CORRISPONDENZE - LOTTE SOCIALI

 

 

T.A.V.

Questo mese di gennaio ha visto due iniziative intraprese dal movimento No-Tav per estendere la lotta e sensibilizzare l’opinione pubblica sulle ragioni dell’opposizione al progetto. Il 7 gennaio si è svolta una manifestazione a Chambery, in Francia; il 22 un corteo a Messina contro il progetto del Ponte sullo Stretto, mentre in contemporanea a Susa un altro corteo sfilava lungo il percorso della fiaccolata del 5 novembre 2005.

In queste settimane è uscita una grande quantità di materiale su questa vicenda, che a nostro parere solleva alcuni importanti quesiti anche di carattere generale. Per un approfondimento rinviamo al dossier monografico di prossima pubblicazione contenente il dibattito svoltosi tra alcuni compagni di Torino e Milano, oltre ad articoli specifici sui prossimi bollettini.

Riportiamo il testo del volantino distribuito da alcuni compagni il 1 dicembre 2005 a Torino.

 

A VENAUS (COME A NASSIRIYA) I CAPITALISTI DIFENDONO I LORO PROFITTI CON LE ARMI

Da alcuni giorni Venaus è teatro del tentativo, da parte della popolazione della Valsusa e di giovani e lavoratori giunti da altre città, di bloccare l’avvio dei lavori per il tunnel di sondaggio del TAV, tunnel che rappresenta l’avvio dell’impresa vera e propria, visto che poi fungerebbe da galleria di servizio. La Val Cenischia è pressochè militarizzata, migliaia di agenti garantiscono democraticamente che le operazioni si svolgano più o meno secondo copione.

Ci sono numerose fonti, ancora troppo poco conosciute anche per la censura dei media nazionali, che documentano l’inutilità del progetto, i danni alla salute e all’ambiente, le speculazioni, gli interessi, i miliardi di mazzette che stanno dietro. E’ emblematica la fretta di iniziare i lavori, legata alla possibilità di avere finanziamenti europei che contribuiscano all’opera.

Quello che ci preme sottolineare è che nell’attuale fase di capitalismo giunto allo stadio imperialistico, le forze produttive non vengono più sviluppate ma ostacolate dalla necessità di generare sempre nuovi profitti, il che porta alla realizzazione di opere faraoniche, finanziate con soldi pubblici, a prescindere dalla razionalità del progetto.

Chi dunque appoggia apertamente o silenziosamente asseconda il progetto TAV, di fatto è schierato con i grandi capitali italiani in cerca di rivalorizzazione con il supporto dell’Unione Europea, e sta con i loro rappresentanti Ciampi, Prodi, Berlusconi, Lunardi, Bresso e così via. Non dimentichiamo che la stessa sete di profitto ha spinto l’Italia ad occupare da più di due anni i pozzi petroliferi di Nassiriya in Irak, supportando la feroce occupazione

anglo-americana.

Come comunisti e internazionalisti, dobbiamo agire a fianco della popolazione della Val di Susa nella sua lotta, quali che siano le motivazioni soggettive dei dimostranti, favorendo il più possibile l’estensione dei collegamenti nelle realtà metropolitane, a cominciare da Torino. Se la disparità di forze per ora non consentirà di impedire la prosecuzione dei lavori (ma non si può mai dire), si tratta comunque di trasformare il malcontento dei cittadini in presa di coscienza sul ruolo dello stato, comitato d’affari delle imprese capitalistiche, e degli apparati repressivi di cui lo stato dispone per imporre l’interesse dei pochi che rappresenta.

 

 

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LA QUESTIONE DELLO SVILUPPO

 

Lo scorso 5 febbraio si è svolta a Torino una riunione dal titolo “TAV e nuova società” (vedi locandina sul bollettino di gennaio), volta a esaminare alcuni aspetti della lotta contro il treno ad alta velocità da un punto di vista comunista. Uno degli aspetti su cui c’è stato il maggiore accordo è che il progetto TAV è un esempio di come lo sviluppo delle forze produttive, come oggi va avanti, è sempre più confacente alla riproduzione del capitale e sempre meno utile alle necessità umane.

L’articolo che segue vuole meglio inquadrare questa affermazione.

 

Attualmente è in corso un vasto dibattivo sulla classica questione dello sviluppo delle forze produttive, cioè se i comunisti debbano, e fino a che punto, favorire lo sviluppo delle forze produttive, anche se questo significa favorire lo sviluppo del capitale. La via per uscire da tale dilemma può essere trovata solo considerando il reale significato storico del capitale. Una questione teorica, dunque, che però ha delle implicazioni politiche molto importanti.

Il capitalismo segna il passaggio dai modi di produzione agricoli (dispotismo, schiavismo, servitù, etc) a quelli industriali, fino alla compiutezza del comunismo. Sospeso tra società naturali e comunismo, il capitalismo esaurisce rapidamente la

sua funzione storica. Ma quando ciò si verifica? Per stabilire ciò è necessario comprendere quali siano i compiti storici del capitale. In generale ogni società vuole emanciparsi dalla sua dipendenza dalla natura, cioè da fame, infermità, guerre, sviluppando le proprie forze produttive. Ma nel compiere ciò si determina una restrizione della libertà (naturale) degli individui (doveri verso la famiglia, la comunità, gli dei, che generano privilegi, proprietà e strutture gerarchiche), cioè

l’alienazione naturale è sostituita da quella sociale, e ciò tanto più quanto più il processo è progredito. La società borghese costituisce la fase più elevata ed ultima di tale processo, che in essa assume una forma peculiare, quella dell’industrialismo.

Ma mentre si emancipa dalla natura la società borghese è sempre più dominata da una sua parte che si è autonomizzata rispetto alla totalità sociale, pur continuando ad esserne parte integrante, anzi essenziale. Si tratta dell’economia e della classe che in essa si identifica, la borghesia, mentre l’alienazione sociale prende la forma dell’anarchia di mercato e del feticismo della merce. Quindi l’economia se rispetto alla natura supera l’alienazione, verso la società ne crea una nuova, nella forma di una seconda natura che domina la società, sebbene da essa prodotta. Il comunismo è il movimento che, superando lo stadio borghese di sviluppo dell’economia, toglie l’alienazione sociale. La sua scommessa è che ciò sia possibile senza ricadere nell’alienazione naturale.

Pertanto i compiti storici del capitale si possono ridurre a uno solo: il definitivo superamento dell’alienazione naturale quale premessa necessaria all’instaurazione del comunismo. Tale processo storico presenta un aspetto quantitativo, l’accumulazione di capitale, e un aspetto qualitativo, l’estinzione delle società naturali. Per quanto riguarda il primo che sia esaurito non è possibile affermarlo con certezza, perché ciò dipende dal livello di accumulazione necessario per l’edificazione del comunismo, livello che può essere determinato solo nel corso della realizzazione del comunismo stesso.

L’altro criterio di giudizio invece è in qualche misura oggettivo, e considera il grado in cui il capitale ha trasformato il mondo precapitalistico, imponendo ovunque il suo modo di produzione. Quando la trasformazione è totale allora si può affermare che il capitale ha esaurito la sua funzione, e quindi che combatterlo radicalmente è storicamente possibile e progressivo. Ma quando la trasformazione è completa? Quando non esistono più ambiti geografici e sociali estranei alla società capitalistica, e ogni aspetto dell’esistente è piegato alle sue esigenze, cioè diviene fonte diretta o indiretta di profitto. Situazione questa, dove massima è l’espansione e l’integrazione del capitale, in cui paradossalmente è possibile scorgere in filigrana la possibilità concreta del comunismo Si può agevolmente constatare che l’instaurazione del capitale come sistema totalitario, ciò che Marx chiama dominio

reale, si è già verificata. Estensivamente il capitale si è ormai imposto come modo di produzione egemonico in tutto il globo. Quanto all’intensità, cioè al grado in cui dominio reale ha permeato la società, si può osservare che ovunque, e nei paesi sviluppati in modo particolare, il capitale è giunto non solo ad impossessarsi della produzione e ad organizzarla secondo le proprie modalità ed esigenze, ma ciò è avvenuto anche nel settore del consumo, cioè della riproduzione della forza lavoro, arrivando così a dominare l’intero ciclo della circolazione del capitale, e quindi pervenendo alla gestione ed al controllo totalitari del sociale.

Per quanto riguarda il consumo il totalitarismo del capitale significa che esso produce tutte le merci e i servizi alla persona che sono necessarie alla riproduzione della forza lavoro. Ma non solo, se a ciò aggiungiamo l’estendersi dei servizi al consumo (marketing, informazione, pubblicità, tempo libero), si osserva che non solo i bisogni sociali sono utilizzati per produrre profitto, ma che i bisogni del capitale, - cioè il profitto, - producono i bisogni sociali, cioè il profitto produce se stesso. Per cui i bisogni attuali sono alienati, e si presentano come consumismo individualistico e investimenti pubblici inutili e finalizzati al solo profitto, o alla rendita, come debito pubblico.

Ma ciò che dà una misura esatta dello sviluppo del capitale è l’organizzazione della produzione, e in primo luogo il grado di divisione del lavoro e la conseguente introduzione delle macchine. Esso ha già raggiunto un livello estremo e non più intensificabile all’epoca di Taylor, ed ha avuto come principale conseguenza la separazione radicale tra lavoro intellettuale e manuale, e soprattutto tra direzione ed esecuzione, scomponendo poi entrambi nella forma di estese strutture burocratiche gerarchizzate, ramificate in ogni ambito sociale, sia nella produzione che nel consumo. Ciò ha determinato da una parte una concentrazione di potere senza precedenti e svincolata ormai dalla proprietà, e dall’altra il culmine del macchinismo, cioè l’applicazione dell’automazione e dell’informatica sia al lavoro manuale che a quello intellettuale.

Tale forma di capitalismo è quanto di più prossimo al comunismo il capitalismo stesso possa produrre. Infatti, se oltre l’estendersi dei servizi alla persona e dei servizi al consumo, consideriamo l’espansione dei servizi alla produzione (ricerca, amministrazione) e la diffusione dell’automazione, si giunge a quella caratteristica ripartizione del lavoro che nelle società moderne vede l’accrescimento su scala gigantesca del lavoro (produttivo) indiretto, la cosiddetta terziarizzazione del lavoro. Ciò significa che sul piano materiale il capitale ha ridotto l’alienazione naturale ad un minimo poiché, trasformando il lavoro prima prevalentemente manuale in lavoro intellettuale e di cura, lo ha umanizzato. Mentre sul piano dei rapporti sociali, cioè dell’alienazione sociale, è già stata eliminata di fatto la proprietà come potere di gestione, e ridotta la borghesia a classe puramente parassitaria, in quanto strato sociale che appare semplice percettore di profitto. E’ ora sufficiente per determinare il passaggio al comunismo eliminare il potere puramente formale dei vertici burocratici, che si limita a gestire unicamente alchimie finanziarie per lo più truffaldine, mentre non dirige più un processo

produttivo di fatto autogestito dai produttori (e che comunque non potrebbe essere diretto dal vertice data la sua complessità), ma che solo amministra se stesso. Si tratta solo di operare organizzativamente una ridistribuzione del potere lungo le

catene gerarchiche, trasformandole così in reti puramente funzionali, atto che rappresenta il dissolvimento del potere concentrato e la nascita di quello diffuso, ultimo passo verso l’eliminazione di un capitalismo ormai esangue.

In sintesi, l’abolizione dell’alienazione naturale, cioè il livello di accumulazione e il grado di umanizzazione del lavoro necessari al comunismo sono evidentemente già raggiunti, almeno nelle aree sviluppate, e probabilmente già superato ampiamente. Inoltre il capitale ha già prodotto le strutture necessarie per l’autogestione della produzione da parte dei produttori, cioè le condizioni per il superamento dell’alienazione sociale, in cui gli individui si riappropriano non solo dei

mezzi di produzione, ma anche dei propri bisogni, che saranno diversi da quelli attuali, in forme che già ora iniziano a manifestarsi. Pertanto un ulteriore sviluppo del capitale è ora sicuramente di tipo degenerativo, e finalizzato a prolungare

all’infinito la sua agonia. E tale è anche il carattere delle forze produttive che esso può generare in in questa fase agonica.

 

V.B.

 

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PERCORSI DI LOTTA

 

CONVEGNO A BUSSOLENO IL 18.2

 

Durante il periodo olimpico, e precisamente dal 16 al 19 febbraio, si è svolto tra la Valsusa e Torino un forum sul T.A.V., caratterizzato da diverse iniziative di informazione e dibattito e che ha avuto a detta degli organizzatori una consistente partecipazione.

Particolarmente interessante a nostro parere è stato il convegno di sabato 18 febbraio a Bussoleno, organizzato dal CSOA Askatasuna e dal locale Comitato di Lotta Popolare. Ad esso è convenuta, possiamo dire, l’”ala sinistra” del movimento, che sostiene l’opposizione al TAV in un’ottica più ampia di quanto purtroppo non facciano altre componenti.

La prima parte del convegno è stata dedicata alla proiezione del video “La valle che resiste”, a cura dei due raggruppamenti organizzatori, ottimo resoconto della vicenda nei suoi aspetti più concreti di lotta: dalla formazione dei primi nuclei di opposizione al progetto (nel 1991 secondo il resoconto di Nicoletta Dosio), alle azioni di protesta susseguitesi negli ultimi anni sino alla fase più calda dello

scorso autunno, inaugurata dalla “battaglia del Seghino” del 31 ottobre. Vedendo il filmato si comprende come quello che oggi è una realtà, ovvero il coivolgimento diretto di migliaia di abitanti della valle, sia maturato negli anni grazie a un lavoro di informazione e sensibilizzazione portato avanti da una minoranza di militanti con gli strumenti più diversi. Inoltre si può dire che i momenti in cui il movimento ha avuto i suoi “salti di qualità”, attirando nuove energie, sono stati quelli in cui l’opposizione al progetto è divenuta realtà concreta attraverso le manifestazioni e il blocco dei lavori, in diretta contrapposizione con il braccio armato dello stato, ovvero le forze dell’ordine, teso ad imporre gli interessi dei grandi capitali da esso rappresentati.

Alla proiezione è seguito un lungo e intenso dibattito che ha visto susseguirsi alcuni dei protagonisti della lotta, alcuni “ospiti” come il segretario della FIOM di Torino, due rappresentanti di Colombia e Paesi Baschi, che hanno illustrato la situazione di lotta sociale nei loro rispettivi paesi, infine compagni esponenti di varie realtà italiane impegnate nell’opposizione a progetti simili al TAV, dal Mose di Venezia, a Firenze, a Roma.

Crediamo sia molto importante il fatto che sia tenuto questo appuntamento, poiché l’unione delle lotte nei confronti del grande capitale è una cosa fondamentale per il loro successo.

Senza presunzione, cerchiamo tuttavia di individuare i punti su cui le avanguardie più coscienti possono a nostro avviso lavorare per migliorare la loro azione politica, senza la quale il movimento è destinato rapidamente a rifluire (questo tema sarà comunque oggetto di approfondimenti).

1. In Valsusa, continuare a promuovere le iniziative di partecipazione diretta della popolazione alla lotta, avendo però cura che un numero sempre maggiore di persone divengano consapevoli che questa singola azione pratica deve essere parte di un’azione continua contro le radici dei problemi di tutta la società, ovvero il sistema capitalistico odierno.

2. Guardarsi dal tentativo delle varie forze istituzionali e politiche di condizionare il movimento, prima e dopo la campagna elettorale, riuscendo se possibile a far si che sia il movimento con le sue forme di organizzazione autonoma a condizionare le istituzioni.

3. Basarsi sull’esperienza della lotta in Valsusa per coinvolgere, su altri obiettivi unificanti, la popolazione dei centri urbani, possibilmente grandi (è recente il movimento della banlieue parigina).

In questo senso pensiamo che alcune peculiarità della valle, come la tradizione di lotta e il tessuto sociale compatto, abbiano reso più facile il compito, tuttavia si può tentare di ricostruire questi elementi anche altrove.

Per parte nostra da Torino e a Torino, dove per lo più operiamo, cercheremo per quelle che sono le forze in campo di spingere avanti questa lotta nei sensi indicati. Una proposta è quella di costituire momenti di coordinamento tra i compagni che operano nelle situazioni di malcontento popolare dovuto alle speculazioni edilizie e ai conseguenti danni ambientali. Segue il testo di un volantino di denuncia che sta circolando a questo proposito.

G. C., M. D.

 

 

VANDALI E CRIMINALI A TORINO!

L’opposizione al TAV in Valsusa ha permesso di smascherare la scandalosa speculazione perpetrata dalla lobby del treno ad altà velocità. Ma altrettanto se non peggio si sta svolgendo sotto i nostri occhi: il saccheggio di Torino, dove le Grandi Opere si chiamano passante ferroviario, lottizzazione delle aree industriali dismesse, parcheggi sotterranei, Olimpiadi. Tutte queste opere presentano almeno una di queste due caratteristiche:

-.cementificazione della città, congestione del traffico e conseguente peggioramento del già elevatissimo livello di inquinamento (per cui la vita media dei “fortunati” che abitano in collina è superiore di quattro o cinque anni a quella di chi vive in città).

- decisioni prese sulla testa della gente e spesso ignorandone arrogantemente le proteste, per costruzioni per lo più inutili e dannose, mentre è certo il guadagno delle imprese appaltatrici, e degli speculatori immobiliari. Un caso emblematico, che riassume tutti gli altri, è l’urbanizzazione delle aree ex-industriali, dove si è colpevolmente persa un’occasione, unica in Italia e forse in Europa, di trasformare Torino in Città Giardino, valorizzandola tutta, esteticamente e come ambiente, ed anche come valore medio di tutti gli immobili. E ciò in una città dove è gravissima la carenza di aree verdi, unica vera maniera di combattere l’inquinamento. Sarebbe bastato varare un piano regolatore adeguato, cosa scontata da attendersi non solo da un’amministrazione di sinistra ma semplicemente da una cui stesse a cuore il benessere dei cittadini. Invece, ancora una volta si è chinato il capo di fronte agli interessi della FIAT, principale proprietario delle aree edificabili. A tale scopo si è adottato il principio che il governo del territorio deve essere gestito mediante “atti negoziali”, cioè in accordo con la proprietà, abolendo di fatto il piano regolatore, e abbandonando Torino nelle mani della speculazione. Così la FIAT ha potuto saccheggiare ancora una volta la nostra città. L’amministrazione di sinistra ha adottato una prassi inaugurata dall’amministrazione di destra che governa Milano, anticipando così entrambi l’applicazione del disegno di legge Lupi, prima ancora che venisse approvato. Tale legge prescrive in sostanza che i progetti pubblici e privati non sono tenuti a uniformarsi al piano regolatore, ma al contrario è questo che deve adeguarsi ai progetti. Si conferma che la rendita è il motore dell’economia, e assorbe tutti gli investimenti che sarebbe necessario indirizzare in altri settori, ad esempio ricerca e spese sociali. La rendita è un potere economico regressivo e criminale, ancor più per il fatto che è lì che la mafia investe i suoi capitali (vedi fenomeno Berlusconi). E’ importante che i cittadini e tutti coloro che non vogliono continuare a subire questi scempi si riuniscano e si organizzino per una protesta attiva e diretta, per decidere loro stessi dove e come utilizzare le risorse e gli spazi pubblici.

