CORRISPONDENZE - LOTTE SOCIALI

 

 

T.A.V.

Questo mese di gennaio ha visto due iniziative intraprese dal movimento No-Tav per estendere la lotta e sensibilizzare l’opinione pubblica sulle ragioni dell’opposizione al progetto. Il 7 gennaio si è svolta una manifestazione a Chambery, in Francia; il 22 un corteo a Messina contro il progetto del Ponte sullo Stretto, mentre in contemporanea a Susa un altro corteo sfilava lungo il percorso della fiaccolata del 5 novembre 2005.

In queste settimane è uscita una grande quantità di materiale su questa vicenda, che a nostro parere solleva alcuni importanti quesiti anche di carattere generale. Per un approfondimento rinviamo al dossier monografico di prossima pubblicazione contenente il dibattito svoltosi tra alcuni compagni di Torino e Milano, oltre ad articoli specifici sui prossimi bollettini.

Riportiamo il testo del volantino distribuito da alcuni compagni il 1 dicembre 2005 a Torino.

 

A VENAUS (COME A NASSIRIYA) I CAPITALISTI DIFENDONO I LORO PROFITTI CON LE ARMI

Da alcuni giorni Venaus è teatro del tentativo, da parte della popolazione della Valsusa e di giovani e lavoratori giunti da altre città, di bloccare l’avvio dei lavori per il tunnel di sondaggio del TAV, tunnel che rappresenta l’avvio dell’impresa vera e propria, visto che poi fungerebbe da galleria di servizio. La Val Cenischia è pressochè militarizzata, migliaia di agenti garantiscono democraticamente che le operazioni si svolgano più o meno secondo copione.

Ci sono numerose fonti, ancora troppo poco conosciute anche per la censura dei media nazionali, che documentano l’inutilità del progetto, i danni alla salute e all’ambiente, le speculazioni, gli interessi, i miliardi di mazzette che stanno dietro. E’ emblematica la fretta di iniziare i lavori, legata alla possibilità di avere finanziamenti europei che contribuiscano all’opera.

Quello che ci preme sottolineare è che nell’attuale fase di capitalismo giunto allo stadio imperialistico, le forze produttive non vengono più sviluppate ma ostacolate dalla necessità di generare sempre nuovi profitti, il che porta alla realizzazione di opere faraoniche, finanziate con soldi pubblici, a prescindere dalla razionalità del progetto.

Chi dunque appoggia apertamente o silenziosamente asseconda il progetto TAV, di fatto è schierato con i grandi capitali italiani in cerca di rivalorizzazione con il supporto dell’Unione Europea, e sta con i loro rappresentanti Ciampi, Prodi, Berlusconi, Lunardi, Bresso e così via. Non dimentichiamo che la stessa sete di profitto ha spinto l’Italia ad occupare da più di due anni i pozzi petroliferi di Nassiriya in Irak, supportando la feroce occupazione

anglo-americana.

Come comunisti e internazionalisti, dobbiamo agire a fianco della popolazione della Val di Susa nella sua lotta, quali che siano le motivazioni soggettive dei dimostranti, favorendo il più possibile l’estensione dei collegamenti nelle realtà metropolitane, a cominciare da Torino. Se la disparità di forze per ora non consentirà di impedire la prosecuzione dei lavori (ma non si può mai dire), si tratta comunque di trasformare il malcontento dei cittadini in presa di coscienza sul ruolo dello stato, comitato d’affari delle imprese capitalistiche, e degli apparati repressivi di cui lo stato dispone per imporre l’interesse dei pochi che rappresenta.

 

 

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LA QUESTIONE DELLO SVILUPPO

 

Lo scorso 5 febbraio si è svolta a Torino una riunione dal titolo “TAV e nuova società” (vedi locandina sul bollettino di gennaio), volta a esaminare alcuni aspetti della lotta contro il treno ad alta velocità da un punto di vista comunista. Uno degli aspetti su cui c’è stato il maggiore accordo è che il progetto TAV è un esempio di come lo sviluppo delle forze produttive, come oggi va avanti, è sempre più confacente alla riproduzione del capitale e sempre meno utile alle necessità umane.

L’articolo che segue vuole meglio inquadrare questa affermazione.

 

Attualmente è in corso un vasto dibattivo sulla classica questione dello sviluppo delle forze produttive, cioè se i comunisti debbano, e fino a che punto, favorire lo sviluppo delle forze produttive, anche se questo significa favorire lo sviluppo del capitale. La via per uscire da tale dilemma può essere trovata solo considerando il reale significato storico del capitale. Una questione teorica, dunque, che però ha delle implicazioni politiche molto importanti.

