|
|
Questo mese di gennaio ha visto due iniziative intraprese dal movimento No-Tav per estendere la lotta e sensibilizzare l’opinione pubblica sulle ragioni dell’opposizione al progetto. Il 7 gennaio si è svolta una manifestazione a Chambery, in Francia; il 22 un corteo a Messina contro il progetto del Ponte sullo Stretto, mentre in contemporanea a Susa un altro corteo sfilava lungo il percorso della fiaccolata del 5 novembre 2005. In queste settimane è uscita una grande quantità di materiale su questa vicenda, che a nostro parere solleva alcuni importanti quesiti anche di carattere generale. Per un approfondimento rinviamo al dossier monografico di prossima pubblicazione contenente il dibattito svoltosi tra alcuni compagni di Torino e Milano, oltre ad articoli specifici sui prossimi bollettini. Riportiamo il testo del volantino distribuito da alcuni compagni il 1 dicembre 2005 a Torino.
A VENAUS (COME A NASSIRIYA) I CAPITALISTI DIFENDONO I LORO PROFITTI CON LE ARMI Da alcuni giorni Venaus è teatro del tentativo, da parte della popolazione della Valsusa e di giovani e lavoratori giunti da altre città, di bloccare l’avvio dei lavori per il tunnel di sondaggio del TAV, tunnel che rappresenta l’avvio dell’impresa vera e propria, visto che poi fungerebbe da galleria di servizio. La Val Cenischia è pressochè militarizzata, migliaia di agenti garantiscono democraticamente che le operazioni si svolgano più o meno secondo copione. Ci sono numerose fonti, ancora troppo poco conosciute anche per la censura dei media nazionali, che documentano l’inutilità del progetto, i danni alla salute e all’ambiente, le speculazioni, gli interessi, i miliardi di mazzette che stanno dietro. E’ emblematica la fretta di iniziare i lavori, legata alla possibilità di avere finanziamenti europei che contribuiscano all’opera. Quello che ci preme sottolineare è che nell’attuale fase di capitalismo giunto allo stadio imperialistico, le forze produttive non vengono più sviluppate ma ostacolate dalla necessità di generare sempre nuovi profitti, il che porta alla realizzazione di opere faraoniche, finanziate con soldi pubblici, a prescindere dalla razionalità del progetto. Chi dunque appoggia apertamente o silenziosamente asseconda il progetto TAV, di fatto è schierato con i grandi capitali italiani in cerca di rivalorizzazione con il supporto dell’Unione Europea, e sta con i loro rappresentanti Ciampi, Prodi, Berlusconi, Lunardi, Bresso e così via. Non dimentichiamo che la stessa sete di profitto ha spinto l’Italia ad occupare da più di due anni i pozzi petroliferi di Nassiriya in Irak, supportando la feroce occupazione anglo-americana. Come comunisti e internazionalisti, dobbiamo agire a fianco della popolazione della Val di Susa nella sua lotta, quali che siano le motivazioni soggettive dei dimostranti, favorendo il più possibile l’estensione dei collegamenti nelle realtà metropolitane, a cominciare da Torino. Se la disparità di forze per ora non consentirà di impedire la prosecuzione dei lavori (ma non si può mai dire), si tratta comunque di trasformare il malcontento dei cittadini in presa di coscienza sul ruolo dello stato, comitato d’affari delle imprese capitalistiche, e degli apparati repressivi di cui lo stato dispone per imporre l’interesse dei pochi che rappresenta.
Lo scorso 5 febbraio si è svolta a Torino una riunione dal titolo “TAV e nuova società” (vedi locandina sul bollettino di gennaio), volta a esaminare alcuni aspetti della lotta contro il treno ad alta velocità da un punto di vista comunista. Uno degli aspetti su cui c’è stato il maggiore accordo è che il progetto TAV è un esempio di come lo sviluppo delle forze produttive, come oggi va avanti, è sempre più confacente alla riproduzione del capitale e sempre meno utile alle necessità umane. L’articolo che segue vuole meglio inquadrare questa affermazione.
Attualmente è in corso un vasto dibattivo sulla classica questione dello sviluppo delle forze produttive, cioè se i comunisti debbano, e fino a che punto, favorire lo sviluppo delle forze produttive, anche se questo significa favorire lo sviluppo del capitale. La via per uscire da tale dilemma può essere trovata solo considerando il reale significato storico del capitale. Una questione teorica, dunque, che però ha delle implicazioni politiche molto importanti. Il capitalismo segna il passaggio dai modi di produzione agricoli (dispotismo, schiavismo, servitù, etc) a quelli industriali, fino alla compiutezza del comunismo. Sospeso tra società naturali e comunismo, il capitalismo esaurisce rapidamente la sua funzione storica. Ma quando ciò si verifica? Per stabilire ciò è necessario comprendere quali siano i compiti storici del capitale. In generale ogni società vuole emanciparsi dalla sua dipendenza dalla natura, cioè da fame, infermità, guerre, sviluppando le proprie forze produttive. Ma nel compiere ciò si determina una restrizione della libertà (naturale) degli individui (doveri verso la famiglia, la comunità, gli dei, che generano privilegi, proprietà e strutture gerarchiche), cioè l’alienazione naturale è sostituita da quella sociale, e ciò tanto più quanto più il processo è progredito. La società borghese costituisce la fase più elevata ed ultima di tale processo, che in essa assume una forma peculiare, quella dell’industrialismo. Ma mentre si emancipa dalla natura la società borghese è sempre più dominata da una sua parte che si è autonomizzata rispetto alla totalità sociale, pur continuando ad esserne parte integrante, anzi essenziale. Si tratta dell’economia e della classe che in essa si identifica, la borghesia, mentre l’alienazione sociale prende la forma dell’anarchia di mercato e del feticismo della merce. Quindi l’economia se rispetto alla natura supera l’alienazione, verso la società ne crea una nuova, nella forma di una seconda natura che domina la società, sebbene da essa prodotta. Il comunismo è il movimento che, superando lo stadio borghese di sviluppo dell’economia, toglie l’alienazione sociale. La sua scommessa è che ciò sia possibile senza ricadere nell’alienazione naturale. Pertanto i compiti storici del capitale si possono ridurre a uno solo: il definitivo superamento dell’alienazione naturale quale premessa necessaria all’instaurazione del comunismo. Tale processo storico presenta un aspetto quantitativo, l’accumulazione di capitale, e un aspetto qualitativo, l’estinzione delle società naturali. Per quanto riguarda il primo che sia esaurito non è possibile affermarlo con certezza, perché ciò dipende dal livello di accumulazione necessario per l’edificazione del comunismo, livello che può essere determinato solo nel corso della realizzazione del comunismo stesso. L’altro criterio di giudizio invece è in qualche misura oggettivo, e considera il grado in cui il capitale ha trasformato il mondo precapitalistico, imponendo ovunque il suo modo di produzione. Quando la trasformazione è totale allora si può affermare che il capitale ha esaurito la sua funzione, e quindi che combatterlo radicalmente è storicamente possibile e progressivo. Ma quando la trasformazione è completa? Quando non esistono più ambiti geografici e sociali estranei alla società capitalistica, e ogni aspetto dell’esistente è piegato alle sue esigenze, cioè diviene fonte diretta o indiretta di profitto. Situazione questa, dove massima è l’espansione e l’integrazione del capitale, in cui paradossalmente è possibile scorgere in filigrana la possibilità concreta del comunismo Si può agevolmente constatare che l’instaurazione del capitale come sistema totalitario, ciò che Marx chiama dominio reale, si è già verificata. Estensivamente il capitale si è ormai imposto come modo di produzione egemonico in tutto il globo. Quanto all’intensità, cioè al grado in cui dominio reale ha permeato la società, si può osservare che ovunque, e nei paesi sviluppati in modo particolare, il capitale è giunto non solo ad impossessarsi della produzione e ad organizzarla secondo le proprie modalità ed esigenze, ma ciò è avvenuto anche nel settore del consumo, cioè della riproduzione della forza lavoro, arrivando così a dominare l’intero ciclo della circolazione del capitale, e quindi pervenendo alla gestione ed al controllo totalitari del sociale. Per quanto riguarda il consumo il totalitarismo del capitale significa che esso produce tutte le merci e i servizi alla persona che sono necessarie alla riproduzione della forza lavoro. Ma non solo, se a ciò aggiungiamo l’estendersi dei servizi al consumo (marketing, informazione, pubblicità, tempo libero), si osserva che non solo i bisogni sociali sono utilizzati per produrre profitto, ma che i bisogni del capitale, - cioè il profitto, - producono i bisogni sociali, cioè il profitto produce se stesso. Per cui i bisogni attuali sono alienati, e si presentano come consumismo individualistico e investimenti pubblici inutili e finalizzati al solo profitto, o alla rendita, come debito pubblico. Ma ciò che dà una misura esatta dello sviluppo del capitale è l’organizzazione della produzione, e in primo luogo il grado di divisione del lavoro e la conseguente introduzione delle macchine. Esso ha già raggiunto un livello estremo e non più intensificabile all’epoca di Taylor, ed ha avuto come principale conseguenza la separazione radicale tra lavoro intellettuale e manuale, e soprattutto tra direzione ed esecuzione, scomponendo poi entrambi nella forma di estese strutture burocratiche gerarchizzate, ramificate in ogni ambito sociale, sia nella produzione che nel consumo. Ciò ha determinato da una parte una concentrazione di potere senza precedenti e svincolata ormai dalla proprietà, e dall’altra il culmine del macchinismo, cioè l’applicazione dell’automazione e dell’informatica sia al lavoro manuale che a quello intellettuale. Tale forma di capitalismo è quanto di più prossimo al comunismo il capitalismo stesso possa produrre. Infatti, se oltre l’estendersi dei servizi alla persona e dei servizi al consumo, consideriamo l’espansione dei servizi alla produzione (ricerca, amministrazione) e la diffusione dell’automazione, si giunge a quella caratteristica ripartizione del lavoro che nelle società moderne vede l’accrescimento su scala gigantesca del lavoro (produttivo) indiretto, la cosiddetta terziarizzazione del lavoro. Ciò significa che sul piano materiale il capitale ha ridotto l’alienazione naturale ad un minimo poiché, trasformando il lavoro prima prevalentemente manuale in lavoro intellettuale e di cura, lo ha umanizzato. Mentre sul piano dei rapporti sociali, cioè dell’alienazione sociale, è già stata eliminata di fatto la proprietà come potere di gestione, e ridotta la borghesia a classe puramente parassitaria, in quanto strato sociale che appare semplice percettore di profitto. E’ ora sufficiente per determinare il passaggio al comunismo eliminare il potere puramente formale dei vertici burocratici, che si limita a gestire unicamente alchimie finanziarie per lo più truffaldine, mentre non dirige più un processo produttivo di fatto autogestito dai produttori (e che comunque non potrebbe essere diretto dal vertice data la sua complessità), ma che solo amministra se stesso. Si tratta solo di operare organizzativamente una ridistribuzione del potere lungo le catene gerarchiche, trasformandole così in reti puramente funzionali, atto che rappresenta il dissolvimento del potere concentrato e la nascita di quello diffuso, ultimo passo verso l’eliminazione di un capitalismo ormai esangue. In sintesi, l’abolizione dell’alienazione naturale, cioè il livello di accumulazione e il grado di umanizzazione del lavoro necessari al comunismo sono evidentemente già raggiunti, almeno nelle aree sviluppate, e probabilmente già superato ampiamente. Inoltre il capitale ha già prodotto le strutture necessarie per l’autogestione della produzione da parte dei produttori, cioè le condizioni per il superamento dell’alienazione sociale, in cui gli individui si riappropriano non solo dei mezzi di produzione, ma anche dei propri bisogni, che saranno diversi da quelli attuali, in forme che già ora iniziano a manifestarsi. Pertanto un ulteriore sviluppo del capitale è ora sicuramente di tipo degenerativo, e finalizzato a prolungare all’infinito la sua agonia. E tale è anche il carattere delle forze produttive che esso può generare in in questa fase agonica.
V.B.
CONVEGNO A BUSSOLENO IL 18.2
Durante il periodo olimpico, e precisamente dal 16 al 19 febbraio, si è svolto tra la Valsusa e Torino un forum sul T.A.V., caratterizzato da diverse iniziative di informazione e dibattito e che ha avuto a detta degli organizzatori una consistente partecipazione. Particolarmente interessante a nostro parere è stato il convegno di sabato 18 febbraio a Bussoleno, organizzato dal CSOA Askatasuna e dal locale Comitato di Lotta Popolare. Ad esso è convenuta, possiamo dire, l’”ala sinistra” del movimento, che sostiene l’opposizione al TAV in un’ottica più ampia di quanto purtroppo non facciano altre componenti. La prima parte del convegno è stata dedicata alla proiezione del video “La valle che resiste”, a cura dei due raggruppamenti organizzatori, ottimo resoconto della vicenda nei suoi aspetti più concreti di lotta: dalla formazione dei primi nuclei di opposizione al progetto (nel 1991 secondo il resoconto di Nicoletta Dosio), alle azioni di protesta susseguitesi negli ultimi anni sino alla fase più calda dello scorso autunno, inaugurata dalla “battaglia del Seghino” del 31 ottobre. Vedendo il filmato si comprende come quello che oggi è una realtà, ovvero il coivolgimento diretto di migliaia di abitanti della valle, sia maturato negli anni grazie a un lavoro di informazione e sensibilizzazione portato avanti da una minoranza di militanti con gli strumenti più diversi. Inoltre si può dire che i momenti in cui il movimento ha avuto i suoi “salti di qualità”, attirando nuove energie, sono stati quelli in cui l’opposizione al progetto è divenuta realtà concreta attraverso le manifestazioni e il blocco dei lavori, in diretta contrapposizione con il braccio armato dello stato, ovvero le forze dell’ordine, teso ad imporre gli interessi dei grandi capitali da esso rappresentati. Alla proiezione è seguito un lungo e intenso dibattito che ha visto susseguirsi alcuni dei protagonisti della lotta, alcuni “ospiti” come il segretario della FIOM di Torino, due rappresentanti di Colombia e Paesi Baschi, che hanno illustrato la situazione di lotta sociale nei loro rispettivi paesi, infine compagni esponenti di varie realtà italiane impegnate nell’opposizione a progetti simili al TAV, dal Mose di Venezia, a Firenze, a Roma. Crediamo sia molto importante il fatto che sia tenuto questo appuntamento, poiché l’unione delle lotte nei confronti del grande capitale è una cosa fondamentale per il loro successo. Senza presunzione, cerchiamo tuttavia di individuare i punti su cui le avanguardie più coscienti possono a nostro avviso lavorare per migliorare la loro azione politica, senza la quale il movimento è destinato rapidamente a rifluire (questo tema sarà comunque oggetto di approfondimenti). 1. In Valsusa, continuare a promuovere le iniziative di partecipazione diretta della popolazione alla lotta, avendo però cura che un numero sempre maggiore di persone divengano consapevoli che questa singola azione pratica deve essere parte di un’azione continua contro le radici dei problemi di tutta la società, ovvero il sistema capitalistico odierno. 2. Guardarsi dal tentativo delle varie forze istituzionali e politiche di condizionare il movimento, prima e dopo la campagna elettorale, riuscendo se possibile a far si che sia il movimento con le sue forme di organizzazione autonoma a condizionare le istituzioni. 3. Basarsi sull’esperienza della lotta in Valsusa per coinvolgere, su altri obiettivi unificanti, la popolazione dei centri urbani, possibilmente grandi (è recente il movimento della banlieue parigina). In questo senso pensiamo che alcune peculiarità della valle, come la tradizione di lotta e il tessuto sociale compatto, abbiano reso più facile il compito, tuttavia si può tentare di ricostruire questi elementi anche altrove. Per parte nostra da Torino e a Torino, dove per lo più operiamo, cercheremo per quelle che sono le forze in campo di spingere avanti questa lotta nei sensi indicati. Una proposta è quella di costituire momenti di coordinamento tra i compagni che operano nelle situazioni di malcontento popolare dovuto alle speculazioni edilizie e ai conseguenti danni ambientali. Segue il testo di un volantino di denuncia che sta circolando a questo proposito. G. C., M. D.
L’opposizione
al TAV in Valsusa ha permesso di smascherare la scandalosa speculazione
perpetrata dalla lobby del treno ad altà velocità. Ma altrettanto se
non peggio si sta svolgendo sotto i nostri occhi: il saccheggio di
Torino, dove le Grandi Opere si chiamano passante ferroviario,
lottizzazione delle aree industriali dismesse, parcheggi sotterranei,
Olimpiadi. Tutte queste opere presentano almeno una di queste due
caratteristiche: -.cementificazione
della città, congestione del traffico e conseguente peggioramento del
già elevatissimo livello di inquinamento (per cui la vita media dei
“fortunati” che abitano in collina è superiore di quattro o cinque
anni a quella di chi vive in città). - decisioni prese sulla testa della gente e spesso ignorandone arrogantemente le proteste, per costruzioni per lo più inutili e dannose, mentre è certo il guadagno delle imprese appaltatrici, e degli speculatori immobiliari. Un caso emblematico, che riassume tutti gli altri, è l’urbanizzazione delle aree ex-industriali, dove si è colpevolmente persa un’occasione, unica in Italia e forse in Europa, di trasformare Torino in Città Giardino, valorizzandola tutta, esteticamente e come ambiente, ed anche come valore medio di tutti gli immobili. E ciò in una città dove è gravissima la carenza di aree verdi, unica vera maniera di combattere l’inquinamento. Sarebbe bastato varare un piano regolatore adeguato, cosa scontata da attendersi non solo da un’amministrazione di sinistra ma semplicemente da una cui stesse a cuore il benessere dei cittadini. Invece, ancora una volta si è chinato il capo di fronte agli interessi della FIAT, principale proprietario delle aree edificabili. A tale scopo si è adottato il principio che il governo del territorio deve essere gestito mediante “atti negoziali”, cioè in accordo con la proprietà, abolendo di fatto il piano regolatore, e abbandonando Torino nelle mani della speculazione. Così la FIAT ha potuto saccheggiare ancora una volta la nostra città. L’amministrazione di sinistra ha adottato una prassi inaugurata dall’amministrazione di destra che governa Milano, anticipando così entrambi l’applicazione del disegno di legge Lupi, prima ancora che venisse approvato. Tale legge prescrive in sostanza che i progetti pubblici e privati non sono tenuti a uniformarsi al piano regolatore, ma al contrario è questo che deve adeguarsi ai progetti. Si conferma che la rendita è il motore dell’economia, e assorbe tutti gli investimenti che sarebbe necessario indirizzare in altri settori, ad esempio ricerca e spese sociali. La rendita è un potere economico regressivo e criminale, ancor più per il fatto che è lì che la mafia investe i suoi capitali (vedi fenomeno Berlusconi). E’ importante che i cittadini e tutti coloro che non vogliono continuare a subire questi scempi si riuniscano e si organizzino per una protesta attiva e diretta, per decidere loro stessi dove e come utilizzare le risorse e gli spazi pubblici.