 

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ESSERE ANTIFASCISTI OGGI

Il fascismo del XXI secolo è mutato nelle forme ma contamina delle sue costanti di sopraffazione, di autoritarismo, di esercizio violento del potere le strutture del controllo-dominio sociale, contribuendo alla forma moderna di potere della “democrazia autoritaria”. Saluto romano e gagliardetti sono un aspetto residuale, importante nelle dinamiche identitarie giovanili di settori minoritari della piccola borghesia e di sottoproletariato urbano. Di converso la sinistra istituzionale, e da tempo, ha dapprima diluita e poi rinnegata la propria identità antisistema, non solo nei simboli ma nella pratica politica. Da qui partendo l’antifascismo deve ritornare ad una rinnovata presenza politica nel sociale reale, là fuori, piuttosto che privilegiare la dimensione virtuale dei blog, dei dibattiti autoreferenziali fra i soliti addetti ai lavori. Ed il reale sociale non è neppure la manifestazione, hard o soft, contro i fasci, affrontamento più o meno spettacolare in una sorta di guerra fra bande. Dopo gli scontri, i feriti, gli arresti e le denunce, si dovrebbe pur fare il bilancio degli obiettivi posti, fra quelli raggiunti e quelli falliti. Non si pone qui in discussione l’uso politico della violenza, della autodifesa, quanto il non uso talvolta della intelligenza politica, per cui oltre essere mazziati si deve pure subire la scontata criminalizzazione dei media. L’antifascismo deve darsi una strategia politica che il fascismo invece, residuale o geneticamente modificato, invece ha, o meglio alla quale è organicamente inserito: il neoliberismo autoritario. Il posizionamento dell’area fascista è infatti interno all’area culturale reazionaria (dal fondamentalismo al razzismo, al sessismo) ma soprattutto al capitalismo neoliberista nella versione imperialista attuale, di predazione pura con le guerre, militari e sociali. Ricordiamo che le basi USA in Italia, servite per le aggressioni in Yugoslavia e Medio Oriente, sono stati campi di addestramento per neofascisti e servizi segreti (deviati?) italiani in funzione anticomunista. Ricordiamo il ruolo storico che il fascismo ha avuto nell’attaccare le organizzazioni di classe per sostituirle con il corporativismo. Piuttosto che il portare ipocrite corone liberaldemocratiche ai cippi partigiani di una Resistenza tradita, piuttosto che il lamentarsi spontaneista delle botte sbirresche in piazza, nelle questure, in carcere, indaghiamo e combattiamo sul piano culturale e politico, le connessioni fra le tifoserie fasciste degli stadi, il machismo delle periferie, con i “contractors” nella guerra imperialista di predazione in Iraq, con i corpi di sorveglianza privata, le polizie parallele, i reparti armati della repressione. Ricordiamoci ad esempio dei saluti romani, degli slogan, delle botte dei poliziotti, finanzieri, guardie di custodia (mancava solo l’olio di ricino…) a Genova nel 2001 con il governo di sinistra. E la chiamano democrazia...

Il fascismo è stato anche accettato a livello istituzionale, in Italia come nel resto d’Europa, tanto da far parte di coalizioni di governo. Mentre a livello istituzionale i “comunisti” tirano a cambiare di nome e si affollano sulla barca liberaldemocratica, e mentre gli ex (?) fascisti già sono al governo, quelli che sfilano in camicia nera gridando “Duce Duce” si sono imbarcati nel centrodestra. Magari non tutti saranno così “presentabili” da poterli candidare alle elezioni, ma sicuramente non vengono ignorati. Hanno bisogno anche di loro, fascisti vecchi e nuovi! L’avanzare della crisi fa aleggiare per lor signori lo spettro del comunismo, la forza potenziale dei lavoratori, degli esclusi e degli emarginati. Per il sistema capitalista occorrono non soltanto leggi repressive per la sicurezza ma anche la messa fuori legge delle organizzazioni comuniste, delle aggregazioni antagoniste. E i fascisti servono ancora, per provocare, per fare la bassa manovalanza di una rinnovata strategia della tensione. La situazione è grave, centro destra o centro sinistra al governo, occorre riprendere la strada dell’intervento nel sociale. Comunicare, a partire dalla memoria storica novecentesca dell’antifascismo, della Resistenza e delle lotte nel secondo dopoguerra. I comunisti si trovano di fronte gli stessi nemici, la borghesia imperialista ed il fascismo come suo guardaspalle. Averne coscienza è il primo passo per la ripresa di una progettualità comunista rivoluzionaria.

GARIN

 

 

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CORTEO CONTRO IL TERZO VALICO DA SERRAVALLE AD ARQUATA SCRIVIA

Nel mese di aprile il movimento No-Tav ha vissuto un importante momento in occasione della manifestazione di sabato 22 aprile contro il Terzo Valico, ovvero il progetto di tratta ad alta velocità tra Genova e Tortona. Si è svolto un numeroso corteo tra i comuni di Serravalle e Arquata Scrivia, in provincia di Alessandria, le zone interessate agli eventuali lavori; questi ultimi comporterebbero l’attraversamento dell’Appennino con 39 km di gallerie, e una spesa presunta di circa 5 miliardi di euro.

Da Torino, il neonato Comitato Autogestito contro il Tav e tutte le nocività ha aderito all’iniziativa e distribuito un volantino, di cui riportiamo alcune parti.

Siamo alla viglia dell’anniversario dell’insurrezione che il 25 aprile del 1945 sconfisse i nazifascisti, ponendo fine alla guerra, all’occupazione militare e alla dittatura di Mussolini.

Quel che ci resta di quell’epoca dura ma esaltante è che la libertà non si mendica ma si prende. 

Lo scorso inverno la rivolta della Valsusa ha fermato le ruspe del TAV, un’opera inutile, dannosa e costosa, un’opera che servirà agli interessi di pochi devastando e saccheggiando l’ambiente, la salute e la libertà di tutti. Da allora un vento di ribellione e di solidarietà ha cominciato a soffiare. Le popolazioni in lotta contro le grandi opere, contro la devastazione ambientale, contro l’imposizione dall’alto di scelte non condivise hanno cominciato a mettersi in rete.

Sempre più fitte sono le relazioni solidali dal basso: qui si radica un agire politico e sociale che punta sulla giustizia sociale contro le favole amare di chi sostiene che la concorrenza è meglio della cooperazione, il liberismo sfrenato preferibile al mutuo appoggio.

Oggi la lotta contro il TAV entra nel vivo anche in Valle Scrivia dove, dopo la ratifica da parte del CIPE, il cosiddetto Terzo Valico dovrebbe entrare nella fase operativa. Anche qui le popolazioni locali non sono state consultate, anche qui si annunciano devastazioni per l’ambiente, spreco di denaro pubblico e danni alla salutedi tutti.

Le linee ferroviarie esistenti sono ben lungi dal saturare la propria capacità di trasporto e, con poche migliorie, potrebbero garantire un servizio adeguato senza sperpero di risorse.

Quella del Terzo Valico è una storia simile a tante nella penisola, una storia emblematica del realescopo delle grandi opere: drenare denaro pubblico per interessi privati, con la benevola connivenza del potere politico. Tutti quelli che hanno messo le mani su questo progetto, sin dai primi anni’90, sono finiti sotto inchiesta e sono sfuggiti al giudizio grazie alla legge ex Cirielli.

Tra loro anche Marcellino Gavio, patron della logistica tortonese, sponsor di una linea diretta tra i propri piazzali e il porto di Genova.

A proposito: sapete chi ha raccomandato un certo architetto Virano alla direzione dell’Anas? Sempre lui, Marcellino Gavio.

Per chi non lo sapesse Virano è stato posto alla guida della commissione tecnica che dovrebbe affiancare il mai aperto tavolo politico sulla linea TAV Torino-Lione, quella della Valsusa. Prima di andare all’Anas Virano era stato l’uomo immagine della Sitaf, la società che ha costruito e oggi gestisce l’autostrada del Frejus che attraversa la Valsusa.

L’osservatorio presieduto da Virano è il cavallo di troia del TAV in Valsusa. La lobby tavista, dopo aver tentato con gli uomini in blu, prova con quelli in grigio. Alla politica del manganello si sostituisce quella del marketing. Oggi i signoridel TAV puntano su uno specialista delle pubbliche relazioni, dopo aver fallito il tentativo di chiudere rapidamente la partita mettendola in mano agli specialisti dell’ordine pubblico.

La lobby delle grandi opere è una lobby bipartisan in cui a spartirsi la torta ci sono gli amici degli amici della destra e della sinistra. La solidarietà concreta tra le popolazioni in lotta può fermare lo scempio, mettere in difficoltà chi tentadi lucrare sulla pelle di tutti.

L’importante è non farsi illusioni, non credere che la politica di palazzo possa cambiare di segno solo perchè cambiano le facce sulla poltrone. Il TAV era nel programma del centro-destra ed è nel programma del centro-sinistra.

Quella del TAV non è solo una partita sull’ambiente ma è anche una battaglia politica, economica e culturale in cui è in ballo il destino di migliaia di persone che, di fronte alla “fretta” della globalizzazione, non sono che piccoli ostacoli lungo il corridoio in cui correrà un treno inutile, mentre il trasporto pubblico, quello destinato alle persone, è abbandonato all’incuria criminale di chi pensa al profitto e non alla sicurezza di chi viaggia.

Comitato Autogestito contro il TAV e tutte le nocività di Torino e Caselle

mail: notav_autogestione@yahoo.it

 

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CORTEI A TORINO E MILANO CONTRO LA REPRESSIONE

Recentemente il settimanale anarchico Umanità Nova ha pubblicato uno speciale di otto pagine dal titolo “L’altra faccia della guerra: repressione, leggi speciali, carcere”, di cui è molto consigliabile la lettura perché spiega bene le dinamiche con cui le istituzioni statali si avvalgono del potere giudiziario per opporsi alle spinte che mettono in discussione l’ordinamento capitalistico della società.

Dopo un editoriale di carattere generale, si analizza la repressione nei confronti degli stili di vita “alternativi”, degli immigrati, dei lavoratori salariati; il ruolo dei mass-media, l’uso della tortura, la vita quotidiana nelle carceri. Poi ci si sofferma sull’analisi della situazione del Piemonte (di Torino in particolare) e della città di Bologna.

Infine, un articolo si sofferma sul tipo di leggi che vengono utilizzate per criminalizzare le manifestazioni di dissenso. Intanto, dal punto di vista della quantità, stupisce il dato di circa 10000 persone attualmente inquisite in Italia per aver preso parte a lotte sociali e politiche: scioperi illegali, rivolte nei CPT, blocchi stradali per la tutela dell’ambiente e della salute, occupazioni di case, autoriduzioni di bollette e biglietti, proteste contro l’invadenza clericale, picchetti contro la precarietà, manifestazioni antifasciste, antiproibizioniste, antinucleari etc.

Da un punto di vista della qualità del reato, spesso si tende a ricorrere a capi di imputazione piuttosto ampi, per colpire anche soggetti che non hanno fatto nulla, in base ad una finalità politica che va oltre i singoli fatti eventualmente commessi.

Soprattutto si utilizza il “reato di organizzazione”: associazione sovversiva (art. 270) e associazione finalizzata all’eversione dell’ordine democratico (art. 270bis).

Oggi la magistratura cerca di passare all’utilizzo di un “reato di piazza”, la devastazione e saccheggio (art. 419), che può colpire in teoria tutti i soggetti partecipanti ad una manifestazione di piazza, indipendentemente dal fatto che abbiano commesso specifiche condotte di danneggiamento o furto avvenute durante la manifestazione stessa.

Il primo esperimento di applicazione di questo reato è quello della manifestazione antifascista di Torino del 18 giugno 2005 (circa un anno fa), per aver partecipato alla quale dieci antifascisti torinesi sono stati arrestati e attualmente sono sotto processo. Successivamente, lo stesso strumento è stato usato per incriminare gli arrestati della manifestazione antifascista dell’11 marzo 2006 a Milano, e si attende che colpisca anche alcune decine di attivisti No-Tav che l’8 dicembre 2005 hanno ripreso il presidio di Venaus in Valsusa dopo che questo era stato sgomberato con la violenza dalla polizia.

Il criterio di fondo con il quale le istituzioni bollano o meno come illegale un’azione politica è se questa mette in difficoltà la gestione dell’ordinamento capitalistico, definito democratico ma che in realtà non lo è affatto.

Per impedire che questo meccanismo si dispieghi in maniera brutale, rendendo sempre più angusti gli spazi per un’azione rivoluzionaria, occorre da una parte un’attività di propaganda volta a smascherarlo, dall’altra un’attività di sensibilizzazione e mobilitazione in solidarietà di chi viene colpito dalle accuse, in modo che l’applicazione di tali leggi ingiuste venga costantemente messa in discussione, quando non diventi un boomerang per le istituzioni stesse. Da questo punto di vista, il movimento No-Tav ha sinora mostrato grande maturità politica schierandosi apertamente in supporto di tutti coloro che sinora sono stati inquisiti per aver difeso la Valsusa.

In questo mese di giugno 2006 vi sono due scadenze nazionali importantissime in quest’ambito: il corteo contro la repressione del 10 giugno a Torino, in difesa dei compagni sotto processo per i fatti dell’anno scorso, e quello per la liberazione degli antifascisti arrestati a Milano l’11 marzo. Una vasta partecipazione ad entrambi è l’occasione per un sostegno concreto ad una lotta in corso e per la crescita di una coscienza politica diffusa.

TORINO, SABATO 10 GIUGNO
 CONCENTRAMENTO ORE 15 A PORTA SUSA

MILANO, SABATO 17 GIUGNO
 CONCENTRAMENTO ORE 15 IN PIAZZA DUOMO

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L’ANTIFASCISMO E’ PARTE DELLA LOTTA AL CAPITALISMO

Dagli scontri dell’11 marzo a Milano fra compagni e polizia, utilizzati per criminalizzare i “violenti comunisti” (si era in campagna elettorale), il dibattito sul senso da dare all’antifascismo militante è stato dapprima intriso di ipocrisia, di irenismo, di isterismo, per finire oggi in una rimozione completa.

Nella sinistra, anche e soprattutto quella “radicale”, l’allontanamento dall’esperienza storica e ideologica rivoluzionarie era già avvenuto: si vedano nel 2003 le affermazioni di Bertinotti a Venezia sulla fine della cultura politica novecentesca, in realtà la fine del marxismo e del concetto stesso di processo rivoluzionario. Si dispiega in quel frangente il dibattito su “violenza e non violenza” che tira in ballo etica e metodi di lotta politica, e qui l’intero sistema politico istituzionale inizia a portare, a livello mediatico, dunque di massa, una operazione culturale politica ben precisa. Con una campagna martellante si bolla con il termine di terrorismo la prassi della resistenza all’attacco imperialista in Iraq, si definiscono violenti gli operai dei picchetti, si bolla come prosa delirante il definire, da parte nostra, l’attuale sistema come regime democratico autoritario e il modo di produzione capitalista come struttura di estorsione di profitto e di dominio sociale.

Tutto questo avviene mentre la repressione istituzionale cerca di chiudere spazi di presenza antagonista nel sociale e mentre i neofascisti attaccano compagni e sedi di movimento ma anche di partiti presenti in parlamento. Avviene mentre si beatifica il ruolo dei soldati e dei mercenari italiani “portatori di pace e di democrazia”; dopo aver percepito per l’incomodo indennità favolose, ai soldati morti vengono riservati funerali di stato e la proclamazione ad eroi. Sul fronte interno, nell’edilizia ad esempio, i frequenti morti sul lavoro sono considerati semmai degli sbadati, nessun vescovo recita omelie al funerale e le vedove non sono risarcite dalla patria…

In questo scenario, mediatico ma anche di episodi concreti, di crescita della cultura di destra e fascista (dal combattere per il successo individuale alla cultura della sopraffazione violenta, del razzismo e del sessismo) la sedicente sinistra che cosa fa? Episodi recenti: sassaiola contro una sede dei Comunisti Italiani a Cuorgnè durante un’assemblea sul referendum a difesa della Costituzione; compagni che portano, per il 25 aprile, fiori rossi alle lapidi dei partigiani nel quartiere torinese di Vanchiglia e sono insultati da alcuni giovani. La risposta è stata di “non raccogliere la provocazione”…C’è da dire che in entrambi i casi i fatti sono avvenuti in zone di composizione sociale proletaria, un tempo comunista.

Qui il ragionare impone il ritorno ai fatti milanesi di marzo ed alla latitanza della sinistra istituzionale a quella manifestazione contro Fiamma Tricolore. Tale sinistra già non aveva denunciato, se non per fini elettorali, la presenza di fascisti, nazisti, razzisti a sostegno delle liste di centro-destra. Da anni i nostri “sinistri” non raccolgono “provocazioni” ed in questo seguono l’esempio sciagurato dei socialisti e della CGIL negli anni 20 del novecento di fronte allo squadrismo fascista. A parte eroici episodi di resistenza popolare autorganizzata non ci fu risposta,  ci si volle affidare alle guardie regie con gli esiti che tutti conosciamo. Da anni l’antifascismo è stato ridotto , anche da parte “comunista” a formali e retoriche commemorazioni staccando tale esperienza dalle motivazioni storiche e sociali che lo determinarono, tanto che Violante, ma non solo, ebbe a definire la lotta partigiana contro fascisti e nazisti come contrapposizione di giovani con ideali diversi…

Si cancella così oggi un conflitto politico, di classe, con una irenizzazione, una pacificazione che confonde aggressori con aggrediti, torturatori con torturati, sfruttatori con sfruttati.

La confusione è grande se alla Crocetta e nella collina torinese alle prove elettorali vince il centro sinistra mentre nei tradizionali quartieri operai, comunque proletari, vince il centro destra. E perché nelle periferie aumenta la presenza aggressiva dei fascisti, perché le tifoserie calcistiche sono diventate quasi tutte fasciste se non naziste? Forse che il fascismo viene percepito come difensore , espressione dei bisogni della “gente”? Certamente no, come da qualche tempo negli USA, capofila mondiale delle trasformazioni economiche, politiche e sociali, una sapiente campagna mediatica della destra neocon ha saputo incanalare la insoddisfazione, la rabbia antisistema, forma prepolitica dei bisogni, delle tensioni all’interno della società capitalista, contro la sinistra liberal. Questa sinistra viene oggi percepita come incolore alternanza interna di sistema, tale infatti il ruolo della liberaldemocrazia (da Clinton, a Blair, a D’Alema e Bertinotti) nel passaggio di testimone nella corsa al governo, governo per conto del sistema capitalista.

