CORRISPONDENZE - SOCIETA' E POLITICA ITALIANA

 

 

KATRINA:

IERI LAVORATORI E POVERI HANNO PAGATO IL DISASTRO

DOMANI... PAGHERANNO LA RICOSTRUZIONE

Se ieri  c’era motivo di indignarsi per la mancata prevenzione e i mancati aiuti a New Orleans, oggi c’è un altro motivo di scandalo e riflessione!

 Scriveva con realistico cinismo un giornale italiano all’indomani dell’uragano che “se è vero che queste notizie di disastri occupano le prime pagine dei giornali, è anche vero che in fondo il disastro colpisce una porzione piccolissima dell'economia ( specie nel caso di grandi economie come quella degli Stati Uniti).”

 Come per lo tsunami nel sud-est asiatico, tranquilli, il PIL è salvo e le Borse non hanno tremato.

Anzi !

 Sono stati stanziati, com’era doveroso, miliardi di dollari “per la ricostruzione”

A chi andranno?

Probabilmente agli stessi responsabili del disastro, gli amici degli amici ( come quel Brown posto a capo della protezione civile Usa, la Fema, ed esperto… di cavalli arabi, ma grande elettore di Bush) !!!

 Scrive il Sole del 13 settembre ( sempre sollecito a denunciare le colpe degli altri imperialismi) ” I primi contratti sono stati assegnati senza gare d'appalto, ricorrendo a procedure seguite nei casi di emergenza e finite sotto inchiesta per gravi sprechi, corruzione e favoritismi nel Paese mediorientale.
I nuovi contratti, ha rivelato il Wall Street Journal,
contengono tutti garanzie di profitto per le aziende, con scarse garanzie di controlli sui costi. E i rischi sono moltiplicati dalla crisi di credibilità delle autorità incaricate di gestire i primi aiuti, a cominciare dalla Fema…Tra i nomi che compaiono sui sette contratti finora firmati spiccano quelli di influenti specialisti nel recupero di infrastrutture e servizi essenziali già impegnati a Baghdad, da Bechtel a Fluor. Nel novero c'è un gruppo della Lousiana, lo Shaw Group, che ha ricevuto un incarico da centomilioni per prosciugare New Orleans. Ma non manca neppure la Halliburton— che fu guidata dal vicepresidente Dick Cheney e finì sotto accusa in Irak”

 E per i lavoratori ?

 Le ditte che ricostruiranno con fondi federali le regioni devastate da Katrina potranno pagare gli operai meno del minimo sindacale. (Sole 10 settembre )

 Ogni commento è superfluo!

 Pagine Marxiste

                                                                                                                                   www.paginemarxiste.it

fotoc. in pr. Ple Nigra, 1, MI 13/9/05                                                                                                    

 

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IN PIAZZA PER SOSTENERE LA 194

 CONSAPEVOLI CHE LO STATO DEMOCRATICO NON ELARGISCE DIRITTI A VITA!

Sabato 14 gennaio 2006 ci siamo recati a Milano per partecipare alla manifestazione indetta per difendere la L. 194. L’adesione alla manifestazione è stata determinata dal fatto che siamo venuti a conoscenza della richiesta di “uscire dal silenzio” da parte di alcune donne in occasione di un’assem­blea svoltasi a Milano alla Camera del Lavoro. Durante quest’assemblea sono intervenute molte gio­vanissime donne che hanno espresso la necessità di opporsi a qualsiasi tentativo di limitare o abrogare la 194. Tempo prima era stata infatti istituita dal Governo una Commissione che avrebbe dovuto effettuare delle verifiche sulla stessa legge. Dato che dunque la manifestazione è stata spinta dal basso e visto che non sono stati i movimenti femministi classici a promuovere questa esigenza, considerata la serietà della tematica affrontata e il momento attuale in cui si inserisce la nostra attività, si è deciso di partecipare a tale iniziativa con lo scopo di verificare il tipo di partecipazione e curare eventuali contatti.

Alla manifestazione abbiamo diffuso il seguente volantino:

IN DIFESA DELLA 194
 PER UNA SOCIETA’ IN GRADO DI CRESCERE I PROPRI FIGLI

La manifestazione di oggi, 14 gennaio 2006, non deve servire a tirare la volata elettorale al centro-sinistra, bensì a difendere la legge 194 (così come la 180 sulla chiusura dei manicomi) dagli attacchi di chi, nell’ambito dello smantellamento del welfare, vuole “privatizzare l’aborto” e criminalizzare la malattia mentale. La Chiesa, attraverso il Papa e i vari Ruini di turno, fa la sua campagna ideologica con le solite argomentazioni irrazionali, tra cui l’attribuzione dell’anima all’embrione a riprova del suo essere vita dal momento del concepimento! Contemporaneamente questi paladini del diritto alla vita fomentano la futura aggressione all’Iran da parte dei governi imperialisti occidentali…

Con la legge 194, nel 1978 è stato istituito per la prima volta nella storia d’Italia il diritto per le donne di scegliere legalmente di interrompere una gravidanza indesiderata. Quali di esse sarebbero colpite dall’abolizione di questa legge? Soprattutto quelle meno abbienti, le immigrate e coloro che lavorano in condizioni precarie. Queste donne soprattutto reclamano il loro diritto alla vita, a non morire sui tavoli degli aborti clandestini, mentre chi è benestante potrebbe tranquillamente avvalersi delle migliori cliniche private all’estero.

Il movimento operaio internazionale ha avuto molte figure femminili che hanno lottato per i diritti della donna, dalle proletarie dei sobborghi parigini durante la rivoluzione francese (tra cui spiccano Pauline Leon e Olympe de Gouge), a quelle della Comune del 1871, a personaggi storici come Clara Zetkin, Vera Zasulic, Rosa Luxemburg e Aleksandra Kollontaj. Grazie all’azione di costoro è stato chiarito che la lotta per i diritti delle donne non può essere disgiunta dalla questione dell’emancipazione di tutta l’umanità dal capitalismo. Siamo infatti consapevoli che purtroppo l’aborto è una necessità per le donne che vivono nella società del profitto. Pertanto noi comunisti, che siamo sempre e comunque per la vita, mentre oggi lottiamo per la legge 194 lavoriamo costantemente per l’edificazione di una società che, libera dalla schiavitù del lavoro salariato, provveda alla cura, all’allevamento e all’educazione dei bambini, elimini la dipendenza dei figli dai genitori, possa «strappare la donna al suo ruolo attuale di semplice strumento di produzione».

La partecipazione alla manifestazione di Milano ci ha permesso di verificare una massic­cia adesione, da Torino stessa sono infatti partiti ben 18 pullman. Abbiamo potuto direttamente verificare che vi è stata una presenza molto alta soprattutto da parte di donne giovanissime e studentesse delle scuole medie superiori. Inoltre nel corteo è stata sottolineata la presenza delle donne immigrate e dei precari.

Alcune parole d’ordine hanno rappresentato un filo conduttore importante di continuità delle lotte. Tra queste:  “Siamo cittadine del mondo” da parte delle immigrate, “No Tav”,  “No alla precarietà”.