Il
fascismo del XXI secolo è mutato nelle forme ma contamina delle sue
costanti di sopraffazione, di autoritarismo, di esercizio violento del
potere le strutture del controllo-dominio sociale, contribuendo alla
forma moderna di potere della “democrazia autoritaria”. Saluto
romano e gagliardetti sono un aspetto residuale, importante nelle
dinamiche identitarie giovanili di settori minoritari della piccola
borghesia e di sottoproletariato urbano. Di converso la sinistra
istituzionale, e da tempo, ha dapprima diluita e poi rinnegata la
propria identità antisistema, non solo nei simboli ma nella pratica
politica. Da qui partendo l’antifascismo deve ritornare ad una
rinnovata presenza politica nel sociale reale, là fuori, piuttosto che
privilegiare la dimensione virtuale dei blog, dei dibattiti
autoreferenziali fra i soliti addetti ai lavori. Ed il reale sociale non
è neppure la manifestazione, hard o soft, contro i fasci, affrontamento
più o meno spettacolare in una sorta di guerra fra bande. Dopo gli
scontri, i feriti, gli arresti e le denunce, si dovrebbe pur fare il
bilancio degli obiettivi posti, fra quelli raggiunti e quelli falliti.
Non si pone qui in discussione l’uso politico della violenza, della
autodifesa, quanto il non uso talvolta della intelligenza politica, per
cui oltre essere mazziati si deve pure subire la scontata
criminalizzazione dei media. L’antifascismo deve darsi una strategia
politica che il fascismo invece, residuale o geneticamente modificato,
invece ha, o meglio alla quale è organicamente inserito: il
neoliberismo autoritario. Il posizionamento dell’area fascista è
infatti interno all’area culturale reazionaria (dal fondamentalismo al
razzismo, al sessismo) ma soprattutto al capitalismo neoliberista nella
versione imperialista attuale, di predazione pura con le guerre,
militari e sociali. Ricordiamo che le basi USA in Italia, servite per le
aggressioni in Yugoslavia e Medio Oriente, sono stati campi di
addestramento per neofascisti e servizi segreti (deviati?) italiani in
funzione anticomunista. Ricordiamo il ruolo storico che il fascismo ha
avuto nell’attaccare le organizzazioni di classe per sostituirle con
il corporativismo. Piuttosto che il portare ipocrite corone
liberaldemocratiche ai cippi partigiani di una Resistenza tradita,
piuttosto che il lamentarsi spontaneista delle botte sbirresche in
piazza, nelle questure, in carcere, indaghiamo e combattiamo sul piano
culturale e politico, le connessioni fra le tifoserie fasciste degli
stadi, il machismo delle periferie, con i “contractors” nella guerra
imperialista di predazione in Iraq, con i corpi di sorveglianza privata,
le polizie parallele, i reparti armati della repressione. Ricordiamoci
ad esempio dei saluti romani, degli slogan, delle botte dei poliziotti,
finanzieri, guardie di custodia (mancava solo l’olio di ricino…) a
Genova nel 2001 con il governo di
sinistra. E la chiamano democrazia... Il
fascismo è stato anche accettato a livello istituzionale, in Italia
come nel resto d’Europa, tanto da far parte di coalizioni di governo.
Mentre a livello istituzionale i “comunisti” tirano a cambiare di
nome e si affollano sulla barca liberaldemocratica, e mentre gli ex (?)
fascisti già sono al governo, quelli che sfilano in camicia nera
gridando “Duce Duce” si sono imbarcati nel centrodestra. Magari non
tutti saranno così “presentabili” da poterli candidare alle
elezioni, ma sicuramente non vengono ignorati. Hanno bisogno anche di
loro, fascisti vecchi e nuovi! L’avanzare della crisi fa aleggiare per
lor signori lo spettro del comunismo, la forza potenziale dei
lavoratori, degli esclusi e degli emarginati. Per il sistema capitalista
occorrono non soltanto leggi repressive per la sicurezza ma anche la
messa fuori legge delle organizzazioni comuniste, delle aggregazioni
antagoniste. E i fascisti servono ancora, per provocare, per fare la
bassa manovalanza di una rinnovata strategia della tensione. La
situazione è grave, centro destra o centro sinistra al governo, occorre
riprendere la strada dell’intervento nel sociale. Comunicare, a
partire dalla memoria storica novecentesca dell’antifascismo, della
Resistenza e delle lotte nel secondo dopoguerra. I comunisti si trovano
di fronte gli stessi nemici, la borghesia imperialista ed il fascismo
come suo guardaspalle. Averne coscienza è il primo passo per la ripresa
di una progettualità comunista rivoluzionaria. GARIN
CORTEO CONTRO IL TERZO VALICO DA SERRAVALLE AD ARQUATA SCRIVIA Nel mese di aprile il movimento No-Tav ha vissuto un importante momento in occasione della manifestazione di sabato 22 aprile contro il Terzo Valico, ovvero il progetto di tratta ad alta velocità tra Genova e Tortona. Si è svolto un numeroso corteo tra i comuni di Serravalle e Arquata Scrivia, in provincia di Alessandria, le zone interessate agli eventuali lavori; questi ultimi comporterebbero l’attraversamento dell’Appennino con 39 km di gallerie, e una spesa presunta di circa 5 miliardi di euro. Da Torino, il neonato Comitato Autogestito contro il Tav e tutte le nocività ha aderito all’iniziativa e distribuito un volantino, di cui riportiamo alcune parti. Siamo alla viglia dell’anniversario dell’insurrezione che il 25 aprile del 1945 sconfisse i nazifascisti, ponendo fine alla guerra, all’occupazione militare e alla dittatura di Mussolini. Quel che ci resta di quell’epoca dura ma esaltante è che la libertà non si mendica ma si prende. Lo scorso inverno la rivolta della Valsusa ha fermato le ruspe del TAV, un’opera inutile, dannosa e costosa, un’opera che servirà agli interessi di pochi devastando e saccheggiando l’ambiente, la salute e la libertà di tutti. Da allora un vento di ribellione e di solidarietà ha cominciato a soffiare. Le popolazioni in lotta contro le grandi opere, contro la devastazione ambientale, contro l’imposizione dall’alto di scelte non condivise hanno cominciato a mettersi in rete. Sempre più fitte sono le relazioni solidali dal basso: qui si radica un agire politico e sociale che punta sulla giustizia sociale contro le favole amare di chi sostiene che la concorrenza è meglio della cooperazione, il liberismo sfrenato preferibile al mutuo appoggio. Oggi la lotta contro il TAV entra nel vivo anche in Valle Scrivia dove, dopo la ratifica da parte del CIPE, il cosiddetto Terzo Valico dovrebbe entrare nella fase operativa. Anche qui le popolazioni locali non sono state consultate, anche qui si annunciano devastazioni per l’ambiente, spreco di denaro pubblico e danni alla salutedi tutti. Le linee ferroviarie esistenti sono ben lungi dal saturare la propria capacità di trasporto e, con poche migliorie, potrebbero garantire un servizio adeguato senza sperpero di risorse. Quella del Terzo Valico è una storia simile a tante nella penisola, una storia emblematica del realescopo delle grandi opere: drenare denaro pubblico per interessi privati, con la benevola connivenza del potere politico. Tutti quelli che hanno messo le mani su questo progetto, sin dai primi anni’90, sono finiti sotto inchiesta e sono sfuggiti al giudizio grazie alla legge ex Cirielli. Tra loro anche Marcellino Gavio, patron della logistica tortonese, sponsor di una linea diretta tra i propri piazzali e il porto di Genova. A proposito: sapete chi ha raccomandato un certo architetto Virano alla direzione dell’Anas? Sempre lui, Marcellino Gavio. Per chi non lo sapesse Virano è stato posto alla guida della commissione tecnica che dovrebbe affiancare il mai aperto tavolo politico sulla linea TAV Torino-Lione, quella della Valsusa. Prima di andare all’Anas Virano era stato l’uomo immagine della Sitaf, la società che ha costruito e oggi gestisce l’autostrada del Frejus che attraversa la Valsusa. L’osservatorio presieduto da Virano è il cavallo di troia del TAV in Valsusa. La lobby tavista, dopo aver tentato con gli uomini in blu, prova con quelli in grigio. Alla politica del manganello si sostituisce quella del marketing. Oggi i signoridel TAV puntano su uno specialista delle pubbliche relazioni, dopo aver fallito il tentativo di chiudere rapidamente la partita mettendola in mano agli specialisti dell’ordine pubblico. La lobby delle grandi opere è una lobby bipartisan in cui a spartirsi la torta ci sono gli amici degli amici della destra e della sinistra. La solidarietà concreta tra le popolazioni in lotta può fermare lo scempio, mettere in difficoltà chi tentadi lucrare sulla pelle di tutti. L’importante è non farsi illusioni, non credere che la politica di palazzo possa cambiare di segno solo perchè cambiano le facce sulla poltrone. Il TAV era nel programma del centro-destra ed è nel programma del centro-sinistra. Quella del TAV non è solo una partita sull’ambiente ma è anche una battaglia politica, economica e culturale in cui è in ballo il destino di migliaia di persone che, di fronte alla “fretta” della globalizzazione, non sono che piccoli ostacoli lungo il corridoio in cui correrà un treno inutile, mentre il trasporto pubblico, quello destinato alle persone, è abbandonato all’incuria criminale di chi pensa al profitto e non alla sicurezza di chi viaggia. Comitato Autogestito contro il TAV e tutte le nocività di Torino e Caselle mail: notav_autogestione@yahoo.it
CORTEI
A TORINO E MILANO CONTRO LA REPRESSIONE Recentemente
il settimanale anarchico Umanità Nova ha pubblicato uno speciale
di otto pagine dal titolo “L’altra faccia della guerra:
repressione, leggi speciali, carcere”, di cui è molto
consigliabile la lettura perché spiega bene le dinamiche con cui le
istituzioni statali si avvalgono del potere giudiziario per opporsi alle
spinte che mettono in discussione l’ordinamento capitalistico della
società. Dopo
un editoriale di carattere generale, si analizza la repressione nei
confronti degli stili di vita “alternativi”, degli immigrati, dei
lavoratori salariati; il ruolo dei mass-media, l’uso della tortura, la
vita quotidiana nelle carceri. Poi ci si sofferma sull’analisi della
situazione del Piemonte (di Torino in particolare) e della città di
Bologna. Infine,
un articolo si sofferma sul tipo di leggi che vengono utilizzate per
criminalizzare le manifestazioni di dissenso. Intanto, dal punto di
vista della quantità, stupisce il dato di circa 10000 persone
attualmente inquisite in Italia per aver preso parte a lotte sociali e
politiche: scioperi illegali, rivolte nei CPT, blocchi stradali per la
tutela dell’ambiente e della salute, occupazioni di case,
autoriduzioni di bollette e biglietti, proteste contro l’invadenza
clericale, picchetti contro la precarietà, manifestazioni antifasciste,
antiproibizioniste, antinucleari etc. Da
un punto di vista della qualità del reato, spesso si tende a ricorrere
a capi di imputazione piuttosto ampi, per colpire anche soggetti che non
hanno fatto nulla, in base ad una finalità politica che va oltre i
singoli fatti eventualmente commessi. Soprattutto
si utilizza il “reato di organizzazione”: associazione sovversiva
(art. 270) e associazione finalizzata all’eversione dell’ordine
democratico (art. 270bis). Oggi
la magistratura cerca di passare all’utilizzo di un “reato di
piazza”, la devastazione e saccheggio (art. 419), che può
colpire in teoria tutti i soggetti partecipanti ad una manifestazione di
piazza, indipendentemente dal fatto che abbiano commesso specifiche
condotte di danneggiamento o furto avvenute durante la manifestazione
stessa. Il
primo esperimento di applicazione di questo reato è quello della
manifestazione antifascista di Torino del 18 giugno 2005 (circa un anno
fa), per aver partecipato alla quale dieci antifascisti torinesi sono
stati arrestati e attualmente sono sotto processo. Successivamente, lo
stesso strumento è stato usato per incriminare gli arrestati della
manifestazione antifascista dell’11 marzo 2006 a Milano, e si attende
che colpisca anche alcune decine di attivisti No-Tav che l’8 dicembre
2005 hanno ripreso il presidio di Venaus in Valsusa dopo che questo era
stato sgomberato con la violenza dalla polizia. Il
criterio di fondo con il quale le istituzioni bollano o meno come
illegale un’azione politica è se questa mette in difficoltà la
gestione dell’ordinamento capitalistico, definito democratico ma che
in realtà non lo è affatto. Per
impedire che questo meccanismo si dispieghi in maniera brutale, rendendo
sempre più angusti gli spazi per un’azione rivoluzionaria, occorre da
una parte un’attività di propaganda volta a smascherarlo,
dall’altra un’attività di sensibilizzazione e mobilitazione in
solidarietà di chi viene colpito dalle accuse, in modo che
l’applicazione di tali leggi ingiuste venga costantemente messa in
discussione, quando non diventi un boomerang per le istituzioni stesse.