Come stupirsi dunque se dopo tanta predicazione di opportunità di successo nelle dinamiche del progresso illimitato, di liberalizzazione dei diritti individuali (purchè compatibili al sistema…), di rimozione del conflitto di classe anche da “sinistra”, una parte consistente di proletariato scelga, creda di scegliere, di essere CONTRO il sistema, attivandosi in una cultura di destra estrema. Cresce e si allarga, non adeguatamente contrastata, una cultura, sub cultura, che da una lato fornisce mercenari, sbirri e quant’altro alla repressione militare (internazionale sul fronte delle guerre imperialiste e interna sul piano del conflitto sociale), dall’altro crea una fascia di contenimento, reazionario, fascista (attivo e presente quasi ovunque nel sociale) alla possibile ripresa di un movimento, di un processo rivoluzionario. E’ il ruolo storicamente sempre ricoperto dal fascismo!

Avendo sdoganato fascisti e postfascisti, Berlusconi può oggi appellarsi minaccioso “alla piazza”, e il populismo, l’autoritarismo possono così ritornare , se necessario, all’uso reazionario della violenza fascista. Il “sinistro” Prodi, molto bipartisan, tace. 

Il ragionare si chiude dove era iniziato: nella stagnazione della crisi, nelle contraddizioni delle dinamiche capitaliste, tanto interne quanto a livello di imperialismo europeo e più in generale della contesa imperialista, si aprono spazi di intervento, di aggregazione, di accumulo di forza sociale da parte dei comunisti. Non bastano lo studio e le analisi, ne deve discendere una sintesi di intervento, una prassi organizzativa militante, che diano senso rivoluzionario, qui ed ora, ad un rinnovato movimento comunista, internazionalista.

L’antifascismo deve essere parte essenziale del processo rivoluzionario contro il capitalismo, contro l’imperialismo. Purtroppo, nella fase odierna, manca ancora alla classe, ai proletari, una progettualità, un progetto rivoluzionario, al quale riferire la risposta, la resistenza militante antifascista. Senza una strategia anche l’impegno militante più generoso si riduce a testimonianza e di converso, senza prassi ed intervento nel sociale, il parlare e il progettare di comunismo rimane qualcosa di sterile e negativo per i comunisti: in entrambi i casi restano tutt’al più alibi consolatori.

GARIN

 

 

 

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TAV E INCIDENTI FERROVIARI IN VALSUSA

Mentre lo stato italiano sarebbe disposto a buttare miliardi di euro nella speculazione del Treno ad Alta Velocità, nuovi episodi documentano drammaticamente la situazione di scarsa manutenzione e sicurezza delle linee ordinarie. Lo scorso 11 maggio un operaio croato è morto nel tentativo di salvarsi dallo schianto su un treno partito da Bardonecchia e impossibilitato a frenare. Seguono alcuni brani della lettera in cui un ferroviere spiega dinamiche e retroscena della tragedia ad una compagna del Comitato Anti-TAV di Torino e Caselle.

Cara Maria,

(…) Pare che il convoglio (partito da Bardonecchia e schiantatosi a Chiomonte, NdR) fosse guidato da un dipendente della ditta appaltatrice, che probabilmente non avrebbe potuto guidarlo fuori dall’ambito della stazione, senza la presenza di un macchinista FS (che non c’era). L’ipotesi più plausibile è che il locomotore sia stato agganciato ai carri senza collegare la condotta del freno, per cui il locomotore, in questo caso, frena se stesso ma non i carri trainati; quindi in discesa il peso dei cari trainati ha spinto il locomotore, che non poteva assolutamente fermarli.

L’operaio ha telefonato alla polfer per segnalare il fatto, ma non c’era nessuna possibilità di fermare il treno, se non deviandolo su un binario morto, ma provocando un disastro; il convoglio è transitato da Salbrertrand ad altissima velocità, e l’operaio invano gesticolava; poi si è lanciato ma è andato a sbattere contro un ferro morendo sul colpo; il convoglio è deragliato a Chiomonte.

Come ti dicevo, non vi sono possibilità di fermare un treno che “scappa”.

(...) Ti ricordo che l’anno scorso da Paola partì un locomotore di una ditta appaltatrice in direzione Salerno; era stato lasciato incustodito, ma non frenato o poco frenato; ebbene l’unica cosa che si poté fare allora fu di sgombrargli il cammino fino ad una pendenza in salita, quando rallentò e fu forse agganciato o bloccato, dopo aver percorso oltre 100 km. Cosa impossibile sulla tratta dell’Alta valle Susa.

A febbraio una cosa analoga è accaduta tra Ragusa e Comiso, quando il locomotore di una ditta appaltatrice, con sei vagoni agganciati, parcheggiato in una stazioncina alla fine dei lavori giornalieri, è “partito” in discesa è ha percorso 6 km e mezzo in discesa prima di buttarsi a tutta velocità in una scarpata.

C’è una questione di ditte appaltatrici a monte di tutto; ditte che impongono sistemi di lavoro al di fuori delle norme, dove regnano i ricatti, la fretta, la considerazione che le norme di sicurezza siano un ostacolo all’attività; ditte che contano un grandissimo numero di incidenti, con morti e feriti, ogni anno; che utilizzano mezzi in cattivo stato, per realizzare il massimo di profitti con il minimo di spesa, o per giustificare appalti presi con ribassi troppo esagerati. C’è una questione di esternalizzazione dei servizi e di scarico delle responsabilità dalle FS a padroncini e grossi appaltatori privati.

Naturalmente potete utilizzare queste informazioni come meglio riterrete; se dovete citare una fonte, parlate di compagni ferrovieri della Cub trasporti.

(lettera firmata)

 

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AGGIORNAMENTO NO-TAV

Ecco alcune delle tappe della battaglia No-Tav negli ultimi giorni di giugno.

Lunedi 26 – LANSLEBOURG (FRANCIA)

Il consiglio municipale di Lanslebourg Mont Cenis, dopo un lungo, acceso e articolato dibattito respinge all’unanimità la richiesta di LTF di utilizzare la Carrière du Paradis al Moncenisio quale deposito di 6 milioni di metri cubi di smarino estratto dal tunnel di base della linea Torino-Lione.

Martedi 27 – VILLARDORA

Assemblea del movimento (circa 120 partecipanti) che verte essenzialmente su due aspetti:

a. Saldatura della lotta No-Tav al movimento No-Tir. Nel corso dell’assemblea esponenti dell’associazione “Montagna Nostra” illustrano il paventato progetto di raddoppio del tunnel autostradale del Frejus. Anche madama Bresso, presidente della Regione Piemonte, aveva indicato il raddoppio del Frejus come alternativa al TAV, probabilmente per dividere i valsusini, ma il risultato da lei raggiunto è stato di accelerare il coordinamento tra chi si oppone al TAV e chi si oppone alla galleria del Frejus, con l’aggiunta della richiesta di contingentamento per i tir che attraversano la Valsusa! Il 22 luglio si terrà una manifestazione a Bardonecchia per sancire l’unità della lotta.

b. Aggiornamento su quanto avvenuto a Bruxelles presso la commissione europea, dove le rivendicazioni dei No-Tav sono state ascoltate, e in generale sulla situazione “istituzionale”.

Emerge l’esigenza che il presidente della Comunità Montana della Bassa Valsusa, Antonio Ferrentino, dispensi meno interviste ai quotidiani e comunichi con più puntualità con il movimento.

Mercoledi 28 e giovedi 29

A Torino e Bussoleno, iniziativa di collegamento tra no-tav, ferrovieri e lavoratori pendolari (vedi volantino a pag.11)

Giovedi 29 – ROMA

Seconda riunione del fantomatico “tavolo politico”, la prima con gli esponenti del governo Prodi, dopo la tesa seduta del 10 dicembre scorso con i ministri di centro-destra.

Quello che ha colpito è la discrepanza tra il resoconto di Ferrentino pubblicato sul sito notav.it (forse gli sono giunte voci su quanto richiesto dall’assemblea di Villardora) e quanto riportato dai quotidiani del 30 giugno. Mentre infatti il primo afferma che la riunione è stata un successo, che il TAV Torino-Lione è uscito dalla legge Obiettivo e che l’opzione zero* verrà seriamente valutata, tutti i giornali dicono che il TAV si farà, solo con una dilazione dei tempi.

Una spiegazione dell’ottimismo tavista ostentato dal governo italiano è che esso punti a ricevere comunque i finanziamenti dall’Unione Europea necessari ad avviare l’opera, riservandosi nel frattempo di operare una serie di tentativi per “convincere” gli abitanti della Valsusa. Chi ha seguito direttamente le ultime assemblee in Valle, tuttavia, può verificare che l’insieme dei comitati No-Tav, pur non avendo lo stesso slancio e la stessa coesione organizzativa che c’era lo scorso autunno, sono preparati ad affrontare senza fare sconti i giochetti diplomatici del governo di centro-sinistra. L’esperienza di questo movimento continua ad essere un prezioso esempio di autorganizzazione di massa, e un importante terreno di intervento per i comunisti.

* l’opzione zero è la non realizzazione del TAV, e l’ammodernamento della linea ferroviaria esistente.

 

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LIBERTA’ PER GLI ANTIFASCISTI MILANESI!

Il mese di giugno ha visto lo svolgersi di due cortei contro la repressione, rispettivamente il 10 giugno a Torino e il 17 a Milano. Entrambi nascevano dall’esigenza di protestare contro il ten­tativo condotto dalla magistratura di criminalizzare le manifestazioni antifasciste attraverso l’utilizzo del reato di devastazione e saccheggio, che prevede pene severissime (da 8 a 15 anni di carcere). I fatti in oggetto sono la manifestazione antifascista del 18 giugno 2005 a Torino e quella dell’11 marzo a Milano, durante le quali le cariche della polizia hanno determinato la reazione dei manifestanti e danneggiamenti a stabili e auto presenti nelle vicinanze. Per questa vicenda 10 compagni torinesi e 29 milanesi sono ora sotto processo. Nel bollettino di maggio ho già spiegato per esteso le ragioni per cui questi processi sono processi alle lotte di chi vuole un mondo migliore, e non certo a “devastatori”; tant’è che prima d’ora il reato di devastazione e saccheggio era stato contestato solo ai responsabili del disastro della diga del Vajont (3500 morti!), che peraltro furono prosciolti. In questa sede mi limito ad aggiungere qualche informazione. A Torino l’udienza preliminare, svoltasi il 27 giugno al Tribunale di corso Vittorio Emanuele, si è conclusa con un rinvio del dibattimento al 2 ottobre. Pertanto l’attenzione si è incentrata sui fatti di Milano, dove l’udienza preliminare a porte chiu­se, svoltasi il 28 giugno, ha sancito lo svolgimento del rito abbreviato nei giorni 10 e 11 luglio, con sentenza il 14 o il 19. Una cosa da segnalare è che a Milano la vicenda di questi ragazzi (ricordo che 25 su 29 di essi sono in carcere da quasi quattro mesi) è diventata di grande rilievo in tutti gli ambienti della sinistra non istituzionale e dei centri sociali; è stato fatto un costante lavoro di propaganda per mobilitare l’opinione pubblica e condizionare il più possibile l’esito della vicenda. Il partecipatissimo corteo di Milano, partito da Piazza Duomo e conclusosi davanti al carcere di san Vittore, era aperto dallo striscione dei genitori degli inquisiti; infatti la mobilitazione delle varie realtà coinvolte si è costruita anche intorno ai familiari, e questo è un fatto importante. Non sono mancati gli attriti organizzativi, ad esempio sulle modalità del processo; alcuni impu­tati volevano evitare il rito abbreviato, in modo da “tirare per le lunghe” la vicenda e farne un “caso politico” della più ampia portata possibile, anche a rischio di una pena più lunga e del prolungamento della custodia cautelare di questi giorni. Invece è passata la linea del rito abbre­viato, che significa riduzione fino a un terzo della pena ma non consente di esercitare una “dife­sa a oltranza” in aula. Il 10 e 11 luglio e il giorno della sentenza vi saranno presidi davanti al tribunale di Milano, e la possibilità di seguire direttamente il processo in aula. Il 12 luglio presso il centro sociale Orso si svolgerà un’assemblea cittadina di aggiornamento della situazione. Anche a Torino, dove molti compagni seguiranno e parteciperanno alla vicenda, in vista del processo del 2 ottobre ma in generale di fronte al chiudersi degli spazi democratici si sente l’esigenza di organizzarsi in maniera trasversale e assembleare sul tema della repressione; del resto in Italia esistono organismi già strutturati (ad esempio l’ “Assemblea contro il 270bis”) che portano avanti un lavoro di analisi e di propaganda per portare a livello di massa la coscien­za del ruolo dello stato e dei suoi apparati giudiziari, garanti del potere dei pochi sulla maggio­ranza dei cittadini. Anche questo è un impegno per il futuro, ed è parte della lotta contro il capitalismo.

 

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SVILUPPI DELLA LOTTA NO-TAV

 

            La rimozione del cantiere CMC dai terreni di Venaus, avvenuta a fine giugno, ha sancito ufficialmente il rinvio del tentativo di avviare i lavori: viste le mobilitazioni degli scorsi mesi la lobby del TAV “ricomincia da zero”, provando a far passare il progetto con il coinvolgimento delle istituzioni locali, i tavoli politici, nuove valutazioni tecniche e vari giochetti diplomatici. Da un punto di vista formale infatti nella Conferenza dei Servizi, svoltasi a Torino il 1 agosto, si è definito che il TAV Torino-Lione esce dalla Legge Obiettivo; dunque si riparte da una procedura ordinaria, con tempi più lunghi e progetti da rivedere.

            Si tratta dunque in questo periodo di capitalizzare i risultati di mobilitazione ottenuti negli ultimi mesi, cercando di migliorare ed estendere il lavoro politico svolto intorno a questo tema. Alcuni avvenimenti dei mesi di luglio-agosto e altri in programma sembrano indicare che questa è la direzione già presa dal movimento No-Tav, anche se solo da settembre in avanti si vedrà se c’è continuità. Vediamo alcune tappe:

14 luglio. Si conclude a Roma dopo due settimane la marcia che, partita da Venaus il 30 giugno, ha toccato alcune città italiane coinvolte in problematiche ambientali, portando la testimonianza diretta degli attivisti No-Tav in altre situazioni simili e mettendo in collegamento le varie comunità locali.

22 luglio. Manifestazione a Bardonecchia contro il progetto di raddoppio del Frejus e per il contingentamento dei Tir che attraversano la Valsusa. Si è trattato del primo atto di un percorso che vuole entro l’autunno raggiungere l’obiettivo di ridurre da 3500 a 1500 il numero dei Tir che attraversano la Valle, la stessa cifra della Val d’Aosta. L’inquinamento dell’aria della Valle (ozono, polveri PM10), monitorato dalle centraline ARPA di Oulx e Susa, raggiunge livelli simili a quelli di Torino città, dove scattano i provvedimenti di blocco del traffico (informazioni dettagliate sul sito dell’associazione Montagna Nostra: www.montagnanostra.org).

29 luglio. Presidio davanti alle acciaierie Beltrame a San Didero. Questo stabilimento è da tempo nell’occhio del ciclone per la sua attività altamente inquinante, che danneggia sia chi ci lavora sia gli abitanti della zona circostante. Tra l’altro recentemente la Provincia lo ha autorizzato ad emettere diossine (cancerogene e teratogene) in quantità pari a numerosi inceneritori. Tutti i terreni analizzati dall’ARPA nel 2003/2004 sono risultati contaminati da PCB (PoliCloroBifenili), e nei fumi dell’acciaieria è stata trovata una quantità di PCB 20 volte maggiore del normale. Diossina e PCB sono stati trovati nel latte e nelle carni di alcuni allevamenti della zona, che rischiano di chiudere a novembre quando entrerà in vigore un regolamento europeo che impone di tenere conto anche dei PCB e non solo delle diossine. Secondo studi epidemiologici nella zona circostante le acciaierie vi sono tassi di mortalità superiori alla media regionale (informazioni dettagliate sul sito del Comitato Emissioni Zero: www.emissionizero.org).

            Una domanda già emersa, e di notevole importanza, è la seguente: le lotte per il contingentamento dei TIR o per la chiusura delle acciaierie Beltrame, come del resto quella contro il TAV, sono solo “riformiste” o rappresentano elementi di un processo di trasformazione rivoluzionaria della società? Molti compagni sono convinti della seconda ipotesi, per il carattere antiautoritario del movimento e il suo interferire negli interessi vitali dei grandi gruppi capitalistici.

            Tutte queste questioni sono state dibattute anche durante il campeggio di Venaus del 21-30 luglio, organizzato dal Csoa Askatasuna e dal Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno, che ha visto una consistente partecipazione e numerose serate informative (vi sono stati anche momenti di confronto e di dibattito su temi internazionali, come il Medio Oriente).

            A settembre, in vista della nuova Conferenza dei Servizi prevista per il 29, l’iniziativa principale è la tre giorni contro il TAV a San Gillio, a nord-ovest di Torino (vedi locandina). Si tratta di una manifestazione molto importante nell’ottica di un’estensione del movimento, poiché coinvolge comuni i cui abitanti sinora non si sono ancora mobilitati.

L’allarme è stato dato prima dell’estate dalle dichiarazioni della Bresso e di Pecoraro Scanio (già, proprio lui, il segretario dei Verdi), che hanno ventilato l’ipotesi di un avvio dei lavori per il TAV nella zona della gronda ovest (Venaria, Valdellatorre, San Gillio etc.), invece che a Venaus. In pratica, dopo la resistenza incontrata in Valle, vedono se si può “sfondare” dalla parte della cintura di Torino. (Non dimentichiamo che l’Osservatorio Tecnico predisposto dal governo Prodi ha sede a Venaria, il cui sindaco Pollari è assai connivente con la lobby tavista).

Sono già in corso tentativi di separare i comuni della Gronda da quelli della Valsusa, ai quali il movimento dovrà reagire con la solità capacità di coesione e mobilitazione.

Infine a Collegno dal 5 all’8 settembre vi saranno serate NoTav presso il circolo Arci “Asylum” (informazioni sul sito www.notav.it).                          

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CHIUDERE I CPT! ORA!

10 settembre - Lampedusa

programma

ore 10.00: Assemblea pubblica

ore 16.00: MANIFESTAZIONE Partenza dal porto e arrivo al CPT

Sera: Iniziativa artistico-musicale

Appello per una mobilitazione nazionale antirazzista a Lampedusa il 10 settembre.

