CORRISPONDENZE - SOCIETA' E POLITICA ITALIANA

 

 

KATRINA:

IERI LAVORATORI E POVERI HANNO PAGATO IL DISASTRO

DOMANI... PAGHERANNO LA RICOSTRUZIONE

Se ieri  c’era motivo di indignarsi per la mancata prevenzione e i mancati aiuti a New Orleans, oggi c’è un altro motivo di scandalo e riflessione!

 Scriveva con realistico cinismo un giornale italiano all’indomani dell’uragano che “se è vero che queste notizie di disastri occupano le prime pagine dei giornali, è anche vero che in fondo il disastro colpisce una porzione piccolissima dell'economia ( specie nel caso di grandi economie come quella degli Stati Uniti).”

 Come per lo tsunami nel sud-est asiatico, tranquilli, il PIL è salvo e le Borse non hanno tremato.

Anzi !

 Sono stati stanziati, com’era doveroso, miliardi di dollari “per la ricostruzione”

A chi andranno?

Probabilmente agli stessi responsabili del disastro, gli amici degli amici ( come quel Brown posto a capo della protezione civile Usa, la Fema, ed esperto… di cavalli arabi, ma grande elettore di Bush) !!!

 Scrive il Sole del 13 settembre ( sempre sollecito a denunciare le colpe degli altri imperialismi) ” I primi contratti sono stati assegnati senza gare d'appalto, ricorrendo a procedure seguite nei casi di emergenza e finite sotto inchiesta per gravi sprechi, corruzione e favoritismi nel Paese mediorientale.
I nuovi contratti, ha rivelato il Wall Street Journal,
contengono tutti garanzie di profitto per le aziende, con scarse garanzie di controlli sui costi. E i rischi sono moltiplicati dalla crisi di credibilità delle autorità incaricate di gestire i primi aiuti, a cominciare dalla Fema…Tra i nomi che compaiono sui sette contratti finora firmati spiccano quelli di influenti specialisti nel recupero di infrastrutture e servizi essenziali già impegnati a Baghdad, da Bechtel a Fluor. Nel novero c'è un gruppo della Lousiana, lo Shaw Group, che ha ricevuto un incarico da centomilioni per prosciugare New Orleans. Ma non manca neppure la Halliburton— che fu guidata dal vicepresidente Dick Cheney e finì sotto accusa in Irak”

 E per i lavoratori ?

 Le ditte che ricostruiranno con fondi federali le regioni devastate da Katrina potranno pagare gli operai meno del minimo sindacale. (Sole 10 settembre )

 Ogni commento è superfluo!

 Pagine Marxiste

                                                                                                                                   www.paginemarxiste.it

fotoc. in pr. Ple Nigra, 1, MI 13/9/05                                                                                                    

 

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IN PIAZZA PER SOSTENERE LA 194

 CONSAPEVOLI CHE LO STATO DEMOCRATICO NON ELARGISCE DIRITTI A VITA!

Sabato 14 gennaio 2006 ci siamo recati a Milano per partecipare alla manifestazione indetta per difendere la L. 194. L’adesione alla manifestazione è stata determinata dal fatto che siamo venuti a conoscenza della richiesta di “uscire dal silenzio” da parte di alcune donne in occasione di un’assem­blea svoltasi a Milano alla Camera del Lavoro. Durante quest’assemblea sono intervenute molte gio­vanissime donne che hanno espresso la necessità di opporsi a qualsiasi tentativo di limitare o abrogare la 194. Tempo prima era stata infatti istituita dal Governo una Commissione che avrebbe dovuto effettuare delle verifiche sulla stessa legge. Dato che dunque la manifestazione è stata spinta dal basso e visto che non sono stati i movimenti femministi classici a promuovere questa esigenza, considerata la serietà della tematica affrontata e il momento attuale in cui si inserisce la nostra attività, si è deciso di partecipare a tale iniziativa con lo scopo di verificare il tipo di partecipazione e curare eventuali contatti.

Alla manifestazione abbiamo diffuso il seguente volantino:

IN DIFESA DELLA 194
 PER UNA SOCIETA’ IN GRADO DI CRESCERE I PROPRI FIGLI

La manifestazione di oggi, 14 gennaio 2006, non deve servire a tirare la volata elettorale al centro-sinistra, bensì a difendere la legge 194 (così come la 180 sulla chiusura dei manicomi) dagli attacchi di chi, nell’ambito dello smantellamento del welfare, vuole “privatizzare l’aborto” e criminalizzare la malattia mentale. La Chiesa, attraverso il Papa e i vari Ruini di turno, fa la sua campagna ideologica con le solite argomentazioni irrazionali, tra cui l’attribuzione dell’anima all’embrione a riprova del suo essere vita dal momento del concepimento! Contemporaneamente questi paladini del diritto alla vita fomentano la futura aggressione all’Iran da parte dei governi imperialisti occidentali…

Con la legge 194, nel 1978 è stato istituito per la prima volta nella storia d’Italia il diritto per le donne di scegliere legalmente di interrompere una gravidanza indesiderata. Quali di esse sarebbero colpite dall’abolizione di questa legge? Soprattutto quelle meno abbienti, le immigrate e coloro che lavorano in condizioni precarie. Queste donne soprattutto reclamano il loro diritto alla vita, a non morire sui tavoli degli aborti clandestini, mentre chi è benestante potrebbe tranquillamente avvalersi delle migliori cliniche private all’estero.

Il movimento operaio internazionale ha avuto molte figure femminili che hanno lottato per i diritti della donna, dalle proletarie dei sobborghi parigini durante la rivoluzione francese (tra cui spiccano Pauline Leon e Olympe de Gouge), a quelle della Comune del 1871, a personaggi storici come Clara Zetkin, Vera Zasulic, Rosa Luxemburg e Aleksandra Kollontaj. Grazie all’azione di costoro è stato chiarito che la lotta per i diritti delle donne non può essere disgiunta dalla questione dell’emancipazione di tutta l’umanità dal capitalismo. Siamo infatti consapevoli che purtroppo l’aborto è una necessità per le donne che vivono nella società del profitto. Pertanto noi comunisti, che siamo sempre e comunque per la vita, mentre oggi lottiamo per la legge 194 lavoriamo costantemente per l’edificazione di una società che, libera dalla schiavitù del lavoro salariato, provveda alla cura, all’allevamento e all’educazione dei bambini, elimini la dipendenza dei figli dai genitori, possa «strappare la donna al suo ruolo attuale di semplice strumento di produzione».

La partecipazione alla manifestazione di Milano ci ha permesso di verificare una massic­cia adesione, da Torino stessa sono infatti partiti ben 18 pullman. Abbiamo potuto direttamente verificare che vi è stata una presenza molto alta soprattutto da parte di donne giovanissime e studentesse delle scuole medie superiori. Inoltre nel corteo è stata sottolineata la presenza delle donne immigrate e dei precari.

Alcune parole d’ordine hanno rappresentato un filo conduttore importante di continuità delle lotte. Tra queste:  “Siamo cittadine del mondo” da parte delle immigrate, “No Tav”,  “No alla precarietà”.

Durante il percorso del corteo molte delle giovanissime ci chiedevano il volantino appena lo scorgevano (il volantino non era infatti distribuito in massa; è stato portato volutamente in un numero ridotto di copie). La percezione è stata di forte interesse da parte delle giovanissime sull’argomento. Per quanto riguarda i gruppi della sinistra istituzionale, alla manifestazione hanno aderito una parte della CGIL e alcuni partiti della sinistra (Ds, PRC, PdCI). Questi ultimi, a nostro parere, non potevano non presentarsi per potersi garantire un serbatoio di voti, malgra­do questi partiti sulla 194 non abbiano una posizione compatta. Abbiamo raccolto parecchio materiale in termini di giornali e volantini distribuiti alla manifestazione. Siamo stati gli unici a richiamarsi al movimento operaio e alla tradizione storica del movimento operaio femminile.

In piazza siamo andati consapevoli che la democrazia e lo Stato di diritto, a cui liberali e democratici tanto si appellano, non garantiscono diritti a vita. Ancora oggi la democrazia è quella forma delle istituzioni statali della quale in Europa, dal secondo dopoguerra ai nostri giorni, politologi, scienziati della politica e intellettuali vari proclamano la bontà. Tuttavia, se gli sfruttati hanno ottenuto delle leggi apparentemente a loro favore, è perchè vi sono state delle lotte agguerrite. Nel momento in cui dalle lotte sono scaturite alcune leggi, queste sono state il frutto di un rapporto di forza che si è riuscito ad instaurare e quando anni di riflusso hanno portato in letargia le lotte ecco invece farsi avanti, e con forza, la reazione, i conservatori, la Chiesa. E questi, tutti in coro, a voler ridurre o eliminare ogni diritto, a riprova che in questo sistema falsamente democratico tutte le conquiste sono provvisorie!

G. A., lavoratrice internazionalista    

 

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IL CARROZZONE OLIMPIADI:
 UN AFFARE PER MOLTI, A SPESE DEI LAVORATORI.

E’ da qualche anno che sentiamo parlare delle Olimpiadi a Torino. E’ da qualche anno che Torino è diventata un immenso cantiere. Ci accorgiamo della trasformazione della città quando capitiamo in zone che non riusciamo più a riconoscere. Si imboccano in macchina vie che ci erano note, e ci si ritrova a chiedere informazioni orientative in luoghi sconosciuti. In occasione delle Olimpiadi l’amministrazione cittadina ha ristrutturato interi quartieri, ha ridisegnato percorsi stradali, edificato numerosi nuovi appartamenti, palasport per le gare tenutesi in questa occasione e per i quali negli anni a venire nessuno riesce ad immaginare né l’utilizzo né i costi di manutenzione che assorbiranno. Ha pagato cifre da capogiro ad architetti, scultori e scenografi vari per costruire padiglioni, monumenti e apportare altre modifiche volte a dare slancio all’ingresso del “nuovo”, parola chiave al giorno d’oggi per lanciare e rendere interessante qualsiasi prodotto si voglia sponsorizzare.

Le Olimpiadi sono oramai in tutto il mondo un’opportunità per i privati di poter usufruire delle finanze pubbliche che in queste occasioni gli amministratori elargiscono allargando i cordoni della borsa. E Torino non poteva sfuggire a questa regola.

Al di là della passione sportiva, delle spettacolari scenografie esibite nelle cerimonie di apertura e chiusura e degli ambiziosi propositi di pace e di fratellanza tra i popoli che la manifestazione vuole rappresentare (ambizioni che appaiono ipocrite e pretestuose  non appena si cerca di trarre qualche considerazione, per esempio sul rapporto tra la pace e Finmeccanica

o General Electric, noti produttori di armi da guerra e contemporaneamente tra i principali sponsor di questa manifestazione), un punto sicuramente emerge in tutta evidenza: i costi gravanti sui conti pubblici e i profitti esclusivamente privati.

E’ ancora presto per riuscire a redigere un consuntivo della spesa, si parla comunque di un impegno finanziario pubblico di oltre 3 miliardi di euro (solo il costo delle infrastrutture ammonterebbe a 1.750 milioni di euro), di cui oltre 300 milioni di euro per quanto riguarda il Comune di Torino, promotore dei giochi, e oltre 500 milioni se si considera l’impegno finanziario congiunto della Regione Piemonte. Le cifre riportate non hanno bisogno di altro commento, da sole spiegano gli interessi che la manifestazione ha calamitato e gli appetiti che ha stuzzicato.  Certo la propaganda, tesa a giustificare l’impiego di questa montagna di finanza pubblica, è stata tutta incentrata su: “Olimpiadi, occasione unica per il rilancio economico”, e ancora: “investimento olimpico, un volano per l’economia”. Tutti slogan confezionati col chiaro intento di far scorgere attraverso questo evento un ritorno economico positivo.

Stando comunque alle stime ottimistiche, l’incidenza dell’avvenimento olimpionico sul Pil nazionale potrebbe comportare un incremento dello 0,2 per il 2005 e il 2006 con una progressiva decrescita negli anni seguenti. Si tratta, ripeto, di stime ottimistiche e comunque non sufficienti a far entrare nelle casse dello Stato l’impegno finanziario assunto per la manifestazione. I tre miliardi di euro sopra accennati (è una stima provvisoria, ma a consuntivo la cifra non potrà che aumentare),  rappresentano il corrispettivo delle entrate nelle casse erariali di oltre mezzo punto di Pil. Nella prospettiva che si delinea è ovvia una domanda: chi pagherà i buchi di bilancio che si intravedono? La risposta è altrettanto  ovvia: i lavoratori, naturalmente. Al di là della sottrazione agli investimenti in settori strutturali e produttivi, pagheranno  in termini di probabili tagli al welfare, alla sanità, alla scuola e quant’altro. E insistendo ancora sulla domanda da un’altra angolazione: gli investimenti per le Olimpiadi, oltre ai vantaggi di visibilità per i politici che li hanno gestiti, ai guadagni che hanno portato alle aziende appaltatrici dei lavori e che  porteranno agli sponsorizzatori che vedranno sicuramente un ritorno doppio delle somme investite, ai commercianti che hanno tenuto aperto i locali più a lungo del solito per l’avvento dei turisti, ai proprietari di case plurime che hanno affittato abitazioni  per sole due settimane realizzando rendite che normalmente si realizzano in in 5 o 6 mesi, ed altri soggetti invitati al banchetto, cosa hanno prodotto per i problemi di disoccupazione, precarietà e miglioramento salariale che affliggono il proletariato? La risposta che in questa occasione ci viene data dagli ottimisti è: tanti posti di lavoro, soprattutto nell’edilizia.

Ora, tralasciando gli aspetti più deleteri dell’edilizia (alto tasso di lavoro nero, impiego di manodopera immigrata facilmente ricattabile, mancanza della piena attuazione delle misure di sicurezza nei cantieri ecc.), aspetti che tra l’altro in questa occasione si sono moltiplicati, è pur vero che l’edilizia ha visto in questo periodo in Piemonte, e a Torino in particolare,  la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore; occorre però tener presente che si tratta di posti di lavoro precari non durevoli, legati esclusivamente a fattori contingenti: non appena si smantellerà il “carrozzone Olimpiadi”, si smobiliteranno mano mano anche i posti di lavoro.

 Il ritornello dell’allocazione delle risorse negli interventi strutturali, nel sostegno dei settori strategici della produzione, nella ricerca scientifica per un effettivo rilancio economico e conseguente creazione di posti di lavoro durevoli, non manca mai in qualsiasi intervento politico di ogni schieramento. Peccato però che nel mondo reale del capitalismo dove la legge del profitto privilegia i progetti più remunerativi, questi buoni propositi sono destinati a rimanere nei programmi di allestimento delle vetrine per le campagne elettorali. Le Olimpiadi di Torino 2006 sono una ulteriore conferma di questa verità, qualora ce ne fosse stato bisogno.

DIV  

 

 

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ELEZIONI O ASTENSIONE? LA RISPOSTA E': PROTAGONISMO DELLE MASSE

 

Riportiamo la traccia della discussione sulle elezioni e il parlamentarismo in programma al Circolo Internazionalista di Torino il 3 marzo .