Durante il percorso del corteo molte delle giovanissime ci chiedevano il volantino appena lo scorgevano (il volantino non era infatti distribuito in massa; è stato portato volutamente in un numero ridotto di copie). La percezione è stata di forte interesse da parte delle giovanissime sull’argomento. Per quanto riguarda i gruppi della sinistra istituzionale, alla manifestazione hanno aderito una parte della CGIL e alcuni partiti della sinistra (Ds, PRC, PdCI). Questi ultimi, a nostro parere, non potevano non presentarsi per potersi garantire un serbatoio di voti, malgra­do questi partiti sulla 194 non abbiano una posizione compatta. Abbiamo raccolto parecchio materiale in termini di giornali e volantini distribuiti alla manifestazione. Siamo stati gli unici a richiamarsi al movimento operaio e alla tradizione storica del movimento operaio femminile.

In piazza siamo andati consapevoli che la democrazia e lo Stato di diritto, a cui liberali e democratici tanto si appellano, non garantiscono diritti a vita. Ancora oggi la democrazia è quella forma delle istituzioni statali della quale in Europa, dal secondo dopoguerra ai nostri giorni, politologi, scienziati della politica e intellettuali vari proclamano la bontà. Tuttavia, se gli sfruttati hanno ottenuto delle leggi apparentemente a loro favore, è perchè vi sono state delle lotte agguerrite. Nel momento in cui dalle lotte sono scaturite alcune leggi, queste sono state il frutto di un rapporto di forza che si è riuscito ad instaurare e quando anni di riflusso hanno portato in letargia le lotte ecco invece farsi avanti, e con forza, la reazione, i conservatori, la Chiesa. E questi, tutti in coro, a voler ridurre o eliminare ogni diritto, a riprova che in questo sistema falsamente democratico tutte le conquiste sono provvisorie!

G. A., lavoratrice internazionalista    

 

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IL CARROZZONE OLIMPIADI:
 UN AFFARE PER MOLTI, A SPESE DEI LAVORATORI.

E’ da qualche anno che sentiamo parlare delle Olimpiadi a Torino. E’ da qualche anno che Torino è diventata un immenso cantiere. Ci accorgiamo della trasformazione della città quando capitiamo in zone che non riusciamo più a riconoscere. Si imboccano in macchina vie che ci erano note, e ci si ritrova a chiedere informazioni orientative in luoghi sconosciuti. In occasione delle Olimpiadi l’amministrazione cittadina ha ristrutturato interi quartieri, ha ridisegnato percorsi stradali, edificato numerosi nuovi appartamenti, palasport per le gare tenutesi in questa occasione e per i quali negli anni a venire nessuno riesce ad immaginare né l’utilizzo né i costi di manutenzione che assorbiranno. Ha pagato cifre da capogiro ad architetti, scultori e scenografi vari per costruire padiglioni, monumenti e apportare altre modifiche volte a dare slancio all’ingresso del “nuovo”, parola chiave al giorno d’oggi per lanciare e rendere interessante qualsiasi prodotto si voglia sponsorizzare.

Le Olimpiadi sono oramai in tutto il mondo un’opportunità per i privati di poter usufruire delle finanze pubbliche che in queste occasioni gli amministratori elargiscono allargando i cordoni della borsa. E Torino non poteva sfuggire a questa regola.

Al di là della passione sportiva, delle spettacolari scenografie esibite nelle cerimonie di apertura e chiusura e degli ambiziosi propositi di pace e di fratellanza tra i popoli che la manifestazione vuole rappresentare (ambizioni che appaiono ipocrite e pretestuose  non appena si cerca di trarre qualche considerazione, per esempio sul rapporto tra la pace e Finmeccanica

o General Electric, noti produttori di armi da guerra e contemporaneamente tra i principali sponsor di questa manifestazione), un punto sicuramente emerge in tutta evidenza: i costi gravanti sui conti pubblici e i profitti esclusivamente privati.

E’ ancora presto per riuscire a redigere un consuntivo della spesa, si parla comunque di un impegno finanziario pubblico di oltre 3 miliardi di euro (solo il costo delle infrastrutture ammonterebbe a 1.750 milioni di euro), di cui oltre 300 milioni di euro per quanto riguarda il Comune di Torino, promotore dei giochi, e oltre 500 milioni se si considera l’impegno finanziario congiunto della Regione Piemonte. Le cifre riportate non hanno bisogno di altro commento, da sole spiegano gli interessi che la manifestazione ha calamitato e gli appetiti che ha stuzzicato.  Certo la propaganda, tesa a giustificare l’impiego di questa montagna di finanza pubblica, è stata tutta incentrata su: “Olimpiadi, occasione unica per il rilancio economico”, e ancora: “investimento olimpico, un volano per l’economia”. Tutti slogan confezionati col chiaro intento di far scorgere attraverso questo evento un ritorno economico positivo.

Stando comunque alle stime ottimistiche, l’incidenza dell’avvenimento olimpionico sul Pil nazionale potrebbe comportare un incremento dello 0,2 per il 2005 e il 2006 con una progressiva decrescita negli anni seguenti. Si tratta, ripeto, di stime ottimistiche e comunque non sufficienti a far entrare nelle casse dello Stato l’impegno finanziario assunto per la manifestazione. I tre miliardi di euro sopra accennati (è una stima provvisoria, ma a consuntivo la cifra non potrà che aumentare),  rappresentano il corrispettivo delle entrate nelle casse erariali di oltre mezzo punto di Pil. Nella prospettiva che si delinea è ovvia una domanda: chi pagherà i buchi di bilancio che si intravedono? La risposta è altrettanto  ovvia: i lavoratori, naturalmente. Al di là della sottrazione agli investimenti in settori strutturali e produttivi, pagheranno  in termini di probabili tagli al welfare, alla sanità, alla scuola e quant’altro. E insistendo ancora sulla domanda da un’altra angolazione: gli investimenti per le Olimpiadi, oltre ai vantaggi di visibilità per i politici che li hanno gestiti, ai guadagni che hanno portato alle aziende appaltatrici dei lavori e che  porteranno agli sponsorizzatori che vedranno sicuramente un ritorno doppio delle somme investite, ai commercianti che hanno tenuto aperto i locali più a lungo del solito per l’avvento dei turisti, ai proprietari di case plurime che hanno affittato abitazioni  per sole due settimane realizzando rendite che normalmente si realizzano in in 5 o 6 mesi, ed altri soggetti invitati al banchetto, cosa hanno prodotto per i problemi di disoccupazione, precarietà e miglioramento salariale che affliggono il proletariato? La risposta che in questa occasione ci viene data dagli ottimisti è: tanti posti di lavoro, soprattutto nell’edilizia.

Ora, tralasciando gli aspetti più deleteri dell’edilizia (alto tasso di lavoro nero, impiego di manodopera immigrata facilmente ricattabile, mancanza della piena attuazione delle misure di sicurezza nei cantieri ecc.), aspetti che tra l’altro in questa occasione si sono moltiplicati, è pur vero che l’edilizia ha visto in questo periodo in Piemonte, e a Torino in particolare,  la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore; occorre però tener presente che si tratta di posti di lavoro precari non durevoli, legati esclusivamente a fattori contingenti: non appena si smantellerà il “carrozzone Olimpiadi”, si smobiliteranno mano mano anche i posti di lavoro.

 Il ritornello dell’allocazione delle risorse negli interventi strutturali, nel sostegno dei settori strategici della produzione, nella ricerca scientifica per un effettivo rilancio economico e conseguente creazione di posti di lavoro durevoli, non manca mai in qualsiasi intervento politico di ogni schieramento. Peccato però che nel mondo reale del capitalismo dove la legge del profitto privilegia i progetti più remunerativi, questi buoni propositi sono destinati a rimanere nei programmi di allestimento delle vetrine per le campagne elettorali. Le Olimpiadi di Torino 2006 sono una ulteriore conferma di questa verità, qualora ce ne fosse stato bisogno.