La Sicilia è diventata negli ultimi anni la frontiera Sud dell’Europa e Lampedusa è il suo avamposto. Il tentativo di mascherare l’inarrestabile fenomeno politico-sociale delle migrazioni come un problema di ordine pubblico da contrastare, con la crescente militarizzazione delle frontiere e provvedimenti di polizia, ha prodotto soltanto l’istituzione di nuove forme di apartheid.

Non passa settimana che non si viene a conoscenza dell’ennesimo naufragio, che sta trasformando il Mediterraneo da millenario ponte di scambio di culture in un lugubre cimitero marino; in questo contesto aggravato da uno scenario di guerra permanente che coinvolge ormai tutta l’Area del Medio-Oriente, sono le leggi repressive sull’immigrazione che hanno creato una nuova clandestinità finalizzata allo sfruttamento dei migranti considerati solo come forza lavoro “usa e getta”. Il sistema legislativo italiano ha reso impossibile l’ingresso legale sul nostro territorio favorendo, di fatto, il ricatto di trafficanti che speculano sulla tratta degli esseri umani. Pensiamo anche alla larghissima diffusione di lavoro sommerso che permette agli imprenditori di aumentare a livello esponenziale i profitti, con la complicità di un vero e proprio caporalato, come è accaduto nei mesi scorsi a Cassibile (SR), lucrando sui bassissimi salari e ricattando la manodopera con una lavoro in condizione di schiavitù..

Da anni i movimenti antirazzisti in Europa e in Italia lottano per la chiusura delle galere etniche: i Centri di Permanenza Temporanea istituiti dalla legge Turco-Napolitano, nel quadro di normative europee (Schengen) ispirate ad un medesimo intento contenitivo e repressivo, sono la manifestazione più intollerabile e oscena della risposta segregazionista al fenomeno dell’immigrazione. Sono lager dove uomini e donne vengono privati della libertà non per ciò che hanno commesso, ma per ciò che sono. Tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani e sul diritto d’asilo vengono quotidianamente calpestate. Dal rogo nel CPT di Trapani nel ’99 ( che costò la vita a 6 migranti tunisini) alle deportazioni da Lampedusa in Libia nell’ottobre del 2004 e nel marzo 2005 (costate la vita ad un numero imprecisato di donne e uomini morti di stenti tra le sabbie del deserto e per le quali il precedente governo è stato condannato dal parlamento di Strasburgo) sono stati costruiti momenti di denuncia e di mobilitazione.

A Lampedusa l’emergenza immigrazione è diventata un business: si spendono fiumi di denaro pubblico per condizioni di detenzione. Oggi, anche per il clima xenofobo instaurato, assistiamo a delazioni o a vere e proprie omissioni di soccorso in mare da parte di marinerie intimorite da conseguenze legali (la Cap Anamur insegna) ed economiche.

Proponiamo di investire in politiche di accoglienza e di libera circolazione dei migranti, in alternativa a quelle securitarie, a partire da Lampedusa. Chiediamo un sistema di accoglienza che passi per la fruizione delle strutture pubbliche, in primis le Asl, piuttosto che per l’affidamento ad enti ed associazioni private che lucrano sul circuito detentivo e sulle tragedie dei migranti. Esigiamo che la piccola isola siciliana venga liberata da questa vergogna. Il “centro” deve essere chiuso e basta! Che non venga aperto sull’isola un altro centro di detenzione nell’ex-caserma. Facciamo appello alle realtà di base, all’associazionismo, alle forze politiche, ai parlamentari italiani ed europei a sottoscrivere l’appello e la mobilitazione del 10 settembre.

  • per la chiusura immediata e definitiva di tutti i Centri di Permanenza Temporanea e dei Centri di identificazione, a cominciare dal centro di Lampedusa

  • per l’abrogazione della legge Bossi-Fini senza che si torni alla precedente che l’ha ispirata

  • per la rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro

  • per una legge in materia di asilo politico che tuteli realmente i richiedenti asilo e i rifugiati anche con l’abbattimento delle spese legali

  • per la cittadinanza di residenza e il diritto di voto per tutti i migranti

  • per il rilascio e il rinnovo immediati di tutti i permessi di soggiorno, per la regolarizzazione permanente di tutti i migranti in Italia

  • per fermare tutte le espulsioni e gli accordi di riammissione.

Promosso da:
Rete Antirazzista Siciliana - Arci - Attac Sicilia - Carta - CGIL Palermo - CGIL Sicilia - Circolo Arci “Thomas Sankara” - Confederazione Cobas Sicilia - Csoa Ask 191 - Emergency - Fiom CGIL Sicilia - Il Manifesto - Laboratorio Zeta - Laici Comboniani - Network Antagonista Siciliano - Osservatorio Migranti Agrigento - Social Help Agrigento

 

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Documento conclusivo dell'assemblea delle realtà antagoniste ed autonome presenti al 7°campeggio No Tav tenutosi a Venaus dal 21 al 30 luglio

Nella nuova fase politica che si apre con il governo Prodi, prioritario è sviluppare conflittualità sociale nei territori. Il movimento No Tav ha saputo vincere una battaglia popolare dai forti connotati anticapitalisti, coniugando partecipazione di massa e radicalità dei contenuti, confronto assembleare sulle decisioni da prendere e conflittualità nelle pratiche di lotta. La lotta della Val Susa ha superato gli stessi confini iniziali, con conseguenze su tutto il territorio locale e nazionale, diventando punto di riferimento di tutte le lotte che in Italia si oppongono ai processi di devastazione sociale e ambientale. Il movimento antagonista si impegna a fare propri i percorsi di radicamento sociale sul territorio, uniti allo sviluppo della conflittualità diffusa, fuori da qualsiasi ghetto politico e ideologico, per contrastare duramente fino in fondo i tentativi di cooptazione delle istanze di lotta e concertazione che il nuovo governo sta mettendo in piedi.

Di fronte all’unanimità parlamentare rispetto al rifinanziamento delle missioni di guerra italiane all’estero, si registra la sconfitta dei modelli di mobilitazione pacifista che hanno invaso le città durante il governo Berlusconi. Le istanze contrarie alla guerra che hanno attraversato le mobilitazioni degli ultimi anni vengono riassorbite attraverso la truffa politica a danno dei movimenti rappresentata dal bertinottismo. Fondamentale è reimpostare l’intervento su queste tematiche, abbandonando qualsiasi ambiguità rispetto alla guerra: tutte le missioni italiane, ONU e non, devono cessare; gli Usa e Israele sono i principali destabilizzatori del contesto internazionale; le resistenze locali colpiscono con piena legittimità politica gli eserciti occupanti sui propri territori.
Il movimento antagonista si impegna a riprendere l’iniziativa contro la guerra nelle piazze, con l’intento di creare scenari di contrapposizione conflittuale con tutte le realtà politiche e istituzionali responsabili delle politiche belliche italiane, statunitensi ed israeliane.

L’evolversi dell’organizzazione generale produttiva del capitalismo europeo ha da anni determinato la nascita e la crescita del soggetto sociale precario, che ha assunto caratteristiche sociali estese e talvolta già politicamente conflittuali. Le realtà antagoniste assumono come centrale la partecipazione alle scadenze già indette, come l’incontro nazionale dei precari dei call-center del 9 Settembre a Roma. Importante sarà anche la partecipazione alla manifestazione prevista sempre a Roma per Ottobre, durante la quale esprimeremo una voce differente, contraria alle pratiche concertative del sindacato, distanti anni luce dai reali interessi di noi precarie e precari. Le piazze non possono essere lasciate alle organizzazioni confederali, ma devono essere invase e conquistate dai movimenti e dai soggetti che entrano in conflitto con l’attuale organizzazione del lavoro. Obiettivo dell’intervento politico dei prossimi mesi su questo tema sarà il superamento delle forme virtuali ed evocative della lotta, per una partecipazione estesa e diffusa alle rivendicazioni sociali all’insegna dell’autonomia e dell’antagonismo che ha nello sciopero metropolitano la sua direzione più naturale ed efficace. Le lotte delle banlieues, degli studenti e dei precari in Francia impongono questa priorità e questa discontinuità, avendo portato alla luce potenzialità sociali sovversive non solo francesi, ma europee.

Ancora una volta intendiamo ribadire l’importanza della lotta per la chiusura di tutti i Cpt presenti sul territorio nazionale. A tale scopo sarà necessario incalzare il nuovo governo nelle piazze, ma anche disturbare concretamente il funzionamento dei Cpt, con l’obiettivo di accrescere le difficoltà della forza pubblica nella gestione di tali luoghi di detenzione.

Le realtà antagoniste richiamano ancora tutte le strutture di movimento all’importanza e alla necessità di un antifascismo militante a testa alta, contro lo sviluppo di forme di infiltrazione e radicamento fascista nei quartieri, per l’espulsione dei fascisti dalle scuole e dalle università, per le pratiche volte ad impedire le marce fasciste nelle nostre città. Contestualmente viene chiesta la liberazione di tutte le antifasciste e tutti gli antifascisti arrestati l’11 marzo a Milano e in altre occasioni e la fine delle persecuzioni giudiziarie contro l’antifascismo militante. In particolare contestiamo con forza l’uso politico dell’incriminazione per “devastazione e saccheggio” e della formula giuridica del “concorso morale” contro le militanti e i militanti del movimento.

La realtà di movimento qui riunite intendono farsi portatrici di una pratica politica autonoma dalle strutture di partito, quali esse siano, e dalle istituzioni. Il nostro posto è qui, nella condivisione conflittuale ed antagonista delle lotte e nella costruzione di un mondo differente attraverso l’estensione degli spazi di movimento nelle strade, all’interno delle metropoli, e fin sulle montagne.

Dalla Libera repubblica di Venaus,
le realtà antagoniste ed autonome di Torino, Bologna, Bra, Cremona, Jesi, Livorno, Milano, Modena, Napoli, Parma, Pisa, Roma, Vercelli che hanno partecipato alla settima edizione del campeggio No Tav.

 

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NO ALLA MISSIONE MILITARE IN LIBANO

II governo Prodi-D'Alema, reduce da un compatto voto di fiducia sui finanziamenti alla missione di guerra in Afghanistan ed inneggiato dai mass-media per il successo diplomatico, ha votato all'unanimità l'invio di 2500 militari in Libano, come missione di pace.

MISSIONE DI PACE!

Risulta difficile comprendere come un gigantesco dispositivo di navi da guerra, mezzi corazzati, reparti d'assalto ed elicotteri da combattimento possano realmente portare PACE. In realtà le finalità della missione sono:

         La resa e il disarmo della resistenza libanese,

         la riduzione del Libano ad una sorta di protettorato occidentale e l'occupazione militare
del suo territorio,

         l'ulteriore spostamento degli equilibri politici a vantaggio di Israele, attualmente in
difficoltà, a danno del popolo Palestinese e di tutti i popoli dell'area.

Gli interessi economici ed imperialisti dell'Italia e dell'Unione Europea sono evidenti: L'Italia oltre ad essere legata ad Israele da un Accordo bilaterale militare-economico, sostiene il sistema razzista israeliano basato sull'apartheid nei confronti dei popoli arabi della regione..

L'ONU, complice di un embargo genocida contro il popolo iracheno, viene oggi promossa come garante pacifista anche dalla cosiddetta "sinistra radicale".

In realtà l'ONU dipende direttamente dai rapporti tra le grandi potenze. L'Europa , mandando le sue truppe in Libano cerca solo di approfittare della battuta di arresto della strategia USA per avere una maggiore voce nella politica di rapina ai danni dei popoli di quell'area.

La missione costerà ai cittadini italiani circa 600 milioni di euro all'anno.

Il governo è pronto a trovare i fondi necessari e chiede ai lavoratori e ai pensionati di fare ulteriori sacrifici: riduzione dell'attuale stato sociale, nuovi ticket su farmaci ed ospedalizzazione, politiche concertative per i contratti privati, accentuazione della precarietà nel lavoro, blocco dei contratti pubblici per almeno 2 anni, ulteriori tagli alle pensioni. E' necessario unire tutte le forze (singoli individui, collettivi, associazioni, realtà sindacali...) che si oppongono a queste guerre per lavorare insieme per un futuro mondo libero, senza sfruttamento e senza violenza

Contro tutte le missioni di guerra a partire da quelle di casa nostra

Per l'abolizione dell'Accordo di cooperazione militare tra Italia - Israele

Per l'autodeterminazione del popolo Palestinese

MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA SABATO 30 SETTEMBRE 2006

ORE 14.00 PIAZZA ESEDRA

PER CONTATTI ED ADESIONI: 011-655454 ; 011-334345

PARTENZA IN TRENO DA TORINO VENERDÌ 29/9 CONCENTRAMENTO ORE 22,30 PORTA NUOVA - COSTO PREVISTO A/R EURO 30

CONFERENZA CITTADINA SABATO 23 SETTEMBRE ORE 10, CORSO FERRUCCI, 65/A TORINO

COMITATO CITTADINO CONTRO LE MISSIONI DI GUERRA

 

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TAV: LA “PARTITA” CONTINUA

 

       Nel mese di settembre sulla vicenda TAV si è giocato per lo più sul terreno diplomatico, anche se gli abitanti della Valsusa non escludono che in autunno potranno esserci tentativi di forzare la mano da parte della lobby interessata alla costruzione del mega-tunnel.

La tre giorni contro il TAV di S.Gillio (15-16-17 settembre) pur essendo stata un po’ ridimensionata dalla pioggia che ha costretto a spostare le iniziative al chiuso (Collegno, Valdellatorre) ha permesso di estendere il movimento in una zona i cui abitanti non si sentono ancora direttamente coinvolti. Il corteo del 17 settembre (dal lago Borgarino a Valdellatorre) nonostante il maltempo è stato molto partecipato, a riprova dell’interesse della popolazione a questi problemi.

Un altro momento di estensione del movimento si è avuto sabato 23 settembre, quando alcuni comitati No-Tav della Valsusa hanno effettuato un volantinaggio nei comuni della Val Sangone, in risposta all’ipotesi di passaggio del tracciato in quella zona.

La Conferenza dei Servizi, riunione tra amministratori locali e rappresentanti del governo, nuova tappa degli interminabili dibattiti istituzionali sulla bontà o meno dei progetti, doveva tenersi il 29 settembre a Roma ma è slittata al 12 ottobre.

La mobilitazione per il contingentamento dei tir che attraversano la Valle e quella per la chiusura delle acciaierie Beltrame di S.Didero, altamente inquinanti, si stanno rivelando essere probabilmente “guerre di lunga durata”, per le quali occorreranno costanti e incisive mobilitazioni sul territorio.

Molto importante infine la decisione presa dai comitati di convocare di nuovo regolarmente il Coordinamento dei Comitati, ovvero il momento di confronto tra rappresentanti di tutti i raggruppamenti che operano contro il TAV, dal quale sino ad alcuni mesi fa scaturivano le principale decisioni operative. Se il Coordinamento dei Comitati funziona, esso può fungere da vero soggetto politico, condizionando in maniera efficace l’operato sempre piuttosto ambiguo di alcune amministrazioni comunali e del presidente della Comunità Montana della Bassa Val di Susa, Antonio Ferrentino, che è erroneamente accreditato dai media quale leader del movimento. In questa direzione lavorano anche i compagni del Comitato Autogestito No-Tav di Torino e Caselle.

Un banco di prova da questo punto di vista è rappresentato dalla manifestazione nazionale di Roma del 14 ottobre, indetta arbitrariamente da una serie di organizzazioni che vorrebbero appiattire l’opposizione al TAV a semplice opposizione alla drasticità della Legge Obiettivo del governo Berlusconi, riproponendo magari la strada del dialogo per far passare il progetto.

Il Coordinamento dei Comitati dovrebbe essere in grado di “appropriarsi” della manifestazione di Roma portandovi i propri contenuti, assai più avanzati e radicali, e utilizzandola per ciò che essa rappresenta di positivo, ovvero un momento di collegamento con tutte le situazioni che sul territorio italiano portano avanti lotte contro le grandi opere inutili, dannose e costose.

Infine, a proposito di lotte per la difesa del territorio che ricalcano il modello del movimento No-Tav, nell’area torinese è da tenere sempre viva l’attenzione verso l’operato del comitato contro l’inceneritore di Grugliasco e quello contro la risalita meccanizzata al castello di Rivoli, due questioni sempre aperte e intorno alle quali c’è un certo grado di mobilitazione popolare.

     Comitato Autogestito contro il TAV di Torino e Caselle

     riunioni il giovedi alle 19 in corso Palermo 46 (presso la FAI di Torino)

     tel. 339 4471969 - 338 6594361  

 

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STUDENTI PROTAGONISTI DELLA LOTTA POLITICA

 

Quelli che seguono sono brani tratti dal pieghevole dal titolo L’università e il suo trucco distribuito dal Collettivo Universitario Autonomo all’Università di Torino (Palazzo Nuovo) a fine settembre, quando sono iniziate le lezioni del nuovo anno accademico. I temi trattati sono importanti e si collocano nei filoni di cui si occupa anche il Circolo Internazionalista di Torino.

Negli scorsi mesi estivi vi è stata tra noi una collaborazione, anche con altre realtà, per una serie di iniziative sul tema della guerra, contro il rifinanziamento delle missioni militari all’estero e contro l’aggressione israeliana al Libano.

L’auspicio è di continuare questo filone, anche in opposizione alla nuova missione ONU in Libano, con iniziative all’interno della stessa università, superando la logica della contrapposizione tra i gruppi.

 

-PRESENTAZIONE DEL Collettivo Universitario Autonomo

            Il nostro collettivo si riunisce settimanalmente e propone un tipo di attività politica all’insegna della critica dell’Università, dove tale critica sia il mezzo per affrontare una critica radicale della società nel suo complesso.

            Siamo autonomi perché riteniamo che i percorsi sindacali e politici tradizionali non rispondano alle esigenze di confronto e protagonismo in prima persona da cui deve partire qualsiasi nuova avventura trasformatrice. I movimenti sono il luogo da noi prediletto: l’altr’anno abbiamo partecipato attivamente alle mobilitazioni contro la riforma Moratti, partecipando al percorso che ha portato le realtà studentesche autogestite del Piemonte, del Veneto, della Lombardia, dell’Emilia Romagna, della Toscana, del lazio e fino alla Sicilia a redigere il documento detto dell’autoriforma dell’Università.

            In questo senso siamo impegnati ad aprire percorsi di autonomia del soggetto studentesco, che in concreto significa agire per migliorare le proprie condizioni di vita: non esitiamo a occupare uno stabile se ci sembra la soluzione più opportuna per rimediare al caroafitti, abbiamo in progetto iniziative di pirateria organizzata contro il copyright, organizziamo da anni concerti autogestiti all’università, creiamo seminari autonomi contro la guerra e per la critica sociale, insieme agli studenti che sono entrati a far parte del laboratorio universitario per i saperi contro la guerra e del laboratorio di studi strategici per la critica sociale.

