|
|
IERI LAVORATORI E POVERI HANNO PAGATO IL DISASTRO DOMANI...
PAGHERANNO LA RICOSTRUZIONE Se
ieri c’era motivo di
indignarsi per la mancata prevenzione e i mancati aiuti a New Orleans,
oggi c’è un altro motivo di scandalo e riflessione! Anzi ! A
chi andranno? Probabilmente
agli stessi responsabili del disastro, gli
amici degli amici (
come quel Brown posto a capo della protezione civile Usa, la Fema, ed
esperto… di cavalli arabi, ma grande elettore di Bush) !!!
www.paginemarxiste.it fotoc.
in pr. Ple Nigra, 1, MI 13/9/05
IN
PIAZZA PER SOSTENERE LA 194 CONSAPEVOLI
CHE LO STATO DEMOCRATICO NON ELARGISCE DIRITTI A VITA! Sabato 14
gennaio 2006 ci siamo recati a Milano per partecipare alla
manifestazione indetta per difendere la L. 194. L’adesione alla
manifestazione è stata determinata dal fatto che siamo venuti a
conoscenza della richiesta di “uscire dal silenzio” da parte di
alcune donne in occasione di un’assemblea svoltasi a Milano alla
Camera del Lavoro. Durante quest’assemblea sono intervenute molte giovanissime
donne che hanno espresso la necessità di opporsi a qualsiasi tentativo
di limitare o abrogare la 194. Tempo prima era stata infatti istituita
dal Governo una Commissione che avrebbe dovuto effettuare delle
verifiche sulla stessa legge. Dato che dunque la manifestazione è stata
spinta dal basso e visto che non sono stati i movimenti femministi
classici a promuovere questa esigenza, considerata la serietà della
tematica affrontata e il momento attuale in cui si inserisce la nostra
attività, si è deciso di partecipare a tale iniziativa con lo scopo di
verificare il tipo di partecipazione e curare eventuali contatti. Alla
manifestazione abbiamo diffuso il seguente volantino: IN
DIFESA DELLA 194 La
manifestazione di oggi, 14 gennaio 2006, non deve servire a tirare la
volata elettorale al centro-sinistra, bensì a difendere la legge 194
(così come la 180 sulla chiusura dei manicomi) dagli attacchi di chi,
nell’ambito dello smantellamento del welfare, vuole “privatizzare
l’aborto” e criminalizzare la malattia mentale. La Chiesa,
attraverso il Papa e i vari Ruini di turno, fa la sua campagna
ideologica con le solite argomentazioni irrazionali, tra cui
l’attribuzione dell’anima all’embrione a riprova del suo essere
vita dal momento del concepimento! Contemporaneamente questi paladini
del diritto alla vita fomentano la futura aggressione all’Iran da
parte dei governi imperialisti occidentali… Con
la legge 194, nel 1978 è stato istituito per la prima volta nella
storia d’Italia il diritto per le donne di scegliere legalmente di
interrompere una gravidanza indesiderata. Quali di esse sarebbero
colpite dall’abolizione di questa legge? Soprattutto quelle meno
abbienti, le immigrate e coloro che lavorano in condizioni precarie.
Queste donne soprattutto reclamano il loro diritto alla vita, a non
morire sui tavoli degli aborti clandestini, mentre chi è benestante
potrebbe tranquillamente avvalersi delle migliori cliniche private
all’estero. Il
movimento operaio internazionale ha avuto molte figure femminili che
hanno lottato per i diritti della donna, dalle proletarie dei sobborghi
parigini durante la rivoluzione francese (tra cui spiccano Pauline Leon
e Olympe de Gouge), a quelle della Comune del 1871, a personaggi storici
come Clara Zetkin, Vera Zasulic, Rosa Luxemburg e Aleksandra Kollontaj.
Grazie all’azione di costoro è stato chiarito che la lotta per i
diritti delle donne non può essere disgiunta dalla questione
dell’emancipazione di tutta l’umanità dal capitalismo. Siamo
infatti consapevoli che purtroppo l’aborto è una necessità per le
donne che vivono nella società del profitto. Pertanto noi
comunisti, che siamo sempre e comunque per la vita, mentre oggi lottiamo
per la legge 194 lavoriamo costantemente per l’edificazione di una
società che, libera dalla schiavitù del lavoro salariato, provveda
alla cura, all’allevamento e all’educazione dei bambini, elimini la
dipendenza dei figli dai genitori, possa «strappare la donna al suo
ruolo attuale di semplice strumento di produzione». La
partecipazione alla manifestazione di Milano ci ha permesso di
verificare una massiccia adesione, da Torino stessa sono infatti
partiti ben 18 pullman. Abbiamo potuto direttamente verificare che vi è
stata una presenza molto alta soprattutto da parte di donne giovanissime
e studentesse delle scuole medie superiori. Inoltre nel corteo è stata
sottolineata la presenza delle donne immigrate e dei precari. Alcune
parole d’ordine hanno rappresentato un filo conduttore importante di
continuità delle lotte. Tra queste:
“Siamo cittadine del mondo” da parte delle immigrate, “No
Tav”, “No alla precarietà”.
Durante
il percorso del corteo molte delle giovanissime ci chiedevano il
volantino appena lo scorgevano (il volantino non era infatti distribuito
in massa; è stato portato volutamente in un numero ridotto di copie).
La percezione è stata di forte interesse da parte delle giovanissime
sull’argomento. Per quanto riguarda i gruppi della sinistra
istituzionale, alla manifestazione hanno aderito una parte della CGIL e
alcuni partiti della sinistra (Ds, PRC, PdCI). Questi ultimi, a nostro
parere, non potevano non presentarsi per potersi garantire un serbatoio
di voti, malgrado questi partiti sulla 194 non abbiano una posizione
compatta. Abbiamo raccolto parecchio materiale in termini di giornali e
volantini distribuiti alla manifestazione. Siamo stati gli unici a
richiamarsi al movimento operaio e alla tradizione storica del movimento
operaio femminile. In
piazza siamo andati consapevoli che la democrazia e lo Stato di diritto,
a cui liberali e democratici tanto si appellano, non garantiscono
diritti a vita. Ancora oggi la democrazia è quella forma delle
istituzioni statali della quale in Europa, dal secondo dopoguerra ai
nostri giorni, politologi, scienziati della politica e intellettuali
vari proclamano la bontà. Tuttavia, se gli sfruttati hanno ottenuto
delle leggi apparentemente a loro favore, è perchè vi sono state delle
lotte agguerrite. Nel momento in cui dalle lotte sono scaturite alcune
leggi, queste sono state il frutto di un rapporto di forza che si è
riuscito ad instaurare e quando anni di riflusso hanno portato in
letargia le lotte ecco invece farsi avanti, e con forza, la reazione, i
conservatori, la Chiesa. E questi, tutti in coro, a voler ridurre o
eliminare ogni diritto, a riprova che in questo sistema falsamente
democratico tutte le conquiste sono provvisorie! G.
A., lavoratrice internazionalista
IL
CARROZZONE OLIMPIADI: E’
da qualche anno che sentiamo parlare delle Olimpiadi a Torino. E’ da
qualche anno che Torino è diventata un immenso cantiere. Ci accorgiamo
della trasformazione della città quando capitiamo in zone che non
riusciamo più a riconoscere. Si imboccano in macchina vie che ci erano
note, e ci si ritrova a chiedere informazioni orientative in luoghi
sconosciuti. In occasione delle Olimpiadi l’amministrazione cittadina
ha ristrutturato interi quartieri, ha ridisegnato percorsi stradali,
edificato numerosi nuovi appartamenti, palasport per le gare tenutesi in
questa occasione e per i quali negli anni a venire nessuno riesce ad
immaginare né l’utilizzo né i costi di manutenzione che
assorbiranno. Ha pagato cifre da capogiro ad architetti, scultori e
scenografi vari per costruire padiglioni, monumenti e apportare altre
modifiche volte a dare slancio all’ingresso del “nuovo”, parola
chiave al giorno d’oggi per lanciare e rendere interessante qualsiasi
prodotto si voglia sponsorizzare. Le
Olimpiadi sono oramai in tutto il mondo un’opportunità per i privati
di poter usufruire delle finanze pubbliche che in queste occasioni gli
amministratori elargiscono allargando i cordoni della borsa. E Torino
non poteva sfuggire a questa regola. Al
di là della passione sportiva, delle spettacolari scenografie esibite
nelle cerimonie di apertura e chiusura e degli ambiziosi propositi di
pace e di fratellanza tra i popoli che la manifestazione vuole
rappresentare (ambizioni che appaiono ipocrite e pretestuose
non appena si cerca di trarre qualche considerazione, per esempio
sul rapporto tra la pace e Finmeccanica o
General Electric, noti produttori di armi da guerra e contemporaneamente
tra i principali sponsor di questa manifestazione), un punto sicuramente
emerge in tutta evidenza: i costi gravanti sui conti pubblici e i
profitti esclusivamente privati. E’
ancora presto per riuscire a redigere un consuntivo della spesa, si
parla comunque di un impegno finanziario pubblico di oltre 3 miliardi di
euro (solo il costo delle infrastrutture ammonterebbe a 1.750 milioni di
euro), di cui oltre 300 milioni di euro per quanto riguarda il Comune di
Torino, promotore dei giochi, e oltre 500 milioni se si considera
l’impegno finanziario congiunto della Regione Piemonte. Le cifre
riportate non hanno bisogno di altro commento, da sole spiegano gli
interessi che la manifestazione ha calamitato e gli appetiti che ha
stuzzicato. Certo la
propaganda, tesa a giustificare l’impiego di questa montagna di
finanza pubblica, è stata tutta incentrata su: “Olimpiadi, occasione
unica per il rilancio economico”, e ancora: “investimento olimpico,
un volano per l’economia”. Tutti slogan confezionati col chiaro
intento di far scorgere attraverso questo evento un ritorno economico
positivo. Stando
comunque alle stime ottimistiche, l’incidenza dell’avvenimento
olimpionico sul Pil nazionale potrebbe comportare un incremento dello
0,2 per il 2005 e il 2006 con una progressiva decrescita negli anni
seguenti. Si tratta, ripeto, di stime ottimistiche e comunque non
sufficienti a far entrare nelle casse dello Stato l’impegno
finanziario assunto per la manifestazione. I tre miliardi di euro sopra
accennati (è una stima provvisoria, ma a consuntivo la cifra non potrà
che aumentare), rappresentano
il corrispettivo delle entrate nelle casse erariali di oltre mezzo punto
di Pil. Nella prospettiva che si delinea è ovvia una domanda: chi
pagherà i buchi di bilancio che si intravedono? La risposta è
altrettanto ovvia: i
lavoratori, naturalmente. Al di là della sottrazione agli investimenti
in settori strutturali e produttivi, pagheranno
in termini di probabili tagli al welfare, alla sanità, alla
scuola e quant’altro. E insistendo ancora sulla domanda da un’altra
angolazione: gli investimenti per le Olimpiadi, oltre ai vantaggi di
visibilità per i politici che li hanno gestiti, ai guadagni che hanno
portato alle aziende appaltatrici dei lavori e che
porteranno agli sponsorizzatori che vedranno sicuramente un
ritorno doppio delle somme investite, ai commercianti che hanno tenuto
aperto i locali più a lungo del solito per l’avvento dei turisti, ai
proprietari di case plurime che hanno affittato abitazioni
per sole due settimane realizzando rendite che normalmente si
realizzano in in 5 o 6 mesi, ed altri soggetti invitati al banchetto,
cosa hanno prodotto per i problemi di disoccupazione, precarietà e
miglioramento salariale che affliggono il proletariato? La risposta che
in questa occasione ci viene data dagli ottimisti è: tanti posti di
lavoro, soprattutto nell’edilizia. Ora,
tralasciando gli aspetti più deleteri dell’edilizia (alto tasso di
lavoro nero, impiego di manodopera immigrata facilmente ricattabile,
mancanza della piena attuazione delle misure di sicurezza nei cantieri
ecc.), aspetti che tra l’altro in questa occasione si sono
moltiplicati, è pur vero che l’edilizia ha visto in questo periodo in
Piemonte, e a Torino in particolare,
la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore; occorre però
tener presente che si tratta di posti di lavoro precari non durevoli,
legati esclusivamente a fattori contingenti: non appena si smantellerà
il “carrozzone Olimpiadi”, si smobiliteranno mano mano anche i posti
di lavoro. Il
ritornello dell’allocazione delle risorse negli interventi
strutturali, nel sostegno dei settori strategici della produzione, nella
ricerca scientifica per un effettivo rilancio economico e conseguente
creazione di posti di lavoro durevoli, non manca mai in qualsiasi
intervento politico di ogni schieramento. Peccato però che nel mondo
reale del capitalismo dove la legge del profitto privilegia i progetti
più remunerativi, questi buoni propositi sono destinati a rimanere nei
programmi di allestimento delle vetrine per le campagne elettorali. Le
Olimpiadi di Torino 2006 sono una ulteriore conferma di questa verità,
qualora ce ne fosse stato bisogno. DIV
ELEZIONI O ASTENSIONE? LA RISPOSTA E': PROTAGONISMO DELLE MASSE
Riportiamo la traccia della discussione sulle elezioni e il parlamentarismo in programma al Circolo Internazionalista di Torino il 3 marzo .
