Italia esistono 48 sigle il cui riferimento culturale è il marxismo. Queste sigle, che stampano una cinquantina fra giornali e periodici, rappresentano gruppi la cui consistenza è un incognita. Un idea di massima è possibile dedurla dal numero di sedi che questi gruppi dichiarano di avere sul territorio. Questo dato sommato ad una stima su dati di mia conoscenza dava, a giugno 2005, un ottantina di sedi. Il livello organizzativo è molto vario ma una cosa è certa: mentre i tentativi di unificazione o federazione sono rari è evidente la facilità con cui questi gruppi si scindono e si mantengono divisi praticamente su tutto. Dal punto di vista teorico le divisioni fotografano la situazione del dibattito politico all’interno del movimento comunista che è fermo agli anni ’30 del secolo scorso. Di questi 48 gruppi , 8 si collegano alla visione bordighista, 8 a quella trotskista, 20 a quella stalinista e maoista e gli altri sono indefiniti. Oltre a questi gruppi esistono centinaia di circoli, associazioni culturali, definibili genericamente come antagonisti ( No global, centri sociali, anarchici) le cui attività sono le più articolate. La loro esistenza è nota solo agli addetti ai lavori e anche se sulla carta mostrano di avere una presenza diffusa e capillare sul territorio, di fatto,data la frammentazione, hanno uno scarsissimo peso politico. Gli unici partiti di orientamento marxista la cui esistenza è nota al proletariato italiano sono il PRC, il PdCI e, almeno nelle grandi città, Lotta Comunista.

Se andiamo a leggere il preambolo dello statuto del PRC leggiamo: “ il PRC è libera organizzazione politica della classe operaia.. (omissis)..dei cittadini tutti, che si uniscono per concorrere alla trasformazione della società capitalista per la liberazione del lavoro..(omissis).. attraverso la costituzione di una società comunista..(omissis).. per realizzare questo fine il PRC si ispira alle ragioni fondative del socialismo ed al pensiero di Carlo Marx. Già il linguaggio felpato (che ho evidenziato) è rivelatore di un approccio di tipo pacifista che si svela chiaramente nelle ripetute affermazioni di Bertinotti sulla scelta della non violenza. E più avanti:… I comunisti…perseguono il superamento del capitalismo come condizione per costruire una società democratica e socialista. Questi sono, in tutto lo statuto, gli unici riferimenti alla tradizione marxista. In compenso il linguaggio tipico dei Kautsky, dei Bernstein e, in generale, di tutta la socialdemocrazia secondinternazionalista abbondano. Per chi conosce il linguaggio schietto e preciso, senza ambiguità, dei Marx, dei Lenin e dei Trotskj non faticherà a riconoscere il vecchio linguaggio dell’opportunismo.

Nella pratica l’azione politica del PRC si svolge tutta nel quadro della democrazia borghese, limitandosi a svolgere un’attività di tipo parlamentare finalizzata a contrattare qualche vantaggio utilizzato se possibile per guadagnare qualche voto in più. Il PRC farà la fine del PSI e del PCI. Per il PdCI sono ancora più pessimista. Lotta Comunista ha avuto il grosso merito di riportare in Italia, tra le giovani generazioni, un interpretazione più fedele del marxismo che, stravolto e mistificato dallo stalinismo, era diventato un’etichetta usata per coprire le giravolte opportuniste del PCI; ma da molti anni e soprattutto dopo la morte del suo fondatore, Arrigo Cervetto, questa organizzazione sembra rinchiudersi sempre più in se stessa, limitandosi ad attività di vendita di libri e giornali. Considerato che non fa politica, non prende posizione sulle questioni politiche più immediate, che non dà indicazioni e che si astiene perché nulla è veramente importante per lei, c’è da chiedersi se non si stia trasformando in una casa editrice. Detto questo bisogna riconoscere che in ogni gruppo o partito di cui sopra esistono individui, frazioni o correnti marxiste e rivoluzionarie divise su molte questioni tattiche e strategiche ma che hanno un comune denominatore: la consapevolezza che questo sistema economico e sociale è alla fine.

Se questa è la situazione quali sono le cause? La mia opinione è questa: la situazione è disperata se vediamo lo stato attuale della coscienza di classe del proletariato italiano e delle sue avanguardie ma non lo è se riflettiamo sui processi reali che materialisticamente formano le coscienze. I comunisti non vengono dalla Luna e non nascono come Minerva dalla testa di Giove e neanche sono apparsi nel mondo perché un giorno qualcuno più sveglio degli altri ha collegato organicamente dei fatti. I comunisti sono il prodotto inevitabile delle contraddizioni di questo sistema e questa produzione ( di comunisti cioè) è una funzione proporzionalmente diretta di queste contraddizioni. Ora, noi abbiamo attraversato, parlando delle società opulente occidentali, un ciclo di sviluppo continuo che è durato 40 anni. Questo ciclo, che ha moltiplicato redditi ma soprattutto patrimoni anche dei lavoratori, ha mitigato le contraddizioni, le ha, per così dire, nascoste agli occhi delle masse ed ha contemporaneamente narcotizzato le avanguardie rivoluzionarie impedendo la loro crescita e maturazione. Questa fase si è conclusa negli anni ’90. Non solo sono cambiate in peggio le aspettative e gli atteggiamenti psicologici nei confronti del futuro ma, concretamente, stanno arretrando le condizioni di lavoro, i redditi e le pensioni e , prima o poi, la legge bronzea del salario riporterà quest’ultimo al suo livello di sussistenza. E’ solo questione di tempo prima che la realtà sociale si mostri in tutta la sua violenza e riparta la lotta di classe. Questa è una certezza. Quello che non è sicuro e se ci sarà un partito comunista attrezzato a rispondere alla domanda di organizzazione che, inevitabilmente verrà dalla classe. Questo deve essere oggi la nostra preoccupazione principale. Che questo partito si venga a formare come risultato di una selezione darwiniana fra tutti i molteplici gruppi e frazioni esistenti oppure come risultato di una accordo tattico e/o strategico fra di loro non lo si può sapere. Quello che sappiamo dall’esperienza storica è che il partito russo prima di dare” l’assalto al cielo” dovette superare un primo ostacolo: quello della conquista dei cuori e dei cervelli dei capi naturali della classe. Non vedo oggi una tale organizzazione. I capi naturali della classe sono divisi fra gruppi, partiti e sindacati spesso in concorrenza fra di loro e questo non è più accettabile. E’ un atteggiamento infantile per non dire neonatale ed è un limite nostro che solo noi possiamo superare. Questo sì che dipende da noi; se lo vogliamo lo possiamo fare.

 U. R.

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L’IMPORTANZA DELLA DISCUSSIONE INTERNA E DEL LINGUAGGIO

Riportiamo alcune brevi osservazioni su due aspetti dell’impostazione del lavoro di un’organizzazione politica rivoluzionaria, quello del dibattito interno e quello degli strumenti di propaganda, trattando di come questi aspetti vengono visti in Lotta Comunista. Per essere esaurienti occorrerebbe approfondire le posizioni politiche di questo raggruppamento, cosa che non facciamo in questa sede ma che sarà oggetto di dibattito in seguito, speriamo con gli stessi compagni di LC se lo vorranno. Per intanto, segnaliamo l’interessante biografia di Cervetto pubblicata nel maggio 2005 dall’editore Massari (reperibile a Torino presso il nostro circolo), che ci sembra piuttosto interessante.

Nell’articolo di Lotta Comunista del giugno 2005 La tempesta europea e la nostra politica la lotta politica viene identificata con la diffusione del proprio giornale, e contrapposta al “regresso in chiusure settarie tipiche degli intellettuali piccolo borghesi, in eterna discussione tra loro”. A nostro parere frasi roboanti come questa sono utilizzate per costituire un freno allo svilupparsi nel partito di un dibattito interno che gioverebbe senz’altro alla formazione politica dei militanti e non solo. Infatti la capacità, la maturità politica indispensabile per affrontare i compiti rivoluzionari non può essere acquisita tenendosi lontano dalle manifestazion reali della lotta politica, a partire dal dibattito interno al movimento rivoluzionario. Questa lotta è in realtà il vero banco di prova per forgiare militanti conseguenti, capaci di essere all’altezza dei compiti difficili che si pongono all’ordine del giorno. Per noi la discussione non conduce affatto a chiusure settarie né ad atteggiamenti piccolo-borghesi. Al contrario, la discussione più approfondita possibile rappresenta un momento di confronto per la conquista di posizioni comuni condivise e non accettate passivamente, che sono la base su cui si regge l’azione rivoluzionaria. Va da sé che alla discussione deve seguire un’azione conseguente. L’altro aspetto su cui vogliamo centrare l’attenzione è quello del linguaggio del giornale di Lotta Comunista, che a nostro parere non è sufficientemente chiaro, anzi in molti casi vago e ampolloso. Questo linguaggio viene spesso definito scientifico, ma secondo noi non si tratta di una scienza aderente alla realtà dei problemi concreti, attinente ai fenomeni reali di scontro tra le classi e tra gli uomini, bensì di un modo astratto di inquadrare i problemi. Crediamo che un giornale di un’organizzazione politica rivoluzionaria svolga la sua funzione se si esprime in modo chiaro, se orienta i lettori, se svolge un’esplicita propaganda dei principi comunisti e della strategia per raggiungere i propri obiettivi programmatici.