Il capitalismo segna il passaggio dai modi di produzione agricoli (dispotismo, schiavismo, servitù, etc) a quelli industriali, fino alla compiutezza del comunismo. Sospeso tra società naturali e comunismo, il capitalismo esaurisce rapidamente la

sua funzione storica. Ma quando ciò si verifica? Per stabilire ciò è necessario comprendere quali siano i compiti storici del capitale. In generale ogni società vuole emanciparsi dalla sua dipendenza dalla natura, cioè da fame, infermità, guerre, sviluppando le proprie forze produttive. Ma nel compiere ciò si determina una restrizione della libertà (naturale) degli individui (doveri verso la famiglia, la comunità, gli dei, che generano privilegi, proprietà e strutture gerarchiche), cioè

l’alienazione naturale è sostituita da quella sociale, e ciò tanto più quanto più il processo è progredito. La società borghese costituisce la fase più elevata ed ultima di tale processo, che in essa assume una forma peculiare, quella dell’industrialismo.

Ma mentre si emancipa dalla natura la società borghese è sempre più dominata da una sua parte che si è autonomizzata rispetto alla totalità sociale, pur continuando ad esserne parte integrante, anzi essenziale. Si tratta dell’economia e della classe che in essa si identifica, la borghesia, mentre l’alienazione sociale prende la forma dell’anarchia di mercato e del feticismo della merce. Quindi l’economia se rispetto alla natura supera l’alienazione, verso la società ne crea una nuova, nella forma di una seconda natura che domina la società, sebbene da essa prodotta. Il comunismo è il movimento che, superando lo stadio borghese di sviluppo dell’economia, toglie l’alienazione sociale. La sua scommessa è che ciò sia possibile senza ricadere nell’alienazione naturale.

Pertanto i compiti storici del capitale si possono ridurre a uno solo: il definitivo superamento dell’alienazione naturale quale premessa necessaria all’instaurazione del comunismo. Tale processo storico presenta un aspetto quantitativo, l’accumulazione di capitale, e un aspetto qualitativo, l’estinzione delle società naturali. Per quanto riguarda il primo che sia esaurito non è possibile affermarlo con certezza, perché ciò dipende dal livello di accumulazione necessario per l’edificazione del comunismo, livello che può essere determinato solo nel corso della realizzazione del comunismo stesso.

L’altro criterio di giudizio invece è in qualche misura oggettivo, e considera il grado in cui il capitale ha trasformato il mondo precapitalistico, imponendo ovunque il suo modo di produzione. Quando la trasformazione è totale allora si può affermare che il capitale ha esaurito la sua funzione, e quindi che combatterlo radicalmente è storicamente possibile e progressivo. Ma quando la trasformazione è completa? Quando non esistono più ambiti geografici e sociali estranei alla società capitalistica, e ogni aspetto dell’esistente è piegato alle sue esigenze, cioè diviene fonte diretta o indiretta di profitto. Situazione questa, dove massima è l’espansione e l’integrazione del capitale, in cui paradossalmente è possibile scorgere in filigrana la possibilità concreta del comunismo Si può agevolmente constatare che l’instaurazione del capitale come sistema totalitario, ciò che Marx chiama dominio

reale, si è già verificata. Estensivamente il capitale si è ormai imposto come modo di produzione egemonico in tutto il globo. Quanto all’intensità, cioè al grado in cui dominio reale ha permeato la società, si può osservare che ovunque, e nei paesi sviluppati in modo particolare, il capitale è giunto non solo ad impossessarsi della produzione e ad organizzarla secondo le proprie modalità ed esigenze, ma ciò è avvenuto anche nel settore del consumo, cioè della riproduzione della forza lavoro, arrivando così a dominare l’intero ciclo della circolazione del capitale, e quindi pervenendo alla gestione ed al controllo totalitari del sociale.

Per quanto riguarda il consumo il totalitarismo del capitale significa che esso produce tutte le merci e i servizi alla persona che sono necessarie alla riproduzione della forza lavoro. Ma non solo, se a ciò aggiungiamo l’estendersi dei servizi al consumo (marketing, informazione, pubblicità, tempo libero), si osserva che non solo i bisogni sociali sono utilizzati per produrre profitto, ma che i bisogni del capitale, - cioè il profitto, - producono i bisogni sociali, cioè il profitto produce se stesso. Per cui i bisogni attuali sono alienati, e si presentano come consumismo individualistico e investimenti pubblici inutili e finalizzati al solo profitto, o alla rendita, come debito pubblico.

Ma ciò che dà una misura esatta dello sviluppo del capitale è l’organizzazione della produzione, e in primo luogo il grado di divisione del lavoro e la conseguente introduzione delle macchine. Esso ha già raggiunto un livello estremo e non più intensificabile all’epoca di Taylor, ed ha avuto come principale conseguenza la separazione radicale tra lavoro intellettuale e manuale, e soprattutto tra direzione ed esecuzione, scomponendo poi entrambi nella forma di estese strutture burocratiche gerarchizzate, ramificate in ogni ambito sociale, sia nella produzione che nel consumo. Ciò ha determinato da una parte una concentrazione di potere senza precedenti e svincolata ormai dalla proprietà, e dall’altra il culmine del macchinismo, cioè l’applicazione dell’automazione e dell’informatica sia al lavoro manuale che a quello intellettuale.