DIV  

 

 

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ELEZIONI O ASTENSIONE? LA RISPOSTA E': PROTAGONISMO DELLE MASSE

 

Riportiamo la traccia della discussione sulle elezioni e il parlamentarismo in programma al Circolo Internazionalista di Torino il 3 marzo .

 

Non è nelle nostre possibilità attuali, di piccolo gruppo ma anche di area, comunista e rivoluzionaria, condizionare il voto o il non voto alle prossime elezioni di aprile. Sicchè sarebbe inutile discettare su astensionismo di principio, tattico e strategico. Ben più utile è oggi chiarire quale sia nel 2006 la funzione del parlamento, della forma democratica del regime.

Destra neocon/liberista e sinistra liberaldemocratica, in forma di coalizioni di partiti in Italia, sono innanzitutto lo strumento di integrazione e controllo che il potere sistemico (“borghese”, ma sulla parola si dovrebbe operare un aggiornamento di significato) esercita sulle classi subalterne. Il sistema cerca di raccogliere, con reti spesse al centro e molto fini agli estremi, il “pescato” sociale.

Non basta lo strapotere dei media, dei suoi “chierici”, intellettuali, preti, comunicatori sociali etc. alla integrazione ai valori borghesi, al modo gregario di concepire la dimensione sociale. L’integrazione, il controllo sociale, la repressione, devono essere supportate con le elezioni di parlamenti, consigli, giunte, di “rappresentazione” popolare, tanto simboliche quanto vuote di potere reale.

Che il parlamento, le assemblee elette, siano fonte di corruzione e che nessun controllo sia possibile dagli elettori sugli eletti, che sia soltanto uno dei luoghi dove avviene lo scontro fra i grandi poteri economici e finanziari, è tutto sommato percepito da parte dell’elettorato.

L’aumento dell’astensionismo (peraltro accuratamente taciuto dai media) ha portato il nostro paese ad avvicinarsi ad altre democrazie formali, in primis agli USA, dove il voto espresso in genere non supera il 60% degli aventi diritto. Nelle ultime elezioni presidenziali Bush è stato eletto da poco più del 30% degli statunitensi. Questo astensionismo che cosa realmente significa? Per i più è qualunquismo

becero, per altri la caduta dell’illusione di poter determinare il corso politico del paese, infine per pochi un modo di comunicare la propria contrarietà al sistema stesso, tanto da destra come da sinistra e dall’area anarchica.

Non serve qui ricordare i luoghi comuni che gli istituzionalisti, anche a sinistra, mettono in campo per stimolare al voto. Ma qualsiasi parlamento non può che essere compatibile con gli assetti dominanti economici e qualsiasi parlamento di fronte alla forza sociale, non delegabile in questo sistema a nessuno, deve piegarsi alla forza reale nel paese. Si prenda ad esempio i governi democristiani degli anni ‘70 che hanno dovuto varare lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, legge 300; ciò avvenne dopo una stagione di lotte operaie, anzi la legge fu allora una riforma di “imbrigliamento” (necessario al sistema economico) della classe operaia. Forse che con i successivi governi di centro-sinistra si abolì il Codice Fascista del guardasigilli Rocco? Forse che con un governo di “sinistra” ci si oppose alla aggressione contro la Yugoslavia? No! Gli articoli del codice Rocco contro i comunisti sono sempre pronti ad essere applicati, e bombardamenti sui civili, targati D’Alema, hanno segnato l’ultima guerra intereuropea.

Da parte nostra, che si voti o no, serve piuttosto evidenziare quanto sia oggi abulico e/o eterodiretto il normale comportamento sociale delle masse. In un sondaggio del 2003 il 40% degli intervistati non sapeva definirsi se di destra o di sinistra, il 26% era indifferente alla politica, il 36% la vedeva con disgusto o rabbia. Teniamo altresì conto che 6 milioni sono gli analfabeti in Italia, il 36% possiede (dati 2005) solo la licenza elementare, dunque abbiamo una società con milioni di persone scarsamente in grado di seguire la vita politica del paese. D’altro canto vi sono quasi 2 apparecchi televisivi per ognuna delle famiglie italiane; nonostante la crisi ben 10 milioni di esse ospitano animali domestici, tanto che solo cani e gatti ammontano a 14 milioni di unità. L’universo di senso di tale massa di

persone oscilla quindi fra l’Isola dei Famosi, i cartoni animati, Pianeta Vivente e i dibattiti/talk show di attualità.

Sono dati che indicano la debolezza identitaria e la base per l’integrazione di massa ai valori “normali”, piuttosto che la percezione dei bisogni, l’appartenenza di classe, la collocazione all’interno di processi storici e la conoscenza sociale che possono portare il soggetto a coscienza rivoluzionaria.

Ricordiamo infine che la massa del proletariato immigrato non può votare, quindi una parte consistente della forza lavoro in Italia è estranea alla partecipazione elettorale.

Supponendo che la sinistra, anzi i sedicenti comunisti raggiungano la maggioranza in parlamento e che “addirittura” il governo cerchi di portare avanti un Programma Minimo, non il socialismo, non l’abolizione della proprietà privata, ma un semplice varo di riforme sociali a tutela dei lavoratori, il fallimento sarebbe cosa certa!

Il governo Allende nel 1970 venne eletto in Cile da uno schieramento di socialisti, comunisti e sinistra di movimento, già nel 1973 venne abbattuto dal golpe di Pinochet supportato dagli USA. Chavez venne eletto presidente del Venezuela con l’appoggio di alcuni partiti di sinistra ma soprattutto con l’appoggio del movimento dei Circoli Bolivariani, nel 2002 un golpe dell’esercito appoggiato dagli USA venne respinto dopo 6 giorni con la sollevazione armata e popolare. Nel 1973 l’esempio negativo porta da noi Berlinguer a spostare ancora di più al centro il PCI (in buona compagnia con numerosi partiti comunisti in giro per il mondo), nel 2002 l’esempio del Venezuela segna i cambi di regime del cono sudamericano, certo non si tratta di società comuniste ma (pur in presenza di limiti populisti e localisti) dell’apertura di contraddizioni ad un livello superiore. La differenza, di segno positivo, è che in Venezuela la presenza in parlamento fu supportata dalla forza sociale organizzata ed armata nel paese. Forza che venne accumulata in anni di rivolte contadine, di lotte operaie, di rivendicazioni popolari indigene.

Per il passato valga l’esempio della Comune di Parigi, che per i rappresentanti eletti dal popolo non fu solo sede di potere legislativo ma anche di controllo ampio sul governo e la vita pubblica. Valga altresì l’esempio dei primi Soviet in Russia nel 1917 (ma anche in Ungheria ed in Italia, qui a Torino) come strumenti di autorganizzazione che si ponevano l’obiettivo di controllare il governo, l’economia di un paese.

A conclusione parziale, una concreta indicazione per il nostro operare: superare l’astensionismo e dargli senso compiuto nel comunicarne il perché e nel proporre, all’interno dei movimenti e della classe intera, la via antagonista e rivoluzionaria per iniziare a costruire dal basso una reale istanza politica democratica.

Passare dall’astensionismo e dalla delega al protagonismo politico, dalla sterile protesta all’organizzazione.

GARIN

 

 

 

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PARLAMENTO E CORRUZIONE

Alcune informazioni sulle retribuzioni elargite ai parlamentari italiani. L’alto tenore di vita è uno dei modi coi quali la classe dominante coopta oggettivamente nelle sue file tutti coloro che vengono eletti, condizionandone così la condotta.