Da questo punto di vista, il movimento No-Tav ha sinora mostrato grande
maturità politica schierandosi apertamente in supporto di tutti coloro
che sinora sono stati inquisiti per aver difeso la Valsusa. In
questo mese di giugno 2006 vi sono due scadenze nazionali
importantissime in quest’ambito: il corteo contro la repressione del
10 giugno a Torino, in difesa dei compagni sotto processo per i fatti
dell’anno scorso, e quello per la liberazione degli antifascisti
arrestati a Milano l’11 marzo. Una vasta partecipazione ad entrambi è
l’occasione per un sostegno concreto ad una lotta in corso e per la
crescita di una coscienza politica diffusa. TORINO,
SABATO 10 GIUGNO MILANO,
SABATO 17 GIUGNO
L’ANTIFASCISMO
E’ PARTE DELLA LOTTA AL CAPITALISMO Dagli
scontri dell’11 marzo a Milano fra compagni e polizia, utilizzati per
criminalizzare i “violenti comunisti” (si era in campagna
elettorale), il dibattito sul senso da dare all’antifascismo militante
è stato dapprima intriso di ipocrisia, di irenismo, di isterismo, per
finire oggi in una rimozione completa. Nella
sinistra, anche e soprattutto quella “radicale”, l’allontanamento
dall’esperienza storica e ideologica rivoluzionarie era già avvenuto:
si vedano nel 2003 le affermazioni di Bertinotti a Venezia sulla fine
della cultura politica novecentesca, in realtà la fine del marxismo e
del concetto stesso di processo rivoluzionario. Si dispiega in quel
frangente il dibattito su “violenza e non violenza” che tira in
ballo etica e metodi di lotta politica, e qui l’intero sistema
politico istituzionale inizia a portare, a livello mediatico, dunque di
massa, una operazione culturale politica ben precisa. Con una campagna
martellante si bolla con il termine di terrorismo la prassi della
resistenza all’attacco imperialista in Iraq, si definiscono violenti
gli operai dei picchetti, si bolla come prosa delirante il definire, da
parte nostra, l’attuale sistema come regime democratico autoritario e
il modo di produzione capitalista come struttura di estorsione di
profitto e di dominio sociale. Tutto
questo avviene mentre la repressione istituzionale cerca di chiudere
spazi di presenza antagonista nel sociale e mentre i neofascisti
attaccano compagni e sedi di movimento ma anche di partiti presenti in
parlamento. Avviene mentre si beatifica il ruolo dei soldati e dei
mercenari italiani “portatori di pace e di democrazia”; dopo aver
percepito per l’incomodo indennità favolose, ai soldati morti vengono
riservati funerali di stato e la proclamazione ad eroi. Sul fronte
interno, nell’edilizia ad esempio, i frequenti morti sul lavoro sono
considerati semmai degli sbadati, nessun vescovo recita omelie al
funerale e le vedove non sono risarcite dalla patria… In
questo scenario, mediatico ma anche di episodi concreti, di crescita
della cultura di destra e fascista (dal combattere per il successo
individuale alla cultura della sopraffazione violenta, del razzismo e
del sessismo) la sedicente sinistra che cosa fa? Episodi recenti:
sassaiola contro una sede dei Comunisti Italiani a Cuorgnè durante
un’assemblea sul referendum a difesa della Costituzione; compagni che
portano, per il 25 aprile, fiori rossi alle lapidi dei partigiani nel
quartiere torinese di Vanchiglia e sono insultati da alcuni giovani. La
risposta è stata di “non raccogliere la provocazione”…C’è da
dire che in entrambi i casi i fatti sono avvenuti in zone di
composizione sociale proletaria, un tempo comunista. Qui
il ragionare impone il ritorno ai fatti milanesi di marzo ed alla
latitanza della sinistra istituzionale a quella manifestazione contro
Fiamma Tricolore. Tale sinistra già non aveva denunciato, se non per
fini elettorali, la presenza di fascisti, nazisti, razzisti a sostegno
delle liste di centro-destra. Da anni i nostri “sinistri” non
raccolgono “provocazioni” ed in questo seguono l’esempio
sciagurato dei socialisti e della CGIL negli anni 20 del novecento di
fronte allo squadrismo fascista. A parte eroici episodi di resistenza
popolare autorganizzata non ci fu risposta,
ci si volle affidare alle guardie regie con gli esiti che tutti
conosciamo. Da anni l’antifascismo è stato ridotto , anche da parte
“comunista” a formali e retoriche commemorazioni staccando tale
esperienza dalle motivazioni storiche e sociali che lo determinarono,
tanto che Violante, ma non solo, ebbe a definire la lotta partigiana
contro fascisti e nazisti come contrapposizione di giovani con ideali
diversi… Si
cancella così oggi un conflitto politico, di classe, con una
irenizzazione, una pacificazione che confonde aggressori con aggrediti,
torturatori con torturati, sfruttatori con sfruttati. La
confusione è grande se alla Crocetta e nella collina torinese alle
prove elettorali vince il centro sinistra mentre nei tradizionali
quartieri operai, comunque proletari, vince il centro destra. E perché
nelle periferie aumenta la presenza aggressiva dei fascisti, perché le
tifoserie calcistiche sono diventate quasi tutte fasciste se non
naziste? Forse che il fascismo viene percepito come difensore ,
espressione dei bisogni della “gente”? Certamente no, come da
qualche tempo negli USA, capofila mondiale delle trasformazioni
economiche, politiche e sociali, una sapiente campagna mediatica della
destra neocon ha saputo incanalare la insoddisfazione, la rabbia
antisistema, forma prepolitica dei bisogni, delle tensioni all’interno
della società capitalista, contro la sinistra liberal. Questa sinistra
viene oggi percepita come incolore alternanza interna di sistema, tale
infatti il ruolo della liberaldemocrazia (da Clinton, a Blair, a D’Alema
e Bertinotti) nel passaggio di testimone nella corsa al governo, governo
per conto del sistema capitalista. Come
stupirsi dunque se dopo tanta predicazione di opportunità di successo
nelle dinamiche del progresso illimitato, di liberalizzazione dei
diritti individuali (purchè compatibili al sistema…), di rimozione
del conflitto di classe anche da “sinistra”, una parte consistente
di proletariato scelga, creda di scegliere, di essere CONTRO il sistema,
attivandosi in una cultura di destra estrema. Cresce e si allarga, non
adeguatamente contrastata, una cultura, sub cultura, che da una lato
fornisce mercenari, sbirri e quant’altro alla repressione militare
(internazionale sul fronte delle guerre imperialiste e interna sul piano
del conflitto sociale), dall’altro crea una fascia di contenimento,
reazionario, fascista (attivo e presente quasi ovunque nel sociale) alla
possibile ripresa di un movimento, di un processo rivoluzionario. E’
il ruolo storicamente sempre ricoperto dal fascismo! Avendo sdoganato fascisti e postfascisti, Berlusconi può oggi appellarsi minaccioso “alla piazza”, e il populismo, l’autoritarismo possono così ritornare , se necessario, all’uso reazionario della violenza fascista. Il “sinistro” Prodi, molto bipartisan, tace. Il
ragionare si chiude dove era iniziato: nella stagnazione della crisi,
nelle contraddizioni delle dinamiche capitaliste, tanto interne quanto a
livello di imperialismo europeo e più in generale della contesa
imperialista, si aprono spazi di intervento, di aggregazione, di
accumulo di forza sociale da parte dei comunisti. Non bastano lo studio
e le analisi, ne deve discendere una sintesi di intervento, una prassi
organizzativa militante, che diano senso rivoluzionario, qui ed ora, ad
un rinnovato movimento comunista, internazionalista. L’antifascismo
deve essere parte essenziale del processo rivoluzionario contro il
capitalismo, contro l’imperialismo. Purtroppo, nella fase odierna,
manca ancora alla classe, ai proletari, una progettualità, un progetto
rivoluzionario, al quale riferire la risposta, la resistenza militante
antifascista. Senza una strategia anche l’impegno militante più
generoso si riduce a testimonianza e di converso, senza prassi ed
intervento nel sociale, il parlare e il progettare di comunismo rimane
qualcosa di sterile e negativo per i comunisti: in entrambi i casi
restano tutt’al più alibi consolatori. GARIN
TAV
E INCIDENTI FERROVIARI IN VALSUSA Mentre
lo stato italiano sarebbe disposto a buttare miliardi di euro nella
speculazione del Treno ad Alta Velocità, nuovi episodi documentano
drammaticamente la situazione di scarsa manutenzione e sicurezza delle
linee ordinarie. Lo scorso 11 maggio un operaio croato è morto nel
tentativo di salvarsi dallo schianto su un treno partito da Bardonecchia
e impossibilitato a frenare. Seguono alcuni brani della lettera in cui
un ferroviere spiega dinamiche e retroscena della tragedia ad una
compagna del Comitato Anti-TAV di Torino e Caselle. Cara
Maria, (…)
Pare che il convoglio (partito
da Bardonecchia e schiantatosi a Chiomonte, NdR)
fosse guidato da un dipendente della ditta appaltatrice, che
probabilmente non avrebbe potuto guidarlo fuori dall’ambito della
stazione, senza la presenza di un macchinista FS (che non c’era).
L’ipotesi più plausibile è che il locomotore sia stato agganciato ai
carri senza collegare la condotta del freno, per cui il locomotore, in
questo caso, frena se stesso ma non i carri trainati; quindi in discesa
il peso dei cari trainati ha spinto il locomotore, che non poteva
assolutamente fermarli. L’operaio
ha telefonato alla polfer per segnalare il fatto, ma non c’era nessuna
possibilità di fermare il treno, se non deviandolo su un binario morto,
ma provocando un disastro; il convoglio è transitato da Salbrertrand ad
altissima velocità, e l’operaio invano gesticolava; poi si è
lanciato ma è andato a sbattere contro un ferro morendo sul colpo; il
convoglio è deragliato a Chiomonte. Come
ti dicevo, non vi sono possibilità di fermare un treno che
“scappa”. (...)
Ti ricordo che l’anno scorso da Paola partì un locomotore di una
ditta appaltatrice in direzione Salerno; era stato lasciato incustodito,
ma non frenato o poco frenato; ebbene l’unica cosa che si poté fare
allora fu di sgombrargli il cammino fino ad una pendenza in salita,
quando rallentò e fu forse agganciato o bloccato, dopo aver percorso
oltre 100 km. Cosa impossibile sulla tratta dell’Alta valle Susa. A
febbraio una cosa analoga è accaduta tra Ragusa e Comiso, quando il
locomotore di una ditta appaltatrice, con sei vagoni agganciati,
parcheggiato in una stazioncina alla fine dei lavori giornalieri, è
“partito” in discesa è ha percorso 6 km e mezzo in discesa prima di
buttarsi a tutta velocità in una scarpata. C’è
una questione di ditte appaltatrici a monte di tutto; ditte che
impongono sistemi di lavoro al di fuori delle norme, dove regnano i
ricatti, la fretta, la considerazione che le norme di sicurezza siano un
ostacolo all’attività; ditte che contano un grandissimo numero di
incidenti, con morti e feriti, ogni anno; che utilizzano mezzi in
cattivo stato, per realizzare il massimo di profitti con il minimo di
spesa, o per giustificare appalti presi con ribassi troppo esagerati.
C’è una questione di esternalizzazione dei servizi e di scarico delle
responsabilità dalle FS a padroncini e grossi appaltatori privati. Naturalmente
potete utilizzare queste informazioni come meglio riterrete; se dovete
citare una fonte, parlate di compagni ferrovieri della Cub trasporti. (lettera
firmata)
Ecco alcune delle tappe della battaglia No-Tav negli ultimi giorni di giugno. Lunedi 26 – LANSLEBOURG (FRANCIA) Il consiglio municipale di Lanslebourg Mont Cenis, dopo un lungo, acceso e articolato dibattito respinge all’unanimità la richiesta di LTF di utilizzare la Carrière du Paradis al Moncenisio quale deposito di 6 milioni di metri cubi di smarino estratto dal tunnel di base della linea Torino-Lione. Martedi 27 – VILLARDORA Assemblea del movimento (circa 120 partecipanti) che verte essenzialmente su due aspetti: a. Saldatura della lotta No-Tav al movimento No-Tir. Nel corso dell’assemblea esponenti dell’associazione “Montagna Nostra” illustrano il paventato progetto di raddoppio del tunnel autostradale del Frejus. Anche madama Bresso, presidente della Regione Piemonte, aveva indicato il raddoppio del Frejus come alternativa al TAV, probabilmente per dividere i valsusini, ma il risultato da lei raggiunto è stato di accelerare il coordinamento tra chi si oppone al TAV e chi si oppone alla galleria del Frejus, con l’aggiunta della richiesta di contingentamento per i tir che attraversano la Valsusa! Il 22 luglio si terrà una manifestazione a Bardonecchia per sancire l’unità della lotta. b. Aggiornamento su quanto avvenuto a Bruxelles presso la commissione europea, dove le rivendicazioni dei No-Tav sono state ascoltate, e in generale sulla situazione “istituzionale”. Emerge l’esigenza che il presidente della Comunità Montana della Bassa Valsusa, Antonio Ferrentino, dispensi meno interviste ai quotidiani e comunichi con più puntualità con il movimento. Mercoledi 28 e giovedi 29 A Torino e Bussoleno, iniziativa di collegamento tra no-tav, ferrovieri e lavoratori pendolari (vedi volantino a pag.11) Giovedi 29 – ROMA Seconda riunione del fantomatico “tavolo politico”, la prima con gli esponenti del governo Prodi, dopo la tesa seduta del 10 dicembre scorso con i ministri di centro-destra. Quello che ha colpito è la discrepanza tra il resoconto di Ferrentino pubblicato sul sito notav.it (forse gli sono giunte voci su quanto richiesto dall’assemblea di Villardora) e quanto riportato dai quotidiani del 30 giugno. Mentre infatti il primo afferma che la riunione è stata un successo, che il TAV Torino-Lione è uscito dalla legge Obiettivo e che l’opzione zero* verrà seriamente valutata, tutti i giornali dicono che il TAV si farà, solo con una dilazione dei tempi. Una spiegazione dell’ottimismo tavista ostentato dal governo italiano è che esso punti a ricevere comunque i finanziamenti dall’Unione Europea necessari ad avviare l’opera, riservandosi nel frattempo di operare una serie di tentativi per “convincere” gli abitanti della Valsusa. Chi ha seguito direttamente le ultime assemblee in Valle, tuttavia, può verificare che l’insieme dei comitati No-Tav, pur non avendo lo stesso slancio e la stessa coesione organizzativa che c’era lo scorso autunno, sono preparati ad affrontare senza fare sconti i giochetti diplomatici del governo di centro-sinistra. L’esperienza di questo movimento continua ad essere un prezioso esempio di autorganizzazione di massa, e un importante terreno di intervento per i comunisti. * l’opzione zero è la non realizzazione del TAV, e l’ammodernamento della linea ferroviaria esistente.
LIBERTA’
PER GLI ANTIFASCISTI MILANESI! Il
mese di giugno ha visto lo svolgersi di due cortei contro la
repressione, rispettivamente il 10 giugno a Torino e il 17 a Milano.
Entrambi nascevano dall’esigenza di protestare contro il tentativo
condotto dalla magistratura di criminalizzare le manifestazioni
antifasciste attraverso l’utilizzo del reato di devastazione e
saccheggio, che prevede pene severissime (da 8 a 15 anni di carcere). I
fatti in oggetto sono la manifestazione antifascista del 18 giugno 2005
a Torino e quella dell’11 marzo a Milano, durante le quali le
cariche della polizia hanno determinato la reazione dei manifestanti
e danneggiamenti a stabili e auto presenti nelle vicinanze. Per questa
vicenda 10 compagni torinesi e 29 milanesi sono ora sotto processo. Nel
bollettino di maggio ho già spiegato per esteso le ragioni per cui
questi processi sono processi alle lotte di chi vuole un mondo migliore,
e non certo a “devastatori”; tant’è che prima d’ora il reato di
devastazione e saccheggio era stato contestato solo ai responsabili del
disastro della diga del Vajont (3500 morti!), che peraltro furono
prosciolti. In questa sede mi limito ad aggiungere qualche informazione.
A Torino l’udienza preliminare, svoltasi il 27 giugno al Tribunale di
corso Vittorio Emanuele, si è conclusa con un rinvio del dibattimento
al 2 ottobre. Pertanto l’attenzione si è incentrata sui fatti di
Milano, dove l’udienza preliminare a porte chiuse, svoltasi il 28
giugno, ha sancito lo svolgimento del rito abbreviato nei giorni 10 e 11
luglio, con sentenza il 14 o il 19. Una cosa da segnalare è che a
Milano la vicenda di questi ragazzi (ricordo che 25 su 29 di essi sono
in carcere da quasi quattro mesi) è diventata di grande rilievo in
tutti gli ambienti della sinistra non istituzionale e dei centri
sociali; è stato fatto un costante lavoro di propaganda per mobilitare
l’opinione pubblica e condizionare il più possibile l’esito della
vicenda. Il partecipatissimo corteo di Milano, partito da Piazza Duomo e
conclusosi davanti al carcere di san Vittore, era aperto dallo
striscione dei genitori degli inquisiti; infatti la mobilitazione delle
varie realtà coinvolte si è costruita anche intorno ai familiari, e
questo è un fatto importante. Non sono mancati gli attriti
organizzativi, ad esempio sulle modalità del processo; alcuni imputati
volevano evitare il rito abbreviato, in modo da “tirare per le
lunghe” la vicenda e farne un “caso politico” della più ampia
portata possibile, anche a rischio di una pena più lunga e del
prolungamento della custodia cautelare di questi giorni. Invece è
passata la linea del rito abbreviato, che significa riduzione fino a
un terzo della pena ma non consente di esercitare una “difesa a
oltranza” in aula. Il 10 e 11 luglio e il giorno della sentenza vi
saranno presidi davanti al tribunale di Milano, e la possibilità di
seguire direttamente il processo in aula. Il 12 luglio presso il centro
sociale Orso si svolgerà un’assemblea cittadina di aggiornamento
della situazione. Anche a Torino, dove molti compagni seguiranno e
parteciperanno alla vicenda, in vista del processo del 2 ottobre ma in
generale di fronte al chiudersi degli spazi democratici si sente
l’esigenza di organizzarsi in maniera trasversale e assembleare sul
tema della repressione; del resto in Italia esistono organismi già
strutturati (ad esempio l’ “Assemblea contro il 270bis”) che
portano avanti un lavoro di analisi e di propaganda per portare a
livello di massa la coscienza del ruolo dello stato e dei suoi
apparati giudiziari, garanti del potere dei pochi sulla maggioranza
dei cittadini. Anche questo è un impegno per il futuro, ed è parte
della lotta contro il capitalismo.
La rimozione del cantiere CMC dai terreni di Venaus, avvenuta a
fine giugno, ha sancito ufficialmente il rinvio del tentativo di avviare
i lavori: viste le mobilitazioni degli scorsi mesi la lobby del TAV
“ricomincia da zero”, provando a far passare il progetto con il
coinvolgimento delle istituzioni locali, i tavoli politici, nuove
valutazioni tecniche e vari giochetti diplomatici. Da un punto di vista
formale infatti nella Conferenza dei Servizi, svoltasi a Torino il 1
agosto, si è definito che il TAV Torino-Lione esce dalla Legge
Obiettivo; dunque si riparte da una procedura ordinaria, con tempi più
lunghi e progetti da rivedere.
Si tratta dunque in questo periodo di capitalizzare i risultati
di mobilitazione ottenuti negli ultimi mesi, cercando di migliorare ed
estendere il lavoro politico svolto intorno a questo tema. Alcuni
avvenimenti dei mesi di luglio-agosto e altri in programma sembrano
indicare che questa è la direzione già presa dal movimento No-Tav,
anche se solo da settembre in avanti si vedrà se c’è continuità.
Vediamo alcune tappe: 14 luglio. Si conclude
a Roma dopo due settimane la marcia che, partita da Venaus il 30 giugno,
ha toccato alcune città italiane coinvolte in problematiche ambientali,
portando la testimonianza diretta degli attivisti No-Tav in altre
situazioni simili e mettendo in collegamento le varie comunità locali. 22 luglio.
Manifestazione a Bardonecchia contro il progetto di raddoppio del Frejus
e per il contingentamento dei Tir che attraversano la Valsusa. Si è
trattato del primo atto di un percorso che vuole entro l’autunno
raggiungere l’obiettivo di ridurre da 3500 a 1500 il numero dei Tir
che attraversano la Valle, la stessa cifra della Val d’Aosta.
L’inquinamento dell’aria della Valle (ozono, polveri PM10),
monitorato dalle centraline ARPA di Oulx e Susa, raggiunge livelli
simili a quelli di Torino città, dove scattano i provvedimenti di
blocco del traffico (informazioni dettagliate sul sito
dell’associazione Montagna Nostra: www.montagnanostra.org). 29 luglio. Presidio
davanti alle acciaierie Beltrame a San Didero. Questo stabilimento è da
tempo nell’occhio del ciclone per la sua attività altamente
inquinante, che danneggia sia chi ci lavora sia gli abitanti della zona
circostante. Tra l’altro recentemente la Provincia lo ha autorizzato
ad emettere diossine (cancerogene e teratogene) in quantità pari a
numerosi inceneritori. Tutti i terreni analizzati dall’ARPA nel
2003/2004 sono risultati contaminati da PCB (PoliCloroBifenili), e nei
fumi dell’acciaieria è stata trovata una quantità di PCB 20 volte
maggiore del normale. Diossina e PCB sono stati trovati nel latte e
nelle carni di alcuni allevamenti della zona, che rischiano di chiudere
a novembre quando entrerà in vigore un regolamento europeo che impone
di tenere conto anche dei PCB e non solo delle diossine. Secondo studi
epidemiologici nella zona circostante le acciaierie vi sono tassi di
mortalità superiori alla media regionale (informazioni dettagliate sul
sito del Comitato Emissioni Zero: www.emissionizero.org). Una domanda già emersa, e di notevole importanza, è la seguente: le lotte per il contingentamento dei TIR o per la chiusura delle acciaierie Beltrame, come del resto quella contro il TAV, sono solo “riformiste” o rappresentano elementi di un processo di trasformazione rivoluzionaria della società? Molti compagni sono convinti della seconda ipotesi, per il carattere antiautoritario del movimento e il suo interferire negli interessi vitali dei grandi gruppi capitalistici.
