CORRISPONDENZE - QUESTIONI GENERALI

 

 

 

 

La situazione attuale del Partito Rivoluzionario in Italia

Qual è la situazione del partito rivoluzionario oggi in Italia? Come diceva il grande Oscar Wilde: “… la situazione è disperata ma non seria…” Il sito Broadleft.org censisce la situazione dei partiti e movimenti comunisti nel mondo, divisi per paese, seguendo un criterio secondo me molto lasco. Per questo ho fatto una selezione escludendo i partiti e movimenti che non possono essere definiti marxisti rivoluzionari. Per fare un esempio ho escluso PdCI e PRC ma ho inserito Progetto comunista che è una frazione di quest’ultimo. Alla fine di questo lavoro risulta che in Italia esistono 48 sigle il cui riferimento culturale è il marxismo. Queste sigle, che stampano una cinquantina fra giornali e periodici, rappresentano gruppi la cui consistenza è un incognita. Un idea di massima è possibile dedurla dal numero di sedi che questi gruppi dichiarano di avere sul territorio. Questo dato sommato ad una stima su dati di mia conoscenza dava, a giugno 2005, un ottantina di sedi. Il livello organizzativo è molto vario ma una cosa è certa: mentre i tentativi di unificazione o federazione sono rari è evidente la facilità con cui questi gruppi si scindono e si mantengono divisi praticamente su tutto. Dal punto di vista teorico le divisioni fotografano la situazione del dibattito politico all’interno del movimento comunista che è fermo agli anni ’30 del secolo scorso. Di questi 48 gruppi , 8 si collegano alla visione bordighista, 8 a quella trotskista, 20 a quella stalinista e maoista e gli altri sono indefiniti. Oltre a questi gruppi esistono centinaia di circoli, associazioni culturali, definibili genericamente come antagonisti ( No global, centri sociali, anarchici) le cui attività sono le più articolate. La loro esistenza è nota solo agli addetti ai lavori e anche se sulla carta mostrano di avere una presenza diffusa e capillare sul territorio, di fatto,data la frammentazione, hanno uno scarsissimo peso politico. Gli unici partiti di orientamento marxista la cui esistenza è nota al proletariato italiano sono il PRC, il PdCI e, almeno nelle grandi città, Lotta Comunista.

Se andiamo a leggere il preambolo dello statuto del PRC leggiamo: “ il PRC è libera organizzazione politica della classe operaia.. (omissis)..dei cittadini tutti, che si uniscono per concorrere alla trasformazione della società capitalista per la liberazione del lavoro..(omissis).. attraverso la costituzione di una società comunista..(omissis).. per realizzare questo fine il PRC si ispira alle ragioni fondative del socialismo ed al pensiero di Carlo Marx. Già il linguaggio felpato (che ho evidenziato) è rivelatore di un approccio di tipo pacifista che si svela chiaramente nelle ripetute affermazioni di Bertinotti sulla scelta della non violenza. E più avanti:… I comunisti…perseguono il superamento del capitalismo come condizione per costruire una società democratica e socialista. Questi sono, in tutto lo statuto, gli unici riferimenti alla tradizione marxista. In compenso il linguaggio tipico dei Kautsky, dei Bernstein e, in generale, di tutta la socialdemocrazia secondinternazionalista abbondano. Per chi conosce il linguaggio schietto e preciso, senza ambiguità, dei Marx, dei Lenin e dei Trotskj non faticherà a riconoscere il vecchio linguaggio dell’opportunismo.

Nella pratica l’azione politica del PRC si svolge tutta nel quadro della democrazia borghese, limitandosi a svolgere un’attività di tipo parlamentare finalizzata a contrattare qualche vantaggio utilizzato se possibile per guadagnare qualche voto in più. Il PRC farà la fine del PSI e del PCI. Per il PdCI sono ancora più pessimista. Lotta Comunista ha avuto il grosso merito di riportare in Italia, tra le giovani generazioni, un interpretazione più fedele del marxismo che, stravolto e mistificato dallo stalinismo, era diventato un’etichetta usata per coprire le giravolte opportuniste del PCI; ma da molti anni e soprattutto dopo la morte del suo fondatore, Arrigo Cervetto, questa organizzazione sembra rinchiudersi sempre più in se stessa, limitandosi ad attività di vendita di libri e giornali. Considerato che non fa politica, non prende posizione sulle questioni politiche più immediate, che non dà indicazioni e che si astiene perché nulla è veramente importante per lei, c’è da chiedersi se non si stia trasformando in una casa editrice. Detto questo bisogna riconoscere che in ogni gruppo o partito di cui sopra esistono individui, frazioni o correnti marxiste e rivoluzionarie divise su molte questioni tattiche e strategiche ma che hanno un comune denominatore: la consapevolezza che questo sistema economico e sociale è alla fine.

Se questa è la situazione quali sono le cause? La mia opinione è questa: la situazione è disperata se vediamo lo stato attuale della coscienza di classe del proletariato italiano e delle sue avanguardie ma non lo è se riflettiamo sui processi reali che materialisticamente formano le coscienze. I comunisti non vengono dalla Luna e non nascono come Minerva dalla testa di Giove e neanche sono apparsi nel mondo perché un giorno qualcuno più sveglio degli altri ha collegato organicamente dei fatti. I comunisti sono il prodotto inevitabile delle contraddizioni di questo sistema e questa produzione ( di comunisti cioè) è una funzione proporzionalmente diretta di queste contraddizioni. Ora, noi abbiamo attraversato, parlando delle società opulente occidentali, un ciclo di sviluppo continuo che è durato 40 anni. Questo ciclo, che ha moltiplicato redditi ma soprattutto patrimoni anche dei lavoratori, ha mitigato le contraddizioni, le ha, per così dire, nascoste agli occhi delle masse ed ha contemporaneamente narcotizzato le avanguardie rivoluzionarie impedendo la loro crescita e maturazione. Questa fase si è conclusa negli anni ’90. Non solo sono cambiate in peggio le aspettative e gli atteggiamenti psicologici nei confronti del futuro ma, concretamente, stanno arretrando le condizioni di lavoro, i redditi e le pensioni e , prima o poi, la legge bronzea del salario riporterà quest’ultimo al suo livello di sussistenza. E’ solo questione di tempo prima che la realtà sociale si mostri in tutta la sua violenza e riparta la lotta di classe. Questa è una certezza. Quello che non è sicuro e se ci sarà un partito comunista attrezzato a rispondere alla domanda di organizzazione che, inevitabilmente verrà dalla classe. Questo deve essere oggi la nostra preoccupazione principale. Che questo partito si venga a formare come risultato di una selezione darwiniana fra tutti i molteplici gruppi e frazioni esistenti oppure come risultato di una accordo tattico e/o strategico fra di loro non lo si può sapere. Quello che sappiamo dall’esperienza storica è che il partito russo prima di dare” l’assalto al cielo” dovette superare un primo ostacolo: quello della conquista dei cuori e dei cervelli dei capi naturali della classe. Non vedo oggi una tale organizzazione. I capi naturali della classe sono divisi fra gruppi, partiti e sindacati spesso in concorrenza fra di loro e questo non è più accettabile. E’ un atteggiamento infantile per non dire neonatale ed è un limite nostro che solo noi possiamo superare. Questo sì che dipende da noi; se lo vogliamo lo possiamo fare.

 U. R.

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L’IMPORTANZA DELLA DISCUSSIONE INTERNA E DEL LINGUAGGIO

Riportiamo alcune brevi osservazioni su due aspetti dell’impostazione del lavoro di un’organizzazione politica rivoluzionaria, quello del dibattito interno e quello degli strumenti di propaganda, trattando di come questi aspetti vengono visti in Lotta Comunista. Per essere esaurienti occorrerebbe approfondire le posizioni politiche di questo raggruppamento, cosa che non facciamo in questa sede ma che sarà oggetto di dibattito in seguito, speriamo con gli stessi compagni di LC se lo vorranno. Per intanto, segnaliamo l’interessante biografia di Cervetto pubblicata nel maggio 2005 dall’editore Massari (reperibile a Torino presso il nostro circolo), che ci sembra piuttosto interessante.

Nell’articolo di Lotta Comunista del giugno 2005 La tempesta europea e la nostra politica la lotta politica viene identificata con la diffusione del proprio giornale, e contrapposta al “regresso in chiusure settarie tipiche degli intellettuali piccolo borghesi, in eterna discussione tra loro”. A nostro parere frasi roboanti come questa sono utilizzate per costituire un freno allo svilupparsi nel partito di un dibattito interno che gioverebbe senz’altro alla formazione politica dei militanti e non solo. Infatti la capacità, la maturità politica indispensabile per affrontare i compiti rivoluzionari non può essere acquisita tenendosi lontano dalle manifestazion reali della lotta politica, a partire dal dibattito interno al movimento rivoluzionario. Questa lotta è in realtà il vero banco di prova per forgiare militanti conseguenti, capaci di essere all’altezza dei compiti difficili che si pongono all’ordine del giorno. Per noi la discussione non conduce affatto a chiusure settarie né ad atteggiamenti piccolo-borghesi. Al contrario, la discussione più approfondita possibile rappresenta un momento di confronto per la conquista di posizioni comuni condivise e non accettate passivamente, che sono la base su cui si regge l’azione rivoluzionaria. Va da sé che alla discussione deve seguire un’azione conseguente. L’altro aspetto su cui vogliamo centrare l’attenzione è quello del linguaggio del giornale di Lotta Comunista, che a nostro parere non è sufficientemente chiaro, anzi in molti casi vago e ampolloso. Questo linguaggio viene spesso definito scientifico, ma secondo noi non si tratta di una scienza aderente alla realtà dei problemi concreti, attinente ai fenomeni reali di scontro tra le classi e tra gli uomini, bensì di un modo astratto di inquadrare i problemi. Crediamo che un giornale di un’organizzazione politica rivoluzionaria svolga la sua funzione se si esprime in modo chiaro, se orienta i lettori, se svolge un’esplicita propaganda dei principi comunisti e della strategia per raggiungere i propri obiettivi programmatici.

Spesso e volentieri LC chiama in causa Lenin per giustificare l’uno e l’altro aspetto sinora trattati, ovvero l’inutilità della discussione e il giornale difficile. Tuttavia la conoscenza dell’esperienza storica bolscevica permette di comprendere che in molte fasi della sua esistenza il partito di Lenin fu attraversato da profonde discussioni interne e utilizzò sempre disparati strumenti di propaganda, il cui linguaggio era senz’altro scorrevole senza che venisse meno il livello dei contenuti. Basta esaminare gli scritti di Lenin o studiare la storia dell’Iskra (La scintilla), “giornale per tutta la Russia” dal 1900 al 1904, per vedere come quelle colonne, come del resto quelle della Pravda in seguito, ospitassero spesso il contraddittorio tra le correnti che animavano il partito, e gli articoli per quanto di alto livello parlassero di temi molto concreti e attinenti alla realtà del movimento rivoluzionario del tempo. Da questo punto di vista il giornale di Lotta Comunista è tutt’altro che “leninista”.

 G. C. - M. D.R     

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IL RAPPORTO UOMO – NATURA:

 DALLE DEVASTAZIONI AMBIENTALI DEL CAPITALISMO ALL’EQUILIBRIO DI UNA SOCIETA’ COMUNISTA

Nell’attuale fase del capitalismo la necessità di generare sempre nuovi profitti fa sì che le forze produttive vengano sviluppate in una maniera distorta, il che di fatto è un ostacolo alle loro potenzialità. A grandi linee, ci sembra che vi siano tre principali forme di distorsione:

 1.Si produce ciò che non serve. Per lo più la (sovra)produzione non corrisponde ai bisogni sociali reali, ma è indirizzata solo verso i settori di mercato remunerativi, con abbondante contorno di parassitismo, speculazioni e corruzione. Ad esempio, il progetto del Treno ad Alta Velocità.

 2.Non si produce ciò che serve. Il progresso tecnico e scientifico, scoperte e nuovi brevetti vengono spesso impediti o rallentati poiché non corrispondono agli interessi particolari del profitto. Ad esempio, il sistema di allarme per i maremoti nell’Oceano Indiano se fosse stato applicato avrebbe scongiurato la catastrofe dello tsunami del 26 dicembre 2004.

 3.Si distrugge ciò che è prodotto. Spesso si assiste alla distruzione violenta di una parte della produzione attraverso le lotte di concorrenza e le guerre che sconvolgono vaste aree del mondo. Ad esempio ogni giorno migliaia di tonnellate di derrate alimentari vengono eliminate per mancanza di acquirenti, mentre milioni di persone nel mondo patiscono e periscono per la fame.

Ne deriva che con questo modo di produzione il rapporto con l’ambiente viene minacciato in maniera sempre più marcata. Occorre pertanto che i comunisti facciano proprie le battaglie ecologiste e per la difesa del territorio, specie quando esse tendono ad assumere un carattere “rivoluzionario”. Infatti solo con l’abbattimento del sistema capitalistico sarà possibile definitivamente stabilire una gestione razionale del rapporto tra la natura e la specie umana.

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AUTORITARISMO E CONCEZIONE COMUNISTA DELL’UOMO
Eredità e limiti della Scuola di Francoforte

Gli studi sull’autoritarismo della Scuola di Francoforte hanno un’importante implicazione. Essi infatti spiegano come l’ordinamento della società capitalistica può influenzare non solo il rapporto degli individui col mondo esterno ma anche il loro “modo di essere”: si pone quindi il problema per cui l’emancipazione completa dell’uomo deve comportare, insieme ai mutamenti nei rapporti sociali, una trasformazione di carattere endogeno, psicologico (nel senso più materialistico del termine), che di per sé non è automatica. Nelle pagine che seguono cercheremo di spiegare meglio questi aspetti, senza avere la pretesa di esaurire l’argomento ma con l’intento di stimolare una riflessione su questo che è un tema forse non sufficientemente affrontato dalle principali correnti della tradizione marxista.

Periodizzazione

Gli studiosi principali che analizzarono il fenomeno autoritario facevano parte del progetto interno alla scuola nato nel gennaio del 1931, che venne chiamato “Istituto per la ricerca sociale”. Il loro lavoro può essere diviso in tre parti: Nella prima parte, che va dal ’31 al ’41, viene affrontato il problema della cosiddetta “rivoluzione mancata”, ovvero il fallimento della rivoluzione socialista in Europa, ed è qui che nasce “la teoria critica della società”, l’accurata analisi della sovrastruttura ideologica e il rilevamento dei suoi problemi, causati da una struttura pericolante già precedentemente analizzata da Marx.. Nel ’33, a causa dell’ascesa di Hitler, i francofortesi marxisti (di origine ebrea, tra l’altro) dovettero abbandonare la Germania, e proseguirono il loro studio all’estero, ospitati negli altri centri internazionali di cultura.La seconda parte va dal ’42 al ’50, e si sviluppa durante la loro residenza presso la Columbia University, in America. È il periodo dello studio del problema della “civiltà mancata”, incentrato sui crimini del nazismo. La terza parte, dal ’51 al ’69, può essere sintetizzata nella frase di Adorno: “solo un Io ci può salvare”. E’ il periodo conclusivo degli studi della prima generazione di pensatori francofortesi, che ha fine colla morte di Adorno. In questa parte si può osservare la svolta conclusiva, quella che potremmo chiamare una deriva intellettualistica.

Erich Fromm

Il primo passo verso l’analisi dell’autoritarismo lo fa Fromm (1936), nel momento in cui inizia a chiedersi se, a fianco ad una struttura economica esterna all’individuo, regolata da forze produttive e rapporti di produzione, vi sia anche una struttura interna, anch’essa dipendente dal momento storico corrispondente, che contribuisce a produrre la sovrastruttura. In effetti Marx ed il marxismo in generale non davano una spiegazione chiara e veritiera della coscienza individuale, e fino ad ora non esisteva una teoria marxista della personalità: sembra che le persone siano “vittime” del capitalismo, quasi come se fossero “manovrate”. Egli cerca quindi di affiancare ad una struttura economica una struttura libidica, regolata da impulsi primari (libidici) e rapporti emotivi. Il connubio che si cerca di attuare è quello tra Marx e Freud, tra materialismo storico e psicanalisi individuale, e il risultato è una psicologia sociale dove viene stabilito il giusto rapporto tra struttura mentale e determinazione economica. Fromm individua un particolare tipo di carattere, denominato sadomasochistico-autoritario, che rappresenta l’adattamento pulsionale dell’individuo alla società che lo circonda. La caratteristica di questo carattere è in generale quella di provare piacere nell’ubbidire; esso si manifesta con atteggiamenti quali senso di legalità, necessità, ragionevolezza, e si consolida nel momento in cui trova le condizioni per essere soddisfatto. Questo carattere ha due componenti: quella masochistica tende a provare piacere nella sottomissione completa ad un’autorità di qualsivoglia tipo, rinunciando alla componente individuale della propria personalità ed alla propria felicità. Quella sadica prova piacere nel sottomettere e far soffrire un qualcosa o un qualcuno dichiaratamente più debole alle proprie volontà. Verso il più forte si svilupperà l’atteggiamento masochistico, che risulterà nella pratica un misto fra rispetto e ammirazione, mentre verso il più debole si scaglierà il lato sadico, che susciterà odio e disprezzo. Inutile dire che l’atteggiamento sadico serve come “valvola di sfogo” per quello masochistico: verso il più potente si dovrebbe provare odio, e quell’odio viene reindirizzato verso il più debole (soggetti tipici sono donne, bambini e animali). Se “il più debole” non è presente perché non è visto come tale, oppure non basta al mantenimento del rapporto di potere, esso viene creato ideologicamente: qui nasce l’odio razziale, classista, l’odio verso i prigionieri, verso gli schiavi dell’antichità: spettacoli cruenti quali gli scontri fra gladiatori sono un esempio di sfogo del carattere sadico, utilizzato dall’Impero per placare e sottomettere i cittadini romani alla nuova autorità (“panem et circenses”). Ovviamente anche chi sta al vertice di questa catena, l’autorità stessa, l’imperatore, il führer, è schiavo di un’autorità più grande: solitamente del destino o di un dio. Si instaura così una catena di potere-sottomissione che riesce a comprendere tutti le classi sociali, dalle più alte alle più basse.