Non è nelle nostre possibilità attuali, di piccolo gruppo ma anche di area, comunista e rivoluzionaria, condizionare il voto o il non voto alle prossime elezioni di aprile. Sicchè sarebbe inutile discettare su astensionismo di principio, tattico e strategico. Ben più utile è oggi chiarire quale sia nel 2006 la funzione del parlamento, della forma democratica del regime. Destra neocon/liberista e sinistra liberaldemocratica, in forma di coalizioni di partiti in Italia, sono innanzitutto lo strumento di integrazione e controllo che il potere sistemico (“borghese”, ma sulla parola si dovrebbe operare un aggiornamento di significato) esercita sulle classi subalterne. Il sistema cerca di raccogliere, con reti spesse al centro e molto fini agli estremi, il “pescato” sociale. Non basta lo strapotere dei media, dei suoi “chierici”, intellettuali, preti, comunicatori sociali etc. alla integrazione ai valori borghesi, al modo gregario di concepire la dimensione sociale. L’integrazione, il controllo sociale, la repressione, devono essere supportate con le elezioni di parlamenti, consigli, giunte, di “rappresentazione” popolare, tanto simboliche quanto vuote di potere reale. Che il parlamento, le assemblee elette, siano fonte di corruzione e che nessun controllo sia possibile dagli elettori sugli eletti, che sia soltanto uno dei luoghi dove avviene lo scontro fra i grandi poteri economici e finanziari, è tutto sommato percepito da parte dell’elettorato. L’aumento dell’astensionismo (peraltro accuratamente taciuto dai media) ha portato il nostro paese ad avvicinarsi ad altre democrazie formali, in primis agli USA, dove il voto espresso in genere non supera il 60% degli aventi diritto. Nelle ultime elezioni presidenziali Bush è stato eletto da poco più del 30% degli statunitensi. Questo astensionismo che cosa realmente significa? Per i più è qualunquismo becero, per altri la caduta dell’illusione di poter determinare il corso politico del paese, infine per pochi un modo di comunicare la propria contrarietà al sistema stesso, tanto da destra come da sinistra e dall’area anarchica. Non serve qui ricordare i luoghi comuni che gli istituzionalisti, anche a sinistra, mettono in campo per stimolare al voto. Ma qualsiasi parlamento non può che essere compatibile con gli assetti dominanti economici e qualsiasi parlamento di fronte alla forza sociale, non delegabile in questo sistema a nessuno, deve piegarsi alla forza reale nel paese. Si prenda ad esempio i governi democristiani degli anni ‘70 che hanno dovuto varare lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, legge 300; ciò avvenne dopo una stagione di lotte operaie, anzi la legge fu allora una riforma di “imbrigliamento” (necessario al sistema economico) della classe operaia. Forse che con i successivi governi di centro-sinistra si abolì il Codice Fascista del guardasigilli Rocco? Forse che con un governo di “sinistra” ci si oppose alla aggressione contro la Yugoslavia? No! Gli articoli del codice Rocco contro i comunisti sono sempre pronti ad essere applicati, e bombardamenti sui civili, targati D’Alema, hanno segnato l’ultima guerra intereuropea. Da parte nostra, che si voti o no, serve piuttosto evidenziare quanto sia oggi abulico e/o eterodiretto il normale comportamento sociale delle masse. In un sondaggio del 2003 il 40% degli intervistati non sapeva definirsi se di destra o di sinistra, il 26% era indifferente alla politica, il 36% la vedeva con disgusto o rabbia. Teniamo altresì conto che 6 milioni sono gli analfabeti in Italia, il 36% possiede (dati 2005) solo la licenza elementare, dunque abbiamo una società con milioni di persone scarsamente in grado di seguire la vita politica del paese. D’altro canto vi sono quasi 2 apparecchi televisivi per ognuna delle famiglie italiane; nonostante la crisi ben 10 milioni di esse ospitano animali domestici, tanto che solo cani e gatti ammontano a 14 milioni di unità. L’universo di senso di tale massa di persone oscilla quindi fra l’Isola dei Famosi, i cartoni animati, Pianeta Vivente e i dibattiti/talk show di attualità. Sono dati che indicano la debolezza identitaria e la base per l’integrazione di massa ai valori “normali”, piuttosto che la percezione dei bisogni, l’appartenenza di classe, la collocazione all’interno di processi storici e la conoscenza sociale che possono portare il soggetto a coscienza rivoluzionaria. Ricordiamo infine che la massa del proletariato immigrato non può votare, quindi una parte consistente della forza lavoro in Italia è estranea alla partecipazione elettorale. Supponendo che la sinistra, anzi i sedicenti comunisti raggiungano la maggioranza in parlamento e che “addirittura” il governo cerchi di portare avanti un Programma Minimo, non il socialismo, non l’abolizione della proprietà privata, ma un semplice varo di riforme sociali a tutela dei lavoratori, il fallimento sarebbe cosa certa! Il governo Allende nel 1970 venne eletto in Cile da uno schieramento di socialisti, comunisti e sinistra di movimento, già nel 1973 venne abbattuto dal golpe di Pinochet supportato dagli USA. Chavez venne eletto presidente del Venezuela con l’appoggio di alcuni partiti di sinistra ma soprattutto con l’appoggio del movimento dei Circoli Bolivariani, nel 2002 un golpe dell’esercito appoggiato dagli USA venne respinto dopo 6 giorni con la sollevazione armata e popolare. Nel 1973 l’esempio negativo porta da noi Berlinguer a spostare ancora di più al centro il PCI (in buona compagnia con numerosi partiti comunisti in giro per il mondo), nel 2002 l’esempio del Venezuela segna i cambi di regime del cono sudamericano, certo non si tratta di società comuniste ma (pur in presenza di limiti populisti e localisti) dell’apertura di contraddizioni ad un livello superiore. La differenza, di segno positivo, è che in Venezuela la presenza in parlamento fu supportata dalla forza sociale organizzata ed armata nel paese. Forza che venne accumulata in anni di rivolte contadine, di lotte operaie, di rivendicazioni popolari indigene. Per il passato valga l’esempio della Comune di Parigi, che per i rappresentanti eletti dal popolo non fu solo sede di potere legislativo ma anche di controllo ampio sul governo e la vita pubblica. Valga altresì l’esempio dei primi Soviet in Russia nel 1917 (ma anche in Ungheria ed in Italia, qui a Torino) come strumenti di autorganizzazione che si ponevano l’obiettivo di controllare il governo, l’economia di un paese. A conclusione parziale, una concreta indicazione per il nostro operare: superare l’astensionismo e dargli senso compiuto nel comunicarne il perché e nel proporre, all’interno dei movimenti e della classe intera, la via antagonista e rivoluzionaria per iniziare a costruire dal basso una reale istanza politica democratica. Passare dall’astensionismo e dalla delega al protagonismo politico, dalla sterile protesta all’organizzazione. GARIN
Alcune informazioni sulle retribuzioni elargite ai parlamentari italiani. L’alto tenore di vita è uno dei modi coi quali la classe dominante coopta oggettivamente nelle sue file tutti coloro che vengono eletti, condizionandone così la condotta. Come si vede, siamo ben lontani da concetti veramente democratici come la revocabilità immediata delle cariche e l’assegnazione ai politici di stipendi uguali a quelli degli altri lavoratori! Ladri, falsi e ipocriti. Queste sono le parole giuste per definire la condotta dei parlamentari italiani che, in vista delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile prossimi, hanno avuto la sfacciataggine di sbandierare ai 4 venti la proposta avanzata dall’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati a favore di una demagogica quanto fittizia riduzione del 10% dei loro lauti stipendi. Si tratta della classica foglia di fico dietro cui i boss delle cosche parlamentari di Montecitorio e Palazzo Madama nascondono in realtà stipendi da oltre 15 mila euro netti al mese (5.941 di indennità di funzione, più 4 mila di diaria, più 4.678 di rimborsi e un forfait annuale per i viaggi che va da 9 a 18 mila euro) più tutta una serie di privilegi e benefit da nababbo a cui si aggiungono, a seconda dei casi, le varie indennità di carica che spesso sono superiori allo stipendio base (vedi tabella in questa pagina). La norma inerente il “taglio” di stipendio è inserito nella Finanziaria 2006 e recita testualmente: “Le indennità mensili spettanti ai membri del Parlamento nazionale sono rideterminate in riduzione nel senso che il loro ammontare massimo, ai sensi dell’articolo 1, secondo comma, della legge 31 ottobre 1965, n. 1261, è diminuito del 10 per cento. Tale rideterminazione si applica anche alle indennità mensili spettanti ai membri del Parlamento europeo eletti in Italia ai sensi dell’articolo 1 della legge 13 agosto 1979, n. 384". Attenzione alle parole: il “codicillo” condiviso da tutte le cosche parlamentari parla, non a caso, di “ammontare massimo” dell’indennità mensile dei parlamentari da ridurre del 10%. Ma va chiarito che lo stipendio dei parlamentari al momento dell’approvazione della Finanziaria era pari non al “massimo”, ma al 96% dello stipendio dei presidenti di sezione della Cassazione cui è agganciato per legge. Sicché il taglio effettivo è di appena il 6%. Ma l’inganno non finisce qui! Perché c’è da considerare che a partire dal 1° gennaio 2006 gli stipendi dei parlamentari hanno subito l’ennesimo scatto di aumento biennale che equivale all’aumento recepito dai magistrati e che guarda caso è pari proprio al 6%, vanificando del tutto la sbandierata riduzione dell’indennità parlamentare. Dunque non esiste nessuna riduzione di stipendio dei parlamentari; e che si sia trattato solo di una “furbata” per raccattare qualche voto in più alle politiche di aprile lo conferma il fatto che nelle stesse ore un’analoga proposta inerente la decurtazione del cosiddetto “assegno di reinserimento” (cioè la buonuscita dei parlamentari che è pari all’80% dell’indennità mensile per ogni anno di mandato effettuato), e del “vitalizio”, (cioè la pensione dei parlamentari che, oltre ad essere cumulabile con qualsiasi altro reddito, è reversibile al 100%, scatta ai 65 anni d’età, 60 se l’ex parlamentare ha fatto più di una legislatura, e va da un minimo del 25% dell’ultimo stipendio percepito fino all’80% per i deputati con più di tre legislature alle spalle) è stata bocciata all’unanimità dai senatori di tutti i partiti del regime neofascista sia di destra che di “sinistra”. (dal sito www.pmli.it)
A Milano la manifestazione nazionale del 25 aprile, 61° anniversario della liberazione dal nazifascismo, ha visto decine di migliaia di persone sfilare da Porta Venezia a piazza Duomo. Le componenti istituzionali del corteo erano tese a celebrare la risicata vittoria del centrosinistra, invece una parte dei manifestanti ha portato avanti una posizione ben più concreta e coerente con il concetto di resistenza. Questi compagni in piazza san Babila dalle ore 14 hanno tenuto un presidio in solidarietà agli antifascisti arrestati lo scorso 11 marzo, dei quali 25 sono tuttora in carcere, con volantinaggi e distribuzione di materiale informativo. Organizzatori del presidio, i centri sociali Orso, Vittoria, T28, unitamente allo SLAI Cobas e a Progetto Comunista. Alla fine del corteo, dalle ore 18, si è svolto un altro presidio sotto le mura del carcere di San Vittore, dove una parte dei compagni è rinchiusa. Questa coraggiosa mobilitazione probabilmente non è piaciuta a qualcuno, poiché la mattina del 28 aprile sono scattati altri due arresti per i fatti dell’11 marzo, uno a Milano e uno a Torino. Ad essi occorrerà rispondere con ulteriori iniziative di solidarietà e con il coinvolgimento di una parte maggiore della cittadinanza. Già si parla di un nuovo corteo nazionale in richiesta della liberazione dei compagni. Segue uno stralcio dell’appello unitario sottoscritto dalle organizzazioni sopracitate: «Il nostro antifascismo non è riducibile solo ad una legittima pratica quotidiana di contrapposizione alle bande neonaziste, ma è espressione di una volontà più generale finalizzata alla crescita di una maggiore conoscenza sociale nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi del moderno sfruttamento di classe, per costruire una società alternativa senza più servi né padroni. Un antifascismo che è parte di una lotta più generale contro il sistema capitalista, con una nuova capacità di raccogliere il dissenso e l’opposizione alla precarietà, alla discriminazione, ai privilegi, al razzismo, al sessismo e ad una società basata sullo sfruttamento..». Un altro aspetto della manifestazione del 25 aprile ha riguardato le prese di posizione contro Israele durante il corteo: in piazza san Babila al passaggio della Brigata Ebraica, che ostentava anche la bandiera americana, ci sono stati fischi e slogan; in fondo al corteo due bandiere israeliane sono state bruciate. A partire da questi episodi la stampa italiana ha montato una squallida polemica sulle presunte “violenze” della “estrema sinistra”, e quasi tutti i politici si sono ripetuti in dichiarazioni di condanna. Spicca pertanto l’intervista, riportata da La Stampa del 27 aprile, a un esponente del Coordinamento di Lotta per la Palestina, Shokri Hroub, che ha spiegato le proprie ragioni. Ecco una parte delle dichiarazioni di Hroub, come riportate dal quotidiano: «Invece di parlare dei palestinesi che vengono uccisi ogni giorno dall’esercito di uno stato illegale come quello israeliano, che non riconosce nemmeno le sanzioni dell’Onu, si preferisce fare polemica per due bandiere. Non è la prima volta che nei nostri cortei bruciamo le bandiere israeliane e quelle americane. Per noi è un atto di resistenza». Domanda: Resistenza? «Ogni giorno in Palestina siamo costretti a subire una repressione violenta. Gli israeliani impongono l’apartheid. Ci fanno conoscere solo il carcere e le loro violenze. I ragazzi arabi che erano in corteo insieme a noi subiscono una repressione e una discriminazione che non possono essere messe minimamente a confronto con il rogo di due bandiere». La condanna di quello che ha fatto il suo gruppo è unanime, da destra come da sinistra… «Io dico che non si possono prendere posizioni equidistanti tra chi è macellaio e chi è vittima. Bisogna avere il coraggio di stare da una parte sola. Noi stiamo dalla parte dei repressi. Noi siamo di parte». Però sono stati contestati anche gli appartenenti alla Brigata ebraica. Cinquemila di loro si sono battuti contro il fascismo durante la Liberazione… «Ai partigiani ebrei va tutta la mia solidarietà di arabo e marxista. Ma cosa c’entravano le bandiere con la stella di David? Cosa c’entrava quella lobby sionista? Guardi che anche una mia amica ebrea di Lecco mi ha detto che abbiamo fatto bene. Ha usato queste parole: “Voi arabi state subendo oggi quello che abbiamo subito noi ebrei sessant’anni fa”...». Anche alcuni centri sociali hanno preso le distanze da voi… «Il discorso sarebbe lungo. Negli ultimi dieci anni è stato fatto un lavoro gigantesco per eliminare ogni traccia di memoria storica. Di fronte a questa ondata reazionaria i più giovani possono non avere le idee chiare di quello che sta accadendo. In carcere ci sono ancora 25 antifascisti arrestati l’11 marzo in corso Buenos Aires per essersi opposti a un comizio della Fiamma Tricolore. Io faccio un appello per la loro liberazione. Anche gli ebrei dovrebbero chiedere la loro scarcerazione. Si sono battuti anche per loro». Sembra di capire che lei non pone limiti al concetto di “resistenza”. «Prendiamo l’Iraq. Chi si oppone all’occupazione è un resistente. E si può resistere in cento modi diversi: con la disobbedienza civile, con gli scioperi operai, anche combattendo». Anche con le autobombe? «Anche combattendo. Noi condanniamo tutti gli attentati che coinvolgono civili. Quelli crediamo che siano opera delle squadre della morte americane». Lei griderebbe 10, 100, 1000 Nassiriya, inneggiando alla uccisione dei carabinieri italiani in Iraq? «Le giro la domanda. Secondo lei è legittima l’occupazione italiana in Iraq? Noi siamo al fianco del popolo iracheno. Di cosa vi meravigliate?».