 

Non è nelle nostre possibilità attuali, di piccolo gruppo ma anche di area, comunista e rivoluzionaria, condizionare il voto o il non voto alle prossime elezioni di aprile. Sicchè sarebbe inutile discettare su astensionismo di principio, tattico e strategico. Ben più utile è oggi chiarire quale sia nel 2006 la funzione del parlamento, della forma democratica del regime.

Destra neocon/liberista e sinistra liberaldemocratica, in forma di coalizioni di partiti in Italia, sono innanzitutto lo strumento di integrazione e controllo che il potere sistemico (“borghese”, ma sulla parola si dovrebbe operare un aggiornamento di significato) esercita sulle classi subalterne. Il sistema cerca di raccogliere, con reti spesse al centro e molto fini agli estremi, il “pescato” sociale.

Non basta lo strapotere dei media, dei suoi “chierici”, intellettuali, preti, comunicatori sociali etc. alla integrazione ai valori borghesi, al modo gregario di concepire la dimensione sociale. L’integrazione, il controllo sociale, la repressione, devono essere supportate con le elezioni di parlamenti, consigli, giunte, di “rappresentazione” popolare, tanto simboliche quanto vuote di potere reale.

Che il parlamento, le assemblee elette, siano fonte di corruzione e che nessun controllo sia possibile dagli elettori sugli eletti, che sia soltanto uno dei luoghi dove avviene lo scontro fra i grandi poteri economici e finanziari, è tutto sommato percepito da parte dell’elettorato.

L’aumento dell’astensionismo (peraltro accuratamente taciuto dai media) ha portato il nostro paese ad avvicinarsi ad altre democrazie formali, in primis agli USA, dove il voto espresso in genere non supera il 60% degli aventi diritto. Nelle ultime elezioni presidenziali Bush è stato eletto da poco più del 30% degli statunitensi. Questo astensionismo che cosa realmente significa? Per i più è qualunquismo

becero, per altri la caduta dell’illusione di poter determinare il corso politico del paese, infine per pochi un modo di comunicare la propria contrarietà al sistema stesso, tanto da destra come da sinistra e dall’area anarchica.

Non serve qui ricordare i luoghi comuni che gli istituzionalisti, anche a sinistra, mettono in campo per stimolare al voto. Ma qualsiasi parlamento non può che essere compatibile con gli assetti dominanti economici e qualsiasi parlamento di fronte alla forza sociale, non delegabile in questo sistema a nessuno, deve piegarsi alla forza reale nel paese. Si prenda ad esempio i governi democristiani degli anni ‘70 che hanno dovuto varare lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, legge 300; ciò avvenne dopo una stagione di lotte operaie, anzi la legge fu allora una riforma di “imbrigliamento” (necessario al sistema economico) della classe operaia. Forse che con i successivi governi di centro-sinistra si abolì il Codice Fascista del guardasigilli Rocco? Forse che con un governo di “sinistra” ci si oppose alla aggressione contro la Yugoslavia? No! Gli articoli del codice Rocco contro i comunisti sono sempre pronti ad essere applicati, e bombardamenti sui civili, targati D’Alema, hanno segnato l’ultima guerra intereuropea.

Da parte nostra, che si voti o no, serve piuttosto evidenziare quanto sia oggi abulico e/o eterodiretto il normale comportamento sociale delle masse. In un sondaggio del 2003 il 40% degli intervistati non sapeva definirsi se di destra o di sinistra, il 26% era indifferente alla politica, il 36% la vedeva con disgusto o rabbia. Teniamo altresì conto che 6 milioni sono gli analfabeti in Italia, il 36% possiede (dati 2005) solo la licenza elementare, dunque abbiamo una società con milioni di persone scarsamente in grado di seguire la vita politica del paese. D’altro canto vi sono quasi 2 apparecchi televisivi per ognuna delle famiglie italiane; nonostante la crisi ben 10 milioni di esse ospitano animali domestici, tanto che solo cani e gatti ammontano a 14 milioni di unità. L’universo di senso di tale massa di

persone oscilla quindi fra l’Isola dei Famosi, i cartoni animati, Pianeta Vivente e i dibattiti/talk show di attualità.

Sono dati che indicano la debolezza identitaria e la base per l’integrazione di massa ai valori “normali”, piuttosto che la percezione dei bisogni, l’appartenenza di classe, la collocazione all’interno di processi storici e la conoscenza sociale che possono portare il soggetto a coscienza rivoluzionaria.

Ricordiamo infine che la massa del proletariato immigrato non può votare, quindi una parte consistente della forza lavoro in Italia è estranea alla partecipazione elettorale.

Supponendo che la sinistra, anzi i sedicenti comunisti raggiungano la maggioranza in parlamento e che “addirittura” il governo cerchi di portare avanti un Programma Minimo, non il socialismo, non l’abolizione della proprietà privata, ma un semplice varo di riforme sociali a tutela dei lavoratori, il fallimento sarebbe cosa certa!

Il governo Allende nel 1970 venne eletto in Cile da uno schieramento di socialisti, comunisti e sinistra di movimento, già nel 1973 venne abbattuto dal golpe di Pinochet supportato dagli USA. Chavez venne eletto presidente del Venezuela con l’appoggio di alcuni partiti di sinistra ma soprattutto con l’appoggio del movimento dei Circoli Bolivariani, nel 2002 un golpe dell’esercito appoggiato dagli USA venne respinto dopo 6 giorni con la sollevazione armata e popolare. Nel 1973 l’esempio negativo porta da noi Berlinguer a spostare ancora di più al centro il PCI (in buona compagnia con numerosi partiti comunisti in giro per il mondo), nel 2002 l’esempio del Venezuela segna i cambi di regime del cono sudamericano, certo non si tratta di società comuniste ma (pur in presenza di limiti populisti e localisti) dell’apertura di contraddizioni ad un livello superiore. La differenza, di segno positivo, è che in Venezuela la presenza in parlamento fu supportata dalla forza sociale organizzata ed armata nel paese. Forza che venne accumulata in anni di rivolte contadine, di lotte operaie, di rivendicazioni popolari indigene.

Per il passato valga l’esempio della Comune di Parigi, che per i rappresentanti eletti dal popolo non fu solo sede di potere legislativo ma anche di controllo ampio sul governo e la vita pubblica. Valga altresì l’esempio dei primi Soviet in Russia nel 1917 (ma anche in Ungheria ed in Italia, qui a Torino) come strumenti di autorganizzazione che si ponevano l’obiettivo di controllare il governo, l’economia di un paese.

A conclusione parziale, una concreta indicazione per il nostro operare: superare l’astensionismo e dargli senso compiuto nel comunicarne il perché e nel proporre, all’interno dei movimenti e della classe intera, la via antagonista e rivoluzionaria per iniziare a costruire dal basso una reale istanza politica democratica.

Passare dall’astensionismo e dalla delega al protagonismo politico, dalla sterile protesta all’organizzazione.

GARIN

 

 

 

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PARLAMENTO E CORRUZIONE

Alcune informazioni sulle retribuzioni elargite ai parlamentari italiani. L’alto tenore di vita è uno dei modi coi quali la classe dominante coopta oggettivamente nelle sue file tutti coloro che vengono eletti, condizionandone così la condotta.

Come si vede, siamo ben lontani da concetti veramente democratici come la revocabilità immediata delle cariche e l’assegnazione ai politici di stipendi uguali a quelli degli altri lavoratori!

Ladri, falsi e ipocriti. Queste sono le parole giuste per definire la condotta dei parlamentari italiani che, in vista delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile prossimi, hanno avuto la sfacciataggine di sbandierare ai 4 venti la proposta avanzata dall’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati a favore di una demagogica quanto fittizia riduzione del 10% dei loro lauti stipendi.

Si tratta della classica foglia di fico dietro cui i boss delle cosche parlamentari di Montecitorio e Palazzo Madama nascondono in realtà stipendi da oltre 15 mila euro netti al mese (5.941 di indennità di funzione, più 4 mila di diaria, più 4.678 di rimborsi e un forfait annuale per i viaggi che va da 9 a 18 mila euro) più tutta una serie di privilegi e benefit da nababbo a cui si aggiungono, a seconda dei casi, le varie indennità di carica che spesso sono superiori allo stipendio base (vedi tabella in questa pagina).

La norma inerente il “taglio” di stipendio è inserito nella Finanziaria 2006 e recita testualmente: “Le indennità mensili spettanti ai membri del Parlamento nazionale sono rideterminate in riduzione nel senso che il loro ammontare massimo, ai sensi dell’articolo 1, secondo comma, della legge 31 ottobre 1965, n. 1261, è diminuito del 10 per cento. Tale rideterminazione si applica anche alle indennità mensili spettanti ai membri del Parlamento europeo eletti in Italia ai sensi dell’articolo 1 della legge 13 agosto 1979, n. 384".

Attenzione alle parole: il “codicillo” condiviso da tutte le cosche parlamentari parla, non a caso, di “ammontare massimo” dell’indennità mensile dei parlamentari da ridurre del 10%.

Ma va chiarito che lo stipendio dei parlamentari al momento dell’approvazione della Finanziaria era pari non al “massimo”, ma al 96% dello stipendio dei presidenti di sezione della Cassazione cui è agganciato per legge. Sicché il taglio effettivo è di appena il 6%.

Ma l’inganno non finisce qui! Perché c’è da considerare che a partire dal 1° gennaio 2006 gli stipendi dei parlamentari hanno subito l’ennesimo scatto di aumento biennale che equivale all’aumento recepito dai magistrati e che guarda caso è pari proprio al 6%, vanificando del tutto la sbandierata riduzione dell’indennità parlamentare.

Dunque non esiste nessuna riduzione di stipendio dei parlamentari; e che si sia trattato solo di una “furbata” per raccattare qualche voto in più alle politiche di aprile lo conferma il fatto che nelle stesse ore un’analoga proposta inerente la decurtazione del cosiddetto “assegno di reinserimento” (cioè la buonuscita dei parlamentari che è pari all’80% dell’indennità mensile per ogni anno di mandato effettuato), e del “vitalizio”, (cioè la pensione dei parlamentari che, oltre ad essere cumulabile con qualsiasi altro reddito, è reversibile al 100%, scatta ai 65 anni d’età, 60 se l’ex parlamentare ha fatto più di una legislatura, e va da un minimo del 25% dell’ultimo stipendio percepito fino all’80% per i deputati con più di tre legislature alle spalle) è stata bocciata all’unanimità dai senatori di tutti i partiti del regime neofascista sia di destra che di “sinistra”.

(dal sito www.pmli.it)

 

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25 APRILE A MILANO

A Milano la manifestazione nazionale del 25 aprile, 61° anniversario della liberazione dal nazifascismo, ha visto decine di migliaia di persone sfilare da Porta Venezia a piazza Duomo.

Le componenti istituzionali del corteo erano tese a celebrare la risicata vittoria del centrosinistra, invece una parte dei manifestanti ha portato avanti una posizione ben più concreta e coerente con il concetto di resistenza. Questi compagni in piazza san Babila dalle ore 14 hanno tenuto un presidio in solidarietà agli antifascisti arrestati lo scorso 11 marzo, dei quali 25 sono tuttora in carcere, con volantinaggi e distribuzione di materiale informativo. Organizzatori del presidio, i centri sociali Orso, Vittoria, T28, unitamente allo SLAI Cobas e a Progetto Comunista.

Alla fine del corteo, dalle ore 18, si è svolto un altro presidio sotto le mura del carcere di San Vittore, dove una parte dei compagni è rinchiusa.

Questa coraggiosa mobilitazione probabilmente non è piaciuta a qualcuno, poiché la mattina del 28 aprile sono scattati altri due arresti per i fatti dell’11 marzo, uno a Milano e uno a Torino. Ad essi occorrerà rispondere con ulteriori iniziative di solidarietà e con il coinvolgimento di una parte maggiore della cittadinanza. Già si parla di un nuovo corteo nazionale in richiesta della liberazione dei compagni.

Segue uno stralcio dell’appello unitario sottoscritto dalle organizzazioni sopracitate:

 «Il nostro antifascismo non è riducibile solo ad una legittima pratica quotidiana di contrapposizione alle bande neonaziste, ma è espressione di una volontà più generale finalizzata alla crescita di una maggiore conoscenza sociale nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi del moderno sfruttamento di classe, per costruire una società alternativa senza più servi né padroni. Un antifascismo che è parte di una lotta più generale contro il sistema capitalista, con una nuova capacità di raccogliere il dissenso e l’opposizione alla precarietà, alla discriminazione, ai privilegi, al razzismo, al sessismo e ad una società basata sullo sfruttamento..».

Un altro aspetto della manifestazione del 25 aprile ha riguardato le prese di posizione contro Israele durante il corteo: in piazza san Babila al passaggio della Brigata Ebraica, che ostentava anche la bandiera americana, ci sono stati fischi e slogan; in fondo al corteo due bandiere israeliane sono state bruciate. A partire da questi episodi la stampa italiana ha montato una squallida polemica sulle presunte “violenze” della “estrema sinistra”, e quasi tutti i politici si sono ripetuti in dichiarazioni di condanna. Spicca pertanto l’intervista, riportata da La Stampa del 27 aprile, a un esponente del Coordinamento di Lotta per la Palestina, Shokri Hroub, che ha spiegato le proprie ragioni. Ecco una parte delle dichiarazioni di Hroub, come riportate dal quotidiano:

«Invece di parlare dei palestinesi che vengono uccisi ogni giorno dall’esercito di uno stato illegale come quello israeliano, che non riconosce nemmeno le sanzioni dell’Onu, si preferisce fare polemica per due bandiere. Non è la prima volta che nei nostri cortei bruciamo le bandiere israeliane e quelle americane. Per noi è un atto di resistenza».

Domanda: Resistenza?

«Ogni giorno in Palestina siamo costretti a subire una repressione violenta. Gli israeliani impongono l’apartheid. Ci fanno conoscere solo il carcere e le loro violenze. I ragazzi arabi che erano in corteo insieme a noi subiscono una repressione e una discriminazione che non possono essere messe minimamente a confronto con il rogo di due bandiere».

La condanna di quello che ha fatto il suo gruppo è unanime, da destra come da sinistra…

«Io dico che non si possono prendere posizioni equidistanti tra chi è macellaio e chi è vittima. Bisogna avere il coraggio di stare da una parte sola. Noi stiamo dalla parte dei repressi. Noi siamo di parte».

Però sono stati contestati anche gli appartenenti alla Brigata ebraica. Cinquemila di loro si sono battuti contro il fascismo durante la Liberazione…

«Ai partigiani ebrei va tutta la mia solidarietà di arabo e marxista. Ma cosa c’entravano le bandiere con la stella di David? Cosa c’entrava quella lobby sionista? Guardi che anche una mia amica ebrea di Lecco mi ha detto che abbiamo fatto bene. Ha usato queste parole: “Voi arabi state subendo oggi quello che abbiamo subito noi ebrei sessant’anni fa”...».