Altro aspetto interessante di questo carattere è una visione del futuro visto come inequivocabile, tiranno, a cui non ci si può ribellare, che implica una concezione della realtà totalmente passiva. Anche l’attività coraggiosa o il tentativo di cambiamento viene compiuto in vista di qualcosa che sovrasta, un nome, un’idea, che in realtà non è altro che una nuova sottomissione, magari ad un qualcosa di più forte, e quindi più sicuro e più affidabile. Il potere costituito non può essere attaccato se non in nome di un potere più grande. E quando esso tende a vacillare, l’odio rimosso si manifesta contro di lui con tutta la sua forza; la caduta di Mussolini può rappresentare un buon esempio. Anche l’idea di peccato originale, di martirio, il piegarsi senza lamento al destino, entra nella visione “autoritaria” del mondo.

Il superamento del modo di produzione capitalistico dovrà anche essere un superamento, secondo Fromm, del carattere autoritario: una società “dove gli uomini regolino la loro vita in modo razionale e attivo, e in cui la massima virtù sia non il coraggio della sopportazione e dell’obbedienza, ma il coraggio della felicità e della vittoria sul fato.”

Leo Löwenthal

Löwenthal anni dopo (1946) in un certo senso continua il lavoro di Fromm, analizzando più da vicino il fenomeno dell’autoritarismo tedesco attraverso le testimonianze dei sopravvissuti dei campi di sterminio, e sintetizzando in alcuni punti i tratti caratteristici della politica del terrore:

Immediatezza e onnipotenza: la necessità dell’autorità di cancellare ogni legame razionale tra le decisioni del governo ed il destino individuale, per livellare la società di fronte all’organo di potere (tramite arresti di massa e politica del terrore). Le qualità di chi sta dentro al campo e di chi sta fuori sono, in fondo irrilevanti, perché il processo è basato sul calcolo terroristico.

Collasso della continuità dell’esperienza: il singolo perde ogni tipo di prospettiva futura, perché non sa più che attendersi, completamente in balia delle decisioni dell’autorità. L’esperienza diventa inutile, come la fantasia e l’intraprendenza. “L’unico progetto che rimane è quello di non averne alcuno”.

Crollo della personalità: sia il terrorizzato che il terrorista diventano mero materiale che si adatta ad un potente separato da loro: l’individuo sembra estraniarsi dalle sue azioni e non riesce più a provare nessun sentimento forte. Lotta per la sopravvivenza: il desiderio di autoconservazione dato dal terrore trasforma gli individui in marionette manovrabili con facilità dal sistema, in quanto ogni imposizione diventa accettabile se garantisce la sopravvivenza.

Metamorfosi in materia prima: gli individui devono essere mantenuti in tutto e per tutto simili a materia prima, a macchine che devono essere utilizzate sino a quando sono utili e che devono essere eliminate nel momento che diventano inservibili, in modo che non possa loro venire l’idea di sentirsi uomini e di ribellarsi (il termine “liquidare” esprime appieno questo concetto). L’esperienza di completa mancanza di forza per la ribellione data dai prigionieri dei campi può essere giustificata solo tramite questo concetto.

Assimilazione ai persecutori: la vittima non è più consapevole delle differenze che sussistono tra lei e i suoi carnefici, e quindi tende ad imitarli. Per il sistema non c’è comunque una differenza effettiva. Quali sono le conclusioni dello studioso? Dal punto di vista sociologico e marxista, “l’uomo non ha un rapporto creativo col processo del lavoro. Questo vuoto sociale ed economico, costituisce una premessa del terrore. Gli uomini tendono ad un’accettazione acritica di un intero sistema di pensieri e comportamenti: essi diventano appendici stereotipate di questo o di quel monopolio culturale e politico. L’uomo, perdendo così la sua moralità, in quanto nulla di materiale o di spirituale dipende più dalle sue decisioni, diventa così un potenziale paranoico, pronto ad accettare le ideologie più folli.”

Il test sul “fascismo potenziale”

Un lavoro particolarmente significativo degli studiosi di Francoforte fu il sondaggio, svolto in America dall’intero gruppo di studiosi, per determinare il “grado di fascismo potenziale di ognuno di noi”, ovvero “per individuare i fattori psicologici che portano un uomo all’adesione ai regimi totalitari, contrastando quindi i suoi interessi razionali”: se era possibile e quanto che il totalitarismo avesse influenze psicologiche sull’individuo, o se, al contrario, avesse bisogno, per sussistere, anche di un supporto psicologico non indifferente da parte dell’individuo. Venne così fatto un lavoro immenso, in tutte le più importanti società occidentali: vennero studiati i discorsi degli agitatori, anche i volantini di propaganda; il sondaggio comprendeva domande di vario tipo, da opinioni religiose a comportamento personale, vennero proposte anche le immagini interpretabili. Un decimo dei soggetti venne intervistato singolarmente, per verificare la giusta chiave d’interpretazione delle risposte. Vennero considerati anche gruppi sociali devianti quali carcerati o matti. Si scoprì che esiste nell’uomo odierno una certa “personalità gregaria” che, abbinata ad una struttura comportamentale relativamente rigida (comportamento corretto, successo, disciplina, abilità, pulizia fisica, salute), può dare origine ad una personalità totalitaria, o perlomeno mette la persona in grado di accettarla. La cosa disarmante rilevata fu che questa personalità era diffusa ampiamente e soprattutto nei paesi democratici, anche in America. Giunsero alla conclusione che, in fondo “Hollywood non era così distante da Auschwitz”. Nel resoconto del loro lavoro ripresero i concetti prima esposti dai singoli studiosi: il forte cinismo provoca un desiderio masochistico di autodistruzione, che viene sfogato su chi si è autorizzati a giudicare inferiore, le pecore nere da combattere. Anche la mancanza di affetto nella famiglia durante l’infanzia è un elemento che aiuta nella formazione del cinismo. Anche qui ci viene presentata un’idea di libertà, strettamente connessa ovviamente ad un’idea di felicità verso a cui dovrebbe tendere una società migliore: “gli uomini veramente liberi non sono solo e sempli­cemente quelli senza pregiudizi, e meno che mai quelli coattivamente determinati da una particolare convinzione politica. La libertà presuppone invece la consapevole conoscenza dei processi che portano alla sua negazione, e la forza di resistenza che di fronte a tali processi non si rifugia romanticamente nel passato, ne’ si consegna ciecamente al mondo”.

Conclusioni

Il pregio dell’eredità francofortese è di aver descritto le dinamiche psicologiche dell’autoritarismo, individuandone il carattere controrivoluzionario poichè queste dinamiche sono funzionali al mantenimento del dominio di una classe su di un’altra. Un’importante implicazione per i comunisti, come abbiamo accennato all’inizio, è dunque che le organizzazioni rivoluzionarie per essere pienamente formative dovrebbero essere un “embrione di società comunista”, non dovrebbero cioè riflettere i rapporti fra gli uomini della società odierna, caratterizzati appunto dalla sudditanza nelle sue varie forme. Il limite dei francofortesi è forse nel fatto che essi vissero troppo da vicino l’epoca del totalitarismo, cosicchè soprattutto nel terzo periodo si rifugiarono nell’individualismo come unica soluzione (“solo un io ci può salvare”). In quest’ottica l’idea rivoluzionaria venne completamente messa in secondo piano, in molti casi totalmente da parte, con proposte di tipo riformistico e analisi poco obbiettive della realtà (es. Adorno, “Educazione dopo Auschwitz” e Horkheimer, “Aforismi sulla vita offesa, Compassione verso se stessi”). L’autonomia critica dell’individuo dovrebbe essere un punto di partenza, e non un punto di arrivo dato da una deriva intellettuale; dovrebbe costituirsi all’interno di ogni uomo, di ogni comunista, e dovrebbe fungere da punto di partenza per l’impegno nella trasformazione della società.

                      F. R.

TESTI DI RIFERIMENTO:

-Fromm, “Il carattere autoritario-masochistico” (1936), in M. Horkheimer,
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E. Fromm e H. Marcuse, “Studi sull’autorità e la famiglia”.
-Loewenthal, “Individuo e terrore”(1946), in “La società degli individui”.
-Horkheimer-Adorno, “Pregiudizio e carattere”(1952), in “La società di transizione”.
-Adorno, Fromm, Horkheimer, Loewenthal, Marcuse, Pollock, “La scuola di Francoforte - la storia e i testi” a cura di Enrico Donaggio, ed.Einaudi.

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PRECURSORI DEL MOVIMENTO COMUNISTA INTERNAZIONALE:
WILHELM WEITLING

Fra i precursori del comunismo rivoluzionario una bella figura, da non dimenticare, è quel­la di Wilhelm Weitling (1808-1871) prima voce autorevole del proletariato tedesco.

Nato a Magdeburgo, figlio naturale -e subito orfano- di un ufficiale francese e di una domestica tedesca, Weitling trascorre la giovinezza sperimentando l’umiliazione e lo sfuttamento attraverso il duro apprendistato dei giovani artigiani-operai del primo tempo: il giro della Germania, quasi sempre a piedi, di coloro che volevano diventare compagni e i vari soggiorni nelle grandi città spaziando in tutte le direzioni, sino a Vienna. Autodidatta, personalità vigorosa ed espansiva, Weitling possiede uno spiccato talento artistico e in questa fase inizia la sua attività letteraria componendo poesie, nelle quali denuncia romanticamente la condizione degli oppressi alla quale appartiene.

Da Lipsia un’avventura amorosa lo spinge a Parigi e qui, nel milieu rovente degli avversari della monarchia di Luglio e dei fuoriusciti tedeschi, il giovane sarto porta a compimento la propria formazione politica e rapidamente si impone come scrittore e agitatore rivoluzionario. In un primo momento aderisce alla Lega dei Proscritti, un’organizzazione di fuoriusciti tedeschi capeggiata da Venedey e Schuster (quest’ultimo tendente al socialismo attraverso Saint-Simon e Sismondi) e strutturata secondo il modello del settarismo buonarrotiano. Di lì a poco però gli artigiani tedeschi, che costituivano una parte consistente dei tedeschi di Parigi (questa, capitale di un grande stato, era ancora in parte la capitale economica della Renania) nonchè l’ala più radicale della Lega, se ne scindono per formare la Lega dei Giusti, le cui personalità più spiccate saranno Schuster, H.Bauer e lo stesso Weitling, che per i Giusti scrive nel 1838 il suo opuscolo-manifesto “L’umanità come è e come dovrebbe essere”. Questa lega aveva rapporti molto stretti con la blanquista Società delle Stagioni e con essa verrà travolta nella fallita insurrezione del 1839 e dalla conseguente repressione.

Quando, nel 1844, i giovani Marx ed Engels si incontreranno a Parigi dando inizio ad un sodalizio che sarà decisivo per la storia del comunismo, Weitling era dunque già da alcuni anni riparato in Svizzera e vi aveva proseguito instancabilmente la propria attività rivoluzionaria, guadagnando al programma comunista le società degli emigrati e i circoli ricreativi fondati da operai svizzeri e tedeschi (questi ultimi sempre con posizioni più intransigentemente radicali); e nel 1842 vi aveva pubblicato la propria opera più importante, “Garanzie dell’armonia e della libertà”. Ma a Parigi l’influenza e il magistero rivoluzionario di Weitling, per quanto lontano, campeggiava potentemente ed era impossibile prescinderne. In questo momento Marx ed Engels ammirarono e lodarono altamente la personalità umana e politica di questo operaio, scrittore e agitatore rivoluzionario, amato e rispettato incondizionatamente nell’ambiente proletario, che poteva incarnare in forme suggestive e romantiche la coscienza della classe sfruttata, ben al di là del suo ascendente indiscutibile sull’emigrazione tedesca.

Nelle “Garanzie”, infatti, Weitling per la prima volta teorizza non solo la creazione di una società comunista attraverso la rivolta (questo elemento si trova già in Buonarroti), ma proprio attraverso la rivolta delle masse operaie (e artigiane, in quanto allora i due elementi non erano così nettamente separati), la quale prenda spunto dall’esigenza di soddisfare bisogni di poveri, bisogni operai. Il mondo che ne esce è ancora caratterizzato da tratti ascetici -l’insistenza sul carattere “cristiano” del regime comunista e la considerazione che “una società perfetta non ha un governo nè un’amministrazione, non leggi ma doveri, non pene ma metodi di cura”- ma non è più un mondo agrario, bensì un mondo che organizza per le masse una produzione di massa. Secondo la visione di Weitling infatti le masse operaie, abbattuto l’ordine politico dominante, instaurano una dittatura rivoluzionaria e prendono i provvedimenti urgenti per gli sfruttati: annullamento dei debiti, abolizione della produzione di lusso, fabbricazione in massa di beni di prima necessità come vestiti e mobili. Si passa quindi all’abolizione del denaro e all’organizzazione in comune della produzione. in questa fase Weitling prevede una riorganizzazione della vita sociale in senso comunitario-produttivo attraverso laboratori comuni che ricorda in qualche modo gli schemi degli utopisti.

Ma in fondo questo schematismo è reso necessario dal bisogno di rendere concretamente rappresentabile il passaggio ad una vita sociale del tutto umana e irreversibile.

Dopo la pubblicazione della sua ultima opera importante, “L’evangelo del povero peccatore” (1843), il governo cantonale di Zurigo mette le mani su Weitling gettandolo nel carcere duro, con i ceppi ai piedi (dove comunque, avendo le mani libere, egli riesce a comporre le sue poesie dal carcere), quindi lo espelle consegnandolo alla Prussia che, per liberarsene, lo fa tradurre ad Amburgo affinchè possa emigrare negli Stati Uniti. Nel frattempo Marx, a sua volta espulso dalla Francia, aveva con Engels abbandonato gli iniziali entusiasmi per weitling, entrando in rotta di collisione con la sua influenza nell’ambito di aspri conflitti teorici che squassarono, tra Parigi, Londra e Bruxelles, le associazioni degli esuli tedeschi negli anni ‘40. E con la consueta perentorietà -non certo apprezzabile sul piano umano- si era sgravato del proprio debito nei suoi confronti liquidandolo sommariamente, precipitandolo senza attenuanti nel limbo degli “utopisti” e contestandone duramente l’influenza politica. Sicchè a Weitling, giunto a Londra sulla via dell’America, toccò l’amara esoerienza di sentirsi ormai “superato” e venne a mancare lo spazio e l’ossigeno politico tra gli ex compagni parigini colà trasferitisi. Recatosi chissà come a Bruxelles nel 1845, vi ebbe un tempestoso e decisivo confronto con Marx (nel corso del quale, secondo un testimone, quest’ultimo ne deplorò aspramente l’“ignoranza”), seguito da una rottura con i londinesi e dall’emigrazione in America alla fine dello stesso anno.

L’indomito combattente sarebbe rientrato clandestinamente in Europa nel 1848, attratto dalla rivoluzione, ma dopo il fallimento della stessa in Germania avrebbe ripreso la via degli Stati Uniti per rimanervi sino alla fine, svolgendo un ruolo non secondario nella crescita del movimento operaio di quel paese. Ma in Europa, per molti decenni, non si sarebbe saputo nulla di tutto questo: Weitling era morto politicamente nel 1845, la sua epopea rivoluzionaria e il suo stesso nome come rimossi dalla storia europea. Dove, come sappiamo, Marx ed Engels, sparito Weitling, ebbero la strada spianata per la conquista, a Londra, dell’ex Lega dei Giusti riorganizzata come Lega dei Comunisti; e da questo evento cruciale sarebbe maturata la svolta decisiva, l’identificazione di comunismo e marxismo attraverso il Manifesto del febbraio 1848.

Volendo indicare, semplificando, un motivo evidente del contrasto tra Weitling e il marxismo (e viceversa) al di là della ingratitudine di Marx e dei complessi problemi concernenti il rapporto tra marxismo e “utopismo”, possiamo sottolineare il fatto che Weitling, che oggi definiremmo operaista e movimentista, restò sempre fedele alla visione di un comunismo da instaurarsi, diciamo così, per insurrezione frontale, e da perseguirsi in ogni circostanza rivoluzionaria. Marx ed Engels inquadravano la rivoluzione comunista nella pienezza dei tempi, cioè nella maturità, nel pieno svolgimento e nella piena crisi della società borghese. Essi inoltre, pur affermando l’autonomia del comunismo da ogni altra tendenza politico-sociale, borghese o piccolo-borghese, consideravano con molta serietà un’alleanza con le forze borghesi per portare a compimento la rivoluzione capitalistica là dove questa non si fosse realizzata appieno, come in Germania.

Ma c’è un carattere dell’opera di Weitling che va sottolineato e valorizzato: l’internazionalismo. Proprio in quanto parlava a proscritti, che erano anche lavoratori sul suolo straniero, Weitling considerava l’umanità in modo ben diverso dai socialisti francesi contemporanei: tutti umanitari, certo, tutti favorevoli ad operare, attraverso il loro paese, a pro dell’umanità oltre le frontiere, ma nel concreto persuasi e interessati alla rivoluzione decisiva, quella di Parigi. Weitling invece è capace di vedere l’opera della rivoluzione come effettuabile dovunque, da compiersi ovunque. L’unità del problema operaio, vista e perseguita da lui prima di Marx, non è utopia.

A. M.   

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PARTITO STORICO E PARTITO FORMALE (1)

Alcune osservazioni personali di un militante del Circolo Internazionalista di Torino sulla distinzione tra partito storico e partito formale (in altri termini: tra “partito” e “organizzazione”). L’intento è soltanto quello di introdurre il tema, che potrà essere meglio sviluppato e dibattuto da altri compagni.