Poche, brevi note relative al risultato elettorale del 9 e 10 aprile. Sul bollettino di febbraio avevamo già espresso il parere che dal punto di vista del comunismo rivoluzionario gli avvicendamenti al Governo e al Parlamento sono di importanza secondaria. Secondo la nostra concezione la democrazia vera è solo quella diretta e partecipata, quale si può realizzare in una società liberata dal capitalismo. La democrazia parlamentare in realtà è l’involucro che nasconde e legittima più o meno bene il controllo, da parte della classe dominante, della vita economica e politica del paese. Dal punto di vista comunista, si pone il problema di un utilizzo del parlamento per rendere visibili o far avanzare posizioni politiche rivoluzionarie, cosa che però sembra oggi difficile, anche date le forze in campo. Ciononostante, è importante seguire i dati elettorali e le vicende parlamentari, perchè esse sono manifestazione concreta della vita del capitalismo italiano, nel quale e contro il quale ci dobbiamo muovere. Nello specifico dell’attuale tornata elettorale, la risicata vittoria dell’Unione di Prodi lascia presagire che il nuovo governo non avrà vita facile nel rappresentare gli interessi della grande industria italiana, che pure in campagna elettorale ha mostrato di preferirlo al centrodestra. Se poi consideriamo che i partiti della sinistra della coalizione, Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, hanno accresciuto i loro voti, questo può rappresentare un vantaggio per il lavoro politico che portiamo avanti, poichè molti militanti di base di questi partiti, che sono dei sinceri comunisti, mal sopporteranno i compromessi portati avanti dai loro dirigenti e saranno spinti su posizioni più radicali. Un possibile terreno di scontro da questo punto di vista è rappresentato dal TAV; a Torino, l’accordo elettorale per le amministrative del 28-29 maggio tra Rifondazione e il candidato sindaco uscente Chiamparino, noto “talebano” del TAV, ha lasciato molti scontenti, non solo in Valsusa. Ancora, sentiamo parlare dell’intenzione da parte della sinistra di Rifondazione (Progetto Comunista) di dare vita ad un nuovo soggetto politico, per una difesa degli interessi dei lavoratori che il governo Prodi non può certo tutelare. Tutti queste contraddizioni aprono uno spazio per chi vuole portare avanti posizioni chiaramente anticapitaliste, che speriamo venga bene utilizzato.
LO
SCANDALO DEL CALCIO: LA LOGICA DEL PROFITTO INQUINA LO SPORT Lo
scandalo che sta travolgendo il calcio italiano ha diverse analogie con
la Tangentopoli scoppiata nel 1992. All’epoca tutto era iniziato in
tono minore con l’arresto di un “mariuolo” che si era fatto
incastrare con una piccola tangente di qualche milione di vecchie lire.
Oggi tutto è partito da una telefonata intercorsa tra un dirigente
della più famosa squadra di calcio italiana,la Juventus, e uno dei
“capi” degli arbitri, in carica fino a due anni fa. Da
un semplice piccolo episodio di “immoralità” sportiva (un colloquio
troppo amichevole tra controllato e controllore) si è via via presa
visione di un sistema basato sulla truffa, la corruzione,la frode,
insomma tutti gli ingredienti tipici del sistema capitalistico; infatti
anche quando parliamo di sport professionistico, di calcio nel caso
specifico, si possono ritrovare i tratti fondamentali che regolano
un’impresa di mercato: -concorrenza
spietata tra le varie aziende (squadre) per guadagnare quote di mercato
(tifosi) e massimizzare i propri profitti; -concentrazione
di capitale in un numero sempre più ristretto di aziende (squadre), che
porta alla creazione di un vero e proprio monopolio; -centralizzazione
del capitale, in quanto gli interessi economici delle squadre di calcio,
almeno di quello che ha dato vita al monopolio sopra citato, non sono
limitate all’ambito sportivo, ma spaziano dal settore immobiliare a
quello della distribuzione commerciale, dalle telecomunicazioni e
televisioni fino ad arrivare alla finanza vera e propria, nel caso delle
squadre che sono quotate in borsa. Che il calcio professionistico non navigasse in buone acque era chiaro da molto tempo. Tutte le società hanno i bilanci in forte perdita; per sopravvivere hanno dovuto far ricorso ad un forte indebitamento con le banche e ad aiuti di stato (anni fa è stata varata una legge “ad hoc” che consentiva alle società di calcio di spalmare le perdite nei bilanci approvati nei cinque anni successivi l’entrata in vigore della norma). Ovviamente è assai difficile che si arrivi a colpire alla radice il problema, mettendo in discussione la logica del profitto nello sport. Anzi, è probabile che le grandi famiglie proprietarie dei principali club (Agnelli, Berlusconi, Della Valle, Moratti etc.) chiederanno al governo nuovi aiuti per risanare i bilanci, che dunque saranno reperiti a danno dei lavoratori e della gente comune.
Questa
vicenda comunque va denunciata per far capire a milioni di operai,
giovani, disoccupati che con passione seguono gli eventi sportivi che,
se vogliono riappropriarsi di uno dei loro maggiori momenti di svago,
devono con ogni evidenza lottare per la distruzione di questo sistema
economico che corrompe ogni attività umana. E’ assurdo che singoli
giocatori,tecnici o dirigenti siano strapagati con milioni di euro e
insieme idolatrati dalle migliaia di tifosi che ogni domenica seguono
delle partite truccate. L’uomo comune deve sollevarsi dal torpore
quotidiano, dall’essere semplice spettatore, e contestare e ribellarsi
ai giochi di potere che si svolgono alle sue spalle. L’intreccio tra
politica borghese(che negli anni ha utilizzato per i propri scopi il
consenso tra le masse popolari per il calcio, vedi tra tutti il caso
Berlusconi), capitalismo e sport si è fatto sempre più inestricabile e
anche in questo campo ogni vera riforma di sistema non può che passare
per una azione rivoluzionaria di tutti gli sfruttati.
RIFINANZIAMENTO DELLE MISSIONI MILITARI ITALIANE Il 30 giugno il Consiglio dei Ministri con la sola assenza del ministro dei trasporti Bianchi (PdCI), ufficialmente “per malattia”, ha approvato all’unanimità il rifinanziamento per il secondo semestre 2006 delle missioni militari italiane nel mondo, per complessivi 488 milioni di euro. Il decreto contiene le disposizioni per il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq (entro l’autunno), mentre la missione in Afghanistan viene proseguita. Vi sono poi tutte le altre operazioni di “peace-keeping”, che non sono affatto messe in discussione. L’Italia infatti complessivamente è presente con 29 missioni militari in 18 diversi paesi del mondo, per un totale di circa 8000 soldati. Dai quotidiani sembra che 17,5 milioni siano per “interventi umanitari” in Afghanistan, non meglio chiariti. A questo proposito il generale Angioni, già parlamentare del centro-sinistra dopo aver guidato la missione in Libano del 1982, dichiarava a La Stampa del 7 maggio che “l’umanitarismo delle missioni è solo nel titolo”, e portava ad esempio che sullo stanziamento semestrale per la missione irachena, di 323 milioni di euro, solo 32 milioni andavano a progetti “civili”, quindi circa un decimo del totale. Se le proporzioni per l’Afghanistan sono le stesse, il costo della prosecuzione della missione è presto fatto. Il decreto verrà discusso in parlamento nella seconda metà di luglio, e in particolare la questione afgana è oggetto di controversie in seno al governo di centro-sinistra; in queste settimane quindi si pone per gli internazionalisti (e non solo) l’esigenza di alimentare il più possibile tutte le proteste e le iniziative per il ritiro dei militari italiani dall’Afganistan e da tutti gli scenari di guerra, anche con lo scopo di condizionare le prese di posizione all’interno della cosiddetta sinistra radicale (PRC, PdCI, Verdi). A Torino sinora ci sono stati due presidi: uno giovedì 1 giugno, uno venerdi 30. L’intenzione è quella di proseguire con le mobilitazioni, cercando di renderle più ampie e incisive.
PROGETTO COMUNISTA ESCE DA RIFONDAZIONE
All’indomani della vittoria elettorale del centro-sinistra, la corrente trotzkista “Progetto Comunista” del PRC ha tolto il proprio appoggio al governo Prodi. Uscendo dal partito di Rifondazione, essa si è suddivisa in due tronconi. Lo spezzone “Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori (ROL)”, facente capo a Francesco Ricci, ha tenuto la propria manifestazione inaugurale a Roma il 22 aprile. L’altro spezzone, facente capo a Marco Ferrando e rinominato “Movimento Costitutivo per il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)”, ha tenuto una manifestazione di avvio della propria fase costituente il 18 giugno, sempre a Roma. A Torino, i compagni del Movimento per il PCL sono in contatto con il Comitato di Lotta Internazionalista. Il nuovo sito www.pclavoratori.it riporta i quattro punti programmatici del Movimento: 1 – INDIPENDENZA POLITICA DEL MOVIMENTO OPERAIO E DEI MOVIMENTI DI LOTTA DALLE FORZE DELLA BORGHESIA: dai suoi interessi, dai suoi partiti, dai suoi governi. 2 – CONQUISTA DEL POTERE POLITICO DA PARTE DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI, BASATO SULL’ AUTORGANIZZAZIONE DI MASSA, come leva della trasformazione socialista. 3 – LEGAME NECESSARIO TRA GLI OBIETTIVI IMMEDIATI E GLI SCOPI FINALI. 4 – NECESSITA’ DI UN’ ORGANIZZAZIONE RIVOLUZIONARIA DEI COMUNISTI. I quattro punti sono sviluppati in altrettanti paragrafi. Riportiamo l’ultimo (“necessità di un’organizzazione rivoluzionaria dei comunisti”), che riguarda direttamente la questione dell’internazionalismo. Il movimento comunista nacque come movimento internazionale. Perché la prospettiva socialista è realizzabile compiutamente solo su scala internazionale, solo rovesciando la realtà internazionale del capitalismo e dell’ imperialismo. Tanto più oggi il recupero di un’organizzazione rivoluzionaria dell’avanguardia di classe internazionale è condizione indispensabile di un’ autentico rilancio di una prospettiva comunista. Tanto più oggi dopo il crollo dell’ UIRSS il quadro capitalistico è profondamente integrato sul piano mondiale. La realtà della cosiddetta “globalizzazione” capitalistica acuisce la concorrenza e le divisioni nella classe lavoratrice internazionale, tra diversi paesi e continenti. Ogni seria lotta di classe sul piano nazionale, persino al livello di singole categorie o grandi aziende, pone l’ esigenza di un raccordo internazionale con i lavoratori e le lotte degli altri paesi. Così ogni movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi contro l’ imperialismo – a partire dal popolo palestinese e dal popolo arabo in generale – indica l’ obiettiva necessità di una convergenza di lotta con la classe operaia dei paesi imperialisti: così come quest’ultima può e deve porsi nel proprio stesso interesse, l’ esigenza di un pieno e incondizionato sostegno ai movimenti di liberazione dei popoli oppressi, al loro diritto di autodeterminazione, alla loro azione di resistenza. I comunisti, tanto più oggi, devono sviluppare in ogni lotta nazionale la consapevolezza della necessità di una prospettiva internazionale di liberazione. E al tempo stesso devono lavorare ad unire, su scala mondiale, tutte le rivendicazioni e domande delle classi oppresse per ricondurle ad una prospettiva socialista. Ciò implica il raggruppamento organizzato su scala internazionale dei comunisti rivoluzionari e dei settori più avanzati dell’ avanguardia di classe, al di là delle diverse provenienze e collocazioni attuali, sulle basi programmatiche e sui principi del marxismo.
LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI: PROSPETTIVE INCERTE
Negli ultimi anni abbiamo potuto raccogliere anche dai mass-media
dati sulla bassa concentrazione della struttura produttiva. Questo fatto
è importante e preoccupa gli economisti perché a lungo andare può
indebolire l’economia italiana nella concorrenza internazionale. Riportiamo
ad esempio una dichiarazione alla Stampa del marzo 2005 di Alfredo
Recanatesi: “a fronte di tante apologie dell’impresa […]
basterebbe osservare che nelle grandi imprese la produttività media del
lavoro è doppia di quella delle imprese di minore dimensione, perché
si possa già concludere che la resistenza della stessa impresa a
superare la dimensione famigliare è già un fattore strutturale di
bassa produttività”.
Per avere dei dati bisogna consultare Eurostat (le statistiche
europee), che confronta le aziende italiane con quelle europee: ad es.
nella manifattura il numero medio di addetti per impresa è in Italia
8,7, contro 16,3 in Francia, 23,6 in Gran Bretagna, 34,3 in Germania. In
Italia poco più della metà degli addetti lavora in aziende oltre 10
dipendenti, contro il 66% in Francia e il 72% in Gran Bretagna e
Germania. I
lavoratori autonomi e gli imprenditori sono in Italia il 28% della
popolazione contro il 15% medio in Europa e il 7% in USA. Il
panorama di questi 6,3 milioni di lavoratori autonomi in Italia è molto
variegato e, come abbiamo già scritto nel Bollettino di giugno, una
grossa parte (circa 2 milioni) è autonoma solo formalmente, è
malpagata e serve ad abbassare il costo del lavoro anche di grandi
imprese. Invece
circa 1,8 milioni di autonomi è costituito da professionisti: 370000
medici, 309000 architetti e ingegneri, 112000 avvocati, 70000
farmacisti, 60000 commercialisti, ecc. Per
aumentare la produttività del sistema nel suo complesso il governo di
centro-sinistra con il decreto Bersani tenta la strada della
liberalizzazione delle professioni: anche Siniscalco del precedente
governo di centro-destra aveva affermato la necessità di accelerare
queste liberalizzazioni ma poi era saltato. Il
tentativo è quello di abbassare i costi aumentando la concorrenza e
magari di concentrare in aziende e uffici queste professioni,
trasformando una parte di addetti in salariati, come è avvenuto in
altri paesi capitalisticamente più “avanzati”. Marx
nel Capitale osserva che il capitalista individuale, grande o
piccolo, è avido di profitto e guarda solo al risultato immediato, ma
il suo “comitato d’affari”, cioè il governo, deve mitigare questa
tendenza per tener conto degli interessi complessivi del sistema. Le
organizzazioni delle categorie imprenditoriali (Confindustria,
Confcommercio, ecc.) da un lato appoggiano il governo per rafforzare
l’economia italiana, dall’altro devono formalmente difendere gli
associati nei loro singoli interessi.