Anche alcuni centri sociali hanno preso le distanze da voi…

«Il discorso sarebbe lungo. Negli ultimi dieci anni è stato fatto un lavoro gigantesco per eliminare ogni traccia di memoria storica. Di fronte a questa ondata reazionaria i più giovani possono non avere le idee chiare di quello che sta accadendo. In carcere ci sono ancora 25 antifascisti arrestati l’11 marzo in corso Buenos Aires per essersi opposti a un comizio della Fiamma Tricolore. Io faccio un appello per la loro liberazione. Anche gli ebrei dovrebbero chiedere la loro scarcerazione.

Si sono battuti anche per loro».

Sembra di capire che lei non pone limiti al concetto di “resistenza”.

«Prendiamo l’Iraq. Chi si oppone all’occupazione è un resistente. E si può resistere in cento modi diversi: con la disobbedienza civile, con gli scioperi operai, anche combattendo».

Anche con le autobombe?

«Anche combattendo. Noi condanniamo tutti gli attentati che coinvolgono civili. Quelli crediamo che siano opera delle squadre della morte americane».

Lei griderebbe 10, 100, 1000 Nassiriya, inneggiando alla uccisione dei carabinieri italiani in Iraq?

«Le giro la domanda. Secondo lei è legittima l’occupazione italiana in Iraq? Noi siamo al fianco del popolo iracheno. Di cosa vi meravigliate?».

 

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ELEZIONI POLITICHE IN ITALIA

Poche, brevi note relative al risultato elettorale del 9 e 10 aprile.

Sul bollettino di febbraio avevamo già espresso il parere che dal punto di vista del comunismo rivoluzionario gli avvicendamenti al Governo e al Parlamento sono di importanza secondaria. Secondo la nostra concezione la democrazia vera è solo quella diretta e partecipata, quale si può realizzare in una società liberata dal capitalismo. La democrazia parlamentare in realtà è l’involucro che nasconde e legittima più o meno bene il controllo, da parte della classe dominante, della vita economica e politica del paese.

Dal punto di vista comunista, si pone il problema di un utilizzo del parlamento per rendere visibili o far avanzare posizioni politiche rivoluzionarie, cosa che però sembra oggi difficile, anche date le forze in campo.

Ciononostante, è importante seguire i dati elettorali e le vicende parlamentari, perchè esse sono manifestazione concreta della vita del capitalismo italiano, nel quale e contro il quale ci dobbiamo muovere.

Nello specifico dell’attuale tornata elettorale, la risicata vittoria dell’Unione di Prodi lascia presagire che il nuovo governo non avrà vita facile nel rappresentare gli interessi della grande industria italiana, che pure in campagna elettorale ha mostrato di preferirlo al centrodestra. Se poi consideriamo che i partiti della sinistra della coalizione, Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, hanno accresciuto i loro voti, questo può rappresentare un vantaggio per il lavoro politico che portiamo avanti, poichè molti militanti di base di questi partiti, che sono dei sinceri comunisti, mal sopporteranno i compromessi portati avanti dai loro dirigenti e saranno spinti su posizioni più radicali.

Un possibile terreno di scontro da questo punto di vista è rappresentato dal TAV; a Torino, l’accordo elettorale per le amministrative del 28-29 maggio tra Rifondazione e il candidato sindaco uscente Chiamparino, noto “talebano” del TAV, ha lasciato molti scontenti, non solo in Valsusa.

Ancora, sentiamo parlare dell’intenzione da parte della sinistra di Rifondazione (Progetto Comunista) di dare vita ad un nuovo soggetto politico, per una difesa degli interessi dei lavoratori che il governo Prodi non può certo tutelare.

Tutti queste contraddizioni aprono uno spazio per chi vuole portare avanti posizioni chiaramente anticapitaliste, che speriamo venga bene utilizzato.

 

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LO SCANDALO DEL CALCIO: LA LOGICA DEL PROFITTO INQUINA LO SPORT

Lo scandalo che sta travolgendo il calcio italiano ha diverse analogie con la Tangentopoli scoppiata nel 1992. All’epoca tutto era iniziato in tono minore con l’arresto di un “mariuolo” che si era fatto incastrare con una piccola tangente di qualche milione di vecchie lire. Oggi tutto è partito da una telefonata intercorsa tra un dirigente della più famosa squadra di calcio italiana,la Juventus, e uno dei “capi” degli arbitri, in carica fino a due anni fa.

Da un semplice piccolo episodio di “immoralità” sportiva (un colloquio troppo amichevole tra controllato e controllore) si è via via presa visione di un sistema basato sulla truffa, la corruzione,la frode, insomma tutti gli ingredienti tipici del sistema capitalistico; infatti anche quando parliamo di sport professionistico, di calcio nel caso specifico, si possono ritrovare i tratti fondamentali che regolano un’impresa di mercato:

-concorrenza spietata tra le varie aziende (squadre) per guadagnare quote di mercato (tifosi) e massimizzare i propri profitti;

-concentrazione di capitale in un numero sempre più ristretto di aziende (squadre), che porta alla creazione di un vero e proprio monopolio;

-centralizzazione del capitale, in quanto gli interessi economici delle squadre di calcio, almeno di quello che ha dato vita al monopolio sopra citato, non sono limitate all’ambito sportivo, ma spaziano dal settore immobiliare a quello della distribuzione commerciale, dalle telecomunicazioni e televisioni fino ad arrivare alla finanza vera e propria, nel caso delle squadre che sono quotate in borsa.

Che il calcio professionistico non navigasse in buone acque era chiaro da molto tempo. Tutte le società hanno i bilanci in forte perdita; per sopravvivere hanno dovuto far ricorso ad un forte indebitamento con le banche e ad aiuti di stato (anni fa è stata varata una legge “ad hoc” che consentiva alle società di calcio di spalmare le perdite nei bilanci approvati nei cinque anni successivi l’entrata in vigore della norma). Ovviamente è assai difficile che si arrivi a colpire alla radice il problema, mettendo in discussione la logica del profitto nello sport. Anzi, è probabile che le grandi famiglie proprietarie dei principali club (Agnelli, Berlusconi, Della Valle, Moratti etc.) chiederanno al governo nuovi aiuti per risanare i bilanci, che dunque saranno reperiti a danno dei lavoratori e della gente comune.

 

Questa vicenda comunque va denunciata per far capire a milioni di operai, giovani, disoccupati che con passione seguono gli eventi sportivi che, se vogliono riappropriarsi di uno dei loro maggiori momenti di svago, devono con ogni evidenza lottare per la distruzione di questo sistema economico che corrompe ogni attività umana. E’ assurdo che singoli giocatori,tecnici o dirigenti siano strapagati con milioni di euro e insieme idolatrati dalle migliaia di tifosi che ogni domenica seguono delle partite truccate. L’uomo comune deve sollevarsi dal torpore quotidiano, dall’essere semplice spettatore, e contestare e ribellarsi ai giochi di potere che si svolgono alle sue spalle. L’intreccio tra politica borghese(che negli anni ha utilizzato per i propri scopi il consenso tra le masse popolari per il calcio, vedi tra tutti il caso Berlusconi), capitalismo e sport si è fatto sempre più inestricabile e anche in questo campo ogni vera riforma di sistema non può che passare per una azione rivoluzionaria di tutti gli sfruttati.

 

 

 

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RIFINANZIAMENTO DELLE MISSIONI MILITARI ITALIANE

Il 30 giugno il Consiglio dei Ministri con la sola assenza del ministro dei trasporti Bianchi (PdCI), ufficialmente “per malattia”, ha approvato all’unanimità il rifinanziamento per il secondo semestre 2006 delle missioni militari italiane nel mondo, per complessivi 488 milioni di euro.

Il decreto contiene le disposizioni per il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq (entro l’autunno), mentre la missione in Afghanistan viene proseguita.

Vi sono poi tutte le altre operazioni di “peace-keeping”, che non sono affatto messe in discussione. L’Italia infatti complessivamente è presente con 29 missioni militari in 18 diversi paesi del mondo, per un totale di circa 8000 soldati.

Dai quotidiani sembra che 17,5 milioni siano per “interventi umanitari” in Afghanistan, non meglio chiariti. A questo proposito il generale Angioni, già parlamentare del centro-sinistra dopo aver guidato la missione in Libano del 1982, dichiarava a La Stampa del 7 maggio che “l’umanitarismo delle missioni è solo nel titolo”, e portava ad esempio che sullo stanziamento semestrale per la missione irachena, di 323 milioni di euro, solo 32 milioni andavano a progetti “civili”, quindi circa un decimo del totale. Se le proporzioni per l’Afghanistan sono le stesse, il costo della prosecuzione della missione è presto fatto.

Il decreto verrà discusso in parlamento nella seconda metà di luglio, e in particolare la questione afgana è oggetto di controversie in seno al governo di centro-sinistra; in queste settimane quindi si pone per gli internazionalisti (e non solo) l’esigenza di alimentare il più possibile tutte le proteste e le iniziative per il ritiro dei militari italiani dall’Afganistan e da tutti gli scenari di guerra, anche con lo scopo di condizionare le prese di posizione all’interno della cosiddetta sinistra radicale (PRC, PdCI, Verdi).

A Torino sinora ci sono stati due presidi: uno giovedì 1 giugno, uno venerdi 30. L’intenzione è quella di proseguire con le mobilitazioni, cercando di renderle più ampie e incisive.

 

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PROGETTO COMUNISTA ESCE DA RIFONDAZIONE

 

All’indomani della vittoria elettorale del centro-sinistra, la corrente trotzkista “Progetto Comunista” del PRC ha tolto il proprio appoggio al governo Prodi. Uscendo dal partito di Rifondazione, essa si è suddivisa in due tronconi.

Lo spezzone “Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori (ROL)”, facente capo a Francesco Ricci, ha tenuto la propria manifestazione inaugurale a Roma il 22 aprile.

L’altro spezzone, facente capo a Marco Ferrando e rinominato “Movimento Costitutivo per il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)”, ha tenuto una manifestazione di avvio della propria fase costituente il 18 giugno, sempre a Roma.

A Torino, i compagni del Movimento per il PCL sono in contatto con il Comitato di Lotta Internazionalista.

Il nuovo sito www.pclavoratori.it riporta i quattro punti programmatici del Movimento:

1 – INDIPENDENZA POLITICA DEL MOVIMENTO OPERAIO E DEI MOVIMENTI DI LOTTA DALLE FORZE DELLA BORGHESIA: dai suoi interessi, dai suoi partiti, dai suoi governi.

2 – CONQUISTA DEL POTERE POLITICO DA PARTE DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI, BASATO SULL’ AUTORGANIZZAZIONE DI MASSA, come leva della trasformazione socialista.

3 – LEGAME NECESSARIO TRA GLI OBIETTIVI IMMEDIATI E GLI SCOPI FINALI.

4 – NECESSITA’ DI UN’ ORGANIZZAZIONE RIVOLUZIONARIA DEI COMUNISTI.

I quattro punti sono sviluppati in altrettanti paragrafi. Riportiamo l’ultimo (“necessità di un’organizzazione rivoluzionaria dei comunisti”), che riguarda direttamente la questione dell’internazionalismo.

Il movimento comunista nacque come movimento internazionale. Perché la prospettiva socialista è realizzabile compiutamente solo su scala internazionale, solo rovesciando la realtà internazionale del capitalismo e dell’ imperialismo. Tanto più oggi il recupero di un’organizzazione rivoluzionaria dell’avanguardia di classe internazionale è condizione indispensabile di un’ autentico rilancio di una prospettiva comunista. Tanto più oggi dopo il crollo dell’ UIRSS il quadro capitalistico è profondamente integrato sul piano mondiale. La realtà della cosiddetta “globalizzazione” capitalistica acuisce la concorrenza e le divisioni nella classe lavoratrice internazionale, tra diversi paesi e continenti. Ogni seria lotta di classe sul piano nazionale, persino al livello di singole categorie o grandi aziende, pone l’ esigenza di un raccordo internazionale con i lavoratori e le lotte degli altri paesi. Così ogni movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi contro l’ imperialismo – a partire dal popolo palestinese e dal popolo arabo in generale – indica l’ obiettiva necessità di una convergenza di lotta con la classe operaia dei paesi imperialisti: così come quest’ultima può e deve porsi nel proprio stesso interesse, l’ esigenza di un pieno e incondizionato sostegno ai movimenti di liberazione dei popoli oppressi, al loro diritto di autodeterminazione, alla loro azione di resistenza. I comunisti, tanto più oggi, devono sviluppare in ogni lotta nazionale la consapevolezza della necessità di una prospettiva internazionale di liberazione. E al tempo stesso devono lavorare ad unire, su scala mondiale, tutte le rivendicazioni e domande delle classi oppresse per ricondurle ad una prospettiva socialista. Ciò implica il raggruppamento organizzato su scala internazionale dei comunisti rivoluzionari e dei settori più avanzati dell’ avanguardia di classe, al di là delle diverse provenienze e collocazioni attuali, sulle basi programmatiche e sui principi del marxismo.

 

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LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI: PROSPETTIVE INCERTE

 

       Negli ultimi anni abbiamo potuto raccogliere anche dai mass-media dati sulla bassa concentrazione della struttura produttiva. Questo fatto è importante e preoccupa gli economisti perché a lungo andare può indebolire l’economia italiana nella concorrenza internazionale.

Riportiamo ad esempio una dichiarazione alla Stampa del marzo 2005 di Alfredo Recanatesi: “a fronte di tante apologie dell’impresa […] basterebbe osservare che nelle grandi imprese la produttività media del lavoro è doppia di quella delle imprese di minore dimensione, perché si possa già concludere che la resistenza della stessa impresa a superare la dimensione famigliare è già un fattore strutturale di bassa produttività”.

       Per avere dei dati bisogna consultare Eurostat (le statistiche europee), che confronta le aziende italiane con quelle europee: ad es. nella manifattura il numero medio di addetti per impresa è in Italia 8,7, contro 16,3 in Francia, 23,6 in Gran Bretagna, 34,3 in Germania.

In Italia poco più della metà degli addetti lavora in aziende oltre 10 dipendenti, contro il 66% in Francia e il 72% in Gran Bretagna e Germania.

I lavoratori autonomi e gli imprenditori sono in Italia il 28% della popolazione contro il 15% medio in Europa e il 7% in USA.

Il panorama di questi 6,3 milioni di lavoratori autonomi in Italia è molto variegato e, come abbiamo già scritto nel Bollettino di giugno, una grossa parte (circa 2 milioni) è autonoma solo formalmente, è malpagata e serve ad abbassare il costo del lavoro anche di grandi imprese.

Invece circa 1,8 milioni di autonomi è costituito da professionisti: 370000 medici, 309000 architetti e ingegneri, 112000 avvocati, 70000 farmacisti, 60000 commercialisti, ecc.

Per aumentare la produttività del sistema nel suo complesso il governo di centro-sinistra con il decreto Bersani tenta la strada della liberalizzazione delle professioni: anche Siniscalco del precedente governo di centro-destra aveva affermato la necessità di accelerare queste liberalizzazioni ma poi era saltato.