“Parlando di partito intendevo il partito nel grande senso storico della parola”

Lettera di Marx a Ferdinand Freiligrath, 29 febbraio 1860

Generalmente per partito si intende una “parte” di persone che costituiscono un’organizzazione politica con un proprio programma politico e propri membri, proprie sedi, proprie regole di adesione, etc; dunque un’organizzazione politica formale. Inoltre, la maggior parte delle persone associa il termine partito alle sole organizzazioni che fanno attività politica parlamentare, e le contrappone ad altre forme di organizzazione (associazioni, comitati etc.). Il partito in senso storico è invece un’entità che ha i contorni meno definiti: esso è costituito da tutti coloro che portano avanti una linea politica comunista, anche se operano in diverse organizzazioni ognuna delle quali può avere una diversa forma (partiti, comitati, associazioni etc.). E’ possibile definire quali sono i membri del partito storico? La risposta a questa domanda sta innanzitutto nella definizione di quello che è il programma rivoluzionario, cioè l’insieme delle azioni politiche che portano alla trasformazione della società in senso comunistico; questa questione è molto complessa, anche perché spesso i risultati di una determinata azione politica si vedono soltanto dopo che essa si è compiuta, non prima. Comunque sia, una volta delineato il programma si andrà a stabilire quali uomini, e in quali ambiti, lo stanno attuando. Si badi bene: che lo stanno attuando, non che lo condividono! Da materialisti, infatti, giudichiamo gli uomini non per ciò che pensano o dicono, ma per ciò che fanno! Anzi, si scoprirà probabilmente che la stragrande maggioranza dei comunisti “storicamente intesi” non sono consapevoli di attuare questa linea politica, si comportano da rivoluzionari senza saperlo. Certamente una parte di questi uomini, divenuti consapevoli dei fenomeni sociali di cui sono partecipi, grazie a questa consapevolezza potranno svolgere l’indispensabile ruolo di fattore soggettivo nell’orientare gli avvenimenti, senza il quale il comunismo non si può raggiungere. Costoro sono i militanti più preziosi del partito storico, quelli che uniscono teoria e pratica nella lotta quotidiana per una società di liberi ed eguali.

Storicamente vi sono casi di partiti formali che, nati su posizioni rivoluzionarie, col tempo si sono sviluppati da un punto di vista organizzativo e, pur mantenendo a parole una linea politica rivoluzionaria, nei fatti hanno progressivamente cambiato questa linea, trasformandosi in strumenti della conservazione sociale e della repressione. Gli esempi storici principali sono quelli della Socialdemocrazia Tedesca nel 1914 e del Partito Comunista Russo dopo il 1924. Anche oggi raggruppamenti e organizzazioni grandi e piccole, se antepongono lo sviluppo della propria struttura formale al mantenimento di una condotta politica rivoluzionaria vanno incontro a questi pericolosi meccanismi, per cui per sviluppare la macchina organizzativa vanno a finire per integrarla nelle strutture della società capitalistica, e così facendo la rendono inutile allo scopo. L’indagine delle cause di queste degenerazioni è molto complessa, e richiede per ogni situazione un’analisi laboriosa, sia della struttura che della sovrastruttura. Per ora interessa sottolineare un elemento sovrastrutturale che non è preso sempre in considerazione, ma che ritengo abbia un ruolo importante tra le cause delle involuzioni: mi riferisco al meccanismo di identificazione con la struttura formale del partito, la creazione di una sorta di legame “affettivo” con l’organizzazione di appartenenza, indipendentemente dalla linea politica giusta o sbagliata che essa esprime. E’ molto difficile sciogliere questo legame, soprattutto se esso è stato creato attraverso un’adesione fideistica all’organizzazione, senza ragionare con la propria testa; La soluzione di questo problema non può essere nel non organizzarsi, ma nel trovare forme organizzative all’interno delle quali venga promossa e mantenuta l’autonomia critica e politica dei militanti, delle specie di “embrioni di società comunista”.

 M.D.

 

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PARTITO STORICO E PARTITO FORMALE (2)

“Per essere socialista non basta sapere, nè volere, che verrà il socialismo, occorre agire per affrettarlo, e porlo innanzi ad ogni cosa.”

A.Bordiga, La nostra missione, pubblicato su L’Avanguardia del 2 febbraio 1913

Riprendo il tema della distinzione tra partito storico e partito formale, presentato nel bollettino di aprile, poichè un militante di Lotta Comunista, ben disposto alla discussione a differenza di altri suoi scorbutici colleghi, ha fatto un’osservazione importante su quanto sinora esposto.

Nell’articolo del bollettino di aprile identificavo come partito storico l’insieme di coloro che con le loro azioni portano avanti una trasformazione della società in senso comunistico, siano essi consapevoli o inconsapevoli. In particolare, affermavo che i materialisti giudicano gli uomini non per ciò che pensano o dicono ma per ciò che fanno, e che la stragrande maggioranza dei comunisti storicamente intesi non sono consapevoli di attuare questa linea politica, si comportano da rivoluzionari senza saperlo.

Il compagno in questione mi ha fatto giustamente notare che, pur essendo corretto nei contenuti il ragionamento, nella tradizione della sinistra comunista italiana sono da intendersi membri del partito storico coloro che si rappresentano la realtà in modo materialistico e pertanto sono coscienti del processo rivoluzionario in atto, non la maggioranza delle masse che pure partecipano a quel processo ma giungono alla coscienza soltanto post festum.

L’osservazione è senz’altro corretta. Allora forse quello che identificavo come partito storico è più definibile come il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente (secondo la famosa definizione di Marx nell’Ideologia tedesca).

Pensandoci bene, credo che la forzatura da me compiuta nell’annoverare tra i componenti del partito storico tutti coloro che consapevolmente o meno con le loro azioni portano avanti una trasformazione della società in senso comunistico, fosse dovuta al fatto che la nozione “ristretta” di partito storico elaborata dalla sinistra comunista ha condotto molti suoi componenti ad assumere un atteggiamento un po’ intellettuale, rivendicando ognuno per il proprio piccolo gruppo di essere depositario della consapevolezza dei processi storici che dovevano portare al comunismo. Soprattutto, il lavoro di difesa dei principi e del programma (di per sè importantissimo) senza una qualche forma di attivismo politico ha portato molti di questi gruppi ha perdere i collegamenti con le masse, in termini di quantità e qualità, e a teorizzare spesso che le masse in movimento si salderebbero quasi automaticamente al programma rivoluzionario da loro elaborato.

Questa tendenza è a mio modo di vedere pericolosa, poichè non tiene conto che il miglior pro­gramma rivoluzionario non vale nulla se non si arriva ad applicarlo praticamente, altrimenti esso rimane una bella enunciazione su come il mondo dovrebbe essere, priva di consistenza reale. Questa preoccupazione mi ha indotto a sottolineare l’aspetto della prassi, insistendo sul fatto che quello che più conta è che l’individuo, cosciente o meno, si adoperi per trasformare il mondo e non solo per interpretarlo.

Spero vivamente che il dibattito continui per permettere un continuo perfezionamento e chiarimento dei concetti.

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CHI CI STA?”

 

 “Donato Antoniello e Ivan della Mea propongono la costituzione di una Assemblea permanente per il Comunismo come luogo dell’incontro e della libera associazione di sinistri avversi diversi sommersi emersi dispersi e anche perversi che abbiano voglia di trovarsi in luoghi da decidere assieme per cercare di capire assieme che cosa si possa intendere per comunismo oggi.

Non ci piacciono e non ci convincono i comunismi nostrali e internazionali legati come sono a pratiche verticistiche.

Non ci convince il partito leninista con l’ossimoro devastante del centralismo democratico, non ci piace il partito-stato stalinista, non ci piace la rivoluzione culturale maoista siccome espressione falsamente democratica del potere, non ci piace nemmeno il comunismo alla cubana.

Ci piacerebbe una ripresa dell’attività consigliare di base contadina e urbana, qualcosa di molto affine ai soviet intesi come strutture dove la pratica della democrazia partecipata sia costante e costantemente discussa perché mai abbia a burocratizzarsi.

Ci attira l’idea di una Quinta Internazionale nella quale nessun Marx estrometta nessun Bakunin. […] Liberi pensieri che si confrontano avendo come terreno comune la negazione di qualsiasi potere di partito e personale, piccolo o grande che sia, e, in positivo, la solidarietà praticata e organizzata e soprattutto la capacità di ascoltare il vicino senza verità precostituite e dirimenti.

Ci va bene ogni Dio e nessun Dio.

Ci va bene ogni Io e nessun Io.

Noi vogliamo dare vita e amore di vita e armonia a tutto ciò che vive, natura e uomo e uomo nella natura. Noi crediamo che questo sia il comunismo che ci piace: un comunismo come cosa della vita e contro la morte di tutto ciò che fa e ci fa morire.

 

Chi ci sta?”

 

 

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CONSIDERAZIONI SU AUTODETERMINAZIONE NAZIONALE

E INTERNAZIONALISMO IN MEDIORIENTE

 

Nell’articolo “Turchia e Kurdistan”, pubblicato sul Bollettino Internazionalista di giugno, viene spiegato che in Medio Oriente correnti di comunisti turchi e kurdi tatticamente appoggiano le rivendicazioni di autonomia del Kurdistan, ritenendole rivoluzionarie perché rompono l’assetto imperialistico dell’area.

Partendo da questo esempio particolare, si potrebbe generalizzare il problema della questione nazionale nella maniera seguente: mentre ai tempi di Marx l’autodeterminazione di un popolo era progressiva per lo più nel senso di un superamento del modo di produzione feudale e di un passaggio al capitalismo, nell’epoca imperialista essa è parte del processo rivoluzionario (e dunque va appoggiata dai comunisti) soprattutto nella misura in cui svolge un ruolo di spina nel fianco dell’imperialismo (come appunto ritengono i compagni turchi per la questione nazionale kurda), e destabilizza il sistema delle grandi potenze che si spartiscono il mercato mondiale.

In Medio Oriente le potenze imperialistiche occidentali, che assorbono la maggior parte del plusvalore prodotto a livello mondiale, hanno sempre esercitato una politica di sfruttamento delle risorse, soprattutto energetiche, attraverso una presenza diretta o indiretta. In particolare dopo la Seconda Guerra Mondiale l’imperialismo USA, netto vincitore, e le potenze europee hanno sistematicamente soffocato qualsiasi tentativo degli stati mediorientali di unificarsi e di porre fine a questo sfruttamento. La creazione dello stato di Israele nel 1948, potenza regionale filoccidentale, armata sino ai denti e abbondantemente finanziata, è servita a questo scopo.

Nel corso dei decenni, tentativi di modificare o interrompere questo stato di cose sono stati stroncati.

Il 27 ottobre del 1962 Enrico Mattei, presidente dell’IRI, moriva nell’esplosione in volo del suo aereo. Negli anni precedenti aveva cercato di ritagliare un’area di influenza italiana in Medioriente lavorando ad un nuovo contratto petrolifero con Egitto, Iran, Marocco e Iraq, che garantiva ai paesi produttori di il 75% degli utili, in aperto contrasto con gli interessi delle compagnie anglo-americane.  

Negli anni ‘70 gli USA hanno reagito al loro relativo declino economico rifiutandosi di convertire in oro i dollari in possesso delle potenze straniere (fine degli accordi di Bretton Woods, 15 agosto 1971) e imponendo al mondo la commercializzazione in dollari del petrolio. Si è così stabilità una situazione di tassazione per cui la principale potenza mondiale costringe il resto del mondo ad acquistare dollari, e utilizza il ricavato per mantenere l’espansione della propria classe dominante e il proprio strapotere militare. (Ricordiamo che oggi le basi militari USA nel mondo sono circa 700, in 140 diversi paesi, per un totale di 300.000 uomini. In Italia, vi sono circa 150 postazioni USA. Gli USA attualmente spendono la metà dei 1000 miliardi di spesa militare mondiale).

Dal 1989 questo status quo ha dato segni di incrinamento. Il crollo dell’URSS, l’ascesa dell’Asia, le prospettive di rafforzamento di un polo imperialistico europeo dotato di una moneta comune hanno spinto gli USA (a partire dal 1991) a cambiare la propria linea d’azione, passando all’uso diretto della forza in Medio Oriente per mantenere il controllo sulle risorse energetiche e sui flussi finanziari (guerra preventiva).

Vi sono vari documenti dell’amministrazione USA che esplicitano questa linea d’azione. Il Defense Planning Guidance del 1992 dice testualmente che gli USA dovranno scoraggiare tutti, anche gli alleati, dalla tentazione di “sfidare la nostra leadership o dal provare a mettere in discussione l’ordine economico esistente”.

L’attuale strategia USA sembra essere appunto quella di “balcanizzare” il Medio Oriente, cioè con la scusa della guerra al terrorismo disgregare tutte le formazioni statuali che minacciano la sua egemonia economico-finanziaria (l’Iraq, la Siria, l’Iran, non a caso bollati come stati-canaglia) e mantenere una situazione di instabilità creando governi fantoccio e mettendo le varie fazioni arabe una contro l’altra; l’evolversi della situazione irachena è l’esempio paradigmatico di questa strategia.

Conseguenza politica di tutto ciò è che la rivoluzione mondiale ha come condizione necessaria (non sufficiente) la rottura dell’egemonia economico-militare mantenuta da parte delle potenze imperialistiche occidentali (USA in primis) sui paesi della periferia mediorientale, rottura che indebolirebbe enormemente quelle potenze, favorendone la crisi capitalistica.

Per accelerare questo evento i comunisti possono operare seguendo una doppia linea strategica:

1. Inserirsi e appoggiare tutti i movimenti di resistenza e di difesa armata degli stati che si oppongono alla penetrazione delle potenze imperialistiche nell’area mediorientale, anche se questi sono capeggiati da forze politiche non comuniste.

2. All’interno di quei movimenti e di quegli stati, portare avanti la parola d’ordine della autodeterminazione e della federazione internazionale di tutti i popoli, allo scopo di contendere il potere politico alle classi dominanti locali e creare le premesse per una rivoluzione sociale d’area che segua la cacciata degli invasori.

Si tratta in sostanza di trarre spunto dall’impostazione data alla questione nazionale nel 1920 dall’Internazionale di Lenin, che si basava appunto su un equilibrio tra l’appoggio ai movimenti nazionali antimperialisti (soprattutto antibritannici) e il collegamento internazionalista tra i lavoratori dei paesi orientali. 

Questa impostazione è ripresa ad esempio nel documento di una “Conferenza mediorientale di lotta antimperialista”, datato 12 giugno 2006 e sottoscritto da 7 partiti comunisti dell’area.

Inoltre il sito broadleft.org indica decine di organizzazioni di sinistra presenti nei paesi arabi. Si prospetta un lavoro di raccordo con questi gruppi per confrontare le posizioni politiche che portano avanti e dare corpo a una comune strategia.

Un rischio dell’appoggio a forze politiche nazionaliste è che queste per le loro rivendicazioni cerchino di collaborare con le potenze imperialistiche occupanti; questo rischio va combattuto in ogni modo ponendo come obiettivo primario l’opposizione agli invasori. Ad esempio, in Iraq l’aspirazione all’autonomia del Kurdistan è stata usata dagli invasori angloamericani per disgregare lo stato di Saddam Hussein. Nel caso dell’Iraq, la situazione contingente impone la difesa di un “Iraq libero e democratico”; solo in un Iraq liberato dagli invasori può essere messa all’ordine del giorno la questione della secessione del Kurdistan, che altrimenti viene strumentalizzata dall’imperialismo.

Quanto detto a proposito del Medio Oriente può valere per tutte le altre aree del mondo, anche quelle imperialistiche mature. Cioè, ogni movimento che mina la proiezione esterna e la stabilità interna di una grande potenza imperialistica può essere appoggiato, a maggior ragione se presenta aspetti di carattere popolare, cioè coinvolge la società civile “dal basso”, e in qualche modo intralcia il funzionamento dei giganteschi apparati satali che tutelano il grande capitale. Occorre dunque conoscere e seguire questo tipo di movimenti popolari, ad esempio la guerriglia in Nepal, nelle Filippine, in India; in Messico (Chiapas), in Colombia, nei Paesi Baschi. Più vicino a noi, di recente si è parlato dei movimenti per l’autonomia della Sardegna. Anche il movimento No-Tav, all’interno di uno stato imperialista come l’Italia, ha indebolito e sta indebolendo, seppure in una piccola area, le manovre di espansione dei grandi gruppi capitalistici.

Da ultimo può essere utile confrontare le valutazioni fatte sinora con quelle di Lotta Comunista.

La differenza di fondo è che mentre l’analisi di una situazione come quella mediorientale dovrebbe condurre a schierarsi suuna posizione politica concreta, l’organizzazione fondata da Cervetto di fronte a questa questione ha sempre assunto un atteggiamento distaccato e attendista, come si può vedere dall’esame del materiale pubblicato sul suo giornale nazionale.

Questo atteggiamento è forse motivato da errori di impostazione nell’analisi di Cervetto, il quale ha per lo più letto le dinamiche internazionali nel secondo ‘900 con i parametri dell’epoca di Lenin 1870-1914, perdendo di vista le particolarità della situazione asiatica e mediorientale, e dando affrettatamente per superata, nella lotta per il comunismo, la questione delle autonomie nazionali. A questo si aggiunge da parte dei successori di Cervetto il continuo, sterile riferimento all’importanza di sviluppare organizzativamente il partito rivoluzionario in Italia (!) come risposta ai problemi politici posti nei paesi del Medio Oriente.

Sostenere una tale posizione significa vivacchiare nell’economicismo, nell’attesa che “il sistema vada in crisi da solo”, per poter instaurare il comunismo d’amblè, non si capisce bene come.