Tutte queste questioni sono state dibattute anche durante il
campeggio di Venaus del 21-30 luglio, organizzato dal Csoa Askatasuna e
dal Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno, che ha visto una
consistente partecipazione e numerose serate informative (vi sono stati
anche momenti di confronto e di dibattito su temi internazionali, come
il Medio Oriente).
A settembre, in vista della nuova Conferenza dei Servizi prevista
per il 29, l’iniziativa principale è la tre giorni contro il TAV a
San Gillio, a nord-ovest di Torino (vedi locandina). Si tratta di una
manifestazione molto importante nell’ottica di un’estensione del
movimento, poiché coinvolge comuni i cui abitanti sinora non si sono
ancora mobilitati. L’allarme è stato dato prima
dell’estate dalle dichiarazioni della Bresso e di Pecoraro Scanio (già,
proprio lui, il segretario dei Verdi), che hanno ventilato l’ipotesi di
un avvio dei lavori per il TAV nella zona della gronda ovest (Venaria,
Valdellatorre, San Gillio etc.), invece che a Venaus. In pratica, dopo la
resistenza incontrata in Valle, vedono se si può “sfondare” dalla
parte della cintura di Torino. (Non dimentichiamo che l’Osservatorio
Tecnico predisposto dal governo Prodi ha sede a Venaria, il cui sindaco
Pollari è assai connivente con la lobby tavista). Sono
già in corso tentativi di separare i comuni della Gronda da quelli della
Valsusa, ai quali il movimento dovrà reagire con la solità capacità di
coesione e mobilitazione. Infine
a Collegno dal 5 all’8 settembre vi saranno serate NoTav presso il
circolo Arci “Asylum” (informazioni sul sito www.notav.it).
10 settembre - Lampedusa programma ore
10.00: Assemblea pubblica ore
16.00: MANIFESTAZIONE Partenza dal porto e arrivo al CPT Sera:
Iniziativa artistico-musicale Appello per una mobilitazione nazionale antirazzista a Lampedusa il 10 settembre. La
Sicilia è diventata negli ultimi anni la frontiera Sud dell’Europa e
Lampedusa è il suo avamposto. Il tentativo di mascherare
l’inarrestabile fenomeno politico-sociale delle migrazioni come un
problema di ordine pubblico da contrastare, con la crescente
militarizzazione delle frontiere e provvedimenti di polizia, ha prodotto
soltanto l’istituzione di nuove forme di apartheid. Non
passa settimana che non si viene a conoscenza dell’ennesimo naufragio,
che sta trasformando il Mediterraneo da millenario ponte di scambio di
culture in un lugubre cimitero marino; in questo contesto aggravato da uno
scenario di guerra permanente che coinvolge ormai tutta l’Area del
Medio-Oriente, sono le leggi repressive sull’immigrazione che hanno
creato una nuova clandestinità finalizzata allo sfruttamento dei migranti
considerati solo come forza lavoro “usa e getta”. Il sistema
legislativo italiano ha reso impossibile l’ingresso legale sul nostro
territorio favorendo, di fatto, il ricatto di trafficanti che speculano
sulla tratta degli esseri umani. Pensiamo anche alla larghissima
diffusione di lavoro sommerso che permette agli imprenditori di aumentare
a livello esponenziale i profitti, con la complicità di un vero e proprio
caporalato, come è accaduto nei mesi scorsi a Cassibile (SR), lucrando
sui bassissimi salari e ricattando la manodopera con una lavoro in
condizione di schiavitù.. Da
anni i movimenti antirazzisti in Europa e in Italia lottano per la
chiusura delle galere etniche: i Centri di Permanenza Temporanea istituiti
dalla legge Turco-Napolitano, nel quadro di normative europee (Schengen)
ispirate ad un medesimo intento contenitivo e repressivo, sono la
manifestazione più intollerabile e oscena della risposta segregazionista
al fenomeno dell’immigrazione. Sono lager dove uomini e donne vengono
privati della libertà non per ciò che hanno commesso, ma per ciò che
sono. Tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani e sul diritto
d’asilo vengono quotidianamente calpestate. Dal rogo nel CPT di Trapani
nel ’99 ( che costò la vita a 6 migranti tunisini) alle deportazioni da
Lampedusa in Libia nell’ottobre del 2004 e nel marzo 2005 (costate la
vita ad un numero imprecisato di donne e uomini morti di stenti tra le
sabbie del deserto e per le quali il precedente governo è stato
condannato dal parlamento di Strasburgo) sono stati costruiti momenti di
denuncia e di mobilitazione. A
Lampedusa l’emergenza immigrazione è diventata un business: si spendono
fiumi di denaro pubblico per condizioni di detenzione. Oggi, anche per il
clima xenofobo instaurato, assistiamo a delazioni o a vere e proprie
omissioni di soccorso in mare da parte di marinerie intimorite da
conseguenze legali (la Cap Anamur insegna) ed economiche. Proponiamo
di investire in politiche di accoglienza e di libera circolazione dei
migranti, in alternativa a quelle securitarie, a partire da Lampedusa.
Chiediamo un sistema di accoglienza che passi per la fruizione delle
strutture pubbliche, in primis le Asl, piuttosto che per l’affidamento
ad enti ed associazioni private che lucrano sul circuito detentivo e sulle
tragedie dei migranti. Esigiamo che la piccola isola siciliana venga
liberata da questa vergogna. Il “centro” deve essere chiuso e basta!
Che non venga aperto sull’isola un altro centro di detenzione
nell’ex-caserma. Facciamo appello alle realtà di base,
all’associazionismo, alle forze politiche, ai parlamentari italiani ed
europei a sottoscrivere l’appello e la mobilitazione del 10 settembre.
Promosso
da:
Documento
conclusivo dell'assemblea delle realtà antagoniste ed autonome
presenti al 7°campeggio No Tav tenutosi a Venaus dal 21 al 30 luglio Nella
nuova fase politica che si apre con il governo Prodi, prioritario è
sviluppare conflittualità sociale nei territori. Il movimento No Tav
ha saputo vincere una battaglia popolare dai forti connotati
anticapitalisti, coniugando partecipazione di massa e radicalità dei
contenuti, confronto assembleare sulle decisioni da prendere e
conflittualità nelle pratiche di lotta. La lotta della Val Susa ha
superato gli stessi confini iniziali, con conseguenze su tutto il
territorio locale e nazionale, diventando punto di riferimento di tutte le
lotte che in Italia si oppongono ai processi di devastazione sociale e
ambientale. Il movimento antagonista si impegna a fare propri i percorsi
di radicamento sociale sul territorio, uniti allo sviluppo della
conflittualità diffusa, fuori da qualsiasi ghetto politico e ideologico,
per contrastare duramente fino in fondo i tentativi di cooptazione delle
istanze di lotta e concertazione che il nuovo governo sta mettendo in
piedi.
NO ALLA MISSIONE MILITARE IN LIBANO II governo Prodi-D'Alema, reduce da un compatto voto di fiducia sui finanziamenti alla missione di guerra in Afghanistan ed inneggiato dai mass-media per il successo diplomatico, ha votato all'unanimità l'invio di 2500 militari in Libano, come missione di pace. MISSIONE DI PACE! Risulta difficile comprendere come un gigantesco dispositivo di navi da guerra, mezzi corazzati, reparti d'assalto ed elicotteri da combattimento possano realmente portare PACE. In realtà le finalità della missione sono: •
La resa e
il disarmo della resistenza libanese, •
la
riduzione del Libano ad una sorta di protettorato occidentale e
l'occupazione militare •
l'ulteriore
spostamento degli equilibri politici a vantaggio di Israele, attualmente in Gli interessi economici ed imperialisti dell'Italia e dell'Unione Europea sono evidenti: L'Italia oltre ad essere legata ad Israele da un Accordo bilaterale militare-economico, sostiene il sistema razzista israeliano basato sull'apartheid nei confronti dei popoli arabi della regione.. L'ONU, complice di un embargo genocida contro il popolo iracheno, viene oggi promossa come garante pacifista anche dalla cosiddetta "sinistra radicale". In realtà l'ONU dipende direttamente dai rapporti tra le grandi potenze. L'Europa , mandando le sue truppe in Libano cerca solo di approfittare della battuta di arresto della strategia USA per avere una maggiore voce nella politica di rapina ai danni dei popoli di quell'area. La missione costerà ai cittadini italiani circa 600 milioni di euro all'anno. Il governo è pronto a trovare i fondi necessari e chiede ai lavoratori e ai pensionati di fare ulteriori sacrifici: riduzione dell'attuale stato sociale, nuovi ticket su farmaci ed ospedalizzazione, politiche concertative per i contratti privati, accentuazione della precarietà nel lavoro, blocco dei contratti pubblici per almeno 2 anni, ulteriori tagli alle pensioni. E' necessario unire tutte le forze (singoli individui, collettivi, associazioni, realtà sindacali...) che si oppongono a queste guerre per lavorare insieme per un futuro mondo libero, senza sfruttamento e senza violenza Contro tutte le missioni di guerra a partire da quelle di casa nostra Per l'abolizione dell'Accordo di cooperazione militare tra Italia - Israele Per l'autodeterminazione del popolo Palestinese MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA SABATO 30 SETTEMBRE 2006 ORE 14.00 PIAZZA ESEDRA PER CONTATTI ED ADESIONI: 011-655454 ; 011-334345 PARTENZA IN TRENO DA TORINO VENERDÌ 29/9 CONCENTRAMENTO ORE 22,30 PORTA NUOVA - COSTO PREVISTO A/R EURO 30 CONFERENZA CITTADINA SABATO 23 SETTEMBRE ORE 10, CORSO FERRUCCI, 65/A TORINO COMITATO CITTADINO CONTRO LE MISSIONI DI GUERRA
Nel mese di settembre sulla vicenda TAV si è giocato per lo più sul
terreno diplomatico, anche se gli abitanti della Valsusa non escludono che
in autunno potranno esserci tentativi di forzare la mano da parte della
lobby interessata alla costruzione del mega-tunnel. La
tre giorni contro il TAV di S.Gillio (15-16-17 settembre) pur essendo stata
un po’ ridimensionata dalla pioggia che ha costretto a spostare le
iniziative al chiuso (Collegno, Valdellatorre) ha permesso di estendere il
movimento in una zona i cui abitanti non si sentono ancora direttamente
coinvolti. Il corteo del 17 settembre (dal lago Borgarino a Valdellatorre)
nonostante il maltempo è stato molto partecipato, a riprova
dell’interesse della popolazione a questi problemi. Un
altro momento di estensione del movimento si è avuto sabato 23 settembre,
quando alcuni comitati No-Tav della Valsusa hanno effettuato un
volantinaggio nei comuni della Val Sangone, in risposta all’ipotesi di
passaggio del tracciato in quella zona. La
Conferenza dei Servizi, riunione tra amministratori locali e rappresentanti
del governo, nuova tappa degli interminabili dibattiti istituzionali sulla
bontà o meno dei progetti, doveva tenersi il 29 settembre a Roma ma è
slittata al 12 ottobre. La
mobilitazione per il contingentamento dei tir che attraversano la Valle e
quella per la chiusura delle acciaierie Beltrame di S.Didero, altamente
inquinanti, si stanno rivelando essere probabilmente “guerre di lunga
durata”, per le quali occorreranno costanti e incisive mobilitazioni sul
territorio. Molto
importante infine la decisione presa dai comitati di convocare di nuovo
regolarmente il Coordinamento dei Comitati, ovvero il momento di confronto
tra rappresentanti di tutti i raggruppamenti che operano contro il TAV, dal
quale sino ad alcuni mesi fa scaturivano le principale decisioni operative.
Se il Coordinamento dei Comitati funziona, esso può fungere da vero
soggetto politico, condizionando in maniera efficace l’operato sempre
piuttosto ambiguo di alcune amministrazioni comunali e del presidente della
Comunità Montana della Bassa Val di Susa, Antonio Ferrentino, che è
erroneamente accreditato dai media quale leader del movimento. In questa
direzione lavorano anche i compagni del Comitato Autogestito No-Tav di
Torino e Caselle. Un
banco di prova da questo punto di vista è rappresentato dalla
manifestazione nazionale di Roma del 14 ottobre, indetta arbitrariamente da
una serie di organizzazioni che vorrebbero appiattire l’opposizione al TAV
a semplice opposizione alla drasticità della Legge Obiettivo del governo
Berlusconi, riproponendo magari la strada del dialogo per far passare il
progetto. Il
Coordinamento dei Comitati dovrebbe essere in grado di “appropriarsi”
della manifestazione di Roma portandovi i propri contenuti, assai più
avanzati e radicali, e utilizzandola per ciò che essa rappresenta di
positivo, ovvero un momento di collegamento con tutte le situazioni che sul
territorio italiano portano avanti lotte contro le grandi opere inutili,
dannose e costose. Infine,
a proposito di lotte per la difesa del territorio che ricalcano il modello
del movimento No-Tav, nell’area torinese è da tenere sempre viva
l’attenzione verso l’operato del comitato contro l’inceneritore di
Grugliasco e quello contro la risalita meccanizzata al castello di Rivoli,
due questioni sempre aperte e intorno alle quali c’è un certo grado di
mobilitazione popolare.
Comitato Autogestito contro il
TAV di Torino e Caselle
riunioni il giovedi alle 19 in
corso Palermo 46 (presso la FAI di Torino)
tel. 339 4471969 - 338 6594361
STUDENTI
PROTAGONISTI DELLA LOTTA POLITICA Quelli
che seguono sono brani tratti dal pieghevole dal titolo L’università e
il suo trucco distribuito dal Collettivo Universitario Autonomo
all’Università di Torino (Palazzo Nuovo) a fine settembre, quando sono
iniziate le lezioni del nuovo anno accademico. I temi trattati sono
importanti e si collocano nei filoni di cui si occupa anche il Circolo
Internazionalista di Torino. Negli
scorsi mesi estivi vi è stata tra noi una collaborazione, anche con altre
realtà, per una serie di iniziative sul tema della guerra, contro il
rifinanziamento delle missioni militari all’estero e contro
l’aggressione israeliana al Libano. L’auspicio
è di continuare questo filone, anche in opposizione alla nuova missione ONU
in Libano, con iniziative all’interno della stessa università, superando
la logica della contrapposizione tra i gruppi. -PRESENTAZIONE
DEL Collettivo Universitario Autonomo
Il nostro collettivo si riunisce
settimanalmente e propone un tipo di attività politica all’insegna della
critica dell’Università, dove tale critica sia il mezzo per affrontare
una critica radicale della società nel suo complesso.
Siamo autonomi perché riteniamo
che i percorsi sindacali e politici tradizionali non rispondano alle
esigenze di confronto e protagonismo in prima persona da cui deve partire
qualsiasi nuova avventura trasformatrice. I movimenti sono il luogo da noi
prediletto: l’altr’anno abbiamo partecipato attivamente alle
mobilitazioni contro la riforma Moratti, partecipando al percorso che ha
portato le realtà studentesche autogestite del Piemonte, del Veneto, della
Lombardia, dell’Emilia Romagna, della Toscana, del lazio e fino alla
Sicilia a redigere il documento detto dell’autoriforma dell’Università.
In questo senso siamo impegnati
ad aprire percorsi di autonomia del soggetto studentesco, che in concreto
significa agire per migliorare le proprie condizioni di vita: non esitiamo a
occupare uno stabile se ci sembra la soluzione più opportuna per rimediare
al caroafitti, abbiamo in progetto iniziative di pirateria organizzata
contro il copyright, organizziamo da anni concerti autogestiti
all’università, creiamo seminari autonomi contro la guerra e per la
critica sociale, insieme agli studenti che sono entrati a far parte del
laboratorio universitario per i saperi contro la guerra e del laboratorio di
studi strategici per la critica sociale.
Trasmettiamo su Radio Black Out
– 105.250 fm – il giovedì dalle 14 alle 16, con un format che vuole
dare spazio a una voce critica dentro l’Università.
Il nostro collettivo non si
presenta alle elezioni universitarie, non siede nei consigli di facoltà, ma
ha promosso più volte iniziative concrete, dalle occupazioni di Palazzo
Nuovo all’invasione diretta di un Tg regionale sempre supino a chi governa
la città, alle lotte contro gli aumenti delle tasse e il costo elevato del
servizio mensa, con pasti gratis per centinaia di persone. Basta esserci ed
essere in tanti. Chiunque
ne abbia abbastanza del trucco o dei trucchi dell’Università, chiunque si
riconosca nelle idee antirazzista e antifasciste, per una società
radicalmente diversa da questa e per una vita universitaria differente, può
venire alla riunione che si tiene ogni
martedì alle 17 - Spazio ex acquario Primo
piano – Palazzo Nuovo -UNIVERSITARI
E PRECARIATO Nei
brani seguenti del pieghevole si affronta in modo molto chiaro il problema
delle prospettive di lavoro dei giovani; ciò si collega a quanto stiamo
denunciando su questo bollettino sul fenomeno del precariato nel sistema
capitalistico, che è in continua accentuazione e che oggi tocca anche
strati di forza lavoro qualificata.
...Se da un lato non si smette di spendere un mare di parole sulle
magnifiche possibilità di lavoro che si spalancherebbero a chi ottiene una
laurea triennale, la realtà ha ormai da anni rivelato che si tratta di
bugie, dal momento che la scelta, per chi ha finito, risiede nel continuare
o nel fare un costosissimo master presso qualche azienda o presso
l’Università stessa, continuando comunque a spendere migliaia di euro in
tasse o costi di iscrizione, e senza avere alcuna prospettiva certa sul suo
futuro. Le aziende rivolgono ai nostri titoli di studio uno sguardo pieno di
sufficienza, e si danno da fare per lucrare sulla formazione che -dal loro
punto di vista- non abbiamo...La soluzione che è obbligato a praticare chi
non ha milioni di euro sul suo conto in banca è quella di scegliersi un bel
lavoro precario, garantendo la sua supinità allo sfruttamento più bieco
nell’ambito di lavori in nero o con contratti a tempo determinato, e si
chiederà: ma valeva la pena sostenere 180 crediti, o 300 nel caso della
specialistica, per tutto questo?