Il tentativo è quello di abbassare i costi aumentando la concorrenza e magari di concentrare in aziende e uffici queste professioni, trasformando una parte di addetti in salariati, come è avvenuto in altri paesi capitalisticamente più “avanzati”.

Marx nel Capitale osserva che il capitalista individuale, grande o piccolo, è avido di profitto e guarda solo al risultato immediato, ma il suo “comitato d’affari”, cioè il governo, deve mitigare questa tendenza per tener conto degli interessi complessivi del sistema.

Le organizzazioni delle categorie imprenditoriali (Confindustria, Confcommercio, ecc.) da un lato appoggiano il governo per rafforzare l’economia italiana, dall’altro devono formalmente difendere gli associati nei loro singoli interessi.

       Come si pongono i comunisti di fronte ai lavoratori autonomi e ai piccoli imprenditori minacciati dalla concorrenza?

Pagine Marxiste di maggio-luglio ’06 scrive: “se la concorrenza vi schiaccerà e dovrete vivere anche voi della vendita della vostra forza lavoro, o dovranno farlo i vostri figli, allora vi accoglieremo a braccia aperte nella nostra classe, allora potremo unire le nostre forze contro il grande capitale per la lotta comune per l’unica società veramente libera, quella senza sfruttamento e senza classi”.

Progetto Comunista in un volantino propone: “va rivendicata la piena pubblicizzazione dei servizi locali, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, ottenuta con una netta espansione della spesa sociale loro destinata a partire del campo dei trasporti e dei rifiuti[…] (ad es.) va trasformato il servizio privato di trasporto urbano (taxi) in un vero servizio pubblico: con l’acquisto delle licenze da parte dell’ente pubblico, a tutela dei risparmi dei lavoratori autonomi; con un’assunzione piena e qualificata a tempo indeterminato, per tutti i lavoratori già in servizio e la loro trasformazione in lavoratori dipendenti”.

A parte l’enfatizzazione nel primo testo e la contraddizione sugli indennizzi nel secondo, si deve osservare in generale che il processo di concentrazione è nella tendenza, seppur contradditoria, del capitalismo e che i lavoratori dipendenti possono difendere sindacalmente le loro condizioni salariali e normative più nelle aziende medio-grandi che in quelle al di sotto dei 10 dipendenti, in cui ora si ne concentra quasi la metà dei salariati italiani.

 

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30 SETTEMBRE – MANIFESTAZIONE NO-WAR A ROMA

 

“Via le truppe italiane da tutti i fronti di guerra”: queste le parole d’ordine dello striscione unitario che ha aperto la manifestazione contro le missioni militari tenutasi a Roma sabato 30 settembre.

La data era stata decisa nell’ambito del Forum Sociale Europeo dello scorso maggio; infatti in concomitanza con l’iniziativa di Roma si sono svolte manifestazioni in diverse città del mondo.

La partecipazione al corteo anche se non è stata di massa ha avuto una grande importanza politica poiché si è creato uno spartiacque tra le forze che tuttora si oppongono alle politiche di guerra dell’Italia e quelle che invece avendo vinto le elezioni sono passate vergognosamente dall’altra parte della barricata; un voltafaccia divenuto ancor più clamoroso il 26 settembre, quando la Camera unitamente alla nuova missione in Libano ha automaticamente approvato la mozione del centrodestra secondo la quale tutte le missioni italiane, anche quella in Iraq e Afghanistan, sono missioni di pace.

            Questa la piattaforma della manifestazione:

-VIA LE TRUPPE ITALIANE DA TUTTI I TEATRI DI GUERRA.

-NO ALLA SPEDIZIONE MILITARE IN LIBANO - NO ALL’UNITA’ NAZIONALE MILITARE PRODI-D’ALEMA-FINI-BERTINOTTI.

-NON UN UOMO, NON UN SOLDO PER LE MISSIONI MILITARI.

-PER IL DIRITTO INCONDIZIONATO DI RESISTENZA DEI POPOLI OPPRESSI CONTRO LE FORZE MILITARI DI OCCUPAZIONE.

-PER IL PIENO DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO PALESTINESE.

Questi contenuti erano condivisi pressoché dalla totalità delle organizzazioni aderenti, come si è potuto vedere dall’esame dei circa 20 diversi volantini che venivano distribuiti.

            Da segnalare come positivo il fatto che alcuni gruppi si siano presentati con documenti unitari, segno di una ricerca di coesione e coordinamento al di là delle singole sigle. In particolare, i compagni campani hanno distribuito un volantino unitario firmato da 7 componenti: Coordinamento dei Collettivi Studenteschi Universitari, Area Antagonista Campana, Collettivi Studenteschi Autorganizzati, Collettivo Internazionalista di Napoli, c.s.o.a. Terra Terra, Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori (Napoli), Confederazione Cobas (Campania).

            I tentativi di coordinarsi a livello territoriale tra raggruppamenti diversi sono molto importanti perché la forza di attrazione verso l’esterno si moltiplica, e si razionalizzano le energie. In questa direzione va il lavoro del Comitato cittadino contro le missioni di guerra a Torino.

Il corteo di Roma, come è stato ribadito nei comizi conclusivi da parte dei raggruppamenti promotori, è e deve essere un punto di partenza per la ricostruzione del movimento contro la guerra su scala nazionale. A Torino l’impegno in questa direzione è costante da diverse settimane, e continuerà nei mesi autunnali sino all’importante scadenza del voto di dicembre per il rifinanziamento delle missioni militari.

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IL LOSCO AFFARE DEI RIGASSIFICATORI

 

Nell’articolo “Risorse energetiche-ecologia” (agosto ‘06) ci si augurava che le problematiche ecologiche (che nei prossimi anni saranno sempre più al centro dell’attenzione, dato il loro impatto sulla qualità della vita delle popolazioni), vengano sempre più chiaramente viste come il prezzo del cosiddetto “benessere dei consumi” che il capitalismo ci somministra. La denuncia degli interessi che stanno dietro alle scelte energetiche può portare alla coscienza che esiste una possibilità alternativa a questo tipo di “benessere”, possibilità che però dipende dal superamento del sistema di produzione attuale, basato sul profitto.

Importante a questo scopo è capire cosa c’è dietro a un’altra fonte di energia cosiddetta “pulita”, quella del gas metano e del suo trasporto.

Infatti, si può trasportare il gas liquido via mare anche da località distanti dalle linee dei gasdotti, ma deve essere riportato allo stato gassoso nei cosiddetti “rigassificatori”.

            Lo scorso 18 agosto il governo Prodi ha istituito una “cabina di regia” per la costruzione di 5 rigassificatori. Con questa scelta in materia di politica energetica l’Italia vuole limitare la dipendenza dai tradizionali gasdotti esteri. Si tratta di una politica che implica la feroce rapina di materie prime dai paesi in via di sviluppo, in questo caso dalla Nigeria, come riportato su un documento dal titolo Sangue sui gassificatori del sito www.contropiano.org che in parte riproduciamo:

 

E’ venuto il momento di svelare il retroscena tutto italiano della scelta dei rigassificatori.    Essi sono collegati ad una fornitura di metano della Nigeria che l’Italia ha sottoscritto tramite ENI subito dopo l’impiccagione di un gruppo di attivisti ecologisti.Fu firmato un contratto per la fornitura di gas liquefatto senza che fossero stati approntati i rigassificatori in Italia. E questo contratto di fatto rende necessaria la loro realizzazione in quanto la rigassificazione attualmente sta avvenendo in Francia in attesa che vengano costruiti i rigassificatori italiani.

Mentre i sostenitori di questi impianti dicono che essi offrono maggiori garanzie di approvvigionamento, va detto che è a rischio proprio il gas destinato ai rigassificatori italiani.

Infatti, in quella nazione è in corso una sollevazione popolare contro le multinazionali del gas. Un tecnico italiano è stato recentemente rapito ed è ancora prigioniero.

Le multinazionali del gas (le stesse del petrolio) devastano l’ambiente con roghi ininterrotti, 24 ore su 24. la popolazione è costretta a inalare esalazioni continue. E’ in atto un profondo incessante inquinamento del Delta del Niger non solo per estrarre petrolio, ma anche per il metano, che viene sondato con metodologie assolutamente dannose per l’ambiente. Le multinazionali dell’energia, per difendersi dalle popolazioni che protestano, godono della protezione dell’esercito nigeriano che reprime gli insorti e brucia le baraccopoli per punire i ribelli…

E’ in atto una campagna informativa pro-rigassificatori che li presenta come indispensabili per non passare l’inverno al freddo. E’ falso, in realtà il metano può giungere tramite i metanodotti in quantità più che sufficiente. Recentemente l’Italia ha infatti concluso accordi per l’incremento dei metanodotti con l’Algeria e il contenzioso Russia-Ucraina si è risolto con un nuovo accordo commerciale.

Il vero obiettivo dei rigassificatori non è quindi quello di portare il metano, ma di abbassarne il prezzo, ossia di mettere in competizione i paesi produttori con dinamiche che incrementeranno non solo la concorrenza ma la repressione politica e l’inquinamento in una logica di globalizzazione e di corsa verso il basso nell’abbattimento di tutti gli standard di sicurezza e di compatibilità ambientale….”

 

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DROGA E RAZZISMO

 

Riportiamo alcuni contributi sulla vicenda dei due extracomunitari annegati nello Stura a Torino lo scorso 29 settembre, e di quanto è seguito nei giorni successivi.

 

I fatti

Venerdi 29 settembre a Torino, alle 16, i carabinieri circondano e irrompono nel parco antistante l’albergo Novotel, vicino a corso Giulio Cesare, dove si concentrano acquirenti e venditori di sostanze stupefacenti. Tredici giovani senegalesi provano ad attraversare lo Stura: in undici rimangono bloccati su un’isoletta in mezzo alle correnti, gli altri due cadono e scompaiono tra i flutti, sotto gli occhi dei loro amici e degli inseguitori.

I soccorsi partono con fatale ritardo, la rabbia si sfoga con delle sassaiole contro i carabinieri.

L’operazione si conclude con svariati arresti (nessuno per possesso di stupefacenti), e molte espulsioni per il mancato possesso dei documenti.

Il pomeriggio stesso si forma un presidio spontaneo di immigrati, che affronta i carabinieri e nei giorni successivi blocca a più riprese il traffico di corso Giulio, chiedendo il ritrovamento delle salme.Un corpo viene ripescato il sabato.          

Lunedì 2 ottobre, in serata, c’è qualche momento di tensione al presidio tra chi vuole bloccare di nuovo la strada e chi preferisce aspettare. Il martedì la presenza di senegalesi sul posto scema visibilmente, mentre gli italiani solidali sono molto pochi. I giornali, intanto, si inventano un episodio di ostilità tra i senegalesi del presidio e “due anarchici” solidali. Poi preannunciano una manifestazione indetta da “anarchici e pusher assieme”, alla quale comitati spontanei e gruppi di commercianti promettono di reagire con le maniere forti. Anche questa notizia è completamente inventata.

La sera di martedì 3, isolati, i senegalesi decidono di togliere il presidio. Il corpo del secondo annegato verrà ripescato una settimana più tardi e i soldi raccolti per rimandare la salma in Senegal sequestrati durante una perquisizione.

 

Intanto gli esponenti della destra cittadina si affrettano a strumentalizzare la situazione, lanciando invettive contro gli immigrati e chiedendo a gran voce più efficienza contro gli spacciatori. In particolare il piccolo gruppo neofascista “Forza Nuova” annuncia una fiaccolata per la sera di venerdi 13 ottobre. Di conseguenza il Collettivo Universitario Autonomo promuove una mobilitazione delle forze antifasciste e antirazziste per impedire la manifestazione di Forza Nuova. A questo punto la questura vieta il corteo ai fascisti, e la sera del 13 ottobre in piazza Derna si svolge un presidio cui partecipano le realtà della sinistra mobilitatesi nei giorni precedenti.

 

Una testimonianza

Una delle testimonianze raccolte dai redattori di Radio Blackout che hanno portato solidarietà agli immigrati nella giornata di lunedì 2 ottobre.

RbO: …Vorremmo sapere, se è possibile, che cosa è successo realmente venerdì.

T. Quello che è successo realmente è che i poliziotti hanno inseguito dei ragazzi. Beh... questi giovani sono corsi verso l’acqua e ci sono entrati dentro. Due persone sono annegate a cinque metri dai carabinieri, dai poliziotti e dagli agenti in borghese... Li insultavano! Li vedevano annegare e li insultavano, invece di chiamare i soccorsi!

Visto che non l’hanno fatto [chiamare i soccorsi] e se ne sono andati, siamo arrivati noi. Ci hanno chiamato e siamo arrivati noi, per aiutarli. Abbiamo avuto noi l’idea di prendere una corda per aiutare gli altri undici.

Bene, quello che vogliamo... Abbiamo bloccato la strada per reclamare che ripeschino gli altri due, che sono già morti sicuramente.

RbO. Quindi le ricerche dei corpi ci sono state soltanto perché c’è stato un blocco stradale?

T. Perché abbiamo bloccato la strada! Hanno cominciato le ricerche, ma non avevano niente... Non avevano alcun materiale per poter andare a cercare nell’acqua... Beh, ci siamo calmati, siamo tornati il giorno dopo... abbiamo fatto tutto senza violenza, con molto rispetto... Siamo ritornati per domandarli [i corpi]. Ma loro non avevano portato nessun dispositivo necessario per ripescare i ragazzi. Ne hanno trovato uno il giorno dopo, e adesso, che sono passati altri due giorni, un altro è ancora lì sotto...

 

Sul problema droga e immigrazione

Brani di due diversi volantini che prendono posizione sul problema droga e immigrazione, distribuiti al presidio del 13 ottobre rispettivamente da compagni dei centri sociali Askatasuna e Gabrio.

 

-Volantino Askatasuna

…le condizioni sociali generali che deve affrontare un immigrato in Italia, grazie a leggi razziste come la Bossi-Fini, sono ancora più difficili di quelle dei lavoratori o disoccupati italiani, e questo getta tanti ragazzi africani nel mercato della droga e tante ragazze straniere in quello della prostituzione...

…se da un lato il mercato dell’eroina e gli spacciatori (non importa da dove vengano) devono essere cacciati dai quartieri, è sull’unità di interessi di tutte e tutti coloro che vivono la periferia, immigrati o italiani che siano, che vanno costruite lotte che permettano ai nostri bambini – bianchi o neri non deve avere nessuna importanza – di poter giocare nei giardini e a noi di non vivere in quartieri fantasma.

…Il disagio e la rabbia possono essere tanto una risorsa per lottare e provare a cambiare le cose, quanto il brodo di coltura per la peggiore demagogia: sta solo a noi scegliere. Soltanto se sapremo agire tutti insieme e in modo autonomo, assediando le istituzioni, invadendo insieme il nostro spazio metropolitano e opponendoci al degrado in nome di migliori condizioni di esistenza per tutte e tutti nelle periferie torinesi, diventeremo qualcosa che non sarà più possibile strumentalizzare.

