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IERI LAVORATORI E POVERI HANNO PAGATO IL DISASTRO DOMANI...
PAGHERANNO LA RICOSTRUZIONE Se
ieri c’era motivo di
indignarsi per la mancata prevenzione e i mancati aiuti a New Orleans,
oggi c’è un altro motivo di scandalo e riflessione! Anzi ! A
chi andranno? Probabilmente
agli stessi responsabili del disastro, gli
amici degli amici (
come quel Brown posto a capo della protezione civile Usa, la Fema, ed
esperto… di cavalli arabi, ma grande elettore di Bush) !!!
www.paginemarxiste.it fotoc.
in pr. Ple Nigra, 1, MI 13/9/05
IN
PIAZZA PER SOSTENERE LA 194 CONSAPEVOLI
CHE LO STATO DEMOCRATICO NON ELARGISCE DIRITTI A VITA! Sabato 14
gennaio 2006 ci siamo recati a Milano per partecipare alla
manifestazione indetta per difendere la L. 194. L’adesione alla
manifestazione è stata determinata dal fatto che siamo venuti a
conoscenza della richiesta di “uscire dal silenzio” da parte di
alcune donne in occasione di un’assemblea svoltasi a Milano alla
Camera del Lavoro. Durante quest’assemblea sono intervenute molte giovanissime
donne che hanno espresso la necessità di opporsi a qualsiasi tentativo
di limitare o abrogare la 194. Tempo prima era stata infatti istituita
dal Governo una Commissione che avrebbe dovuto effettuare delle
verifiche sulla stessa legge. Dato che dunque la manifestazione è stata
spinta dal basso e visto che non sono stati i movimenti femministi
classici a promuovere questa esigenza, considerata la serietà della
tematica affrontata e il momento attuale in cui si inserisce la nostra
attività, si è deciso di partecipare a tale iniziativa con lo scopo di
verificare il tipo di partecipazione e curare eventuali contatti. Alla
manifestazione abbiamo diffuso il seguente volantino: IN
DIFESA DELLA 194 La
manifestazione di oggi, 14 gennaio 2006, non deve servire a tirare la
volata elettorale al centro-sinistra, bensì a difendere la legge 194
(così come la 180 sulla chiusura dei manicomi) dagli attacchi di chi,
nell’ambito dello smantellamento del welfare, vuole “privatizzare
l’aborto” e criminalizzare la malattia mentale. La Chiesa,
attraverso il Papa e i vari Ruini di turno, fa la sua campagna
ideologica con le solite argomentazioni irrazionali, tra cui
l’attribuzione dell’anima all’embrione a riprova del suo essere
vita dal momento del concepimento! Contemporaneamente questi paladini
del diritto alla vita fomentano la futura aggressione all’Iran da
parte dei governi imperialisti occidentali… Con
la legge 194, nel 1978 è stato istituito per la prima volta nella
storia d’Italia il diritto per le donne di scegliere legalmente di
interrompere una gravidanza indesiderata. Quali di esse sarebbero
colpite dall’abolizione di questa legge? Soprattutto quelle meno
abbienti, le immigrate e coloro che lavorano in condizioni precarie.
Queste donne soprattutto reclamano il loro diritto alla vita, a non
morire sui tavoli degli aborti clandestini, mentre chi è benestante
potrebbe tranquillamente avvalersi delle migliori cliniche private
all’estero. Il
movimento operaio internazionale ha avuto molte figure femminili che
hanno lottato per i diritti della donna, dalle proletarie dei sobborghi
parigini durante la rivoluzione francese (tra cui spiccano Pauline Leon
e Olympe de Gouge), a quelle della Comune del 1871, a personaggi storici
come Clara Zetkin, Vera Zasulic, Rosa Luxemburg e Aleksandra Kollontaj.
Grazie all’azione di costoro è stato chiarito che la lotta per i
diritti delle donne non può essere disgiunta dalla questione
dell’emancipazione di tutta l’umanità dal capitalismo. Siamo
infatti consapevoli che purtroppo l’aborto è una necessità per le
donne che vivono nella società del profitto. Pertanto noi
comunisti, che siamo sempre e comunque per la vita, mentre oggi lottiamo
per la legge 194 lavoriamo costantemente per l’edificazione di una
società che, libera dalla schiavitù del lavoro salariato, provveda
alla cura, all’allevamento e all’educazione dei bambini, elimini la
dipendenza dei figli dai genitori, possa «strappare la donna al suo
ruolo attuale di semplice strumento di produzione». La
partecipazione alla manifestazione di Milano ci ha permesso di
verificare una massiccia adesione, da Torino stessa sono infatti
partiti ben 18 pullman. Abbiamo potuto direttamente verificare che vi è
stata una presenza molto alta soprattutto da parte di donne giovanissime
e studentesse delle scuole medie superiori. Inoltre nel corteo è stata
sottolineata la presenza delle donne immigrate e dei precari. Alcune
parole d’ordine hanno rappresentato un filo conduttore importante di
continuità delle lotte. Tra queste:
“Siamo cittadine del mondo” da parte delle immigrate, “No
Tav”, “No alla precarietà”.
Durante
il percorso del corteo molte delle giovanissime ci chiedevano il
volantino appena lo scorgevano (il volantino non era infatti distribuito
in massa; è stato portato volutamente in un numero ridotto di copie).
La percezione è stata di forte interesse da parte delle giovanissime
sull’argomento. Per quanto riguarda i gruppi della sinistra
istituzionale, alla manifestazione hanno aderito una parte della CGIL e
alcuni partiti della sinistra (Ds, PRC, PdCI). Questi ultimi, a nostro
parere, non potevano non presentarsi per potersi garantire un serbatoio
di voti, malgrado questi partiti sulla 194 non abbiano una posizione
compatta. Abbiamo raccolto parecchio materiale in termini di giornali e
volantini distribuiti alla manifestazione. Siamo stati gli unici a
richiamarsi al movimento operaio e alla tradizione storica del movimento
operaio femminile. In
piazza siamo andati consapevoli che la democrazia e lo Stato di diritto,
a cui liberali e democratici tanto si appellano, non garantiscono
diritti a vita. Ancora oggi la democrazia è quella forma delle
istituzioni statali della quale in Europa, dal secondo dopoguerra ai
nostri giorni, politologi, scienziati della politica e intellettuali
vari proclamano la bontà. Tuttavia, se gli sfruttati hanno ottenuto
delle leggi apparentemente a loro favore, è perchè vi sono state delle
lotte agguerrite. Nel momento in cui dalle lotte sono scaturite alcune
leggi, queste sono state il frutto di un rapporto di forza che si è
riuscito ad instaurare e quando anni di riflusso hanno portato in
letargia le lotte ecco invece farsi avanti, e con forza, la reazione, i
conservatori, la Chiesa. E questi, tutti in coro, a voler ridurre o
eliminare ogni diritto, a riprova che in questo sistema falsamente
democratico tutte le conquiste sono provvisorie! G.