Spesso e volentieri LC chiama in causa Lenin per giustificare l’uno e l’altro aspetto sinora trattati, ovvero l’inutilità della discussione e il giornale difficile. Tuttavia la conoscenza dell’esperienza storica bolscevica permette di comprendere che in molte fasi della sua esistenza il partito di Lenin fu attraversato da profonde discussioni interne e utilizzò sempre disparati strumenti di propaganda, il cui linguaggio era senz’altro scorrevole senza che venisse meno il livello dei contenuti. Basta esaminare gli scritti di Lenin o studiare la storia dell’Iskra (La scintilla), “giornale per tutta la Russia” dal 1900 al 1904, per vedere come quelle colonne, come del resto quelle della Pravda in seguito, ospitassero spesso il contraddittorio tra le correnti che animavano il partito, e gli articoli per quanto di alto livello parlassero di temi molto concreti e attinenti alla realtà del movimento rivoluzionario del tempo. Da questo punto di vista il giornale di Lotta Comunista è tutt’altro che “leninista”.

 G. C. - M. D.R     

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IL RAPPORTO UOMO – NATURA:

 DALLE DEVASTAZIONI AMBIENTALI DEL CAPITALISMO ALL’EQUILIBRIO DI UNA SOCIETA’ COMUNISTA

Nell’attuale fase del capitalismo la necessità di generare sempre nuovi profitti fa sì che le forze produttive vengano sviluppate in una maniera distorta, il che di fatto è un ostacolo alle loro potenzialità. A grandi linee, ci sembra che vi siano tre principali forme di distorsione:

 1.Si produce ciò che non serve. Per lo più la (sovra)produzione non corrisponde ai bisogni sociali reali, ma è indirizzata solo verso i settori di mercato remunerativi, con abbondante contorno di parassitismo, speculazioni e corruzione. Ad esempio, il progetto del Treno ad Alta Velocità.

 2.Non si produce ciò che serve. Il progresso tecnico e scientifico, scoperte e nuovi brevetti vengono spesso impediti o rallentati poiché non corrispondono agli interessi particolari del profitto. Ad esempio, il sistema di allarme per i maremoti nell’Oceano Indiano se fosse stato applicato avrebbe scongiurato la catastrofe dello tsunami del 26 dicembre 2004.

 3.Si distrugge ciò che è prodotto. Spesso si assiste alla distruzione violenta di una parte della produzione attraverso le lotte di concorrenza e le guerre che sconvolgono vaste aree del mondo. Ad esempio ogni giorno migliaia di tonnellate di derrate alimentari vengono eliminate per mancanza di acquirenti, mentre milioni di persone nel mondo patiscono e periscono per la fame.

Ne deriva che con questo modo di produzione il rapporto con l’ambiente viene minacciato in maniera sempre più marcata. Occorre pertanto che i comunisti facciano proprie le battaglie ecologiste e per la difesa del territorio, specie quando esse tendono ad assumere un carattere “rivoluzionario”. Infatti solo con l’abbattimento del sistema capitalistico sarà possibile definitivamente stabilire una gestione razionale del rapporto tra la natura e la specie umana.

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AUTORITARISMO E CONCEZIONE COMUNISTA DELL’UOMO
Eredità e limiti della Scuola di Francoforte

Gli studi sull’autoritarismo della Scuola di Francoforte hanno un’importante implicazione. Essi infatti spiegano come l’ordinamento della società capitalistica può influenzare non solo il rapporto degli individui col mondo esterno ma anche il loro “modo di essere”: si pone quindi il problema per cui l’emancipazione completa dell’uomo deve comportare, insieme ai mutamenti nei rapporti sociali, una trasformazione di carattere endogeno, psicologico (nel senso più materialistico del termine), che di per sé non è automatica. Nelle pagine che seguono cercheremo di spiegare meglio questi aspetti, senza avere la pretesa di esaurire l’argomento ma con l’intento di stimolare una riflessione su questo che è un tema forse non sufficientemente affrontato dalle principali correnti della tradizione marxista.

Periodizzazione

Gli studiosi principali che analizzarono il fenomeno autoritario facevano parte del progetto interno alla scuola nato nel gennaio del 1931, che venne chiamato “Istituto per la ricerca sociale”. Il loro lavoro può essere diviso in tre parti: Nella prima parte, che va dal ’31 al ’41, viene affrontato il problema della cosiddetta “rivoluzione mancata”, ovvero il fallimento della rivoluzione socialista in Europa, ed è qui che nasce “la teoria critica della società”, l’accurata analisi della sovrastruttura ideologica e il rilevamento dei suoi problemi, causati da una struttura pericolante già precedentemente analizzata da Marx.. Nel ’33, a causa dell’ascesa di Hitler, i francofortesi marxisti (di origine ebrea, tra l’altro) dovettero abbandonare la Germania, e proseguirono il loro studio all’estero, ospitati negli altri centri internazionali di cultura.La seconda parte va dal ’42 al ’50, e si sviluppa durante la loro residenza presso la Columbia University, in America. È il periodo dello studio del problema della “civiltà mancata”, incentrato sui crimini del nazismo. La terza parte, dal ’51 al ’69, può essere sintetizzata nella frase di Adorno: “solo un Io ci può salvare”. E’ il periodo conclusivo degli studi della prima generazione di pensatori francofortesi, che ha fine colla morte di Adorno. In questa parte si può osservare la svolta conclusiva, quella che potremmo chiamare una deriva intellettualistica.

Erich Fromm

Il primo passo verso l’analisi dell’autoritarismo lo fa Fromm (1936), nel momento in cui inizia a chiedersi se, a fianco ad una struttura economica esterna all’individuo, regolata da forze produttive e rapporti di produzione, vi sia anche una struttura interna, anch’essa dipendente dal momento storico corrispondente, che contribuisce a produrre la sovrastruttura. In effetti Marx ed il marxismo in generale non davano una spiegazione chiara e veritiera della coscienza individuale, e fino ad ora non esisteva una teoria marxista della personalità: sembra che le persone siano “vittime” del capitalismo, quasi come se fossero “manovrate”. Egli cerca quindi di affiancare ad una struttura economica una struttura libidica, regolata da impulsi primari (libidici) e rapporti emotivi. Il connubio che si cerca di attuare è quello tra Marx e Freud, tra materialismo storico e psicanalisi individuale, e il risultato è una psicologia sociale dove viene stabilito il giusto rapporto tra struttura mentale e determinazione economica. Fromm individua un particolare tipo di carattere, denominato sadomasochistico-autoritario, che rappresenta l’adattamento pulsionale dell’individuo alla società che lo circonda. La caratteristica di questo carattere è in generale quella di provare piacere nell’ubbidire; esso si manifesta con atteggiamenti quali senso di legalità, necessità, ragionevolezza, e si consolida nel momento in cui trova le condizioni per essere soddisfatto. Questo carattere ha due componenti: quella masochistica tende a provare piacere nella sottomissione completa ad un’autorità di qualsivoglia tipo, rinunciando alla componente individuale della propria personalità ed alla propria felicità. Quella sadica prova piacere nel sottomettere e far soffrire un qualcosa o un qualcuno dichiaratamente più debole alle proprie volontà. Verso il più forte si svilupperà l’atteggiamento masochistico, che risulterà nella pratica un misto fra rispetto e ammirazione, mentre verso il più debole si scaglierà il lato sadico, che susciterà odio e disprezzo. Inutile dire che l’atteggiamento sadico serve come “valvola di sfogo” per quello masochistico: verso il più potente si dovrebbe provare odio, e quell’odio viene reindirizzato verso il più debole (soggetti tipici sono donne, bambini e animali). Se “il più debole” non è presente perché non è visto come tale, oppure non basta al mantenimento del rapporto di potere, esso viene creato ideologicamente: qui nasce l’odio razziale, classista, l’odio verso i prigionieri, verso gli schiavi dell’antichità: spettacoli cruenti quali gli scontri fra gladiatori sono un esempio di sfogo del carattere sadico, utilizzato dall’Impero per placare e sottomettere i cittadini romani alla nuova autorità (“panem et circenses”). Ovviamente anche chi sta al vertice di questa catena, l’autorità stessa, l’imperatore, il führer, è schiavo di un’autorità più grande: solitamente del destino o di un dio. Si instaura così una catena di potere-sottomissione che riesce a comprendere tutti le classi sociali, dalle più alte alle più basse.