Come si pongono i comunisti di fronte ai lavoratori autonomi e ai
piccoli imprenditori minacciati dalla concorrenza? Pagine
Marxiste di maggio-luglio ’06 scrive: “se la concorrenza vi
schiaccerà e dovrete vivere anche voi della vendita della vostra forza
lavoro, o dovranno farlo i vostri figli, allora vi accoglieremo a
braccia aperte nella nostra classe, allora potremo unire le nostre forze
contro il grande capitale per la lotta comune per l’unica società
veramente libera, quella senza sfruttamento e senza classi”. Progetto
Comunista in un volantino propone: “va rivendicata la piena
pubblicizzazione dei servizi locali, senza indennizzo e sotto il
controllo dei lavoratori, ottenuta con una netta espansione della spesa
sociale loro destinata a partire del campo dei trasporti e dei
rifiuti[…] (ad es.) va trasformato il servizio privato di trasporto
urbano (taxi) in un vero servizio pubblico: con l’acquisto delle
licenze da parte dell’ente pubblico, a tutela dei risparmi dei
lavoratori autonomi; con un’assunzione piena e qualificata a tempo
indeterminato, per tutti i lavoratori già in servizio e la loro
trasformazione in lavoratori dipendenti”. A
parte l’enfatizzazione nel primo testo e la contraddizione sugli
indennizzi nel secondo, si deve osservare in generale che il processo di
concentrazione è nella tendenza, seppur contradditoria, del capitalismo
e che i lavoratori dipendenti possono difendere sindacalmente le loro
condizioni salariali e normative più nelle aziende medio-grandi che in
quelle al di sotto dei 10 dipendenti, in cui ora si ne concentra quasi
la metà dei salariati italiani.
30
SETTEMBRE – MANIFESTAZIONE NO-WAR A ROMA “Via
le truppe italiane da tutti i fronti di guerra”: queste le parole
d’ordine dello striscione unitario che ha aperto la manifestazione
contro le missioni militari tenutasi a Roma sabato 30 settembre. La
data era stata decisa nell’ambito del Forum Sociale Europeo dello
scorso maggio; infatti in concomitanza con l’iniziativa di Roma si
sono svolte manifestazioni in diverse città del mondo. La
partecipazione al corteo anche se non è stata di massa ha avuto una
grande importanza politica poiché si è creato uno spartiacque tra le
forze che tuttora si oppongono alle politiche di guerra dell’Italia e
quelle che invece avendo vinto le elezioni sono passate vergognosamente
dall’altra parte della barricata; un voltafaccia divenuto ancor più
clamoroso il 26 settembre, quando la Camera unitamente alla nuova
missione in Libano ha automaticamente approvato la mozione del
centrodestra secondo la quale tutte le missioni italiane, anche quella
in Iraq e Afghanistan, sono missioni di pace.
Questa la piattaforma della manifestazione: -VIA
LE TRUPPE ITALIANE DA TUTTI I TEATRI DI GUERRA. -NO
ALLA SPEDIZIONE MILITARE IN LIBANO - NO ALL’UNITA’ NAZIONALE
MILITARE PRODI-D’ALEMA-FINI-BERTINOTTI. -NON
UN UOMO, NON UN SOLDO PER LE MISSIONI MILITARI. -PER
IL DIRITTO INCONDIZIONATO DI RESISTENZA DEI POPOLI OPPRESSI CONTRO LE
FORZE MILITARI DI OCCUPAZIONE. -PER
IL PIENO DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO PALESTINESE. Questi
contenuti erano condivisi pressoché dalla totalità delle
organizzazioni aderenti, come si è potuto vedere dall’esame dei circa
20 diversi volantini che venivano distribuiti.
Da segnalare come positivo il fatto che alcuni gruppi si siano
presentati con documenti unitari, segno di una ricerca di coesione e
coordinamento al di là delle singole sigle. In particolare, i compagni
campani hanno distribuito un volantino unitario firmato da 7 componenti:
Coordinamento dei Collettivi Studenteschi Universitari, Area Antagonista
Campana, Collettivi Studenteschi Autorganizzati, Collettivo
Internazionalista di Napoli, c.s.o.a. Terra Terra, Movimento per il
Partito Comunista dei Lavoratori (Napoli), Confederazione Cobas
(Campania).
I tentativi di coordinarsi a livello territoriale tra
raggruppamenti diversi sono molto importanti perché la forza di
attrazione verso l’esterno si moltiplica, e si razionalizzano le
energie. In questa direzione va il lavoro del Comitato cittadino contro
le missioni di guerra a Torino. Il corteo di Roma, come è stato ribadito nei comizi conclusivi da parte dei raggruppamenti promotori, è e deve essere un punto di partenza per la ricostruzione del movimento contro la guerra su scala nazionale. A Torino l’impegno in questa direzione è costante da diverse settimane, e continuerà nei mesi autunnali sino all’importante scadenza del voto di dicembre per il rifinanziamento delle missioni militari.
IL
LOSCO AFFARE DEI RIGASSIFICATORI Nell’articolo
“Risorse energetiche-ecologia” (agosto ‘06) ci si augurava che le
problematiche ecologiche (che nei prossimi anni saranno sempre più al
centro dell’attenzione, dato il loro impatto sulla qualità della vita
delle popolazioni), vengano sempre più chiaramente viste come il prezzo
del cosiddetto “benessere dei consumi” che il capitalismo ci
somministra. La denuncia degli interessi che stanno dietro alle scelte
energetiche può portare alla coscienza che esiste una possibilità
alternativa a questo tipo di “benessere”, possibilità che però
dipende dal superamento del sistema di produzione attuale, basato sul
profitto. Importante
a questo scopo è capire cosa c’è dietro a un’altra fonte di
energia cosiddetta “pulita”, quella del gas metano e del suo
trasporto. Infatti,
si può trasportare il gas liquido via mare anche da località distanti
dalle linee dei gasdotti, ma deve essere riportato allo stato gassoso
nei cosiddetti “rigassificatori”.
Lo scorso 18 agosto il governo Prodi ha istituito una “cabina
di regia” per la costruzione di 5 rigassificatori. Con questa scelta
in materia di politica energetica l’Italia vuole limitare la
dipendenza dai tradizionali gasdotti esteri. Si tratta di una politica
che implica la feroce rapina di materie prime dai paesi in via di
sviluppo, in questo caso dalla Nigeria, come riportato su un documento
dal titolo Sangue sui gassificatori del sito www.contropiano.org
che in parte riproduciamo: “E’
venuto il momento di svelare il retroscena tutto italiano della scelta
dei rigassificatori. Essi
sono collegati ad una fornitura di metano della Nigeria che l’Italia
ha sottoscritto tramite ENI subito dopo l’impiccagione di un gruppo di
attivisti ecologisti.Fu firmato un contratto per la fornitura di gas
liquefatto senza che fossero stati approntati i rigassificatori in
Italia. E questo contratto di fatto rende necessaria la loro
realizzazione in quanto la rigassificazione attualmente sta avvenendo in
Francia in attesa che vengano costruiti i rigassificatori italiani. Mentre
i sostenitori di questi impianti dicono che essi offrono maggiori
garanzie di approvvigionamento, va detto che è a rischio proprio il gas
destinato ai rigassificatori italiani. Infatti,
in quella nazione è in corso una sollevazione popolare contro le
multinazionali del gas. Un tecnico italiano è stato recentemente rapito
ed è ancora prigioniero. Le
multinazionali del gas (le stesse del petrolio) devastano l’ambiente
con roghi ininterrotti, 24 ore su 24. la popolazione è costretta a
inalare esalazioni continue. E’ in atto un profondo incessante
inquinamento del Delta del Niger non solo per estrarre petrolio, ma
anche per il metano, che viene sondato con metodologie assolutamente
dannose per l’ambiente. Le multinazionali dell’energia, per
difendersi dalle popolazioni che protestano, godono della protezione
dell’esercito nigeriano che reprime gli insorti e brucia le
baraccopoli per punire i ribelli… E’
in atto una campagna informativa pro-rigassificatori che li presenta
come indispensabili per non passare l’inverno al freddo. E’ falso,
in realtà il metano può giungere tramite i metanodotti in quantità più
che sufficiente. Recentemente l’Italia ha infatti concluso accordi per
l’incremento dei metanodotti con l’Algeria e il contenzioso
Russia-Ucraina si è risolto con un nuovo accordo commerciale. Il
vero obiettivo dei rigassificatori non è quindi quello di portare il
metano, ma di abbassarne il prezzo, ossia di mettere in competizione i
paesi produttori con dinamiche che incrementeranno non solo la
concorrenza ma la repressione politica e l’inquinamento in una logica
di globalizzazione e di corsa verso il basso nell’abbattimento di
tutti gli standard di sicurezza e di compatibilità ambientale….”
Riportiamo
alcuni contributi sulla vicenda dei due extracomunitari annegati nello
Stura a Torino lo scorso 29 settembre, e di quanto è seguito nei giorni
successivi. I
fatti Venerdi
29 settembre a Torino, alle 16, i carabinieri circondano e irrompono nel
parco antistante l’albergo Novotel, vicino a corso Giulio Cesare, dove
si concentrano acquirenti e venditori di sostanze stupefacenti. Tredici
giovani senegalesi provano ad attraversare lo Stura: in undici rimangono
bloccati su un’isoletta in mezzo alle correnti, gli altri due cadono e
scompaiono tra i flutti, sotto gli occhi dei loro amici e degli
inseguitori. I
soccorsi partono con fatale ritardo, la rabbia si sfoga con delle
sassaiole contro i carabinieri. L’operazione
si conclude con svariati arresti (nessuno per possesso di stupefacenti),
e molte espulsioni per il mancato possesso dei documenti. Il
pomeriggio stesso si forma un presidio spontaneo di immigrati, che
affronta i carabinieri e nei giorni successivi blocca a più riprese il
traffico di corso Giulio, chiedendo il ritrovamento delle salme.Un corpo
viene ripescato il sabato.
Lunedì
2 ottobre, in serata, c’è qualche momento di tensione al presidio tra
chi vuole bloccare di nuovo la strada e chi preferisce aspettare. Il
martedì la presenza di senegalesi sul posto scema visibilmente, mentre
gli italiani solidali sono molto pochi. I giornali, intanto, si
inventano un episodio di ostilità tra i senegalesi del presidio e
“due anarchici” solidali. Poi preannunciano una manifestazione
indetta da “anarchici e pusher assieme”, alla quale comitati
spontanei e
gruppi di commercianti promettono di reagire con le maniere forti. Anche
questa notizia è completamente inventata. La
sera di martedì 3, isolati, i senegalesi decidono di togliere il
presidio. Il corpo del secondo annegato verrà ripescato una settimana
più tardi e i soldi raccolti per rimandare la salma in Senegal
sequestrati durante una perquisizione. Intanto
gli esponenti della destra cittadina si affrettano a strumentalizzare la
situazione, lanciando invettive contro gli immigrati e chiedendo a gran
voce più efficienza contro gli spacciatori. In particolare il piccolo
gruppo neofascista “Forza Nuova” annuncia una fiaccolata per la sera
di venerdi 13 ottobre. Di conseguenza il Collettivo Universitario
Autonomo promuove una mobilitazione delle forze antifasciste e
antirazziste per impedire la manifestazione di Forza Nuova. A questo
punto la questura vieta il corteo ai fascisti, e la sera del 13 ottobre
in piazza Derna si svolge un presidio cui partecipano le realtà della
sinistra mobilitatesi nei giorni precedenti. Una
testimonianza Una
delle testimonianze raccolte dai redattori di Radio Blackout che hanno
portato solidarietà agli immigrati nella giornata di lunedì 2 ottobre. RbO:
…Vorremmo sapere, se è possibile, che cosa è successo realmente
venerdì. T. Quello
che è successo realmente è che i poliziotti hanno inseguito dei
ragazzi. Beh... questi giovani sono corsi verso l’acqua e ci sono
entrati dentro. Due persone sono annegate a cinque metri dai
carabinieri, dai poliziotti e dagli agenti in borghese... Li
insultavano! Li vedevano annegare e li insultavano, invece di chiamare i
soccorsi! Visto
che non l’hanno fatto [chiamare
i soccorsi] e se ne sono andati, siamo arrivati noi. Ci hanno
chiamato e siamo arrivati noi, per aiutarli. Abbiamo avuto noi l’idea
di prendere una corda per aiutare gli altri undici. Bene,
quello che vogliamo... Abbiamo bloccato la strada per reclamare che
ripeschino gli altri due, che sono già morti sicuramente. RbO.
Quindi le ricerche dei corpi ci sono state soltanto perché c’è
stato un blocco stradale? T. Perché
abbiamo bloccato la strada! Hanno cominciato le ricerche, ma non avevano
niente... Non avevano alcun materiale per poter andare a cercare
nell’acqua... Beh, ci siamo calmati, siamo tornati il giorno dopo...
abbiamo fatto tutto senza violenza, con molto rispetto... Siamo
ritornati per domandarli [i corpi]. Ma loro non avevano portato
nessun dispositivo necessario per ripescare i ragazzi. Ne hanno trovato
uno il giorno dopo, e adesso, che sono passati altri due giorni, un
altro è ancora lì sotto... Sul
problema droga e immigrazione Brani
di due diversi volantini che prendono posizione sul problema droga e
immigrazione, distribuiti al presidio del 13 ottobre rispettivamente da
compagni dei centri sociali Askatasuna e Gabrio. -Volantino
Askatasuna …le
condizioni sociali generali che deve affrontare un immigrato in Italia,
grazie a leggi razziste come la Bossi-Fini, sono ancora più difficili
di quelle dei lavoratori o disoccupati italiani, e questo getta tanti
ragazzi africani nel mercato della droga e tante ragazze straniere in
quello della prostituzione... …se
da un lato il mercato dell’eroina e gli spacciatori (non importa da
dove vengano) devono essere cacciati dai quartieri, è sull’unità di
interessi di tutte e tutti coloro che vivono la periferia, immigrati o
italiani che siano, che vanno costruite lotte che permettano ai nostri
bambini – bianchi o neri non deve avere nessuna importanza – di
poter giocare nei giardini e a noi di non vivere in quartieri fantasma. …Il
disagio e la rabbia possono essere tanto una risorsa per lottare e
provare a cambiare le cose, quanto il brodo di coltura per la peggiore
demagogia: sta solo a noi scegliere. Soltanto se sapremo agire tutti
insieme e in modo autonomo, assediando le istituzioni, invadendo insieme
il nostro spazio metropolitano e opponendoci al degrado in nome di
migliori condizioni di esistenza per tutte e tutti nelle periferie
torinesi, diventeremo qualcosa che non sarà più possibile
strumentalizzare. -Volantino
Gabrio …Esiste
lo spaccio ed esistono gli spacciatori, che in larga parte sono
immigrati, perché esiste una reale condizione di clandestinità data
dalla legge Bossi-Fini, che rende centinaia di uomini manovali della
criminalità e dello spaccio; esiste lo spaccio perché esisteva legge
Fini sulle droghe che colpisce chi consuma, e negando la legalizzazione
o la liberalizzazione favorisce il mercato nero e le narcomafie. E
allo spaccio, al mercato nero delle narcomafie, è possibile rispondere
solo con politiche anti-proibizioniste, con il coraggio di dire che qui
come altrove il vortice delle droghe pesanti diventa tragedia quotidiana
se non incontra politiche di riduzione del danno, politiche che senza
ipocrisia prendano atto di una situazione, quella del consumo di
sostanze, che è nei fatti,...