Di fronte a queste sbandate è molto importante allora che tutti quanti i veri comunisti tengano un atteggiamento concreto verso i problemi politici, e prendano posizione e agiscano all’interno delle situazioni, cercando collegamenti e prendendo l’iniziativa; così nel drammatico contesto mediorientale come altrove.

 

Alcune fonti che hanno aiutato la stesura dell’articolo, reperibili presso il Circolo Internazionalista di Torino

-G. Maj, La lotta per il diritto all’autodeterminazione nazionale nei paesi imperialisti (2003)

-K. Petrov, La borsa petrolifera iraniana accelererà il crollo dell’impero americano (2005)

-S. Capello, Le radici dei conflitti odierni nella crisi dell’egemonia USA (2005)

-Tesi sulla questione nazionale e coloniale votate al II Congresso dell’Internazionale Comunista (1920)

-E.H.Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-23 capp. 26, 32, 33, 34 (sulla questione orientale)

-Documento della Conferenza mediorientale di lotta antimperialista, (12 giugno 2006)

-Dossier Iraq a cura del Movimento Nuovi partigiani della Pace (gennaio 2006)

-G. Muttitt,Truffa a mano armata: i numeri degli interessi occidentali e italiani dietro la guerra in Iraq (2005)

-A. Cervetto, L’interventismo di sinistra a fianco delle borghesie arabe (1967)

-F. Palumberi, La tragica contesa nel Libano (1976)

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LA NASCITA DEL SIONISMO - approfondimento

 

                La cronologia che segue è tratta da un più lungo testo, relativo alla storia ebraica e alla nascita dello stato di Israele, che verrà utilizzato anche in altre occasioni.

Nella parte che riportiamo sono ricostruite le tappe che dalla metà dell’800 alla prima guerra mondiale hanno portato al consolidarsi di una questione nazionale ebraica, che come tale per tutto il ‘900 è stata poi strumentalizzata dalle potenze occidentali in chiave anti-araba, impedendo a più riprese l’unificazione politica del Medio Oriente.

    La cronologia completa, che va dalla diaspora ai tempi dell’impero romano al 1948, è reperibile presso il Circolo Internazionalista di Torino.

 

                La ventata della rivoluzione francese aveva emancipato gli ebrei dal punto di vista della religione, ma con la formazione dei vari stati nazionali europei essi erano sempre oggetto di antisemitismo sul piano della razza e della lingua. Ciò spinse il popolo ebraico a formulare un proprio nazionalismo.

1852. Fondazione a Londra di una società per la colonizzazione agricola della Palestina ad opera del rabbino Alkalay.

1862. Il rabbino Kalischer progetta la creazione di una grande colonia agricola in Palestina, proprietà collettiva di una società per azioni. Moses Hess pubblica “Roma e Gerusalemme, l’ultima questione nazionale”, dove ispirandosi al risorgimento italiano auspica un risveglio nazionale ebraico come premessa per una emancipazione universalistica.

Il barone Hirsch finanzia la fondazione di nuclei esemplari di colonizzazione ebraica in Argentina, senza risultati rilevanti.

Il barone Edmondo Rothschild fonda una società filantropica, diventando iniziatore della colonizzazione ebraica in Palestina.

Anni ‘80 dell’Ottocento. In Palestina gli Ebrei sono 24.000 su una popolazione di mezzo milione.

1882. Leone Pinsker di Odessa  pubblica a Berlino “Autoemancipazione”, primo manifesto del sionismo politico. Il movimento degli “Hovewè Zion”, gli Amanti di Sion,  fonda nelle vicinanze di Giaffa  la colonia di Rishon Le-Zion, e in seguito altre, che radunano complessivamente alcune migliaia di abitanti, prima grande ondata migratoria. Sion è il colle vicino a Gerusalemme dove secondo la Bibbia era custodita l’Arca dell’Alleanza con le Tavole della Legge di Mosè.

1896. Viene pubblicato  “Lo stato ebraico” di Teodoro Herzl,  che prospetta la fondazione in Palestina di uno stato laico  e sociale.

Sono 24 i paesi, in America e in Africa, in cui nel risorgimento ebraico si prospettano o vengono attuati tentativi di colonizzazione, ma i fautori dell’emigrazione verso paesi dove la terra abbonda e dove si godrebbe di tranquillità e libertà sono messi in minoranza, poiché, si dice, solo il miraggio di Gerusalemme potrà sradicare gli ebrei dai loro secolari ghetti.

La Palestina era allora una provincia araba dell’impero ottomano, ma questo non appariva come un ostacolo. A quell’epoca i progetti colonizzatori non erano considerati sfavorevolmente, si pensava anzi di portare il progresso a popolazioni arretrate, sia pure a costo di sottometterle, per cui non c’è da stupirsi se il progetto di colonizzare la Palestina quasi non si curò degli indigeni. I termini di colonia e colonizzazione erano usati senza reticenze dai pionieri del sionismo politico. Allo stesso modo era normale prospettarsi come unica strategia l’accordo con una potenza in cambio dei vantaggi che i coloni avrebbero potuto assicurare. Scriveva Hertzl: “Per l’Europa noi costituiremmo parte del bastione contro l’Asia, saremmo una sentinella avanzata contro la barbarie”.

1897. Si riunisce a Basilea il Primo Congresso Sionistico; vengono fondati l’Organizzazione Ebraica, struttura ideologica del movimento, e la Banca Coloniale Ebraica, poi Fondo Nazionale Ebraico, organo finanziario, cui seguirà  la Jewish Agency, l’organo tecnico. Si rivendica la creazione in Palestina di “un domicilio garantito dal diritto pubblico”. Viene fondata a Vilna l’Unione generale ebraica degli operai di Russia e Polonia” o “Bund”, che  rivendica, oltre il carattere di nazionalità della collettività ebraica, i diritti civili e politici, ponendo la lotta contro il sistema come alternativa al sionismo, che vuole l’emigrazione, e che tuttavia prevarrà.

1899. Terzo Congresso Sionistico: Herzl dichiara che “i nostri sforzi sono diretti ad ottenere dal governo turco un “charter” (statuto), sotto la sovranità del Sultano. Solo quando saremo in possesso di questo, che deve contenere le necessarie garanzie di diritto pubblico, potremo iniziare una grande colonizzazione”.

1902. Herzl incontra Chamberlain, ministro delle colonie di Gran Bretagna, che “non respinge l’idea di fondare nell’angolo sudorientale del Mediterraneo una ‘selfgoverning jewish colony’”

 

1903. Herzl incontra il ministro delle finanze russo Witte,  che riconosce l’infelice condizione degli ebrei nel suo paese e nell’emigrazione verso la Palestina una soluzione del problema.  Nota che se gli Ebrei in Russia sono 7 milioni su una popolazione di 136 milioni di abitanti, nei partiti sovversivi essi sono circa il 50% dei membri.

1904. Morte di Herzl.

1907. VIII Congresso Sionistico, la Frazione Democratica di Haim Weizmann critica il sionismo troppo attendista di Herzl: “I governi ci ascolteranno soltanto quando constateranno le nostre concrete capacità di possedere il territorio palestinese”. Con questa nuova parola d’ordine prende avvio la seconda ondata migratoria (“aliyà”, salita), causata dal fallimento della rivoluzione del 1905. Essa si fa portatrice di istanze di carattere socialista: il lavoro è il vero protagonista dell’emigrazione, mentre il Fondo Nazionale si propone il riscatto del suolo palestinese come proprietà collettiva inalienabile del popolo ebraico.

1909. Fondazione di Degania sul lago di Tiberiade, prima colonia collettivista. Tali colonie sono caratterizzate dalla totale socializzazione dei mezzi di produzione e dei beni di consumo, e da una sviluppata democrazia interna. Ciò però riguarda solo i membri interni, non i salariati della colonia.

1914. La popolazione ebraica in Palestina ammonta a 85.000 abitanti su 730 mila, organizzati in una cinquantina di colonie per un totale di 40.000 ettari di estensione.

1915. Si costituiscono gli “Zion Mule Corps”, di 900 effettivi, che prendono parte all’impresa di Gallipoli, in seguito incorporati in due battaglioni ebraici inquadrati nell’esercito inglese.

1917. In Russia la rivoluzione fa cadere le barriere divisorie che nel regime zarista avevano fatto degli ebrei dei sudditi in condizioni di inferiorità, e li emancipa come individui e come collettività. In seguito venne fatta una concessione al nazionalismo ebraico con il tentativo di dar vita ad un territorio autonomo nella regione asiatica del Birobidgian. Il 2 novembre il Ministro degli Esteri inglese Balfour sottoscrive una dichiarazione secondo la quale “Il governo di Sua Maestà considera con favore la creazione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico”. Essa, che costituisce il “charter” sognato da Herzl, è preventivamente approvata dal Presidente Wilson e successivamente dal governo francese e da quello italiano.

 

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CAPITALISMO E QUESTIONE ECOLOGICA

 

         L’ecologia è un argomento che suscita un interesse sempre più grande, perché sempre più grande si fa l’apprensione per il deterioramento del mondo che ci circonda; dunque non può essere ignorato dai comunisti, tanto più che oramai il problema ecologico è un problema che  riguarda l’intero pianeta. Un certo marxismo “fondamentalista” sembra ritenere che il compito dei comunisti sia quello di confinare l’azione politica all’interno delle storiche contraddizioni salario-capitale, e che l’utilizzo politico di altri temi sia una deviazione della lotta su falsi obiettivi. Ma questo modo di ragionare si fonda su premesse scolastiche che finiscono per creare malintesi e irrigidimenti su posizioni dottrinarie.

Proponiamo dunque anche a costoro il nostro punto di vista.

 

Il capitalismo è sviluppo e distruzione

       Il capitalismo, come del resto i comunisti hanno  sempre sostenuto, genera sviluppo dell’economia da una parte e miseria e impoverimento dall’altra. E gli uni e gli altri aspetti sono così evidenti che risulta abbastanza facile sia per i fautori del capitalismo che per i detrattori trovare ed impugnare gli elementi a sostegno delle proprie tesi.

       Se noi utilizziamo il termine sviluppo nell’accezione di crescita di merci e di innovazioni tecniche, ai nostri occhi appare la seguente contraddizione. Da una parte le industrie ci hanno fornito mezzi tecnologici solo 50 anni fa impensabili: dai computer ai telefonini, alle macchine fotografiche digitali, tanto per citare oggetti che oramai fanno parte della nostra vita  quotidiana, fino ad arrivare ad apparecchiature molto più sofisticate che a pieno titolo rientrano tra i  gioielli della tecnologia. Dall’altra parte molto spesso questi gioielli hanno a che fare con gli  interventi militari, come gli aerei da combattimento e altri strumenti di attacco bellico. E’ questa l’altra faccia della medaglia del capitalismo:  la produzione e la vendita delle armi. Essa è fonte di grandi affari per i produttori e, nei conflitti bellici, è uno sbocco per gli investimenti del capitale che ha pochi riscontri in altri settori. Se poi ci soffermiamo a considerare la macchina  produttiva messa in moto dalla guerra e che va  dalla produzione di armi, a tutto ciò che comporta l’allestimento di un esercito, fino alla ricostruzione dei paesi devastati dagli eventi bellici, si può immaginare quanto questo terribile evento sia  salutare al proseguimento dell’odierno modo di produzione.

       La constatazione che l’odierno sistema economico trae linfa vitale dalla distruzione e ricostruzione dei paesi belligeranti, e va in crisi non per carenza ma per eccesso di produzione, sono le principali contraddizioni da cui parte la denuncia dei comunisti sul  modo di produzione capitalistico.

 

La questione ecologica

       Un’altra grande contraddizione che emerge da quanto detto sinora è appunto la questione ecologica. Oggi il problema del deterioramento ambientale, che investe l’intero pianeta,  è una realtà di tutta evidenza, e di tutta evidenza sono le difficoltà di raggiungere accordi  internazionali volti a creare una comune e credibile strategia d’azione  per combattere l’inquinamento derivante dallo sviluppo industriale mondiale. In un precedente articolo abbiamo visto tra quante esitazioni e incertezze è partito un accordo internazionale  su di un programma ecologico minimo qual è il trattato di Kyoto. Del resto non è difficile trovare quasi giornalmente notizie collegabili alle contraddizioni tra sviluppo capitalistico e salvaguardia ambientale. Sul bollettino di settembre abbiamo presentato un esempio di nazional-ecologismo italiano, paese sottoscrittore del trattato di Kyoto da una parte e, dall’altra, promotore di un progetto volto all’abbattimento dei costi energetici mediante la costruzione dei rigassificatori di metano liquido proveniente dalla Nigeria. Il progetto, presentato come un ottima soluzione di approvvigionamento energetico, viene portato avanti nonostante gli  scontri della polizia con la popolazione del luogo che protesta per i danni ecologici prodotti dalle metodologie  estrattive delle  compagnie operanti nel settore.

       Al di là di questi esempi, data la situazione generale i gruppi di impronta ecologica riescono a calamitare una certa attenzione e a creare una concreta contrapposizione alle ideologie dei fautori del capitalismo. Infatti vi è un certo seguito verso il cosiddetto Movimento per la Decrescita, di cui avremo ancora occasione di parlare.

       I comunisti hanno sempre considerato lo sviluppo del capitalismo, basato esclusivamente sul profitto, in contrasto con i bisogni dell’uomo: in tali bisogni rientra la salvaguardia dell’ambiente.

       Marx in più di un’occasione ha fatto presente il rapporto squilibrato tra sviluppo capitalistico e ambiente naturale. Nel Capitale si legge: “Con la produzione sempre crescente della popolazione urbana che la produzione capitalistica accumula in grandi centri, essa accumula da un lato la forza motrice storica della società, dall’altro turba il ricambio organico fra uomo e terra, ossia il ritorno alla terra degli elementi costitutivi della terra consumati dall’uomo sotto forma di mezzi alimentari e di vestiario, turba dunque l’eterna condizione naturale di una durevole fertilità del suolo.” L’individuazione di un contraddittorio rapporto tra la  natura e il modo di produzione capitalistico è precisa. Viene a questo punto spontaneo chiedersi  se Marx avesse mai pensato alla gravità dei danni ecologici che questo contraddittorio rapporto avrebbe causato in uno spazio temporale di alcuni secoli, o se invece nutrendo una buona dose di fiducia in un avvento non tanto lontano del socialismo, si fosse convinto della fine del capitalismo prima dell’avverarsi di pericolose situazioni per il pianeta e per la specie.

 

Conclusioni

In conclusione proviamo a sintetizzare le nostre principali argomentazioni sull’importanza dell’ecologia da un punto di vista comunista.

1) La questione ecologica è una delle evidenti contraddizioni generate dalla società capitalistica.

2) Il problema riguarda molto da vicino il proletariato, che è la parte della popolazione più esposta ai danni causati dal deterioramento ambientale (le altre classi sociali hanno una maggiore possibilità di sfuggire agli ambienti e ai lavori più nocivi alla salute).

3) Le problematiche ecologiche hanno ormai carattere internazionale.

 

DIV

 

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LA NASCITA DI ISRAELE

 

1917, gennaio. Rivolta araba contro l’Impero ottomano, capeggiata dall’emiro Feisal e dall’ufficale inglese Lawrence “d’Arabia”.

1917. Il 2 novembre il ministro degli esteri inglese Balfour sottoscrive una dichiarazione secondo la quale “Il Governo di Sua Maestà considera con favore la creazione in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico”. Si tratta di un aperto tradimento delle rivendicazioni nazionali arabe. La Gran Bretagna infatti soltanto un anno prima aveva promesso l’indipendenza alle nazioni arabe in cambio dell’aiuto nello sconfiggere gli Ottomani, ma nel frattempo aveva segretamente concordato un piano di spartizione del Medio Oriente con la Francia (accordo Sykes-Picot del maggio 1916).

1918. Crollo dell’Impero Ottomano.

1919. Il Congresso Nazionale Siriano, opponendosi alle mire francesi e sioniste, rivendica l’indipendenza per uno stato siriano unificato, comprendente Siria, Libano, Giordania e Palestina e governato dalla monarchia costituzionale di re Feisal, della dinastia Hashemita. Un convegno di nazionalisti dell’Iraq sceglie il fratello di Feisal, Abdallah, come re dell’Iraq, a condizioni analoghe.

1920. Definito dagli arabi “L’anno della catastrofe”. A Sanremo, senza attendere la convocazione della Società delle Nazioni, unica sede competente, le potenze europee si spartiscono i mandati in Medioriente, forma edulcorata di colonialismo. Iraq, Palestina e Transgiordania passano sotto mandato britannico, con una clausola che prevede l’applicazione della dichiarazione Balfour. La Siria e il Libano, tenuti separati, divengono mandati francesi. Le truppe francesi marciano su Damasco, l’occupano e ne espellono re Feisal. Inoltre viene nominato Alto Commissario della Palestina Herbert Samuel, ebreo e attivissimo sionista. Tutto ciò provoca il risentimento degli arabi e i primi attacchi organizzati contro gli ebrei.

1921. In marzo, una conferenza di funzionari britannici al Cairo decide di conferire il regno dell’Iraq a Feisal e l’emirato di Transgiordania, poi regno, a suo fratello Abdallah, cui viene tolto l’Iraq. Il tutto sempre sotto stretto controllo inglese.

1929-39. Lungo periodo migratorio, acceleratosi dopo il 1933 con l’avvento di Hitler in Germania. In 10 anni giungono in Palestina 210.000 ebrei, che diventano così 430.000 su un totale di un milione e mezzo di abitanti (28%). Tale afflusso porta la tensione con gli arabi a un punto di rottura, e coincide con sanguinosi conflitti.