A., lavoratrice internazionalista
IL
CARROZZONE OLIMPIADI: E’
da qualche anno che sentiamo parlare delle Olimpiadi a Torino. E’ da
qualche anno che Torino è diventata un immenso cantiere. Ci accorgiamo
della trasformazione della città quando capitiamo in zone che non
riusciamo più a riconoscere. Si imboccano in macchina vie che ci erano
note, e ci si ritrova a chiedere informazioni orientative in luoghi
sconosciuti. In occasione delle Olimpiadi l’amministrazione cittadina
ha ristrutturato interi quartieri, ha ridisegnato percorsi stradali,
edificato numerosi nuovi appartamenti, palasport per le gare tenutesi in
questa occasione e per i quali negli anni a venire nessuno riesce ad
immaginare né l’utilizzo né i costi di manutenzione che
assorbiranno. Ha pagato cifre da capogiro ad architetti, scultori e
scenografi vari per costruire padiglioni, monumenti e apportare altre
modifiche volte a dare slancio all’ingresso del “nuovo”, parola
chiave al giorno d’oggi per lanciare e rendere interessante qualsiasi
prodotto si voglia sponsorizzare. Le
Olimpiadi sono oramai in tutto il mondo un’opportunità per i privati
di poter usufruire delle finanze pubbliche che in queste occasioni gli
amministratori elargiscono allargando i cordoni della borsa. E Torino
non poteva sfuggire a questa regola. Al
di là della passione sportiva, delle spettacolari scenografie esibite
nelle cerimonie di apertura e chiusura e degli ambiziosi propositi di
pace e di fratellanza tra i popoli che la manifestazione vuole
rappresentare (ambizioni che appaiono ipocrite e pretestuose
non appena si cerca di trarre qualche considerazione, per esempio
sul rapporto tra la pace e Finmeccanica o
General Electric, noti produttori di armi da guerra e contemporaneamente
tra i principali sponsor di questa manifestazione), un punto sicuramente
emerge in tutta evidenza: i costi gravanti sui conti pubblici e i
profitti esclusivamente privati. E’
ancora presto per riuscire a redigere un consuntivo della spesa, si
parla comunque di un impegno finanziario pubblico di oltre 3 miliardi di
euro (solo il costo delle infrastrutture ammonterebbe a 1.750 milioni di
euro), di cui oltre 300 milioni di euro per quanto riguarda il Comune di
Torino, promotore dei giochi, e oltre 500 milioni se si considera
l’impegno finanziario congiunto della Regione Piemonte. Le cifre
riportate non hanno bisogno di altro commento, da sole spiegano gli
interessi che la manifestazione ha calamitato e gli appetiti che ha
stuzzicato. Certo la
propaganda, tesa a giustificare l’impiego di questa montagna di
finanza pubblica, è stata tutta incentrata su: “Olimpiadi, occasione
unica per il rilancio economico”, e ancora: “investimento olimpico,
un volano per l’economia”. Tutti slogan confezionati col chiaro
intento di far scorgere attraverso questo evento un ritorno economico
positivo. Stando
comunque alle stime ottimistiche, l’incidenza dell’avvenimento
olimpionico sul Pil nazionale potrebbe comportare un incremento dello
0,2 per il 2005 e il 2006 con una progressiva decrescita negli anni
seguenti. Si tratta, ripeto, di stime ottimistiche e comunque non
sufficienti a far entrare nelle casse dello Stato l’impegno
finanziario assunto per la manifestazione. I tre miliardi di euro sopra
accennati (è una stima provvisoria, ma a consuntivo la cifra non potrà
che aumentare), rappresentano
il corrispettivo delle entrate nelle casse erariali di oltre mezzo punto
di Pil. Nella prospettiva che si delinea è ovvia una domanda: chi
pagherà i buchi di bilancio che si intravedono? La risposta è
altrettanto ovvia: i
lavoratori, naturalmente. Al di là della sottrazione agli investimenti
in settori strutturali e produttivi, pagheranno
in termini di probabili tagli al welfare, alla sanità, alla
scuola e quant’altro. E insistendo ancora sulla domanda da un’altra
angolazione: gli investimenti per le Olimpiadi, oltre ai vantaggi di
visibilità per i politici che li hanno gestiti, ai guadagni che hanno
portato alle aziende appaltatrici dei lavori e che
porteranno agli sponsorizzatori che vedranno sicuramente un
ritorno doppio delle somme investite, ai commercianti che hanno tenuto
aperto i locali più a lungo del solito per l’avvento dei turisti, ai
proprietari di case plurime che hanno affittato abitazioni
per sole due settimane realizzando rendite che normalmente si
realizzano in in 5 o 6 mesi, ed altri soggetti invitati al banchetto,
cosa hanno prodotto per i problemi di disoccupazione, precarietà e
miglioramento salariale che affliggono il proletariato? La risposta che
in questa occasione ci viene data dagli ottimisti è: tanti posti di
lavoro, soprattutto nell’edilizia. Ora,
tralasciando gli aspetti più deleteri dell’edilizia (alto tasso di
lavoro nero, impiego di manodopera immigrata facilmente ricattabile,
mancanza della piena attuazione delle misure di sicurezza nei cantieri
ecc.), aspetti che tra l’altro in questa occasione si sono
moltiplicati, è pur vero che l’edilizia ha visto in questo periodo in
Piemonte, e a Torino in particolare,
la creazione di nuovi posti di lavoro nel settore; occorre però
tener presente che si tratta di posti di lavoro precari non durevoli,
legati esclusivamente a fattori contingenti: non appena si smantellerà
il “carrozzone Olimpiadi”, si smobiliteranno mano mano anche i posti
di lavoro. Il
ritornello dell’allocazione delle risorse negli interventi
strutturali, nel sostegno dei settori strategici della produzione, nella
ricerca scientifica per un effettivo rilancio economico e conseguente
creazione di posti di lavoro durevoli, non manca mai in qualsiasi
intervento politico di ogni schieramento. Peccato però che nel mondo
reale del capitalismo dove la legge del profitto privilegia i progetti
più remunerativi, questi buoni propositi sono destinati a rimanere nei
programmi di allestimento delle vetrine per le campagne elettorali. Le
Olimpiadi di Torino 2006 sono una ulteriore conferma di questa verità,
qualora ce ne fosse stato bisogno. DIV
ELEZIONI O ASTENSIONE? LA RISPOSTA E': PROTAGONISMO DELLE MASSE
Riportiamo la traccia della discussione sulle elezioni e il parlamentarismo in programma al Circolo Internazionalista di Torino il 3 marzo .