Come si vede, siamo ben lontani da concetti veramente democratici come la revocabilità immediata delle cariche e l’assegnazione ai politici di stipendi uguali a quelli degli altri lavoratori!

Ladri, falsi e ipocriti. Queste sono le parole giuste per definire la condotta dei parlamentari italiani che, in vista delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile prossimi, hanno avuto la sfacciataggine di sbandierare ai 4 venti la proposta avanzata dall’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati a favore di una demagogica quanto fittizia riduzione del 10% dei loro lauti stipendi.

Si tratta della classica foglia di fico dietro cui i boss delle cosche parlamentari di Montecitorio e Palazzo Madama nascondono in realtà stipendi da oltre 15 mila euro netti al mese (5.941 di indennità di funzione, più 4 mila di diaria, più 4.678 di rimborsi e un forfait annuale per i viaggi che va da 9 a 18 mila euro) più tutta una serie di privilegi e benefit da nababbo a cui si aggiungono, a seconda dei casi, le varie indennità di carica che spesso sono superiori allo stipendio base (vedi tabella in questa pagina).

La norma inerente il “taglio” di stipendio è inserito nella Finanziaria 2006 e recita testualmente: “Le indennità mensili spettanti ai membri del Parlamento nazionale sono rideterminate in riduzione nel senso che il loro ammontare massimo, ai sensi dell’articolo 1, secondo comma, della legge 31 ottobre 1965, n. 1261, è diminuito del 10 per cento. Tale rideterminazione si applica anche alle indennità mensili spettanti ai membri del Parlamento europeo eletti in Italia ai sensi dell’articolo 1 della legge 13 agosto 1979, n. 384".

Attenzione alle parole: il “codicillo” condiviso da tutte le cosche parlamentari parla, non a caso, di “ammontare massimo” dell’indennità mensile dei parlamentari da ridurre del 10%.

Ma va chiarito che lo stipendio dei parlamentari al momento dell’approvazione della Finanziaria era pari non al “massimo”, ma al 96% dello stipendio dei presidenti di sezione della Cassazione cui è agganciato per legge. Sicché il taglio effettivo è di appena il 6%.

Ma l’inganno non finisce qui! Perché c’è da considerare che a partire dal 1° gennaio 2006 gli stipendi dei parlamentari hanno subito l’ennesimo scatto di aumento biennale che equivale all’aumento recepito dai magistrati e che guarda caso è pari proprio al 6%, vanificando del tutto la sbandierata riduzione dell’indennità parlamentare.

Dunque non esiste nessuna riduzione di stipendio dei parlamentari; e che si sia trattato solo di una “furbata” per raccattare qualche voto in più alle politiche di aprile lo conferma il fatto che nelle stesse ore un’analoga proposta inerente la decurtazione del cosiddetto “assegno di reinserimento” (cioè la buonuscita dei parlamentari che è pari all’80% dell’indennità mensile per ogni anno di mandato effettuato), e del “vitalizio”, (cioè la pensione dei parlamentari che, oltre ad essere cumulabile con qualsiasi altro reddito, è reversibile al 100%, scatta ai 65 anni d’età, 60 se l’ex parlamentare ha fatto più di una legislatura, e va da un minimo del 25% dell’ultimo stipendio percepito fino all’80% per i deputati con più di tre legislature alle spalle) è stata bocciata all’unanimità dai senatori di tutti i partiti del regime neofascista sia di destra che di “sinistra”.

(dal sito www.pmli.it)

 

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25 APRILE A MILANO

A Milano la manifestazione nazionale del 25 aprile, 61° anniversario della liberazione dal nazifascismo, ha visto decine di migliaia di persone sfilare da Porta Venezia a piazza Duomo.

Le componenti istituzionali del corteo erano tese a celebrare la risicata vittoria del centrosinistra, invece una parte dei manifestanti ha portato avanti una posizione ben più concreta e coerente con il concetto di resistenza. Questi compagni in piazza san Babila dalle ore 14 hanno tenuto un presidio in solidarietà agli antifascisti arrestati lo scorso 11 marzo, dei quali 25 sono tuttora in carcere, con volantinaggi e distribuzione di materiale informativo. Organizzatori del presidio, i centri sociali Orso, Vittoria, T28, unitamente allo SLAI Cobas e a Progetto Comunista.

Alla fine del corteo, dalle ore 18, si è svolto un altro presidio sotto le mura del carcere di San Vittore, dove una parte dei compagni è rinchiusa.

Questa coraggiosa mobilitazione probabilmente non è piaciuta a qualcuno, poiché la mattina del 28 aprile sono scattati altri due arresti per i fatti dell’11 marzo, uno a Milano e uno a Torino. Ad essi occorrerà rispondere con ulteriori iniziative di solidarietà e con il coinvolgimento di una parte maggiore della cittadinanza. Già si parla di un nuovo corteo nazionale in richiesta della liberazione dei compagni.

Segue uno stralcio dell’appello unitario sottoscritto dalle organizzazioni sopracitate:

 «Il nostro antifascismo non è riducibile solo ad una legittima pratica quotidiana di contrapposizione alle bande neonaziste, ma è espressione di una volontà più generale finalizzata alla crescita di una maggiore conoscenza sociale nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi del moderno sfruttamento di classe, per costruire una società alternativa senza più servi né padroni. Un antifascismo che è parte di una lotta più generale contro il sistema capitalista, con una nuova capacità di raccogliere il dissenso e l’opposizione alla precarietà, alla discriminazione, ai privilegi, al razzismo, al sessismo e ad una società basata sullo sfruttamento..».

Un altro aspetto della manifestazione del 25 aprile ha riguardato le prese di posizione contro Israele durante il corteo: in piazza san Babila al passaggio della Brigata Ebraica, che ostentava anche la bandiera americana, ci sono stati fischi e slogan; in fondo al corteo due bandiere israeliane sono state bruciate. A partire da questi episodi la stampa italiana ha montato una squallida polemica sulle presunte “violenze” della “estrema sinistra”, e quasi tutti i politici si sono ripetuti in dichiarazioni di condanna. Spicca pertanto l’intervista, riportata da La Stampa del 27 aprile, a un esponente del Coordinamento di Lotta per la Palestina, Shokri Hroub, che ha spiegato le proprie ragioni. Ecco una parte delle dichiarazioni di Hroub, come riportate dal quotidiano:

«Invece di parlare dei palestinesi che vengono uccisi ogni giorno dall’esercito di uno stato illegale come quello israeliano, che non riconosce nemmeno le sanzioni dell’Onu, si preferisce fare polemica per due bandiere. Non è la prima volta che nei nostri cortei bruciamo le bandiere israeliane e quelle americane. Per noi è un atto di resistenza».

Domanda: Resistenza?

«Ogni giorno in Palestina siamo costretti a subire una repressione violenta. Gli israeliani impongono l’apartheid. Ci fanno conoscere solo il carcere e le loro violenze. I ragazzi arabi che erano in corteo insieme a noi subiscono una repressione e una discriminazione che non possono essere messe minimamente a confronto con il rogo di due bandiere».

La condanna di quello che ha fatto il suo gruppo è unanime, da destra come da sinistra…

«Io dico che non si possono prendere posizioni equidistanti tra chi è macellaio e chi è vittima. Bisogna avere il coraggio di stare da una parte sola. Noi stiamo dalla parte dei repressi. Noi siamo di parte».