1929. In agosto, prima grande rivolta araba.

1936. Sciopero generale degli arabi che sfocia in una seconda, sanguinosa rivolta che si protrae fino alla Seconda Guerra Mondiale. Bande armate composte da Palestinesi e volontari stranieri organizzano una grande guerriglia sulle colline contrastata da decine di migliaia di soldati britannici. Gli ebrei reagiscono organizzandosi contro gli arabi  con le formazioni clandestine dell’Haganah (Difesa).

1939. In maggio, pubblicazione del Libro Bianco Mac Donald, che segna rispetto alla Dichiarazione Balfour una svolta in senso filoarabo della politica della Gran Bretagna. Viene proclamata l’istituzione, in capo a dieci anni, di uno stato palestinese legato alla Gran Bretagna.

1942, riunione all’Hotel Biltmore di New York dell’Organizzazione sionistica americana, che adotta il programma presentato da Ben Gurion, presidente dell’Agenzia Ebraica, in cui si chiede l’istituzione di uno stato ebraico su tutta la Palestina, la creazione di un esercito, l’annullamento del Libro Bianco del 39,  e una immigrazione illimitata. Ciò implica il ricorso alle armi per realizzare lo stato ebraico, la rottura definitiva con la Gran Bretagna e la ricerca di nuove alleanze, in primo luogo con gli Stati Uniti. Il “programma di Biltmore” viene adottato dall’organizzazione sionista mondiale, divenendo il programma ufficiale del movimento sionista.

1943, eliminazione del protettorato francese sul Libano, seguita da quello sulla Siria (1945),  atti fortemente voluti dalla  Gran Bretagna.

1947. La neonata Assemblea Generale delle nazioni Unite (ONU) nomina un Comitato, comprendente tutti i paesi membri, per occuparsi della questione palestinese (Ad Hoc Committee on the Palestine Question); all’interno del Comitato, gli Stati Uniti premono fortemente per la costituzione di uno stato ebraico. Gli arabi invece rivendicano la creazione di uno stato unitario sulla base della popolazione esistente, stato che terrebbe conto dei diritti della minoranza ebraica. Il Comitato respinge la proposta araba e approva quella di spartizione.

1947, 29 novembre. L’Assemblea Generale vota sulla creazione in Palestina di uno stato ebraico e uno arabo. Per l’approvazione è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi dei votanti. La mozione è approvata con 33 voti favorevoli contro 13 contrari e 3 astenuti.

1947, dicembre. Gli Stati Uniti pongono l’embargo all’esportazione di armi in Medio Oriente, mentre l’Inghilterra continua a vende armi agli arabi.

Gli Stati Uniti intendono minare la tradizionale egemonia della Gran Bretagna in Medio Oriente, e in questo incontrano l’appoggio dell’Unione Sovietica.

1948, 14 maggio. Il governo provvisorio ebraico, presieduto da David Ben Gurion, proclama con 6 voti favorevoli, 4 contrari e 3 assenti la fondazione dello Stato di Israele che “promuoverà lo sviluppo del paese a beneficio di tutti gli abitanti. Si baserà sui principi della libertà, della pace e della giustizia divulgata dai profeti. Rispetterà la piena uguaglianza sociale e politica dei suoi cittadini senza distinzione di razza, fede o sesso, garantirà ampia libertà di culto, educazione e cultura. Proteggerà i luoghi santi di tutte le fedi. Applicherà lealmente i principi della Carta delle Nazioni Unite.”

1948, 15 maggio. Gli Stati Uniti riconoscono lo Stato d’Israele. Lo stesso giorno sette paesi arabi –Transgiordania, Egitto, Libano, Siria, Iraq, Arabia Saudita, Yemen -  inviano truppe in Palestina. Inizia la prima guerra arabo-israeliana, che si protrarrà fino al maggio del 1949 e segnerà l’affermazione di Israele, che si annette porzioni di territorio in più oltre a quelle assegnate dal piano ONU di spartizione del 1947. Il conflitto produce 750.000 profughi palestinesi.

Nel coronare il loro progetto i sionisti contano sull’appoggio congiunto degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica; infatti nel giugno del 1948 viene costruita a Zatec, in Cecoslovacchia (!), una base aerea israeliana che nei mesi successivi rifornisce l’esercito di Gerusalemme durante le operazioni militari.

 

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ECOLOGIA E PROGETTO COMUNISTA

 

 

   Se non cambiamo direzione, probabilmente finiremo dove siamo diretti.

  (proverbio cinese)

 

E’ del 1865 la formulazione scientifica della termodinamica, ad opera di Rudolph Clausius: “l’energia dell’universo rimane costante” (1° principio) e “l’entropia dell’universo in ogni momento tende verso un massimo” (2° principio). In altre parole l’energia degrada da forme “utili” concentrate a forme “inutili”: ad esempio bruciando il petrolio si passa ad un calore disperso e irrecuperabile nell’atmosfera. Con il tempo e con l’uso l’energia degrada ed aumenta l’entropia.

L’energia prima è nella natura, nel limite finito di essa e Marx nella “Critica del programma di Gotha” ricordò che la natura è fonte dei valori d’uso e che in essi consta la reale ricchezza. Marx infatti propose di misurare il “valore” nell’economia tanto in unità di lavoro che in unità di natura  (materie prime ed energia). Le tavole intersettoriali dell’economia in URSS, del progetto di pianificazione leninista del 1921, proponevano la rilevazione statistica  del valore della produzione, oltre che in denaro, in materia e lavoro.

       Tutto questo si perse con il capitalismo di stato di Stalin, vincolato alla costruzione del socialismo in un solo paese ma in contesa mortale con l’occidente, da cui acquisì il fordismo e una dimensione di collegamento indiretto al “libero” mercato mondiale. Si volle dimenticare la lezione di Marx nei “Grundrisse”, ove si dice che il capitalismo nei confronti della natura “si presenta semplicemente come astuzia capace di subordinarla ai bisogni umani sia come oggetto di consumo sia come mezzo di produzione”. Ancora, nel “Capitale” Marx scrisse: “il trattamento consapevole e razionale della terra come eterna proprietà comune, come condizione inalienabile di esistenza e di riproduzione della catena delle generazioni umane che si avvicendano, viene rimpiazzato dallo sfruttamento, dallo sperpero delle energie della terra “. Engels poi in particolare descrisse (lo definì “orrore”) la riduzione delle città ad appendici della produzione industriale.

       Albert Einstein nel 1949 si rammaricò che la “fase predatoria” dello sviluppo umano fosse ancora riscontrabile allora (l’articolo è del maggio 1949, ma purtroppo di una attualità sconcertante): “ i fatti economici osservabili appartengono a quella fase e poiché il vero scopo del socialismo è precisamente di superare e andare al di là della fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica odierna può gettare ben poca luce sulla società socialista del futuro. Il socialismo mira ad un fine etico-sociale, la scienza non può creare fini e ancor meno imporli agli esseri umani; essa, al massimo, può fornire i mezzi con cui raggiungere certi fini”. Ed ancora aggiunse: “L’anarchia economica della società  capitalista è secondo me la vera fonte del male. Vediamo una enorme comunità di produttori i cui membri lottano incessantemente per privarsi reciprocamente dei frutti del loro lavoro collettivo, in fedele complicità con gli ordinamenti legali”.

Le accuse del marxista Einstein demoliscono la vulgata delle “magnifiche sorti progressive” che Piero Angela ed altri supporter della scienza e della tecnologia capitalista fanno dai media di regime.

       Il degrado sociale ed ambientale è al limite della catastrofe. Si è giunti alla mercificazione di ogni bene naturale, acqua compresa, con la presa di possesso degli stati, saldamente nelle mani delle lobbies egemoni economico-finanziarie, degli oceani, della biosfera, dello spazio, vuoi per le telecomunicazioni vuoi a prefigurare “guerre stellari”. La predazione delle materie prime e la costruzione dei “corridoi” di comunicazione economico-strategici sono la motivazione prima dello scatenarsi attuale delle guerre imperialiste e che prefigurano una ripartizione neocoloniale della terra.

Il rimedio a tutto questo non è certamente il ritorno all’Arcadia, ad un mondo senza industria ma nemmeno è sufficiente il  solo processo rivoluzionario al socialismo, al comunismo.

La difesa della natura, della dimensione antropologica, sono anche, di per sé, una motivazione (oltre la ovvia lotta di classe per superare le contraddizioni del capitalismo) all’opposizione irriducibile a questo modo di produrre, di consumare, di estorcere il consenso sociale alle masse.

       Nel 1971 Georgescu-Roegen scrisse “La legge dell’entropia e il processo economico” dove per primo auspicò l’avvento di una “società della decrescita”, avendo l’economia mondiale raggiunto molti dei limiti ecologici globali. Nel 2005 il tema della decrescita viene ripreso dal “Manifesto del doposviluppo” di Serge Latouche. Sul Bollettino Internazionalista del dicembre 2006 si è riportato un passo del “Manifesto della Decrescita Felice” di Maurizio Pallante.

Ma non bastano l’autoproduzione, l’organizzazione di servizi sociali autogestiti, la cooperazione e la mutualità, e neppure le “isole felici” del biologico e delle comuni alternative,  ad arrestare il disastro ecologico e l’entropia del sistema Terra, non bastano neppure le lotte sul territorio contro TAV, inceneritori, infrastrutture ad arrestare le dinamiche del capitalismo. Di converso, pur essenziali e strategiche, non sono sufficienti le lotte che attengono alla contraddizione capitale/lavoro e meno che mai quelle attinenti solo alla dimensione istituzionale.

       La battaglia ecologica deve e può essere un punto di partenza, la cornice entro cui collocare il disegno di una progettualità rivoluzionaria: una base per l’accumulo di coscienza e di forza sociale. Dobbiamo essere molto chiari e sinceri, con gli ambientalisti e come comunisti, la liberazione dell’uomo non può avvenire che come esito di una lotta rivoluzionaria, e definitiva, contro il sistema capitalista.

Per giungere a ciò non bastano le lotte ambientaliste, anche le più radicali, se non contengono una progettualità alternativa per la fondazione di una società di liberi ed uguali, rispettosa della natura come ognuno del grembo della  propria madre.                       

                                                                                                                                       GARIN

 

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UNA VALUTAZIONE SUL PERCORSO DI LOTTA CONTRO LE MISSIONI MILITARI E LA GUERRA GLOBALE

 

 

Con le sinistre al governo, si può dire che si è aperta una nuova fase politica, sia per le minoranze politiche organizzate, sia per le masse del cosiddetto popolo di sinistra.

Non ci sono più grandi manifestazioni di massa contro le guerre, ne grandi manifestazioni di lavoratori contro il governo ecc. Questa realtà lascia spazio a una profonda riflessione sia sul passato che soprattutto sul futuro politico delle lotte e dell’emancipazione più in generale delle masse.

 

A seguito della partecipazione Italiana alla missione Unifil in Libano,  raggruppamenti di una sinistra non filo governativa, si fecero immediatamente  promotori di un “comitato per il ritiro delle truppe”e di una manifestazione per il 30 settembre a Roma .

La manifestazione riuscì nell’intento di iniziare un percorso politico di opposizione alle guerre e alle missioni, ma il popolo di sinistra e le grandi masse del passato non cerano, c’erano invece tante piccole e medie minoranze organizzate e limitati gruppi di giovani e qualche lavoratore.

Il 18 novembre a Roma si svolse una manifestazione organizzata dal Forum Palestina, con  il “comitato per il ritiro delle truppe”e quindi buona parte dei soggetti politici della manifestazione del 30 settembre a Roma in appoggio alla resistenza palestinese e alla lotta per “uno Stato per due popoli”..  Contemporaneamente lo stesso giorno a Milano il centro sinistra  manifestavano per la “pace “ sostenendo però l’intervento Italiano con l’ONU in Libano e la soluzione “2 popoli-2 Stati” per la Palestina.

Né una, né l’altra  manifestazione avevano coinvolto le masse: da una parte a Milano il tentativo di tenere in piedi una posizione genericamente “contro la guerra “ senza mettere in discussione il “governo amico” che aveva inviato le truppe in Libano, dall’altra a Roma il tentativo di dare continuità al 30 settembre collegandosi solo alla drammatica situazione Palestinese.

Nel frattempo a Vicenza  montava l’opposizione alla Base USA di Dal Molin, si apriva un percorso di iniziative e di collegamento con questa lotta di massa che aveva tutti i connotati di potersi legare all’opposizione al governo “amico” e quindi alle missioni, alla guerra e al militarismo in generale.

La manifestazione del 17 febbraio a Vicenza oltre a una grande partecipazione della popolazione locale, ha coinvolto una gran fetta del “movimento no War” apparentemente sopito nei mesi precedenti.

Vicenza oltre a determinare grossi problemi al governo Prodi, ha lasciato intravedere delle potenzialità nello sviluppo dell’opposizione alle guerre e alle missioni militari.

 

LA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DI ROMA DEL 17 MARZO

Questo purtroppo non è ancora avvenuto e non possiamo pensare che avvenga in un processo di meccanica determinazione: infatti la manifestazione di Roma del 17 marzo scorso pur confermando lo zoccolo duro dei partecipanti del 30 settembre, oltre che l’estemporanea massiccia partecipazione degli “Umanisti”e di qualche altra piccola realtà politica, non trova nuove forze per l’estensione del movimento contro le guerre.

 

 

Alcune riflessioni e un bilancio sono d’obbligo:

-Continua la frammentazione della sinistra “rivoluzionaria”: l’autoreferenzialità continua ad essere il modo di stare nel movimento reale, una sorta di idealismo in cui  ognuno vuole adattare la realtà alla propria idea o “strategia”, altro che materialismo dialettico!

Certo “senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario”! Ma la teoria non è il fine, essa è il mezzo per interpretare il movimento  reale, per cui se dovessimo giudicare la teoria in base a quanto collegamento c’è con la realtà, dovremmo dedurre che di teoria scientifica oggi c’è ben poco. Oggi manca quella base di accumulo teorico di conoscenza scientifica che impedisce il collegamento dei rivoluzionari col movimento reale.

-Non si può continuare a replicare manifestazioni nazionali a Roma,  trascurando un intervento politico, un lavoro e un radicamento nelle realtà sociali del territorio.

Mancano iniziative che coinvolgono l’attenzione e la sensibilità delle masse, manca la conoscenza e la propaganda dei legami e degli interessi dell’imperialismo italiano nel mondo e quindi nelle missioni.

 

IL COMITATO CITTADINO CONTRO LE MISSIONI MILITARI A TORINO

Fermo restante che è difficile essere  immuni da tutti i problemi teorici e politici che il movimento comunista in questa fase storica sta subendo, ci si può apprestare a dare un contributo nella lotta e nel movimento reale delle cose, coscienti dei  limiti esistenti, ma altrettanto coscienti di quanto lungo e difficile è il percorso storico di emancipazione dell’umanità: ma tutto questo  affascina,  dà passione e perseveranza.

A Torino da giugno 2006 il Circolo Internazionalista ha posto “l’opposizione alle guerre” come base fondamentale dell’intervento politico.

Quasi tutte le settimane in alcuni punti della città l’ iniziativa dei compagni del Circolo è diventata costante,  organizzando presidi,  mettendo insieme su iniziative comuni alcune realtà e soggettività politiche, cercando confronti teorici e politici in varie occasioni.

Si è posto il problema del collegamento con le masse sensibili alle brutture delle guerre e alle miserie della società capitalistica, come questione fondamentale.

E’ necessario continuare l’azione del comitato cittadino contro le missioni militari, anche se  spesso ci si scontra con altre impostazioni che sfiorano il settarismo autoreferenziale, il massimalismo inconcludente o l’inerzia politica.

A Torino il 24 marzo scorso si arriva  ad una più che riuscita manifestazione cittadina “contro la guerra globale, per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e da tutte le altre missioni, per un domani senza basi militari”.

La riuscita di questa manifestazione conferma che esistono ovunque energie  sensibili e disponibili a un impegno e a un percorso di lotta di opposizione alle guerre.

Si tratta di perseverare con passione e intelligenza,  fare ancora meglio, tenere insieme e sviluppare quelle forze e quelle energie che già oggi si esprimono, collegarsi a quelle non manifeste e latenti,  perchè siamo sicuri che prima o poi  le contraddizioni nel movimento reale le faranno emergere.

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RICCHEZZA E POVERTA’

 

AUMENTA LA RICCHEZZA, MA LA POVERTA’ NON DIMINUISCE

Sulla Stampa del 7/12/06 è stata pubblicata la stima  dell’ONU per il 2000 sulla ricchezza mondiale delle famiglie: il totale delle proprietà mobiliari (comprese le attività finanziarie) e immobiliari (case, terreni ecc.) ammonta a 125.000 miliardi di $, superiore di 3 volte il PIL mondiale .

Lo studio prosegue dicendo che questa ricchezza non è equamente distribuita : il 2% delle persone, le più  ricche, possiede il 50% della ricchezza totale (il 10% addirittura l’85%), mentre metà degli abitanti del pianeta, i più poveri, possiedono solo l’1% della ricchezza.

Merril Lynch, una delle più grandi banche d’affari del mondo, ha rilevato che dal 1996 al 2005 , in soli 10 anni, il numero delle persone con più di un milione di $ di patrimonio finanziario netto (quindi escluse le proprietà immobiliari) è aumentato da 4,5 a 8,7 milioni, per cui il totale della ricchezza finanziaria da questi posseduta  passa da 16.600 a 33.300 miliardi di $ (Sole 24 ore del 24/6/06).

L’Assemblea Generale dell’ONU del 2000 si era solennemente impegnata a dimezzare, entro il 2015, il numero delle persone che vivevano con meno di 1 $ al giorno, che erano 1,3 miliardi, più di 1/5 dell’umanità: nel 2005 la FAO (organismo dell’ONU che studia l’alimentazione mondiale), rilevava che erano ancora superiori al miliardo, che 852 milioni soffrivano la fame, di cui 170 milioni in Africa, 11 milioni di bambini all’anno morivano per malattie facilmente curabili , di cui 6 milioni per denutrizione .