            Trasmettiamo su Radio Black Out – 105.250 fm – il giovedì dalle 14 alle 16, con un format che vuole dare spazio a una voce critica dentro l’Università.

            Il nostro collettivo non si presenta alle elezioni universitarie, non siede nei consigli di facoltà, ma ha promosso più volte iniziative concrete, dalle occupazioni di Palazzo Nuovo all’invasione diretta di un Tg regionale sempre supino a chi governa la città, alle lotte contro gli aumenti delle tasse e il costo elevato del servizio mensa, con pasti gratis per centinaia di persone. Basta esserci ed essere in tanti.

Chiunque ne abbia abbastanza del trucco o dei trucchi dell’Università, chiunque si riconosca nelle idee antirazzista e antifasciste, per una società radicalmente diversa da questa e per una vita universitaria differente, può venire alla riunione che si tiene

ogni martedì alle 17 - Spazio ex acquario

Primo piano – Palazzo Nuovo

 

 

-UNIVERSITARI E PRECARIATO

Nei brani seguenti del pieghevole si affronta in modo molto chiaro il problema delle prospettive di lavoro dei giovani; ciò si collega a quanto stiamo denunciando su questo bollettino sul fenomeno del precariato nel sistema capitalistico, che è in continua accentuazione e che oggi tocca anche strati di forza lavoro qualificata.

 

            ...Se da un lato non si smette di spendere un mare di parole sulle magnifiche possibilità di lavoro che si spalancherebbero a chi ottiene una laurea triennale, la realtà ha ormai da anni rivelato che si tratta di bugie, dal momento che la scelta, per chi ha finito, risiede nel continuare o nel fare un costosissimo master presso qualche azienda o presso l’Università stessa, continuando comunque a spendere migliaia di euro in tasse o costi di iscrizione, e senza avere alcuna prospettiva certa sul suo futuro. Le aziende rivolgono ai nostri titoli di studio uno sguardo pieno di sufficienza, e si danno da fare per lucrare sulla formazione che -dal loro punto di vista- non abbiamo...La soluzione che è obbligato a praticare chi non ha milioni di euro sul suo conto in banca è quella di scegliersi un bel lavoro precario, garantendo la sua supinità allo sfruttamento più bieco nell’ambito di lavori in nero o con contratti a tempo determinato, e si chiederà: ma valeva la pena sostenere 180 crediti, o 300 nel caso della specialistica, per tutto questo?

            ...I lavori che troviamo in questa città sono quelli del guardaroba in discoteca ai Murazzi o del bancone nei locali del quadrilatero, negli odiosi call-center o in qualche altro fantastico ambiente dove ti dicono al cellulare cosa dovrai fare domani.

            ...Questi lavori permettono un guadagno reale che si aggira attorno ai 5 euro l’ora: con quattro ore di lavoro non siamo ancora in grado di pagare un libro di testo o qualche ora di traffico sul telefonino. Quello che guadagnamo sottraendo tempo allo studio entra sottoforma di tassa nelle casse di questa bella signora Università, che non si preoccupa più di tanto se andiamo fuoricorso: saranno ancora più tasse, ancora più soldi, ancora più trucco.

            ...In questa situazione è davvero il caso di porre il problema di cosa possa oggi fare politica in un’Università come la nostra. Fare politica significa per noi riunirsi. Discutere politicamente della nostra condizione è l’unico passo possibile nella direzione giusta, che è quella dove non si accetta ciò che non si accetta, dove si dice che non si è d’accordo insieme, dove ci riprendiamo...una parte del nostro tempo per noi.

...Ma in fondo, e dopotutto, che cosa cerchiamo noi nello studio? va bene, alcune migliaia di iscritti hanno già la vita segnata, rincorrono l’incubo della carriera, che è stato loro ironicamente venduto come un sogno: allora sarà essenziale essere cortese con il professore, imparare alcune cose a memoria e non prestare mai al vicino i propri appunti, pura trascrizione di un punto di vista che assume i contorni del Vero Assoluto.    

Molte altre migliaia di noi, invece, possiedono già il disincanto radicale verso il trucco dell’Università e della  società in generale, molti di noi l’hanno già maturato al liceo, e siamo entrati qui come matricole della pirateria generale e strategica, politica e culturale. Il nostro scetticismo verso le fanfare dell’Università è lo scetticismo profondo di chi ama le scienze, di chi ama le lettere e le arti, e per questo contesta la loro organizzazione totalitaria a fini di lucro...

 

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BLINDATI O PENSIONI?

 

            I trattati costitutivi della “Zona Euro”, spina dorsale dell’imperialismo europeo, impongono a ciascuno dei paesi membri di mantenere basso il Deficit della Spesa Statale per non scaricare sui “soci UE” più virtuosi i costi delle proprie inefficienze, sprechi, clientelismi ma anche delle proprie decisioni economiche, infrastrutturali, politico/militari.

    Dato che le spese per il comparto militar/tecnologico (particolarmente importanti per accaparrarsi o mantenere aree di influenza e di affarismo nel mondo multipolare) fanno parte delle voci della Spesa Statale di ogni Stato e sono in aumento (Afghanistan, Iraq, Libano, Africa etc.) l’attenzione dei governi borghesi UE è posta su altre voci di spesa che però non possono essere quelle per le Infrastrutture (treni veloci, porti, aereoporti, autostrade etc.), dato che sono fonti di grandi appalti mentre le si costruisce e leve per la concorrenzialità delle grandi imprese  quando entrano in funzione.

   Con questa logica, “oggettivamente” nella morsa ci devono andare le spese per il Welfare (pensioni, sanità, scuola) anche perchè i Grandi Borghesi europei soffrono al pensiero che i loro concorrenti e omologhi asiatici non abbiano quasi (e ancora per anni) questi “oneri impropri”, mentre i Piccoli Borghesi europei, che pur utilizzano il welfare, hanno patrimoni accumulati tali che potranno ammortizzare gli effetti dei tagli, che invece peseranno proporzionalmente molto di più sui Lavoratori Salariati UE.

  In Italia gran parte del Deficit Statale è costituito dagli interessi sul Debito Pubblico (causato da decenni di concessa elusione fiscal/previdenziale alla piccola borghesia che riciclava poi i “sudati risparmi” in BOT) e non sulla Spesa Corrente, peraltro aggravata dalle spese militari delle Missioni Estere in corso; comunque sia, la strada più facile per il governo nella prossima Finanziaria sarà “curare” il Welfare.

Già vari governi precedenti (di varia estrazione) hanno provveduto a rallentare parecchio la copertura e l’efficacia delle pensioni dei lavoratori con una certa anzianità, mentre per i più giovani lo stato di precarietà, oggi molto diffuso, li penalizzerà ulteriormente. Ma non basta: se il governo Prodi vuole mantenere la promessa della “riduzione del Cuneo fiscale del 5%”,  presentata come golosa attrattiva elettorale per aziende e salariati (Berlusconi rispose improvvisando l’abolizione dell’ICI), dovrà manomettere ulteriormente le regole pensionistiche (nonostante che la previdenza dei salariati impiegati e operai sia sostanzialmente in equilibrio).

   Oggi la Previdenza INPS viene finanziata con il contributo dei salariati (circa l’8% del salario lordo) mentre le Aziende ne versano il TRIPLO (circa il 24%) e in più da qualche anno viene inglobato in parte (per i giovani tutto) anche il TFR (Liquidazione) che era di proprietà del lavoratore. Questi versamenti sommati all’IRPEF pagata dal lavoratore (circa il 21-23% del lordo) costituiscono il cosiddetto Cuneo Fiscale.

   Al calo delle prestazioni INPS già da alcuni anni si è dato vita alla Previdenza Integrativa a cui al contributo volontario del lavoratore (circa 1% del lordo) corrisponde un versamento delle Aziende EQUIVALENTE.

   Partendo dall’esistente il governo potrebbe gradualmente far alzare il contributo dei lavoratori (es. dall’ 1 al 3%) della Previdenza Integrativa, resa obbligatoria, e abbassare di altrettanto quella INPS (es. dall’8 al 6%, per le aziende quindi dal 24 al 18%); di conseguenza “oggettiva” il contributo delle Aziende si abbasserebbe (nell’esempio dal 25%(1+24%) al 21% (3+18%))  e risparmierebbero circa il 4% del Costo del Lavoro, con buona pace dei conti INPS e dei lavoratori che vedrebbero aumentare consistentemente la loro quota nel finanziamento di una previdenza dai rendimenti calanti e sempre più aleatori.

   La borghesia e tutti i suoi rappresentanti governativi a loro giustificazione adducono l’aumento della durata della vita media e la diminuzione relativa dei lavoratori rispetto all’aumento dei pensionati, ma continuano a chiudere un occhio (fino ad oggi tutti e due) sul lavoro nero.

   Si dimenticano anche dell’AUMENTO della PRODUTTIVITA’ del LAVORO salariato che crea ricchezza aggiuntiva di cui la borghesia si appropria automaticamente, visto che i salari reali recuperano solo l’aumento teorico del costo della vita (addirittura quello programmato) e che invece va rivendicato con la richiesta dell’aumento salariale, della diminuzione dell’orario di lavoro e delle normative collegate (appunto pensioni e altri miglioramenti).

    Nella concorrenza  interimperialista per la borghesia disporre di Forza Lavoro con bassi salari, lunghi orari di lavoro e pochi costi previdenziali e mutualistici vale come il possedere materie prime, il detenere tecnologie, vuol dire profitti maggiori e quindi maggiori possibilità di spese statali come quelle militari. 

   Non esistono “conteggi giusti”  né sulle pensioni o sulle altre spese di bilancio statale, nella società divisa in classi, ma rapporti di forza politici tra queste; inoltre la lotta per la difesa del salario e delle normative in modo generalizzato in Occidente è l’unico mezzo per indicare la strada agli eserciti di nuovi salariati che in Asia entrano nel mercato capitalistico sprovvisti di ogni esperienza e organizzazione e a cui occorrono esempi e tempo.

   I nazisti dicevano che il popolo tedesco alla domanda “volete burro o cannoni?” aveva risposto “cannoni” votando per loro (ovvero si era fatto irregimentare dalla propria borghesia imperialista); oggi le borghesie europee aggiornano la domanda: volete blindati o pensioni?

     Per questo bisogna fermamente opporsi ai cedimenti sul Welfare.

 

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Ripercorriamo le tappe salienti della vicenda no-tav per il mese di ottobre.

 

2 ottobre. Coordinamento dei Comitati a Condove. La discussione verte sulla opportunità e modalità della partecipazione alla manifestazione nazionale contro le grandi opere e la Legge Obiettivo del 14 ottobre, indetta “dall’alto” senza consultare la Valle. La posizione prevalente è quella di andare a Roma portando però i propri contenuti, più avanzati e radicali della piattaforma ufficiale, giudicata soltanto “antiberlusconiana”. 15 comitati nei giorni successivi sottoscrivono un documento dal titolo Non un passo indietro…non ci sono governi amici!, in cui tra l’altro si legge:

Il TAV è inutile, costoso e dannoso, qualsiasi procedura decisionale si segua (Legge Obiettivo o procedure ordinarie).

Il movimento popolare contro il TAV si è ripreso la libertà di decidere sul proprio futuro, sulla tutela della salute e sulla salvaguardia del  territorio.

Riteniamo pertanto scorretto il metodo che ha definito la piattaforma di convocazione della manifestazione romana del 14 ottobre 2006.

Non dubitiamo delle buone intenzioni che hanno guidato la stesura del documento, ma diventare organizzatori senza essere coinvolti non rispecchia le modalità che abbiamo scelto. 

Abbiamo condiviso la scelta di convocare una grande manifestazione nazionale che unisse le ragioni dei movimenti che si oppongono alla realizzazione delle grandi opere, ma è sotto gli occhi di tutti che queste ultime sono state volute da governi sia di destra che di sinistra.

La Legge Obiettivo è il coronamento di un processo ultraventennale, volto a spianare la strada al partito unico degli affari.

La Finanziaria 2006/2007 prevede un uso scellerato delle nostre liquidazioni (Tfr), destinandole ad un “fondo infrastrutture”, inventato appositamente per finanziare il progetto fallimentare delle grandi opere.

Questo provvedimento conferma la perversa continuità del governo attuale con quello precedente…

4 ottobre. La Stampa riporta le dichiarazioni del direttore della divisione Cargo di Trenitalia, il quale in un convegno avrebbe affermato che le previsioni dei flussi di traffico vedono l’aumento più per le tratte superiori ai mille chilometri ( e quindi l’utilizzo di navi e aerei) che per quelle inferiori (treni); per cui per Trenitalia l’investimento nell’Alta Capacità (7-10.000 locomotori)  non è conveniente.

5 ottobre. Coordinamento “istituzionale” a Bussoleno, presieduto da Antonio Ferrentino (sinistra DS, portavoce istituzionale del movimento no-tav, uno degli organizzatori di Roma), durante il quale viene letto e applaudito il documento del 2 ottobre.

12 ottobre. Conferenza dei Servizi. In occasione del nuovo confronto dei sindaci con il governo a Roma, i giornali tirano fuori nuovi progetti e tracciati alternativi. Emerge il contrasto tra Trenitalia, che vorrebbe fare un piattaforma logistica a Chivasso (escludendo Torino dal percorso), con costi inferiori, e la Regione Piemonte che ha già deliberato per il tracciato corso Marche – scalo di Orbassano, quest’ultimo dotato di 800.000 mq di magazzino, su cui ha già investito molto con la società S.I.T.O ed è già un grosso terminal dell’autotrasporto. Inoltre riappare la variante di percorso che attraversa la Val Sangone; secondo quest’ultima il “tunnel di base” Italia-Francia,  sempre lungo 53 km, invece di uscire a Venaus uscirebbe a Chiomonte, percorrendo con un viadotto la destra orografica della Val di Susa, arrivando nelle vicinanze di Giaveno e poi a Trana, Sangano e Orbassano.

I sindaci della Valle in ogni caso bocciano la totalità dei progetti presentati, e si mantengono fermi nell’intenzione di discutere l’opzione zero, ovvero la possibilità di non fare il TAV.

14 ottobre. Manifestazione a Roma. Il corteo contro le grandi opere e la Legge Obiettivo viene preceduto da un’assemblea nella mattinata al Centro sociale Forte Prenestino, nella quale si gettano le basi per la costituzione di un coordinamento nazionale di tutti i gruppi e le associazioni che lottano per la difesa del territorio. Si parla di un prossimo momento di riunione delle varie realtà in occasione della tre giorni di Venaus del 8,9 e 10 dicembre.

17 ottobre. Coordinamento dei Comitati ad Alpignano. La discussione verte sulla manifestazione romana appena svoltasi, sulle modalità di organizzazione dell’anniversario della battaglia del Seghino, sulla partecipazione allo sciopero generale del 17 novembre contro la finanziaria, per protestare contro lo scippo del tfr per finanziare le Grandi Opere. Viene infine programmato di intervenire quanto più spesso possibile in Val Sangone, collaborando con il locale comitato no-tav.

19 ottobre. Assemblea a Villardora. Ai 400 partecipanti vengono presentati alcuni aspetti negativi del tracciato Val Sangone, da sottoporre agli abitanti; ad esempio, con il mantenimento del tunnel di base resta aperto il problema dello smaltimento delle 18-20 milioni di tonnellate di materiale di scavo; oppure, il percorso nell’area di Trana solleva il problema del filone di amianto che aveva già bloccato i lavori della cava molti anni fa. L’assemblea inoltre approva la proposta di aderire allo sciopero contro la finanziaria del 17 novembre.

21 ottobre. Volantinaggio in Val Sangone. Al mercato di Giaveno, mentre a Torino si manifestava davanti alla Provincia dove c’era l’incontro dei sindaci della Val Sangone con Saitta, altri valsusini con il locale comitato no-tav effettuano un volantinaggio per entrare in contatto con gli abitanti.

25 ottobre. Coordinamento dei Comitati a Sant’Ambrogio. La discussione sullo sciopero del 17 novembre entra nel dettaglio; al coordinamento partecipano rappresentanti del sindacalismo di base. Nei giorni successivi viene prodotto un documento di adesione allo sciopero, firmato da quasi tutti i comitati. Inoltre un rappresentante dell’associazione Montagna Nostra di Bardonecchia distribuisce una bozza di delibera per il contingentamento dei Tir a partire dal 1 gennaio 2007, perché sia discussa nei successivi coordinamenti.

26 ottobre. Su La Stampa l’Amministratore Delegato di Trenitalia Moretti afferma che per le linee AV avranno priorità comunque la Torino-Milano-Napoli, già in costruzione, e la Milano-Venezia prima della Torino-Lione.

29 ottobre. Un anno dopo la battaglia del Seghino. Una giornata “di festa e di lotta” in ricordo della resistenza popolare che il 31 ottobre 2005 impedì alla polizia l’accesso ad un’area ove si sarebbero dovuti svolgere dei sondaggi. Quell’episodio inaugurò una serie di mobilitazioni di grande portata e portò alla ribalta nazionale la questione TAV.

 

Prossime principali iniziative:

14 novembre. Coordinamento dei Comitati a Mattie.

17 novembre. Sciopero generale a Torino, con spezzone del movimento no-tav

8-9-10 dicembre. Anniversario della “battaglia” di Venaus.

 

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17.11 - SCIOPERO GENERALE CONTRO LA FINANZIARIA

 

Una caratteristica strutturale del capitalismo italiano è il consistente peso della piccola borghesia rispetto al grande capitale. Nei decenni passati (essendo i salari bassi e il lavoro nero più sviluppato rispetto agli altri paesi produttori) questo stato di cose veniva utilizzato politicamente da tutti i partiti politici, dalla DC al PCI, per il consenso. Ora, con l’ingresso nel mercato di merci a più basso prezzo, prodotte in paesi dove la manodopera è ancora più a buon mercato, il sistema italiano per essere competitivo deve ridurre i costi generali.

        Già il decreto Bersani dichiarava l’obiettivo di ridimensionare alcune categorie di lavoratori professionali, ma non ha portato a modifiche sostanziali. Ora, la Legge Finanziaria, presentata come strumento per aumentare il lavoro a tempo indeterminato, in realtà nei compromessi tra le varie frazioni borghesi sta diventando ancora una volta un attacco alle condizioni di vita dei lavoratori dipendenti.