In due articoli precedenti, Risorse energetiche – ecologia
(agosto) e Capitalismo e questione ecologica (ottobre), si
affermava che la produzione capitalistica sempre più sfrenata rende
sempre più pressanti le problematiche legate all’ambiente, e ci si
chiedeva se vivendo questo tipo di problema le masse possono giungere
alla coscienza di un superamento del modo di produzione capitalistico.
Questo
ragionamento conduce ad occuparsi di un tema che negli ultimi tempi è
stato molto dibattuto, quello della decrescita, intorno al quale si
stanno costruendo veri e propri movimenti.
Per
ora ci limitiamo ad introdurre il discorso riportando una parte del Manifesto
per il Movimento della Decrescita Felice di Maurizio Pallante
(2006). La lettura integrale di questo documento, insieme al Manifesto
del doposviluppo di Serge Latouche (2005), è molto utile per capire
le argomentazioni dei fautori della decrescita. In
articoli successivi verranno date ulteriori informazioni e valutazioni.
Il Movimento per la Decrescita Felice si propone di promuovere la più
ampia sostituzione possibile delle merci prodotte industrialmente ed
acquistate nei circuiti commerciali con l’autoproduzione di beni. In
questa scelta, che comporta una diminuzione del prodotto interno lordo,
individua la possibilità di straordinari miglioramenti della vita
individuale e collettiva, delle condizioni ambientali e delle relazioni
tra i popoli, gli Stati e le culture.
La sua prospettiva è opposta a quella del cosiddetto «sviluppo
sostenibile», che continua a ritenere positivo il meccanismo della
crescita economica come fattore di benessere, limitandosi a proporre di
correggerlo con l’introduzione di tecnologie meno inquinanti e
auspicando una sua estensione, con queste correzioni, ai popoli che non
a caso vengono definiti «sottosviluppati».
Nel settore cruciale dell’energia, lo «sviluppo sostenibile»,
a partire dalla valutazione che le fonti fossili non sono più in grado
di sostenere una crescita durevole e una sua estensione a livello
planetario, ne propone la sostituzione con fonti alternative. Il
Movimento per la Decrescita Felice ritiene invece che questa
sostituzione debba avvenire nell’ambito di una riduzione dei consumi
energetici, da perseguire sia con l’eliminazione di sprechi,
inefficienze e usi impropri, sia con l’eliminazione dei consumi
indotti da un’organizzazione economica e produttiva finalizzata alla
sostituzione dell’autoproduzione di beni con la produzione e la
commercializzazione di merci.
Questa prospettiva comporta che nei paesi industrializzati si
riscoprano e si valorizzino stili di vita del passato,
irresponsabilmente abbandonati in nome di una malintesa concezione del
progresso, mentre invece hanno ampie prospettive di futuro non solo nei
settori tradizionali dei bisogni primari, ma anche in alcuni settori
tecnologicamente avanzati e cruciali per il futuro dell’umanità, come
quello energetico, dove la maggiore efficienza e il minor impatto
ambientale si ottengono con impianti di autoproduzione collegati in rete
per scambiare le eccedenze.
Nei paesi lasciati in stato di indigenza dalla rapina delle
risorse che sono state necessarie alla crescita economica dei paesi
industrializzati, un reale e duraturo miglioramento della qualità della
vita non potrà esserci riproducendo il modello dei paesi
industrializzati, ma solo con una crescita dei consumi che non comporti
una progressiva sostituzione dei beni autoprodotti con merci prodotte
industrialmente e acquistate. Una più equa redistribuzione delle
risorse a livello mondiale non si potrà avere se la crescita del
benessere di questi popoli avverrà sotto la forma crescita del prodotto
interno lordo, nemmeno se fosse temperata dai correttivi ecologici dello
«sviluppo sostenibile». Che del resto è un lusso perseguibile solo da
chi ha già avuto più del necessario da uno sviluppo senza aggettivi. Nell’ultima
parte del manifesto Pallante elenca i singolari “criteri di
adesione” al movimento: Per
aderire al movimento è sufficiente -
autoprodurre lo yogurt o qualsiasi altro bene primario: la passata di
pomodoro, la marmellata, il pane, il succo di frutta, le torte,
l’energia termica e l’energia elettrica, oggetti e utensili, le
manutenzioni ordinarie; -
fornire i servizi alla persona che in genere vengono delegati a
pagamento: assistenza dei figli nei primi anni d’età, degli anziani e
dei disabili, dei malati e dei morenti. ...La
sede del Movimento per la Decrescita Felice viene stabilita presso...
(preferibilmente un’azienda agricola, o un laboratorio artigianale, o
un servizio autogestito, o una cooperativa di autoproduzione, una
bottega del commercio equo e solidale, ecc.).
PER
UN INTERNAZIONALISMO CONCRETO CONTRIBUTO
ALLA DISCUSSIONE CON LOTTA COMUNISTA Nel
mese di gennaio Lotta Comunista ha pubblicato il libro Il compito
inedito, di Renato Pastorino, che sviluppa varie tematiche
riguardanti l’internazionalismo e l’organizzazione rivoluzionaria.
Inoltre, il 28 del mese a Torino (Teatro Colosseo) si è svolta una
“manifestazione” dei circoli operai in cui sono state esposte le
prospettive del partito nella situazione attuale. Dalla
lettura della prefazione del libro e dall’ascolto dell’assemblea del
28 sono emerse non poche perplessità, in continuità con quelle
maturate durante l’esperienza all’interno dei circoli. Di seguito si
accenna a due importanti temi, per stimolare la riflessione.
1. LA FORMA DEL PARTITO. Ne Il compito inedito si
ribadisce la necessità di un partito rivoluzionario incentrato sul
modello bolscevico, che “aveva preso forma e si era perfezionato in
una “storia pratica” senza paragoni”, e si cita in proposito L’estremismo
di Lenin, quasi a significare che la forma partito assunta negli anni
1920-21 sia il modello cui rifarsi. Ma bisognerebbe spiegare le ragioni
storiche per le quali i bolscevichi furono spinti a giungere alla
struttura di partito dei tempi de L’estremismo, ovvero i fatti
dal 1917 al 1920 e seguenti. Dopo l’ottobre del 1917, infatti, una
serie di fattori (mancata rivoluzione in Germania,
guerra civile in Russia, scelta di conservare il potere statale)
indussero il partito di Lenin a mettere fuorilegge gli altri partiti, a
eliminare le correnti dal proprio (che prima c’erano!), ad abbandonare
la linea politica de “tutto il potere ai soviet” e passare alla
“difesa della patria socialista”, alla creazione della Ceka,
dell’Armata Rossa, insomma a ripristinare quegli strumenti dello stato
zarista di cui poi si sarebbe servito Stalin, bolscevico dal 1901.
Il tutto applicando una “disciplina ferrea” per stroncare gli
oppositori. Come
si fa a presentare questa evoluzione come un progresso, come “il
modello bolscevico che si era perfezionato”? Proprio l’esperienza
dello stalinismo spiegata come “controrivoluzione borghese” dovrebbe
insegnare che il concetto di “disciplina ferrea” ha i suoi limiti, a
meno che non si pensi che la rivoluzione debba assumere necessariamente
un carattere di golpe militare.
Più
in generale, gli importantissimi studi che si sono susseguiti per tutto
il ‘900, sull’autoritarismo e sul carattere conservativo delle
organizzazioni verticistiche, pongono degli interrogativi sulla
efficacia del mitico “modello bolscevico”. Siamo sicuri che per
combattere la borghesia, che “riserva a se stessa ogni strumento,
anche estremo, di centralizzazione politica, sino allo stato
d’eccezione e alla mobilitazione di guerra”, occorra uno
strumento analogo? Oppure per la lotta politica comunista ci sono altri
strumenti, più adeguati allo scopo? Che
dire infatti delle tendenze storiche di oggi? Nelle pur parziali lotte
sociali che ultimamente hanno agitato e agitano varie parti del mondo,
dal Medioriente, al Messico (Oaxaca), alla Francia (banlieues, movimento
contro il CPE), alle lotte contro la precarietà in Italia, a quelle per
la difesa del territorio, sembra evidente la tendenza ad un rifiuto
della delega e ad un ridimensionamento degli organismi partitici, di
tutti i tipi.
2. CHE COS’E’ LA LOTTA POLITICA. Nelle pagine de Il
compito inedito e nelle conclusioni dell’assemblea del 28 gennaio,
tenute dal compagno Francesco Grondona, anche segretario provinciale
della Fiom di Genova, si dà molta importanza al lavoro di radicamento
organizzativo del partito. Ma la lotta politica rivoluzionaria non può
essere semplice lotta per avere più lettori, sostenitori, diffusori di
un giornale che “contrasta le ideologie dell’imperialismo
europeista”. Infatti
come si può parlare di opposizione all’imperialismo europeo se non si
ci impegna nelle mille battaglie contro le manifestazioni concrete
di questo imperialismo, se non si cerca di indebolire i meccanismi
attraverso i quali l’imperialismo si consolida e si riproduce? Una
vera opposizione all’imperialismo europeo significa unire, sostenere e
spingere avanti tutte le lotte che animano il tessuto sociale dei nostri
territori. E,
dunque, sostiene Lotta Comunista quei lavoratori che, per lo più
all’interno di sindacati di base e coordinamenti autonomi dalle
burocrazie confederali, si battono contro la precarietà e i tagli al
welfare, fatti per nutrire la politica di guerra dell’imperialismo?
Oppure partecipa alla concertazione e alla spartizione dei posti
all’interno dei sindacati istituzionali? Sostiene
Lotta Comunista chi si batte per la libera circolazione di tutti gli
immigrati, chi si oppone alla guerra e alle basi militari (come gli
abitanti di Vicenza), chi si oppone alle grandi speculazioni
capitalistiche come il TAV? Il
lavoro organizzativo serve se c’è un impegno su obiettivi politici
concreti. Altrimenti ci si illude che il cambiamento del sistema sociale
giunga meccanicamente dall’evoluzione verso “crisi generali” e
guerre mondiali inevitabili (e questa è una posizione attendista)
e che le masse siano semplici strumenti di manovra, inconsapevoli dei
processi in atto. Su
questi due punti vogliamo portare avanti la discussione, nell’ottica
di una crescita politica di tutti i compagni, da qualsiasi
organizzazione provengano. Bollettino
Internazionalista, gennaio 2007
FEBBRAIO
ANTIFASCISTA A TORINO
In
due articoli sull’antifascismo di marzo e maggio 2006 si afferma che
le forze politiche di estrema destra svolgono un ruolo di
“guardaspalle” per la borghesia imperialista in quanto raccolgono le
istanze di disagio sociale e di ribellione giovanile (che potenzialmente
sono rivoluzionarie) e le incanalano in una serie di comportamenti
degradanti (razzismo, sessismo, autoritarismo) di cui il sistema si
serve per la propria autoconservazione. Questa
è una delle principali ragioni per cui, anche da un punto di vista
comunista, è necessario l’antifascismo militante, ovvero una lotta
per impedire alle forze politiche della destra radicale di sviluppare
una loro attività organizzata.
A Torino nell’ultima parte del mese di gennaio si è avuto un
rilancio dell’antifascismo in risposta alla provocazione da parte del
gruppo di estrema destra Forza Nuova, consistente in una conferenza
sulle Waffen SS naziste in programma per il 26 gennaio (viglia
del giorno della memoria), presso l’associazione Il presidio di via
Casalis 44. L’iniziativa
veniva presentata così: Un’esperienza
politica e militare unica per il suo carattere e per la sua durata: dal
1941 al 1945, un milione di ragazzi di 28 paesi dell’Europa, riuniti
in seno della Waffen SS offrirono la loro gioventù, e spesso, la loro
vita (400.000 Waffen SS morirono nel corso della Seconda Guerra
Mondiale...) per creare una Europa devota alla giustizia sociale, alla
solidarietà, all’ordine e la grandezza...Onore e gloria al maggiore
esercito ideologico della storia degli uomini! Tra mille anni si
continuerà a parlare di questi soldati di ferro. Dovunque un eroe,
appaia, non muore mai del tutto. il suo spirito continua a marciare come
una guida alla testa dei paesi. La Waffen SS, soccombendo dopo una lotta
titanica, è entrata per sempre nell’immortalità. In seguito alle proteste di varie
forze politiche della sinistra e all’annuncio da parte di diversi
collettivi studenteschi di recarsi in piazza Bernini, vicino a via
Casalis, la sera in cui avrebbe dovuto svolgersi la conferenza, Forza
Nuova ha deciso di non svolgere l’iniziativa, rinviandola però
all’8 febbraio col nuovo titolo Dai
volontari delle Waffen SS ai martiri delle foibe. A
partire questo episodio, e anche a causa dell’indizione di un corteo
per le vie di Torino da parte della Fiamma Tricolore per il 24
febbraio prossimo, è stato quindi diffuso un Appello per un febbraio
antifascista, cui molti raggruppamenti hanno risposto. Il
31 gennaio a Palazzo Nuovo una sessantina di persone hanno partecipato
all’assemblea di lancio di questa campagna, presente anche un compagno
dell’A.N.P.I. sezione Martinetto. Segue
il testo dell’appello: Nelle
prossime settimane per ben due volte gruppi dell’estrema destra
tenteranno di inscenare squallide provocazioni nella città di Torino.