Altro aspetto interessante di questo carattere è una visione del futuro visto come inequivocabile, tiranno, a cui non ci si può ribellare, che implica una concezione della realtà totalmente passiva. Anche l’attività coraggiosa o il tentativo di cambiamento viene compiuto in vista di qualcosa che sovrasta, un nome, un’idea, che in realtà non è altro che una nuova sottomissione, magari ad un qualcosa di più forte, e quindi più sicuro e più affidabile. Il potere costituito non può essere attaccato se non in nome di un potere più grande. E quando esso tende a vacillare, l’odio rimosso si manifesta contro di lui con tutta la sua forza; la caduta di Mussolini può rappresentare un buon esempio. Anche l’idea di peccato originale, di martirio, il piegarsi senza lamento al destino, entra nella visione “autoritaria” del mondo.

Il superamento del modo di produzione capitalistico dovrà anche essere un superamento, secondo Fromm, del carattere autoritario: una società “dove gli uomini regolino la loro vita in modo razionale e attivo, e in cui la massima virtù sia non il coraggio della sopportazione e dell’obbedienza, ma il coraggio della felicità e della vittoria sul fato.”

Leo Löwenthal

Löwenthal anni dopo (1946) in un certo senso continua il lavoro di Fromm, analizzando più da vicino il fenomeno dell’autoritarismo tedesco attraverso le testimonianze dei sopravvissuti dei campi di sterminio, e sintetizzando in alcuni punti i tratti caratteristici della politica del terrore:

Immediatezza e onnipotenza: la necessità dell’autorità di cancellare ogni legame razionale tra le decisioni del governo ed il destino individuale, per livellare la società di fronte all’organo di potere (tramite arresti di massa e politica del terrore). Le qualità di chi sta dentro al campo e di chi sta fuori sono, in fondo irrilevanti, perché il processo è basato sul calcolo terroristico.

Collasso della continuità dell’esperienza: il singolo perde ogni tipo di prospettiva futura, perché non sa più che attendersi, completamente in balia delle decisioni dell’autorità. L’esperienza diventa inutile, come la fantasia e l’intraprendenza. “L’unico progetto che rimane è quello di non averne alcuno”.

Crollo della personalità: sia il terrorizzato che il terrorista diventano mero materiale che si adatta ad un potente separato da loro: l’individuo sembra estraniarsi dalle sue azioni e non riesce più a provare nessun sentimento forte. Lotta per la sopravvivenza: il desiderio di autoconservazione dato dal terrore trasforma gli individui in marionette manovrabili con facilità dal sistema, in quanto ogni imposizione diventa accettabile se garantisce la sopravvivenza.

Metamorfosi in materia prima: gli individui devono essere mantenuti in tutto e per tutto simili a materia prima, a macchine che devono essere utilizzate sino a quando sono utili e che devono essere eliminate nel momento che diventano inservibili, in modo che non possa loro venire l’idea di sentirsi uomini e di ribellarsi (il termine “liquidare” esprime appieno questo concetto). L’esperienza di completa mancanza di forza per la ribellione data dai prigionieri dei campi può essere giustificata solo tramite questo concetto.

Assimilazione ai persecutori: la vittima non è più consapevole delle differenze che sussistono tra lei e i suoi carnefici, e quindi tende ad imitarli. Per il sistema non c’è comunque una differenza effettiva. Quali sono le conclusioni dello studioso? Dal punto di vista sociologico e marxista, “l’uomo non ha un rapporto creativo col processo del lavoro. Questo vuoto sociale ed economico, costituisce una premessa del terrore. Gli uomini tendono ad un’accettazione acritica di un intero sistema di pensieri e comportamenti: essi diventano appendici stereotipate di questo o di quel monopolio culturale e politico. L’uomo, perdendo così la sua moralità, in quanto nulla di materiale o di spirituale dipende più dalle sue decisioni, diventa così un potenziale paranoico, pronto ad accettare le ideologie più folli.”

Il test sul “fascismo potenziale”

Un lavoro particolarmente significativo degli studiosi di Francoforte fu il sondaggio, svolto in America dall’intero gruppo di studiosi, per determinare il “grado di fascismo potenziale di ognuno di noi”, ovvero “per individuare i fattori psicologici che portano un uomo all’adesione ai regimi totalitari, contrastando quindi i suoi interessi razionali”: se era possibile e quanto che il totalitarismo avesse influenze psicologiche sull’individuo, o se, al contrario, avesse bisogno, per sussistere, anche di un supporto psicologico non indifferente da parte dell’individuo. Venne così fatto un lavoro immenso, in tutte le più importanti società occidentali: vennero studiati i discorsi degli agitatori, anche i volantini di propaganda; il sondaggio comprendeva domande di vario tipo, da opinioni religiose a comportamento personale, vennero proposte anche le immagini interpretabili. Un decimo dei soggetti venne intervistato singolarmente, per verificare la giusta chiave d’interpretazione delle risposte. Vennero considerati anche gruppi sociali devianti quali carcerati o matti. Si scoprì che esiste nell’uomo odierno una certa “personalità gregaria” che, abbinata ad una struttura comportamentale relativamente rigida (comportamento corretto, successo, disciplina, abilità, pulizia fisica, salute), può dare origine ad una personalità totalitaria, o perlomeno mette la persona in grado di accettarla. La cosa disarmante rilevata fu che questa personalità era diffusa ampiamente e soprattutto nei paesi democratici, anche in America. Giunsero alla conclusione che, in fondo “Hollywood non era così distante da Auschwitz”. Nel resoconto del loro lavoro ripresero i concetti prima esposti dai singoli studiosi: il forte cinismo provoca un desiderio masochistico di autodistruzione, che viene sfogato su chi si è autorizzati a giudicare inferiore, le pecore nere da combattere. Anche la mancanza di affetto nella famiglia durante l’infanzia è un elemento che aiuta nella formazione del cinismo. Anche qui ci viene presentata un’idea di libertà, strettamente connessa ovviamente ad un’idea di felicità verso a cui dovrebbe tendere una società migliore: “gli uomini veramente liberi non sono solo e sempli­cemente quelli senza pregiudizi, e meno che mai quelli coattivamente determinati da una particolare convinzione politica. La libertà presuppone invece la consapevole conoscenza dei processi che portano alla sua negazione, e la forza di resistenza che di fronte a tali processi non si rifugia romanticamente nel passato, ne’ si consegna ciecamente al mondo”.

Conclusioni

Il pregio dell’eredità francofortese è di aver descritto le dinamiche psicologiche dell’autoritarismo, individuandone il carattere controrivoluzionario poichè queste dinamiche sono funzionali al mantenimento del dominio di una classe su di un’altra. Un’importante implicazione per i comunisti, come abbiamo accennato all’inizio, è dunque che le organizzazioni rivoluzionarie per essere pienamente formative dovrebbero essere un “embrione di società comunista”, non dovrebbero cioè riflettere i rapporti fra gli uomini della società odierna, caratterizzati appunto dalla sudditanza nelle sue varie forme. Il limite dei francofortesi è forse nel fatto che essi vissero troppo da vicino l’epoca del totalitarismo, cosicchè soprattutto nel terzo periodo si rifugiarono nell’individualismo come unica soluzione (“solo un io ci può salvare”). In quest’ottica l’idea rivoluzionaria venne completamente messa in secondo piano, in molti casi totalmente da parte, con proposte di tipo riformistico e analisi poco obbiettive della realtà (es. Adorno, “Educazione dopo Auschwitz” e Horkheimer, “Aforismi sulla vita offesa, Compassione verso se stessi”). L’autonomia critica dell’individuo dovrebbe essere un punto di partenza, e non un punto di arrivo dato da una deriva intellettuale; dovrebbe costituirsi all’interno di ogni uomo, di ogni comunista, e dovrebbe fungere da punto di partenza per l’impegno nella trasformazione della società.