...I lavori che troviamo in
questa città sono quelli del guardaroba in discoteca ai Murazzi o del
bancone nei locali del quadrilatero, negli odiosi call-center o in qualche
altro fantastico ambiente dove ti dicono al cellulare cosa dovrai fare
domani.
...Questi lavori permettono un
guadagno reale che si aggira attorno ai 5 euro l’ora: con quattro ore di
lavoro non siamo ancora in grado di pagare un libro di testo o qualche ora
di traffico sul telefonino. Quello che guadagnamo sottraendo tempo allo
studio entra sottoforma di tassa nelle casse di questa bella signora
Università, che non si preoccupa più di tanto se andiamo fuoricorso:
saranno ancora più tasse, ancora più soldi, ancora più trucco.
...In questa situazione è
davvero il caso di porre il problema di cosa possa oggi fare politica in
un’Università come la nostra. Fare politica significa per noi riunirsi.
Discutere politicamente della nostra condizione è l’unico passo possibile
nella direzione giusta, che è quella dove non si accetta ciò che non si
accetta, dove si dice che non si è d’accordo insieme, dove ci
riprendiamo...una parte del nostro tempo per noi. ...Ma in fondo, e
dopotutto, che cosa cerchiamo noi nello studio? va bene, alcune migliaia di
iscritti hanno già la vita segnata, rincorrono l’incubo della carriera,
che è stato loro ironicamente venduto come un sogno: allora sarà
essenziale essere cortese con il professore, imparare alcune cose a memoria
e non prestare mai al vicino i propri appunti, pura trascrizione di un punto
di vista che assume i contorni del Vero Assoluto.
Molte altre migliaia di
noi, invece, possiedono già il disincanto radicale verso il trucco
dell’Università e della società
in generale, molti di noi l’hanno già maturato al liceo, e siamo entrati
qui come matricole della pirateria generale e strategica, politica e
culturale. Il nostro scetticismo verso le fanfare dell’Università è lo
scetticismo profondo di chi ama le scienze, di chi ama le lettere e le arti,
e per questo contesta la loro organizzazione totalitaria a fini di lucro...
I trattati costitutivi della “Zona Euro”, spina dorsale
dell’imperialismo europeo, impongono a ciascuno dei paesi membri di
mantenere basso il Deficit della Spesa Statale per non scaricare sui “soci
UE” più virtuosi i costi delle proprie inefficienze, sprechi,
clientelismi ma anche delle proprie decisioni economiche, infrastrutturali,
politico/militari.
Dato che le spese per il comparto militar/tecnologico
(particolarmente importanti per accaparrarsi o mantenere aree di influenza e
di affarismo nel mondo multipolare) fanno parte delle voci della Spesa
Statale di ogni Stato e sono in aumento (Afghanistan, Iraq, Libano, Africa
etc.) l’attenzione dei governi borghesi UE è posta su altre voci di spesa
che però non possono essere quelle per le Infrastrutture (treni veloci,
porti, aereoporti, autostrade etc.), dato che sono fonti di grandi appalti
mentre le si costruisce e leve per la concorrenzialità delle grandi imprese
quando entrano in funzione.
Con questa logica, “oggettivamente” nella morsa ci devono andare
le spese per il Welfare (pensioni, sanità, scuola) anche perchè i Grandi
Borghesi europei soffrono al pensiero che i loro concorrenti e omologhi
asiatici non abbiano quasi (e ancora per anni) questi “oneri impropri”,
mentre i Piccoli Borghesi europei, che pur utilizzano il welfare, hanno
patrimoni accumulati tali che potranno ammortizzare gli effetti dei tagli,
che invece peseranno proporzionalmente molto di più sui Lavoratori
Salariati UE.
In Italia gran parte del Deficit Statale è costituito dagli
interessi sul Debito Pubblico (causato da decenni di concessa elusione
fiscal/previdenziale alla piccola borghesia che riciclava poi i “sudati
risparmi” in BOT) e non sulla Spesa Corrente, peraltro aggravata dalle
spese militari delle Missioni Estere in corso; comunque sia, la strada più
facile per il governo nella prossima Finanziaria sarà “curare” il
Welfare. Già
vari governi precedenti (di varia estrazione) hanno provveduto a rallentare
parecchio la copertura e l’efficacia delle pensioni dei lavoratori con una
certa anzianità, mentre per i più giovani lo stato di precarietà, oggi
molto diffuso, li penalizzerà ulteriormente. Ma non basta: se il governo
Prodi vuole mantenere la promessa della “riduzione del Cuneo fiscale del
5%”, presentata come golosa
attrattiva elettorale per aziende e salariati (Berlusconi rispose
improvvisando l’abolizione dell’ICI), dovrà manomettere ulteriormente
le regole pensionistiche (nonostante che la previdenza dei salariati
impiegati e operai sia sostanzialmente in equilibrio).
Oggi la Previdenza INPS viene finanziata con il contributo dei
salariati (circa l’8% del salario lordo) mentre le Aziende ne versano il
TRIPLO (circa il 24%) e in più da qualche anno viene inglobato in parte
(per i giovani tutto) anche il TFR (Liquidazione) che era di proprietà del
lavoratore. Questi versamenti sommati all’IRPEF pagata dal lavoratore
(circa il 21-23% del lordo) costituiscono il cosiddetto Cuneo Fiscale.
Al calo delle prestazioni INPS già da alcuni anni si è dato vita
alla Previdenza Integrativa a cui al contributo volontario del lavoratore
(circa 1% del lordo) corrisponde un versamento delle Aziende EQUIVALENTE.
Partendo dall’esistente il governo potrebbe gradualmente far alzare
il contributo dei lavoratori (es. dall’ 1 al 3%) della Previdenza
Integrativa, resa obbligatoria, e abbassare di altrettanto quella INPS (es.
dall’8 al 6%, per le aziende quindi dal 24 al 18%); di conseguenza
“oggettiva” il contributo delle Aziende si abbasserebbe (nell’esempio
dal 25%(1+24%) al 21% (3+18%)) e
risparmierebbero circa il 4% del Costo del Lavoro, con buona pace dei conti
INPS e dei lavoratori che vedrebbero aumentare consistentemente la loro
quota nel finanziamento di una previdenza dai rendimenti calanti e sempre più
aleatori.
La borghesia e tutti i suoi rappresentanti governativi a loro
giustificazione adducono l’aumento della durata della vita media e la
diminuzione relativa dei lavoratori rispetto all’aumento dei pensionati,
ma continuano a chiudere un occhio (fino ad oggi tutti e due) sul lavoro
nero.
Si dimenticano anche dell’AUMENTO della PRODUTTIVITA’ del LAVORO
salariato che crea ricchezza aggiuntiva di cui la borghesia si appropria
automaticamente, visto che i salari reali recuperano solo l’aumento
teorico del costo della vita (addirittura quello programmato) e che invece
va rivendicato con la richiesta dell’aumento salariale, della diminuzione
dell’orario di lavoro e delle normative collegate (appunto pensioni e
altri miglioramenti).
Nella concorrenza interimperialista
per la borghesia disporre di Forza Lavoro con bassi salari, lunghi orari di
lavoro e pochi costi previdenziali e mutualistici vale come il possedere
materie prime, il detenere tecnologie, vuol dire profitti maggiori e quindi
maggiori possibilità di spese statali come quelle militari.
Non esistono “conteggi giusti”
né sulle pensioni o sulle altre spese di bilancio statale, nella
società divisa in classi, ma rapporti di forza politici tra queste; inoltre
la lotta per la difesa del salario e delle normative in modo generalizzato
in Occidente è l’unico mezzo per indicare la strada agli eserciti di
nuovi salariati che in Asia entrano nel mercato capitalistico sprovvisti di
ogni esperienza e organizzazione e a cui occorrono esempi e tempo.
I nazisti dicevano che il popolo tedesco alla domanda “volete burro
o cannoni?” aveva risposto “cannoni” votando per loro (ovvero si era
fatto irregimentare dalla propria borghesia imperialista); oggi le borghesie
europee aggiornano la domanda: volete blindati o pensioni?
Per
questo bisogna fermamente opporsi ai cedimenti sul Welfare.
Ripercorriamo
le tappe salienti della vicenda no-tav per il mese di ottobre. 2
ottobre. Coordinamento dei Comitati a Condove. La discussione verte
sulla opportunità e modalità della partecipazione alla manifestazione
nazionale contro le grandi opere e la Legge Obiettivo del 14 ottobre,
indetta “dall’alto” senza consultare la Valle. La posizione
prevalente è quella di andare a Roma portando però i propri contenuti,
più avanzati e radicali della piattaforma ufficiale, giudicata soltanto
“antiberlusconiana”. 15 comitati nei giorni successivi sottoscrivono
un documento dal titolo Non un passo indietro…non ci sono governi
amici!, in cui tra l’altro si legge: Il
TAV è inutile, costoso e dannoso, qualsiasi procedura decisionale si
segua (Legge Obiettivo o procedure ordinarie). Il
movimento popolare contro il TAV si è ripreso la libertà di decidere
sul proprio futuro, sulla tutela della salute e sulla salvaguardia del
territorio. Riteniamo
pertanto scorretto il metodo che ha definito la piattaforma di
convocazione della manifestazione romana del 14 ottobre 2006. Non
dubitiamo delle buone intenzioni che hanno guidato la stesura del
documento, ma diventare organizzatori senza essere coinvolti non
rispecchia le modalità che abbiamo scelto.
Abbiamo
condiviso la scelta di convocare una grande manifestazione nazionale che
unisse le ragioni dei movimenti che si oppongono alla realizzazione
delle grandi opere, ma è sotto gli occhi di tutti che queste ultime
sono state volute da governi sia di destra che di sinistra. La
Legge Obiettivo è il coronamento di un processo ultraventennale, volto
a spianare la strada al partito unico degli affari. La
Finanziaria 2006/2007 prevede un uso scellerato delle nostre
liquidazioni (Tfr), destinandole ad un “fondo infrastrutture”,
inventato appositamente per finanziare il progetto fallimentare delle
grandi opere. Questo
provvedimento conferma la perversa continuità del governo attuale con
quello precedente… 4
ottobre. La Stampa riporta le dichiarazioni del direttore della
divisione Cargo di Trenitalia, il quale in un convegno avrebbe affermato
che le previsioni dei flussi di traffico vedono l’aumento più per le
tratte superiori ai mille chilometri ( e quindi l’utilizzo di navi e
aerei) che per quelle inferiori (treni); per cui per Trenitalia
l’investimento nell’Alta Capacità (7-10.000 locomotori)
non è conveniente. 5
ottobre. Coordinamento “istituzionale” a Bussoleno, presieduto
da Antonio Ferrentino (sinistra DS, portavoce istituzionale del
movimento no-tav, uno degli organizzatori di Roma), durante il quale
viene letto e applaudito il documento del 2 ottobre. 12
ottobre. Conferenza dei Servizi. In occasione del nuovo confronto
dei sindaci con il governo a Roma, i giornali tirano fuori nuovi
progetti e tracciati alternativi. Emerge il contrasto tra
Trenitalia, che vorrebbe fare un piattaforma logistica a Chivasso
(escludendo Torino dal percorso), con costi inferiori, e la Regione
Piemonte che ha già deliberato per il tracciato corso Marche – scalo
di Orbassano, quest’ultimo dotato di 800.000 mq di magazzino, su cui
ha già investito molto con la società S.I.T.O ed è già un grosso
terminal dell’autotrasporto. Inoltre riappare la variante di percorso
che attraversa la Val Sangone; secondo quest’ultima il “tunnel di
base” Italia-Francia,
sempre lungo 53 km, invece di uscire a Venaus uscirebbe a
Chiomonte, percorrendo con un viadotto la destra orografica della Val di
Susa, arrivando nelle vicinanze di Giaveno e poi a Trana, Sangano e
Orbassano. I
sindaci della Valle in ogni caso bocciano la totalità dei progetti
presentati, e si mantengono fermi nell’intenzione di discutere
l’opzione zero, ovvero la possibilità di non fare il TAV. 14
ottobre. Manifestazione a Roma. Il corteo contro le grandi opere e
la Legge Obiettivo viene preceduto da un’assemblea nella mattinata al
Centro sociale Forte Prenestino, nella quale si gettano le basi per la
costituzione di un coordinamento nazionale di tutti i gruppi e le
associazioni che lottano per la difesa del territorio. Si parla di un
prossimo momento di riunione delle varie realtà in occasione della tre
giorni di Venaus del 8,9 e 10 dicembre. 17
ottobre. Coordinamento dei Comitati ad Alpignano. La discussione
verte sulla manifestazione romana appena svoltasi, sulle modalità di
organizzazione dell’anniversario della battaglia del Seghino, sulla
partecipazione allo sciopero generale del 17 novembre contro la
finanziaria, per protestare contro lo scippo del tfr per finanziare le
Grandi Opere. Viene infine programmato di intervenire quanto più spesso
possibile in Val Sangone, collaborando con il locale comitato no-tav. 19
ottobre. Assemblea a Villardora. Ai 400 partecipanti vengono
presentati alcuni aspetti negativi del tracciato Val Sangone, da
sottoporre agli abitanti; ad esempio, con il mantenimento del tunnel di
base resta aperto il problema dello smaltimento delle 18-20 milioni di
tonnellate di materiale di scavo; oppure, il percorso nell’area di
Trana solleva il problema del filone di amianto che aveva già bloccato
i lavori della cava molti anni fa. L’assemblea inoltre approva la
proposta di aderire allo sciopero contro la finanziaria del 17 novembre. 21
ottobre. Volantinaggio in Val Sangone. Al mercato di Giaveno, mentre
a Torino si manifestava davanti alla Provincia dove c’era l’incontro
dei sindaci della Val Sangone con Saitta, altri valsusini con il locale
comitato no-tav effettuano un volantinaggio per entrare in contatto con
gli abitanti. 25
ottobre. Coordinamento dei Comitati a Sant’Ambrogio. La
discussione sullo sciopero del 17 novembre entra nel dettaglio; al
coordinamento partecipano rappresentanti del sindacalismo di base. Nei
giorni successivi viene prodotto un documento di adesione allo sciopero,
firmato da quasi tutti i comitati. Inoltre un rappresentante
dell’associazione Montagna Nostra di Bardonecchia distribuisce una
bozza di delibera per il contingentamento dei Tir a partire dal 1
gennaio 2007, perché sia discussa nei successivi coordinamenti. 26
ottobre. Su La Stampa l’Amministratore Delegato di Trenitalia
Moretti afferma che per le linee AV avranno priorità comunque la
Torino-Milano-Napoli, già in costruzione, e la Milano-Venezia prima
della Torino-Lione. 29
ottobre. Un anno dopo la battaglia del Seghino. Una giornata “di
festa e di lotta” in ricordo della resistenza popolare che il 31
ottobre 2005 impedì alla polizia l’accesso ad un’area ove si
sarebbero dovuti svolgere dei sondaggi. Quell’episodio inaugurò una
serie di mobilitazioni di grande portata e portò alla ribalta nazionale
la questione TAV. Prossime
principali iniziative: 14
novembre. Coordinamento dei Comitati a Mattie. 17
novembre. Sciopero generale a Torino, con spezzone del movimento no-tav 8-9-10
dicembre. Anniversario della “battaglia” di Venaus.
17.11
- SCIOPERO GENERALE CONTRO LA FINANZIARIA Una
caratteristica strutturale del capitalismo italiano è il consistente
peso della piccola borghesia rispetto al grande capitale. Nei decenni
passati (essendo i salari bassi e il lavoro nero più sviluppato
rispetto agli altri paesi produttori) questo stato di cose veniva
utilizzato politicamente da tutti i partiti politici, dalla DC al PCI,
per il consenso. Ora, con l’ingresso nel mercato di merci a più basso
prezzo, prodotte in paesi dove la manodopera è ancora più a buon
mercato, il sistema italiano per essere competitivo deve ridurre i costi
generali.
Già il decreto Bersani dichiarava l’obiettivo di
ridimensionare alcune categorie di lavoratori professionali, ma non ha
portato a modifiche sostanziali. Ora, la Legge Finanziaria, presentata
come strumento per aumentare il lavoro a tempo indeterminato, in realtà
nei compromessi tra le varie frazioni borghesi sta diventando ancora una
volta un attacco alle condizioni di vita dei lavoratori dipendenti.
In campagna elettorale avevano promesso un taglio del cuneo
fiscale pari a cinque punti del costo del lavoro; tre punti dovevano
andare alle imprese che avessero assunto a tempo indeterminato, due ad
aumentare il salario dei lavoratori. I tre punti sono stati tagliati: le
imprese avranno uno sconto di 5000 euro all’anno per addetto (10000 al
sud) sull’Irap, mentre per i lavoratori solo qualche spicciolo in più
che avvantaggia in modo irrisorio le famiglie monoreddito con figli a
carico, dovuto alla rimodulazione delle aliquote, la ridefinizione delle
detrazioni e degli assegni famigliari. Il vero attacco al salario non è
stato attuato sul piano nominale ma sul suo reale potere d’acquisto,
tramite i tagli nei trasferimenti agli enti locali, e con l’ulteriore
riduzione dei servizi pubblici.
Sotto questi aspetti, questo governo opera nel solco già
tracciato da quelli precedenti, anche se formalmente si è presentato
come “governo amico”. La Confindustria non solo ha affidato
all’attuale governo “l’arduo” compito di aiutarla a
ridimensionare il peso del ceto medio (arduo anche per il fatto che
questo rappresenta in larga misura la sua stessa base di massa da
contrapporre al proletariato) ma anche quello, relativamente più
semplice dato l’atteggiamento assai arrendevole delle burocrazie dei
sindacati confederali, di darle una mano nel trasferimento di quote di
salario al monte profitti.