Se si pensa che la spesa militare mondiale è di circa 1.000 miliardi di $ all’anno, solo questa spesa ripartita per questo miliardo di persone poverissime equivarrebbe a 1.000 $ in più all’anno per ognuno, cioè far  passare il loro reddito da 1 $  a  4 $ al giorno .

LE RISORSE CI SAREBBERO

Se l’attuale produzione di generi alimentari , secondo la FAO,  fosse distribuita secondo criteri razionali, ogni uomo potrebbe contare su almeno 2.100 Kcal . al giorno, sufficienti alla normale vita lavorativa, anche se si potrebbe produrre cibo per il doppio dell’attuale popolazione mondiale , poiché le aree incolte e le potenzialità scientifiche sono ancora enormi: queste però non vengono utilizzate per mancanza di “domanda”, anche se sarebbe meglio dire di “mercato”.

E allora perché le carestie, la fame ? Anuradha Mittal, direttrice esecutiva dell'Oakland Institute, negli Stati Uniti, si è occupata di studiare le cause della carestia che, nel 2005, ha devastato le popolazioni del Niger. “Alle radici della crisi, non ci fu la siccità ne tanto meno ci furono le cavallette, come tanti pensano – ha spiegato la ricercatrice -. Vi furono, invece, le sciagurate strategie di sviluppo, promosse nell’area dalla Banca Mondiale e da altri istituti internazionali”. Dati alla mano, scopriamo infatti che il 2005 non fu un’annata particolarmente malvagia, per i contadini locali: la produzione fu appena del 7,5% inferiore a quanto necessario per sostentare l’intera popolazione. “In parole povere, il cibo c’era – ha scritto la Mittal -. Nei campi, almeno. Ma non nei negozi”. E’ stato infatti calcolato che, nel 2005, acquistare un chilo di miglio nel Niger costasse più che acquistare un chilo di riso in un supermercato europeo. Perché tutto questo? E’ molto semplice. Secondo lo studio, gran parte del mercato agricolo locale si trova in mano a un ristretto numero di grandi proprietari. Questi ultimi, “ligi alle filosofie del libero mercato e ai dettami della Banca Mondiale”, a fine raccolto vendettero le derrate al miglior offerente: ovvero, agli stranieri. Così, la borghesia locale liquidò la produzione agricola: ci guadagnarono i proprietari, ci guadagnarono gli acquirenti. Ma si scatenò la carestia.

FAME CAPITALISTICA

“Questo è ciò che accadde in Niger – ha ammonito la Mittal -. Eppure, processi simili si stanno verificando, oggi, in tanti altri paesi del Mondo. L’apertura delle frontiere, la concorrenza su scala globale: tutto ciò sta pian piano falcidiando intere popolazioni. Nonostante il progresso, nonostante le nuove tecnologie. Penso al Messico, ad esempio: laggiù, la produzione cerealicola fece segnare

trend positivi per secoli e secoli. O, almeno, finché il paese non entrò nel NAFTA (North American Free Trade Agreement). A quel punto, i produttori locali non riuscirono più a tener testa alla concorrenza statunitense. Nel giro di pochi anni, ben un terzo del mercato cerealicolo messicano venne soppiantato dal “Made in Usa” e il prezzo del mais locale crollò di oltre il 70%. Le conseguenze, ovviamente, furono disastrose. Gli esempi potrebbero continuare”.

 

LA CONTRADDIZIONE E’ SEMPRE PIU’ EVIDENTE :

La potenzialità raggiunta dall’umanità e l’impossibilità a realizzarla a causa del freno costituito dalle leggi di mercato.

Davanti alle “leggi di mercato” la maggior parte della gente si sente impotente e frustrata, si rinchiude nel quotidiano, si butta nel consumismo (se può), annulla la sua ansia negli psicofarmaci e nelle droghe fin dall’adolescenza, ma i suicidi aumentano sia in Occidente che in Oriente; quando reagisce lo fa con una violenza generalizzata che si esprime in forme irrazionali, dal teppismo e vandalismo senza un’apparente senso, agli omicidi, di cui un terzo perpetuato in famiglia (superiori a quelli della criminalità) agli omicidi-suicidi .

Le contraddizioni producono anche bisogno di comunità, di coalizione, di mutuo soccorso e lotte sociali di difesa del relativo benessere raggiunto, che si esprime ora soprattutto contro l’inutilità e il danno di opere che il sistema vuole costruire,es. in Italia i vari TAV in Val di Susa, al Brennero, i rigasificatori ecc., fino ad arrivare alle basi militari, come quella di Vicenza, spacciati come  indispensabili per lo sviluppo economico per il bene dell’umanità (!),mentre appare sempre più evidente lo scopo di lucro e la speculazione dei grandi gruppi economici.

Anche nei paesi in via di sviluppo capitalistico ci sono già state forme di ribellione a distruzioni ambientali dovute a insediamenti industriali selvaggi ( es. in Cina) ,ma normalmente la lotta anticapitalistica e antimperialista che si sta svolgendo in America Latina, Medio Oriente, Africa di cui riportiamo in altri articoli del Bollettino,assume altre forme più radicali, anche se la strada verso la coscienza di una società migliore è per loro forse più difficile da individuare e da perseguire per i forti condizionamenti nazionalisti e religiosi, ma è comunque fondamentale seguirla ed appoggiarla nella sua componente popolare.

 

UN ALTRO MONDO E’ POSSIBILE

Il sistema capitalistico ha già sviluppato le forze della produzione mondiale sia alimentare che industriale  sufficienti per soddisfare i bisogni di tutta l’umanità.,ora produce solo più per realizzare un sempre più difficile profitto , fino a caratterizzarsi più come “distruttore” che come “creatore” di vera ricchezza  e  far diventare “normale”  milioni di morti per fame al giorno, scaricare tonnellate di bombe all’uranio impoverito su civili inermi, vedere torture e vessazioni e giovani kamikaze che si fanno saltare in aria.

Oggi la situazione è molto diversa di quella di inizio secolo Ventesimo. In prospettiva, il sistema capitalistico  non ha più molto da dare ai lavoratori, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, molte incertezze e speranze frustrate : storicamente ha fatto la sua parte, come prima lo schiavismo e il feudalesimo, e la storia dello sviluppo umano, per proseguire dovrà originare una società che già ora si vede possibile soprattutto qui in Occidente.

Merito di Marx averla individuata nel 1848 nel Manifesto dei Comunisti : una società in cui “il libero sviluppo di ciascuno sia condizione del libero sviluppo di tutti”in cui la produzione sia direttamente sociale e non finalizzata al profitto .

Ora questa esigenza è molto più chiara rispetto a  quanto poteva esserlo 160 anni fa : di conseguenza la forma di organizzazione dell’antagonismo al sistema è diversa, si espande dalla fabbrica alla società nel suo insieme: da una parte è più facile evidenziare i limiti del sistema, dall’altra è più difficile comunicare, bisogna rapportarsi in modo più esteso, non più solo tra i lavoratori dipendenti, ma anche tra i giovani, disoccupati, studenti, lavoratori “autonomi”, pensionati, ecc..  

 

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TUTTI D'ACCORDO SULLO SVILUPPO "INSOSTENIBILE" ?

“La contraddizione, tra questa potenza generale sociale alla quale si eleva il capitale e il potere privato del capitalista sulle condizioni sociali della produzione, si va facendo sempre più stridente e deve portare alla dissoluzione di questo rapporto ed alla trasformazione delle condizioni di produzione in condizioni di produzione sociali, comuni, generali. “                  (K.Marx)

UNA  VERITA’  SCOMODA :  per  chi  ?

Al Gore nel suo docu-film  An inconvenient truth” denuncia il degrado ambientale dovuto al cambiamento climatico indotto soprattutto dall’ ”impronta umana”: inquinamento, spreco energia, emissioni gas, ecc. Anche se un pubblicista di parte avversa ha rivelato che il miliardario ”progressista” Al Gore per la sua megavilla ha un consumo energetico pari ad un “american condominium” , l’allarme è assolutamente giustificato.

Un rapporto ONU, istituzione in genere prudente nelle sue esternazioni, non solo ha confermato questo degrado ma ha sollecitato una riduzione immediata dei gas nocivi. Il rapporto elenca una serie di eventi apocalittici: milioni di persone senza acqua, habitat naturali sconvolti, innalzamento del livello dei mari. Non si approfondisce qui la disparità dei consumi pro capite fra gli attuali 6.4 miliardi di abitanti del pianeta e della mortalità per fame se non per citare lo studio (università di Standford e California) secondo il quale la Terra può fornire nutrimento e risorse rinnovabili (a livello di consumi occidentale ) per un massimo di 2 miliardi di persone. Non si approfondisce neppure che l’anarchia della globalizzazione (si legga contesa imperialista mondiale) non può che portare ad un collasso della nostra società (studio F.Tainter 1990). Esso non si riferiva tanto alle catastrofi “naturali” come tsunami, uragani, ma piuttosto ai risvolti economico-sociali. Non possiamo, come esempio recente, dimenticare l’epilogo dell’uragano Katrina a New Orleans: la ghettizzazione delle classi subalterne, la speculazione nella ricostruzione edilizia e nei grandi lavori a difesa del territorio (quasi inesistenti da parte pubblica prima del disastro) sempre affidati a grosse Company collegate  alla lobby industrial-finanziaria-politica oggi al potere negli USA.

Lo studio citato escludeva dunque la idilliaca pacificante visione NEW AGE per far invece intravedere un ecofascismo che con l’ausilio di controlli e disciplinamenti sociali molto stretti (la campagna di security ) invera e potenzia nelle metropoli imperialiste del terzo millennio la struttura del Panopticon di Bentham così ben descritta da Foucault in “Sorvegliare e punire “.

Al modello novecentesco del capitalismo che sinora si poggiava, con l’American way of life (il miraggio per le masse miserabili del Terzo Mondo), al consumismo, mancano oggi le basi materiali. La società “ad una dimensione” (come l’ha definita  Herbert Marcuse) che produce beni di consumo ma anche…i bisogni che queste merci dovrebbero soddisfare, è al capolinea. Deve oggi disciplinare la generalizzazione del processo e poiché l’arma più potente nelle mani del capitalismo oppressore è la mente, manipolata, dell’oppresso (produttore-consumatore) occorre dare una regolata, un forte in-put di ridimensionamento. Se ne deriva che  non si deve più nascondere ma semmai spettacolarizzare i disastri prossimi venturi come fece la chiesa del primo millennio tuonando sulla fine del mondo ove non si fosse ricorso alla penitenza salvifica: penitentiagite !

LO SCONTRO SULL’ACQUA, SULL’AGROCOMBUSTIBILE  E SUL PETROLIO

Questo sistema crede peraltro che l’alternativa secca SOCIALISMO O BARBARIE sia stata sconfitta per sempre, ma i marxisti sono ancora qui  a dare  dimensione materialista e universale ai fenomeni storici. Evidenziano, per l’appunto, in una zona  attuale dello scontro imperialista, il Medio Oriente, l’aspetto materiale scatenante della carenza dell’acqua. Nel 1967  la guerra dei 6 giorni e nel 1973, quella del Kippur, fra Israele e gli stati arabi della regione, furono determinate dai fattori strategici del controllo di tale “materia prima” dalle alture del Golan alla  Galilea e al fiume Giordano. Nel 1970 con la diga di Assuan l’Egitto entrò in conflitto con il Sudan per le acque del Nilo ed altrettanto nel 1973 la diga  Ataturk   marcò, ed ancora segna, un conflitto con Siria ed Iraq del rampante subimperialismo turco.

Se analizziamo in chiave marxista la produzione di agrocombustibile dal mais (ma anche da soia, girasole, palma, ecc) vediamo che per ridurre la dipendenza energetica dal petrolio si riduce  la superficie agraria per l’alimentazione, alzandone i costi per le economie locali. In Messico la tortilla, piatto base dell’alimentazione popolare, è cresciuta del 40% : il capitalismo ricava profitto più dall’alimentare le auto che gli uomini…E soprattutto non chiamiamo più questa benzina “biocarburante”, biologica sì quanto può essere un cancro…

Venendo alla Nigeria: i media hanno tanto parlato del rapimento di due italiani (e un libanese) ad opera del MEND, movimento per l’emancipazione del delta del Niger. Nessuno ha evidenziato come l’imperialismo italiano (AGIP-ENI) ha colà distrutto l’ambiente di una intera regione senza nessun beneficio per la popolazione locale se non un inquinamento generalizzato e mortale: solo alla borghesia nigeriana  compradora di Lagos  vanno le royalties.

Iracheni e altri “liberatori” in concorrenza permettendo, l’ENI a Nassirja aveva in progetto la stessa cosa.

Di un'altra Company, egemone nel settore energia, come la EXXON-MOBIL, ricordiamo che fra il 1998 e il 2005 ha finanziato con 16 milioni di $ una rete di media, team universitari, per seminare dubbi sulla effettiva portata ed origine del riscaldamento globale.

 Ma, dopo il rapporto ONU,  l’investimento FIAT in Bengala, una coproduzione con la TATA Motors per la costruzione di auto low-cost per il mercato indiano, che prevede la cacciata dalle loro terre di 14mila contadini, fallirà? E’, a dir poco, improbabile. I meccanismi di fondo proseguiranno poiché l’economia mondiale capitalista soffre già del sotto utilizzo di fattori produttivi, ma anche  di sovrapproduzione, di  caduta tendenziale del tasso di profitto. La crisi (anche quella ambientale) deve essere un passaggio salutare, salvifico delle costanti del sistema !

ECOLOGIA PER AUMENTARE LO SFRUTTAMENTO

Ma allora perché i media stano creando del clima un nuovo MITO  come quello dell’ 11/9 ?Anche allora il nemico da combattere era la crisi economica, a partire dagli USA, non il terrorismo! Le TWIN TOWERS , le guerre umanitarie e per la democrazia…, non sono riuscite a nascondere il reale scopo di predazione di materie prime, mercati, zone di influenza, e neppure la veloce e infame polarizzazione sociale.  Non basterebbero oggi i patetici appelli all’austerity di Berlinguer nell’Italia degli anni 80, per le classi subalterne delle metropoli imperialiste dell’occidente, occorre costruire mediaticamente un motivo, un “senso” superiore alla riduzione coatta dei consumi.

E’ dunque più che certo che il disastro ambientale  è reale, ma potrà mutare di segno sociale, a favore dei lavoratori, dei ceti popolari, il modo di produrre del sistema ? No, anzi i costi di questa riconversione ecologica ricadranno, come sempre e prevalentemente, sulle classi subalterne. Il consumo verrà, per così dire, tassato della emergenza ecologica, come ogni tassa indiretta sarà antipopolare, dunque vessatoria e truffaldina  “comme il faut”.

Si tassano le auto inquinanti, se ne limita la circolazione, si favorisce la rottamazione e… l’acquisto di nuovi autoveicoli. L’acqua, sinora bene comune e distribuita da strutture pubbliche, viene privatizzata alle fonti e alla distribuzione. Due esempi presi dal contesto italiano: riduzione ”virtuosa” dei consumi  ma lievitazione dei profitti e smagrimento dei salari da lavoro e sociali.

Andando alla conclusione di questo ragionare: l’emergenza ambientale è reale, la crisi economica politica  del sistema capitalista lo è altrettanto. La tecnologia per il controllo ed il disciplinamento sociale consentono però la costruzione di un universo di senso che per il capitale possa consentire, da un lato il rallentamento dell’emergenza ambientale, dall’altro un rinnovato ciclo economico. Uno sviluppo ad esempio dell’industria “ecologica” (inceneritori, impianti rinnovabili per l’energia, agrocombustibili) ma anche del nucleare e soprattutto la privatizzazione, quasi totale, del settore pubblico e dei beni comuni (acque, demanio, sanità, scuola, esercito e polizia, carceri). Si veda in questa fase come parte del capitale finanziario investito a livello di assicurazioni (in grave crisi per i disastri “naturali”) si stia differenziando in prodotti finanziari “innovativi” di maggior speculazione (i fondi pensione sostitutivi del TFR, esempio lampante di complicità sistemica fra imprenditori, sindacati e governo).

Una verità scomoda dunque: il capitalismo in Occidente sta cercando di limitare l’anarchia suicida della produzione con una parziale e contraddittoria pianificazione i cui costi non possono che ricadere sulle classi subalterne. Qui da noi , ma in particolare sulla pelle del  proletariato , merce–lavoro “low cost”, nelle economie in crescita dell’Oriente.Come comunisti possiamo superare la sconfitta epocale se, da questa attuale crisi del sistema, sappiamo ricavare, costruire la leva politico-culturale per indicare e lottare per il socialismo, unico approdo per la sopravvivenza degli uomini e delle donne di questo pianeta.   (GARIN)

 

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DIBATTITO SUL PARTITO – un contributo da La Spezia

Riportiamo buona parte del contributo di un compagno di La Spezia  “ alla discussione sul partito”senza compromettere il senso politico del suo contenuto.

 

1. LA QUESTIONE DEL PARTITO

In relazione alla questione del Partito, fate giustamente riferimento a cosa divenne dopo l’Ottobre del ’17, ovviamente per il concorrere di diverse cause. Ho apprezzato anche il riferimento che avete fatto agli studi susseguitisi “per tutto il ‘900, sull’autoritarismo e sul carattere conservativo delle organizzazioni verticistiche”, fino a spingervi a chiedere se non vi possano essere “strumenti più adeguati allo scopo” di quanto non sia la riproposizione del modello bolscevico. L’unico appunto che  faccio su questo passaggio è che, a mio parere, occorre tenere conto della natura di classe di questi “studi” cui vi riferite, che può non sempre essere la nostra, quella a cui ci riferiamo.