Però sono stati contestati anche gli appartenenti alla Brigata ebraica. Cinquemila di loro si sono battuti contro il fascismo durante la Liberazione…

«Ai partigiani ebrei va tutta la mia solidarietà di arabo e marxista. Ma cosa c’entravano le bandiere con la stella di David? Cosa c’entrava quella lobby sionista? Guardi che anche una mia amica ebrea di Lecco mi ha detto che abbiamo fatto bene. Ha usato queste parole: “Voi arabi state subendo oggi quello che abbiamo subito noi ebrei sessant’anni fa”...».

Anche alcuni centri sociali hanno preso le distanze da voi…

«Il discorso sarebbe lungo. Negli ultimi dieci anni è stato fatto un lavoro gigantesco per eliminare ogni traccia di memoria storica. Di fronte a questa ondata reazionaria i più giovani possono non avere le idee chiare di quello che sta accadendo. In carcere ci sono ancora 25 antifascisti arrestati l’11 marzo in corso Buenos Aires per essersi opposti a un comizio della Fiamma Tricolore. Io faccio un appello per la loro liberazione. Anche gli ebrei dovrebbero chiedere la loro scarcerazione.

Si sono battuti anche per loro».

Sembra di capire che lei non pone limiti al concetto di “resistenza”.

«Prendiamo l’Iraq. Chi si oppone all’occupazione è un resistente. E si può resistere in cento modi diversi: con la disobbedienza civile, con gli scioperi operai, anche combattendo».

Anche con le autobombe?

«Anche combattendo. Noi condanniamo tutti gli attentati che coinvolgono civili. Quelli crediamo che siano opera delle squadre della morte americane».

Lei griderebbe 10, 100, 1000 Nassiriya, inneggiando alla uccisione dei carabinieri italiani in Iraq?

«Le giro la domanda. Secondo lei è legittima l’occupazione italiana in Iraq? Noi siamo al fianco del popolo iracheno. Di cosa vi meravigliate?».

 

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ELEZIONI POLITICHE IN ITALIA

Poche, brevi note relative al risultato elettorale del 9 e 10 aprile.

Sul bollettino di febbraio avevamo già espresso il parere che dal punto di vista del comunismo rivoluzionario gli avvicendamenti al Governo e al Parlamento sono di importanza secondaria. Secondo la nostra concezione la democrazia vera è solo quella diretta e partecipata, quale si può realizzare in una società liberata dal capitalismo. La democrazia parlamentare in realtà è l’involucro che nasconde e legittima più o meno bene il controllo, da parte della classe dominante, della vita economica e politica del paese.

Dal punto di vista comunista, si pone il problema di un utilizzo del parlamento per rendere visibili o far avanzare posizioni politiche rivoluzionarie, cosa che però sembra oggi difficile, anche date le forze in campo.

Ciononostante, è importante seguire i dati elettorali e le vicende parlamentari, perchè esse sono manifestazione concreta della vita del capitalismo italiano, nel quale e contro il quale ci dobbiamo muovere.

Nello specifico dell’attuale tornata elettorale, la risicata vittoria dell’Unione di Prodi lascia presagire che il nuovo governo non avrà vita facile nel rappresentare gli interessi della grande industria italiana, che pure in campagna elettorale ha mostrato di preferirlo al centrodestra. Se poi consideriamo che i partiti della sinistra della coalizione, Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, hanno accresciuto i loro voti, questo può rappresentare un vantaggio per il lavoro politico che portiamo avanti, poichè molti militanti di base di questi partiti, che sono dei sinceri comunisti, mal sopporteranno i compromessi portati avanti dai loro dirigenti e saranno spinti su posizioni più radicali.

Un possibile terreno di scontro da questo punto di vista è rappresentato dal TAV; a Torino, l’accordo elettorale per le amministrative del 28-29 maggio tra Rifondazione e il candidato sindaco uscente Chiamparino, noto “talebano” del TAV, ha lasciato molti scontenti, non solo in Valsusa.

Ancora, sentiamo parlare dell’intenzione da parte della sinistra di Rifondazione (Progetto Comunista) di dare vita ad un nuovo soggetto politico, per una difesa degli interessi dei lavoratori che il governo Prodi non può certo tutelare.

Tutti queste contraddizioni aprono uno spazio per chi vuole portare avanti posizioni chiaramente anticapitaliste, che speriamo venga bene utilizzato.

 

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LO SCANDALO DEL CALCIO: LA LOGICA DEL PROFITTO INQUINA LO SPORT

Lo scandalo che sta travolgendo il calcio italiano ha diverse analogie con la Tangentopoli scoppiata nel 1992. All’epoca tutto era iniziato in tono minore con l’arresto di un “mariuolo” che si era fatto incastrare con una piccola tangente di qualche milione di vecchie lire. Oggi tutto è partito da una telefonata intercorsa tra un dirigente della più famosa squadra di calcio italiana,la Juventus, e uno dei “capi” degli arbitri, in carica fino a due anni fa.

Da un semplice piccolo episodio di “immoralità” sportiva (un colloquio troppo amichevole tra controllato e controllore) si è via via presa visione di un sistema basato sulla truffa, la corruzione,la frode, insomma tutti gli ingredienti tipici del sistema capitalistico; infatti anche quando parliamo di sport professionistico, di calcio nel caso specifico, si possono ritrovare i tratti fondamentali che regolano un’impresa di mercato:

-concorrenza spietata tra le varie aziende (squadre) per guadagnare quote di mercato (tifosi) e massimizzare i propri profitti;

-concentrazione di capitale in un numero sempre più ristretto di aziende (squadre), che porta alla creazione di un vero e proprio monopolio;

-centralizzazione del capitale, in quanto gli interessi economici delle squadre di calcio, almeno di quello che ha dato vita al monopolio sopra citato, non sono limitate all’ambito sportivo, ma spaziano dal settore immobiliare a quello della distribuzione commerciale, dalle telecomunicazioni e televisioni fino ad arrivare alla finanza vera e propria, nel caso delle squadre che sono quotate in borsa.

Che il calcio professionistico non navigasse in buone acque era chiaro da molto tempo. Tutte le società hanno i bilanci in forte perdita; per sopravvivere hanno dovuto far ricorso ad un forte indebitamento con le banche e ad aiuti di stato (anni fa è stata varata una legge “ad hoc” che consentiva alle società di calcio di spalmare le perdite nei bilanci approvati nei cinque anni successivi l’entrata in vigore della norma). Ovviamente è assai difficile che si arrivi a colpire alla radice il problema, mettendo in discussione la logica del profitto nello sport. Anzi, è probabile che le grandi famiglie proprietarie dei principali club (Agnelli, Berlusconi, Della Valle, Moratti etc.) chiederanno al governo nuovi aiuti per risanare i bilanci, che dunque saranno reperiti a danno dei lavoratori e della gente comune.

 

Questa vicenda comunque va denunciata per far capire a milioni di operai, giovani, disoccupati che con passione seguono gli eventi sportivi che, se vogliono riappropriarsi di uno dei loro maggiori momenti di svago, devono con ogni evidenza lottare per la distruzione di questo sistema economico che corrompe ogni attività umana. E’ assurdo che singoli giocatori,tecnici o dirigenti siano strapagati con milioni di euro e insieme idolatrati dalle migliaia di tifosi che ogni domenica seguono delle partite truccate. L’uomo comune deve sollevarsi dal torpore quotidiano, dall’essere semplice spettatore, e contestare e ribellarsi ai giochi di potere che si svolgono alle sue spalle. L’intreccio tra politica borghese(che negli anni ha utilizzato per i propri scopi il consenso tra le masse popolari per il calcio, vedi tra tutti il caso Berlusconi), capitalismo e sport si è fatto sempre più inestricabile e anche in questo campo ogni vera riforma di sistema non può che passare per una azione rivoluzionaria di tutti gli sfruttati.