Lo sciopero generale del 17 novembre, indetto da tutti i
sindacati di base, ha visto una consistente e qualificata partecipazione
in varie città (oltre 20 manifestazioni sul territorio nazionale) da
parte di componenti di un movimento di opposizione che dichiara a chiare
lettere che “non ci sono governi amici”. Ciò rappresenta
un’importante punto di partenza, anche perchè in questa parola
d’ordine sono sottointese almeno tre fondamentali affermazioni: 1. Le attuali riforme in
realtà sono controriforme, nel senso che avvantaggiano esclusivamente i
capitalisti. Oggi c’è un travisamento del concetto di riforma, che
all’origine veniva inteso come miglioramento delle condizioni di vita
dei lavoratori, e per i rivoluzionari rappresentava un elemento tattico
della lotta più generale del proletariato per abbattere il modo di
produzione capitalistico. Chi si oppone al governo Prodi mette a nudo
tale travisamento in quanto smaschera quelle formazioni politiche che si
dichiarano appunto “riformiste”. 2. Nel sistema borghese
non possono esistere governi amici. L’attuale, ingannevole sistema
politico della democrazia borghese si fonda su di un’uguaglianza
formale, che di fatto serve a coprire il predominio di una minoranza
sulla maggioranza tramite il reale possesso e controllo dei mezzi della
produzione sociale, garantito attraverso l’esercizio della forza dello
stato. dato questo presupposto, non vi possono essere che “governi
nemici”. 3. Vi è la necessità di
ricostituire un movimento indipendente, dopo aver toccato con mano che
la delega ai partiti parlamentari si è in definitiva, da parte di
questi ultimi, tradotta nell’ennesimo tradimento delle aspettative dei
lavoratori.
TAV
- GIOCHI ISTITUZIONALI E MOBILITAZIONE POPOLARE
Una data particolarmente significativa per la lotta contro il TAV
in Val di Susa è stata lo scorso 23 novembre. Quel giorno infatti
durante la visita di Mario Virano a Bussoleno nel pomeriggio e
nell’assemblea della sera si sono delineate in maniera più chiara del
solito le dinamiche interne al movimento. -
Da una parte il fronte istituzionale, costituito dall’insieme degli
amministratori locali con a guida di Antonio Ferrentino, e impegnato per
il suo ruolo nell’intrattenere rapporti con il governo attraverso le
apposite “fantomatiche” procedure. Nel pomeriggio detto fronte era
impegnato per il suo ruolo in una riunione con Mario Virano,
intermediario del governo, volta a definire la partenza dei lavori
dell’Osservatorio Tecnico. -
Dall’altra il movimento vero e proprio, costituito dai vari comitati
popolari no-tav, che hanno accolto in massa Virano rumorosamente, con
alcuni eloquenti striscioni (“Non ci sono governi amici!”, “No Tav,
No tavoli!”) e per dimostrare quanto fosse sgradita la presenza di
questo ambiguo personaggio hanno chiuso con un lucchetto l’accesso
alla sala in cui si teneva la riunione. Anche alla sera, in
un’affollatissima assemblea, gli esponenti del movimento si sono fatti
sentire, criticando l’atteggiamento ambiguo del fronte istituzionale. La
preoccupazione nel movimento è giustificata proprio dai tentativi che
il governo fa di isolarne la parte più radicale, cercando di
condizionare i sindaci con continue trattative (dietro le quali si
nasconde la ferma volontà di portare avanti l’opera) e portando
avanti una propaganda pro-tav nelle aree dove l’opposizione è meno
radicata, ovvero l’Alta Valle e la Val Sangone. Il
fatto che i sindaci della Bassa Valle non siano andati alla Conferenza
dei Servizi del 27 novembre può essere un sintomo che in questa fase il
fronte istituzionale è ancora condizionato e legato all’ala popolare
del movimento. Quest’ultima può contare sul costante impegno di
centinaia di persone, su riunioni periodiche di coordinamento (le ultime
si sono svolte il 14 novembre a Mattie e il 22 ad Almese) e sul fatto
che il ripristino del progetto di tracciato in Val Sangone ha
determinato la nascita di diversi comitati no-tav anche in quella zona
(a Trana, a Sangano, a Rivalta, a Giaveno). Il
prossimo Coordinamento dei comitati si terrà il 13 dicembre proprio a
Giaveno. Solo
il continuo allargamento e politicizzazione del movimento può portare
alla vittoria: l’opposizione al TAV è rafforzata dal progetto di
costituzione (tuttora in corso) di un coordinamento nazionale di tutte
le realtà di movimento che si oppongono alle grandi opere e alle
nocività ambientali, in occasione della tre giorni di Venaus del 8-9-10
dicembre.
MANIFESTAZIONE
CONTRO LE BASI MILITARI (dal
sito www.altravicenza.it) La
nuova base americana andrebbe ad occupare una zona a nord del comune di
Vicenza nell’attuale aeroporto civile Dal
Molin e servirebbe agli USA per riunire la 173^ Brigata aviotrasportata
Airborne, attualmente presente in parte ad Aviano (Pordenone) e in parte
Germania. L’obiettivo statunitense è di intervenire rapidamente nelle
areee geografiche del medioriente, ricche di fonti energetiche
strategiche per il sistema economico vigente. Vicenza, secondo questo
piano, è dunque destinata a diventare un nodo importantissimo per i
nuovi assetti militari mondiali.
Solo nel maggio del 2006 cominciarono a circolare le prime
notizie sul progetto e così i cittadini residenti nelle zone limitrofe
alla nuova base, costituitisi in sei comitati, cominciarono ad agire in
modo coordinato. Dopo un continuo rimpallo di responsabilità tra
Governo Prodi e Comune di Vicenza, nell’ormai storico consiglio
comunale di Vicenza del 26 ottobre 2006 una scellerata maggoranza, sorda
alle tantissime richieste di democrazia e
partecipazione popolare (fra cui anche la richiesta di indire un
referendum comunale consultivo) si espresse a favore della nuova base
(maggioranza risicata 21 a 17). A
Caldogno, piccolo comune a confine con l’aeroporto Dal Molin, il 15
novembre 2006 il consiglio comunale votò invece all’unanimità il NO
all’insediamento della nuova base. La
patata bollente passò quindi al Governo Prodi e in particolare al
Ministro della Difesa Parisi, che non si è mai espresso in maniera
chiara contro l’allargamento della caserma Ederle, tentennando sempre
tra la “Santa Alleanza” con gli USA e il programma elettorale
dell’Unione in cui “ogni azione di grande impatto sul territorio sarà
sempre presa nel rispetto dell’opinone delle popolazioni locali”. Il
23 novembre 2006 Parisi comunque invitò a Roma una rappresentanza dei
comitati cittadini per sentire direttamente dalla gente le motivazioni
del NO. L’incontro fu molto proficuo tanto che prese di nuovo quota
l’ipotesi di un referendum comunale consultivo.
I comitati, collaborando con l’osservatorio sulle servitù
militari di Vicenza (coordinamento di associazioni e gruppi pacifisti e
antimilitaristi), da maggio hanno dato vita ad una lunga serie di azioni
per bloccare il progetto della nuova base americana: presìdi in piazza
e davanti all’aeroporto, rumorose presenze in consiglio comunale,
raccolta firme (più di diecimila in un mese!), convegni informativi,
blocchi del traffico, fiaccolate, scioperi studenteschi, invasione della
pista dell’aereoporto, costituzione di un comitato per il referendum,
partecipazione di massa al consiglio comunale del 26 ottobre, dove 2.000
persone, “armate” di pentole, fischietti, trombette, hanno
disturbato il consiglio comunale, e, il 2 dicembre 2006, la grossa
manifestazione “Difendere la terra per un futuro senza basi di
guerra”.
L’aspetto nuovo e dirompente nella placida tranquillità
cittadina è che a Vicenza “si è costituito un movimento di
cittadini, autonomo ed indipendente da schieramenti politici, che riesce
a coniugare la necessità della salvaguardia del proprio territorio e
dei beni comuni, con il NO alla guerra e alle servitù militari”.
Questa comunione di obiettivi ha dato vita all’Assemblea Permanente
dei cittadini per il NO al Dal Molin che unisce comitati, associazioni,
singoli cittadini.
L’Assemblea permanente è conscia di essere un movimento
moltitudinario, la cui ricchezza sta nella sua molteplicità di
pensiero, linguaggio e pratica.
“UN ANNO DOPO” A VENAUS: IL PATTO DI MUTUO SOCCORSO
A
dicembre l’evento più significativo per la Val di Susa è stato la
tre giorni di assemblee, spettacoli e concerti svoltasi a Venaus l’8,
9 e 10 dicembre, a un anno dall’ormai celebre “battaglia” per la
liberazione del presidio, avvenuta l’8/12/2005. Sabato
9, sotto un tendone gremito da oltre 300 persone, si è svolta
un’assemblea nazionale delle associazioni e dei movimenti che in
Italia lottano contro le grandi opere e le nocività ambientali. Si
trattava della terza iniziativa di questo tipo, dopo quelle tenutesi a
Roma il 14 luglio e il 14 ottobre. Nell’occasione
è stato annunciato il varo del cosiddetto Patto di Mutuo Soccorso,
ovvero un coordinamento nazionale tra tuttele associazioni. Il Patto
deve ancora assumere una forma precisa, infatti il 13 gennaio a
Bussoleno si terrà una riunione dei comitati no-tav per discutere le
modalità di adesione; tuttavia ci sono le condizioni perchè diventi
qualcosa di significativo, visto il consistente numero di gruppi
coinvolti. Dall’assemblea
sono uscite alcune prime scadenze: una manifestazione a Bolzano il 10
marzo, a sostegno della lotta contro l’Eurotunnel del Brennero, e una
manifestazione a Venezia (data ancora da definire) a sostegno della
lotta contro la costruzione del Mose, la gigantesca diga mobile per
l’acqua alta. E’ stata anche annunciata la manifestazione del 16
dicembre a Livorno contro il progetto di rigassificatore off-shore, alla
quale hanno poi partecipato rappresentanti del movimento no-tav (vedi
foto). Da
segnalare che più persone hanno sottolineato la necessità di collegare
i movimenti contro le grandi opere ai movimenti contro la guerra e la
militarizzazione del territorio; molto applaudita è stata la presenza
dei compagni di Vicenza, che si oppongono all’ampliamento della locale
base militare, e che hanno aderito al Patto di Mutuo Soccorso. Nei
prossimi mesi sarà possibile seguire l’attività di tutti i gruppi
intervenuti all’assemblea anche attraverso un sito comune che li
metterà in relazione.
CONFERENZA
DEI SERVIZI E OSSERVATORIO TECNICO Il
15 dicembre in Prefettura a Torino si è tenuta la quarta Conferenza dei
Servizi, presiduta dall’architetto Gaetano Fontana, presenti tra
gli altri il prefetto di Torino Goffredo Sottile, il presidente
dell’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione Mario Virano,
l’assessore ai Trasporti della Regione Piemonte Daniele Borioli, i
sindaci dell’Alta Valle di Susa e una ventina di sindaci della Valle
Sangone e della Gronda (la cintura di Torino). Non ha partecipato la
Bassa Valle di Susa. La
Conferenza è oggi l’organismo che formalmente decide se fare il TAV e
con quale progetto: è lo strumento del famoso “dialogo con le
popolazioni locali” cui il governo Prodi, rappresentato da Virano, ha
scelto di ricorrere, a differenza del precedente governo Berlusconi che
aveva tentato di imporre l’inizio dei lavori “manu militari”. Dalla
Conferenza è emerso il riavvio dello studio di impatto ambientale sulle
quattro opzioni attualmente sul tappeto per la Torino-Lione:
l’“opzione zero”, cioe’ il semplice ammodernamento delle
linee ferroviarie esistenti; il raddoppio della linea storica; il
tracciato TAV attraverso la Valsusa; quello alternativo che passa per la
Valle Sangone. Per fare questi studi ormai da alcuni mesi è stato
creato l’Osservatorio tecnico sulla Torino-Lione, composto appunto da
esperti e presieduto dall’uomo di fiducia del governo dell’Unione,
Mario Virano. L’Osservatorio avrebbe avviato i suoi lavori proprio
nella seconda metà di dicembre.
La parte di base del movimento, che si organizza nel
Coordinamento dei Comitati, ha sempre percepito questi strumenti
istituzionali come delle trappole per condizionare i sindaci della Valle
e gradualmente imporre l’accettazione di un progetto (oggi non è
chiaro quale possa essere il più accreditato; in questi giorni sui
quotidiani si fa un gran parlare del raddoppio della linea storica).
A giudicare dal
numero di sindaci presenti il 15 dicembre, si può sicuramente dire che
già oggi Virano ha rotto il fronte istituzionale; il timore è che alla
prossima Conferenza dei Servizi (15 gennaio), che tra l’altro è stata
camuffata da “riunione preparatoria della quinta Conferenza dei
Servizi”, anche qualche sindaco della Bassa Valle sia spinto a
partecipare. Molte indicazioni emergerano lunedi 8 gennaio a Bussoleno:
quel giorno infatti al pomeriggio c’è la riunione dei sindaci della
Bassa Valle con il presidente della Comunità Montana Antonio Ferrentino
e alla sera, alle 21 al Salone Polivalente, Ferrentino e i sindaci
incontrano il popolo no-tav. APPUNTAMENTO
A TORINO IL 15 E 17 GENNAIO Negli
ultimi coordinamenti dei comitati (il 13 dicembre a Giaveno, il 3
gennaio a Venaus) sono state presentate e discusse numerose iniziative
per il mese di gennaio. Tra quelle fissate al momento in cui scriviamo,
segnaliamo i due appuntamenti torinesi: -
Lunedi 15 gennaio, dalle ore 11,30, piazza Castello davanti alla
Prefettura: presidio in concomitanza con la Conferenza dei Servizi. -
Mercoledi 17 gennaio, ore 21 in corso Palermo 46 (presso la FAI) il
Comitato autogestito di Torino/Caselle promuove una riunione dei
comitati no-tav di Torino e cintura per organizzare iniziative no-tav in
città, soprattutto nella zona interessata al progetto di tracciato
della Val Sangone (quindi la zona ovest, tra corso Marche e lo scalo di
Orbassano)
REPRESSIONE
– IL PROCESSO DI TORINO L’IMPORTANZA
DELLE INIZIATIVE CONTRO LA REPRESSIONE Sul
Bollettino di maggio 2006 vi è un breve articolo sul tema della repressione*,
nel quale si cerca di spiegare che per chi vuole cambiare questo sistema
sociale è indispensabile condurre una continua resistenza nei confronti
dell’azione della magistratura, quando di questa il sistema si avvalga
per reprimere le lotte di cambiamento. La
struttura e le caratteristiche del potere giudiziario, e il grado di
repressione che esso esercita sul movimento, influiscono sulle forme
delle lotte sociali e politiche. In
Occidente nell’attuale fase del sistema capitalistico, caratterizzata
da decadenza e guerra permanente, il malcontento delle classi sfruttate
tende a crescere e anche a prendere forme ribellistiche (ad esempio
nelle banlieues francesi); la classe dominante, non potendole più
arginare con concessioni riformistiche, cerca di chiudere i cosiddetti
“spazi democratici” entro i quali questo malcontento si può
esprimere, per evitare che esso dilaghi (in Francia, attraverso il
coprifuoco). La tendenza è verso una democrazia autoritaria dove
il pluralismo dei partiti è la maschera di una sistema retto attraverso
una repressione sempre più forte (leggi speciali, carceri, militari,
corpi di polizia etc.). L’attuale situazione degli Stati Uniti da
questo punto di vista rappresenta un prototipo.
Di
fronte a questa situazione occorre fare il possibile per agire in
controtendenza, ovvero salvaguardare i cosiddetti “spazi
democratici” proprio quando questi diventano luoghi di crescenti
tensioni e quindi “punti deboli” del sistema. In altre parole, le
iniziative di resistenza alla repressione svolgono una funzione molto
importante in quanto mantengono aperti i varchi attraverso i quali le
istanze di cambiamento sociale possono esprimersi ed estendersi. E’
assai complesso rispondere alla domanda: quali sono le più efficaci
forme di resistenza alla repressione, e come possono essere attuate?