        In campagna elettorale avevano promesso un taglio del cuneo fiscale pari a cinque punti del costo del lavoro; tre punti dovevano andare alle imprese che avessero assunto a tempo indeterminato, due ad aumentare il salario dei lavoratori. I tre punti sono stati tagliati: le imprese avranno uno sconto di 5000 euro all’anno per addetto (10000 al sud) sull’Irap, mentre per i lavoratori solo qualche spicciolo in più che avvantaggia in modo irrisorio le famiglie monoreddito con figli a carico, dovuto alla rimodulazione delle aliquote, la ridefinizione delle detrazioni e degli assegni famigliari. Il vero attacco al salario non è stato attuato sul piano nominale ma sul suo reale potere d’acquisto, tramite i tagli nei trasferimenti agli enti locali, e con l’ulteriore riduzione dei servizi pubblici.

        Sotto questi aspetti, questo governo opera nel solco già tracciato da quelli precedenti, anche se formalmente si è presentato come “governo amico”. La Confindustria non solo ha affidato all’attuale governo “l’arduo” compito di aiutarla a ridimensionare il peso del ceto medio (arduo anche per il fatto che questo rappresenta in larga misura la sua stessa base di massa da contrapporre al proletariato) ma anche quello, relativamente più semplice dato l’atteggiamento assai arrendevole delle burocrazie dei sindacati confederali, di darle una mano nel trasferimento di quote di salario al monte profitti.

 

        Lo sciopero generale del 17 novembre, indetto da tutti i sindacati di base, ha visto una consistente e qualificata partecipazione in varie città (oltre 20 manifestazioni sul territorio nazionale) da parte di componenti di un movimento di opposizione che dichiara a chiare lettere che “non ci sono governi amici”. Ciò rappresenta un’importante punto di partenza, anche perchè in questa parola d’ordine sono sottointese almeno tre fondamentali affermazioni:

1. Le attuali riforme in realtà sono controriforme, nel senso che avvantaggiano esclusivamente i capitalisti. Oggi c’è un travisamento del concetto di riforma, che all’origine veniva inteso come miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, e per i rivoluzionari rappresentava un elemento tattico della lotta più generale del proletariato per abbattere il modo di produzione capitalistico. Chi si oppone al governo Prodi mette a nudo tale travisamento in quanto smaschera quelle formazioni politiche che si dichiarano appunto “riformiste”.

2. Nel sistema borghese non possono esistere governi amici. L’attuale, ingannevole sistema politico della democrazia borghese si fonda su di un’uguaglianza formale, che di fatto serve a coprire il predominio di una minoranza sulla maggioranza tramite il reale possesso e controllo dei mezzi della produzione sociale, garantito attraverso l’esercizio della forza dello stato. dato questo presupposto, non vi possono essere che “governi nemici”.  

3. Vi è la necessità di ricostituire un movimento indipendente, dopo aver toccato con mano che la delega ai partiti parlamentari si è in definitiva, da parte di questi ultimi, tradotta nell’ennesimo tradimento delle aspettative dei lavoratori.

 

 

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TAV - GIOCHI ISTITUZIONALI E MOBILITAZIONE POPOLARE

 

       Una data particolarmente significativa per la lotta contro il TAV in Val di Susa è stata lo scorso 23 novembre. Quel giorno infatti durante la visita di Mario Virano a Bussoleno nel pomeriggio e nell’assemblea della sera si sono delineate in maniera più chiara del solito le dinamiche interne al movimento.

- Da una parte il fronte istituzionale, costituito dall’insieme degli amministratori locali con a guida di Antonio Ferrentino, e impegnato per il suo ruolo nell’intrattenere rapporti con il governo attraverso le apposite “fantomatiche” procedure. Nel pomeriggio detto fronte era impegnato per il suo ruolo in una riunione con Mario Virano, intermediario del governo, volta a definire la partenza dei lavori dell’Osservatorio Tecnico.

- Dall’altra il movimento vero e proprio, costituito dai vari comitati popolari no-tav, che hanno accolto in massa Virano rumorosamente, con alcuni eloquenti striscioni (“Non ci sono governi amici!”, “No Tav, No tavoli!”) e per dimostrare quanto fosse sgradita la presenza di questo ambiguo personaggio hanno chiuso con un lucchetto l’accesso alla sala in cui si teneva la riunione. Anche alla sera, in un’affollatissima assemblea, gli esponenti del movimento si sono fatti sentire, criticando l’atteggiamento ambiguo del fronte istituzionale.

La preoccupazione nel movimento è giustificata proprio dai tentativi che il governo fa di isolarne la parte più radicale, cercando di condizionare i sindaci con continue trattative (dietro le quali si nasconde la ferma volontà di portare avanti l’opera) e portando avanti una propaganda pro-tav nelle aree dove l’opposizione è meno radicata, ovvero l’Alta Valle e la Val Sangone.

Il fatto che i sindaci della Bassa Valle non siano andati alla Conferenza dei Servizi del 27 novembre può essere un sintomo che in questa fase il fronte istituzionale è ancora condizionato e legato all’ala popolare del movimento. Quest’ultima può contare sul costante impegno di centinaia di persone, su riunioni periodiche di coordinamento (le ultime si sono svolte il 14 novembre a Mattie e il 22 ad Almese) e sul fatto che il ripristino del progetto di tracciato in Val Sangone ha determinato la nascita di diversi comitati no-tav anche in quella zona (a Trana, a Sangano, a Rivalta, a Giaveno).

Il prossimo Coordinamento dei comitati si terrà il 13 dicembre proprio a Giaveno.

Solo il continuo allargamento e politicizzazione del movimento può portare alla vittoria: l’opposizione al TAV è rafforzata dal progetto di costituzione (tuttora in corso) di un coordinamento nazionale di tutte le realtà di movimento che si oppongono alle grandi opere e alle nocività ambientali, in occasione della tre giorni di Venaus del 8-9-10 dicembre.

 

 

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2 DICEMBRE - VICENZA

MANIFESTAZIONE CONTRO LE BASI MILITARI

 

 

(dal sito www.altravicenza.it)

La nuova base americana andrebbe ad occupare una zona a nord del comune di Vicenza nell’attuale aeroporto civile Dal Molin e servirebbe agli USA per riunire la 173^ Brigata aviotrasportata Airborne, attualmente presente in parte ad Aviano (Pordenone) e in parte Germania. L’obiettivo statunitense è di intervenire rapidamente nelle areee geografiche del medioriente, ricche di fonti energetiche strategiche per il sistema economico vigente. Vicenza, secondo questo piano, è dunque destinata a diventare un nodo importantissimo per i nuovi assetti militari mondiali.

      Solo nel maggio del 2006 cominciarono a circolare le prime notizie sul progetto e così i cittadini residenti nelle zone limitrofe alla nuova base, costituitisi in sei comitati, cominciarono ad agire in modo coordinato. Dopo un continuo rimpallo di responsabilità tra Governo Prodi e Comune di Vicenza, nell’ormai storico consiglio comunale di Vicenza del 26 ottobre 2006 una scellerata maggoranza, sorda alle tantissime richieste di democrazia e partecipazione popolare (fra cui anche la richiesta di indire un referendum comunale consultivo) si espresse a favore della nuova base (maggioranza risicata 21 a 17).  A Caldogno, piccolo comune a confine con l’aeroporto Dal Molin, il 15 novembre 2006 il consiglio comunale votò invece all’unanimità il NO all’insediamento della nuova base.

La patata bollente passò quindi al Governo Prodi e in particolare al Ministro della Difesa Parisi, che non si è mai espresso in maniera chiara contro l’allargamento della caserma Ederle, tentennando sempre tra la “Santa Alleanza” con gli USA e il programma elettorale dell’Unione in cui “ogni azione di grande impatto sul territorio sarà sempre presa nel rispetto dell’opinone delle popolazioni locali”. Il 23 novembre 2006 Parisi comunque invitò a Roma una rappresentanza dei comitati cittadini per sentire direttamente dalla gente le motivazioni del NO. L’incontro fu molto proficuo tanto che prese di nuovo quota l’ipotesi di un referendum comunale consultivo.

      I comitati, collaborando con l’osservatorio sulle servitù militari di Vicenza (coordinamento di associazioni e gruppi pacifisti e antimilitaristi), da maggio hanno dato vita ad una lunga serie di azioni per bloccare il progetto della nuova base americana: presìdi in piazza e davanti all’aeroporto, rumorose presenze in consiglio comunale, raccolta firme (più di diecimila in un mese!), convegni informativi, blocchi del traffico, fiaccolate, scioperi studenteschi, invasione della pista dell’aereoporto, costituzione di un comitato per il referendum, partecipazione di massa al consiglio comunale del 26 ottobre, dove 2.000 persone, “armate” di pentole, fischietti, trombette, hanno disturbato il consiglio comunale, e, il 2 dicembre 2006, la grossa manifestazione “Difendere la terra per un futuro senza basi di guerra”.

      L’aspetto nuovo e dirompente nella placida tranquillità cittadina è che a Vicenza “si è costituito un movimento di cittadini, autonomo ed indipendente da schieramenti politici, che riesce a coniugare la necessità della salvaguardia del proprio territorio e dei beni comuni, con il NO alla guerra e alle servitù militari”. Questa comunione di obiettivi ha dato vita all’Assemblea Permanente dei cittadini per il NO al Dal Molin che unisce comitati, associazioni, singoli cittadini.

      L’Assemblea permanente è conscia di essere un movimento moltitudinario, la cui ricchezza sta nella sua molteplicità di pensiero, linguaggio e pratica.     

 

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MOVIMENTO NO-TAV

“UN ANNO DOPO” A VENAUS: IL PATTO DI MUTUO SOCCORSO

 

A dicembre l’evento più significativo per la Val di Susa è stato la tre giorni di assemblee, spettacoli e concerti svoltasi a Venaus l’8, 9 e 10 dicembre, a un anno dall’ormai celebre “battaglia” per la liberazione del presidio, avvenuta l’8/12/2005.

Sabato 9, sotto un tendone gremito da oltre 300 persone, si è svolta un’assemblea nazionale delle associazioni e dei movimenti che in Italia lottano contro le grandi opere e le nocività ambientali. Si trattava della terza iniziativa di questo tipo, dopo quelle tenutesi a Roma il 14 luglio e il 14 ottobre.

Nell’occasione è stato annunciato il varo del cosiddetto Patto di Mutuo Soccorso, ovvero un coordinamento nazionale tra tuttele associazioni. Il Patto deve ancora assumere una forma precisa, infatti il 13 gennaio a Bussoleno si terrà una riunione dei comitati no-tav per discutere le modalità di adesione; tuttavia ci sono le condizioni perchè diventi qualcosa di significativo, visto il consistente numero di gruppi coinvolti.

Dall’assemblea sono uscite alcune prime scadenze: una manifestazione a Bolzano il 10 marzo, a sostegno della lotta contro l’Eurotunnel del Brennero, e una manifestazione a Venezia (data ancora da definire) a sostegno della lotta contro la costruzione del Mose, la gigantesca diga mobile per l’acqua alta. E’ stata anche annunciata la manifestazione del 16 dicembre a Livorno contro il progetto di rigassificatore off-shore, alla quale hanno poi partecipato rappresentanti del movimento no-tav (vedi foto).

Da segnalare che più persone hanno sottolineato la necessità di collegare i movimenti contro le grandi opere ai movimenti contro la guerra e la militarizzazione del territorio; molto applaudita è stata la presenza dei compagni di Vicenza, che si oppongono all’ampliamento della locale base militare, e che hanno aderito al Patto di Mutuo Soccorso.

Nei prossimi mesi sarà possibile seguire l’attività di tutti i gruppi intervenuti all’assemblea anche attraverso un sito comune che li metterà in relazione.

   

CONFERENZA DEI SERVIZI E OSSERVATORIO TECNICO

Il 15 dicembre in Prefettura a Torino si è tenuta la quarta Conferenza dei Servizi, presiduta dall’architetto Gaetano Fontana, presenti tra gli altri il prefetto di Torino Goffredo Sottile, il presidente dell’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione Mario Virano, l’assessore ai Trasporti della Regione Piemonte Daniele Borioli, i sindaci dell’Alta Valle di Susa e una ventina di sindaci della Valle Sangone e della Gronda (la cintura di Torino). Non ha partecipato la Bassa Valle di Susa.

La Conferenza è oggi l’organismo che formalmente decide se fare il TAV e con quale progetto: è lo strumento del famoso “dialogo con le popolazioni locali” cui il governo Prodi, rappresentato da Virano, ha scelto di ricorrere, a differenza del precedente governo Berlusconi che aveva tentato di imporre l’inizio dei lavori “manu militari”.

Dalla Conferenza è emerso il riavvio dello studio di impatto ambientale sulle quattro opzioni attualmente sul tappeto per la Torino-Lione:  l’“opzione zero”, cioe’ il semplice ammodernamento delle linee ferroviarie esistenti; il raddoppio della linea storica; il tracciato TAV attraverso la Valsusa; quello alternativo che passa per la Valle Sangone. Per fare questi studi ormai da alcuni mesi è stato creato l’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione, composto appunto da esperti e presieduto dall’uomo di fiducia del governo dell’Unione, Mario Virano. L’Osservatorio avrebbe avviato i suoi lavori proprio nella seconda metà di dicembre.

       La parte di base del movimento, che si organizza nel Coordinamento dei Comitati, ha sempre percepito questi strumenti istituzionali come delle trappole per condizionare i sindaci della Valle e gradualmente imporre l’accettazione di un progetto (oggi non è chiaro quale possa essere il più accreditato; in questi giorni sui quotidiani si fa un gran parlare del raddoppio della linea storica).

        A giudicare dal numero di sindaci presenti il 15 dicembre, si può sicuramente dire che già oggi Virano ha rotto il fronte istituzionale; il timore è che alla prossima Conferenza dei Servizi (15 gennaio), che tra l’altro è stata camuffata da “riunione preparatoria della quinta Conferenza dei Servizi”, anche qualche sindaco della Bassa Valle sia spinto a partecipare. Molte indicazioni emergerano lunedi 8 gennaio a Bussoleno: quel giorno infatti al pomeriggio c’è la riunione dei sindaci della Bassa Valle con il presidente della Comunità Montana Antonio Ferrentino e alla sera, alle 21 al Salone Polivalente, Ferrentino e i sindaci incontrano il popolo no-tav.

 

APPUNTAMENTO A TORINO IL 15 E 17 GENNAIO

Negli ultimi coordinamenti dei comitati (il 13 dicembre a Giaveno, il 3 gennaio a Venaus) sono state presentate e discusse numerose iniziative per il mese di gennaio. Tra quelle fissate al momento in cui scriviamo, segnaliamo i due appuntamenti torinesi:

- Lunedi 15 gennaio, dalle ore 11,30, piazza Castello davanti alla Prefettura: presidio in concomitanza con la Conferenza dei Servizi.

- Mercoledi 17 gennaio, ore 21 in corso Palermo 46 (presso la FAI) il Comitato autogestito di Torino/Caselle promuove una riunione dei comitati no-tav di Torino e cintura per organizzare iniziative no-tav in città, soprattutto nella zona interessata al progetto di tracciato della Val Sangone (quindi la zona ovest, tra corso Marche e lo scalo di Orbassano)

 

 

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REPRESSIONE – IL PROCESSO DI TORINO

 

 

L’IMPORTANZA DELLE INIZIATIVE CONTRO LA REPRESSIONE

Sul Bollettino di maggio 2006 vi è un breve articolo sul tema della repressione*, nel quale si cerca di spiegare che per chi vuole cambiare questo sistema sociale è indispensabile condurre una continua resistenza nei confronti dell’azione della magistratura, quando di questa il sistema si avvalga per reprimere le lotte di cambiamento.

La struttura e le caratteristiche del potere giudiziario, e il grado di repressione che esso esercita sul movimento, influiscono sulle forme delle lotte sociali e politiche.

In Occidente nell’attuale fase del sistema capitalistico, caratterizzata da decadenza e guerra permanente, il malcontento delle classi sfruttate tende a crescere e anche a prendere forme ribellistiche (ad esempio nelle banlieues francesi); la classe dominante, non potendole più arginare con concessioni riformistiche, cerca di chiudere i cosiddetti “spazi democratici” entro i quali questo malcontento si può esprimere, per evitare che esso dilaghi (in Francia, attraverso il coprifuoco). La tendenza è verso una democrazia autoritaria dove il pluralismo dei partiti è la maschera di una sistema retto attraverso una repressione sempre più forte (leggi speciali, carceri, militari, corpi di polizia etc.). L’attuale situazione degli Stati Uniti da questo punto di vista rappresenta un prototipo. 

Di fronte a questa situazione occorre fare il possibile per agire in controtendenza, ovvero salvaguardare i cosiddetti “spazi democratici” proprio quando questi diventano luoghi di crescenti tensioni e quindi “punti deboli” del sistema. In altre parole, le iniziative di resistenza alla repressione svolgono una funzione molto importante in quanto mantengono aperti i varchi attraverso i quali le istanze di cambiamento sociale possono esprimersi ed estendersi.

E’ assai complesso rispondere alla domanda: quali sono le più efficaci forme di resistenza alla repressione, e come possono essere attuate? Questo potrà essere oggetto di un successivo articolo. Si può tuttavia già affermare che è senz’altro giusto conoscere e far conoscere le varie situazioni in cui i gruppi politici della sinistra sono oggetto di persecuzione giudiziaria, e mobilitare in loro difesa le energie di singoli compagni, altri gruppi, associazioni, e di chiunque si consideri un sincero democratico.

* Reperibile anche sul sito www.lottainternazionalista.org/corrispondenze/lotte sociali

 

Segue del materiale relativo a uno di questi casi di repressione: il processo contro gli antirazzisti e antifascisti torinesi, per i fatti del 19 maggio e 18 giugno 2005.

Dapprima vi è una cronistoria dei fatti, rielaborata da quella presente sul sito www.piazzacarlogiuliani.org.

Infine si riporta una parte dell’appello di alcuni genitori dei compagni sotto processo, costituitisi in comitato lo scorso 3 novembre.

 

I FATTI DEL 2005

Da gennaio a maggio. In relazione con la dismissione delle aree ex FIAT, la preparazione per le olimpiadi invernali e il treno ad alta velocità, hanno luogo una serie di “grandiosi” lavori che modificano la mappa di Torino. La “pulizia” del centro comporta lo spostamento e la riduzione del mercato dei poveri (il baloon) e soprattutto l’allontanamento forzato, dalle zone eleganti, di extracomunitari e barboni.

L’intensificazione delle retate causa la morte di 3 migranti: privi di permesso di soggiorno, tentavano di fuggire. Due muoiono precipitando da una finestra e da un tetto, un terzo è ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dalla polizia. Inoltre nel Centro di Permanenza Temporanea di Corso Brunelleschi sono sempre più frequenti gli atti di autolesionismo.