 

 

 

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RIFINANZIAMENTO DELLE MISSIONI MILITARI ITALIANE

Il 30 giugno il Consiglio dei Ministri con la sola assenza del ministro dei trasporti Bianchi (PdCI), ufficialmente “per malattia”, ha approvato all’unanimità il rifinanziamento per il secondo semestre 2006 delle missioni militari italiane nel mondo, per complessivi 488 milioni di euro.

Il decreto contiene le disposizioni per il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq (entro l’autunno), mentre la missione in Afghanistan viene proseguita.

Vi sono poi tutte le altre operazioni di “peace-keeping”, che non sono affatto messe in discussione. L’Italia infatti complessivamente è presente con 29 missioni militari in 18 diversi paesi del mondo, per un totale di circa 8000 soldati.

Dai quotidiani sembra che 17,5 milioni siano per “interventi umanitari” in Afghanistan, non meglio chiariti. A questo proposito il generale Angioni, già parlamentare del centro-sinistra dopo aver guidato la missione in Libano del 1982, dichiarava a La Stampa del 7 maggio che “l’umanitarismo delle missioni è solo nel titolo”, e portava ad esempio che sullo stanziamento semestrale per la missione irachena, di 323 milioni di euro, solo 32 milioni andavano a progetti “civili”, quindi circa un decimo del totale. Se le proporzioni per l’Afghanistan sono le stesse, il costo della prosecuzione della missione è presto fatto.

Il decreto verrà discusso in parlamento nella seconda metà di luglio, e in particolare la questione afgana è oggetto di controversie in seno al governo di centro-sinistra; in queste settimane quindi si pone per gli internazionalisti (e non solo) l’esigenza di alimentare il più possibile tutte le proteste e le iniziative per il ritiro dei militari italiani dall’Afganistan e da tutti gli scenari di guerra, anche con lo scopo di condizionare le prese di posizione all’interno della cosiddetta sinistra radicale (PRC, PdCI, Verdi).

A Torino sinora ci sono stati due presidi: uno giovedì 1 giugno, uno venerdi 30. L’intenzione è quella di proseguire con le mobilitazioni, cercando di renderle più ampie e incisive.

 

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PROGETTO COMUNISTA ESCE DA RIFONDAZIONE

 

All’indomani della vittoria elettorale del centro-sinistra, la corrente trotzkista “Progetto Comunista” del PRC ha tolto il proprio appoggio al governo Prodi. Uscendo dal partito di Rifondazione, essa si è suddivisa in due tronconi.

Lo spezzone “Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori (ROL)”, facente capo a Francesco Ricci, ha tenuto la propria manifestazione inaugurale a Roma il 22 aprile.

L’altro spezzone, facente capo a Marco Ferrando e rinominato “Movimento Costitutivo per il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)”, ha tenuto una manifestazione di avvio della propria fase costituente il 18 giugno, sempre a Roma.

A Torino, i compagni del Movimento per il PCL sono in contatto con il Comitato di Lotta Internazionalista.

Il nuovo sito www.pclavoratori.it riporta i quattro punti programmatici del Movimento:

1 – INDIPENDENZA POLITICA DEL MOVIMENTO OPERAIO E DEI MOVIMENTI DI LOTTA DALLE FORZE DELLA BORGHESIA: dai suoi interessi, dai suoi partiti, dai suoi governi.

2 – CONQUISTA DEL POTERE POLITICO DA PARTE DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI, BASATO SULL’ AUTORGANIZZAZIONE DI MASSA, come leva della trasformazione socialista.

3 – LEGAME NECESSARIO TRA GLI OBIETTIVI IMMEDIATI E GLI SCOPI FINALI.

4 – NECESSITA’ DI UN’ ORGANIZZAZIONE RIVOLUZIONARIA DEI COMUNISTI.

I quattro punti sono sviluppati in altrettanti paragrafi. Riportiamo l’ultimo (“necessità di un’organizzazione rivoluzionaria dei comunisti”), che riguarda direttamente la questione dell’internazionalismo.

Il movimento comunista nacque come movimento internazionale. Perché la prospettiva socialista è realizzabile compiutamente solo su scala internazionale, solo rovesciando la realtà internazionale del capitalismo e dell’ imperialismo. Tanto più oggi il recupero di un’organizzazione rivoluzionaria dell’avanguardia di classe internazionale è condizione indispensabile di un’ autentico rilancio di una prospettiva comunista. Tanto più oggi dopo il crollo dell’ UIRSS il quadro capitalistico è profondamente integrato sul piano mondiale. La realtà della cosiddetta “globalizzazione” capitalistica acuisce la concorrenza e le divisioni nella classe lavoratrice internazionale, tra diversi paesi e continenti. Ogni seria lotta di classe sul piano nazionale, persino al livello di singole categorie o grandi aziende, pone l’ esigenza di un raccordo internazionale con i lavoratori e le lotte degli altri paesi. Così ogni movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi contro l’ imperialismo – a partire dal popolo palestinese e dal popolo arabo in generale – indica l’ obiettiva necessità di una convergenza di lotta con la classe operaia dei paesi imperialisti: così come quest’ultima può e deve porsi nel proprio stesso interesse, l’ esigenza di un pieno e incondizionato sostegno ai movimenti di liberazione dei popoli oppressi, al loro diritto di autodeterminazione, alla loro azione di resistenza. I comunisti, tanto più oggi, devono sviluppare in ogni lotta nazionale la consapevolezza della necessità di una prospettiva internazionale di liberazione. E al tempo stesso devono lavorare ad unire, su scala mondiale, tutte le rivendicazioni e domande delle classi oppresse per ricondurle ad una prospettiva socialista. Ciò implica il raggruppamento organizzato su scala internazionale dei comunisti rivoluzionari e dei settori più avanzati dell’ avanguardia di classe, al di là delle diverse provenienze e collocazioni attuali, sulle basi programmatiche e sui principi del marxismo.

 

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LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI: PROSPETTIVE INCERTE

 

       Negli ultimi anni abbiamo potuto raccogliere anche dai mass-media dati sulla bassa concentrazione della struttura produttiva. Questo fatto è importante e preoccupa gli economisti perché a lungo andare può indebolire l’economia italiana nella concorrenza internazionale.

Riportiamo ad esempio una dichiarazione alla Stampa del marzo 2005 di Alfredo Recanatesi: “a fronte di tante apologie dell’impresa […] basterebbe osservare che nelle grandi imprese la produttività media del lavoro è doppia di quella delle imprese di minore dimensione, perché si possa già concludere che la resistenza della stessa impresa a superare la dimensione famigliare è già un fattore strutturale di bassa produttività”.

       Per avere dei dati bisogna consultare Eurostat (le statistiche europee), che confronta le aziende italiane con quelle europee: ad es. nella manifattura il numero medio di addetti per impresa è in Italia 8,7, contro 16,3 in Francia, 23,6 in Gran Bretagna, 34,3 in Germania.

In Italia poco più della metà degli addetti lavora in aziende oltre 10 dipendenti, contro il 66% in Francia e il 72% in Gran Bretagna e Germania.