Questo potrà essere oggetto di un successivo articolo. Si può tuttavia
già affermare che è senz’altro giusto conoscere e far conoscere le
varie situazioni in cui i gruppi politici della sinistra sono oggetto di
persecuzione giudiziaria, e mobilitare in loro difesa le energie di
singoli compagni, altri gruppi, associazioni, e di chiunque si consideri
un sincero democratico. *
Reperibile anche sul sito
www.lottainternazionalista.org/corrispondenze/lotte sociali Segue
del materiale relativo a uno di questi casi di repressione: il processo
contro gli antirazzisti e antifascisti torinesi, per i fatti del 19
maggio e 18 giugno 2005. Dapprima
vi è una cronistoria dei fatti, rielaborata da quella presente sul sito
www.piazzacarlogiuliani.org. Infine
si riporta una parte dell’appello di alcuni genitori dei compagni
sotto processo, costituitisi in comitato lo scorso 3 novembre. I
FATTI DEL 2005 Da
gennaio a maggio. In relazione con
la dismissione delle aree ex FIAT, la preparazione per le olimpiadi
invernali e il treno ad alta velocità, hanno luogo una serie di
“grandiosi” lavori che modificano la mappa di Torino. La
“pulizia” del centro comporta lo spostamento e la riduzione del
mercato dei poveri (il baloon) e soprattutto l’allontanamento forzato,
dalle zone eleganti, di extracomunitari e barboni. L’intensificazione
delle retate causa la morte di 3 migranti: privi di permesso di
soggiorno, tentavano di fuggire. Due muoiono precipitando da una
finestra e da un tetto, un terzo è ucciso da un colpo di arma da fuoco
sparato dalla polizia. Inoltre nel Centro di Permanenza Temporanea di
Corso Brunelleschi sono sempre più frequenti gli atti di
autolesionismo. 19
maggio. Dopo l’ennesimo
tentativo di suicidio all’interno del Centro di Permanenza Temporanea,
i ragazzi dei centri sociali organizzano un presidio. Coprendo il rumore
con tamburi e urla a cui partecipano anche i reclusi, riescono ad aprire
a mazzate una piccola breccia nel muro di cinta. Quando la polizia la
scopre, carica e disperde il presidio. Nel frattempo nel Centro scoppia
una rivolta e alcuni migranti riescono a fuggire. Un manifestante viene
arrestato. Fine
maggio, inizio giugno. Quasi ogni
giorno in Corso Brunelleschi c’è un presidio e nei quartieri di
migranti un volantinaggio contro la “pulizia olimpica”. Inizia una
serie di attentati contro i centri sociali: vetri sfondati, auto
incendiate, aggressioni a chi esce. La notte fra l’11 e il 12 giugno
l’episodio più grave: una dozzina di persone, appartenenti a gruppi
neofascisti, penetra all’interno del Barocchio e colpisce con mazze e
coltelli; il ferito più grave ha il volto tagliato e il diaframma
perforato, resterà per giorni tra la vita e la morte. 18
giugno. Corteo di solidarietà con
gli aggrediti del Barocchio. Parte da S.Salvario e si dirige verso
piazza Castello. Prima di entrarvi è caricato duramente dalla polizia:
inseguimenti, manganellate e abbondanti lacrimogeni. Durante la fuga
alcuni manifestanti tentano di difendersi lanciando tavolini e sedie di
plastica. Nonostante la violenza della carica il corteo non si disperde,
si dirige al centro sociale Fenix intorno al quale quasi tutti rimangono
raggruppati fino a tarda sera per timore di subire la caccia all’uomo. Il
giorno seguente, la cronaca locale dei due principali quotidiani
torinesi, in perfetta sintonia, usa parole di fuoco contro i
manifestanti, li descrive come teppisti, riporta episodi di violenze su
cose che nessuno dei partecipanti al corteo ha visto. La campagna di
disinformazione continua per settimane con pubblicazione di notizie
palesemente false e spesso inverosimili. 20
luglio. La polizia dà inizio ad
una serie di arresti e denunce per chi ha partecipato al corteo del 18
giugno e al presidio del 19 maggio al CPT. 10
ragazzi rimangono in carcere 20 giorni, poi
il tribunale del riesame “concede” gli arresti domiciliari che
dureranno più di sei mesi. Gli altri hanno misure cautelari meno
severe. Per
loro l’accusa è di devastazione e saccheggio: se condannati dovranno
scontare dagli 8 ai 15 anni. Il Fenix, in quanto ha dato ospitalità,
viene sequestrato, sgomberato e murato. I
PM sono Laudi e Tatangelo, gli stessi che nel 1998 chiesero gli arresti
di Maria Soledad Rosas (Sole), Edoardo Massari (Baleno) e Silvano
Pellissero con l’accusa di terrorismo per gli attentati contro
l’Alta Velocità. I tre furono scagionati in cassazione, quando Sole e
Baleno erano ormai morti suicidi in carcere. Settembre
e ottobre. Altri 5 centri sociali
sgomberati: irruzione nel cuore della notte, denunce per occupazione,
furto e danneggiamento, manganellate e fermi anche per chi si avvicina
durante le operazioni di sgombero. Ora, vecchi edifici inutilizzati che
hanno ospitato per decenni conferenze, dibattiti, assemblee, spettacoli
teatrali, cene sociali, concerti, che sono stati luogo di ospitalità
per chi temporaneamente era senza casa, sono vuoti, con porte e finestre
murate. L’INIZIO
DEL PROCESSO Tutti
e 10 gli imputati del 18 giugno sono rinviati a giudizio per
devastazione e saccheggio (pena prevista: dagli 8 ai 15 anni): Tobia,
Darco, Fabio, Sasha, Andrea, Mauro, Manuel, Roberto, Massimiliano,
Silvio. Due di loro sono imputati dello stesso reato per i fatti del 19
maggio davanti al CPT. Altri due ragazzi sono imputati solo per il CPT. In
totale, 12 compagni sono coinvolti nel processo che inizia il 27 giugno
2006. Il
2 ottobre si svolge la prima udienza vera e propria. L’accusa sostiene
l’ipotesi che il corteo del 18 giugno 2005 sia stato indetto per
attaccare le forze dell’ordine, mentre per la difesa l’iniziativa
mirava a informare la cittadinanza del preoccupante crescendo di
aggressioni fasciste ai danni di giovani occupanti di case, anarchici o
comunisti, culminato nell’accoltellamento di due ragazzi del Barocchio.
Acquisiti gli elementi di prova, le richieste delle parti e le liste dei
rispettivi testimoni, la corte fissa la successiva udienza per lunedì 6
novembre. 6
novembre. Questa udienza viene interamente dedicata alla ricostruzione,
da parte di funzionari e agenti della Polizia di Stato, dei fatti
accaduti durante il presidio del 19 maggio 2005 davanti al CPT. Oltre
alle azioni dimostrative come l’esposizione di striscioni di
solidarietà nei confronti degli “ospiti” internati, accensione di
fumogeni e martellamento del muro di cinta, i poliziotti testimoniano
che si sono verificati lanci di pietre contro di loro. La
prossima udienza è fissata per il 30 gennaio 2007 alle ore 10.00. Per
quella data è in programma un presidio davanti al Tribunale (corso
Vittorio Emanuele 300) e chi vorrà potrà assistere al dibattimento in
aula. DALL’APPELLO
DEL “COMITATO GENITORI 18 GIUGNO”,
costituito da alcuni genitori degli imputati:
Riteniamo
che la risposta delle Istituzioni al dissenso giovanile, anche quando
espresso con metodi radicali, non possa essere data giuridicamente
attraverso restrizioni della libertà e l’inasprimento delle pene.
Difendiamo
il principio che le opinioni e la pratica politica, come
l’appartenenza degli imputati ad ambiti di lotta politici, non possano
essere di per sé reato e quindi perseguibili, ma solo i fatti compiuti
debbano essere con commisurazione contestati.
Lanciamo
un appello affinché l’uso di imputazioni forti, non comparabili con i
fatti, e le dure misure di custodia cautelare, non favoriscano un clima
di pregiudizio specifico e più generale verso la libertà di
espressione e manifestazione.
LIBERTA’
DI CIRCOLAZIONE PER TUTTI GLI IMMIGRATI!
Torino è uno dei teatri in cui emerge quotidianamente lo stato
di disuguaglianza e segregazione nel quale vivono alcune categorie di
persone a causa del colore della pelle o del possesso o meno di
documenti; retate, reclusioni nel CPT ed espulsioni si ripetono quasi
ogni giorno, e i politici dell’amministrazione comunale se ne vantano
con compiacimento. In
generale i tentativi di integrazione si scontrano con la forte tendenza,
da parte delle classi dominanti, a conservare privilegi e disuguaglianze
facendo leva su politiche securitarie le quali, oltre ad essere di per sè
atti di grave inciviltà, non fanno che aggravare la situazione. Questa
tendenza purtroppo fa presa anche su strati di popolazione media, come
dimostrano gli assurdi atti di razzismo e l’irrazionale atteggiamento
xenofobo di molte persone, cavalcato e rinforzato dalla propaganda dei
partiti di destra. Quando
si aprono le frontiere, è per lo più per avere nuovi serbatoi di
manodopera a basso prezzo, del quale il capitalismo nostrano si serve
senza scrupoli; rientra in questo quadro l’ingresso della Romania e
della Bulgaria nella UE a partire dal 1 gennaio 2007, che
paradossalmente da un giorno all’altro permette la libera circolazione
a immigrati romeni e bulgari che prima erano costretti alla clandestinità. E’
veramente difficile credere che la cosiddetta “sinistra radicale” al
governo, che per farsi votare ha assicurato il “superamento” dei CPT
e nuove politiche nel campo dell’immigrazione, possa andare al di là
di ennesime false promesse o sterili prese di posizione. Anche in questo
campo la soluzione deve venire “dal basso”, dalla mobilitazione e
dall’azione popolare.
La lotta per uguali diritti delle persone,
indipendentemente dal paese di origine, e quindi per la regolarizzazione
immediata e permanente di tutti gli stranieri presenti sul suolo
italiano, fa parte della lotta più generale per l’emancipazione di
tutti gli uomini dalla società del profitto e del privilegio. Il
sito www.meltingpot.org contiene notizie e documenti sul tema
immigrazione, aggiornati con frequenza. Segue
materiale relativo a due situazioni verificatesi a Torino (vedi anche
cronologia). 1-4
dicembre. Presidio dei profughi africani in piazza Palazzo di Città. Il
presidio dura sino a che gli immigrati non ricevono, da parte del
consiglio comunale, la proposta di una sistemazione in locali
dell’ARCI, cui dovrebbe seguire l’assegnazione di stabili ATC. Alla
fine di dicembre gli stranieri risultano ancora ospitati in due
strutture Arci, in via Mantova e in via F.lli Garrone. Ecco
parte del volantino distribuito durante quei giorni: Da
circa due mesi un gruppo di più di cinquanta persone provenienti da
Sudan ed Eritrea sopravvive in condizioni disumane per strada o nei
parchi. Sbarcati a Lampedusa nel mese di giugno, sono stati internati
nel CPT. Successivamente smistati in altre città del Sud Italia, si
sono visti riconosciuto il permesso di soggiorno per motivi umanitari
dalle locali questure. Da fine settembre/inizio ottobre sono giunti
nella nostra città. Nonostante le sollecitazioni giunte da privati
cittadini, le istituzioni preposte all’accoglienza nella nostra città
le hanno lasciate nel più completo abbandono. Ancora una volta la città
di Torino intende gestire il problema della carenza dei posti letto per
i senza tetto con le politiche temporanee e fittizie dell’
“emergenza freddo”. La campagna emergenza freddo partirà soltanto a
dicembre inoltrato con l’allestimento di capannoni. Come facciamo a
dire a queste persone che dovranno dormire all’addiaccio ancora per
settimane dopo che molti di loro sono stati in ospedale per infezione ai
reni? Sono negati i diritti umani. I
territori di provenienza di queste persone sono l’epicentro di
conflitti di natura politica che spesso sfociano in pratiche di
persecuzione che giugono fino alla pulizia etnica. Questi soggetti
rientrerebbero quindi nelle disposizioni dell’art. 10 della
Costituzione: Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese
l’effettivo esercizio delle libertà democratiche, ha diritto
d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni
stabilite dalla legge”. Il
nodo della questione è che lo stato italiano rimuove e scarica la
propria responsabilità in materia di assistenza, attraverso
l’invenzione- utilizzo del permesso di soggiorno per motivi umanitari,
condizione giuridicamente indefinita, che non permette agli stranieri
interessati delle garanzie previste invece dallo status di rifugiato
politico, a partire dall’assicurazione di vitto e alloggio... Ancora
una volta ci troviamo ad affrontare nella nostra quotidianità le
conseguenze di crisi mondiali, alimentate dalle nuove logiche di dominio
delle superpotenze occidentali, che come risultato hanno fenomeni di
immigrazione malamente gestiti… 15
dicembre. Occupazione della sede della Croce Rossa, in via Bologna 171. I
tre compagni protagonisti di questa azione dimostrativa vengono
denunciati per occupazione e violenza privata, e trascorrono tre giorni
al carcere delle Vallette. Vengono liberati lunedì 18 dicembre con
obbligo giornaliero di firma. Ecco
il testo del comunicato inviato a giornali ed emittenti radio.
Nell’arco della giornata del 15 il comunicato, tradotto in varie
lingue, è stato distribuito in Torino, soprattutto nei quartieri
abitati da stranieri. -Non
sopportiamo più di vivere in una città che ospita un lager. -Non
sopportiamo più di vedere gente inseguita per la strada, rinchiusa e
deportata perché non ha i documenti. -Non
sopportiamo più che chi lotta contro vergogne enormi come i Centri di
Permanenza Temporanea possa essere arrestato e processato – come è
successo ad alcuni anarchici leccesi, che dopo più di un anno di
carcere sono da cinque mesi agli arresti domiciliari. -Non
sopportiamo più chi ci dice di aspettare, chi ci dice che tutto si
aggiusterà, chi ci promette che, dopodomani, con la sinistra al
governo… -Noi,
non possiamo più aspettare: è per questo che oggi abbiamo occupato la
sede della Croce Rossa. -Rimarremo
chiusi qui dentro fino a che la dirigenza regionale della Croce Rossa
non si impegnerà formalmente e per iscritto a rinunciare alla gestione
del lager di Corso Brunelleschi. Non
un passo indietro. Chiudere
i CPT è possibile, subito. Gli
occupanti Torino,
15 dicembre 2006
TAV E PROBLEMI AMBIENTALI A TORINO SERATA
INFORMATIVA - 21 FEBBRAIO Il
21 febbraio al Salone di corso Ferrucci 65/a si è tenuta una serata
informativa sul “TAV a Torino” allo scopo di portare l’argomento
dell’opposizione al TAV anche nell’area urbana della città, in
particolare per ciò che concerne l’ipotesi di tracciato che passando
da Settimo e Venaria lambirebbe la tangenziale sino a corso Marche e di
qui, attraverso zone densamente abitate, giungerebbe a Orbassano, per
proseguire verso la Val Sangone. La
partecipazione è stata complessivamente positiva (oltre 100 persone) e
dal dibattito sono emersi anche diversi elementi su altre questioni
ambientali di Torino e dintorni. Infatti i promotori dell’iniziativa
(i comitati no-tav torinesi, la CUB, il Partito Umanista, le case
occupate Barocchio, Asilo e Metzcal, oltre a diverse individualità)
hanno deciso di organizzare una seconda serata per metà aprile dedicata
nello specifico a queste nocività, come ad esempio il passante
ferroviario, La Torino-Milano, l’inceneritore del Gerbido etc. Protagonisti
della riunione sono stati due esponenti “di spicco” del movimento no
tav della Valsusa, Claudio Cancelli, che è ingegnere al Politecnico di
Torino, e Alberto Perino, portavoce del movimento in molte occasioni. Cancelli
nel suo intervento ha sottolineato come l’inutilità dell’opera sia
stata messa in luce anche da studi compiuti dalle stesse società
ferroviarie. Anzi, lo stesso Osservatorio Tecnico, in cui in questo
periodo si stanno misurando esperti della valle e rappresentanti del
governo, ha riconosciuto che l’attuale ferrovia potrebbe trasportare
32 milioni di tonnellate di merci all’anno (forse anche di più),
mentre l’odierno utilizzo è di 6 milioni di tonnellate! Quindi vi
sono ampi margini, per non parlare dei passeggeri diretti da Torino a
Lione, che sono pochissimi. Chi vuole fare il TAV dunque è spinto da un
evidente scopo di speculazione: proprio per questo sono state inventate
società di diritto privato con capitale pubblico, che non rispondono di
quello che fanno ma possono farsi prestare i soldi dalle banche con la
garanzia dello stato. Così i costi lievitano a dismisura, consentendo
lauti guadagni a finanziarie,
imprese appaltatrici, studi di progettazione. Tanto per dare un’idea,
i costi di realizzazione della rete TAV italiana, previsti in 14
miliardi di euro nel 1991, oggi hanno raggiunto 88 miliardi. Finora per
le tratte già realizzate sono stati spesi 33 milioni di euro a
chilometro, mentre in Francia e Spagna il costo si è fermato
rispettivamente a 10 e 9 milioni. Perino
nel suo intervento ha ribadito in maniera articolata i tre principali
motivi dell’opposizione all’opera: 1. perchè è inutile 2. perchè
è costosa 3. perchè è incompatibile e altamente nociva dal punto di
vista ambientale. Una
prossima assemblea per fare
il punto organizzativo sul TAV e i problemi ambientali di Torino e
provincia è in programma presso la FAI di corso Palermo 46 mercoledi
7 marzo alle 21. Oltre alla serata di metà aprile, infatti,
c’è da lavorare per la riuscita della grande manifestazione che unirà
la Val Sangone alla Val di Susa (da Trana ad Avigliana), in programma il
31 marzo; per pubblicizzarla l’idea è di fare, durante il mese di
marzo, dei banchetti informativi ai mercati al sabato mattina, e un
concerto nella serata di sabato 24. La
manifestazione del 31 è la principale scadenza alla quale si prepara il
Coordinamento dei Comitati, che continua a riunirsi regolarmente, in
maniera unitaria, e costituisce un fondamentale momento di sintesi delle
varie istanze che maturano sul territorio; a febbraio le riunioni si
sono tenute a Vaie (il 13 del mese) e ad Alpignano (il 26). Tra
l’altro negli ultimi giorni il movimento ha dovuto registrare
l’ulteriore svolta del governo Prodi che, nei suoi 12 punti varati per
richiamare all’ordine la sinistra radicale (cosa puntualmente
avvenuta), ha ribadito l’impegno a fare il TAV anche in tempi
piuttosto rapidi. Un’altra
conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che non ci sono governi
amici. (MD)
PATTO NAZIONALE DI MUTUO SOCCORSO CONTRO LE NOCIVITA’ AMBIENTALI Il
Patto di Mutuo Soccorso, rete di associazioni che lottano contro le
grandi opere e le nocività ambientali, varata negli ultimi mesi del
2006 sullo slancio del movimento no-tav della Val di Susa, ha dato una
prima positiva “prova di forza” con la manifestazione di Vicenza,
nella quale i no-Tav, i no-Mose, i comitati contro i rigassificatori e
altri erano presenti in gran numero. Ora
il patto dispone di un sito
internet, www.pattomutuosoccorso.org, sul quale è pubblicato materiale
delle varie realtà aderenti, con la possibilità di accedere ai link
dei singoli gruppi. Inoltre sul sito sono segnalate le varie
iniziative e manifestazioni in programma da un capo all’altro della
penisola. A dimostrazione che la tematica ambientale è centrale nel
odierno conflitto tra le istituzioni capitalistiche e la società
civile, solo nel mese di marzo sono previsti ben 4 appuntamenti di
rilievo sul territorio nazionale, e precisamente: SABATO
10 MARZO - Manifestazione NO TAV/KEIN BBT a Bolzano. Ritrovo: ore 14.00
in piazza Mazzini. Non sono ammesse le bandiere di partito. Al termine
del corteo, ore 17.30 circa, assemblea pubblica a cui parteciperanno
diverse realtà del Patto di mutuo soccorso: un’occasione per
conoscere altre esperienze. SABATO
10/DOMENICA 11 MARZO – Due giorni contro il progetto di costruzione
della megacentrale elettrica turbogas ad Aprilia, a sud di Roma. Sabato
10 marzo ore 15:00, Assemblea del movimento. Domenica 11 ore 11:00,
Corteo cittadino. SABATO
17 MARZO - Giornata di mobilitazione in Val di Noto (Sicilia) contro il
pericolo delle trivellazioni gas-petrolifere. Manifestazione dalle ore
10 a Noto. SABATO
24 MARZO – Alle ore 11 manifestazione a Bassano del Grappa contro la
zincheria di S.Pietro di Rorà (Vicenza), che da anni inquina
irrimediabilmente le falde acquifere della zona. A S.Pietro da 5 anni un
presidio permanente si batte contro questa nocività. Le
ragioni di chi porta avanti queste battaglie sono valide e ben
documentate (avremo modo di entrare nei dettagli nei prossimi
bollettini, comunque il sito è una preziosa fonte di informazioni). In
generale ciò che le accomuna è un modello di sviluppo basato su un
rapporto equilibrato tra uomo e natura, sull’abbandono della logica
del profitto e sulla difesa del diritto per le popolazioni di un
territorio di decidere liberamente del proprio destino. Il
Patto di Mutuo Soccorso include anche alcune delle lotte per la difesa
del territorio dalle installazioni militari. Oltre al movimento No Dal
Molin di Vicenza vi è anche un Tavolo di lavoro contro gli F35 all’aereoporto
di Cameri (Novara), che dovrebbe tenere un’assemblea a Novara domenica
11 marzo. Si spera che anche altri comitati per lo smantellamento delle
basi militari presenti su territorio italiano entrino in un rapporto di
mutua solidarietà con le realtà ambientaliste. A tal proposito è da
segnalare che il 24 marzo è in programma a Lentini (Sicilia) una
manifestazione contro l’ampliamento della base americana di Sigonella.