Mi pare, invece di scoprire una “caduta” nell’ultimo punto, non tanto laddove individuate “la tendenza ad un rifiuto della delega e ad un ridimensionamento degli organismi partitici”, quanto negli esempi che portate, non sempre qualitativamente all’altezza del resto del discorso.

In realtà, quando parlate degli “organismi partitici di tutti i tipi”, mi sento di dire, con sufficiente certezza, che non centrate il punto: non ci interessa quale sia il migliore strumento oggi in astratto, e cioè per la borghesia, ma quale sia, invece, per il proletariato! Tanto per cominciare, mi sembra debba essere questo il vero punto della discussione (che altrimenti non mi interesserebbe!).

Innanzi tutto direi, e penso che su questo ci potremmo trovare d’accordo immediatamente, che la forma-partito precedente, cioè quella con correnti al proprio interno e che coesisteva con altri partiti e/o forze diverse nel perseguire l’obiettivo rivoluzionario, si è dimostrata nei fatti idonea a conseguire un risultato quale quello dell’Ottobre ’17. In quell’epoca storica, e nelle condizioni della Russia di allora (giovane capitalismo) una forma-partito, che definirei “pluralista rivoluzionaria”, ha ottenuto una affermazione storica rispetto agli obiettivi che si era data.

Per vari motivi, come dite giustamente, quel tipo di partito cambiò, fino a diventare poi, nelle mani di Stalin, strumento della “controrivoluzione borghese”. Mi pare altrettanto chiaro, perciò, che la struttura del Partito bolscevico non fu oggettivamente in grado di impedire il prevalere al suo interno di una linea politica come quella di Stalin, ma anzi erano state fatte scelte, anche organizzative, che costituirono poi le premesse per il dispiegarsi della “controrivoluzione”. Si potrebbe obiettare che appare difficile distinguere il limite preciso tra i mutamenti strutturali nel Partito e quelle che furono scelte che avrebbero potuto essere evitabili, quindi diverse. Mi pare certo, però, che se la linea di Stalin non avesse più molto a che vedere con la linea bolscevica pre-rivoluzione, è fuor di dubbio che anche il Partito, che consentiva il prevalere di tale linea, si era perlomeno allontanato dal suo modello iniziale, e che tale allontanamento non era avvenuto con uno sconvolgimento interno di tipo traumatico. Mi appare lecito, perciò, ritenere che una qualche premessa della successiva involuzione fosse già nella primitiva forma-partito. Senza con questo disconoscere di certo l’obiettivo storico raggiunto da tale forma organizzativa!

Mi pare importante qui aggiungere che mai più nella Storia la forma-partito è riuscita, salvo smentita, a raggiungere obiettivo pari a quello dell’Ottobre, sia come portata che come contenuti.

Un elemento altrettanto importante, che mi sento di aggiungere, è che, a mio parere, la Storia ha dimostrato due fatti. Il primo è che lo strumento organizzativo è indispensabile per un cambiamento rivoluzionario. Di tale dato di fatto se ne stanno accorgendo anche gli anarchici più seri! Il secondo è che è il tipo di strumento che si sceglie a condizionare gli obiettivi. Cioè, in altre parole, se non si possiede uno strumento idoneo, non si raggiungono i fini che ci si prefigge, aldilà della volontà.

Le “lotte sociali” parziali, cui vi riferite nell’articolo, non puntano certo oggettivamente a fuoriuscire dal sistema capitalistico (o sbaglio?), ma ad obiettivi parziali, per lo più ottenibili all’interno di questo sistema, aldilà delle eventuali intenzioni dei protagonisti. In questo senso, il “ridimensionamento” o l’inutilità di organismi partitici per tali lotte non dimostra niente rispetto alla necessità o meno della forma-partito oggi per un cambiamento rivoluzionario.

Dobbiamo, perciò, rifarci prevalentemente agli insegnamenti provenienti dall’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre ed ai successivi processi innestati. Le presunte insufficienze della forma-partito risalgono tutte alla sua inadeguatezza, verificatasi storicamente, a fronteggiare il capitalismo, in quanto coadiuvato dai processi involutivi in atto in Unione Sovietica fino da poco dopo la vittoriosa battaglia dell’Ottobre. Oggi si tratta di costruire uno strumento adatto a fronteggiare una situazione più ampia e complessa di allora: occorre uno strumento forse diverso e, sicuramente, migliore!…ma che certamente contenga alcuni efficaci caratteri di fondo del Partito “pluralista rivoluzionario”.

In questo senso, la prima necessità che si pone di fronte a noi è la ricostruzione di una Internazionale comunista, assolutamente non verticista, che funga da “centro motore” aterritoriale in senso rivoluzionario, ed al cui interno abbiano “cittadinanza” paritaria tutte le realtà comuniste che si muovono nel mondo sul terreno dell’indipendenza di classe e della contrapposizione ad ogni imperialismo. Per sintetizzare.

Non basta. Nei Paesi imperialisti, a mio parere, oggi occorrono organizzazioni comuniste di tipo non partitico, che pratichino la democrazia diretta già al loro interno e con livelli organizzativi saldi e forti: non si tratta, cioè, di avere “meno disciplina”, ma di individuare la fonte della disciplina stessa. Resta un discorso lungo, che non mi sembra qui il caso di proseguire.

Possono, al tempo stesso, esistere, per il mondo, ed, eventualmente, anche negli stessi Paesi imperialisti, organizzazioni di tipo partitico, che sperimentino la propria realtà in relazione ai propri obiettivi, nell’ottica di un pluralismo rivoluzionario ante-’17.

Il confronto è aperto, ma sul piano delle concretezze!

 

2. LA QUESTIONE DELLA LOTTA POLITICA

In relazione alla questione della lotta politica ho letto diverse argomentazioni che mi paiono fra loro contraddittorie.

In un primo momento criticate l’importanza data “al lavoro di radicamento organizzativo del partito”, che mi pare, invece, fondamentale, anche se non esclusivo. Qualcosa in più mi pare di capire quando sostenete una verità lapalissiana, e cioè che “la lotta politica rivoluzionaria non può essere semplice lotta per avere più lettori, sostenitori, diffusori di un giornale…”, anche se poi dite che “una vera opposizione all’imperialismo europeo significa unire, sostenere e spingere avanti tutte (grassetto mio, n.d.r.) le lotte che animano il tessuto sociale dei nostri territori”.

Ci sono però organizzazioni che si rifanno al comunismo, che non partecipano ad alcuna lotta sociale, avendo un atteggiamento aristocratico ed inconcludente! E’ altrettanto vero, però, che non tutte le lotte che più o meno si muovono nel sociale debbano assolutamente vedere l’impegno dei rivoluzionari,…se non altro per economizzare le forze!!…Si tratta di individuare senza dubbio le lotte che possono comportare un effettivo arretramento di tutto lo schieramento borghese, e poi quelle lotte in cui è più facile evidenziare ai proletari quale sia l’interesse di classe: sarebbe imperdonabile una qualsiasi organizzazione che disperdesse le energie dei già pochi compagni in ogni “lotta” che emerge dal territorio!…

Segue poi una lode dei “sindacati di base”, in cui si troverebbero “per lo più” quei lavoratori  che fanno lotta sindacale in modo più conseguente (anche se non è chiaro se attribuite loro perfino maggiore coscienza di combattere l’imperialismo…). Mi sembrano argomentazioni che idealizzano il “sindacalismo di base”, senza partire da una effettiva conoscenza in prima persona di tali organismi; o sbaglio? Se è vero (e lo è) che c’è chi all’interno dei sindacati confederali spesso partecipa “alla spartizione dei posti”, è altrettanto vero che non è certo quello l’unico modo per stare in essi, in particolare in CGIL! Personalmente non faccio certo una religione dello stare nei confederali, ma va valutato molto bene anche se sia il caso di stare nei “sindacati di base” (fra cui ve n’è anche qualcuno malato di settarismo…): sono le condizioni, in definitiva, a determinare queste scelte, che sono scelte organizzative, e non individuali!!

Non partecipando, alle lotte si preclude il rapporto con quei settori giovanili che, invece, vi partecipano, mentre potrebbero essere settori riportabili ad un impegno classista. E’ di certo una eventualità da non scartare, ma mi fa un po’ paura la vostra successiva affermazione circa la evitabilità delle guerre mondiali…Non vorrei, cioè, che fra di voi fosse passato il concetto che lottare contro le guerre significhi avere fiducia di riuscire, stanti questi rapporti di classe, ad impedirle: le guerre sono momenti dello scontro interimperialista, come lo sono le Conferenze di pace!

L’unico modo storicamente vincente per impedire una guerra è stato la sua trasformazione in lotta di classe per il potere del proletariato: per fare questo occorrono forze di classe organizzate, forgiate (certamente) nello scontro di classe quotidiano, al fianco dei lavoratori per la tutela dei loro interessi immediati e storici. In questo senso è ovvia, quanto necessaria, la partecipazione a lotte “su obiettivi politici concreti”, in primo luogo a quelle sostenute dai lavoratori. Detto questo, però, non può di certo essere messa in secondo piano la necessità della costruzione di uno strumento rivoluzionario rispetto alla “partecipazione alle lotte”, magari con la scusa che si oppongono a “manifestazioni concrete dell’imperialismo”, …pena il cadere in un altrettanto inconcludente movimentismo!…

La soluzione la vedo nel partecipare in modo organizzato (e cioè secondo le indicazioni che ci si è costruiti nell’organizzazione in cui si milita, con quanto tale militanza comporta, anche in lavoro interno) alle lotte di lavoratori, pensionati e ceti deboli.

GIORGIO    (SP)

   alter_classe@yahoo.it

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DIBATTITO SULL’IMPERIALIMO

 L’IMPERIALISMO: FASE DEL MODERNO CAPITALISMO

 

Una delle questioni più dibattute sull’imperialismo è riferita alla funzione dominante che hanno alcuni paesi sul resto del mondo. Prima di vedere i problema nella sua specificità, mettiamo brevemente in chiaro, quali furono i caratteri dell’evoluzione del capitalismo che maggiormente contribuirono a connotarlo come fase imperialista.   Essi si possono riassumere in un’accelerazione dello sviluppo della concentrazione e della centralizzazione del capitale, causata dalla necessità di far fronte agli effetti della concorrenza sulla base del libero scambio.

Ciò portò alla costituzione di trust e monopoli in interi rami produttivi, prima a livello di singole nazioni e poi con sempre maggior vigore  anche in campo sovranazionale. In questo processo, le banche (per il loro specifico ruolo nella raccolta di capitali monetari) assunsero funzione decisiva.

Banche e grande industria divennero presto la base per la formazione di una vera e propria oligarchia finanziaria. Su questo terreno si sviluppò enormemente il sistema del credito, e, con l‘aumento smisurato della accumulazione, l’esportazione di capitali.

Tale esportazione è in buona misura collegata all’investimento diretto ed è sostitutivo dell’investimento in patria, quando nel proprio settore trova difficoltà per la caduta dei livelli di profitto.

Lo stesso alto livello di accumulazione crea parallelamente una massa  di profitti che si rende disponibile per l’investimento e che, non trovando però immediata collocazione nei medesimi settori neppure a livello internazionale,  si indirizza attraverso i canali dell’intermediazione finanziaria verso settori diversi più profittevoli.

In questa ricerca del profitto il capitale (come anche le merci) trova maggiore collocazione negli stessi paesi avanzati (questo è anche il motivo della loro reciproca dipendenza), in quanto è lo stesso sviluppo capitalistico a garantir la propria riproduzione,(1) mentre solo in parte nuove aree entrano con relativa lentezza in contrasto con le vecchie potenze in questo sviluppo (si pensi agli ostacoli che la Cina ha dovuto superare nell’ultimo secolo).

Gli investimenti esteri nei paesi “arretrati” sono invece maggiormente indirizzati verso l’accaparramento delle materie prime mentre si cerca di impedire con ogni mezzo  l’emergere di nuovi concorrenti(2). Le classi dominanti di questi paesi sono in generale legate al sistema imperialistico e quindi complici delle potenze, per il loro interesse immediato, nel mantenere il  “sottosviluppo”.

È vero che gli investimenti esteri, in questi paesi possono realizzare un saggio di profitto più elevato, ma soltanto per una massa assai più limitata in confronto ai paesi avanzati dove c’è più sviluppo complessivo: per questo motivo, quando lo sviluppo ciclico del capitalismo raggiunge il suo punto critico, l’investimento in queste aree non è sufficiente a impedire le crisi.

Invece, ci possono essere elementi contraddittori che da un lato tendono ad accelerarla, come l’accentuarsi della concorrenza dovuta alla comparsa di nuovi produttori (soprattutto asiatici), dall’altro l’utilizzo del credito per il sostegno finanziario (per esempio degli USA), da parte delle altre maggiori potenze.

Sicuramente questi aspetti dell’evoluzione del capitalismo nell’epoca attuale, andrebbero approfonditi, senza però la pretesa di scoprire in essi la soluzione “strategica”.

CONSIDERAZION STORICHE SULL’IMPERIALISMO 

Inquadrando il problema dell’evoluzione imperialistica dal punto di vista storico possiamo prendere come esempio la Russia: durante la prima guerra mondiale l’impero zarista veniva ritenuto già una potenza imperialistica perché considerato il “baluardo della reazione”, la “prigione dei popoli” per il fatto di essere una potenza territoriale e demografica (22 milioni di km quadrati di cui 17 “dominati”), con uno stato fortemente centralizzato. Dal punto di vista economico era la più arretrata (rispetto a Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Germania e Giappone), “dove il più recente capitalismo imperialista è, per così dire, avviluppato da una fitta rete di rapporti precapitalistici”(Lenin, L’imperialismo, 1917), non possedeva nessuna forza rilevante dal punto di vista industriale e finanziario, sicuramente più arretrata, per esempio, rispetto alla Cina di oggi.

Quello che ne faceva una potenza imperialistica era la sua condizione oggettiva di potenza inserita nel vortice  dell’evoluzione imperialistica dell’epoca.

LA SPARTIZIONE IMPERIALISTA             

In ogni caso, è sulla base della potenza finanziaria, all’incirca agli inizi del XX secolo, che si compie  la spartizione in sfere di influenze di tutto il pianeta. Il concetto di imperialismo è quindi riferito ad un fase evolutiva del capitalismo in alcune aree, e ciò finisce per influire sulle vicende economiche, politiche e sociali in tutti i paese, dato i rapporti di forza che si vennero a determinare tra le potenze e, tra queste e le restanti aree.

Del resto una potenza diventa imperialista sulla base dell’anarchia della produzione: alcuni caratteri tipici della fase imperialista li si può riscontrare anche in paesi che comunemente non vengono definiti come tali.

Non si può, quindi concettualmente catalogare, in modo netto, da una parte paesi dominanti e dall’altra paesi dominati, anche se sicuramente alcuni paesi risultano pienamente imperialistici e altri non lo sono per niente.

EVOLUZIONE E INVOLUZIONE NEL CARATTERE IMPERIALISTICO DELLE POTENZE

Nell’evoluzione delle potenze non si possono scartare processi involutivi tali che possono annullare in parte o in toto per un certo tempo le caratteristiche imperialistiche : per ora non ci è consentito osservarne il tramonto definitivo di singole potenze imperialistiche o più potenze, nell’epoca moderna .

Il caso esemplare della Germania che a causa della sua profonda sconfitta nel secondo conflitto mondiale, perse provvisoriamente anche i suoi caratteri di potenza imperialistica e da dominatrice divenne dominata, semidistrutta, divisa e spartita in sfere d’influenze, con  tanto di truppe e capitale straniero nel suo territorio. Il discorso, se pur con le dovute differenze valse anche per il Giappone e l’Italia.

Se ridiventarono in seguito di nuovo imperialistiche fu dovuto alla necessità impellente del capitale di valorizzarsi, trovando in questi paesi il più naturale terreno; un proletariato e un apparato industriale, anche se danneggiato, pronto per la ripresa di un nuovo ciclo capitalistico

CINA POTENZA IMPERIALISTA  ?

Sulla scorta di quanto abbiamo detto, la Cina, vista dal lato del  reddito procapite e dell’enorme massa dei contadini, appare un paese arretrato. Se invece si osservano altri fattori, come il livello di concentrazione di  settori determinanti, sviluppo e tecnica nell’industria, essa appare un paese assai sviluppato. Le ingenti risorse monetarie, i consistenti investimenti in decine di paesi, e non ultimo il possesso di una enorme massa di buoni del tesoro americani, che secondo alcune fonti ammonterebbero a circa  800MD$, lo collocano tra le potenze finanziarie.

Siamo inoltre in presenza di una potenza territoriale e demografica con uno stato fortemente centralizzato e una forza militare non indifferente. Ormai esporta merci a livello di una potenza giapponese, e sicuramente più della Francia e dell’Italia.

L‘investimento estero cinese è soprattutto teso ad accaparrarsi le fonti di materie prime ed energetiche, e a realizzare accordi tesi ad assicurarsi il flusso dl proprio commercio estero.   

Tale politica economica però è proprio caratteristica  delle potenze imperialistiche. Naturalmente anche l’investimento delle altre potenze in Cina non è indifferente; ma come abbiamo già visto, questa interdipendenza finanziaria è un’altra importante componente del sistema imperialista.

ITALIA COLONIA AMERICANA ?

Nell’evoluzione attuale del capitalismo, un altro aspetto di cui occorre tener presente è il fatto che, all’interno del gruppo di paesi da tempo riconosciuti come essere imperialistici, esiste una situazione di ordine gerarchico, dipendente da rapporti di forza oggettivi.

Un paese come l’Italia naturalmente si trova in condizione di “inferiorità” rispetto agli USA  poiché la sua forza economica (e non soltanto) è dieci volte più piccola di quella statunitense. Al contempo, per esempio, la forza economica ad esempio, dell’Iran  è a sua volta più piccola anche qui di dieci volte rispetto alla potenza italiana.(3).