 

-Volantino Gabrio

…Esiste lo spaccio ed esistono gli spacciatori, che in larga parte sono immigrati, perché esiste una reale condizione di clandestinità data dalla legge Bossi-Fini, che rende centinaia di uomini manovali della criminalità e dello spaccio; esiste lo spaccio perché esisteva legge Fini sulle droghe che colpisce chi consuma, e negando la legalizzazione o la liberalizzazione favorisce il mercato nero e le narcomafie.

E allo spaccio, al mercato nero delle narcomafie, è possibile rispondere solo con politiche anti-proibizioniste, con il coraggio di dire che qui come altrove il vortice delle droghe pesanti diventa tragedia quotidiana se non incontra politiche di riduzione del danno, politiche che senza ipocrisia prendano atto di una situazione, quella del consumo di sostanze, che è nei fatti,...

 

 

 

 

 

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MOVIMENTO PER LA DECRESCITA

 

      In due articoli precedenti, Risorse energetiche – ecologia (agosto) e Capitalismo e questione ecologica (ottobre), si affermava che la produzione capitalistica sempre più sfrenata rende sempre più pressanti le problematiche legate all’ambiente, e ci si chiedeva se vivendo questo tipo di problema le masse possono giungere alla coscienza di un superamento del modo di produzione capitalistico.

      Questo ragionamento conduce ad occuparsi di un tema che negli ultimi tempi è stato molto dibattuto, quello della decrescita, intorno al quale si stanno costruendo veri e propri movimenti.

      Per ora ci limitiamo ad introdurre il discorso riportando una parte del Manifesto per il Movimento della Decrescita Felice di Maurizio Pallante (2006). La lettura integrale di questo documento, insieme al Manifesto del doposviluppo di Serge Latouche (2005), è molto utile per capire le argomentazioni dei fautori della decrescita.

In articoli successivi verranno date ulteriori informazioni e valutazioni.

 

  Il Movimento per la Decrescita Felice si propone di promuovere la più ampia sostituzione possibile delle merci prodotte industrialmente ed acquistate nei circuiti commerciali con l’autoproduzione di beni. In questa scelta, che comporta una diminuzione del prodotto interno lordo, individua la possibilità di straordinari miglioramenti della vita individuale e collettiva, delle condizioni ambientali e delle relazioni tra i popoli, gli Stati e le culture.

  La sua prospettiva è opposta a quella del cosiddetto «sviluppo sostenibile», che continua a ritenere positivo il meccanismo della crescita economica come fattore di benessere, limitandosi a proporre di correggerlo con l’introduzione di tecnologie meno inquinanti e auspicando una sua estensione, con queste correzioni, ai popoli che non a caso vengono definiti «sottosviluppati».

  Nel settore cruciale dell’energia, lo «sviluppo sostenibile», a partire dalla valutazione che le fonti fossili non sono più in grado di sostenere una crescita durevole e una sua estensione a livello planetario, ne propone la sostituzione con fonti alternative. Il Movimento per la Decrescita Felice ritiene invece che questa sostituzione debba avvenire nell’ambito di una riduzione dei consumi energetici, da perseguire sia con l’eliminazione di sprechi, inefficienze e usi impropri, sia con l’eliminazione dei consumi indotti da un’organizzazione economica e produttiva finalizzata alla sostituzione dell’autoproduzione di beni con la produzione e la commercializzazione di merci.

  Questa prospettiva comporta che nei paesi industrializzati si riscoprano e si valorizzino stili di vita del passato, irresponsabilmente abbandonati in nome di una malintesa concezione del progresso, mentre invece hanno ampie prospettive di futuro non solo nei settori tradizionali dei bisogni primari, ma anche in alcuni settori tecnologicamente avanzati e cruciali per il futuro dell’umanità, come quello energetico, dove la maggiore efficienza e il minor impatto ambientale si ottengono con impianti di autoproduzione collegati in rete per scambiare le eccedenze.

  Nei paesi lasciati in stato di indigenza dalla rapina delle risorse che sono state necessarie alla crescita economica dei paesi industrializzati, un reale e duraturo miglioramento della qualità della vita non potrà esserci riproducendo il modello dei paesi industrializzati, ma solo con una crescita dei consumi che non comporti una progressiva sostituzione dei beni autoprodotti con merci prodotte industrialmente e acquistate. Una più equa redistribuzione delle risorse a livello mondiale non si potrà avere se la crescita del benessere di questi popoli avverrà sotto la forma crescita del prodotto interno lordo, nemmeno se fosse temperata dai correttivi ecologici dello «sviluppo sostenibile». Che del resto è un lusso perseguibile solo da chi ha già avuto più del necessario da uno sviluppo senza aggettivi.

 

Nell’ultima parte del manifesto Pallante elenca i singolari “criteri di adesione” al movimento:

 

Per aderire al movimento è sufficiente

- autoprodurre lo yogurt o qualsiasi altro bene primario: la passata di pomodoro, la marmellata, il pane, il succo di frutta, le torte, l’energia termica e l’energia elettrica, oggetti e utensili, le manutenzioni ordinarie;

- fornire i servizi alla persona che in genere vengono delegati a pagamento: assistenza dei figli nei primi anni d’età, degli anziani e dei disabili, dei malati e dei morenti.

 ...La sede del Movimento per la Decrescita Felice viene stabilita presso... (preferibilmente un’azienda agricola, o un laboratorio artigianale, o un servizio autogestito, o una cooperativa di autoproduzione, una bottega del commercio equo e solidale, ecc.).

 

 

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PER UN INTERNAZIONALISMO CONCRETO

CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE CON LOTTA COMUNISTA

 

Nel mese di gennaio Lotta Comunista ha pubblicato il libro Il compito inedito, di Renato Pastorino, che sviluppa varie tematiche riguardanti l’internazionalismo e l’organizzazione rivoluzionaria. Inoltre, il 28 del mese a Torino (Teatro Colosseo) si è svolta una “manifestazione” dei circoli operai in cui sono state esposte le prospettive del partito nella situazione attuale.

Dalla lettura della prefazione del libro e dall’ascolto dell’assemblea del 28 sono emerse non poche perplessità, in continuità con quelle maturate durante l’esperienza all’interno dei circoli. Di seguito si accenna a due importanti temi, per stimolare la riflessione.

            1. LA FORMA DEL PARTITO. Ne Il compito inedito si ribadisce la necessità di un partito rivoluzionario incentrato sul modello bolscevico, che “aveva preso forma e si era perfezionato in una “storia pratica” senza paragoni”, e si cita in proposito L’estremismo di Lenin, quasi a significare che la forma partito assunta negli anni 1920-21 sia il modello cui rifarsi. Ma bisognerebbe spiegare le ragioni storiche per le quali i bolscevichi furono spinti a giungere alla struttura di partito dei tempi de L’estremismo, ovvero i fatti dal 1917 al 1920 e seguenti. Dopo l’ottobre del 1917, infatti, una serie di fattori (mancata rivoluzione in Germania,  guerra civile in Russia, scelta di conservare il potere statale) indussero il partito di Lenin a mettere fuorilegge gli altri partiti, a eliminare le correnti dal proprio (che prima c’erano!), ad abbandonare la linea politica de “tutto il potere ai soviet” e passare alla “difesa della patria socialista”, alla creazione della Ceka, dell’Armata Rossa, insomma a ripristinare quegli strumenti dello stato zarista di cui poi si sarebbe servito Stalin, bolscevico dal 1901. Il tutto applicando una “disciplina ferrea” per stroncare gli oppositori.

Come si fa a presentare questa evoluzione come un progresso, come “il modello bolscevico che si era perfezionato”? Proprio l’esperienza dello stalinismo spiegata come “controrivoluzione borghese” dovrebbe insegnare che il concetto di “disciplina ferrea” ha i suoi limiti, a meno che non si pensi che la rivoluzione debba assumere necessariamente un carattere di golpe militare.

Più in generale, gli importantissimi studi che si sono susseguiti per tutto il ‘900, sull’autoritarismo e sul carattere conservativo delle organizzazioni verticistiche, pongono degli interrogativi sulla efficacia del mitico “modello bolscevico”. Siamo sicuri che per combattere la borghesia, che “riserva a se stessa ogni strumento, anche estremo, di centralizzazione politica, sino allo stato d’eccezione e alla mobilitazione di guerra”, occorra uno strumento analogo? Oppure per la lotta politica comunista ci sono altri strumenti, più adeguati allo scopo?

Che dire infatti delle tendenze storiche di oggi? Nelle pur parziali lotte sociali che ultimamente hanno agitato e agitano varie parti del mondo, dal Medioriente, al Messico (Oaxaca), alla Francia (banlieues, movimento contro il CPE), alle lotte contro la precarietà in Italia, a quelle per la difesa del territorio, sembra evidente la tendenza ad un rifiuto della delega e ad un ridimensionamento degli organismi partitici, di tutti i tipi.

            2. CHE COS’E’ LA LOTTA POLITICA. Nelle pagine de Il compito inedito e nelle conclusioni dell’assemblea del 28 gennaio, tenute dal compagno Francesco Grondona, anche segretario provinciale della Fiom di Genova, si dà molta importanza al lavoro di radicamento organizzativo del partito. Ma la lotta politica rivoluzionaria non può essere semplice lotta per avere più lettori, sostenitori, diffusori di un giornale che “contrasta le ideologie dell’imperialismo europeista”.

Infatti come si può parlare di opposizione all’imperialismo europeo se non si ci impegna nelle mille battaglie contro le manifestazioni concrete di questo imperialismo, se non si cerca di indebolire i meccanismi attraverso i quali l’imperialismo si consolida e si riproduce?

Una vera opposizione all’imperialismo europeo significa unire, sostenere e spingere avanti tutte le lotte che animano il tessuto sociale dei nostri territori.

E, dunque, sostiene Lotta Comunista quei lavoratori che, per lo più all’interno di sindacati di base e coordinamenti autonomi dalle burocrazie confederali, si battono contro la precarietà e i tagli al welfare, fatti per nutrire la politica di guerra dell’imperialismo? Oppure partecipa alla concertazione e alla spartizione dei posti all’interno dei sindacati istituzionali?

Sostiene Lotta Comunista chi si batte per la libera circolazione di tutti gli immigrati, chi si oppone alla guerra e alle basi militari (come gli abitanti di Vicenza), chi si oppone alle grandi speculazioni capitalistiche come il TAV?

Il lavoro organizzativo serve se c’è un impegno su obiettivi politici concreti. Altrimenti ci si illude che il cambiamento del sistema sociale giunga meccanicamente dall’evoluzione verso “crisi generali” e guerre mondiali inevitabili (e questa è una posizione attendista) e che le masse siano semplici strumenti di manovra, inconsapevoli dei processi in atto.

Su questi due punti vogliamo portare avanti la discussione, nell’ottica di una crescita politica di tutti i compagni, da qualsiasi organizzazione provengano.

 

 

Bollettino Internazionalista, gennaio 2007

 

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FEBBRAIO ANTIFASCISTA A TORINO

 

       In due articoli sull’antifascismo di marzo e maggio 2006 si afferma che le forze politiche di estrema destra svolgono un ruolo di “guardaspalle” per la borghesia imperialista in quanto raccolgono le istanze di disagio sociale e di ribellione giovanile (che potenzialmente sono rivoluzionarie) e le incanalano in una serie di comportamenti degradanti (razzismo, sessismo, autoritarismo) di cui il sistema si serve per la propria autoconservazione.

Questa è una delle principali ragioni per cui, anche da un punto di vista comunista, è necessario l’antifascismo militante, ovvero una lotta per impedire alle forze politiche della destra radicale di sviluppare una loro attività organizzata.

 

       A Torino nell’ultima parte del mese di gennaio si è avuto un rilancio dell’antifascismo in risposta alla provocazione da parte del gruppo di estrema destra Forza Nuova, consistente in una conferenza  sulle Waffen SS naziste in programma per il 26 gennaio (viglia del giorno della memoria), presso l’associazione Il presidio di via Casalis 44.

L’iniziativa veniva presentata così:

 

Un’esperienza politica e militare unica per il suo carattere e per la sua durata: dal 1941 al 1945, un milione di ragazzi di 28 paesi dell’Europa, riuniti in seno della Waffen SS offrirono la loro gioventù, e spesso, la loro vita (400.000 Waffen SS morirono nel corso della Seconda Guerra Mondiale...) per creare una Europa devota alla giustizia sociale, alla solidarietà, all’ordine e la grandezza...Onore e gloria al maggiore esercito ideologico della storia degli uomini! Tra mille anni si continuerà a parlare di questi soldati di ferro. Dovunque un eroe, appaia, non muore mai del tutto. il suo spirito continua a marciare come una guida alla testa dei paesi. La Waffen SS, soccombendo dopo una lotta titanica, è entrata per sempre nell’immortalità.

 

       In seguito alle proteste di varie forze politiche della sinistra e all’annuncio da parte di diversi collettivi studenteschi di recarsi in piazza Bernini, vicino a via Casalis, la sera in cui avrebbe dovuto svolgersi la conferenza, Forza Nuova ha deciso di non svolgere l’iniziativa, rinviandola però all’8 febbraio col nuovo titolo Dai volontari delle Waffen SS ai martiri delle foibe.

A partire questo episodio, e anche a causa dell’indizione di un corteo per le vie di Torino da parte della Fiamma Tricolore per il 24 febbraio prossimo, è stato quindi diffuso un Appello per un febbraio antifascista, cui molti raggruppamenti hanno risposto.

Il 31 gennaio a Palazzo Nuovo una sessantina di persone hanno partecipato all’assemblea di lancio di questa campagna, presente anche un compagno dell’A.N.P.I. sezione Martinetto.

Segue il testo dell’appello:

 

Nelle prossime settimane per ben due volte gruppi dell’estrema destra tenteranno di inscenare squallide provocazioni nella città di Torino. L’8 febbraio Forza Nuova intende celebrare il ricordo delle SS naziste durante un’incredibile “conferenza” che si dovrebbe tenere nella sede “Il Presidio” di via Casalis 44; il 24 Febbraio la Fiamma Tricolore vorrebbe sfilare per le vie del centro e tenere un comizio presieduto dal neonazista Boccacci.

Come antifasciste e antifascisti non riteniamo accettabile che simili nefandezze oltraggino il decoro e la dignità di Torino, città Medaglia d’oro alla Resistenza. Le strade di questa città hanno patito anni fa la guerra e l’occupazione, ma hanno saputo prodursi nello sforzo che ha reso possibili mille percorsi di resistenza. E’ per questo che Torino è stata liberata: grazie all’azione partigiana, grazie all’azione operaia.

In tantissime e tantissimi hanno pagato con la prigione, il confino, la tortura, lo stupro, la fucilazione o la deportazione il loro coraggio, la determinazione nell’affrontare un nemico che più volte ha cercato di rialzare la testa dopo la guerra, incontrando sempre una superiore forza antifascista.