Non è nelle nostre possibilità attuali, di piccolo gruppo ma anche di area, comunista e rivoluzionaria, condizionare il voto o il non voto alle prossime elezioni di aprile. Sicchè sarebbe inutile discettare su astensionismo di principio, tattico e strategico. Ben più utile è oggi chiarire quale sia nel 2006 la funzione del parlamento, della forma democratica del regime. Destra neocon/liberista e sinistra liberaldemocratica, in forma di coalizioni di partiti in Italia, sono innanzitutto lo strumento di integrazione e controllo che il potere sistemico (“borghese”, ma sulla parola si dovrebbe operare un aggiornamento di significato) esercita sulle classi subalterne. Il sistema cerca di raccogliere, con reti spesse al centro e molto fini agli estremi, il “pescato” sociale. Non basta lo strapotere dei media, dei suoi “chierici”, intellettuali, preti, comunicatori sociali etc. alla integrazione ai valori borghesi, al modo gregario di concepire la dimensione sociale. L’integrazione, il controllo sociale, la repressione, devono essere supportate con le elezioni di parlamenti, consigli, giunte, di “rappresentazione” popolare, tanto simboliche quanto vuote di potere reale. Che il parlamento, le assemblee elette, siano fonte di corruzione e che nessun controllo sia possibile dagli elettori sugli eletti, che sia soltanto uno dei luoghi dove avviene lo scontro fra i grandi poteri economici e finanziari, è tutto sommato percepito da parte dell’elettorato. L’aumento dell’astensionismo (peraltro accuratamente taciuto dai media) ha portato il nostro paese ad avvicinarsi ad altre democrazie formali, in primis agli USA, dove il voto espresso in genere non supera il 60% degli aventi diritto. Nelle ultime elezioni presidenziali Bush è stato eletto da poco più del 30% degli statunitensi. Questo astensionismo che cosa realmente significa? Per i più è qualunquismo becero, per altri la caduta dell’illusione di poter determinare il corso politico del paese, infine per pochi un modo di comunicare la propria contrarietà al sistema stesso, tanto da destra come da sinistra e dall’area anarchica. Non serve qui ricordare i luoghi comuni che gli istituzionalisti, anche a sinistra, mettono in campo per stimolare al voto. Ma qualsiasi parlamento non può che essere compatibile con gli assetti dominanti economici e qualsiasi parlamento di fronte alla forza sociale, non delegabile in questo sistema a nessuno, deve piegarsi alla forza reale nel paese. Si prenda ad esempio i governi democristiani degli anni ‘70 che hanno dovuto varare lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori, legge 300; ciò avvenne dopo una stagione di lotte operaie, anzi la legge fu allora una riforma di “imbrigliamento” (necessario al sistema economico) della classe operaia. Forse che con i successivi governi di centro-sinistra si abolì il Codice Fascista del guardasigilli Rocco? Forse che con un governo di “sinistra” ci si oppose alla aggressione contro la Yugoslavia? No! Gli articoli del codice Rocco contro i comunisti sono sempre pronti ad essere applicati, e bombardamenti sui civili, targati D’Alema, hanno segnato l’ultima guerra intereuropea. Da parte nostra, che si voti o no, serve piuttosto evidenziare quanto sia oggi abulico e/o eterodiretto il normale comportamento sociale delle masse. In un sondaggio del 2003 il 40% degli intervistati non sapeva definirsi se di destra o di sinistra, il 26% era indifferente alla politica, il 36% la vedeva con disgusto o rabbia. Teniamo altresì conto che 6 milioni sono gli analfabeti in Italia, il 36% possiede (dati 2005) solo la licenza elementare, dunque abbiamo una società con milioni di persone scarsamente in grado di seguire la vita politica del paese. D’altro canto vi sono quasi 2 apparecchi televisivi per ognuna delle famiglie italiane; nonostante la crisi ben 10 milioni di esse ospitano animali domestici, tanto che solo cani e gatti ammontano a 14 milioni di unità. L’universo di senso di tale massa di persone oscilla quindi fra l’Isola dei Famosi, i cartoni animati, Pianeta Vivente e i dibattiti/talk show di attualità. Sono dati che indicano la debolezza identitaria e la base per l’integrazione di massa ai valori “normali”, piuttosto che la percezione dei bisogni, l’appartenenza di classe, la collocazione all’interno di processi storici e la conoscenza sociale che possono portare il soggetto a coscienza rivoluzionaria. Ricordiamo infine che la massa del proletariato immigrato non può votare, quindi una parte consistente della forza lavoro in Italia è estranea alla partecipazione elettorale. Supponendo che la sinistra, anzi i sedicenti comunisti raggiungano la maggioranza in parlamento e che “addirittura” il governo cerchi di portare avanti un Programma Minimo, non il socialismo, non l’abolizione della proprietà privata, ma un semplice varo di riforme sociali a tutela dei lavoratori, il fallimento sarebbe cosa certa! Il governo Allende nel 1970 venne eletto in Cile da uno schieramento di socialisti, comunisti e sinistra di movimento, già nel 1973 venne abbattuto dal golpe di Pinochet supportato dagli USA. Chavez venne eletto presidente del Venezuela con l’appoggio di alcuni partiti di sinistra ma soprattutto con l’appoggio del movimento dei Circoli Bolivariani, nel 2002 un golpe dell’esercito appoggiato dagli USA venne respinto dopo 6 giorni con la sollevazione armata e popolare. Nel 1973 l’esempio negativo porta da noi Berlinguer a spostare ancora di più al centro il PCI (in buona compagnia con numerosi partiti comunisti in giro per il mondo), nel 2002 l’esempio del Venezuela segna i cambi di regime del cono sudamericano, certo non si tratta di società comuniste ma (pur in presenza di limiti populisti e localisti) dell’apertura di contraddizioni ad un livello superiore. La differenza, di segno positivo, è che in Venezuela la presenza in parlamento fu supportata dalla forza sociale organizzata ed armata nel paese. Forza che venne accumulata in anni di rivolte contadine, di lotte operaie, di rivendicazioni popolari indigene. Per il passato valga l’esempio della Comune di Parigi, che per i rappresentanti eletti dal popolo non fu solo sede di potere legislativo ma anche di controllo ampio sul governo e la vita pubblica. Valga altresì l’esempio dei primi Soviet in Russia nel 1917 (ma anche in Ungheria ed in Italia, qui a Torino) come strumenti di autorganizzazione che si ponevano l’obiettivo di controllare il governo, l’economia di un paese. A conclusione parziale, una concreta indicazione per il nostro operare: superare l’astensionismo e dargli senso compiuto nel comunicarne il perché e nel proporre, all’interno dei movimenti e della classe intera, la via antagonista e rivoluzionaria per iniziare a costruire dal basso una reale istanza politica democratica. Passare dall’astensionismo e dalla delega al protagonismo politico, dalla sterile protesta all’organizzazione. GARIN