                      F. R.

TESTI DI RIFERIMENTO:

-Fromm, “Il carattere autoritario-masochistico” (1936), in M. Horkheimer,
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E. Fromm e H. Marcuse, “Studi sull’autorità e la famiglia”.
-Loewenthal, “Individuo e terrore”(1946), in “La società degli individui”.
-Horkheimer-Adorno, “Pregiudizio e carattere”(1952), in “La società di transizione”.
-Adorno, Fromm, Horkheimer, Loewenthal, Marcuse, Pollock, “La scuola di Francoforte - la storia e i testi” a cura di Enrico Donaggio, ed.Einaudi.

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PRECURSORI DEL MOVIMENTO COMUNISTA INTERNAZIONALE:
WILHELM WEITLING

Fra i precursori del comunismo rivoluzionario una bella figura, da non dimenticare, è quel­la di Wilhelm Weitling (1808-1871) prima voce autorevole del proletariato tedesco.

Nato a Magdeburgo, figlio naturale -e subito orfano- di un ufficiale francese e di una domestica tedesca, Weitling trascorre la giovinezza sperimentando l’umiliazione e lo sfuttamento attraverso il duro apprendistato dei giovani artigiani-operai del primo tempo: il giro della Germania, quasi sempre a piedi, di coloro che volevano diventare compagni e i vari soggiorni nelle grandi città spaziando in tutte le direzioni, sino a Vienna. Autodidatta, personalità vigorosa ed espansiva, Weitling possiede uno spiccato talento artistico e in questa fase inizia la sua attività letteraria componendo poesie, nelle quali denuncia romanticamente la condizione degli oppressi alla quale appartiene.

Da Lipsia un’avventura amorosa lo spinge a Parigi e qui, nel milieu rovente degli avversari della monarchia di Luglio e dei fuoriusciti tedeschi, il giovane sarto porta a compimento la propria formazione politica e rapidamente si impone come scrittore e agitatore rivoluzionario. In un primo momento aderisce alla Lega dei Proscritti, un’organizzazione di fuoriusciti tedeschi capeggiata da Venedey e Schuster (quest’ultimo tendente al socialismo attraverso Saint-Simon e Sismondi) e strutturata secondo il modello del settarismo buonarrotiano. Di lì a poco però gli artigiani tedeschi, che costituivano una parte consistente dei tedeschi di Parigi (questa, capitale di un grande stato, era ancora in parte la capitale economica della Renania) nonchè l’ala più radicale della Lega, se ne scindono per formare la Lega dei Giusti, le cui personalità più spiccate saranno Schuster, H.Bauer e lo stesso Weitling, che per i Giusti scrive nel 1838 il suo opuscolo-manifesto “L’umanità come è e come dovrebbe essere”. Questa lega aveva rapporti molto stretti con la blanquista Società delle Stagioni e con essa verrà travolta nella fallita insurrezione del 1839 e dalla conseguente repressione.

Quando, nel 1844, i giovani Marx ed Engels si incontreranno a Parigi dando inizio ad un sodalizio che sarà decisivo per la storia del comunismo, Weitling era dunque già da alcuni anni riparato in Svizzera e vi aveva proseguito instancabilmente la propria attività rivoluzionaria, guadagnando al programma comunista le società degli emigrati e i circoli ricreativi fondati da operai svizzeri e tedeschi (questi ultimi sempre con posizioni più intransigentemente radicali); e nel 1842 vi aveva pubblicato la propria opera più importante, “Garanzie dell’armonia e della libertà”. Ma a Parigi l’influenza e il magistero rivoluzionario di Weitling, per quanto lontano, campeggiava potentemente ed era impossibile prescinderne. In questo momento Marx ed Engels ammirarono e lodarono altamente la personalità umana e politica di questo operaio, scrittore e agitatore rivoluzionario, amato e rispettato incondizionatamente nell’ambiente proletario, che poteva incarnare in forme suggestive e romantiche la coscienza della classe sfruttata, ben al di là del suo ascendente indiscutibile sull’emigrazione tedesca.

Nelle “Garanzie”, infatti, Weitling per la prima volta teorizza non solo la creazione di una società comunista attraverso la rivolta (questo elemento si trova già in Buonarroti), ma proprio attraverso la rivolta delle masse operaie (e artigiane, in quanto allora i due elementi non erano così nettamente separati), la quale prenda spunto dall’esigenza di soddisfare bisogni di poveri, bisogni operai. Il mondo che ne esce è ancora caratterizzato da tratti ascetici -l’insistenza sul carattere “cristiano” del regime comunista e la considerazione che “una società perfetta non ha un governo nè un’amministrazione, non leggi ma doveri, non pene ma metodi di cura”- ma non è più un mondo agrario, bensì un mondo che organizza per le masse una produzione di massa. Secondo la visione di Weitling infatti le masse operaie, abbattuto l’ordine politico dominante, instaurano una dittatura rivoluzionaria e prendono i provvedimenti urgenti per gli sfruttati: annullamento dei debiti, abolizione della produzione di lusso, fabbricazione in massa di beni di prima necessità come vestiti e mobili. Si passa quindi all’abolizione del denaro e all’organizzazione in comune della produzione. in questa fase Weitling prevede una riorganizzazione della vita sociale in senso comunitario-produttivo attraverso laboratori comuni che ricorda in qualche modo gli schemi degli utopisti.

Ma in fondo questo schematismo è reso necessario dal bisogno di rendere concretamente rappresentabile il passaggio ad una vita sociale del tutto umana e irreversibile.

Dopo la pubblicazione della sua ultima opera importante, “L’evangelo del povero peccatore” (1843), il governo cantonale di Zurigo mette le mani su Weitling gettandolo nel carcere duro, con i ceppi ai piedi (dove comunque, avendo le mani libere, egli riesce a comporre le sue poesie dal carcere), quindi lo espelle consegnandolo alla Prussia che, per liberarsene, lo fa tradurre ad Amburgo affinchè possa emigrare negli Stati Uniti. Nel frattempo Marx, a sua volta espulso dalla Francia, aveva con Engels abbandonato gli iniziali entusiasmi per weitling, entrando in rotta di collisione con la sua influenza nell’ambito di aspri conflitti teorici che squassarono, tra Parigi, Londra e Bruxelles, le associazioni degli esuli tedeschi negli anni ‘40. E con la consueta perentorietà -non certo apprezzabile sul piano umano- si era sgravato del proprio debito nei suoi confronti liquidandolo sommariamente, precipitandolo senza attenuanti nel limbo degli “utopisti” e contestandone duramente l’influenza politica. Sicchè a Weitling, giunto a Londra sulla via dell’America, toccò l’amara esoerienza di sentirsi ormai “superato” e venne a mancare lo spazio e l’ossigeno politico tra gli ex compagni parigini colà trasferitisi. Recatosi chissà come a Bruxelles nel 1845, vi ebbe un tempestoso e decisivo confronto con Marx (nel corso del quale, secondo un testimone, quest’ultimo ne deplorò aspramente l’“ignoranza”), seguito da una rottura con i londinesi e dall’emigrazione in America alla fine dello stesso anno.

L’indomito combattente sarebbe rientrato clandestinamente in Europa nel 1848, attratto dalla rivoluzione, ma dopo il fallimento della stessa in Germania avrebbe ripreso la via degli Stati Uniti per rimanervi sino alla fine, svolgendo un ruolo non secondario nella crescita del movimento operaio di quel paese. Ma in Europa, per molti decenni, non si sarebbe saputo nulla di tutto questo: Weitling era morto politicamente nel 1845, la sua epopea rivoluzionaria e il suo stesso nome come rimossi dalla storia europea. Dove, come sappiamo, Marx ed Engels, sparito Weitling, ebbero la strada spianata per la conquista, a Londra, dell’ex Lega dei Giusti riorganizzata come Lega dei Comunisti; e da questo evento cruciale sarebbe maturata la svolta decisiva, l’identificazione di comunismo e marxismo attraverso il Manifesto del febbraio 1848.