I lavoratori autonomi e gli imprenditori sono in Italia il 28% della popolazione contro il 15% medio in Europa e il 7% in USA.

Il panorama di questi 6,3 milioni di lavoratori autonomi in Italia è molto variegato e, come abbiamo già scritto nel Bollettino di giugno, una grossa parte (circa 2 milioni) è autonoma solo formalmente, è malpagata e serve ad abbassare il costo del lavoro anche di grandi imprese.

Invece circa 1,8 milioni di autonomi è costituito da professionisti: 370000 medici, 309000 architetti e ingegneri, 112000 avvocati, 70000 farmacisti, 60000 commercialisti, ecc.

Per aumentare la produttività del sistema nel suo complesso il governo di centro-sinistra con il decreto Bersani tenta la strada della liberalizzazione delle professioni: anche Siniscalco del precedente governo di centro-destra aveva affermato la necessità di accelerare queste liberalizzazioni ma poi era saltato.

Il tentativo è quello di abbassare i costi aumentando la concorrenza e magari di concentrare in aziende e uffici queste professioni, trasformando una parte di addetti in salariati, come è avvenuto in altri paesi capitalisticamente più “avanzati”.

Marx nel Capitale osserva che il capitalista individuale, grande o piccolo, è avido di profitto e guarda solo al risultato immediato, ma il suo “comitato d’affari”, cioè il governo, deve mitigare questa tendenza per tener conto degli interessi complessivi del sistema.

Le organizzazioni delle categorie imprenditoriali (Confindustria, Confcommercio, ecc.) da un lato appoggiano il governo per rafforzare l’economia italiana, dall’altro devono formalmente difendere gli associati nei loro singoli interessi.

       Come si pongono i comunisti di fronte ai lavoratori autonomi e ai piccoli imprenditori minacciati dalla concorrenza?

Pagine Marxiste di maggio-luglio ’06 scrive: “se la concorrenza vi schiaccerà e dovrete vivere anche voi della vendita della vostra forza lavoro, o dovranno farlo i vostri figli, allora vi accoglieremo a braccia aperte nella nostra classe, allora potremo unire le nostre forze contro il grande capitale per la lotta comune per l’unica società veramente libera, quella senza sfruttamento e senza classi”.

Progetto Comunista in un volantino propone: “va rivendicata la piena pubblicizzazione dei servizi locali, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, ottenuta con una netta espansione della spesa sociale loro destinata a partire del campo dei trasporti e dei rifiuti[…] (ad es.) va trasformato il servizio privato di trasporto urbano (taxi) in un vero servizio pubblico: con l’acquisto delle licenze da parte dell’ente pubblico, a tutela dei risparmi dei lavoratori autonomi; con un’assunzione piena e qualificata a tempo indeterminato, per tutti i lavoratori già in servizio e la loro trasformazione in lavoratori dipendenti”.

A parte l’enfatizzazione nel primo testo e la contraddizione sugli indennizzi nel secondo, si deve osservare in generale che il processo di concentrazione è nella tendenza, seppur contradditoria, del capitalismo e che i lavoratori dipendenti possono difendere sindacalmente le loro condizioni salariali e normative più nelle aziende medio-grandi che in quelle al di sotto dei 10 dipendenti, in cui ora si ne concentra quasi la metà dei salariati italiani.

 

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30 SETTEMBRE – MANIFESTAZIONE NO-WAR A ROMA

 

“Via le truppe italiane da tutti i fronti di guerra”: queste le parole d’ordine dello striscione unitario che ha aperto la manifestazione contro le missioni militari tenutasi a Roma sabato 30 settembre.

La data era stata decisa nell’ambito del Forum Sociale Europeo dello scorso maggio; infatti in concomitanza con l’iniziativa di Roma si sono svolte manifestazioni in diverse città del mondo.

La partecipazione al corteo anche se non è stata di massa ha avuto una grande importanza politica poiché si è creato uno spartiacque tra le forze che tuttora si oppongono alle politiche di guerra dell’Italia e quelle che invece avendo vinto le elezioni sono passate vergognosamente dall’altra parte della barricata; un voltafaccia divenuto ancor più clamoroso il 26 settembre, quando la Camera unitamente alla nuova missione in Libano ha automaticamente approvato la mozione del centrodestra secondo la quale tutte le missioni italiane, anche quella in Iraq e Afghanistan, sono missioni di pace.

            Questa la piattaforma della manifestazione:

-VIA LE TRUPPE ITALIANE DA TUTTI I TEATRI DI GUERRA.

-NO ALLA SPEDIZIONE MILITARE IN LIBANO - NO ALL’UNITA’ NAZIONALE MILITARE PRODI-D’ALEMA-FINI-BERTINOTTI.

-NON UN UOMO, NON UN SOLDO PER LE MISSIONI MILITARI.

-PER IL DIRITTO INCONDIZIONATO DI RESISTENZA DEI POPOLI OPPRESSI CONTRO LE FORZE MILITARI DI OCCUPAZIONE.

-PER IL PIENO DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO PALESTINESE.

Questi contenuti erano condivisi pressoché dalla totalità delle organizzazioni aderenti, come si è potuto vedere dall’esame dei circa 20 diversi volantini che venivano distribuiti.

            Da segnalare come positivo il fatto che alcuni gruppi si siano presentati con documenti unitari, segno di una ricerca di coesione e coordinamento al di là delle singole sigle. In particolare, i compagni campani hanno distribuito un volantino unitario firmato da 7 componenti: Coordinamento dei Collettivi Studenteschi Universitari, Area Antagonista Campana, Collettivi Studenteschi Autorganizzati, Collettivo Internazionalista di Napoli, c.s.o.a. Terra Terra, Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori (Napoli), Confederazione Cobas (Campania).

            I tentativi di coordinarsi a livello territoriale tra raggruppamenti diversi sono molto importanti perché la forza di attrazione verso l’esterno si moltiplica, e si razionalizzano le energie. In questa direzione va il lavoro del Comitato cittadino contro le missioni di guerra a Torino.

Il corteo di Roma, come è stato ribadito nei comizi conclusivi da parte dei raggruppamenti promotori, è e deve essere un punto di partenza per la ricostruzione del movimento contro la guerra su scala nazionale. A Torino l’impegno in questa direzione è costante da diverse settimane, e continuerà nei mesi autunnali sino all’importante scadenza del voto di dicembre per il rifinanziamento delle missioni militari.

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IL LOSCO AFFARE DEI RIGASSIFICATORI

 

Nell’articolo “Risorse energetiche-ecologia” (agosto ‘06) ci si augurava che le problematiche ecologiche (che nei prossimi anni saranno sempre più al centro dell’attenzione, dato il loro impatto sulla qualità della vita delle popolazioni), vengano sempre più chiaramente viste come il prezzo del cosiddetto “benessere dei consumi” che il capitalismo ci somministra. La denuncia degli interessi che stanno dietro alle scelte energetiche può portare alla coscienza che esiste una possibilità alternativa a questo tipo di “benessere”, possibilità che però dipende dal superamento del sistema di produzione attuale, basato sul profitto.

Importante a questo scopo è capire cosa c’è dietro a un’altra fonte di energia cosiddetta “pulita”, quella del gas metano e del suo trasporto.

Infatti, si può trasportare il gas liquido via mare anche da località distanti dalle linee dei gasdotti, ma deve essere riportato allo stato gassoso nei cosiddetti “rigassificatori”.