Alcune informazioni sulle retribuzioni elargite ai parlamentari italiani. L’alto tenore di vita è uno dei modi coi quali la classe dominante coopta oggettivamente nelle sue file tutti coloro che vengono eletti, condizionandone così la condotta. Come si vede, siamo ben lontani da concetti veramente democratici come la revocabilità immediata delle cariche e l’assegnazione ai politici di stipendi uguali a quelli degli altri lavoratori! Ladri, falsi e ipocriti. Queste sono le parole giuste per definire la condotta dei parlamentari italiani che, in vista delle elezioni politiche del 9 e 10 aprile prossimi, hanno avuto la sfacciataggine di sbandierare ai 4 venti la proposta avanzata dall’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati a favore di una demagogica quanto fittizia riduzione del 10% dei loro lauti stipendi. Si tratta della classica foglia di fico dietro cui i boss delle cosche parlamentari di Montecitorio e Palazzo Madama nascondono in realtà stipendi da oltre 15 mila euro netti al mese (5.941 di indennità di funzione, più 4 mila di diaria, più 4.678 di rimborsi e un forfait annuale per i viaggi che va da 9 a 18 mila euro) più tutta una serie di privilegi e benefit da nababbo a cui si aggiungono, a seconda dei casi, le varie indennità di carica che spesso sono superiori allo stipendio base (vedi tabella in questa pagina). La norma inerente il “taglio” di stipendio è inserito nella Finanziaria 2006 e recita testualmente: “Le indennità mensili spettanti ai membri del Parlamento nazionale sono rideterminate in riduzione nel senso che il loro ammontare massimo, ai sensi dell’articolo 1, secondo comma, della legge 31 ottobre 1965, n. 1261, è diminuito del 10 per cento. Tale rideterminazione si applica anche alle indennità mensili spettanti ai membri del Parlamento europeo eletti in Italia ai sensi dell’articolo 1 della legge 13 agosto 1979, n. 384". Attenzione alle parole: il “codicillo” condiviso da tutte le cosche parlamentari parla, non a caso, di “ammontare massimo” dell’indennità mensile dei parlamentari da ridurre del 10%. Ma va chiarito che lo stipendio dei parlamentari al momento dell’approvazione della Finanziaria era pari non al “massimo”, ma al 96% dello stipendio dei presidenti di sezione della Cassazione cui è agganciato per legge. Sicché il taglio effettivo è di appena il 6%. Ma l’inganno non finisce qui! Perché c’è da considerare che a partire dal 1° gennaio 2006 gli stipendi dei parlamentari hanno subito l’ennesimo scatto di aumento biennale che equivale all’aumento recepito dai magistrati e che guarda caso è pari proprio al 6%, vanificando del tutto la sbandierata riduzione dell’indennità parlamentare. Dunque non esiste nessuna riduzione di stipendio dei parlamentari; e che si sia trattato solo di una “furbata” per raccattare qualche voto in più alle politiche di aprile lo conferma il fatto che nelle stesse ore un’analoga proposta inerente la decurtazione del cosiddetto “assegno di reinserimento” (cioè la buonuscita dei parlamentari che è pari all’80% dell’indennità mensile per ogni anno di mandato effettuato), e del “vitalizio”, (cioè la pensione dei parlamentari che, oltre ad essere cumulabile con qualsiasi altro reddito, è reversibile al 100%, scatta ai 65 anni d’età, 60 se l’ex parlamentare ha fatto più di una legislatura, e va da un minimo del 25% dell’ultimo stipendio percepito fino all’80% per i deputati con più di tre legislature alle spalle) è stata bocciata all’unanimità dai senatori di tutti i partiti del regime neofascista sia di destra che di “sinistra”. (dal sito www.pmli.it)
A Milano la manifestazione nazionale del 25 aprile, 61° anniversario della liberazione dal nazifascismo, ha visto decine di migliaia di persone sfilare da Porta Venezia a piazza Duomo. Le componenti istituzionali del corteo erano tese a celebrare la risicata vittoria del centrosinistra, invece una parte dei manifestanti ha portato avanti una posizione ben più concreta e coerente con il concetto di resistenza. Questi compagni in piazza san Babila dalle ore 14 hanno tenuto un presidio in solidarietà agli antifascisti arrestati lo scorso 11 marzo, dei quali 25 sono tuttora in carcere, con volantinaggi e distribuzione di materiale informativo. Organizzatori del presidio, i centri sociali Orso, Vittoria, T28, unitamente allo SLAI Cobas e a Progetto Comunista. Alla fine del corteo, dalle ore 18, si è svolto un altro presidio sotto le mura del carcere di San Vittore, dove una parte dei compagni è rinchiusa. Questa coraggiosa mobilitazione probabilmente non è piaciuta a qualcuno, poiché la mattina del 28 aprile sono scattati altri due arresti per i fatti dell’11 marzo, uno a Milano e uno a Torino. Ad essi occorrerà rispondere con ulteriori iniziative di solidarietà e con il coinvolgimento di una parte maggiore della cittadinanza. Già si parla di un nuovo corteo nazionale in richiesta della liberazione dei compagni. Segue uno stralcio dell’appello unitario sottoscritto dalle organizzazioni sopracitate: «Il nostro antifascismo non è riducibile solo ad una legittima pratica quotidiana di contrapposizione alle bande neonaziste, ma è espressione di una volontà più generale finalizzata alla crescita di una maggiore conoscenza sociale nei quartieri, nelle scuole, nei luoghi del moderno sfruttamento di classe, per costruire una società alternativa senza più servi né padroni. Un antifascismo che è parte di una lotta più generale contro il sistema capitalista, con una nuova capacità di raccogliere il dissenso e l’opposizione alla precarietà, alla discriminazione, ai privilegi, al razzismo, al sessismo e ad una società basata sullo sfruttamento..». Un altro aspetto della manifestazione del 25 aprile ha riguardato le prese di posizione contro Israele durante il corteo: in piazza san Babila al passaggio della Brigata Ebraica, che ostentava anche la bandiera americana, ci sono stati fischi e slogan; in fondo al corteo due bandiere israeliane sono state bruciate. A partire da questi episodi la stampa italiana ha montato una squallida polemica sulle presunte “violenze” della “estrema sinistra”, e quasi tutti i politici si sono ripetuti in dichiarazioni di condanna. Spicca pertanto l’intervista, riportata da La Stampa del 27 aprile, a un esponente del Coordinamento di Lotta per la Palestina, Shokri Hroub, che ha spiegato le proprie ragioni. Ecco una parte delle dichiarazioni di Hroub, come riportate dal quotidiano: «Invece di parlare dei palestinesi che vengono uccisi ogni giorno dall’esercito di uno stato illegale come quello israeliano, che non riconosce nemmeno le sanzioni dell’Onu, si preferisce fare polemica per due bandiere. Non è la prima volta che nei nostri cortei bruciamo le bandiere israeliane e quelle americane. Per noi è un atto di resistenza». Domanda: Resistenza? «Ogni giorno in Palestina siamo costretti a subire una repressione violenta. Gli israeliani impongono l’apartheid. Ci fanno conoscere solo il carcere e le loro violenze. I ragazzi arabi che erano in corteo insieme a noi subiscono una repressione e una discriminazione che non possono essere messe minimamente a confronto con il rogo di due bandiere». La condanna di quello che ha fatto il suo gruppo è unanime, da destra come da sinistra… «Io dico che non si possono prendere posizioni equidistanti tra chi è macellaio e chi è vittima. Bisogna avere il coraggio di stare da una parte sola. Noi stiamo dalla parte dei repressi. Noi siamo di parte». Però sono stati contestati anche gli appartenenti alla Brigata ebraica. Cinquemila di loro si sono battuti contro il fascismo durante la Liberazione… «Ai partigiani ebrei va tutta la mia solidarietà di arabo e marxista. Ma cosa c’entravano le bandiere con la stella di David? Cosa c’entrava quella lobby sionista? Guardi che anche una mia amica ebrea di Lecco mi ha detto che abbiamo fatto bene. Ha usato queste parole: “Voi arabi state subendo oggi quello che abbiamo subito noi ebrei sessant’anni fa”...». Anche alcuni centri sociali hanno preso le distanze da voi… «Il discorso sarebbe lungo. Negli ultimi dieci anni è stato fatto un lavoro gigantesco per eliminare ogni traccia di memoria storica. Di fronte a questa ondata reazionaria i più giovani possono non avere le idee chiare di quello che sta accadendo. In carcere ci sono ancora 25 antifascisti arrestati l’11 marzo in corso Buenos Aires per essersi opposti a un comizio della Fiamma Tricolore. Io faccio un appello per la loro liberazione. Anche gli ebrei dovrebbero chiedere la loro scarcerazione. Si sono battuti anche per loro». Sembra di capire che lei non pone limiti al concetto di “resistenza”. «Prendiamo l’Iraq. Chi si oppone all’occupazione è un resistente. E si può resistere in cento modi diversi: con la disobbedienza civile, con gli scioperi operai, anche combattendo». Anche con le autobombe? «Anche combattendo. Noi condanniamo tutti gli attentati che coinvolgono civili. Quelli crediamo che siano opera delle squadre della morte americane». Lei griderebbe 10, 100, 1000 Nassiriya, inneggiando alla uccisione dei carabinieri italiani in Iraq? «Le giro la domanda. Secondo lei è legittima l’occupazione italiana in Iraq? Noi siamo al fianco del popolo iracheno. Di cosa vi meravigliate?».