Volendo indicare, semplificando, un motivo evidente del contrasto tra Weitling e il marxismo (e viceversa) al di là della ingratitudine di Marx e dei complessi problemi concernenti il rapporto tra marxismo e “utopismo”, possiamo sottolineare il fatto che Weitling, che oggi definiremmo operaista e movimentista, restò sempre fedele alla visione di un comunismo da instaurarsi, diciamo così, per insurrezione frontale, e da perseguirsi in ogni circostanza rivoluzionaria. Marx ed Engels inquadravano la rivoluzione comunista nella pienezza dei tempi, cioè nella maturità, nel pieno svolgimento e nella piena crisi della società borghese. Essi inoltre, pur affermando l’autonomia del comunismo da ogni altra tendenza politico-sociale, borghese o piccolo-borghese, consideravano con molta serietà un’alleanza con le forze borghesi per portare a compimento la rivoluzione capitalistica là dove questa non si fosse realizzata appieno, come in Germania.

Ma c’è un carattere dell’opera di Weitling che va sottolineato e valorizzato: l’internazionalismo. Proprio in quanto parlava a proscritti, che erano anche lavoratori sul suolo straniero, Weitling considerava l’umanità in modo ben diverso dai socialisti francesi contemporanei: tutti umanitari, certo, tutti favorevoli ad operare, attraverso il loro paese, a pro dell’umanità oltre le frontiere, ma nel concreto persuasi e interessati alla rivoluzione decisiva, quella di Parigi. Weitling invece è capace di vedere l’opera della rivoluzione come effettuabile dovunque, da compiersi ovunque. L’unità del problema operaio, vista e perseguita da lui prima di Marx, non è utopia.

A. M.   

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PARTITO STORICO E PARTITO FORMALE (1)

Alcune osservazioni personali di un militante del Circolo Internazionalista di Torino sulla distinzione tra partito storico e partito formale (in altri termini: tra “partito” e “organizzazione”). L’intento è soltanto quello di introdurre il tema, che potrà essere meglio sviluppato e dibattuto da altri compagni.

“Parlando di partito intendevo il partito nel grande senso storico della parola”

Lettera di Marx a Ferdinand Freiligrath, 29 febbraio 1860

Generalmente per partito si intende una “parte” di persone che costituiscono un’organizzazione politica con un proprio programma politico e propri membri, proprie sedi, proprie regole di adesione, etc; dunque un’organizzazione politica formale. Inoltre, la maggior parte delle persone associa il termine partito alle sole organizzazioni che fanno attività politica parlamentare, e le contrappone ad altre forme di organizzazione (associazioni, comitati etc.). Il partito in senso storico è invece un’entità che ha i contorni meno definiti: esso è costituito da tutti coloro che portano avanti una linea politica comunista, anche se operano in diverse organizzazioni ognuna delle quali può avere una diversa forma (partiti, comitati, associazioni etc.). E’ possibile definire quali sono i membri del partito storico? La risposta a questa domanda sta innanzitutto nella definizione di quello che è il programma rivoluzionario, cioè l’insieme delle azioni politiche che portano alla trasformazione della società in senso comunistico; questa questione è molto complessa, anche perché spesso i risultati di una determinata azione politica si vedono soltanto dopo che essa si è compiuta, non prima. Comunque sia, una volta delineato il programma si andrà a stabilire quali uomini, e in quali ambiti, lo stanno attuando. Si badi bene: che lo stanno attuando, non che lo condividono! Da materialisti, infatti, giudichiamo gli uomini non per ciò che pensano o dicono, ma per ciò che fanno! Anzi, si scoprirà probabilmente che la stragrande maggioranza dei comunisti “storicamente intesi” non sono consapevoli di attuare questa linea politica, si comportano da rivoluzionari senza saperlo. Certamente una parte di questi uomini, divenuti consapevoli dei fenomeni sociali di cui sono partecipi, grazie a questa consapevolezza potranno svolgere l’indispensabile ruolo di fattore soggettivo nell’orientare gli avvenimenti, senza il quale il comunismo non si può raggiungere. Costoro sono i militanti più preziosi del partito storico, quelli che uniscono teoria e pratica nella lotta quotidiana per una società di liberi ed eguali.

Storicamente vi sono casi di partiti formali che, nati su posizioni rivoluzionarie, col tempo si sono sviluppati da un punto di vista organizzativo e, pur mantenendo a parole una linea politica rivoluzionaria, nei fatti hanno progressivamente cambiato questa linea, trasformandosi in strumenti della conservazione sociale e della repressione. Gli esempi storici principali sono quelli della Socialdemocrazia Tedesca nel 1914 e del Partito Comunista Russo dopo il 1924. Anche oggi raggruppamenti e organizzazioni grandi e piccole, se antepongono lo sviluppo della propria struttura formale al mantenimento di una condotta politica rivoluzionaria vanno incontro a questi pericolosi meccanismi, per cui per sviluppare la macchina organizzativa vanno a finire per integrarla nelle strutture della società capitalistica, e così facendo la rendono inutile allo scopo. L’indagine delle cause di queste degenerazioni è molto complessa, e richiede per ogni situazione un’analisi laboriosa, sia della struttura che della sovrastruttura. Per ora interessa sottolineare un elemento sovrastrutturale che non è preso sempre in considerazione, ma che ritengo abbia un ruolo importante tra le cause delle involuzioni: mi riferisco al meccanismo di identificazione con la struttura formale del partito, la creazione di una sorta di legame “affettivo” con l’organizzazione di appartenenza, indipendentemente dalla linea politica giusta o sbagliata che essa esprime. E’ molto difficile sciogliere questo legame, soprattutto se esso è stato creato attraverso un’adesione fideistica all’organizzazione, senza ragionare con la propria testa; La soluzione di questo problema non può essere nel non organizzarsi, ma nel trovare forme organizzative all’interno delle quali venga promossa e mantenuta l’autonomia critica e politica dei militanti, delle specie di “embrioni di società comunista”.

 M.D.

 

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PARTITO STORICO E PARTITO FORMALE (2)

“Per essere socialista non basta sapere, nè volere, che verrà il socialismo, occorre agire per affrettarlo, e porlo innanzi ad ogni cosa.”

A.Bordiga, La nostra missione, pubblicato su L’Avanguardia del 2 febbraio 1913

Riprendo il tema della distinzione tra partito storico e partito formale, presentato nel bollettino di aprile, poichè un militante di Lotta Comunista, ben disposto alla discussione a differenza di altri suoi scorbutici colleghi, ha fatto un’osservazione importante su quanto sinora esposto.

Nell’articolo del bollettino di aprile identificavo come partito storico l’insieme di coloro che con le loro azioni portano avanti una trasformazione della società in senso comunistico, siano essi consapevoli o inconsapevoli. In particolare, affermavo che i materialisti giudicano gli uomini non per ciò che pensano o dicono ma per ciò che fanno, e che la stragrande maggioranza dei comunisti storicamente intesi non sono consapevoli di attuare questa linea politica, si comportano da rivoluzionari senza saperlo.

Il compagno in questione mi ha fatto giustamente notare che, pur essendo corretto nei contenuti il ragionamento, nella tradizione della sinistra comunista italiana sono da intendersi membri del partito storico coloro che si rappresentano la realtà in modo materialistico e pertanto sono coscienti del processo rivoluzionario in atto, non la maggioranza delle masse che pure partecipano a quel processo ma giungono alla coscienza soltanto post festum.

L’osservazione è senz’altro corretta. Allora forse quello che identificavo come partito storico è più definibile come il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente (secondo la famosa definizione di Marx nell’Ideologia tedesca).

Pensandoci bene, credo che la forzatura da me compiuta nell’annoverare tra i componenti del partito storico tutti coloro che consapevolmente o meno con le loro azioni portano avanti una trasformazione della società in senso comunistico, fosse dovuta al fatto che la nozione “ristretta” di partito storico elaborata dalla sinistra comunista ha condotto molti suoi componenti ad assumere un atteggiamento un po’ intellettuale, rivendicando ognuno per il proprio piccolo gruppo di essere depositario della consapevolezza dei processi storici che dovevano portare al comunismo. Soprattutto, il lavoro di difesa dei principi e del programma (di per sè importantissimo) senza una qualche forma di attivismo politico ha portato molti di questi gruppi ha perdere i collegamenti con le masse, in termini di quantità e qualità, e a teorizzare spesso che le masse in movimento si salderebbero quasi automaticamente al programma rivoluzionario da loro elaborato.