19 maggio. Dopo l’ennesimo tentativo di suicidio all’interno del Centro di Permanenza Temporanea, i ragazzi dei centri sociali organizzano un presidio. Coprendo il rumore con tamburi e urla a cui partecipano anche i reclusi, riescono ad aprire a mazzate una piccola breccia nel muro di cinta. Quando la polizia la scopre, carica e disperde il presidio. Nel frattempo nel Centro scoppia una rivolta e alcuni migranti riescono a fuggire. Un manifestante viene arrestato.

Fine maggio, inizio giugno. Quasi ogni giorno in Corso Brunelleschi c’è un presidio e nei quartieri di migranti un volantinaggio contro la “pulizia olimpica”. Inizia una serie di attentati contro i centri sociali: vetri sfondati, auto incendiate, aggressioni a chi esce. La notte fra l’11 e il 12 giugno l’episodio più grave: una dozzina di persone, appartenenti a gruppi neofascisti, penetra all’interno del Barocchio e colpisce con mazze e coltelli; il ferito più grave ha il volto tagliato e il diaframma perforato, resterà per giorni tra la vita e la morte.

18 giugno. Corteo di solidarietà con gli aggrediti del Barocchio. Parte da S.Salvario e si dirige verso piazza Castello. Prima di entrarvi è caricato duramente dalla polizia: inseguimenti, manganellate e abbondanti lacrimogeni. Durante la fuga alcuni manifestanti tentano di difendersi lanciando tavolini e sedie di plastica. Nonostante la violenza della carica il corteo non si disperde, si dirige al centro sociale Fenix intorno al quale quasi tutti rimangono raggruppati fino a tarda sera per timore di subire la caccia all’uomo.

Il giorno seguente, la cronaca locale dei due principali quotidiani torinesi, in perfetta sintonia, usa parole di fuoco contro i manifestanti, li descrive come teppisti, riporta episodi di violenze su cose che nessuno dei partecipanti al corteo ha visto. La campagna di disinformazione continua per settimane con pubblicazione di notizie palesemente false e spesso inverosimili.

20 luglio. La polizia dà inizio ad una serie di arresti e denunce per chi ha partecipato al corteo del 18 giugno e al presidio del 19 maggio al CPT.

10 ragazzi rimangono in carcere 20 giorni, poi il tribunale del riesame “concede” gli arresti domiciliari che dureranno più di sei mesi. Gli altri hanno misure cautelari meno severe.

Per loro l’accusa è di devastazione e saccheggio: se condannati dovranno scontare dagli 8 ai 15 anni. Il Fenix, in quanto ha dato ospitalità, viene sequestrato, sgomberato e murato.

I PM sono Laudi e Tatangelo, gli stessi che nel 1998 chiesero gli arresti di Maria Soledad Rosas (Sole), Edoardo Massari (Baleno) e Silvano Pellissero con l’accusa di terrorismo per gli attentati contro l’Alta Velocità. I tre furono scagionati in cassazione, quando Sole e Baleno erano ormai morti suicidi in carcere.

Settembre e ottobre. Altri 5 centri sociali sgomberati: irruzione nel cuore della notte, denunce per occupazione, furto e danneggiamento, manganellate e fermi anche per chi si avvicina durante le operazioni di sgombero. Ora, vecchi edifici inutilizzati che hanno ospitato per decenni conferenze, dibattiti, assemblee, spettacoli teatrali, cene sociali, concerti, che sono stati luogo di ospitalità per chi temporaneamente era senza casa, sono vuoti, con porte e finestre murate.

 

L’INIZIO DEL PROCESSO

Tutti e 10 gli imputati del 18 giugno sono rinviati a giudizio per devastazione e saccheggio (pena prevista: dagli 8 ai 15 anni): Tobia, Darco, Fabio, Sasha, Andrea, Mauro, Manuel, Roberto, Massimiliano, Silvio. Due di loro sono imputati dello stesso reato per i fatti del 19 maggio davanti al CPT. Altri due ragazzi sono imputati solo per il CPT.

In totale, 12 compagni sono coinvolti nel processo che inizia il 27 giugno 2006.

Il 2 ottobre si svolge la prima udienza vera e propria. L’accusa sostiene l’ipotesi che il corteo del 18 giugno 2005 sia stato indetto per attaccare le forze dell’ordine, mentre per la difesa l’iniziativa mirava a informare la cittadinanza del preoccupante crescendo di aggressioni fasciste ai danni di giovani occupanti di case, anarchici o comunisti, culminato nell’accoltellamento di due ragazzi del Barocchio. Acquisiti gli elementi di prova, le richieste delle parti e le liste dei rispettivi testimoni, la corte fissa la successiva udienza per lunedì 6 novembre.

6 novembre. Questa udienza viene interamente dedicata alla ricostruzione, da parte di funzionari e agenti della Polizia di Stato, dei fatti accaduti durante il presidio del 19 maggio 2005 davanti al CPT. Oltre alle azioni dimostrative come l’esposizione di striscioni di solidarietà nei confronti degli “ospiti” internati, accensione di fumogeni e martellamento del muro di cinta, i poliziotti testimoniano che si sono verificati lanci di pietre contro di loro.

La prossima udienza è fissata per il 30 gennaio 2007 alle ore 10.00. Per quella data è in programma un presidio davanti al Tribunale (corso Vittorio Emanuele 300) e chi vorrà potrà assistere al dibattimento in aula.

 

DALL’APPELLO DEL “COMITATO GENITORI 18 GIUGNO”, costituito da alcuni genitori degli imputati:

      Riteniamo che la risposta delle Istituzioni al dissenso giovanile, anche quando espresso con metodi radicali, non possa essere data giuridicamente attraverso restrizioni della libertà e l’inasprimento delle pene.

      Difendiamo il principio che le opinioni e la pratica politica, come l’appartenenza degli imputati ad ambiti di lotta politici, non possano essere di per sé reato e quindi perseguibili, ma solo i fatti compiuti debbano essere con commisurazione contestati.

      Lanciamo un appello affinché l’uso di imputazioni forti, non comparabili con i fatti, e le dure misure di custodia cautelare, non favoriscano un clima di pregiudizio specifico e più generale verso la libertà di espressione e manifestazione.

 

 

 

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LIBERTA’ DI CIRCOLAZIONE PER TUTTI GLI IMMIGRATI!

 

      Torino è uno dei teatri in cui emerge quotidianamente lo stato di disuguaglianza e segregazione nel quale vivono alcune categorie di persone a causa del colore della pelle o del possesso o meno di documenti; retate, reclusioni nel CPT ed espulsioni si ripetono quasi ogni giorno, e i politici dell’amministrazione comunale se ne vantano con compiacimento.

In generale i tentativi di integrazione si scontrano con la forte tendenza, da parte delle classi dominanti, a conservare privilegi e disuguaglianze facendo leva su politiche securitarie le quali, oltre ad essere di per sè atti di grave inciviltà, non fanno che aggravare la situazione. Questa tendenza purtroppo fa presa anche su strati di popolazione media, come dimostrano gli assurdi atti di razzismo e l’irrazionale atteggiamento xenofobo di molte persone, cavalcato e rinforzato dalla propaganda dei partiti di destra.

Quando si aprono le frontiere, è per lo più per avere nuovi serbatoi di manodopera a basso prezzo, del quale il capitalismo nostrano si serve senza scrupoli; rientra in questo quadro l’ingresso della Romania e della Bulgaria nella UE a partire dal 1 gennaio 2007, che paradossalmente da un giorno all’altro permette la libera circolazione a immigrati romeni e bulgari che prima erano costretti alla clandestinità.

E’ veramente difficile credere che la cosiddetta “sinistra radicale” al governo, che per farsi votare ha assicurato il “superamento” dei CPT e nuove politiche nel campo dell’immigrazione, possa andare al di là di ennesime false promesse o sterili prese di posizione. Anche in questo campo la soluzione deve venire “dal basso”, dalla mobilitazione e dall’azione popolare.

      La lotta per uguali diritti delle persone, indipendentemente dal paese di origine, e quindi per la regolarizzazione immediata e permanente di tutti gli stranieri presenti sul suolo italiano, fa parte della lotta più generale per l’emancipazione di tutti gli uomini dalla società del profitto e del privilegio.

 

 Il sito www.meltingpot.org contiene notizie e documenti sul tema immigrazione, aggiornati con frequenza.

Segue materiale relativo a due situazioni verificatesi a Torino (vedi anche cronologia).

 

1-4 dicembre. Presidio dei profughi africani in piazza Palazzo di Città.

Il presidio dura sino a che gli immigrati non ricevono, da parte del consiglio comunale, la proposta di una sistemazione in locali dell’ARCI, cui dovrebbe seguire l’assegnazione di stabili ATC. Alla fine di dicembre gli stranieri risultano ancora ospitati in due strutture Arci, in via Mantova e in via F.lli Garrone.

Ecco parte del volantino distribuito durante quei giorni:

Da circa due mesi un gruppo di più di cinquanta persone provenienti da Sudan ed Eritrea sopravvive in condizioni disumane per strada o nei parchi. Sbarcati a Lampedusa nel mese di giugno, sono stati internati nel CPT. Successivamente smistati in altre città del Sud Italia, si sono visti riconosciuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari dalle locali questure. Da fine settembre/inizio ottobre sono giunti nella nostra città. Nonostante le sollecitazioni giunte da privati cittadini, le istituzioni preposte all’accoglienza nella nostra città le hanno lasciate nel più completo abbandono. Ancora una volta la città di Torino intende gestire il problema della carenza dei posti letto per i senza tetto con le politiche temporanee e fittizie dell’ “emergenza freddo”. La campagna emergenza freddo partirà soltanto a dicembre inoltrato con l’allestimento di capannoni. Come facciamo a dire a queste persone che dovranno dormire all’addiaccio ancora per settimane dopo che molti di loro sono stati in ospedale per infezione ai reni? Sono negati i diritti umani.

I territori di provenienza di queste persone sono l’epicentro di conflitti di natura politica che spesso sfociano in pratiche di persecuzione che giugono fino alla pulizia etnica. Questi soggetti rientrerebbero quindi nelle disposizioni dell’art. 10 della Costituzione: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”.

Il nodo della questione è che lo stato italiano rimuove e scarica la propria responsabilità in materia di assistenza, attraverso l’invenzione- utilizzo del permesso di soggiorno per motivi umanitari, condizione giuridicamente indefinita, che non permette agli stranieri interessati delle garanzie previste invece dallo status di rifugiato politico, a partire dall’assicurazione di vitto e alloggio...

Ancora una volta ci troviamo ad affrontare nella nostra quotidianità le conseguenze di crisi mondiali, alimentate dalle nuove logiche di dominio delle superpotenze occidentali, che come risultato hanno fenomeni di immigrazione malamente gestiti…

 

 

15 dicembre. Occupazione della sede della Croce Rossa, in via Bologna 171.

I tre compagni protagonisti di questa azione dimostrativa vengono denunciati per occupazione e violenza privata, e trascorrono tre giorni al carcere delle Vallette. Vengono liberati lunedì 18 dicembre con obbligo giornaliero di firma.

Ecco il testo del comunicato inviato a giornali ed emittenti radio. Nell’arco della giornata del 15 il comunicato, tradotto in varie lingue, è stato distribuito in Torino, soprattutto nei quartieri abitati da stranieri.

 

 

-Non sopportiamo più di vivere in una città che ospita un lager.

-Non sopportiamo più di vedere gente inseguita per la strada, rinchiusa e deportata perché non ha i documenti.

-Non sopportiamo più che chi lotta contro vergogne enormi come i Centri di Permanenza Temporanea possa essere arrestato e processato – come è successo ad alcuni anarchici leccesi, che dopo più di un anno di carcere sono da cinque mesi agli arresti domiciliari.

-Non sopportiamo più chi ci dice di aspettare, chi ci dice che tutto si aggiusterà, chi ci promette che, dopodomani, con la sinistra al governo…

-Noi, non possiamo più aspettare: è per questo che oggi abbiamo occupato la sede della Croce Rossa.

-Rimarremo chiusi qui dentro fino a che la dirigenza regionale della Croce Rossa non si impegnerà formalmente e per iscritto a rinunciare alla gestione del lager di Corso Brunelleschi.

Non un passo indietro.

Chiudere i CPT è possibile, subito.

 

Gli occupanti

Torino, 15 dicembre 2006

 

 

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TAV E PROBLEMI AMBIENTALI A TORINO 

SERATA INFORMATIVA - 21 FEBBRAIO

 

Il 21 febbraio al Salone di corso Ferrucci 65/a si è tenuta una serata informativa sul “TAV a Torino” allo scopo di portare l’argomento dell’opposizione al TAV anche nell’area urbana della città, in particolare per ciò che concerne l’ipotesi di tracciato che passando da Settimo e Venaria lambirebbe la tangenziale sino a corso Marche e di qui, attraverso zone densamente abitate, giungerebbe a Orbassano, per proseguire verso la Val Sangone.

La partecipazione è stata complessivamente positiva (oltre 100 persone) e dal dibattito sono emersi anche diversi elementi su altre questioni ambientali di Torino e dintorni. Infatti i promotori dell’iniziativa (i comitati no-tav torinesi, la CUB, il Partito Umanista, le case occupate Barocchio, Asilo e Metzcal, oltre a diverse individualità) hanno deciso di organizzare una seconda serata per metà aprile dedicata nello specifico a queste nocività, come ad esempio il passante ferroviario, La Torino-Milano, l’inceneritore del Gerbido etc.

Protagonisti della riunione sono stati due esponenti “di spicco” del movimento no tav della Valsusa, Claudio Cancelli, che è ingegnere al Politecnico di Torino, e Alberto Perino, portavoce del movimento in molte occasioni.

Cancelli nel suo intervento ha sottolineato come l’inutilità dell’opera sia stata messa in luce anche da studi compiuti dalle stesse società ferroviarie. Anzi, lo stesso Osservatorio Tecnico, in cui in questo periodo si stanno misurando esperti della valle e rappresentanti del governo, ha riconosciuto che l’attuale ferrovia potrebbe trasportare 32 milioni di tonnellate di merci all’anno (forse anche di più), mentre l’odierno utilizzo è di 6 milioni di tonnellate! Quindi vi sono ampi margini, per non parlare dei passeggeri diretti da Torino a Lione, che sono pochissimi. Chi vuole fare il TAV dunque è spinto da un evidente scopo di speculazione: proprio per questo sono state inventate società di diritto privato con capitale pubblico, che non rispondono di quello che fanno ma possono farsi prestare i soldi dalle banche con la garanzia dello stato. Così i costi lievitano a dismisura, consentendo lauti guadagni a  finanziarie, imprese appaltatrici, studi di progettazione. Tanto per dare un’idea, i costi di realizzazione della rete TAV italiana, previsti in 14 miliardi di euro nel 1991, oggi hanno raggiunto 88 miliardi. Finora per le tratte già realizzate sono stati spesi 33 milioni di euro a chilometro, mentre in Francia e Spagna il costo si è fermato rispettivamente a 10 e 9 milioni.

Perino nel suo intervento ha ribadito in maniera articolata i tre principali motivi dell’opposizione all’opera: 1. perchè è inutile 2. perchè è costosa 3. perchè è incompatibile e altamente nociva dal punto di vista ambientale.

Una prossima assemblea  per fare il punto organizzativo sul TAV e i problemi ambientali di Torino e provincia è in programma presso la FAI di corso Palermo 46 mercoledi 7 marzo alle 21. Oltre alla serata di metà aprile, infatti, c’è da lavorare per la riuscita della grande manifestazione che unirà la Val Sangone alla Val di Susa (da Trana ad Avigliana), in programma il 31 marzo; per pubblicizzarla l’idea è di fare, durante il mese di marzo, dei banchetti informativi ai mercati al sabato mattina, e un concerto nella serata di sabato 24.

La manifestazione del 31 è la principale scadenza alla quale si prepara il Coordinamento dei Comitati, che continua a riunirsi regolarmente, in maniera unitaria, e costituisce un fondamentale momento di sintesi delle varie istanze che maturano sul territorio; a febbraio le riunioni si sono tenute a Vaie (il 13 del mese) e ad Alpignano (il 26).

Tra l’altro negli ultimi giorni il movimento ha dovuto registrare l’ulteriore svolta del governo Prodi che, nei suoi 12 punti varati per richiamare all’ordine la sinistra radicale (cosa puntualmente avvenuta), ha ribadito l’impegno a fare il TAV anche in tempi piuttosto rapidi.

Un’altra conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che non ci sono governi amici. (MD)

 

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PATTO NAZIONALE DI MUTUO SOCCORSO

CONTRO LE NOCIVITA’ AMBIENTALI

 

Il Patto di Mutuo Soccorso, rete di associazioni che lottano contro le grandi opere e le nocività ambientali, varata negli ultimi mesi del 2006 sullo slancio del movimento no-tav della Val di Susa, ha dato una prima positiva “prova di forza” con la manifestazione di Vicenza, nella quale i no-Tav, i no-Mose, i comitati contro i rigassificatori e altri erano presenti in gran numero.

Ora il patto dispone di un sito internet, www.pattomutuosoccorso.org, sul quale è pubblicato materiale delle varie realtà aderenti, con la possibilità di accedere ai link dei singoli gruppi. Inoltre sul sito sono segnalate le varie iniziative e manifestazioni in programma da un capo all’altro della penisola. A dimostrazione che la tematica ambientale è centrale nel odierno conflitto tra le istituzioni capitalistiche e la società civile, solo nel mese di marzo sono previsti ben 4 appuntamenti di rilievo sul territorio nazionale, e precisamente:

SABATO 10 MARZO - Manifestazione NO TAV/KEIN BBT a Bolzano. Ritrovo: ore 14.00 in piazza Mazzini. Non sono ammesse le bandiere di partito. Al termine del corteo, ore 17.30 circa, assemblea pubblica a cui parteciperanno diverse realtà del Patto di mutuo soccorso: un’occasione per conoscere altre esperienze.

SABATO 10/DOMENICA 11 MARZO – Due giorni contro il progetto di costruzione della megacentrale elettrica turbogas ad Aprilia, a sud di Roma. Sabato 10 marzo ore 15:00, Assemblea del movimento. Domenica 11 ore 11:00, Corteo cittadino.

SABATO 17 MARZO - Giornata di mobilitazione in Val di Noto (Sicilia) contro il pericolo delle trivellazioni gas-petrolifere. Manifestazione dalle ore 10 a Noto.

SABATO 24 MARZO – Alle ore 11 manifestazione a Bassano del Grappa contro la zincheria di S.Pietro di Rorà (Vicenza), che da anni inquina irrimediabilmente le falde acquifere della zona. A S.Pietro da 5 anni un presidio permanente si batte contro questa nocività.