Poche, brevi note relative al risultato elettorale del 9 e 10 aprile. Sul bollettino di febbraio avevamo già espresso il parere che dal punto di vista del comunismo rivoluzionario gli avvicendamenti al Governo e al Parlamento sono di importanza secondaria. Secondo la nostra concezione la democrazia vera è solo quella diretta e partecipata, quale si può realizzare in una società liberata dal capitalismo. La democrazia parlamentare in realtà è l’involucro che nasconde e legittima più o meno bene il controllo, da parte della classe dominante, della vita economica e politica del paese. Dal punto di vista comunista, si pone il problema di un utilizzo del parlamento per rendere visibili o far avanzare posizioni politiche rivoluzionarie, cosa che però sembra oggi difficile, anche date le forze in campo. Ciononostante, è importante seguire i dati elettorali e le vicende parlamentari, perchè esse sono manifestazione concreta della vita del capitalismo italiano, nel quale e contro il quale ci dobbiamo muovere. Nello specifico dell’attuale tornata elettorale, la risicata vittoria dell’Unione di Prodi lascia presagire che il nuovo governo non avrà vita facile nel rappresentare gli interessi della grande industria italiana, che pure in campagna elettorale ha mostrato di preferirlo al centrodestra. Se poi consideriamo che i partiti della sinistra della coalizione, Rifondazione Comunista e Comunisti Italiani, hanno accresciuto i loro voti, questo può rappresentare un vantaggio per il lavoro politico che portiamo avanti, poichè molti militanti di base di questi partiti, che sono dei sinceri comunisti, mal sopporteranno i compromessi portati avanti dai loro dirigenti e saranno spinti su posizioni più radicali. Un possibile terreno di scontro da questo punto di vista è rappresentato dal TAV; a Torino, l’accordo elettorale per le amministrative del 28-29 maggio tra Rifondazione e il candidato sindaco uscente Chiamparino, noto “talebano” del TAV, ha lasciato molti scontenti, non solo in Valsusa. Ancora, sentiamo parlare dell’intenzione da parte della sinistra di Rifondazione (Progetto Comunista) di dare vita ad un nuovo soggetto politico, per una difesa degli interessi dei lavoratori che il governo Prodi non può certo tutelare. Tutti queste contraddizioni aprono uno spazio per chi vuole portare avanti posizioni chiaramente anticapitaliste, che speriamo venga bene utilizzato.
LO
SCANDALO DEL CALCIO: LA LOGICA DEL PROFITTO INQUINA LO SPORT Lo
scandalo che sta travolgendo il calcio italiano ha diverse analogie con
la Tangentopoli scoppiata nel 1992. All’epoca tutto era iniziato in
tono minore con l’arresto di un “mariuolo” che si era fatto
incastrare con una piccola tangente di qualche milione di vecchie lire.
Oggi tutto è partito da una telefonata intercorsa tra un dirigente
della più famosa squadra di calcio italiana,la Juventus, e uno dei
“capi” degli arbitri, in carica fino a due anni fa. Da
un semplice piccolo episodio di “immoralità” sportiva (un colloquio
troppo amichevole tra controllato e controllore) si è via via presa
visione di un sistema basato sulla truffa, la corruzione,la frode,
insomma tutti gli ingredienti tipici del sistema capitalistico; infatti
anche quando parliamo di sport professionistico, di calcio nel caso
specifico, si possono ritrovare i tratti fondamentali che regolano
un’impresa di mercato: -concorrenza
spietata tra le varie aziende (squadre) per guadagnare quote di mercato
(tifosi) e massimizzare i propri profitti; -concentrazione
di capitale in un numero sempre più ristretto di aziende (squadre), che
porta alla creazione di un vero e proprio monopolio; -centralizzazione
del capitale, in quanto gli interessi economici delle squadre di calcio,
almeno di quello che ha dato vita al monopolio sopra citato, non sono
limitate all’ambito sportivo, ma spaziano dal settore immobiliare a
quello della distribuzione commerciale, dalle telecomunicazioni e
televisioni fino ad arrivare alla finanza vera e propria, nel caso delle
squadre che sono quotate in borsa. Che il calcio professionistico non navigasse in buone acque era chiaro da molto tempo. Tutte le società hanno i bilanci in forte perdita; per sopravvivere hanno dovuto far ricorso ad un forte indebitamento con le banche e ad aiuti di stato (anni fa è stata varata una legge “ad hoc” che consentiva alle società di calcio di spalmare le perdite nei bilanci approvati nei cinque anni successivi l’entrata in vigore della norma). Ovviamente è assai difficile che si arrivi a colpire alla radice il problema, mettendo in discussione la logica del profitto nello sport. Anzi, è probabile che le grandi famiglie proprietarie dei principali club (Agnelli, Berlusconi, Della Valle, Moratti etc.) chiederanno al governo nuovi aiuti per risanare i bilanci, che dunque saranno reperiti a danno dei lavoratori e della gente comune.
Questa
vicenda comunque va denunciata per far capire a milioni di operai,
giovani, disoccupati che con passione seguono gli eventi sportivi che,
se vogliono riappropriarsi di uno dei loro maggiori momenti di svago,
devono con ogni evidenza lottare per la distruzione di questo sistema
economico che corrompe ogni attività umana. E’ assurdo che singoli
giocatori,tecnici o dirigenti siano strapagati con milioni di euro e
insieme idolatrati dalle migliaia di tifosi che ogni domenica seguono
delle partite truccate. L’uomo comune deve sollevarsi dal torpore
quotidiano, dall’essere semplice spettatore, e contestare e ribellarsi
ai giochi di potere che si svolgono alle sue spalle. L’intreccio tra
politica borghese(che negli anni ha utilizzato per i propri scopi il
consenso tra le masse popolari per il calcio, vedi tra tutti il caso
Berlusconi), capitalismo e sport si è fatto sempre più inestricabile e
anche in questo campo ogni vera riforma di sistema non può che passare
per una azione rivoluzionaria di tutti gli sfruttati.