Questa tendenza è a mio modo di vedere pericolosa, poichè non tiene conto che il miglior pro­gramma rivoluzionario non vale nulla se non si arriva ad applicarlo praticamente, altrimenti esso rimane una bella enunciazione su come il mondo dovrebbe essere, priva di consistenza reale. Questa preoccupazione mi ha indotto a sottolineare l’aspetto della prassi, insistendo sul fatto che quello che più conta è che l’individuo, cosciente o meno, si adoperi per trasformare il mondo e non solo per interpretarlo.

Spero vivamente che il dibattito continui per permettere un continuo perfezionamento e chiarimento dei concetti.

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CHI CI STA?”

 

 “Donato Antoniello e Ivan della Mea propongono la costituzione di una Assemblea permanente per il Comunismo come luogo dell’incontro e della libera associazione di sinistri avversi diversi sommersi emersi dispersi e anche perversi che abbiano voglia di trovarsi in luoghi da decidere assieme per cercare di capire assieme che cosa si possa intendere per comunismo oggi.

Non ci piacciono e non ci convincono i comunismi nostrali e internazionali legati come sono a pratiche verticistiche.

Non ci convince il partito leninista con l’ossimoro devastante del centralismo democratico, non ci piace il partito-stato stalinista, non ci piace la rivoluzione culturale maoista siccome espressione falsamente democratica del potere, non ci piace nemmeno il comunismo alla cubana.

Ci piacerebbe una ripresa dell’attività consigliare di base contadina e urbana, qualcosa di molto affine ai soviet intesi come strutture dove la pratica della democrazia partecipata sia costante e costantemente discussa perché mai abbia a burocratizzarsi.

Ci attira l’idea di una Quinta Internazionale nella quale nessun Marx estrometta nessun Bakunin. […] Liberi pensieri che si confrontano avendo come terreno comune la negazione di qualsiasi potere di partito e personale, piccolo o grande che sia, e, in positivo, la solidarietà praticata e organizzata e soprattutto la capacità di ascoltare il vicino senza verità precostituite e dirimenti.

Ci va bene ogni Dio e nessun Dio.

Ci va bene ogni Io e nessun Io.

Noi vogliamo dare vita e amore di vita e armonia a tutto ciò che vive, natura e uomo e uomo nella natura. Noi crediamo che questo sia il comunismo che ci piace: un comunismo come cosa della vita e contro la morte di tutto ciò che fa e ci fa morire.

 

Chi ci sta?”

 

 

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CONSIDERAZIONI SU AUTODETERMINAZIONE NAZIONALE

E INTERNAZIONALISMO IN MEDIORIENTE

 

Nell’articolo “Turchia e Kurdistan”, pubblicato sul Bollettino Internazionalista di giugno, viene spiegato che in Medio Oriente correnti di comunisti turchi e kurdi tatticamente appoggiano le rivendicazioni di autonomia del Kurdistan, ritenendole rivoluzionarie perché rompono l’assetto imperialistico dell’area.

Partendo da questo esempio particolare, si potrebbe generalizzare il problema della questione nazionale nella maniera seguente: mentre ai tempi di Marx l’autodeterminazione di un popolo era progressiva per lo più nel senso di un superamento del modo di produzione feudale e di un passaggio al capitalismo, nell’epoca imperialista essa è parte del processo rivoluzionario (e dunque va appoggiata dai comunisti) soprattutto nella misura in cui svolge un ruolo di spina nel fianco dell’imperialismo (come appunto ritengono i compagni turchi per la questione nazionale kurda), e destabilizza il sistema delle grandi potenze che si spartiscono il mercato mondiale.

In Medio Oriente le potenze imperialistiche occidentali, che assorbono la maggior parte del plusvalore prodotto a livello mondiale, hanno sempre esercitato una politica di sfruttamento delle risorse, soprattutto energetiche, attraverso una presenza diretta o indiretta. In particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale l’imperialismo USA, netto vincitore, e le potenze europee hanno sistematicamente soffocato qualsiasi tentativo degli stati mediorientali di unificarsi e di porre fine a questo sfruttamento. La creazione dello stato di Israele nel 1948, potenza regionale filoccidentale, armata sino ai denti e abbondantemente finanziata, è servita a questo scopo.

Nel corso dei decenni, tentativi di modificare o interrompere questo stato di cose sono stati stroncati.

Il 27 ottobre del 1962 Enrico Mattei, presidente dell’IRI, moriva nell’esplosione in volo del suo aereo. Negli anni precedenti aveva cercato di ritagliare un’area di influenza italiana in Medioriente lavorando ad un nuovo contratto petrolifero con Egitto, Iran, Marocco e Iraq, che garantiva ai paesi produttori di il 75% degli utili, in aperto contrasto con gli interessi delle compagnie anglo-americane.  

Negli anni ‘70 gli USA hanno reagito al loro relativo declino economico rifiutandosi di convertire in oro i dollari in possesso delle potenze straniere (fine degli accordi di Bretton Woods, 15 agosto 1971) e imponendo al mondo la commercializzazione in dollari del petrolio. Si è così stabilità una situazione di tassazione per cui la principale potenza mondiale costringe il resto del mondo ad acquistare dollari, e utilizza il ricavato per mantenere l’espansione della propria classe dominante e il proprio strapotere militare. (Ricordiamo che oggi le basi militari USA nel mondo sono circa 700, in 140 diversi paesi, per un totale di 300.000 uomini. In Italia, vi sono circa 150 postazioni USA. Gli USA attualmente spendono la metà dei 1000 miliardi di spesa militare mondiale).

Dal 1989 questo status quo ha dato segni di incrinamento. Il crollo dell’URSS, l’ascesa dell’Asia, le prospettive di rafforzamento di un polo imperialistico europeo dotato di una moneta comune hanno spinto gli USA (a partire dal 1991) a cambiare la propria linea d’azione, passando all’uso diretto della forza in Medio Oriente per mantenere il controllo sulle risorse energetiche e sui flussi finanziari (guerra preventiva).

Vi sono vari documenti dell’amministrazione USA che esplicitano questa linea d’azione. Il Defense Planning Guidance del 1992 dice testualmente che gli USA dovranno scoraggiare tutti, anche gli alleati, dalla tentazione di “sfidare la nostra leadership o dal provare a mettere in discussione l’ordine economico esistente”.

L’attuale strategia USA sembra essere appunto quella di “balcanizzare” il Medio Oriente, cioè con la scusa della guerra al terrorismo disgregare tutte le formazioni statuali che minacciano la sua egemonia economico-finanziaria (l’Iraq, la Siria, l’Iran, non a caso bollati come stati-canaglia) e mantenere una situazione di instabilità creando governi fantoccio e mettendo le varie fazioni arabe una contro l’altra; l’evolversi della situazione irachena è l’esempio paradigmatico di questa strategia.

Conseguenza politica di tutto ciò è che la rivoluzione mondiale ha come condizione necessaria (non sufficiente) la rottura dell’egemonia economico-militare mantenuta da parte delle potenze imperialistiche occidentali (USA in primis) sui paesi della periferia mediorientale, rottura che indebolirebbe enormemente quelle potenze, favorendone la crisi capitalistica.

Per accelerare questo evento i comunisti possono operare seguendo una doppia linea strategica:

1. Inserirsi e appoggiare tutti i movimenti di resistenza e di difesa armata degli stati che si oppongono alla penetrazione delle potenze imperialistiche nell’area mediorientale, anche se questi sono capeggiati da forze politiche non comuniste.

2. All’interno di quei movimenti e di quegli stati, portare avanti la parola d’ordine della autodeterminazione e della federazione internazionale di tutti i popoli, allo scopo di contendere il potere politico alle classi dominanti locali e creare le premesse per una rivoluzione sociale d’area che segua la cacciata degli invasori.

Si tratta in sostanza di trarre spunto dall’impostazione data alla questione nazionale nel 1920 dall’Internazionale di Lenin, che si basava appunto su un equilibrio tra l’appoggio ai movimenti nazionali antimperialisti (soprattutto antibritannici) e il collegamento internazionalista tra i lavoratori dei paesi orientali. 

Questa impostazione è ripresa ad esempio nel documento di una “Conferenza mediorientale di lotta antimperialista”, datato 12 giugno 2006 e sottoscritto da 7 partiti comunisti dell’area.

Inoltre il sito broadleft.org indica decine di organizzazioni di sinistra presenti nei paesi arabi. Si prospetta un lavoro di raccordo con questi gruppi per confrontare le posizioni politiche che portano avanti e dare corpo a una comune strategia.