  Oggi in Italia e in Europa nuovi movimenti di estrema destra si fanno avanti e si allargano, conquistano voti, compiono innumerevoli atti di aggressione contro migranti, donne, omosessuali, giovani di sinistra. L’odio per il diverso, il culto della patria, la retorica di guerra si insinuano nelle pieghe della cultura di massa, mentre gruppi razzisti e nazionalisti tentano di interpretare a loro vantaggio queste tendenze e le mille forme di disagio sociale presenti nella società contemporanea, facendo proselitismo spesso nei quartieri più poveri, nelle periferie e negli stadi, coadiuvati dalla moda editoriale e giornalistica dell’insulto alla memoria partigiana e dalla repressione contro i movimenti antifascisti.

  A Torino, nel 2005, due giovani sono stati gravemente feriti durante un vigliacco attacco squadrista notturno e a causa delle proteste che ne scaturirono oggi sono gli antifascisti ad essere sotto processo.

  Città come Milano e Roma patiscono una presenza neofascista ancora più preoccupante, come testimoniato addirittura da due assassinii: Dax a Milano, Renato a Roma. Gruppi come Forza Nuova o la Fiamma Tricolore non vanno sottovalutati: il loro tentativo è quello di farsi strada in città a piccoli passi, iniziando a distribuire materiale nostalgico o razzista, organizzando concerti, pseudo-conferenze e cortei. Non possiamo permettere questo inizio: per loro, a Torino, non ci sarà mai un inizio.

  Tutte le forze politiche, sindacali, le organizzazioni giovanili, le associazioni partigiane e di ex deportati, le associazioni antirazziste, i collettivi femministi, omosessuali, le realtà studentesche e i centri sociali, tutti i singoli antifascisti, anche qualora non facciano parte di nessun gruppo politico, devono impegnarsi in una campagna estesa, plurale e determinata per impedire qualsiasi forma di agibilità politica ai neonazisti.

 

Il primo appuntamento quindi è per

l’8 febbraio alle 20 in piazza Bernini.

 

Come sottolinea l’appello, in relazione a questo tema è anche il processo contro gli antifascisti che il 18 giugno 2005 manifestarono in via Po contro l’accoltellamento di due compagni del centro sociale Barocchio. Il processo a loro carico, con l’assurda accusa di devastazione e saccheggio (vedi ricostruzione sullo scorso bollettino), è tuttora in corso.

Nell’udienza del 30 gennaio (durante la quale davanti al tribunale una settantina di persone, di varie forze politiche della sinistra, hanno portato la loro solidarietà) è stato interrogato un funzionario della digos. 

Il PM Tatangelo e la questura miravano a dimostrare che i manifestanti partirono, quel giorno, con l’intenzione di compiere danneggiamenti in centro a Torino, e che in realtà l’antifascismo non era che un pretesto.

Tesi questa successivamente confutata dal controinterrogatorio della difesa, che ha mirato invece a dimostrare che l’iniziale intenzione dei manifestanti non era quella di compiere danneggiamenti in Via Po nè tantomeno in piazza Castello.

La difesa tenterà anche, attraverso la visione del video che riprende i sei secondi di contatto tra manifestanti e forze dell’ordine, di chiarire se i tafferugli avvenuti in Via Po furono scatenati dai manifestanti o invece da una prima manganellata partita dal cordone della polizia.

Durante la prossima udienza, fissata per il 20 febbraio, verranno ancora interrogati testimoni dell’accusa e periti.

 

Appuntamento dunque al tribunale di Torino

(in c.Vittorio Emanuele 300) il 20 febbraio alle ore 9,30.

 

       Il tema dell’antifascismo è presente anche nella piattaforma della manifestazione “no-vat” (contro le ingerenze del Vaticano nella sfera politica e sociale) in programma a Roma il 10 febbraio, promossa dal coordinamento nazionale Facciamo Breccia (www.facciamobreccia.org). Il ritrovo è a Roma in piazzale Ostiense alle ore 14. Per chi parte da Torino informazioni sul treno speciale allo  011-5211116 oppure 335-7167890.

 

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IL NUOVO RUOLO DELLE BASI STATUNITENSI IN ITALIA

 

       Le forze statunitensi sono in una fase di ridislocazione dall’Europa settentrionale e centrale a quella orientale e meridionale, e quindi le basi USA e Nato in Italia sono in uno stadio di ristrutturazione e potenziamento per la loro funzione di trampolino di “proiezione di potenza” dell’imperialismo USA verso l’Africa e il Medio Oriente. 

In un articolo di Curzio Bettio pubblicato sul sito www.resistenze.org si fa riferimento al rapporto ufficiale del Pentagono Base Structure Report del 2003, che descrive nei dettagli le dimensioni della presenza militare statunitense in Italia: l’esercito USA possiede nella nostra penisola oltre 2.000 edifici su una superficie di più di un milione di metri quadrati e ha in affitto circa 1.100 edifici, con una superficie di 780 mila metri quadrati. Il personale si aggira sulle 20.000 unità, fra 16.000 militari e 4.000 civili.

L’aeronautica USA ha base soprattutto ad Aviano (presso Pordenone, in Friuli). In questa base sono depositati ordigni nucleari di tipo convenzionale. Da Aviano vengono pianificate e condotte operazioni di combattimento aereo anche in Medio Oriente.

La marina USA ha trasferito il suo quartier generale in Europa da Londra a Napoli, con area di responsabilità che comprende i tre continenti (Europa, Asia ed Africa), il Mar Nero e il Mar d’Azov, su cui si affaccia la Russia. La marina statunitense ha una base aeronavale a Sigonella e una alla Maddalena, in appoggio per i sottomarini di attacco nucleare. All’inizio della Seconda Guerra del Golfo, i sottomarini USA della base della Maddalena hanno attaccato dal Mediterraneo i vari obiettivi iracheni con missili da crociera.

A Taranto esiste il quartier generale della High Readiness Force Marittime, una forza marittima di rapido spiegamento inserita nella catena di comando del Pentagono. Sempre a Taranto è presente un centro di comando e di intelligence del Pentagono, un centro della marina USA per la “inter-operabilità dei sistemi tattici”, nodo dei sistemi di comando, controllo, comunicazioni, e spionaggio. 

L’esercito USA ha proprie basi in Toscana e in Veneto. A Camp Darby, presso Livorno, vi è la base logistica di rifornimenti per le forze terrestri e aeree impegnate nelle zone del Mediterraneo e del Medio Oriente.

A Vicenza, alla Caserma Ederle, è stanziata la 173esima Brigata aviotrasportata, che nel marzo 2003 è stata lanciata per prima sul Kurdistan iracheno.

Tutte queste forze e basi statunitensi, pur essendo in territorio italiano, sono inserite nella catena di comando del Pentagono e quindi addirittura sottratte a qualsiasi meccanismo decisionale italiano. 

       In un articolo su Il Manifesto del 23 gennaio Manlio Dinucci riporta che, proprio mentre il governo Prodi annunciava il nullaosta al raddoppio della base USA di Vicenza, tacitamente è arrivato in Italia, nel porto di Palermo, il Baatan Expeditionary Strike Group (Baatan ESG), un gruppo navale di spedizione d’attacco costituito da sette navi da guerra, con a bordo 6.000 marinai e marines. I comunicati ufficiali specificano che questo possente gruppo navale d’assalto opererà nel Mediterraneo, non nel quadro della Nato, ma “quale forza da sbarco della Sesta Flotta sotto il Comando europeo degli Stati Uniti”, quindi del quartier generale delle forze navali USA in Europa, situato a Napoli. Allo stesso tempo, attraverso “esercitazioni bilaterali”, contribuirà a “rafforzare la partnership con le forze armate di Italia e di altri paesi mediterranei”. Ma, poiché il Bataan ESG è una “potente forza militare mobile in grado di essere inviata in qualsiasi teatro di operazioni”, durante lo spiegamento sarà suo compito “rispondere a qualsiasi esigenza della nazione (si intende gli USA)”. Quindi, il gruppo navale di attacco può operare anche nella zona del Golfo Persico dove l’Iran “sta tentando di diventare una potenza nucleare e continua a fornire appoggio ai ribelli che combattono in Iraq.” Non è neppure escluso che il gruppo sia inviato a sostenere la task force congiunta del Corno d’Africa che, ultimata la fase di addestramento, opererà con circa 2.000 uomini dalla base di Gibuti in questa “regione di vitale importanza per la guerra globale al terrorismo.” 

       In questo contesto, nell’area dell’aeroporto civile Dal Molin di Vicenza dovrebbe sorgere una caserma gemella rispetto alla Ederle, sempre per la 173.esima brigata aviotrasportata, gli “sky soldiers”, che fra le altre imprese hanno trucidato i figli di Saddam Hussein durante un conflitto a fuoco. I militari USA di stanza a Vicenza passerebbero da 2000-2500 a 4000 circa; la base di Aviano continuerebbe a svolgere il ruolo principale dal punto di vista aereo.

       Infine, esiste uno stretto collegamento fra TAV e installazioni militari USA e Nato. In Veneto il tracciato del corridoio 5 lambisce l’aeroporto militare italiano di Ghedi (che tra l’altro ospita ordigni nucleari in barba al trattato di non proliferazione), il comando Nato del Garda e di Verona, Camp Ederle a Vicenza, e passa non lontano da Istrana e dalla superbase nucleare di Aviano, che e’ collegata con una bretella alla linea principale.

Una linea ferroviaria ad alta capacità e ad alta velocità, che corre dal Portogallo agli Urali, consentirà un rapido smistamento di truppe e materiale bellico in tempi brevissimi, per le eventuali necessità di portare la “democrazia” nelle varie parti di Europa e verso il Medio ed Estremo Oriente.

       Non va dimenticato l’insediamento, sempre a Vicenza, della Gendarmeria Europea e che fra la Gendarmeria Europea e gli Americani sono in corso trattative per la costruzione di un carcere di massima sicurezza. 

 

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17 FEBBRAIO – MANIFESTAZIONE CONTRO LA GUERRA A VICENZA

 

A febbraio l’avvenimento politico principale per l’opposizione alla guerra in Italia è stato senz’altro la manifestazione di Vicenza di sabato 17, che ha visto una grande partecipazione da tutta la penisola a sostegno della lotta della comunità vicentina contro il raddoppio della base americana.

Lo striscione di apertura del corteo recitava: “Il futuro è nelle nostre mani: giunta Hullweck, governo Prodi, vergogna! Resisteremo un minuto in più”.

E’ da sottolineare che ancora una volta la maggior parte dei partecipanti era organizzata in comitati, associazioni, movimenti, mentre gli spezzoni dei partiti e dei sindacati, che marciavano in coda, erano molto più piccoli.

All’interno della manifestazione molti gruppi politici hanno portato le loro posizioni distribuendo volantini e documenti. Alcuni testi, firmati da compagni di Veneto, Liguria, Lombardia, Roma Napoli, Torino hanno sottolineato la complicità e gli obiettivi specifici dell’imperialismo italiano nel raddoppio della base USA, all’interno di una generale convergenza di interessi tra Stati Uniti e Unione Europea nella spartizione e nello sfruttamento globale.

Erano presenti anche gli Statunitensi Contro la Guerra, cittadini americani in Italia che si sono distinti nei giorni precedenti la manifestazione, rispondendo per le rime all’invito dell’ambasciatore americano in Italia a non recarsi a Vicenza per il rischio di violenze; la loro presenza è stata particolarmente gradita.

Il movimento “No Dal Molin”, forte anche del Patto di Mutuo Soccorso stretto con il movimento No-Tav e gli altri movimenti contro le nocività ambientali, è fermamente deciso a bloccare l’eventuale avvio dei lavori per la realizzazione della nuova base, previsti per il prossimo settembre. Anche nei giorni successivi le mobilitazioni delle realtà vicentine sono proseguite: ad esempio, il 26 febbraio 3-400 persone hanno partecipato a un rumoroso presidio davanti alla caserma Ederle.

C’è da lavorare affinché lo slancio della manifestazione di Vicenza venga mantenuto in vista delle iniziative di marzo in opposizione al rifinanziamento delle missioni militari italiane all’estero. (MD)

 

 

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CADUTA DEL GOVERNO PRODI

 

Molti hanno messo in relazione la grande manifestazione contro la guerra di Vicenza del 17 febbraio con la caduta del governo Prodi sul tema della politica estera, avvenuta nel dibattito in Senato del 21 febbraio.

Il 25 gennaio il Governo aveva presentato il decreto sul rifinanziamento della missione militare in Afganistan, dopo trattative “segrete” e vertici di maggioranza in cui si erano imbastiti i compromessi per mascherarne la natura di guerra, con lo stanziamento di 65 milioni di euro in più per la cooperazione civile (gli ultimi sei mesi sono costati 140 milioni di euro di cui solo 3,6 per la ricostruzione) e la richiesta della famosa Conferenza internazionale già rifiutata a D’Alema dalla Rice. Mentre i quotidiani facevano trapelare le solite indiscrezioni su un possibile baratto delle missioni con un’attenuazione delle liberalizzazioni nei servizi pubblici, il decreto passava con l’astensione dei Ministri  Ferrero, Bianchi e Pecoraro Scanio.

L’8 febbraio all’ennesimo vertice NATO di Siviglia il Ministro della Difesa Parisi, incalzato dalla pubblicazione sul giornale Repubblica di una lettera di sollecitazione ad un maggiore impegno stilata dagli Ambasciatori di 6 Paesi partecipanti alla missione in Afganistan, aveva accettato la scadenza naturale della missione nel 2011, ma ha dovuto fare precipitosamente marcia indietro davanti alle proteste della sinistra radicale.

Bush nel frattempo ha ringraziato l’Italia per l’invio in Afganistan di 2 aerei ricognitori Predator senza pilota e di un C 130  ma chiedendo un maggior impegno per l’ “offensiva di primavera”, cioè togliendo le formali restrizioni all’uso delle truppe italiane, legate all “emergenza”, emerse al vertice NATO di Riga, di cui abbiamo già parlato nel bollettino di dicembre.

Il 21 febbraio D’Alema è arrivato alla votazione sulla politica estera di governo con una spavalderia da rasentare l’incoscienza, viste le premesse: “O ci sono i numeri o si cade” , è stata la sua dichiarazione del giorno prima riportata a  titoli cubitali sulle pagine di tutti i quotidiani. Così è stato.

Dal  resoconto delle sue “comunicazioni sulla politica estera”, si legge testualmente: “..L’Italia conferma la sua partecipazione alla missione in Afganistan, ritenendo che un ritiro unilaterale e non condiviso da nessun altro paese, la conseguente violazione del mandato delle Nazioni Unite e la rottura della solidarietà europea minerebbero la credibilità internazionale del Paese e vanificherebbero gli sforzi di pacificazione fin qui attivamente condotti per l’indizione di una conferenza di pace e per l’organizzazione del dibattito sul rinnovo del mandato ONU”.

Si è guardato bene dal comunicare i dati sulle vittime della guerra: 14.000 caduti afgani in seguito all’invasione NATO nel solo 2001 (secondo Peace Reporter) cui vanno aggiunti i 20.000 civili morti nei mesi successivi per malattie e fame, i 5.000 uccisi in combattimenti e attentati nei tre anni di “dopoguerra”: poi, nel 2005 gli scontri in Afganistan sono costati la vita a 1.900 persone, di cui 1.750 afgani e 150 soldati della coalizione. Nel  2006 i morti sarebbero quasi triplicati: circa 5.200 afgani e 180 soldati NATO.