L’8 febbraio Forza Nuova intende celebrare il ricordo delle SS naziste
durante un’incredibile “conferenza” che si dovrebbe tenere nella
sede “Il Presidio” di via Casalis 44; il 24 Febbraio la Fiamma
Tricolore vorrebbe sfilare per le vie del centro e tenere un comizio
presieduto dal neonazista Boccacci. Come
antifasciste e antifascisti non riteniamo accettabile che simili
nefandezze oltraggino il decoro e la dignità di Torino, città Medaglia
d’oro alla Resistenza. Le strade di questa città hanno patito anni fa
la guerra e l’occupazione, ma hanno saputo prodursi nello sforzo che
ha reso possibili mille percorsi di resistenza. E’ per questo che
Torino è stata liberata: grazie all’azione partigiana, grazie
all’azione operaia. In
tantissime e tantissimi hanno pagato con la prigione, il confino, la
tortura, lo stupro, la fucilazione o la deportazione il loro coraggio,
la determinazione nell’affrontare
un nemico che più volte ha cercato di rialzare la testa dopo la guerra,
incontrando sempre una superiore forza antifascista. Oggi in Italia e in Europa nuovi movimenti di estrema destra si
fanno avanti e si allargano, conquistano voti, compiono innumerevoli
atti di aggressione contro migranti, donne, omosessuali, giovani di
sinistra. L’odio per il diverso, il culto della patria, la retorica di
guerra si insinuano nelle pieghe della cultura di massa, mentre gruppi
razzisti e nazionalisti tentano di interpretare a loro vantaggio queste
tendenze e le mille forme di disagio sociale presenti nella società
contemporanea, facendo proselitismo spesso nei quartieri più poveri,
nelle periferie e negli stadi, coadiuvati dalla moda editoriale e
giornalistica dell’insulto alla memoria partigiana e dalla repressione
contro i movimenti antifascisti. A Torino, nel 2005, due giovani sono stati gravemente feriti
durante un vigliacco attacco squadrista notturno e a causa delle
proteste che ne scaturirono oggi sono gli antifascisti ad essere sotto
processo. Città come Milano e Roma patiscono una presenza neofascista
ancora più preoccupante, come testimoniato addirittura da due
assassinii: Dax a Milano, Renato a Roma. Gruppi come Forza Nuova o la
Fiamma Tricolore non vanno sottovalutati: il loro tentativo è quello di
farsi strada in città a piccoli passi, iniziando a distribuire
materiale nostalgico o razzista, organizzando concerti,
pseudo-conferenze e cortei. Non possiamo permettere questo inizio: per
loro, a Torino, non ci sarà mai un inizio. Tutte le forze politiche, sindacali, le organizzazioni
giovanili, le associazioni partigiane e di ex deportati, le associazioni
antirazziste, i collettivi femministi, omosessuali, le realtà
studentesche e i centri sociali, tutti i singoli antifascisti, anche
qualora non facciano parte di nessun gruppo politico, devono impegnarsi
in una campagna estesa, plurale e determinata per impedire qualsiasi
forma di agibilità politica ai neonazisti. Il
primo appuntamento quindi è per l’8
febbraio alle 20 in piazza Bernini. Come
sottolinea l’appello, in relazione a questo tema è anche il processo
contro gli antifascisti che il 18 giugno 2005 manifestarono in via Po
contro l’accoltellamento di due compagni del centro sociale Barocchio.
Il processo a loro carico, con l’assurda accusa di devastazione e
saccheggio (vedi ricostruzione sullo scorso bollettino), è tuttora in
corso. Nell’udienza
del 30 gennaio (durante la quale davanti al tribunale una settantina
di persone, di varie forze politiche della sinistra, hanno portato la
loro solidarietà) è stato interrogato un funzionario della digos.
Il
PM Tatangelo e la questura miravano a dimostrare che i manifestanti
partirono, quel giorno, con l’intenzione di compiere danneggiamenti in
centro a Torino, e che in realtà l’antifascismo non era che un
pretesto.
Tesi
questa successivamente confutata dal controinterrogatorio della difesa,
che ha mirato invece a dimostrare che l’iniziale intenzione dei
manifestanti non era quella di compiere danneggiamenti in Via Po nè
tantomeno in piazza Castello. La
difesa tenterà anche, attraverso la visione del video che riprende i
sei secondi di contatto tra manifestanti e forze dell’ordine, di
chiarire se i tafferugli avvenuti in Via Po furono scatenati dai
manifestanti o invece da una prima manganellata partita dal cordone
della polizia. Durante
la prossima udienza, fissata per il 20 febbraio, verranno ancora
interrogati testimoni dell’accusa e periti. Appuntamento
dunque al tribunale di Torino (in
c.Vittorio Emanuele 300) il 20 febbraio alle ore 9,30. Il tema dell’antifascismo è
presente anche nella piattaforma della manifestazione “no-vat”
(contro le ingerenze del Vaticano nella sfera politica e sociale) in
programma a Roma il 10 febbraio, promossa dal coordinamento nazionale
Facciamo Breccia (www.facciamobreccia.org). Il ritrovo è a Roma in
piazzale Ostiense alle ore 14. Per chi parte da Torino informazioni sul
treno speciale allo 011-5211116
oppure 335-7167890.
IL
NUOVO RUOLO DELLE BASI STATUNITENSI IN ITALIA
Le forze statunitensi sono in una fase di ridislocazione
dall’Europa settentrionale e centrale a quella orientale e
meridionale, e quindi le basi USA e Nato in Italia sono in uno stadio di
ristrutturazione e potenziamento per la loro funzione di trampolino di
“proiezione di potenza” dell’imperialismo USA verso l’Africa e
il Medio Oriente. In
un articolo di Curzio Bettio pubblicato sul sito www.resistenze.org si
fa riferimento al rapporto ufficiale del Pentagono Base Structure
Report del 2003, che descrive nei dettagli le dimensioni della presenza
militare statunitense in Italia: l’esercito USA possiede nella
nostra penisola oltre 2.000 edifici su una superficie di più di un
milione di metri quadrati e ha in affitto circa 1.100 edifici, con una
superficie di 780 mila metri quadrati. Il personale si aggira sulle
20.000 unità, fra 16.000 militari e 4.000 civili. L’aeronautica
USA ha base soprattutto ad Aviano (presso Pordenone, in Friuli).
In questa base sono depositati ordigni nucleari di tipo convenzionale.
Da Aviano vengono pianificate e condotte operazioni di combattimento
aereo anche in Medio Oriente. La
marina USA ha trasferito il suo quartier generale in Europa da Londra a Napoli,
con area di responsabilità che comprende i tre continenti (Europa, Asia
ed Africa), il Mar Nero e il Mar d’Azov, su cui si affaccia la Russia.
La marina statunitense ha una base aeronavale a Sigonella e una
alla Maddalena, in appoggio per i sottomarini di attacco
nucleare. All’inizio della Seconda Guerra del Golfo, i sottomarini USA
della base della Maddalena hanno attaccato dal Mediterraneo i vari
obiettivi iracheni con missili da crociera. A
Taranto esiste il quartier generale della High Readiness Force
Marittime, una forza marittima di rapido spiegamento inserita nella
catena di comando del Pentagono. Sempre a Taranto è presente un centro
di comando e di intelligence del Pentagono, un centro della marina USA
per la “inter-operabilità dei sistemi tattici”, nodo dei sistemi di
comando, controllo, comunicazioni, e spionaggio. L’esercito
USA ha proprie basi in Toscana e in Veneto. A Camp Darby, presso
Livorno, vi è la base logistica di rifornimenti per le forze terrestri
e aeree impegnate nelle zone del Mediterraneo e del Medio Oriente. A
Vicenza, alla Caserma Ederle, è stanziata la 173esima
Brigata aviotrasportata, che nel marzo 2003 è stata lanciata per prima
sul Kurdistan iracheno. Tutte
queste forze e basi statunitensi, pur essendo in territorio italiano,
sono inserite nella catena di comando del Pentagono e quindi addirittura
sottratte a qualsiasi meccanismo decisionale italiano.
In un articolo su Il Manifesto del 23 gennaio Manlio
Dinucci riporta che, proprio mentre il governo Prodi annunciava il
nullaosta al raddoppio della base USA di Vicenza, tacitamente è
arrivato in Italia, nel porto di Palermo, il Baatan
Expeditionary Strike Group (Baatan ESG), un gruppo navale di
spedizione d’attacco costituito da sette navi da guerra, con a bordo
6.000 marinai e marines. I comunicati ufficiali specificano che questo
possente gruppo navale d’assalto opererà nel Mediterraneo, non nel
quadro della Nato, ma “quale forza da sbarco della Sesta Flotta
sotto il Comando europeo degli Stati Uniti”, quindi del quartier
generale delle forze navali USA in Europa, situato a Napoli. Allo stesso
tempo, attraverso “esercitazioni bilaterali”, contribuirà a
“rafforzare la partnership con le forze armate di Italia e di altri
paesi mediterranei”. Ma, poiché il Bataan ESG è una “potente
forza militare mobile in grado di essere inviata in qualsiasi teatro di
operazioni”, durante lo spiegamento sarà suo compito “rispondere
a qualsiasi esigenza della nazione (si intende gli USA)”. Quindi,
il gruppo navale di attacco può operare anche nella zona del Golfo
Persico dove l’Iran “sta tentando di diventare una potenza
nucleare e continua a fornire appoggio ai ribelli che combattono in
Iraq.” Non è neppure escluso che il gruppo sia inviato a
sostenere la task force congiunta del Corno d’Africa che, ultimata la
fase di addestramento, opererà con circa 2.000 uomini dalla base di
Gibuti in questa “regione di vitale importanza per la guerra
globale al terrorismo.”
In questo contesto, nell’area dell’aeroporto civile Dal
Molin di Vicenza dovrebbe sorgere una caserma gemella rispetto alla
Ederle, sempre per la 173.esima brigata aviotrasportata, gli “sky
soldiers”, che fra le altre imprese hanno trucidato i figli di Saddam
Hussein durante un conflitto a fuoco. I militari USA di stanza a Vicenza
passerebbero da 2000-2500 a 4000 circa; la base di Aviano continuerebbe
a svolgere il ruolo principale dal punto di vista aereo.
Infine, esiste uno stretto collegamento fra TAV e
installazioni militari USA e Nato. In Veneto il tracciato del
corridoio 5 lambisce l’aeroporto militare italiano di Ghedi (che tra
l’altro ospita ordigni nucleari in barba al trattato di non
proliferazione), il comando Nato del Garda e di Verona, Camp Ederle a
Vicenza, e passa non lontano da Istrana e dalla superbase nucleare di
Aviano, che e’ collegata con una bretella alla linea principale. Una
linea ferroviaria ad alta capacità e ad alta velocità, che corre dal
Portogallo agli Urali, consentirà un rapido smistamento di truppe e
materiale bellico in tempi brevissimi, per le eventuali necessità di
portare la “democrazia” nelle varie parti di Europa e verso il Medio
ed Estremo Oriente.
Non va dimenticato l’insediamento, sempre a Vicenza, della Gendarmeria
Europea e che fra la Gendarmeria Europea e gli Americani sono in
corso trattative per la costruzione di un carcere di massima sicurezza.
17
FEBBRAIO – MANIFESTAZIONE CONTRO LA GUERRA A VICENZA A
febbraio l’avvenimento politico principale per l’opposizione alla
guerra in Italia è stato senz’altro la manifestazione di Vicenza
di sabato 17, che ha visto una grande partecipazione da tutta la
penisola a sostegno della lotta della comunità vicentina contro il
raddoppio della base americana. Lo
striscione di apertura del corteo recitava: “Il futuro è nelle
nostre mani: giunta Hullweck, governo Prodi, vergogna! Resisteremo un
minuto in più”. E’
da sottolineare che ancora una volta la maggior parte dei partecipanti
era organizzata in comitati, associazioni, movimenti, mentre gli
spezzoni dei partiti e dei sindacati, che marciavano in coda, erano
molto più piccoli. All’interno
della manifestazione molti gruppi politici hanno portato le loro
posizioni distribuendo volantini e documenti. Alcuni testi, firmati da
compagni di Veneto, Liguria, Lombardia, Roma Napoli, Torino hanno
sottolineato la complicità e gli obiettivi specifici dell’imperialismo
italiano nel raddoppio della base USA, all’interno di una generale
convergenza di interessi tra Stati Uniti e Unione Europea nella
spartizione e nello sfruttamento globale. Erano
presenti anche gli Statunitensi Contro la Guerra, cittadini
americani in Italia che si sono distinti nei giorni precedenti la
manifestazione, rispondendo per le rime all’invito dell’ambasciatore
americano in Italia a non recarsi a Vicenza per il rischio di violenze;
la loro presenza è stata particolarmente gradita. Il
movimento “No Dal Molin”, forte anche del Patto di Mutuo Soccorso
stretto con il movimento No-Tav e gli altri movimenti contro le
nocività ambientali, è fermamente deciso a bloccare l’eventuale
avvio dei lavori per la realizzazione della nuova base, previsti per il
prossimo settembre. Anche nei giorni successivi le mobilitazioni delle
realtà vicentine sono proseguite: ad esempio, il 26 febbraio 3-400
persone hanno partecipato a un rumoroso presidio davanti alla caserma
Ederle. C’è
da lavorare affinché lo slancio della manifestazione di Vicenza venga
mantenuto in vista delle iniziative di marzo in opposizione al
rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero.