Un rischio dell’appoggio a forze politiche nazionaliste è che queste per le loro rivendicazioni cerchino di collaborare con le potenze imperialistiche occupanti; questo rischio va combattuto in ogni modo ponendo come obiettivo primario l’opposizione agli invasori. Ad esempio, in Iraq l’aspirazione all’autonomia del Kurdistan è stata usata dagli invasori angloamericani per disgregare lo stato di Saddam Hussein. Nel caso dell’Iraq, la situazione contingente impone la difesa di un “Iraq libero e democratico”; solo in un Iraq liberato dagli invasori può essere messa all’ordine del giorno la questione della secessione del Kurdistan, che altrimenti viene strumentalizzata dall’imperialismo.

Quanto detto a proposito del Medio Oriente può valere per tutte le altre aree del mondo, anche quelle imperialistiche mature. Cioè, ogni movimento che mina la proiezione esterna e la stabilità interna di una grande potenza imperialistica può essere appoggiato, a maggior ragione se presenta aspetti di carattere popolare, cioè coinvolge la società civile “dal basso”, e in qualche modo intralcia il funzionamento dei giganteschi apparati satali che tutelano il grande capitale. Occorre dunque conoscere e seguire questo tipo di movimenti popolari, ad esempio la guerriglia in Nepal, nelle Filippine, in India; in Messico (Chiapas), in Colombia, nei Paesi Baschi. Più vicino a noi, di recente si è parlato dei movimenti per l’autonomia della Sardegna. Anche il movimento No-Tav, all’interno di uno stato imperialista come l’Italia, ha indebolito e sta indebolendo, seppure in una piccola area, le manovre di espansione dei grandi gruppi capitalistici.

Da ultimo può essere utile confrontare le valutazioni fatte sinora con quelle di Lotta Comunista.

La differenza di fondo è che mentre l’analisi di una situazione come quella mediorientale dovrebbe condurre a schierarsi suuna posizione politica concreta, l’organizzazione fondata da Cervetto di fronte a questa questione ha sempre assunto un atteggiamento distaccato e attendista, come si può vedere dall’esame del materiale pubblicato sul suo giornale nazionale.

Questo atteggiamento è forse motivato da errori di impostazione nell’analisi di Cervetto, il quale ha per lo più letto le dinamiche internazionali nel secondo ‘900 con i parametri dell’epoca di Lenin 1870-1914, perdendo di vista le particolarità della situazione asiatica e mediorientale, e dando affrettatamente per superata, nella lotta per il comunismo, la questione delle autonomie nazionali. A questo si aggiunge da parte dei successori di Cervetto il continuo, sterile riferimento all’importanza di sviluppare organizzativamente il partito rivoluzionario in Italia (!) come risposta ai problemi politici posti nei paesi del Medio Oriente.

Sostenere una tale posizione significa vivacchiare nell’economicismo, nell’attesa che “il sistema vada in crisi da solo”, per poter instaurare il comunismo d’amblè, non si capisce bene come.

Di fronte a queste sbandate è molto importante allora che tutti quanti i veri comunisti tengano un atteggiamento concreto verso i problemi politici, e prendano posizione e agiscano all’interno delle situazioni, cercando collegamenti e prendendo l’iniziativa; così nel drammatico contesto mediorientale come altrove.

 

Alcune fonti che hanno aiutato la stesura dell’articolo, reperibili presso il Circolo Internazionalista di Torino

-G. Maj, La lotta per il diritto all’autodeterminazione nazionale nei paesi imperialisti (2003)

-K. Petrov, La borsa petrolifera iraniana accelererà il crollo dell’impero americano (2005)

-S. Capello, Le radici dei conflitti odierni nella crisi dell’egemonia USA (2005)

-Tesi sulla questione nazionale e coloniale votate al II Congresso dell’Internazionale Comunista (1920)

-E.H.Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-23 capp. 26, 32, 33, 34 (sulla questione orientale)

-Documento della Conferenza mediorientale di lotta antimperialista, (12 giugno 2006)

-Dossier Iraq a cura del Movimento Nuovi partigiani della Pace (gennaio 2006)

-G. Muttitt,Truffa a mano armata: i numeri degli interessi occidentali e italiani dietro la guerra in Iraq (2005)

-A. Cervetto, L’interventismo di sinistra a fianco delle borghesie arabe (1967)

-F. Palumberi, La tragica contesa nel Libano (1976)

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LA NASCITA DEL SIONISMO - approfondimento

 

                La cronologia che segue è tratta da un più lungo testo, relativo alla storia ebraica e alla nascita dello stato di Israele, che verrà utilizzato anche in altre occasioni.

Nella parte che riportiamo sono ricostruite le tappe che dalla metà dell’800 alla prima guerra mondiale hanno portato al consolidarsi di una questione nazionale ebraica, che come tale per tutto il ‘900 è stata poi strumentalizzata dalle potenze occidentali in chiave anti-araba, impedendo a più riprese l’unificazione politica del Medio Oriente.

    La cronologia completa, che va dalla diaspora ai tempi dell’impero romano al 1948, è reperibile presso il Circolo Internazionalista di Torino.

 

                La ventata della rivoluzione francese aveva emancipato gli ebrei dal punto di vista della religione, ma con la formazione dei vari stati nazionali europei essi erano sempre oggetto di antisemitismo sul piano della razza e della lingua. Ciò spinse il popolo ebraico a formulare un proprio nazionalismo.

1852. Fondazione a Londra di una società per la colonizzazione agricola della Palestina ad opera del rabbino Alkalay.

1862. Il rabbino Kalischer progetta la creazione di una grande colonia agricola in Palestina, proprietà collettiva di una società per azioni. Moses Hess pubblica “Roma e Gerusalemme, l’ultima questione nazionale”, dove ispirandosi al risorgimento italiano auspica un risveglio nazionale ebraico come premessa per una emancipazione universalistica.

Il barone Hirsch finanzia la fondazione di nuclei esemplari di colonizzazione ebraica in Argentina, senza risultati rilevanti.

Il barone Edmondo Rothschild fonda una società filantropica, diventando iniziatore della colonizzazione ebraica in Palestina.

Anni ‘80 dell’Ottocento. In Palestina gli Ebrei sono 24.000 su una popolazione di mezzo milione.

1882. Leone Pinsker di Odessa  pubblica a Berlino “Autoemancipazione”, primo manifesto del sionismo politico. Il movimento degli “Hovewè Zion”, gli Amanti di Sion,  fonda nelle vicinanze di Giaffa  la colonia di Rishon Le-Zion, e in seguito altre, che radunano complessivamente alcune migliaia di abitanti, prima grande ondata migratoria. Sion è il colle vicino a Gerusalemme dove secondo la Bibbia era custodita l’Arca dell’Alleanza con le Tavole della Legge di Mosè.

1896. Viene pubblicato  “Lo stato ebraico” di Teodoro Herzl,  che prospetta la fondazione in Palestina di uno stato laico  e sociale.

Sono 24 i paesi, in America e in Africa, in cui nel risorgimento ebraico si prospettano o vengono attuati tentativi di colonizzazione, ma i fautori dell’emigrazione verso paesi dove la terra abbonda e dove si godrebbe di tranquillità e libertà sono messi in minoranza, poiché, si dice, solo il miraggio di Gerusalemme potrà sradicare gli ebrei dai loro secolari ghetti.

La Palestina era allora una provincia araba dell’impero ottomano, ma questo non appariva come un ostacolo. A quell’epoca i progetti colonizzatori non erano considerati sfavorevolmente, si pensava anzi di portare il progresso a popolazioni arretrate, sia pure a costo di sottometterle, per cui non c’è da stupirsi se il progetto di colonizzare la Palestina quasi non si curò degli indigeni. I termini di colonia e colonizzazione erano usati senza reticenze dai pionieri del sionismo politico. Allo stesso modo era normale prospettarsi come unica strategia l’accordo con una potenza in cambio dei vantaggi che i coloni avrebbero potuto assicurare. Scriveva Hertzl: “Per l’Europa noi costituiremmo parte del bastione contro l’Asia, saremmo una sentinella avanzata contro la barbarie”.

1897. Si riunisce a Basilea il Primo Congresso Sionistico; vengono fondati l’Organizzazione Ebraica, struttura ideologica del movimento, e la Banca Coloniale Ebraica, poi Fondo Nazionale Ebraico, organo finanziario, cui seguirà  la Jewish Agency, l’organo tecnico. Si rivendica la creazione in Palestina di “un domicilio garantito dal diritto pubblico”. Viene fondata a Vilna l’Unione generale ebraica degli operai di Russia e Polonia” o “Bund”, che  rivendica, oltre il carattere di nazionalità della collettività ebraica, i diritti civili e politici, ponendo la lotta contro il sistema come alternativa al sionismo, che vuole l’emigrazione, e che tuttavia prevarrà.