RIFINANZIAMENTO DELLE MISSIONI MILITARI ITALIANE Il 30 giugno il Consiglio dei Ministri con la sola assenza del ministro dei trasporti Bianchi (PdCI), ufficialmente “per malattia”, ha approvato all’unanimità il rifinanziamento per il secondo semestre 2006 delle missioni militari italiane nel mondo, per complessivi 488 milioni di euro. Il decreto contiene le disposizioni per il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq (entro l’autunno), mentre la missione in Afghanistan viene proseguita. Vi sono poi tutte le altre operazioni di “peace-keeping”, che non sono affatto messe in discussione. L’Italia infatti complessivamente è presente con 29 missioni militari in 18 diversi paesi del mondo, per un totale di circa 8000 soldati. Dai quotidiani sembra che 17,5 milioni siano per “interventi umanitari” in Afghanistan, non meglio chiariti. A questo proposito il generale Angioni, già parlamentare del centro-sinistra dopo aver guidato la missione in Libano del 1982, dichiarava a La Stampa del 7 maggio che “l’umanitarismo delle missioni è solo nel titolo”, e portava ad esempio che sullo stanziamento semestrale per la missione irachena, di 323 milioni di euro, solo 32 milioni andavano a progetti “civili”, quindi circa un decimo del totale. Se le proporzioni per l’Afghanistan sono le stesse, il costo della prosecuzione della missione è presto fatto. Il decreto verrà discusso in parlamento nella seconda metà di luglio, e in particolare la questione afgana è oggetto di controversie in seno al governo di centro-sinistra; in queste settimane quindi si pone per gli internazionalisti (e non solo) l’esigenza di alimentare il più possibile tutte le proteste e le iniziative per il ritiro dei militari italiani dall’Afganistan e da tutti gli scenari di guerra, anche con lo scopo di condizionare le prese di posizione all’interno della cosiddetta sinistra radicale (PRC, PdCI, Verdi). A Torino sinora ci sono stati due presidi: uno giovedì 1 giugno, uno venerdi 30. L’intenzione è quella di proseguire con le mobilitazioni, cercando di renderle più ampie e incisive.
PROGETTO COMUNISTA ESCE DA RIFONDAZIONE
All’indomani della vittoria elettorale del centro-sinistra, la corrente trotzkista “Progetto Comunista” del PRC ha tolto il proprio appoggio al governo Prodi. Uscendo dal partito di Rifondazione, essa si è suddivisa in due tronconi. Lo spezzone “Progetto Comunista - Rifondare l’Opposizione dei Lavoratori (ROL)”, facente capo a Francesco Ricci, ha tenuto la propria manifestazione inaugurale a Roma il 22 aprile. L’altro spezzone, facente capo a Marco Ferrando e rinominato “Movimento Costitutivo per il Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)”, ha tenuto una manifestazione di avvio della propria fase costituente il 18 giugno, sempre a Roma. A Torino, i compagni del Movimento per il PCL sono in contatto con il Comitato di Lotta Internazionalista. Il nuovo sito www.pclavoratori.it riporta i quattro punti programmatici del Movimento: 1 – INDIPENDENZA POLITICA DEL MOVIMENTO OPERAIO E DEI MOVIMENTI DI LOTTA DALLE FORZE DELLA BORGHESIA: dai suoi interessi, dai suoi partiti, dai suoi governi. 2 – CONQUISTA DEL POTERE POLITICO DA PARTE DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI, BASATO SULL’ AUTORGANIZZAZIONE DI MASSA, come leva della trasformazione socialista. 3 – LEGAME NECESSARIO TRA GLI OBIETTIVI IMMEDIATI E GLI SCOPI FINALI. 4 – NECESSITA’ DI UN’ ORGANIZZAZIONE RIVOLUZIONARIA DEI COMUNISTI. I quattro punti sono sviluppati in altrettanti paragrafi. Riportiamo l’ultimo (“necessità di un’organizzazione rivoluzionaria dei comunisti”), che riguarda direttamente la questione dell’internazionalismo. Il movimento comunista nacque come movimento internazionale. Perché la prospettiva socialista è realizzabile compiutamente solo su scala internazionale, solo rovesciando la realtà internazionale del capitalismo e dell’ imperialismo. Tanto più oggi il recupero di un’organizzazione rivoluzionaria dell’avanguardia di classe internazionale è condizione indispensabile di un’ autentico rilancio di una prospettiva comunista. Tanto più oggi dopo il crollo dell’ UIRSS il quadro capitalistico è profondamente integrato sul piano mondiale. La realtà della cosiddetta “globalizzazione” capitalistica acuisce la concorrenza e le divisioni nella classe lavoratrice internazionale, tra diversi paesi e continenti. Ogni seria lotta di classe sul piano nazionale, persino al livello di singole categorie o grandi aziende, pone l’ esigenza di un raccordo internazionale con i lavoratori e le lotte degli altri paesi. Così ogni movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi contro l’ imperialismo – a partire dal popolo palestinese e dal popolo arabo in generale – indica l’ obiettiva necessità di una convergenza di lotta con la classe operaia dei paesi imperialisti: così come quest’ultima può e deve porsi nel proprio stesso interesse, l’ esigenza di un pieno e incondizionato sostegno ai movimenti di liberazione dei popoli oppressi, al loro diritto di autodeterminazione, alla loro azione di resistenza. I comunisti, tanto più oggi, devono sviluppare in ogni lotta nazionale la consapevolezza della necessità di una prospettiva internazionale di liberazione. E al tempo stesso devono lavorare ad unire, su scala mondiale, tutte le rivendicazioni e domande delle classi oppresse per ricondurle ad una prospettiva socialista. Ciò implica il raggruppamento organizzato su scala internazionale dei comunisti rivoluzionari e dei settori più avanzati dell’ avanguardia di classe, al di là delle diverse provenienze e collocazioni attuali, sulle basi programmatiche e sui principi del marxismo.
LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI: PROSPETTIVE INCERTE
Negli ultimi anni abbiamo potuto raccogliere anche dai mass-media
dati sulla bassa concentrazione della struttura produttiva. Questo fatto
è importante e preoccupa gli economisti perché a lungo andare può
indebolire l’economia italiana nella concorrenza internazionale. Riportiamo
ad esempio una dichiarazione alla Stampa del marzo 2005 di Alfredo
Recanatesi: “a fronte di tante apologie dell’impresa […]
basterebbe osservare che nelle grandi imprese la produttività media del
lavoro è doppia di quella delle imprese di minore dimensione, perché
si possa già concludere che la resistenza della stessa impresa a
superare la dimensione famigliare è già un fattore strutturale di
bassa produttività”.
Per avere dei dati bisogna consultare Eurostat (le statistiche
europee), che confronta le aziende italiane con quelle europee: ad es.
nella manifattura il numero medio di addetti per impresa è in Italia
8,7, contro 16,3 in Francia, 23,6 in Gran Bretagna, 34,3 in Germania. In
Italia poco più della metà degli addetti lavora in aziende oltre 10
dipendenti, contro il 66% in Francia e il 72% in Gran Bretagna e
Germania. I
lavoratori autonomi e gli imprenditori sono in Italia il 28% della
popolazione contro il 15% medio in Europa e il 7% in USA. Il
panorama di questi 6,3 milioni di lavoratori autonomi in Italia è molto
variegato e, come abbiamo già scritto nel Bollettino di giugno, una
grossa parte (circa 2 milioni) è autonoma solo formalmente, è
malpagata e serve ad abbassare il costo del lavoro anche di grandi
imprese. Invece
circa 1,8 milioni di autonomi è costituito da professionisti: 370000
medici, 309000 architetti e ingegneri, 112000 avvocati, 70000
farmacisti, 60000 commercialisti, ecc. Per
aumentare la produttività del sistema nel suo complesso il governo di
centro-sinistra con il decreto Bersani tenta la strada della
liberalizzazione delle professioni: anche Siniscalco del precedente
governo di centro-destra aveva affermato la necessità di accelerare
queste liberalizzazioni ma poi era saltato. Il
tentativo è quello di abbassare i costi aumentando la concorrenza e
magari di concentrare in aziende e uffici queste professioni,
trasformando una parte di addetti in salariati, come è avvenuto in
altri paesi capitalisticamente più “avanzati”. Marx
nel Capitale osserva che il capitalista individuale, grande o
piccolo, è avido di profitto e guarda solo al risultato immediato, ma
il suo “comitato d’affari”, cioè il governo, deve mitigare questa
tendenza per tener conto degli interessi complessivi del sistema. Le
organizzazioni delle categorie imprenditoriali (Confindustria,
Confcommercio, ecc.) da un lato appoggiano il governo per rafforzare
l’economia italiana, dall’altro devono formalmente difendere gli
associati nei loro singoli interessi.