Molti
hanno messo in relazione la grande manifestazione contro la guerra di
Vicenza del 17 febbraio con la caduta del governo Prodi sul tema della
politica estera, avvenuta nel dibattito in Senato del 21 febbraio. Il
25 gennaio il Governo aveva presentato il decreto sul rifinanziamento
della missione militare in Afganistan, dopo trattative “segrete” e
vertici di maggioranza in cui si erano imbastiti i compromessi per
mascherarne la natura di guerra, con lo stanziamento di 65 milioni di
euro in più per la cooperazione civile (gli ultimi sei mesi sono
costati 140 milioni di euro di cui solo 3,6 per la ricostruzione) e la
richiesta della famosa Conferenza internazionale già rifiutata a D’Alema
dalla Rice. Mentre i quotidiani facevano trapelare le solite
indiscrezioni su un possibile baratto delle missioni con
un’attenuazione delle liberalizzazioni nei servizi pubblici, il
decreto passava con l’astensione dei Ministri
Ferrero, Bianchi e Pecoraro Scanio. L’8
febbraio all’ennesimo vertice NATO di Siviglia il Ministro della
Difesa Parisi, incalzato dalla pubblicazione sul giornale Repubblica di
una lettera di sollecitazione ad un maggiore impegno stilata dagli
Ambasciatori di 6 Paesi partecipanti alla missione in Afganistan, aveva
accettato la scadenza naturale della missione nel 2011, ma ha dovuto
fare precipitosamente marcia indietro davanti alle proteste della
sinistra radicale. Bush
nel frattempo ha ringraziato l’Italia per l’invio in Afganistan di 2
aerei ricognitori Predator senza pilota e di un C 130
ma chiedendo un maggior impegno per l’ “offensiva di
primavera”, cioè togliendo le formali restrizioni all’uso delle
truppe italiane, legate all “emergenza”, emerse al vertice NATO di
Riga, di cui abbiamo già parlato nel bollettino di dicembre. Il
21 febbraio D’Alema è arrivato alla votazione sulla politica estera
di governo con una spavalderia da rasentare l’incoscienza, viste le
premesse: “O ci sono i numeri o si cade” , è stata la sua
dichiarazione del giorno prima riportata a
titoli cubitali sulle pagine di tutti i quotidiani. Così è
stato. Dal
resoconto delle sue “comunicazioni sulla politica estera”, si
legge testualmente: “..L’Italia conferma la sua partecipazione alla
missione in Afganistan, ritenendo che un ritiro unilaterale e non
condiviso da nessun altro paese, la conseguente violazione del mandato
delle Nazioni Unite e la rottura della solidarietà europea minerebbero
la credibilità internazionale del Paese e vanificherebbero gli sforzi
di pacificazione fin qui attivamente condotti per l’indizione di una
conferenza di pace e per l’organizzazione del dibattito sul rinnovo
del mandato ONU”. Si
è guardato bene dal comunicare i dati sulle vittime della guerra:
14.000 caduti afgani in seguito all’invasione NATO nel solo 2001
(secondo Peace Reporter) cui vanno aggiunti i 20.000 civili morti nei
mesi successivi per malattie e fame, i 5.000 uccisi in combattimenti e
attentati nei tre anni di “dopoguerra”: poi, nel 2005 gli scontri in
Afganistan sono costati la vita a 1.900 persone, di cui 1.750 afgani e
150 soldati della coalizione. Nel 2006
i morti sarebbero quasi triplicati: circa 5.200 afgani e 180 soldati
NATO. Totale
circa 50.000 morti mentre la libertà, che doveva giungere al seguito
delle bombe NATO, non è arrivata; in compenso sono arrivati gli affari,
le speculazioni e il boom degli oppiacei, come già riportato nel
Bollettino di dicembre. Sulla
base militare USA di Vicenza D’Alema ha detto testualmente: “..Non
intendiamo rimettere in discussione l’orientamento preso, ma
insistiamo affinché si tenga conto delle preoccupazioni dei cittadini
di Vicenza e credo che ragionevolmente ‘ con questi cittadini il
governo aprirà un dialogo, così come abbiamo chiesto agli Stati Uniti
di tenerne conto”. In
sede di voto la ipocrita relazione di D’Alema non ha ottenuto la
maggioranza richiesta, e ciò ha scatenato da parte dei politici del
centrosinistra e dei media di regime un vergognoso linciaggio nei
confronti dei senatori Franco Turigliatto e Fernando Rossi, che
coerentemente con la loro posizione pacifista non hanno partecipato al
voto, ricevendo per questa scelta messaggi di approvazione da migliaia
di persone. Dopo
alcuni giorni di consultazioni, durante i quali Prodi ha anche tirato
fuori un dodecalogo di obiettivi da rispettare, includente il TAV e la
base di Vicenza, il 28 febbraio un nuovo dibattito in Senato con
successivo voto di fiducia ha ristabilito la maggioranza di governo. Questi
avvenimenti sono un’ulteriore dimostrazione della crescente distanza
tra le istituzioni, rappresentative solo degli interessi del grande
capitale, e la gente comune, che per fortuna sempre da più parti
comincia a rialzare la testa, a capire che bisogna difendersi da soli,
autorganizzandosi e coinvolgendo nella lotta gli altri. La
cosa fondamentale è sostenere e unire le lotte popolari, perché
innanzitutto attraverso queste è possibile condizionare le scelte del
governo, mentre in sede parlamentare è assai difficile andare oltre una
sterile azione di testimonianza.
24
FEBBRAIO – CORTEO ANTIFASCISTA A TORINO Il
mese di mobilitazione promosso a febbraio a Torino dall’insieme di
forze riunite nell’Assemblea Antifascista è culminato nel corteo di
sabato 24, organizzato per rispondere alla manifestazione neofascista
della Fiamma Tricolore in programma lo stesso giorno per le strade della
nostra città. La
mobilitazione dei giorni precedenti e le pressioni a livello
istituzionale di partiti come Rifondazione e Comunisti Italiani non
erano bastate a far vietare il corteo fascista, che addirittura avrebbe
dovuto svolgersi per le vie del centro, mentre agli antifascisti era
stato imposto un presidio statico in piazza Statuto. Dopo
un pomeriggio di propaganda a Porta Susa, nella serata di venerdi 23 una
trentina di esponenti delle case occupate torinesi avevano istituito un
presidio ai giardini Lamarmora, dove l’indomani avrebbe dovuto tenersi
il comizio della Fiamma. Dopo una nottata di veglia, i compagni sono
stati sgomberati dalla polizia intorno alle 9 del mattino del sabato. Si
è quindi giunti all’appuntamento delle 15 in piazza Statuto, dove
alcune componenti dell’Assemblea Antifascista hanno deciso di dare
subito un chiaro segnale alla questura disponendosi lungo il primo
tratto di via Garibaldi per iniziare il corteo. Questi compagni sono
stati respinti in piazza Statuto dalla polizia con una carica a freddo,
tuttavia la determinazione di molti membri dell’Assemblea Antifascista
ha ugualmente indotto la questura a concedere che il presidio si
trasformasse in corteo, un corteo che, iniziato alle 17, ha attraversato
la zona di Porta Palazzo e le vie del centro cittadino per concludersi
verso le 19,30 in piazza Albarello, mentre la Fiamma Tricolore invece
che in centro è stata dirottata dal Jolly Hotel di corso Vittorio
Emanuele all’Unione Industriale, un misero percorso di 300 metri. Seguono
alcune valutazioni sul corteo di sabato e sull’antifascismo in
generale. NESSUNO
SPAZIO AI FASCISTI Questa
parola d’ordine impressa sullo striscione apriva il corteo
antifascista di sabato 24 febbraio che ha percorso le vie del centro di
Torino, contrapposto al raduno dell’organizzazione di estrema destra
Fiamma Tricolore. Il
corteo ha visto una partecipazione ancora più consistente rispetto alla
precedente manifestazione dell’8 febbraio partita da piazza Bernini
(in risposta alla conferenza sulle Waffen SS organizzata da Forza
Nuova), segno che su questo tema c’è un crescente interesse ed una
rinnovata volontà a sviluppare un’opposizione militante. I
gruppi neofascisti (oltre a un possibile utilizzo controrivoluzionario
da parte della borghesia, come strumento repressivo vero e proprio nei
momenti di crisi) hanno un ruolo reazionario da un lato nel cercare di
spostare l’attenzione di rinascenti movimenti sociali da fronti di
lotta come l’opposizione alle missioni militari, alle grandi opere,
alla finanziaria antioperaia, dall’altro rispolverando la falsa tesi
secondo cui il radicalizzarsi delle lotte spaventa i settori moderati
della piccola borghesia spingendoli a destra e mettendo in pericolo
l’attuale assetto democratico. Alcune
parole d’ordine scandite durante la manifestazione, di solidarietà
con gli immigrati e per un internazionalismo dei lavoratori, sono la
dimostrazione di come componenti del movimento siano orientate a
collocarsi su posizioni rivoluzionarie. Al contempo però si sono
rivelati alcuni limiti determinanti proprio sull’antifascismo, in
quanto non si è evidenziato per nulla il fatto che le forze
dell’ordine, schierate a protezione di questi gruppi reazionari, in
definitiva dipendessero da un governo di centrosinistra, così come ieri
dipendevano da un governo di centrodestra. 80 anni fa l’avvento del
fascismo fu a sua volta favorito dalla borghesia liberale, in una fase
di crisi evidente del capitalismo. Quando poi i fascisti, a causa della
sconfitta militare nella Seconda guerra Mondiale, persero il potere,
molti di loro furono catturati dal movimento partigiano per essere poi
amnistiati in gran numero, tornando a circolare liberamente proprio
grazie ai partiti democratici, e nello specifico ad opera del ministro
di Grazia e Giustizia Togliatti. Tra l’altro questo permise la nascita
del MSI del boia Almirante. Da
ciò si deduce che un’opposizione conseguentemente antifascista deve
al contempo schierarsi principalmente contro i governi della borghesia
democratica, che è antifascista solo a parole ma nei fatti non fa che
proteggere e utilizzare in funzione controrivoluzionaria vecchie e nuove
forme di fascismo. Anche
sul terreno dell’antifascismo non ci possono essere governi amici. Il
giovane movimento antifascista d’oggi può e deve superare la visione
limitata che non gli permette ancora di mettere in relazione il fatto
che fascismo e democrazia borghese siano indissolubilmente legati alla
stessa tendenza alla conservazione del dominio capitalistico
sull’intera società.
MOVIMENTO
DI MASSA, TERRORISMO E STRATEGIA DELLA TENSIONE Lunedi
12 febbraio, 5 giorni prima della manifestazione contro la guerra
prevista a Vicenza, sono state compiute una serie di perquisizioni in
tutto il Nord Italia, conclusesi con 15 arresti con l’accusa di banda
armata e associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Il giorno
dopo a Sesto San Giovanni altri 4 arresti per l’affissione di
manifesti di solidarietà con gli arrestati del giorno prima. Successivamente
da parte di politici, magistrati e mass media vi era un palese tentativo
di criminalizzare i sindacati (anche la stessa CGIL, per condizionare
ancor di più l’accettazione delle politiche concertative), i
movimenti contro la guerra e contro le grandi opere come il TAV,
indicandoli come terreno fertile per il sorgere di attività
“terroristiche”.
Ci sono anche state molte
prese di posizione e comunicati con cui il movimento no-tav e molte
forze della sinistra hanno sottolineato questo clima di caccia alle
streghe e questa strategia di tensione. Ad
esempio sulla Stampa del 15 febbraio sono
riportate dichiarazioni di Beppe Joannas (sindaco di Bussoleno, PRC): “Il
nostro è un modello incredibile di democrazia partecipata, che ha
sempre detto no a qualsiasi forma di violenza, anzi la violenza
l’abbiamo subita”. Anche Mario Virano (!), commissario
straordinario del governo, ha dovuto ammettere che “attribuire alle
posizioni critiche espresse nei confronti della Torino-Lione una
posizione di contiguità con i movimenti terroristici non è
corretto”. Il
Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori ha dichiarato: “La
cosiddetta operazione antiterrorismo di questi giorni viene utilizzata
cinicamente sia dal centrodestra, sia dal centrosinistra, sia da ampi
settori di burocrazia sindacale per criminalizzare l’opposizione
sociale e politica nel mondo del lavoro e nei movimenti. Particolarmente
inquietante è che ciò avvenga alla vigilia della grande manifestazione
di Vicenza ed a fronte del crollo di popolarità della politica sociale
ed estera del governo presso ampie masse popolari. Respingiamo
fermamente questa operazione. Indipendentemente dalle follie di
eventuali microcosmi terroristici, incapaci di capire il proprio stesso
fallimento storico, rivendichiamo il pieno diritto alla più netta
opposizione sociale contro il capitalismo e l’imperialismo, contro le
loro missioni di guerra, le loro basi militari, la precarizzazione del
lavoro, le sofferenze sociali che impongono ai lavoratori e a miliardi
di esseri umani. Un’opposizione che ci impegna alla luce del sole nei
luoghi di lavoro, nei sindacati, in ogni movimento di lotta, e che non
si farà intimidire. Sarebbe
gravissimo se, come trent’anni fa, una sinistra governativa sempre più
compromessa nella gestione delle pratiche dominanti contro la propria
base sociale finisse con l’avallare una caccia alle streghe a sinistra
nel nome della “lotta al terrorismo. In ogni caso contrasteremmo
questo tentativo con tutte le nostre forze”. Il
centro sociale Vittoria di Milano ha scritto: “Dietro
questa cosiddetta operazione antiterrorismo si vuole nascondere il vero
obiettivo che è quello di cancellare dalla storia a colpi di manovre
giudiziarie la stessa possibilità di una trasformazione radicale dei
rapporti di produzione, tentando così di estirpare un immaginario
rivoluzionario da un corpo sociale sempre più sfruttato e precario. Quello
che si vuole combattere in maniera anche preventiva è l’apparire di
movimenti che mettano in discussione lo stato di cose presenti e che non
si piegano alle realpolitik del gradualismo riformista… Solidarietà
ai compagni arrestati e inquisiti! La
nostra risposta è nella forza delle masse! Altri
comunicati sono reperibili ad esempio su www.contropiano.org
CAROVANA
CONTRO LA GUERRA, PER LA PACE E IL DISARMO
La
riunione, promossa unitariamente dalla Rete “Disarmiamoli”, da quella “Sempre
contro la guerra” e da quella “Fermiamo
chi scherza con fuoco atomico”, ha visto la partecipazione di
delegazioni che andavano ben al di la delle sigle promotrici
dell’incontro, sia in termini di espressioni territoriali che di
ulteriori organismi a carattere nazionale, con la folta partecipazione
di rappresentanti della Rete Lilliput e di esponenti del Movimento Umanista
e Non Violento. Dalla
riunione è venuta fuori l’intenzione di realizzare una vasta e
ramificata campagna nazionale contro la guerra e la militarizzazione dei
territori partendo con l’indizione di una CAROVANA
NAZIONALE CONTRO LA GUERRA, che partendo il 19
maggio con tre spezzoni
da diversi insediamenti militari : da
Sigonella/ Comiso,
da Aviano/ Vicenza, da Novara
/ Cameri, ( vedi cartina a lato), convergerà a Roma
per il 2 giugno a Ponte Sant’Angelo, in concomitanza con la “Festa
della Repubblica”. Viene altresì convocata la
manifestazione contro la visita del Presidente USA Bush del 9
giugno. Al
centro di tale campagna dovrebbe esserci la richiesta
del ritiro delle truppe da tutti i fronti di guerra, lo smantellamento delle
basi, l’obiezione di coscienza alle spese militari, la costruzione
di una vertenza nazionale contro il governo per la rimessa in
discussione di accordi ed impegni internazionali su basi e proiezioni
militari, investimenti e produzioni belliche. Inoltre
si intende lanciare una raccolta
di firme per sostenere una legge contro l’accordo quadro firmato a
febbraio tra il governo italiano e USA che inserisce il nostro paese in
un nuovo sistema di scudo missilistico. La
raccolta firme è un ottimo strumento per avvicinare le persone, che da
la possibilità di spiegare le proprie ragioni etc.: la logica che essa
sottende però, porta nei fatti a non sollecitare il protagonismo
delle persone che si cerca di coinvolgere, ma il principio della
delega, il mettersi in pace la coscienza limitandosi ad esprimere la
propria opinione con una firma, avallando la fiducia nelle istituzioni
circa una loro possibile ricettività rispetto alle rivendicazioni del
movimento. Dopo
gli esempi che hanno dato i parlamentari, anche quelli che dichiaravano
a parole la propria ferma opposizione alle missioni militari, con il
voto al rifinanziamento delle truppe e alla finanziaria di guerra, le istituzioni vanno
guardate innanzitutto come controparti del movimento e non come
possibili interlocutori. Detto
ciò pensiamo che le debolezze della attuale impostazione possano essere
superate nel vivo delle
iniziative che si vanno a promuovere e affrontando sul campo i
problemi che si pongono per il loro raggiungimento
(da un report di Red Link di Napoli). Il programma complessivo dettagliato è
stato definito nella riunione del 6 maggio a Roma, e informazioni pi
dettagliate si possono trovare sul sito: www disarmiamoli.org. I
MOVIMENTI NON VIOLENTI L’ingresso
della sinistra radicale al Governo ha svelato la vera natura dei “pacifinti”,
contrari solo alle guerre portate avanti dal centrodestra , pronti a
giustificarle ora in tutti i modi : ciò ha però ridotto Interessante
a questo scopo, “Storia e
tecniche della non violenza”di Antonino Drago, già prof. di
Storia della Fisica all’Università di Napoli, ora Docente a Pisa e
Firenze di Scienza della Pace. Nell’introduzione
si legge: “1) La nonviolenza non è pacifismo…(quest’ultimo) spera che
arrivi la pace, ma non sa come essa
arriverà……(invece) il processo che
giunge alla pace ha superato un conflitto stabilendo un patto….