1899. Terzo Congresso Sionistico: Herzl dichiara che “i nostri sforzi sono diretti ad ottenere dal governo turco un “charter” (statuto), sotto la sovranità del Sultano. Solo quando saremo in possesso di questo, che deve contenere le necessarie garanzie di diritto pubblico, potremo iniziare una grande colonizzazione”.

1902. Herzl incontra Chamberlain, ministro delle colonie di Gran Bretagna, che “non respinge l’idea di fondare nell’angolo sudorientale del Mediterraneo una ‘selfgoverning jewish colony’”

 

1903. Herzl incontra il ministro delle finanze russo Witte,  che riconosce l’infelice condizione degli ebrei nel suo paese e nell’emigrazione verso la Palestina una soluzione del problema.  Nota che se gli Ebrei in Russia sono 7 milioni su una popolazione di 136 milioni di abitanti, nei partiti sovversivi essi sono circa il 50% dei membri.

1904. Morte di Herzl.

1907. VIII Congresso Sionistico, la Frazione Democratica di Haim Weizmann critica il sionismo troppo attendista di Herzl: “I governi ci ascolteranno soltanto quando constateranno le nostre concrete capacità di possedere il territorio palestinese”. Con questa nuova parola d’ordine prende avvio la seconda ondata migratoria (“aliyà”, salita), causata dal fallimento della rivoluzione del 1905. Essa si fa portatrice di istanze di carattere socialista: il lavoro è il vero protagonista dell’emigrazione, mentre il Fondo Nazionale si propone il riscatto del suolo palestinese come proprietà collettiva inalienabile del popolo ebraico.

1909. Fondazione di Degania sul lago di Tiberiade, prima colonia collettivista. Tali colonie sono caratterizzate dalla totale socializzazione dei mezzi di produzione e dei beni di consumo, e da una sviluppata democrazia interna. Ciò però riguarda solo i membri interni, non i salariati della colonia.

1914. La popolazione ebraica in Palestina ammonta a 85.000 abitanti su 730 mila, organizzati in una cinquantina di colonie per un totale di 40.000 ettari di estensione.

1915. Si costituiscono gli “Zion Mule Corps”, di 900 effettivi, che prendono parte all’impresa di Gallipoli, in seguito incorporati in due battaglioni ebraici inquadrati nell’esercito inglese.

1917. In Russia la rivoluzione fa cadere le barriere divisorie che nel regime zarista avevano fatto degli ebrei dei sudditi in condizioni di inferiorità, e li emancipa come individui e come collettività. In seguito venne fatta una concessione al nazionalismo ebraico con il tentativo di dar vita ad un territorio autonomo nella regione asiatica del Birobidgian. Il 2 novembre il Ministro degli Esteri inglese Balfour sottoscrive una dichiarazione secondo la quale “Il governo di Sua Maestà considera con favore la creazione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico”. Essa, che costituisce il “charter” sognato da Herzl, è preventivamente approvata dal Presidente Wilson e successivamente dal governo francese e da quello italiano.

 

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CAPITALISMO E QUESTIONE ECOLOGICA

 

         L’ecologia è un argomento che suscita un interesse sempre più grande, perché sempre più grande si fa l’apprensione per il deterioramento del mondo che ci circonda; dunque non può essere ignorato dai comunisti, tanto più che oramai il problema ecologico è un problema che  riguarda l’intero pianeta. Un certo marxismo “fondamentalista” sembra ritenere che il compito dei comunisti sia quello di confinare l’azione politica all’interno delle storiche contraddizioni salario-capitale, e che l’utilizzo politico di altri temi sia una deviazione della lotta su falsi obiettivi. Ma questo modo di ragionare si fonda su premesse scolastiche che finiscono per creare malintesi e irrigidimenti su posizioni dottrinarie.

Proponiamo dunque anche a costoro il nostro punto di vista.

 

Il capitalismo è sviluppo e distruzione

       Il capitalismo, come del resto i comunisti hanno  sempre sostenuto, genera sviluppo dell’economia da una parte e miseria e impoverimento dall’altra. E gli uni e gli altri aspetti sono così evidenti che risulta abbastanza facile sia per i fautori del capitalismo che per i detrattori trovare ed impugnare gli elementi a sostegno delle proprie tesi.

       Se noi utilizziamo il termine sviluppo nell’accezione di crescita di merci e di innovazioni tecniche, ai nostri occhi appare la seguente contraddizione. Da una parte le industrie ci hanno fornito mezzi tecnologici solo 50 anni fa impensabili: dai computer ai telefonini, alle macchine fotografiche digitali, tanto per citare oggetti che oramai fanno parte della nostra vita  quotidiana, fino ad arrivare ad apparecchiature molto più sofisticate che a pieno titolo rientrano tra i  gioielli della tecnologia. Dall’altra parte molto spesso questi gioielli hanno a che fare con gli  interventi militari, come gli aerei da combattimento e altri strumenti di attacco bellico. E’ questa l’altra faccia della medaglia del capitalismo:  la produzione e la vendita delle armi. Essa è fonte di grandi affari per i produttori e, nei conflitti bellici, è uno sbocco per gli investimenti del capitale che ha pochi riscontri in altri settori. Se poi ci soffermiamo a considerare la macchina  produttiva messa in moto dalla guerra e che va  dalla produzione di armi, a tutto ciò che comporta l’allestimento di un esercito, fino alla ricostruzione dei paesi devastati dagli eventi bellici, si può immaginare quanto questo terribile evento sia  salutare al proseguimento dell’odierno modo di produzione.

       La constatazione che l’odierno sistema economico trae linfa vitale dalla distruzione e ricostruzione dei paesi belligeranti, e va in crisi non per carenza ma per eccesso di produzione, sono le principali contraddizioni da cui parte la denuncia dei comunisti sul  modo di produzione capitalistico.

 

La questione ecologica

       Un’altra grande contraddizione che emerge da quanto detto sinora è appunto la questione ecologica. Oggi il problema del deterioramento ambientale, che investe l’intero pianeta,  è una realtà di tutta evidenza, e di tutta evidenza sono le difficoltà di raggiungere accordi  internazionali volti a creare una comune e credibile strategia d’azione  per combattere l’inquinamento derivante dallo sviluppo industriale mondiale. In un precedente articolo abbiamo visto tra quante esitazioni e incertezze è partito un accordo internazionale  su di un programma ecologico minimo qual è il trattato di Kyoto. Del resto non è difficile trovare quasi giornalmente notizie collegabili alle contraddizioni tra sviluppo capitalistico e salvaguardia ambientale. Sul bollettino di settembre abbiamo presentato un esempio di nazional-ecologismo italiano, paese sottoscrittore del trattato di Kyoto da una parte e, dall’altra, promotore di un progetto volto all’abbattimento dei costi energetici mediante la costruzione dei rigassificatori di metano liquido proveniente dalla Nigeria. Il progetto, presentato come un ottima soluzione di approvvigionamento energetico, viene portato avanti nonostante gli  scontri della polizia con la popolazione del luogo che protesta per i danni ecologici prodotti dalle metodologie  estrattive delle  compagnie operanti nel settore.

       Al di là di questi esempi, data la situazione generale i gruppi di impronta ecologica riescono a calamitare una certa attenzione e a creare una concreta contrapposizione alle ideologie dei fautori del capitalismo. Infatti vi è un certo seguito verso il cosiddetto Movimento per la Decrescita, di cui avremo ancora occasione di parlare.

       I comunisti hanno sempre considerato lo sviluppo del capitalismo, basato esclusivamente sul profitto, in contrasto con i bisogni dell’uomo: in tali bisogni rientra la salvaguardia dell’ambiente.

       Marx in più di un’occasione ha fatto presente il rapporto squilibrato tra sviluppo capitalistico e ambiente naturale. Nel Capitale si legge: “Con la produzione sempre crescente della popolazione urbana che la produzione capitalistica accumula in grandi centri, essa accumula da un lato la forza motrice storica della società, dall’altro turba il ricambio organico fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba dunque l’eterna condizione naturale di una durevole fertilità del suolo.” L’individuazione di un contraddittorio rapporto tra la  natura e il modo di produzione capitalistico è precisa. Viene a questo punto spontaneo chiedersi