Come si pongono i comunisti di fronte ai lavoratori autonomi e ai
piccoli imprenditori minacciati dalla concorrenza? Pagine
Marxiste di maggio-luglio ’06 scrive: “se la concorrenza vi
schiaccerà e dovrete vivere anche voi della vendita della vostra forza
lavoro, o dovranno farlo i vostri figli, allora vi accoglieremo a
braccia aperte nella nostra classe, allora potremo unire le nostre forze
contro il grande capitale per la lotta comune per l’unica società
veramente libera, quella senza sfruttamento e senza classi”. Progetto
Comunista in un volantino propone: “va rivendicata la piena
pubblicizzazione dei servizi locali, senza indennizzo e sotto il
controllo dei lavoratori, ottenuta con una netta espansione della spesa
sociale loro destinata a partire del campo dei trasporti e dei
rifiuti[…] (ad es.) va trasformato il servizio privato di trasporto
urbano (taxi) in un vero servizio pubblico: con l’acquisto delle
licenze da parte dell’ente pubblico, a tutela dei risparmi dei
lavoratori autonomi; con un’assunzione piena e qualificata a tempo
indeterminato, per tutti i lavoratori già in servizio e la loro
trasformazione in lavoratori dipendenti”. A
parte l’enfatizzazione nel primo testo e la contraddizione sugli
indennizzi nel secondo, si deve osservare in generale che il processo di
concentrazione è nella tendenza, seppur contradditoria, del capitalismo
e che i lavoratori dipendenti possono difendere sindacalmente le loro
condizioni salariali e normative più nelle aziende medio-grandi che in
quelle al di sotto dei 10 dipendenti, in cui ora si ne concentra quasi
la metà dei salariati italiani.
30
SETTEMBRE – MANIFESTAZIONE NO-WAR A ROMA “Via
le truppe italiane da tutti i fronti di guerra”: queste le parole
d’ordine dello striscione unitario che ha aperto la manifestazione
contro le missioni militari tenutasi a Roma sabato 30 settembre. La
data era stata decisa nell’ambito del Forum Sociale Europeo dello
scorso maggio; infatti in concomitanza con l’iniziativa di Roma si
sono svolte manifestazioni in diverse città del mondo. La
partecipazione al corteo anche se non è stata di massa ha avuto una
grande importanza politica poiché si è creato uno spartiacque tra le
forze che tuttora si oppongono alle politiche di guerra dell’Italia e
quelle che invece avendo vinto le elezioni sono passate vergognosamente
dall’altra parte della barricata; un voltafaccia divenuto ancor più
clamoroso il 26 settembre, quando la Camera unitamente alla nuova
missione in Libano ha automaticamente approvato la mozione del
centrodestra secondo la quale tutte le missioni italiane, anche quella
in Iraq e Afghanistan, sono missioni di pace.
Questa la piattaforma della manifestazione: -VIA
LE TRUPPE ITALIANE DA TUTTI I TEATRI DI GUERRA. -NO
ALLA SPEDIZIONE MILITARE IN LIBANO - NO ALL’UNITA’ NAZIONALE
MILITARE PRODI-D’ALEMA-FINI-BERTINOTTI. -NON
UN UOMO, NON UN SOLDO PER LE MISSIONI MILITARI. -PER
IL DIRITTO INCONDIZIONATO DI RESISTENZA DEI POPOLI OPPRESSI CONTRO LE
FORZE MILITARI DI OCCUPAZIONE. -PER
IL PIENO DIRITTO DI AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO PALESTINESE. Questi
contenuti erano condivisi pressoché dalla totalità delle
organizzazioni aderenti, come si è potuto vedere dall’esame dei circa
20 diversi volantini che venivano distribuiti.
Da segnalare come positivo il fatto che alcuni gruppi si siano
presentati con documenti unitari, segno di una ricerca di coesione e
coordinamento al di là delle singole sigle. In particolare, i compagni
campani hanno distribuito un volantino unitario firmato da 7 componenti:
Coordinamento dei Collettivi Studenteschi Universitari, Area Antagonista
Campana, Collettivi Studenteschi Autorganizzati, Collettivo
Internazionalista di Napoli, c.s.o.a. Terra Terra, Movimento per il
Partito Comunista dei Lavoratori (Napoli), Confederazione Cobas
(Campania).
I tentativi di coordinarsi a livello territoriale tra
raggruppamenti diversi sono molto importanti perché la forza di
attrazione verso l’esterno si moltiplica, e si razionalizzano le
energie. In questa direzione va il lavoro del Comitato cittadino contro
le missioni di guerra a Torino. Il corteo di Roma, come è stato ribadito nei comizi conclusivi da parte dei raggruppamenti promotori, è e deve essere un punto di partenza per la ricostruzione del movimento contro la guerra su scala nazionale. A Torino l’impegno in questa direzione è costante da diverse settimane, e continuerà nei mesi autunnali sino all’importante scadenza del voto di dicembre per il rifinanziamento delle missioni militari.
IL
LOSCO AFFARE DEI RIGASSIFICATORI Nell’articolo
“Risorse energetiche-ecologia” (agosto ‘06) ci si augurava che le
problematiche ecologiche (che nei prossimi anni saranno sempre più al
centro dell’attenzione, dato il loro impatto sulla qualità della vita
delle popolazioni), vengano sempre più chiaramente viste come il prezzo
del cosiddetto “benessere dei consumi” che il capitalismo ci
somministra. La denuncia degli interessi che stanno dietro alle scelte
energetiche può portare alla coscienza che esiste una possibilità
alternativa a questo tipo di “benessere”, possibilità che però
dipende dal superamento del sistema di produzione attuale, basato sul
profitto. Importante
a questo scopo è capire cosa c’è dietro a un’altra fonte di
energia cosiddetta “pulita”, quella del gas metano e del suo
trasporto. Infatti,
si può trasportare il gas liquido via mare anche da località distanti
dalle linee dei gasdotti, ma deve essere riportato allo stato gassoso
nei cosiddetti “rigassificatori”.