A parte altre considerazioni, sul grado di concentrazione della economia o il possesso monopolistico di materie prime, ecc., è logico considerare il proprio grado di autonomia dipendente da questi reali rapporti di forza.

Da ciò si può dedurre anche che l’Italia si possa imporre su un paese come l’Iran e al contempo essere, per certi versi, subordinata agli USA, all’interno però di alleanze imperialistiche come Europa, Nato ecc..

Note

(1)   Ciò non  vuole per nulla togliere importanza, nell’avvento del capitalismo, all’accumulazione primitiva e al fatto che dietro a tale forma di produzione ci siano interessi egoistici o comunque di classi sociali che per raggiungere i loro scopi utilizzano ogni sorta di strumenti, dalla corruzione al parassitismo, all’asservimento, al genocidio ecc.

(2)   Tutta una serie di aree, che erano già avviate verso un certo sviluppo capitalistico (come i paesi dell’est europeo), ne risultano frenati dalla spartizione conseguente alla seconda guerra mondiale. Stessa cosa si può dire per molte zone dell’America Latina, per i Balcani (vedi lo smembramento della Yugoslavia), per finire col caso dell’Iraq.

(3)   Qui si fa riferimento solo all’aspetto dei rapporti di forza nella lotta tra gli stati capitalistici in cui hanno grande importanza le questioni economiche. Diverso  il piano della lotta tra capitalismo e classi subalterne, dove per queste ultime possono essere più importanti la forza sociale, dove coesione numerica fattore soggettivo e coscienza hanno invece grande rilevanza nel determinare rapporti di forza.

 

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RIFLESSIONI SULLA LOTTA ARMATA:

LE CORRENTI OPERAISTE E LA VIOLENZA

 

in margine al film-intervista con Prospero Gallinari proiettato al CSOA Askatasuna di Torino il 24 marzo (con intervento della sua compagna Geraldina Colotti).

 

E’ in circolazione un interessante filmato nel corso del quale Gallinari, elemento di spicco delle BR, rievoca le vicende e le concezioni teoriche della lotta armata degli anni 70. Nel corso dell’intervista dichiara apertamente che il lottarmatismo fu una variante del terzomondismo diffuso all’epoca, teoria che si fondava su due assunti: a) che le lotte di liberazione del mondo sottosviluppato fossero più significative rispetto a quelle delle aree a capitale sviluppato, e che quindi solo esse potevano dare origine a reali processi rivoluzionari. b) che l’uso delle armi in tali lotte fosse necessario e per questo era pure necessario costituire un partito armato e militarizzato. Ciò costituiva un recupero del leninismo in chiave terzomondista, ed è anche quanto avviene attualmente nell’ambiente dell’opposizione alla guerra. E’ utile quindi rivisitare tali concezioni e le critiche che vennero loro rivolte all’epoca.

 

RIFIUTO DEL TERZOMONDISMO

Negli anni ‘70 la guerra del Vietnam, la rivoluzione cubana (guevarismo) e quella cinese (maoismo e la Lunga Marcia) e la stasi delle lotte nelle aree sviluppate nel nord del mondo derivante dalla guerra fredda e dal bipolarismo, che non potevano permettere cambiamenti di schieramento in Europa, costituivano i fattori avevano dato origine nella sinistra a un forte movimento di appoggio a tali lotte, il terzomondismo. Negli Stati Uniti esso tentava di collegarsi con le lotte di emancipazione dei neri e con l’opposizione alla guerra in Vietnam, mentre in Europa diede luogo, soprattutto nei gruppi neoleninisti, ad una teoria della lotta armata che patrocinava la trasposizione immediata del modello della guerriglia dalle zone tropicali e sottosviluppate alle aree sviluppate del capitalismo avanzato (la giungla metropolitana). Così la forma della lotta (azioni di piccole formazioni mimetizzate in un ambiente selvaggio, e appoggiate dalla popolazione), veniva scissa dalle condizioni sociali e dagli obbiettivi. Essi erano quelli di paesi coloniali e semifeudali, ancora in una fase di transizione da una economia agricola a una industriale, dove problema principale era l’indipendenza politica e/o economica nazionale e la riforma agraria, e connessi alla formazione di una capitale e una borghesia nazionali.

Al terzomondismo si opponevano le correnti operaiste, il che significava il rifiuto della lotta armata e d’elite in favore della lotta illegale e di massa nelle fabbriche.

 

L’ESPERIENZA DEI CONSIGLI OPERAI

Le correnti operaiste si rifacevano all’esperienza dei consigli operai, cioè ai soviet della Russia rivoluzionaria nella forma precedente alla loro bolscevizzazione, agli arbeiter-rat della rivoluzione tedesca, ai consigli di fabbrica a Torino, alle comuni spagnole nel corso della guerra civile, fino alla loro ultima manifestazione nella rivolta ungherese del 1956.

Tali lotte presentano caratteristiche costanti: l’occupazione e presa di possesso del luogo di lavoro, atto che nega il principio della proprietà borghese ed espelle il capitale dal controllo del processo di produzione; il passaggio immediato alla gestione autonoma e collettiva della produzione; infine il collegamento con situazioni analoghe ed estensione della loro sfera di attività alla società nella sua totalità, allo scopo di non lasciare nulla al di fuori del controllo dei lavoratori (autogestione generalizzata della produzione e del consumo).

In seguito a tale presa del potere sulla vita sociale si verifica che:

  -  il potere del capitale e dello stato si dissolve (esperienza del maggio in Francia, dove per un mese si è avuta una totale sospensione del lavoro e una parziale occupazione e simultanea eclisse del capitale e dello stato).

  - il partito di quadri come strumento essenziale per l’avviamento di un processo rivoluzionario appare in realtà una condizione non necessaria, anzi il partito ad un certo punto diviene un ostacolo (nel maggio francese partiti e sindacati della sinistra istituzionale, nonché il PCUS, si schierarono tra gli oppositori  più intransigenti del movimento).

 

SUPERAMENTO DELL’OPERAISMO

In un modo di produzione sempre più fondato sulla conoscenza e sui servizi, dove il lavoro diretto diviene marginale e il macchinismo come automazione preponderante, il capitale si rivela sempre più inadeguato, ma così anche le vecchie forme di organizzazione del movimento dei lavoratori. Quindi non solo il partito d’èlite, ma anche il consiliarismo storico, che non può più definirsi operaio. Quindi si può constatare che:

  - è il capitale stesso a mutare il contenuto del lavoro, che da manuale, ripetitivo e alienante in sé diviene sempre più intellettuale, qualificato e a misura d’uomo. Il capitale al tempo stesso ostacola questa trasformazione, che mette in crisi il suo controllo sul lavoro stesso

  - il vero contenuto del consiliarismo è l’autogestione, cioè il superamento della divisione del lavoro, a cominciare dalla cesura principale, quella tra lavoro di direzione e di esecuzione.

  - i contenuti delle lotte non sono più l’affermazione del lavoro come base per una società comunista,  ma la critica e il superamento del lavoro in favore della libera attività creativa e la riduzione al minimo del lavoro necessario (negli anni ‘70 questo era il contenuto delle lotte degli studenti e dei tecnici, per questo più significative di quelle operaie, che volevano affermare un lavoro ormai dequalificato).

 

LA VIOLENZA

Poiché una società complessa non può essere gestita con uno stato di polizia, nelle lotte dei paesi sviluppati la violenza ha carattere sempre più simbolico, mentre queste assumono l’aspetto dell’illegalità (nel maggio francese non si andò oltre agli scontri di strada, mentre De Gaulle non osò mobilitare l’esercito temendo per la sua tenuta politica, e si rivolse alle truppe d’occupazione in Germania, più fidate. Il movimento non fu sconfitto dalla repressione, ma dal tradimento del PCF e dei sindacati, CGT in testa, che impedirono ogni contatto con i lavoratori che occupavano le fabbriche e gli studenti, e dalle elezioni). Se ciò non accade, in quanto lo sviluppo non ha ancora posto le condizioni, lo scontro di classe implica l’uso delle armi. Di qui nasce l’esigenza del partito gerarchico perchè militarizzato.

 

Valerio Bertello

 

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25 APRILE A TORINO

 

A Torino il 25 aprile 2007, 62° anniversario della liberazione dal nazifascismo (insurrezione di Milano), è stato celebrato in vario modo.

La sera del 24 si è svolta la consueta fiaccolata istituzionale.

Durante la giornata del 25 ci sono state altre iniziative, di contenuto assai più significativo, ad opera di varie realtà della sinistra indipendente operanti in città. Tra queste segnaliamo:

- Corteo da piazza Sabotino a corso Brunelleschi, contro fascismo, guerra e cpt; organizzato dal centro sociale Gabrio.

- Corteo da corso Lecce al Sacrario del Martinetto, con letture e testimonianze della Resistenza e concerto finale; organizzato dal Network Antagonista Torinese in collaborazione con l’ANPI sezione Martinetto.

- Concerto antifascista ai Giardini Reali organizzato dal movimento anarchico torinese.

 

Di seguito, una parte del volantino redatto per il 25 aprile dai compagni del Circolo Internazionalista.

 

...Nel ’45 buona parte della borghesia italiana si tolse la camicia nera per indossarne una più congeniale, quella repubblicana e democratica. Le masse e i lavoratori, si erano battuti per un’Italia dove veramente gli uomini fossero liberi ed uguali, si ritrovarono di nuovo con quelli che precedentemente detenevano il potere economico e sociale, costretti a subire la “ricostruzione nazionale”con forti repressioni (sindacali e politiche), pesanti sacrifici e migliaia di licenziamenti.

E’ questa la resistenza che vogliamo rivendicare, quella dei lavoratori, delle masse sfruttate, degli anarchici, dei socialisti di sinistra, dei comunisti eterodossi e libertari, e di tanti altri partigiani che hanno lottato e molti pagato con la vita per un nuovo mondo.

E’ per questo che per tanti di essi e anche per tanti di noi la resistenza non è mai terminata, anche perché le manganellate ancora oggi si accaniscono sulle teste di chi lotta per l’emancipazione di questa società. Ancor più quando con la compiacenza delle autorità “democratiche” si lascia  sfilare quella feccia fascista del passato come è recentemente avvenuto proprio a Torino, città medaglia d’oro della resistenza.

Gli esempi della lotta partigiana, impressi nella nostra memoria (come quello del torinese Dante Di Nanni), aiutano a comprendere e sostenere le lotte che oggi in vari paesi del mondo (Afganistan, Iraq, Libano, Palestina e molti altri) i popoli dei paesi occupati conducono contro i loro aggressori, questi ultimi spesso travestiti da portatori di pace...

 

RICORDO DI DANTE DI NANNI

La casa di via San Bernardino 14, costruita nei primi anni del Novecento, presenta caratteristiche popolari; all’ultimo piano è situato l’alloggio che costituì una delle basi cittadine dei GAP (Gruppi di Azione Patriottica); si tratta di una organizzazione armata nata su iniziativa del Partito Comunista fin dal novembre del 1943, per contrastare il fascismo con la guerriglia urbana.

Dante Di Nanni fu un giovane gappista del gruppo torinese, comandato in quel periodo da Giovanni Pesce.

La notte del 17 maggio 1944, dopo l’attentato ad un’antenna radio, Di Nanni, ferito, si nascose nel rifugio collocato in questa vecchia casa di Borgo San Paolo. Nel corso della giornata successiva però, probabilmente in seguito alla confessione estorta sotto tortura ad uno dei due compagni feriti e catturati nell’azione della notte precedente, la polizia fascista lo individuò e la mattina del 18 maggio tentò di arrestarlo. Il giovane si barricò in casa e per oltre tre ore si difese coraggiosamente con il lancio di bombe, ma alla fine, circondato dai nemici accorsi in forze, dovette soccombere.

Il 2 luglio 1945 gli venne concessa la medaglia d’oro al valor militare, che il presidente del CLNRP (Comitato di Liberazione Nazionale Regione Piemonte) Franco Antonicelli appuntò sul petto del padre.

La casa di Borgo San Paolo, quartiere di antica tradizione operaia, divenne nel dopoguerra mèta di una manifestazione politica e commemorativa, con corteo e comizio, che le organizzazioni della sinistra promuovevano ogni anno nell’anniversario della morte del giovane.La celebrazione della figura di Dante Di Nanni, assunto come simbolo di eroismo patriottico di una nuova generazione di comunisti, si protrasse in quella forma fino alla fine degli anni Settanta.

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Volantino distribuito a Roma da Corrispondenze metropolitane-collettivo di controinformazione e di inchiesta

25 APRILE : MEMORIA RESISTENTE.

 

Il revisionismo, in Italia, è ormai giunto all’affondo finale. Lo testimonia, ancor più del martellante dibattito sui libri di Pansa, l’atteggiamento del Presidente Napolitano che ha inaugurato il suo settennato parlando delle zone d’ombra della Resistenza. E’ il culmine di un processo iniziato nella metà degli anni ’90, nel segno della equiparazione tra partigiani e repubblichini: entrambi avrebbero reagito alla sensazione della morte della patria, diffusasi dopo l’8 settembre e lo sbandamento che ne seguì. Questo percorso è oggi arrivato al definitivo abbandono della Resistenza come mito di fondazione della Repubblica. Nella lettura ufficiale un tempo in voga la Resistenza era ridotta a liberazione dall’occupante e deprivata delle sue connotazioni più radicali. Ora, invece, si riabilita il fascismo, cui si imputano solo l’iniziale violenza squadrista, le leggi razziali e l’alleanza con la Germania nazista. Tutto ciò che è compreso tra questi avvenimenti sarebbe un autoritarismo benevolo, che aveva magari il torto di non celebrare periodicamente libere elezioni. Il nuovo valore fondante della Repubblica diventa l’antitotalitarismo, ovvero l’avversione ai due mostri del ‘900: nazismo e, soprattutto, comunismo.  E’ in questo quadro che si colloca la criminalizzazione del partigiano comunista. Gli eventi accaduti nel cosiddetto triangolo rosso, nell’immediato dopoguerra, sono restituiti senza il loro contesto, ignorando decenni di violenze subite ad opera del regime.  Dall’equiparazione, cara a Violante, si passa ora al fascista vittima ed al partigiano aggressore. Una lettura stravolta della realtà che mira a rendere credibile l’anticomunismo, che in verità non potrebbe fondarsi sulla concreta esperienza del paese. Una lettura, ancora, che sacrifica recenti acquisizioni della migliore ricerca storiografica. Come quella che restituisce le analogie tra il confino fascista, basato sulla classificazione dei soggetti indesiderati (politici, omosessuali, zingari, prostitute, Testimoni di Geova) ed il sistema concentrazionario nazista, il più feroce della storia. L’idea di un fascismo benevolo, spinge lo storico Giovanni Belardelli ad insistere su un Mussolini estraneo all’antisemitismo, cui sarebbe stato “costretto” da Hitler. Perché si è arrivati a questo?

Per lungo tempo abbiamo criticato l’antifascismo ufficiale, che eliminava il lato “scomodo” della Resistenza e ignorava la spinta a combattere, insieme, il nazifascismo ed il capitalismo. Ora tale lettura, pur edulcorata, è superata e per capirne il motivo occorre gettare uno sguardo sull’attuale realtà italiana. A prima vista questo sembra un paese istupidito dalla droga televisiva, segnato da un dibattito politico-culturale di infimo livello, forse il peggiore che la borghesia abbia mai prodotto. La società pare attraversata solo da umori egoistici, per cui ognuno si fa lupo nei confronti del prossimo. Eppure c'è dell'altro. Dopo anni di attacco ai lavoratori e di progressiva erosione delle garanzie sociali, ovunque nascono lotte, ancora poco collegate tra loro, che coinvolgono anche i nuovi settori precari. Gli immigrati si organizzano autonomamente, nello stesso tempo invocando l’unità con i lavoratori italiani. Dovunque prendono piede mobilitazioni contro la devastazione del territorio e si diffonde la riflessione sul modello di vita che ci è imposto. In questo quadro, si cerca di demonizzare ogni idea che rimandi al protagonismo di massa ed alla possibilità di un ordine sociale diverso. Il paese deve essere pacificato, in un quadro in cui il dissenso è meno tollerato che nei decenni scorsi, quando le istituzioni canalizzavano le spinte sociali meno radicali. A spingere alla concordia, non va dimenticato, concorrono pure le “responsabilità internazionali”, ovvero il coinvolgimento italiano nelle aggressioni imperialiste in varie parti del mondo. Perciò, le lotte non devono svilupparsi, soprattutto non devono assumere una prospettiva di trasformazione sociale. Le sollevazioni collettive del passato, del ’43-’45 come degli anni ’70, vanno additate come “cattivi esempi”.

Ora, reagire a ciò è necessario e non è cosa altra dallo sforzo quotidiano che svolgiamo per creare collegamenti tra le lotte. Ma per reagire va ricostruito un punto di vista autonomo sulla storia di questo paese, che, rispetto alla Resistenza, recuperi in particolare  quelle istanze che sono state sacrificate da decenni di antifascismo istituzionale.

Le versioni ufficiali, non lo si dimentichi, hanno agevolato il revisionismo, facendo cadere nell’oblio componenti estranee al CLN, ma molto radicate nelle classi subalterne (come Bandiera Rossa a Roma), e favorendo chi vende l’immagine di un paese che, nel ’43-’45, assisteva passivo allo scontro tra due  gruppi.

Recuperare realtà dimenticate, però, non vuol dire solo smontare pezzo dopo pezzo il dogma revisionista.

Ripercorrere decenni di esperienza proletaria può anche aiutare le resistenze attuali a fare un passo in avanti, trasformando il protagonismo di massa e la spinta all’autorganizzazione che le caratterizza in progetto sociale, alternativo allo stato di cose presenti.

 

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