            Lo scorso 18 agosto il governo Prodi ha istituito una “cabina di regia” per la costruzione di 5 rigassificatori. Con questa scelta in materia di politica energetica l’Italia vuole limitare la dipendenza dai tradizionali gasdotti esteri. Si tratta di una politica che implica la feroce rapina di materie prime dai paesi in via di sviluppo, in questo caso dalla Nigeria, come riportato su un documento dal titolo Sangue sui gassificatori del sito www.contropiano.org che in parte riproduciamo:

 

E’ venuto il momento di svelare il retroscena tutto italiano della scelta dei rigassificatori.    Essi sono collegati ad una fornitura di metano della Nigeria che l’Italia ha sottoscritto tramite ENI subito dopo l’impiccagione di un gruppo di attivisti ecologisti.Fu firmato un contratto per la fornitura di gas liquefatto senza che fossero stati approntati i rigassificatori in Italia. E questo contratto di fatto rende necessaria la loro realizzazione in quanto la rigassificazione attualmente sta avvenendo in Francia in attesa che vengano costruiti i rigassificatori italiani.

Mentre i sostenitori di questi impianti dicono che essi offrono maggiori garanzie di approvvigionamento, va detto che è a rischio proprio il gas destinato ai rigassificatori italiani.

Infatti, in quella nazione è in corso una sollevazione popolare contro le multinazionali del gas. Un tecnico italiano è stato recentemente rapito ed è ancora prigioniero.

Le multinazionali del gas (le stesse del petrolio) devastano l’ambiente con roghi ininterrotti, 24 ore su 24. la popolazione è costretta a inalare esalazioni continue. E’ in atto un profondo incessante inquinamento del Delta del Niger non solo per estrarre petrolio, ma anche per il metano, che viene sondato con metodologie assolutamente dannose per l’ambiente. Le multinazionali dell’energia, per difendersi dalle popolazioni che protestano, godono della protezione dell’esercito nigeriano che reprime gli insorti e brucia le baraccopoli per punire i ribelli…

E’ in atto una campagna informativa pro-rigassificatori che li presenta come indispensabili per non passare l’inverno al freddo. E’ falso, in realtà il metano può giungere tramite i metanodotti in quantità più che sufficiente. Recentemente l’Italia ha infatti concluso accordi per l’incremento dei metanodotti con l’Algeria e il contenzioso Russia-Ucraina si è risolto con un nuovo accordo commerciale.

Il vero obiettivo dei rigassificatori non è quindi quello di portare il metano, ma di abbassarne il prezzo, ossia di mettere in competizione i paesi produttori con dinamiche che incrementeranno non solo la concorrenza ma la repressione politica e l’inquinamento in una logica di globalizzazione e di corsa verso il basso nell’abbattimento di tutti gli standard di sicurezza e di compatibilità ambientale….”

 

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DROGA E RAZZISMO

 

Riportiamo alcuni contributi sulla vicenda dei due extracomunitari annegati nello Stura a Torino lo scorso 29 settembre, e di quanto è seguito nei giorni successivi.

 

I fatti

Venerdi 29 settembre a Torino, alle 16, i carabinieri circondano e irrompono nel parco antistante l’albergo Novotel, vicino a corso Giulio Cesare, dove si concentrano acquirenti e venditori di sostanze stupefacenti. Tredici giovani senegalesi provano ad attraversare lo Stura: in undici rimangono bloccati su un’isoletta in mezzo alle correnti, gli altri due cadono e scompaiono tra i flutti, sotto gli occhi dei loro amici e degli inseguitori.

I soccorsi partono con fatale ritardo, la rabbia si sfoga con delle sassaiole contro i carabinieri.

L’operazione si conclude con svariati arresti (nessuno per possesso di stupefacenti), e molte espulsioni per il mancato possesso dei documenti.

Il pomeriggio stesso si forma un presidio spontaneo di immigrati, che affronta i carabinieri e nei giorni successivi blocca a più riprese il traffico di corso Giulio, chiedendo il ritrovamento delle salme.Un corpo viene ripescato il sabato.          

Lunedì 2 ottobre, in serata, c’è qualche momento di tensione al presidio tra chi vuole bloccare di nuovo la strada e chi preferisce aspettare. Il martedì la presenza di senegalesi sul posto scema visibilmente, mentre gli italiani solidali sono molto pochi. I giornali, intanto, si inventano un episodio di ostilità tra i senegalesi del presidio e “due anarchici” solidali. Poi preannunciano una manifestazione indetta da “anarchici e pusher assieme”, alla quale comitati spontanei e gruppi di commercianti promettono di reagire con le maniere forti. Anche questa notizia è completamente inventata.

La sera di martedì 3, isolati, i senegalesi decidono di togliere il presidio. Il corpo del secondo annegato verrà ripescato una settimana più tardi e i soldi raccolti per rimandare la salma in Senegal sequestrati durante una perquisizione.

 

Intanto gli esponenti della destra cittadina si affrettano a strumentalizzare la situazione, lanciando invettive contro gli immigrati e chiedendo a gran voce più efficienza contro gli spacciatori. In particolare il piccolo gruppo neofascista “Forza Nuova” annuncia una fiaccolata per la sera di venerdi 13 ottobre. Di conseguenza il Collettivo Universitario Autonomo promuove una mobilitazione delle forze antifasciste e antirazziste per impedire la manifestazione di Forza Nuova. A questo punto la questura vieta il corteo ai fascisti, e la sera del 13 ottobre in piazza Derna si svolge un presidio cui partecipano le realtà della sinistra mobilitatesi nei giorni precedenti.

 

Una testimonianza

Una delle testimonianze raccolte dai redattori di Radio Blackout che hanno portato solidarietà agli immigrati nella giornata di lunedì 2 ottobre.

RbO: …Vorremmo sapere, se è possibile, che cosa è successo realmente venerdì.

T. Quello che è successo realmente è che i poliziotti hanno inseguito dei ragazzi. Beh... questi giovani sono corsi verso l’acqua e ci sono entrati dentro. Due persone sono annegate a cinque metri dai carabinieri, dai poliziotti e dagli agenti in borghese... Li insultavano! Li vedevano annegare e li insultavano, invece di chiamare i soccorsi!

Visto che non l’hanno fatto [chiamare i soccorsi] e se ne sono andati, siamo arrivati noi. Ci hanno chiamato e siamo arrivati noi, per aiutarli. Abbiamo avuto noi l’idea di prendere una corda per aiutare gli altri undici.

Bene, quello che vogliamo... Abbiamo bloccato la strada per reclamare che ripeschino gli altri due, che sono già morti sicuramente.

RbO. Quindi le ricerche dei corpi ci sono state soltanto perché c’è stato un blocco stradale?

T. Perché abbiamo bloccato la strada! Hanno cominciato le ricerche, ma non avevano niente... Non avevano alcun materiale per poter andare a cercare nell’acqua... Beh, ci siamo calmati, siamo tornati il giorno dopo... abbiamo fatto tutto senza violenza, con molto rispetto... Siamo ritornati per domandarli [i corpi]. Ma loro non avevano portato nessun dispositivo necessario per ripescare i ragazzi. Ne hanno trovato uno il giorno dopo, e adesso, che sono passati altri due giorni, un altro è ancora lì sotto...

 

Sul problema droga e immigrazione

Brani di due diversi volantini che prendono posizione sul problema droga e immigrazione, distribuiti al presidio del 13 ottobre rispettivamente da compagni dei centri sociali Askatasuna e Gabrio.