Totale circa 50.000 morti mentre la libertà, che doveva giungere al seguito delle bombe NATO, non è arrivata; in compenso sono arrivati gli affari, le speculazioni e il boom degli oppiacei, come già riportato nel Bollettino di dicembre.

Sulla base militare USA di Vicenza D’Alema ha detto testualmente: “..Non intendiamo rimettere in discussione l’orientamento preso, ma insistiamo affinché si tenga conto delle preoccupazioni dei cittadini di Vicenza e credo che ragionevolmente ‘ con questi cittadini il governo aprirà un dialogo, così come abbiamo chiesto agli Stati Uniti di tenerne conto”.

In sede di voto la ipocrita relazione di D’Alema non ha ottenuto la maggioranza richiesta, e ciò ha scatenato da parte dei politici del centrosinistra e dei media di regime un vergognoso linciaggio nei confronti dei senatori Franco Turigliatto e Fernando Rossi, che coerentemente con la loro posizione pacifista non hanno partecipato al voto, ricevendo per questa scelta messaggi di approvazione da migliaia di persone.

Dopo alcuni giorni di consultazioni, durante i quali Prodi ha anche tirato fuori un dodecalogo di obiettivi da rispettare, includente il TAV e la base di Vicenza, il 28 febbraio un nuovo dibattito in Senato con successivo voto di fiducia ha ristabilito la maggioranza di governo.

 

Questi avvenimenti sono un’ulteriore dimostrazione della crescente distanza tra le istituzioni, rappresentative solo degli interessi del grande capitale, e la gente comune, che per fortuna sempre da più parti comincia a rialzare la testa, a capire che bisogna difendersi da soli, autorganizzandosi e coinvolgendo nella lotta gli altri.

La cosa fondamentale è sostenere e unire le lotte popolari, perché innanzitutto attraverso queste è possibile condizionare le scelte del governo, mentre in sede parlamentare è assai difficile andare oltre una sterile azione di testimonianza.

 

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24 FEBBRAIO – CORTEO ANTIFASCISTA A TORINO

 

Il mese di mobilitazione promosso a febbraio a Torino dall’insieme di forze riunite nell’Assemblea Antifascista è culminato nel corteo di sabato 24, organizzato per rispondere alla manifestazione neofascista della Fiamma Tricolore in programma lo stesso giorno per le strade della nostra città.

La mobilitazione dei giorni precedenti e le pressioni a livello istituzionale di partiti come Rifondazione e Comunisti Italiani non erano bastate a far vietare il corteo fascista, che addirittura avrebbe dovuto svolgersi per le vie del centro, mentre agli antifascisti era stato imposto un presidio statico in piazza Statuto.

Dopo un pomeriggio di propaganda a Porta Susa, nella serata di venerdi 23 una trentina di esponenti delle case occupate torinesi avevano istituito un presidio ai giardini Lamarmora, dove l’indomani avrebbe dovuto tenersi il comizio della Fiamma. Dopo una nottata di veglia, i compagni sono stati sgomberati dalla polizia intorno alle 9 del mattino del sabato.

Si è quindi giunti all’appuntamento delle 15 in piazza Statuto, dove alcune componenti dell’Assemblea Antifascista hanno deciso di dare subito un chiaro segnale alla questura disponendosi lungo il primo tratto di via Garibaldi per iniziare il corteo. Questi compagni sono stati respinti in piazza Statuto dalla polizia con una carica a freddo, tuttavia la determinazione di molti membri dell’Assemblea Antifascista ha ugualmente indotto la questura a concedere che il presidio si trasformasse in corteo, un corteo che, iniziato alle 17, ha attraversato la zona di Porta Palazzo e le vie del centro cittadino per concludersi verso le 19,30 in piazza Albarello, mentre la Fiamma Tricolore invece che in centro è stata dirottata dal Jolly Hotel di corso Vittorio Emanuele all’Unione Industriale, un misero percorso di 300 metri.

Seguono alcune valutazioni sul corteo di sabato e sull’antifascismo in generale.

 

 

NESSUNO SPAZIO AI FASCISTI

Questa parola d’ordine impressa sullo striscione apriva il corteo antifascista di sabato 24 febbraio che ha percorso le vie del centro di Torino, contrapposto al raduno dell’organizzazione di estrema destra Fiamma Tricolore.

Il corteo ha visto una partecipazione ancora più consistente rispetto alla precedente manifestazione dell’8 febbraio partita da piazza Bernini (in risposta alla conferenza sulle Waffen SS organizzata da Forza Nuova), segno che su questo tema c’è un crescente interesse ed una rinnovata volontà a sviluppare un’opposizione militante.

I gruppi neofascisti (oltre a un possibile utilizzo controrivoluzionario da parte della borghesia, come strumento repressivo vero e proprio nei momenti di crisi) hanno un ruolo reazionario da un lato nel cercare di spostare l’attenzione di rinascenti movimenti sociali da fronti di lotta come l’opposizione alle missioni militari, alle grandi opere, alla finanziaria antioperaia, dall’altro rispolverando la falsa tesi secondo cui il radicalizzarsi delle lotte spaventa i settori moderati della piccola borghesia spingendoli a destra e mettendo in pericolo l’attuale assetto democratico.

Alcune parole d’ordine scandite durante la manifestazione, di solidarietà con gli immigrati e per un internazionalismo dei lavoratori, sono la dimostrazione di come componenti del movimento siano orientate a collocarsi su posizioni rivoluzionarie. Al contempo però si sono rivelati alcuni limiti determinanti proprio sull’antifascismo, in quanto non si è evidenziato per nulla il fatto che le forze dell’ordine, schierate a protezione di questi gruppi reazionari, in definitiva dipendessero da un governo di centrosinistra, così come ieri dipendevano da un governo di centrodestra. 80 anni fa l’avvento del fascismo fu a sua volta favorito dalla borghesia liberale, in una fase di crisi evidente del capitalismo. Quando poi i fascisti, a causa della sconfitta militare nella Seconda guerra Mondiale, persero il potere, molti di loro furono catturati dal movimento partigiano per essere poi amnistiati in gran numero, tornando a circolare liberamente proprio grazie ai partiti democratici, e nello specifico ad opera del ministro di Grazia e Giustizia Togliatti. Tra l’altro questo permise la nascita del MSI del boia Almirante.

Da ciò si deduce che un’opposizione conseguentemente antifascista deve al contempo schierarsi principalmente contro i governi della borghesia democratica, che è antifascista solo a parole ma nei fatti non fa che proteggere e utilizzare in funzione controrivoluzionaria vecchie e nuove forme di fascismo.

Anche sul terreno dell’antifascismo non ci possono essere governi amici.

Il giovane movimento antifascista d’oggi può e deve superare la visione limitata che non gli permette ancora di mettere in relazione il fatto che fascismo e democrazia borghese siano indissolubilmente legati alla stessa tendenza alla conservazione del dominio capitalistico sull’intera società.

 

 

 

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MOVIMENTO DI MASSA, TERRORISMO E STRATEGIA DELLA TENSIONE

 

Lunedi 12 febbraio, 5 giorni prima della manifestazione contro la guerra prevista a Vicenza, sono state compiute una serie di perquisizioni in tutto il Nord Italia, conclusesi con 15 arresti con l’accusa di banda armata e associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Il giorno dopo a Sesto San Giovanni altri 4 arresti per l’affissione di manifesti di solidarietà con gli arrestati del giorno prima.

Successivamente da parte di politici, magistrati e mass media vi era un palese tentativo di criminalizzare i sindacati (anche la stessa CGIL, per condizionare ancor di più l’accettazione delle politiche concertative), i movimenti contro la guerra e contro le grandi opere come il TAV, indicandoli come terreno fertile per il sorgere di attività “terroristiche”.

   Ci sono anche state molte prese di posizione e comunicati con cui il movimento no-tav e molte forze della sinistra hanno sottolineato questo clima di caccia alle streghe e questa strategia di tensione.

Ad esempio sulla Stampa del 15 febbraio sono riportate dichiarazioni di Beppe Joannas (sindaco di Bussoleno, PRC): “Il nostro è un modello incredibile di democrazia partecipata, che ha sempre detto no a qualsiasi forma di violenza, anzi la violenza l’abbiamo subita”. Anche Mario Virano (!), commissario straordinario del governo, ha dovuto ammettere che “attribuire alle posizioni critiche espresse nei confronti della Torino-Lione una posizione di contiguità con i movimenti terroristici non è corretto”.

Il Movimento per il Partito Comunista dei Lavoratori ha dichiarato:

La cosiddetta operazione antiterrorismo di questi giorni viene utilizzata cinicamente sia dal centrodestra, sia dal centrosinistra, sia da ampi settori di burocrazia sindacale per criminalizzare l’opposizione sociale e politica nel mondo del lavoro e nei movimenti.

Particolarmente inquietante è che ciò avvenga alla vigilia della grande manifestazione di Vicenza ed a fronte del crollo di popolarità della politica sociale ed estera del governo presso ampie masse popolari.

Respingiamo fermamente questa operazione. Indipendentemente dalle follie di eventuali microcosmi terroristici, incapaci di capire il proprio stesso fallimento storico, rivendichiamo il pieno diritto alla più netta opposizione sociale contro il capitalismo e l’imperialismo, contro le loro missioni di guerra, le loro basi militari, la precarizzazione del lavoro, le sofferenze sociali che impongono ai lavoratori e a miliardi di esseri umani. Un’opposizione che ci impegna alla luce del sole nei luoghi di lavoro, nei sindacati, in ogni movimento di lotta, e che non si farà intimidire.

Sarebbe gravissimo se, come trent’anni fa, una sinistra governativa sempre più compromessa nella gestione delle pratiche dominanti contro la propria base sociale finisse con l’avallare una caccia alle streghe a sinistra nel nome della “lotta al terrorismo. In ogni caso contrasteremmo questo tentativo con tutte le nostre forze”.

Il centro sociale Vittoria di Milano ha scritto:

“Dietro questa cosiddetta operazione antiterrorismo si vuole nascondere il vero obiettivo che è quello di cancellare dalla storia a colpi di manovre giudiziarie la stessa possibilità di una trasformazione radicale dei rapporti di produzione, tentando così di estirpare un immaginario rivoluzionario da un corpo sociale sempre più sfruttato e precario.

Quello che si vuole combattere in maniera anche preventiva è l’apparire di movimenti che mettano in discussione lo stato di cose presenti e che non si piegano alle realpolitik del gradualismo riformista…

Solidarietà ai compagni arrestati e inquisiti!

La nostra risposta è nella forza delle masse!

Altri comunicati sono reperibili ad esempio su www.contropiano.org

 

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CAROVANA CONTRO LA GUERRA, PER LA PACE E IL DISARMO

 

masppa carovana2.PNGSi è tenuta a Bologna il 15 aprile scorso una assemblea di vari organismi per discutere sul come dare continuità alle iniziative contro la guerra con particolare attenzione alla mobilitazione contro la presenza di basi militari.

La riunione, promossa unitariamente dalla Rete “Disarmiamoli”, da quella “Sempre contro la guerra” e da quella “Fermiamo chi scherza con fuoco atomico”, ha visto la partecipazione di delegazioni che andavano ben al di la delle sigle promotrici dell’incontro, sia in termini di espressioni territoriali che di ulteriori organismi a carattere nazionale, con la folta partecipazione di rappresentanti della Rete Lilliput e di esponenti del Movimento Umanista  e Non Violento.

 Dalla riunione è venuta fuori l’intenzione di realizzare una vasta e ramificata campagna nazionale contro la guerra e la militarizzazione dei territori partendo con l’indizione di una CAROVANA NAZIONALE CONTRO LA GUERRA, che partendo il 19 maggio con tre   spezzoni da diversi insediamenti militari : da   Sigonella/ Comiso, da Aviano/ Vicenza, da Novara / Cameri, ( vedi cartina a lato), convergerà a Roma per il 2 giugno a Ponte Sant’Angelo, in concomitanza con la “Festa della Repubblica”. Viene altresì convocata la  manifestazione contro la visita del Presidente USA Bush del 9 giugno.

Al centro di tale campagna dovrebbe esserci la  richiesta del ritiro delle truppe da tutti i fronti di guerra, lo smantellamento delle basi, l’obiezione di coscienza alle spese militari, la  costruzione di una vertenza nazionale contro il governo per la rimessa in discussione di accordi ed impegni internazionali su basi e proiezioni militari, investimenti e produzioni belliche.

Inoltre si intende lanciare una raccolta di firme per sostenere una legge contro l’accordo quadro firmato a febbraio tra il governo italiano e USA che inserisce il nostro paese in un nuovo sistema di scudo missilistico.

La raccolta firme è un ottimo strumento per avvicinare le persone, che da la possibilità di spiegare le proprie ragioni etc.: la logica che essa sottende però, porta nei fatti a non sollecitare il protagonismo delle persone che si cerca di coinvolgere, ma il principio della delega, il mettersi in pace la coscienza limitandosi ad esprimere la propria opinione con una firma, avallando la fiducia nelle istituzioni circa una loro possibile ricettività rispetto alle rivendicazioni del movimento.

Dopo gli esempi che hanno dato i parlamentari, anche quelli che dichiaravano a parole la propria ferma opposizione alle missioni militari, con il voto al rifinanziamento delle truppe e alla finanziaria di guerra, le istituzioni  vanno guardate innanzitutto come controparti del movimento e non come possibili interlocutori.

Detto ciò pensiamo che le debolezze della attuale impostazione possano essere superate nel vivo delle iniziative che si vanno a promuovere e affrontando sul campo i problemi che si pongono per il loro raggiungimento  (da un report di Red Link di Napoli).

Il programma complessivo dettagliato è stato definito nella riunione del 6 maggio a Roma, e informazioni pi dettagliate si possono trovare sul sito: www disarmiamoli.org.

I  MOVIMENTI NON VIOLENTI

L’ingresso della sinistra radicale al Governo ha svelato la vera natura dei “pacifinti”, contrari solo alle guerre portate avanti dal centrodestra , pronti a giustificarle ora in tutti i modi : ciò ha però ridotto l’opposizione alle guerre e a tutte le missioni militari ai settori più radicali del movimento, e tra questi hanno un ruolo propulsivo i  Movimenti non Violenti, per cui è importante documentarsi sui loro principi ispiratori, molto diversi dalla tradizione comunista : “contro la guerra, rivoluzione”, che sottintende una opposizione popolare violenta all’imposizione della partecipazione alla guerra .

Interessante a questo scopo, “Storia e tecniche della non violenza”di Antonino Drago, già prof. di Storia della Fisica all’Università di Napoli, ora Docente a Pisa e Firenze di Scienza della Pace.

Nell’introduzione si legge:

“1) La nonviolenza non è pacifismo…(quest’ultimo) spera che arrivi la pace, ma non sa come essa                  arriverà……(invece) il processo che giunge alla pace ha superato un conflitto stabilendo un patto….