Lo scorso 18 agosto il governo Prodi ha istituito una “cabina
di regia” per la costruzione di 5 rigassificatori. Con questa scelta
in materia di politica energetica l’Italia vuole limitare la
dipendenza dai tradizionali gasdotti esteri. Si tratta di una politica
che implica la feroce rapina di materie prime dai paesi in via di
sviluppo, in questo caso dalla Nigeria, come riportato su un documento
dal titolo Sangue sui gassificatori del sito www.contropiano.org
che in parte riproduciamo: “E’
venuto il momento di svelare il retroscena tutto italiano della scelta
dei rigassificatori. Essi
sono collegati ad una fornitura di metano della Nigeria che l’Italia
ha sottoscritto tramite ENI subito dopo l’impiccagione di un gruppo di
attivisti ecologisti.Fu firmato un contratto per la fornitura di gas
liquefatto senza che fossero stati approntati i rigassificatori in
Italia. E questo contratto di fatto rende necessaria la loro
realizzazione in quanto la rigassificazione attualmente sta avvenendo in
Francia in attesa che vengano costruiti i rigassificatori italiani. Mentre
i sostenitori di questi impianti dicono che essi offrono maggiori
garanzie di approvvigionamento, va detto che è a rischio proprio il gas
destinato ai rigassificatori italiani. Infatti,
in quella nazione è in corso una sollevazione popolare contro le
multinazionali del gas. Un tecnico italiano è stato recentemente rapito
ed è ancora prigioniero. Le
multinazionali del gas (le stesse del petrolio) devastano l’ambiente
con roghi ininterrotti, 24 ore su 24. la popolazione è costretta a
inalare esalazioni continue. E’ in atto un profondo incessante
inquinamento del Delta del Niger non solo per estrarre petrolio, ma
anche per il metano, che viene sondato con metodologie assolutamente
dannose per l’ambiente. Le multinazionali dell’energia, per
difendersi dalle popolazioni che protestano, godono della protezione
dell’esercito nigeriano che reprime gli insorti e brucia le
baraccopoli per punire i ribelli… E’
in atto una campagna informativa pro-rigassificatori che li presenta
come indispensabili per non passare l’inverno al freddo. E’ falso,
in realtà il metano può giungere tramite i metanodotti in quantità più
che sufficiente. Recentemente l’Italia ha infatti concluso accordi per
l’incremento dei metanodotti con l’Algeria e il contenzioso
Russia-Ucraina si è risolto con un nuovo accordo commerciale. Il
vero obiettivo dei rigassificatori non è quindi quello di portare il
metano, ma di abbassarne il prezzo, ossia di mettere in competizione i
paesi produttori con dinamiche che incrementeranno non solo la
concorrenza ma la repressione politica e l’inquinamento in una logica
di globalizzazione e di corsa verso il basso nell’abbattimento di
tutti gli standard di sicurezza e di compatibilità ambientale….”
Riportiamo
alcuni contributi sulla vicenda dei due extracomunitari annegati nello
Stura a Torino lo scorso 29 settembre, e di quanto è seguito nei giorni
successivi. I
fatti Venerdi
29 settembre a Torino, alle 16, i carabinieri circondano e irrompono nel
parco antistante l’albergo Novotel, vicino a corso Giulio Cesare, dove
si concentrano acquirenti e venditori di sostanze stupefacenti. Tredici
giovani senegalesi provano ad attraversare lo Stura: in undici rimangono
bloccati su un’isoletta in mezzo alle correnti, gli altri due cadono e
scompaiono tra i flutti, sotto gli occhi dei loro amici e degli
inseguitori. I
soccorsi partono con fatale ritardo, la rabbia si sfoga con delle
sassaiole contro i carabinieri. L’operazione
si conclude con svariati arresti (nessuno per possesso di stupefacenti),
e molte espulsioni per il mancato possesso dei documenti. Il
pomeriggio stesso si forma un presidio spontaneo di immigrati, che
affronta i carabinieri e nei giorni successivi blocca a più riprese il
traffico di corso Giulio, chiedendo il ritrovamento delle salme.Un corpo
viene ripescato il sabato.
Lunedì
2 ottobre, in serata, c’è qualche momento di tensione al presidio tra
chi vuole bloccare di nuovo la strada e chi preferisce aspettare. Il
martedì la presenza di senegalesi sul posto scema visibilmente, mentre
gli italiani solidali sono molto pochi. I giornali, intanto, si
inventano un episodio di ostilità tra i senegalesi del presidio e
“due anarchici” solidali. Poi preannunciano una manifestazione
indetta da “anarchici e pusher assieme”, alla quale comitati
spontanei e
gruppi di commercianti promettono di reagire con le maniere forti. Anche
questa notizia è completamente inventata. La
sera di martedì 3, isolati, i senegalesi decidono di togliere il
presidio. Il corpo del secondo annegato verrà ripescato una settimana
più tardi e i soldi raccolti per rimandare la salma in Senegal
sequestrati durante una perquisizione. Intanto
gli esponenti della destra cittadina si affrettano a strumentalizzare la
situazione, lanciando invettive contro gli immigrati e chiedendo a gran
voce più efficienza contro gli spacciatori. In particolare il piccolo
gruppo neofascista “Forza Nuova” annuncia una fiaccolata per la sera
di venerdi 13 ottobre. Di conseguenza il Collettivo Universitario
Autonomo promuove una mobilitazione delle forze antifasciste e
antirazziste per impedire la manifestazione di Forza Nuova. A questo
punto la questura vieta il corteo ai fascisti, e la sera del 13 ottobre
in piazza Derna si svolge un presidio cui partecipano le realtà della
sinistra mobilitatesi nei giorni precedenti. Una
testimonianza Una
delle testimonianze raccolte dai redattori di Radio Blackout che hanno
portato solidarietà agli immigrati nella giornata di lunedì 2 ottobre. RbO:
…Vorremmo sapere, se è possibile, che cosa è successo realmente
venerdì. T. Quello
che è successo realmente è che i poliziotti hanno inseguito dei
ragazzi. Beh... questi giovani sono corsi verso l’acqua e ci sono
entrati dentro. Due persone sono annegate a cinque metri dai
carabinieri, dai poliziotti e dagli agenti in borghese... Li
insultavano! Li vedevano annegare e li insultavano, invece di chiamare i
soccorsi! Visto
che non l’hanno fatto [chiamare
i soccorsi] e se ne sono andati, siamo arrivati noi. Ci hanno
chiamato e siamo arrivati noi, per aiutarli. Abbiamo avuto noi l’idea
di prendere una corda per aiutare gli altri undici. Bene,
quello che vogliamo... Abbiamo bloccato la strada per reclamare che
ripeschino gli altri due, che sono già morti sicuramente. RbO.
Quindi le ricerche dei corpi ci sono state soltanto perché c’è
stato un blocco stradale? T. Perché
abbiamo bloccato la strada! Hanno cominciato le ricerche, ma non avevano
niente... Non avevano alcun materiale per poter andare a cercare
nell’acqua... Beh, ci siamo calmati, siamo tornati il giorno dopo...
abbiamo fatto tutto senza violenza, con molto rispetto... Siamo
ritornati per domandarli [i corpi]. Ma loro non avevano portato
nessun dispositivo necessario per ripescare i ragazzi. Ne hanno trovato
uno il giorno dopo, e adesso, che sono passati altri due giorni, un
altro è ancora lì sotto... Sul
problema droga e immigrazione Brani
di due diversi volantini che prendono posizione sul problema droga e
immigrazione, distribuiti al presidio del 13 ottobre rispettivamente da
compagni dei centri sociali Askatasuna e Gabrio. |