5) La risposta nonviolenta esclude la violenza sull’avversario (
ma non il sacrificio volontario su di sé) perché è finalizzato a
ridurre al minimo le sofferenze complessive; od anche ad usare mezzi
adeguati ai fini ideali che ci si propone.” Quest’ultima
affermazione riporta alla mente :“Il
fine determina i mezzi, non li giustifica”, come scriveva Victor
Serge nelle sue “Memorie di un
rivoluzionario”, commentando la decisione di Trotzky
del 1926 di non opporsi con
un colpo di stato militare all’ascesa di Stalin al potere in Russia,
pur avendone le possibilità essendo stato il capo dell’Armata Rossa,
perché sarebbe stato controproducente “accelerando il trionfo della
burocrazia e del bonapartismo, contro i quali si levava l’opposizione
di sinistra” Nel
libro di Drago, più avanti è riportata la dichiarazione
di Siviglia del 1986 di un gruppo di scienziati con varie competenze
psico-socio-biologiche che contesta il vecchio ritornello sulla natura
umana aggressiva: “E’ metodologicamente scorretto dire che..1)
c’è una tendenza ancestrale animalesca alla guerra; 2) gli atteggiamenti violenti sono programmati geneticamente; 3)
la selezione naturale ha premiato gli uomini aggressivi; 4)gli
uomini hanno un cervello violento; la guerra è causata dall’istinto o
da qualsiasi altra motivazione singola; in definitiva che la biologia ci
condanni alla guerra .” Viene
posto in primo piano l’esempio di Gandhi
che “ha fatto uscire la nonviolenza dalla metafisica delle idee
assolute, del misticismo dei visionari, dalla spiritualità degli
asceti;e l’ha resa una guida su come comportarsi nei conflitti di
tutti i tipi…cioè l’ha trasformata in un
metodo per risolvere in maniera non distruttiva
i conflitti da lui incontrati lungo mezzo secolo, nonostante
egli vivesse sotto il dominio oppressivo della politica
occidentale…”. Vengono
citate altre lotte di massa
nonviolente del XX secolo, che hanno risolto dei conflitti, tra cui
le più importanti: -1906-1914 : la lotta per i diritti civili degli indiani in Sud
Africa; -1942 : l’opposizione di massa del popolo
norvegese al governo fantoccio di Quisling insediato dai
nazisti; -1960-1968 : il movimento dei neri guidati da M.L.King
per l’ottenimento dei diritti civili in USA -1968 : la resistenza in Cecoslovacchia
all’invasione russa;
il movimento studentesco in Europa contro l’autoritarismo e
tutte le discriminazioni; -1980-1983 : le lotte in Polonia
per i diritti sindacali e le libertà deocratiche portate avanti da
Solidarnosc; -1989 : le sollevazioni che in Cina
(piazza Tien an Men), Paesi
Baltici, ecc.senza armi, con relativamente
pochi morti, hanno sconfitto strutture istituzionali potenti. L’azione
non violenta può caratterizzarsi con un “rifiutarsi
di fare”, come lo sciopero, il boicottaggio, l’obiezione; o con
un “fare”, come una
manifestazione, (la più famosa la
“marcia del sale”di centinaia di migliaia di persone
per 380 Km per prendersi il sale che era stato tassato
dall’impero britannico nel 1930) ; o riunioni, presidi, discorsi,
musica, teatro, usando la comunicazione
e i simboli, ecc. Sono
tecniche definite “prereligiose”, non metafisiche, ma basate sull’autocoscienza
delle capacità umane, che vanno oltre le diversità di civiltà per
una nuova civiltà universale. Viene
denunciata la responsabilità
della “sinistra” (meglio chiamarlo “stalinismo filorusso”),
di aver accettato la corsa agli armamenti appoggiando l’URSS nella
gara nucleare, quasi come una necessaria minaccia per ottenere un
“progresso storico”, ovviamente impossibile
per questa via date le premesse sui valori. Da
qui viene fatta derivare la contraddizione
della sinistra che vive come sconfitta il “prevalere del progresso
economico tecnologico di tipo liberista su quello socialista…(anche
se) questo progresso oggi
appare manifestamente inaccettabile,
perché…è basato su lotte sociali destabilizzanti, (quasi l’1% dei
cittadini USA è in carcere), ingiustizie
mastodontiche nel mondo (centinaia di milioni di morti per fame nel
mondo, miliardi di poveri, sfruttamento spietato di popolazioni
intiere), spreco irresponsabile
delle risorse terrestri e inquinamenti forse irreversibili…”! La
sospensione della leva ha
tolto però alla politica per la Difesa
Popolare Nonviolenta un rapporto diretto e naturale con la
popolazione giovanile, per cui questo progetto deve “recuperare le
idealità precedenti”. In
questo testo si nota la quasi assenza di riferimenti ad analisi strutturali per spiegare i cambiamenti epocali, di cui i
marxisti sono soliti fare uso: crisi
politiche determinate da
fattori economici alla base dei conflitti, trasformazioni
sociali dovute allo sviluppo capitalistico (es.1968), indebolimento economico relativo che ha provocato il crollo
dell’URSS (es.1989). Interessanti
le documentazioni dei casi storici di reazioni
popolari di massa che hanno impedito o comunque reso molto più
difficile la repressione violenta dello Stato: esse ispirano
oggi anche i movimenti popolari di opposizione alle opere della
speculazione e al militarismo in Occidente e fanno riflettere sul futuro
delle lotte sociali, sull’indispensabile lavoro di sensibilizzazione e
organizzazione e delle difficoltà che esso presenta, ma anche sugli
strumenti adeguati al fine che ci si propone, compreso l’uso delle
leggi e della legalità
e dei suoi limiti, per raggiungere obbiettivi
che vadano verso il superamento dell’attuale sistema politico,che
mettano al centro l’equilibrato sviluppo dell’umanità. IL
MOVIMENTO UMANISTA Circa
1/4 dei partecipanti del corteo
del 17 marzo a Roma contro la guerra e le missioni militari del
governo italiano sfilava dietro gli striscioni e con le magliette e le
bandiere arancione del Movimento
Umanista ; al termine, come loro consuetudine, essi hanno formato un
grande simbolo della pace umano in piazza Navona. Con
molto impegno il gruppo Mondo
senza Guerre e il Partito
Umanista sono animatori, insieme a molti altri gruppi, del Tavolo
della Pace di Torino, che ha organizzato il
corteo del 24 marzo e
che appoggia il Presidio in
piazza Castello di Emergency, che dal 11 aprile quotidianamente
denuncia il sequestro di Rahmat Hanefi
da parte del governo fantoccio afgano, e chiede “al Governo
italiano un impegno pubblico e formale per ottenerne l’immediata
liberazione” (vedi articolo:La drammatica situazione in Afganistan). Il
Movimento Umanista è anch’esso un movimento non violento, che si
ispira all’esempio di lotta politica di Gandhi, ma con caratteristiche
proprie: una prima conoscenza può essere tratta dalla lettura dei tre
scritti redatti dal 1972 al 1988 dall’argentino Mario
Rodriguez Cobo (Silo), raccolti nel testo “Umanizzare la terra” Il
primo, Lo sguardo interno,
“parla del superamento della sofferenza mentale attraverso l’agire
rivolto verso il mondo sociale , il mondo degli altri, purchè tale
agire venga registrato come non contradditorio”; a tale scopo, per
aumentare la forza interiore , suggerisce la meditazione ed esercizi di
rilassamento ed autosuggestione, che chiama “esperienza di pace”. Il
secondo, Il paesaggio interno,
“tratta del senso della vita in relazione alla lotta contro il
nichilismo dentro ogni essere umano e nella vita sociale ed esorta a
convertire questa vita in attività e militanza al servizio
dell’umanizzazione del mondo”. Il
terzo, Il paesaggio umano,
“cerca di dare fondamento all’azione del mondo, riorientando
significati e interpretazioni di valori e istituzioni che
sembravano definitivamente accettati”. Si
esprime la concezione di uomo come.. “essere storico il
cui modo di azione sociale trasforma la propria natura , (per cui
) il concetto di natura umana appare
subordinato al fare, all’esistere e sottomesso alle trasformazione
alle rivelazioni che quell’esistere orienta….E questo mondo non può
essere visto come semplice
esteriorità, ma come paesaggio naturale o umano, sottoposto a trasformazioni umane attuali o possibili. E’ in questo
fare che l’uomo trasforma sé stesso”. Un
approfondimento sull’Umanesimo si evidenzia sempre più necessario,
tornando anche ai Manoscritti
economico-filosofici del 1844 di
Marx: “Il comunismo come soppressione positiva della proprietà intesa come
autoestraniazione dell’uomo, e quindi come reale appropriazione dell’essere dell’uomo mediante l’uomo e per
l’uomo,perciò come ritorno dell’uomo per sé, dell’uomo come
essere sociale, cioè umano, ritorno completo, fatto cosciente, maturato
entro tutta la ricchezza dello svolgimento storico fino ad oggi. Questo comunismo s’identifica,
in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanesimo;
in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo;
è la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, tra
l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa tra l’esistente
e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoaffermazione, tra la
libertà e la necessità, tra l’individuo e la specie”
INTERESSI
E CONNIVENZE NELLE DEVASTAZIONI AMBIENTALI Il 16 Aprile all’Unione Industriale di Torino, il Ministro Di
Pietro ha confermato che…” il tracciato sarà deciso dal governo
entro Settembre, come da programma”; era contestato dall’esterno da
decine di NOTAV, ma anche da uno studio che l’Istituto Bruno Leoni di
Milano aveva messo on line lo stesso giorno (www.brunoleoni.com)
col titolo “TAV, le ragioni liberali del NO”. Andrea Boitani, Professore di Economia Politica alla Cattolica di
Milano, Marco Ponti,
Professore di Economia deiTtrasporti al Politecnico (MI) e l’Ingegnere
Francesco Ramella, sostengono da tempo che i benefici del TAV sono
gran lunga inferiore ai costi, perché le merci non passeranno su rotaie
a meno che non si pongano divieti al transito su gomma. La linea merci
ferroviaria attuale è lungi da essere satura e secondo Il 18 Aprile alla Conferenza dei Servizi veniva presentato il primo
tracciato di attraversamento ferroviario di Orbassano e una bozza di
pianificazione del territorio dell’architetto Cagnardi che prevede la
realizzazione di una galleria
sotterranea a due piani sotto corso Marche, il primo autostradale e
il secondo ferroviario, per il passaggio del TAV per congiungere Settimo
ad Orbassano! Lo
stesso giorno si svolgeva l’incontro informativo organizzato dai
Comitati NO TAV Torino nella sala di corso Ferrucci 65 (TO) con la
partecipazione degli esperti ambientalisti
Claudio Giorno ed Emilio
Soave, che hanno denunciato ancora una volta l’indeterminatezza e
l’assurdità dei vari progetti. Come
esempio hanno denunciato la scelta del tracciato del TAV TO/MI a fianco dell’autostrada probabilmente per far ricadere
sul conto delle ferrovie il costo dell’allargamento delle corsie (che
erano fuori norma da anni), il rifacimento degli svincoli, la
costruzione di faraonici pannelli fonoassorbenti e parapetti colorati e
di tutti quegli adeguamenti imposti dagli enti locali ed accettati di
buon grado dalle impresi costruttrici. Così
come denuncia anche La Stampa del 12/04/2007, ogni Km. Di linea in
Italia è venuta a costare
circa 3 volte quelle di Francia e Spagna:
32-45 contro 10-15 milioni di euro al Km. Collegata
al tracciato del TAV in Torino è probabilmente la nuova
costruzione del tunnel
ferroviario sotto corso Grosseto, denunciata dal Comitato per la difesa del parco Sempione: sui Il
Comitato aveva suggerito la sua collocazione nell’area di proprietà
di Rete Ferroviaria Italiana a lato delle ferrovia esistente, che non è
stata presa in considerazione per l’evidente interesse di poterla
utilizzare con destinazione urbanistica. A
questa stazione dovrebbe far capo anche Questi
lavori hanno progetti segreti, sembrano non decisi formalmente da
nessuno, ma hanno già ricevuto un finanziamento dalla Regione con 115
milioni di euro. In
un documento del Comitato si denuncia:”….
l’11 Settembre 2006,
UNA PRIMA MOBILITAZIONE C’E’ STATA IL 12 MAGGIO, PER INFORMARE GLI
ABITANTI DEL QUARTIERE DI QUESTI GIOCHI DI INTERESSI CHE ROVINERANNO Solo
l’opposizione delle popolazioni può impedire che gli interessi
economici di pochi vadano a danno della vita e della salute di molti: in
tutta Italia si stanno moltiplicando le lotte, ultima quella di Serre in provincia di Salerno, dove la popolazione si oppone
scontrandosi anche duramente con la polizia, alla decisione del Governo
di usare la loro valle come discarica di rifiuti. SOLIDARIETA’ è subito giunta dal Patto di Mutuo Soccorso, dai NOTAV della val Susa che hanno
immediatamente organizzato una protesta
bloccando sabato 12 Maggio a Borgone la ferrovia.
|