Le ragioni di chi porta avanti queste battaglie sono valide e ben documentate (avremo modo di entrare nei dettagli nei prossimi bollettini, comunque il sito è una preziosa fonte di informazioni). In generale ciò che le accomuna è un modello di sviluppo basato su un rapporto equilibrato tra uomo e natura, sull’abbandono della logica del profitto e sulla difesa del diritto per le popolazioni di un territorio di decidere liberamente del proprio destino.

Il Patto di Mutuo Soccorso include anche alcune delle lotte per la difesa del territorio dalle installazioni militari. Oltre al movimento No Dal Molin di Vicenza vi è anche un Tavolo di lavoro contro gli F35 all’aereoporto di Cameri (Novara), che dovrebbe tenere un’assemblea a Novara domenica 11 marzo. Si spera che anche altri comitati per lo smantellamento delle basi militari presenti su territorio italiano entrino in un rapporto di mutua solidarietà con le realtà ambientaliste. A tal proposito è da segnalare che il 24 marzo è in programma a Lentini (Sicilia) una manifestazione contro l’ampliamento della base americana di Sigonella.                                          (MD)

 

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IL TAV NELLE TRAPPOLE PARLAMENTARI

 

 

La crisi del Governo di fine Febbraio è servita a Prodi a stilare i  12 punti “qualificanti” del programma con cui si è ripresentato alle Camere in modo da impegnare direttamente tutti i parlamentari: sulla riconferma delle missioni militari, anche se condite con Conferenze di pace; sulla rapida conclusione della vicenda TAV, ovviamente con il “dialogo”  con le popolazioni; sul “riordino” previdenziale,ecc.

 

Tutti i deputati e i senatori hanno votato a favore del Governo sotto lo spauracchio del ritorno di Berlusconi, il che dovrebbe far riflettere sulle scarse possibilità di una vera opposizione in Parlamento, e quindi anche dei vantaggi a portar avanti una politica elettorale piuttosto che dedicare tutte le energie all’organizzazione dell’opposizione sociale.

Lo stesso senatore Turigliatto, che il 21 febbraio non aveva partecipato al voto sulla relazione di politica estera di D’Alema, accusato di aver fatto cadere il governo, il 28 febbraio ha votato a favore precisando  che ... “non farò il capo espiatorio … per questo oggi esprimo un sì e alcuni no: un sì per la fiducia che equivale ad un appoggio esterno. Ma non voterò la guerra, non voterò la TAV e la controriforma delle pensioni … Contrasterò con tanti altri la   Base di Vicenza”. Ed infatti così ha fatto votando No al rifinanziamento  delle missioni  militari  il 27 marzo.

 

“DISCUTEREMO E POI FAREMO IL TAV”

Questa è la tattica che emerge dalle dichiarazioni di Fassino e di Prodi, che prosegue:  “… non è  vero che gli abitanti del luogo non abbiamo diritto di dire la loro, ma DEVONO capire che c’è un interesse fondamentale per tutto il Paese che l’opera venga fatta”.

Nell’appello per la manifestazione del 31 Marzo, la marcia Trana – Avigliana, il Coordinamento dei Comitati No TAV di Val Susa, Val Sangone, Val Gronda e Torino ribadisce:

 

“Su questo terreno non sono possibili mediazioni: non ci sono soluzioni  “tecniche” perché il problema non è tecnico ma politico. Da un lato chi sostiene il bene di tutti e dall’altro l’interesse delle lobby e del tondino. …Ribadiamo pertanto che ogni tentativo di avviare sondaggi, installare cantieri, dare il via a nuovi progetti ritroverà l’opposizione ferma, decisa, fortissima di tutto il popolo No TAV. Quella che è in gioco è la definizione stessa di “bene comune” una definizione che non può coincidere  con quella di profitto, ma si articola intorno  ai nodi della decisionalità  della partecipazione, della libertà di progettare un futuro in cui l’idea stessa di  “crescita” si misura su parametri condivisi”.

 

La manifestazione ha visto una forte partecipazione degli abitanti  della Val Susa, della Val Sangone e di Torino a cui hanno portato solidarietà  delegazioni del  Presidio No Dal Molin, di Vicenza,  di S. Pietro di Rosà, della Lombardia, dei sindacati di base, altri partiti e movimenti.

Tra i vari interventi che dichiaravano la volontà di resistere un minuto di più alla arroganza dei poteri  economici e politici, l’intervento del rappresentante del  No Dal Molin  ha evidenziato l’abisso che si sta creando tra la politica ed i cittadini e a Vicenza il “silenzio assordante” della Chiesa sul tema della guerra  in appoggio alla popolazione riducendo la sua denuncia pastorale  al contrasto dei DICO.

 

L’IPOTESI DEL TRACCIATO MISTO DEL TAV

Nel mese di Marzo si sono succeduti molti “vertici” sul TAV: il 12 a Parigi il  ministro Di Pietro con il suo omologo Perben, ha prenotato 1 miliardo di euro dai fondi comunitari per finanziare la conclusione degli studi e dei lavori preliminari, dichiarando che “ in Val Susa è quasi tutto risolto … per fine settembre il Governo italiano emetterà il Decreto di localizzazione dell’opera .”(La Stampa del  13 marzo e seguenti).

Pur di ridurre la contestazione, sembra   rafforzarsi   l’ipotesi di un tracciato  misto basato su :

- il “tunnel di base”,  quello con la Francia di 53  Km,  non sarebbe più scavato a Venaus,  ma sopra Chiomonte, in modo che la lunghezza della galleria lato Italia si ridurrebbe da 8 a 4- 5 Km .;

- il potenziamento e l’interramento (?) della linea storica in Val di Susa per il suo pieno utilizzo, poiché è stato ammesso nell’Osservatorio tecnico da tutti i partecipanti che attualmente è solo sfruttata ad 1/5 della sua potenzialità, potendo transitare su di essa circa 208-226 treni al giorno (v. Bollettino di Febbraio).

- il passaggio anche in Val Sangone per transitare a Orbassano e a Torino in C.so Marche per proseguire verso Settimo e Milano.

Virano, Commissario governativo e Presidente dell’Osservatorio,  ha portato, in un altro vertice del 21 marzo con Di Pietro, l’ipotesi  di definire prima il tracciato per il nodo di Torino, superando la diatriba tra FF:SS: ed Enti Locali su dove far passare le merci da Chivasso ad Orbassano, e iniziare i lavori quindi in questa area, procedendo poi nelle valli, in modo da tenere lo scavo del tunnel di base per ultimo. Ciò consentirebbe di ridurre l’impatto ambientale “trasportando il materiale di scavo direttamente sugli altri tratti di linea già realizzati, liberando le strade dal passaggio dei camion”

 

IL TAV A TORINO

Si è già svolto un incontro di informazione dei cittadini di Torino il 21 febbraio nella sala di Corso Ferrucci, con l‘ing. Claudio Cancelli del Politecnico e Alberto Perino ,  portavoce dei No TAV perché questa accelerazione delle decisioni che riguardano la direttrice C :so Marche - C.so Sacco e Vanzetti devasterà ancora la nostra città dopo tutti gli inutili scavi per far passare i famosi cavi a fibre ottiche, solo parzialmente utilizzati, il pluridecennale cantiere per il passante ferroviario, i mai conclusi scavi per il teleriscaldamento e l’eterna  Metropolitana, che neanche i giochi olimpici sono riusciti a far funzionare fino a Porta Nuova , come previsto, ecc..

Il 10 marzo, in concomitanza con la manifestazione di protesta a Bolzano contro il progetto di un altro tunnel  per il TAV sotto le Alpi, sono comparse a Torino le bandiere No TAV nella zona interessata al progetto in C.so Marche.

 

Per continuare la mobilitazione :

 INCONTRO INFORMATIVO SUL TAV A TORINO

IL 18 APRILE 2007 ore 21

  NELLA  SALA  DI C.so  FERRUCCI 65 – TORINO

CON  LA  PARTECIPAZIONE  di  CLAUDIO GIORNO e EMILIO SOAVE

 

 

 

 

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MOBILITAZIONI CONTRO I CPT E PER I DIRITTI DEGLI IMMIGRATI

 

Nel mese di marzo ci sono state diverse iniziative sul territorio italiano in difesa degli immigrati, centrate su due aspetti principali. 1. Lotta per la chiusura dei CPT 2. Lotta per la regolarizzazione di tutti gli immigrati presenti sulla penisola.

 

Sabato 3 marzo a Bologna si è svolto un corteo nazionale contro i CPT, cui hanno partecipato diversi centri sociali di tutta Italia (assenti i partiti).

Domenica 25 marzo a Roma c’è stato un corteo definito “preventivo” contro la prossima riforma della legge sull’immigrazione  Amato-Ferrero, organizzato dal Comitato Immigrati in Italia. Si riporta il testo d’indizione della manifestazione (da www.contropiano.org):

Le promesse non mantenute del Governo Prodi: regolarizzazione dei 700 mila stranieri senza permesso di soggiorno e cittadinanza per i nati in Italia.

In questi mesi il Governo Prodi sta per varare la riforma sull’immigrazione Amato-Ferrero, un superamento della legge Bossi- Fini, che in realta’ non apportera’ alcun cambiamento sostanziale.

Nessun provvedimento per la regolarizzazione dei 700 mila stranieri senza permesso di soggiorno, nessun passaggio di competenze dalla Questura ai Comuni; non verrà scollegato il contratto di lavoro dal permesso di soggiorno, non ci sarà l’eliminazione del requisito del reddito per ottenere la cittadinanza; non verrà data la cittadinanza automatica ai figli nati in Italia da genitori immigrati.

Altre iniziative organizzate dal CII si sono svolte a Napoli il 24 marzo e a Bari il 31.

 

Dopo più di un anno, è uscito un nuovo numero di “Tempi di guerra, corrispondenze dalle lotte contro le espulsioni e il loro mondo”, reperibile a Torino presso il Centro di Documentazione “Porfido” (via Tarino 12c). Il giornale contiene moltissime informazioni sulle drammatiche vicende degli immigrati e sulle lotte in loro difesa, dall’Italia al resto del mondo. Alle pagg. 8-10 c’è una cronologia dei numerosi episodi (ma probabilmente sono stati molti di più) nei quali hanno perso la vita migranti che tentavano di raggiungere la “fortezza Europa”, nella speranza di uscire dalle proprie disperate condizioni di vita.

 

Infine, può essere utile oggi ricordare la vicenda di una lotta che ha avuto successo, quella contro il CPT di San Foca, in provincia di Lecce. Questa struttura nel 2003 fu al centro di un’inchiesta di Stefano Mencherini, giornalista indipendente che sulla rivista Avvenimenti e nel film-inchiesta Mare Nostrum denunciò i fatti (sevizie, torture, musulmani ingozzati con carne di maiale durante il Ramadan) per cui nel 2005 sono stati poi condannati in primo grado il direttore del centro, don Cesare Lodeserto, alcuni suoi collaboratori e sette carabinieri.

E’ significativo che da allora i giornalisti non siano più potuti entrare in alcun CPT; l’unico che vi è riuscito è stato il giornalista de L’Espresso Fabrizio Gatti nel 2005, che si è finto naufrago nel mare intorno alla Sicilia e, raccolto da una vedetta della marina, è finito recluso per sette giorni nel CPT di Lampedusa (un reportage di quell’esperienza è stato successivamente pubblicato su L’Espresso).

In seguito alle lotte portate avanti dopo l’uscita dall’inchiesta di Mencherini, ora il CPT di San Foca non esiste più. Ma sono ancora sotto processo, in attesa della sentenza di primo grado, 13 compagni di Lecce che in quegli anni hanno contribuito attivamente alla chiusura di questo lager e che solo in questi giorni, dopo quasi due anni, sono stati finalmente tutti scarcerati.                                                                                               

(MD)

 

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LOTTE IN DIFESA DEL TERRITORIO

Il presidio di San Pietro di Rosà

 

Oltre al movimento che si oppone al TAV Torino-Lione, nel mese di marzo sono stati attivi molti altri comitati contro le nocività ambientali sparse sul territorio italiano.

Il 10 marzo si è svolta a Bolzano una manifestazione contro il TAV del Brennero, e ad Aprilia, nel Basso Lazio, una contro la locale centrale Turbogas.

Il 14 marzo ci sono stati scontri tra la polizia del governo amico Prodi e gli abitanti di Serre, un paese in provincia di Salerno che si oppone alla nuova discarica che dovrebbe sorgere sul suo territorio.

Il 17 marzo si è svolta a Noto, in Sicilia, una manifestazione contro il progetto di trivellazioni petrolifere.

Il 24 marzo è stata la volta di Saluggia, in provincia di Vercelli (marcia antinucleare), Bassano del Grappa in Veneto (manifestazione contro la zincheria di S.Pietro di Rosà), Pinerolo (presidio contro la nuova strada delle cave in Val Pellice).

Il 25 marzo a Palermo il quartiere Borgonuovo è sceso in piazza contro il progetto del nuovo inceneritore.

Il 30 marzo alcuni attivisti del movimento no-coke dell’Alto Lazio (contro la riconversione a carbone di alcune centrali ENEL) hanno iniziato uno sciopero della fame.

 

Ci soffermiamo sulla vicenda del Presidio Permanente di S.Pietro di Rosà, in provincia di Vicenza.

Il Presidio, nato nell’agosto del 2002 , raccoglie le proteste di un’intero paese che fin dagli inzi degli anni ’90 lotta contro la costruzione, a ridosso delle case, di un grande complesso industriale (denominato pip49) in cui spicca una zincheria (la zincheria Valbrenta) che sparge veleni. Le speculazioni finanziarie, gli abusi edilizi e l’arroganza dell’amministrazione comunale procedono di pari passo con le denunce, i ricorsi e le proteste mentre i terreni (compresi un’area riconosciuta di grande interesse archeologico) vengono utilizzati come discarica di rifiuti altamente tossici che hanno inquinato anche le falde acquifere dei paesi vicini.

Nel corso degli anni gli attivisti del presidio hanno dovuto fronteggiare l’offensiva dei poteri forti: alcuni di loro sono finiti sotto processo, uno è stato addirittura sprangato dagli sgherri dell’ecomafia locale. Tuttavia il coraggio e la determinazione ha permesso ai presidianti di resistere fino ad oggi, e la partita è tuttora aperta.

Alla manifestazione no-tav Trana-Avigliana del 31 marzo, Daniele del Presidio di San Pietro ha parlato in rappresentanza del Patto di Mutuo Soccorso, la rete nazionale di solidarietà tra le varie realtà che lottano contro le nocività ambientali.                                                                                             

(MD)

 

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Milano 12 aprile 07 ore 13,00 : nel quartiere cinese di V. P. Sarpi scoppia una rivolta: scontri, feriti e auto distrutte.

Questi eventi scoperchiano una condizione di sfruttamento e discriminazione razziale, anche nella comunità cinese, in una città che si arricchisce del loro lavoro regolare e sommerso (in Lombardia ci sono circa 37.000 regolari e chissà quanti irregolari). La Stampa del 29 aprile descrive così:  “una volta entrati, vengono distribuiti sul territorio in diversi settori: lavoro domestico, manovalanza edilizia, ristorazione, pelletteria e abbigliamento. Secondo la Finanza  sono parte essenziale del made in Italy, “il ruolo dei loro laboratori, spiegano le fiamme gialle è fondamentale per la competitività dei nostri marchi” offrendo lavoro a basso costo, flessibilità “anche grazie al sommerso”. In Italia i lavoratori cinesi regolari sono circa 112.000, mentre difficile è la stima degli irregolari persino per le fonti ufficiali . Una massa di lavoratori che vive in condizioni di supersfruttamento con salari tra i 400 e i 600 €/mese che partecipa alla produzione di ricchezza per una borghesia cinese e soprattutto per quella italiana, che come ringraziamento riceve manganellate e soprusi razzisti.

In allegato produciamo un volantino dei compagni di Pagine Marxiste che nella lotta della comunità cinese sono stati tra i sostenitori dell’opposizione antirazzista alla giunta Moratti.

 

Contro la campagna xenofoba della Giunta Moratti

solidarietà internazionalista coi lavoratori immigrati

Gli scontri di giovedì in via Paolo Sarpi sono il risultato di una deliberata campagna xenofoba della Giunta comunale milanese, tesa a guadagnare voti fomentando le ideologie razziste e quindi le tensioni tra italiani e immigrati. Hanno riesumato una legge fascista contro i barboni (divieto di trainare carrelli lungo i marciapiedi per non insudiciare i passanti) applicandola contro i commercianti all’ingrosso di via Paolo Sarpi/Canonica, fino a rendere impossibile lo svolgimento della loro attività, per la quale hanno avuto regolare licenza, e hanno pagato consistenti buonuscite ai commercianti italiani. La trasformazione della zona di via Sarpi in isola pedonale sancirebbe la loro definitiva espulsione dal quartiere.

Negli ultimi mesi la Giunta ha accresciuto in maniera insopportabile la pressione quotidiana sui cinesi della zona sguinzagliando decine di vigili e poliziotti, dando loro mano libera nel compiere arbitrii, soprusi, vessazioni, anche pestaggi nei confronti di chi si oppone – sono arrivati a multare e sequestrare l’automobilina di un bambino cinese! – fino a che l’ultima goccia (la multa più la minaccia del ritiro della patente per un’auto in sosta vietata) ha fatto traboccare il vaso.

La chinatown milanese si è ribellata a ciò che ha giustamente visto come deliberata discriminazione e aggressione (in corso Buenos Aires o in viale Padova non ci sono torme di vigili ad impedire l’uso di carrelli per lo scarico delle merci).

Non siamo interessati alla difesa degli interessi commerciali in quanto tali, italiani o cinesi che siano. Ci stanno più a cuore i lavoratori proletari, e tra essi in particolare i milioni di immigrati da ogni parte della Terra che a Milano come in tutte le città e le campagne d’Italia svolgono i lavori più ingrati con le paghe più basse e in condizioni spesso disumane, sfruttati da padroni senza scrupoli, siano essi italiani, cinesi o di qualunque altra nazionalità.

La legge anti-immigrazione Bossi-Fini non fa che incentivare questi fenomeni costringendo nell’illegalità molti immigrati che vogliono lavorare, e obbligandoli così ad accettare lavori in nero senza alcuna protezione legale. Ora la campagna xenofoba e razzista anti-immigrati e anti-cinesi, scatenata dalla Giunta milanese e amplificata dai mass media è tesa proprio ad accrescere la cappa di oppressione e di isolamento sulle decine di migliaia di immigrati cinesi presenti a Milano, ostacolandone l’integrazione.

È compito dei comunisti contrastare e rovesciare questa campagna, promuovendo la solidarietà internazionalista e antirazzista.

Non bandiere italiane contro bandiere cinesi,

tutti con la bandiera rossa dell’internazionalismo proletario!

                                                                                                                                    Pagine Marxiste

 

 

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