  5) La risposta nonviolenta esclude la violenza sull’avversario ( ma non il sacrificio volontario su di sé) perché è finalizzato a ridurre al minimo le sofferenze complessive; od anche ad usare mezzi adeguati ai fini ideali che ci si propone.”

Quest’ultima affermazione riporta alla mente :“Il fine determina i mezzi, non li giustifica”, come scriveva Victor Serge nelle sue “Memorie di un rivoluzionario”, commentando la decisione di Trotzky del 1926 di non  opporsi con un colpo di stato militare all’ascesa di Stalin al potere in Russia, pur avendone le possibilità essendo stato il capo dell’Armata Rossa, perché sarebbe stato controproducente “accelerando il trionfo della burocrazia e del bonapartismo, contro i quali si levava l’opposizione di sinistra”

Nel libro di Drago, più avanti è riportata la dichiarazione di Siviglia del 1986 di un gruppo di scienziati con varie competenze psico-socio-biologiche che contesta il vecchio ritornello sulla natura umana aggressiva: “E’ metodologicamente scorretto dire che..1) c’è una tendenza ancestrale animalesca alla guerra; 2) gli atteggiamenti violenti sono programmati geneticamente; 3) la selezione naturale ha premiato gli uomini aggressivi; 4)gli uomini hanno un cervello violento; la guerra è causata dall’istinto o da qualsiasi altra motivazione singola; in definitiva che la biologia ci condanni alla guerra .”

Viene posto in primo piano l’esempio di Gandhi che “ha fatto uscire la nonviolenza dalla metafisica delle idee assolute, del misticismo dei visionari, dalla spiritualità degli asceti;e l’ha resa una guida su come comportarsi nei conflitti di tutti i tipi…cioè l’ha trasformata in un metodo per risolvere in maniera non distruttiva  i conflitti da lui incontrati lungo mezzo secolo, nonostante egli vivesse sotto il dominio oppressivo della politica occidentale…”.

Vengono citate altre lotte di massa nonviolente del XX secolo, che hanno risolto dei conflitti, tra cui le più importanti:

-1906-1914 : la lotta per i diritti civili degli indiani in Sud Africa;

-1942 : l’opposizione di massa del popolo norvegese al governo fantoccio di Quisling insediato dai nazisti;

-1960-1968 : il movimento dei neri guidati da M.L.King per l’ottenimento dei diritti civili in USA

-1968 : la resistenza in Cecoslovacchia all’invasione russa;

             il movimento studentesco in Europa contro l’autoritarismo e tutte le discriminazioni;

-1980-1983 : le lotte in Polonia per i diritti sindacali e le libertà deocratiche portate avanti da  Solidarnosc;

-1989 : le sollevazioni che in Cina (piazza Tien an Men), Paesi Baltici, ecc.senza armi, con relativamente pochi morti, hanno sconfitto strutture istituzionali potenti.

L’azione non violenta può caratterizzarsi con un “rifiutarsi di fare”, come lo sciopero, il boicottaggio, l’obiezione; o con un “fare”, come una manifestazione, (la più famosa  la “marcia del sale”di centinaia di migliaia di persone  per 380 Km per prendersi il sale che era stato tassato dall’impero britannico nel 1930) ; o riunioni, presidi, discorsi, musica, teatro, usando la   comunicazione e i simboli, ecc.

Sono tecniche definite “prereligiose”, non metafisiche, ma basate sull’autocoscienza delle capacità umane, che vanno oltre le diversità di civiltà per una nuova civiltà universale.

Viene denunciata la responsabilità della “sinistra” (meglio chiamarlo “stalinismo filorusso”), di aver accettato la corsa agli armamenti appoggiando l’URSS nella gara nucleare, quasi come una necessaria minaccia per ottenere un “progresso storico”, ovviamente  impossibile per questa via date le premesse sui valori.

Da qui viene fatta derivare la contraddizione della sinistra che vive come sconfitta il “prevalere del progresso economico tecnologico di tipo liberista su quello socialista…(anche se) questo progresso oggi appare manifestamente inaccettabile, perché…è basato su lotte sociali destabilizzanti, (quasi l’1% dei cittadini USA è in carcere), ingiustizie mastodontiche nel mondo (centinaia di milioni di morti per fame nel mondo, miliardi di poveri, sfruttamento spietato di popolazioni intiere), spreco irresponsabile delle risorse terrestri e inquinamenti forse irreversibili…”!

   In Italia viene riportata la lotta degli Obbiettori di coscienza al rifiuto delle armi e quindi dell’esercito , che ha portato al riconoscimento nel 1972 della possibilità di svolgere un Servizio Civile, che ha svolto attività esemplari nel sociale, che ha inoltre ottenuto nel 1998 l’Ufficio Nazionale per il Servizio Civile(UNSC), staccato dal Ministero della Difesa, che ha il compito di effettuare una .. “istruzione e sperimentazione di una Difesa Civile Non Armata e Non Violenta”, grande novità internazionale.

 La sospensione della leva ha tolto però alla politica per la Difesa Popolare Nonviolenta un rapporto diretto e naturale con la popolazione giovanile, per cui questo progetto deve “recuperare le idealità precedenti”.

In questo testo si nota la quasi assenza di riferimenti ad analisi strutturali per spiegare i cambiamenti epocali, di cui i marxisti sono soliti fare uso: crisi politiche determinate  da fattori economici alla base dei conflitti, trasformazioni sociali dovute allo sviluppo capitalistico (es.1968), indebolimento economico relativo che ha provocato il crollo dell’URSS (es.1989).

Interessanti le documentazioni dei casi storici di reazioni popolari di massa che hanno impedito o comunque reso molto più difficile la repressione violenta dello Stato: esse ispirano  oggi anche i movimenti popolari di opposizione alle opere della speculazione e al militarismo in Occidente e fanno riflettere sul futuro delle lotte sociali, sull’indispensabile lavoro di sensibilizzazione e organizzazione e delle difficoltà che esso presenta, ma anche sugli strumenti adeguati al fine che ci si propone, compreso l’uso delle  leggi e della  legalità e dei suoi limiti, per raggiungere obbiettivi che vadano verso il superamento dell’attuale sistema politico,che mettano al centro l’equilibrato sviluppo dell’umanità.

 

 IL MOVIMENTO UMANISTA

Circa 1/4 dei partecipanti del corteo del 17 marzo a Roma contro la guerra e le missioni militari del governo italiano sfilava dietro gli striscioni e con le magliette e le bandiere arancione del Movimento Umanista ; al termine, come loro consuetudine, essi hanno formato un grande simbolo della pace umano in piazza Navona.

Con molto impegno il gruppo Mondo senza Guerre e il Partito Umanista sono animatori, insieme a molti altri gruppi, del Tavolo della Pace di Torino, che ha organizzato il corteo del 24  marzo e che appoggia il Presidio in piazza Castello di Emergency, che dal 11 aprile quotidianamente denuncia il sequestro di Rahmat Hanefi  da parte del governo fantoccio afgano, e chiede “al Governo italiano un impegno pubblico e formale per ottenerne l’immediata liberazione” (vedi articolo:La drammatica situazione in Afganistan).

Il Movimento Umanista è anch’esso un movimento non violento, che si ispira all’esempio di lotta politica di Gandhi, ma con caratteristiche proprie: una prima conoscenza può essere tratta dalla lettura dei tre scritti redatti dal 1972 al 1988 dall’argentino Mario Rodriguez Cobo (Silo), raccolti nel testo “Umanizzare la terra”

Il primo, Lo sguardo interno, “parla del superamento della sofferenza mentale attraverso l’agire rivolto verso il mondo sociale , il mondo degli altri, purchè tale agire venga registrato come non contradditorio”; a tale scopo, per aumentare la forza interiore , suggerisce la meditazione ed esercizi di rilassamento ed autosuggestione, che chiama “esperienza di pace”.

Il secondo, Il paesaggio interno, “tratta del senso della vita in relazione alla lotta contro il nichilismo dentro ogni essere umano e nella vita sociale ed esorta a convertire questa vita in attività e militanza al servizio dell’umanizzazione del mondo”.

 Il terzo, Il paesaggio umano, “cerca di dare fondamento all’azione del mondo, riorientando significati e interpretazioni di valori e istituzioni che  sembravano definitivamente accettati”.

 Si esprime la concezione di uomo come.. “essere storico il  cui modo di azione sociale trasforma la propria natura , (per cui ) il concetto di natura umana appare subordinato al fare, all’esistere e sottomesso alle trasformazione alle rivelazioni che quell’esistere orienta….E questo mondo non può essere visto  come semplice esteriorità, ma come paesaggio naturale o umano, sottoposto a trasformazioni umane attuali o possibili. E’ in questo fare che l’uomo trasforma sé stesso”.

Un approfondimento sull’Umanesimo si evidenzia sempre più necessario, tornando anche ai Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Marx: Il comunismo come soppressione positiva della proprietà intesa come autoestraniazione dell’uomo, e quindi come reale appropriazione dell’essere dell’uomo mediante l’uomo e per l’uomo,perciò come ritorno dell’uomo per sé, dell’uomo come essere sociale, cioè umano, ritorno completo, fatto cosciente, maturato entro tutta la ricchezza dello svolgimento storico fino ad oggi.

Questo comunismo s’identifica, in quanto naturalismo giunto al proprio compimento, con l’umanesimo; in quanto umanismo giunto al proprio compimento, col naturalismo; è la vera risoluzione dell’antagonismo tra la natura e l’uomo, tra l’uomo e l’uomo, la vera risoluzione della contesa tra l’esistente e l’essenza, tra l’oggettivazione e l’autoaffermazione, tra la libertà e la necessità, tra l’individuo e la specie”

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INTERESSI E CONNIVENZE NELLE DEVASTAZIONI AMBIENTALI

 

Il 16 Aprile all’Unione Industriale di Torino, il Ministro Di Pietro ha confermato che…” il tracciato sarà deciso dal governo entro Settembre, come da programma”; era contestato dall’esterno da decine di NOTAV, ma anche da uno studio che l’Istituto Bruno Leoni di Milano aveva messo on line lo stesso giorno (www.brunoleoni.com) col titolo “TAV, le ragioni liberali del NO”.

Andrea Boitani, Professore di Economia Politica alla Cattolica di Milano, Marco Ponti, Professore di Economia deiTtrasporti al Politecnico (MI) e l’Ingegnere Francesco Ramella, sostengono da tempo che i benefici del TAV sono gran lunga inferiore ai costi, perché le merci non passeranno su rotaie a meno che non si pongano divieti al transito su gomma. La linea merci ferroviaria attuale è lungi da essere satura e secondo la Commissione Intergovernativa Italo-Francese , il traffico merci sulla Torino-Lione è previsto diminuisca al 2015, mentre i trafori del Bianco e del Frejus sono utilizzati da oltre10anni al 35% delle loro potenzialità.

Il 18 Aprile alla Conferenza dei Servizi veniva presentato il primo tracciato di attraversamento ferroviario di Orbassano e una bozza di pianificazione del territorio dell’architetto Cagnardi che prevede la realizzazione di una galleria sotterranea a due piani sotto corso Marche, il primo autostradale e il secondo ferroviario, per il passaggio del TAV per congiungere Settimo ad Orbassano!

Lo stesso giorno si svolgeva l’incontro informativo organizzato dai Comitati NO TAV Torino nella sala di corso Ferrucci 65 (TO) con la partecipazione degli esperti ambientalisti Claudio Giorno ed Emilio Soave, che hanno denunciato ancora una volta l’indeterminatezza e l’assurdità dei vari progetti.

Come esempio hanno denunciato la scelta del tracciato del TAV TO/MI a fianco dell’autostrada probabilmente per far ricadere sul conto delle ferrovie il costo dell’allargamento delle corsie (che erano fuori norma da anni), il rifacimento degli svincoli, la costruzione di faraonici pannelli fonoassorbenti e parapetti colorati e di tutti quegli adeguamenti imposti dagli enti locali ed accettati di buon grado dalle impresi costruttrici.

Così come denuncia anche La Stampa del 12/04/2007, ogni Km. Di linea in Italia è  venuta a costare circa 3 volte quelle di Francia e Spagna: 32-45 contro 10-15 milioni di euro al Km.

Collegata  al tracciato del TAV in Torino è probabilmente la nuova costruzione del tunnel ferroviario sotto corso Grosseto, denunciata dal Comitato per la difesa del parco Sempione: sui 71.000 m2 del parco è stato sistemato un cantiere per la nuova stazione impropriamente denominata Reubaudengo, che ne occupa 55.000, con la distruzione di circa 200 alberi su 260 esistenti.

Il Comitato aveva suggerito la sua collocazione nell’area di proprietà di Rete Ferroviaria Italiana a lato delle ferrovia esistente, che non è stata presa in considerazione per l’evidente interesse di poterla utilizzare con destinazione urbanistica.

A questa stazione dovrebbe far capo anche la ferrovia Torino-Ceres che dovrà spostare il suo percorso dall’attuale via Strabella (interrata nel 1990), per un più lungo giro dalla vecchia stazione Dora , che verrà abolita,  verso parco Sempione e poi sotto corso Grosseto.

Questi lavori hanno progetti segreti, sembrano non decisi formalmente da nessuno, ma hanno già ricevuto un finanziamento dalla Regione con 115 milioni di euro.

In un documento del Comitato si denuncia:”….  l’11 Settembre 2006, la giunta Regionale aveva approvato il progetto di realizzazione della nuova stazione Rebaudengo nel quadro della variante altimetrica per sottopassare la Dora nella tratta corso Regina Margherita-stazione Stura,… (in cui) si dà per acquisita la delibera del Consiglio Comunale di Torino per la condivisione del progetto, delibera avvenuta invece successivamente, il 23 Ottobre !…  il Coordinamento delle Associazione Ambientaliste torinese e il Comitato di difesa parco del Sempione, hanno recentemente rivolto un esposto ai Ministeri del Trasporti e delle Infrastrutture, chiedono siano annullati gli atti della Conferenza dei Servizi e riaperto una procedura decisionale democratica che ricorra anche ad una preventiva valutazione di impatto ambientale.

UNA PRIMA MOBILITAZIONE C’E’ STATA IL 12 MAGGIO, PER INFORMARE GLI ABITANTI DEL QUARTIERE DI QUESTI GIOCHI DI INTERESSI CHE ROVINERANNO LA LORO MOBILITA ’ PER ANNI E RIDURRANNO L’AREA VERDE A LORO DISPOSIZIONE.

Solo l’opposizione delle popolazioni può impedire che gli interessi economici di pochi vadano a danno della vita e della salute di molti: in tutta Italia si stanno moltiplicando le lotte, ultima quella di Serre in provincia di Salerno, dove la popolazione si oppone scontrandosi anche duramente con la polizia, alla decisione del Governo di usare la loro valle come discarica di rifiuti.

SOLIDARIETA’ è subito giunta dal Patto di Mutuo Soccorso, dai NOTAV della val Susa che hanno immediatamente organizzato una protesta bloccando sabato 12 Maggio a Borgone la ferrovia.

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