(MD)
IL
TAV NELLE TRAPPOLE PARLAMENTARI La crisi del Governo di fine Febbraio è servita a Prodi a stilare i 12 punti “qualificanti” del programma con cui si è ripresentato alle Camere in modo da impegnare direttamente tutti i parlamentari: sulla riconferma delle missioni militari, anche se condite con Conferenze di pace; sulla rapida conclusione della vicenda TAV, ovviamente con il “dialogo” con le popolazioni; sul “riordino” previdenziale,ecc. Tutti i deputati e i senatori hanno votato a favore del Governo sotto lo spauracchio del ritorno di Berlusconi, il che dovrebbe far riflettere sulle scarse possibilità di una vera opposizione in Parlamento, e quindi anche dei vantaggi a portar avanti una politica elettorale piuttosto che dedicare tutte le energie all’organizzazione dell’opposizione sociale. Lo stesso senatore Turigliatto, che il 21 febbraio non aveva partecipato al voto sulla relazione di politica estera di D’Alema, accusato di aver fatto cadere il governo, il 28 febbraio ha votato a favore precisando che ... “non farò il capo espiatorio … per questo oggi esprimo un sì e alcuni no: un sì per la fiducia che equivale ad un appoggio esterno. Ma non voterò la guerra, non voterò la TAV e la controriforma delle pensioni … Contrasterò con tanti altri la Base di Vicenza”. Ed infatti così ha fatto votando No al rifinanziamento delle missioni militari il 27 marzo. “DISCUTEREMO E POI FAREMO IL TAV” Questa è la tattica che emerge dalle dichiarazioni di Fassino e di Prodi, che prosegue: “… non è vero che gli abitanti del luogo non abbiamo diritto di dire la loro, ma DEVONO capire che c’è un interesse fondamentale per tutto il Paese che l’opera venga fatta”. Nell’appello
per la manifestazione del 31
Marzo,
“Su
questo terreno non sono possibili mediazioni: non ci sono soluzioni
“tecniche” perché il problema non è tecnico ma politico. Da
un lato chi sostiene il bene di tutti e dall’altro l’interesse delle
lobby e del tondino. …Ribadiamo pertanto che ogni tentativo di avviare
sondaggi, installare cantieri, dare il via a nuovi progetti ritroverà
l’opposizione ferma, decisa, fortissima di tutto il popolo No TAV.
Quella che è in gioco è la definizione stessa di “bene comune” una
definizione che non può coincidere
con quella di profitto, ma si articola intorno
ai nodi della decisionalità della
partecipazione, della libertà di progettare un futuro in cui l’idea
stessa di “crescita” si
misura su parametri condivisi”. La manifestazione ha visto una forte partecipazione degli abitanti della Val Susa, della Val Sangone e di Torino a cui hanno portato solidarietà delegazioni del Presidio No Dal Molin, di Vicenza, di S. Pietro di Rosà, della Lombardia, dei sindacati di base, altri partiti e movimenti. Tra i vari interventi che dichiaravano la volontà di resistere un minuto di più alla arroganza dei poteri economici e politici, l’intervento del rappresentante del No Dal Molin ha evidenziato l’abisso che si sta creando tra la politica ed i cittadini e a Vicenza il “silenzio assordante” della Chiesa sul tema della guerra in appoggio alla popolazione riducendo la sua denuncia pastorale al contrasto dei DICO. L’IPOTESI DEL TRACCIATO MISTO DEL TAV Nel mese di Marzo si sono succeduti molti “vertici” sul TAV: il 12 a Parigi il ministro Di Pietro con il suo omologo Perben, ha prenotato 1 miliardo di euro dai fondi comunitari per finanziare la conclusione degli studi e dei lavori preliminari, dichiarando che “ in Val Susa è quasi tutto risolto … per fine settembre il Governo italiano emetterà il Decreto di localizzazione dell’opera .”(La Stampa del 13 marzo e seguenti). Pur di ridurre la contestazione, sembra rafforzarsi l’ipotesi di un tracciato misto basato su : -
il “tunnel di base”, quello
con la Francia di 53 Km,
non sarebbe più scavato a Venaus, ma
sopra Chiomonte, in modo che la lunghezza della galleria lato Italia si
ridurrebbe da - il potenziamento e l’interramento (?) della linea storica in Val di Susa per il suo pieno utilizzo, poiché è stato ammesso nell’Osservatorio tecnico da tutti i partecipanti che attualmente è solo sfruttata ad 1/5 della sua potenzialità, potendo transitare su di essa circa 208-226 treni al giorno (v. Bollettino di Febbraio). - il passaggio anche in Val Sangone per transitare a Orbassano e a Torino in C.so Marche per proseguire verso Settimo e Milano. Virano, Commissario governativo e Presidente dell’Osservatorio, ha portato, in un altro vertice del 21 marzo con Di Pietro, l’ipotesi di definire prima il tracciato per il nodo di Torino, superando la diatriba tra FF:SS: ed Enti Locali su dove far passare le merci da Chivasso ad Orbassano, e iniziare i lavori quindi in questa area, procedendo poi nelle valli, in modo da tenere lo scavo del tunnel di base per ultimo. Ciò consentirebbe di ridurre l’impatto ambientale “trasportando il materiale di scavo direttamente sugli altri tratti di linea già realizzati, liberando le strade dal passaggio dei camion” IL TAV A TORINO Si
è già svolto un incontro di informazione dei cittadini di Torino il
21 febbraio nella sala di Corso Ferrucci, con l‘ing. Claudio Cancelli del Politecnico e Il 10 marzo, in concomitanza con la manifestazione di protesta a Bolzano contro il progetto di un altro tunnel per il TAV sotto le Alpi, sono comparse a Torino le bandiere No TAV nella zona interessata al progetto in C.so Marche. Per continuare la mobilitazione : IL 18 APRILE 2007 ore 21 CON LA
PARTECIPAZIONE
di CLAUDIO GIORNO e
EMILIO SOAVE
MOBILITAZIONI
CONTRO I CPT E PER I DIRITTI DEGLI IMMIGRATI Nel
mese di marzo ci sono state diverse iniziative sul territorio italiano
in difesa degli immigrati, centrate su due aspetti principali. 1. Lotta
per la chiusura dei CPT 2. Lotta per la regolarizzazione di tutti gli
immigrati presenti sulla penisola. Sabato
3 marzo a Bologna si è svolto un corteo nazionale contro i CPT, cui
hanno partecipato diversi centri sociali di tutta Italia (assenti i
partiti). Domenica
25 marzo a Roma c’è stato un corteo definito “preventivo” contro
la prossima riforma della legge sull’immigrazione
Amato-Ferrero, organizzato dal Comitato Immigrati in Italia. Si
riporta il testo d’indizione della manifestazione (da
www.contropiano.org): Le
promesse non mantenute del Governo Prodi: regolarizzazione dei 700 mila
stranieri senza permesso di soggiorno e cittadinanza per i nati in
Italia. In
questi mesi il Governo Prodi sta per varare la riforma
sull’immigrazione Amato-Ferrero, un superamento della legge Bossi-
Fini, che in realta’ non apportera’ alcun cambiamento sostanziale. Nessun
provvedimento per la regolarizzazione dei 700 mila stranieri senza
permesso di soggiorno, nessun passaggio di competenze dalla Questura ai
Comuni; non verrà scollegato il contratto di lavoro dal permesso di
soggiorno, non ci sarà l’eliminazione del requisito del reddito per
ottenere la cittadinanza; non verrà data la cittadinanza automatica ai
figli nati in Italia da genitori immigrati. Altre
iniziative organizzate dal CII si sono svolte a Napoli il 24 marzo e a
Bari il 31. Dopo
più di un anno, è uscito un nuovo numero di “Tempi di guerra,
corrispondenze dalle lotte contro le espulsioni e il loro mondo”,
reperibile a Torino presso il Centro di Documentazione “Porfido”
(via Tarino 12c). Il giornale contiene moltissime informazioni sulle
drammatiche vicende degli immigrati e sulle lotte in loro difesa,
dall’Italia al resto del mondo. Alle pagg. 8-10 c’è una cronologia
dei numerosi episodi (ma probabilmente sono stati molti di più) nei
quali hanno perso la vita migranti che tentavano di raggiungere la
“fortezza Europa”, nella speranza di uscire dalle proprie disperate
condizioni di vita. Infine,
può essere utile oggi ricordare la vicenda di una lotta che ha avuto
successo, quella contro il CPT di San Foca, in provincia di Lecce.
Questa struttura nel 2003 fu al centro di un’inchiesta di Stefano
Mencherini, giornalista indipendente che sulla rivista Avvenimenti
e nel film-inchiesta Mare Nostrum denunciò i fatti (sevizie,
torture, musulmani ingozzati con carne di maiale durante il Ramadan) per
cui nel 2005 sono stati poi condannati in primo grado il direttore del
centro, don Cesare Lodeserto, alcuni suoi collaboratori e sette
carabinieri. E’
significativo che da allora i giornalisti non siano più potuti entrare
in alcun CPT; l’unico che vi è riuscito è stato il giornalista de
L’Espresso Fabrizio Gatti nel 2005, che si è finto naufrago nel mare
intorno alla Sicilia e, raccolto da una vedetta della marina, è finito
recluso per sette giorni nel CPT di Lampedusa (un reportage di quell’esperienza
è stato successivamente pubblicato su L’Espresso). In
seguito alle lotte portate avanti dopo l’uscita dall’inchiesta di
Mencherini, ora il CPT di San Foca non esiste più. Ma sono ancora sotto
processo, in attesa della sentenza di primo grado, 13 compagni di Lecce
che in quegli anni hanno contribuito attivamente alla chiusura di questo
lager e che solo in questi giorni, dopo quasi due anni, sono stati
finalmente tutti scarcerati.
(MD)
LOTTE
IN DIFESA DEL TERRITORIO Il
presidio di San Pietro di Rosà Oltre
al movimento che si oppone al TAV Torino-Lione, nel mese di marzo sono
stati attivi molti altri comitati contro le nocività ambientali sparse
sul territorio italiano. Il
10 marzo si è svolta a Bolzano una manifestazione contro il TAV del
Brennero, e ad Aprilia, nel Basso Lazio, una contro la locale centrale
Turbogas. Il
14 marzo ci sono stati scontri tra la polizia del governo amico Prodi e
gli abitanti di Serre, un paese in provincia di Salerno che si oppone
alla nuova discarica che dovrebbe sorgere sul suo territorio. Il
17 marzo si è svolta a Noto, in Sicilia, una manifestazione contro il
progetto di trivellazioni petrolifere. Il
24 marzo è stata la volta di Saluggia, in provincia di Vercelli (marcia
antinucleare), Bassano del Grappa in Veneto (manifestazione contro la
zincheria di S.Pietro di Rosà), Pinerolo (presidio contro la nuova
strada delle cave in Val Pellice). Il
25 marzo a Palermo il quartiere Borgonuovo è sceso in piazza contro il
progetto del nuovo inceneritore. Il
30 marzo alcuni attivisti del movimento no-coke dell’Alto Lazio
(contro la riconversione a carbone di alcune centrali ENEL) hanno
iniziato uno sciopero della fame. Ci
soffermiamo sulla vicenda del Presidio Permanente di S.Pietro di Rosà,
in provincia di Vicenza. Il
Presidio, nato nell’agosto del 2002 , raccoglie le proteste di
un’intero paese che fin dagli inzi degli anni ’90 lotta contro la
costruzione, a ridosso delle case, di un grande complesso industriale
(denominato pip49) in cui spicca una zincheria (la zincheria Valbrenta)
che sparge veleni. Le speculazioni finanziarie, gli abusi edilizi e
l’arroganza dell’amministrazione comunale procedono di pari passo
con le denunce, i ricorsi e le proteste mentre i terreni (compresi
un’area riconosciuta di grande interesse archeologico) vengono
utilizzati come discarica di rifiuti altamente tossici che hanno
inquinato anche le falde acquifere dei paesi vicini. Nel
corso degli anni gli attivisti del presidio hanno dovuto fronteggiare
l’offensiva dei poteri forti: alcuni di loro sono finiti sotto
processo, uno è stato addirittura sprangato dagli sgherri dell’ecomafia
locale. Tuttavia il coraggio e la determinazione ha permesso ai
presidianti di resistere fino ad oggi, e la partita è tuttora aperta. Alla
manifestazione no-tav Trana-Avigliana del 31 marzo, Daniele del Presidio
di San Pietro ha parlato in rappresentanza del Patto di Mutuo Soccorso,
la rete nazionale di solidarietà tra le varie realtà che lottano
contro le nocività ambientali.
(MD)
Questi eventi scoperchiano una condizione
di sfruttamento e discriminazione razziale, anche nella comunità
cinese, in una città che si arricchisce del loro lavoro regolare e
sommerso (in Lombardia ci sono circa 37.000 regolari e chissà quanti
irregolari). La Stampa del 29 aprile descrive così:
“una volta entrati, vengono distribuiti sul territorio in
diversi settori: lavoro domestico, manovalanza edilizia, ristorazione,
pelletteria e abbigliamento. Secondo la Finanza sono
parte essenziale del made in Italy, “il ruolo dei loro laboratori,
spiegano le fiamme gialle è fondamentale per la competitività dei
nostri marchi” offrendo lavoro a basso costo, flessibilità “anche
grazie al sommerso”. In Italia i lavoratori cinesi regolari sono circa
112.000, mentre difficile è la stima degli irregolari persino per le
fonti ufficiali . Una massa di lavoratori che vive in condizioni di
supersfruttamento con salari tra i 400 e i 600 €/mese che partecipa
alla produzione di ricchezza per una borghesia cinese e soprattutto per
quella italiana, che come ringraziamento riceve manganellate e soprusi
razzisti. In allegato produciamo un
volantino dei compagni di Pagine
Marxiste che nella lotta della comunità
cinese sono stati tra i sostenitori dell’opposizione antirazzista alla
giunta Moratti. Contro
la campagna xenofoba della Giunta Moratti
solidarietà
internazionalista coi lavoratori immigrati Gli scontri di giovedì in via Paolo Sarpi sono il risultato di una deliberata campagna xenofoba della Giunta comunale milanese, tesa a guadagnare voti fomentando le ideologie razziste e quindi le tensioni tra italiani e immigrati. Hanno riesumato una legge fascista contro i barboni (divieto di trainare carrelli lungo i marciapiedi per non insudiciare i passanti) applicandola contro i commercianti all’ingrosso di via Paolo Sarpi/Canonica, fino a rendere impossibile lo svolgimento della loro attività, per la quale hanno avuto regolare licenza, e hanno pagato consistenti buonuscite ai commercianti italiani. La trasformazione della zona di via Sarpi in isola pedonale sancirebbe la loro definitiva espulsione dal quartiere. Negli ultimi mesi la Giunta ha accresciuto in maniera insopportabile la pressione quotidiana sui cinesi della zona sguinzagliando decine di vigili e poliziotti, dando loro mano libera nel compiere arbitrii, soprusi, vessazioni, anche pestaggi nei confronti di chi si oppone – sono arrivati a multare e sequestrare l’automobilina di un bambino cinese! – fino a che l’ultima goccia (la multa più la minaccia del ritiro della patente per un’auto in sosta vietata) ha fatto traboccare il vaso. La chinatown milanese si è ribellata a ciò che ha giustamente visto come deliberata discriminazione e aggressione (in corso Buenos Aires o in viale Padova non ci sono torme di vigili ad impedire l’uso di carrelli per lo scarico delle merci). Non siamo interessati alla difesa degli interessi commerciali in quanto tali, italiani o cinesi che siano. Ci stanno più a cuore i lavoratori proletari, e tra essi in particolare i milioni di immigrati da ogni parte della Terra che a Milano come in tutte le città e le campagne d’Italia svolgono i lavori più ingrati con le paghe più basse e in condizioni spesso disumane, sfruttati da padroni senza scrupoli, siano essi italiani, cinesi o di qualunque altra nazionalità. La legge anti-immigrazione Bossi-Fini non fa che incentivare questi fenomeni costringendo nell’illegalità molti immigrati che vogliono lavorare, e obbligandoli così ad accettare lavori in nero senza alcuna protezione legale. Ora la campagna xenofoba e razzista anti-immigrati e anti-cinesi, scatenata dalla Giunta milanese e amplificata dai mass media è tesa proprio ad accrescere la cappa di oppressione e di isolamento sulle decine di migliaia di immigrati cinesi presenti a Milano, ostacolandone l’integrazione. È compito dei comunisti contrastare e rovesciare questa campagna, promuovendo la solidarietà internazionalista e antirazzista. Non bandiere italiane contro bandiere
cinesi, tutti con la bandiera rossa
dell’internazionalismo proletario!
Pagine Marxiste
|