Tale forma di capitalismo è quanto di più prossimo al comunismo il capitalismo stesso possa produrre. Infatti, se oltre l’estendersi dei servizi alla persona e dei servizi al consumo, consideriamo l’espansione dei servizi alla produzione (ricerca, amministrazione) e la diffusione dell’automazione, si giunge a quella caratteristica ripartizione del lavoro che nelle società moderne vede l’accrescimento su scala gigantesca del lavoro (produttivo) indiretto, la cosiddetta terziarizzazione del lavoro. Ciò significa che sul piano materiale il capitale ha ridotto l’alienazione naturale ad un minimo poiché, trasformando il lavoro prima prevalentemente manuale in lavoro intellettuale e di cura, lo ha umanizzato. Mentre sul piano dei rapporti sociali, cioè dell’alienazione sociale, è già stata eliminata di fatto la proprietà come potere di gestione, e ridotta la borghesia a classe puramente parassitaria, in quanto strato sociale che appare semplice percettore di profitto. E’ ora sufficiente per determinare il passaggio al comunismo eliminare il potere puramente formale dei vertici burocratici, che si limita a gestire unicamente alchimie finanziarie per lo più truffaldine, mentre non dirige più un processo

produttivo di fatto autogestito dai produttori (e che comunque non potrebbe essere diretto dal vertice data la sua complessità), ma che solo amministra se stesso. Si tratta solo di operare organizzativamente una ridistribuzione del potere lungo le

catene gerarchiche, trasformandole così in reti puramente funzionali, atto che rappresenta il dissolvimento del potere concentrato e la nascita di quello diffuso, ultimo passo verso l’eliminazione di un capitalismo ormai esangue.

In sintesi, l’abolizione dell’alienazione naturale, cioè il livello di accumulazione e il grado di umanizzazione del lavoro necessari al comunismo sono evidentemente già raggiunti, almeno nelle aree sviluppate, e probabilmente già superato ampiamente. Inoltre il capitale ha già prodotto le strutture necessarie per l’autogestione della produzione da parte dei produttori, cioè le condizioni per il superamento dell’alienazione sociale, in cui gli individui si riappropriano non solo dei

mezzi di produzione, ma anche dei propri bisogni, che saranno diversi da quelli attuali, in forme che già ora iniziano a manifestarsi. Pertanto un ulteriore sviluppo del capitale è ora sicuramente di tipo degenerativo, e finalizzato a prolungare

all’infinito la sua agonia. E tale è anche il carattere delle forze produttive che esso può generare in in questa fase agonica.

 

V.B.

 

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PERCORSI DI LOTTA

 

CONVEGNO A BUSSOLENO IL 18.2

 

Durante il periodo olimpico, e precisamente dal 16 al 19 febbraio, si è svolto tra la Valsusa e Torino un forum sul T.A.V., caratterizzato da diverse iniziative di informazione e dibattito e che ha avuto a detta degli organizzatori una consistente partecipazione.

Particolarmente interessante a nostro parere è stato il convegno di sabato 18 febbraio a Bussoleno, organizzato dal CSOA Askatasuna e dal locale Comitato di Lotta Popolare. Ad esso è convenuta, possiamo dire, l’”ala sinistra” del movimento, che sostiene l’opposizione al TAV in un’ottica più ampia di quanto purtroppo non facciano altre componenti.

La prima parte del convegno è stata dedicata alla proiezione del video “La valle che resiste”, a cura dei due raggruppamenti organizzatori, ottimo resoconto della vicenda nei suoi aspetti più concreti di lotta: dalla formazione dei primi nuclei di opposizione al progetto (nel 1991 secondo il resoconto di Nicoletta Dosio), alle azioni di protesta susseguitesi negli ultimi anni sino alla fase più calda dello

scorso autunno, inaugurata dalla “battaglia del Seghino” del 31 ottobre. Vedendo il filmato si comprende come quello che oggi è una realtà, ovvero il coivolgimento diretto di migliaia di abitanti della valle, sia maturato negli anni grazie a un lavoro di informazione e sensibilizzazione portato avanti da una minoranza di militanti con gli strumenti più diversi. Inoltre si può dire che i momenti in cui il movimento ha avuto i suoi “salti di qualità”, attirando nuove energie, sono stati quelli in cui l’opposizione al progetto è divenuta realtà concreta attraverso le manifestazioni e il blocco dei lavori, in diretta contrapposizione con il braccio armato dello stato, ovvero le forze dell’ordine, teso ad imporre gli interessi dei grandi capitali da esso rappresentati.

Alla proiezione è seguito un lungo e intenso dibattito che ha visto susseguirsi alcuni dei protagonisti della lotta, alcuni “ospiti” come il segretario della FIOM di Torino, due rappresentanti di Colombia e Paesi Baschi, che hanno illustrato la situazione di lotta sociale nei loro rispettivi paesi, infine compagni esponenti di varie realtà italiane impegnate nell’opposizione a progetti simili al TAV, dal Mose di Venezia, a Firenze, a Roma.

Crediamo sia molto importante il fatto che sia tenuto questo appuntamento, poiché l’unione delle lotte nei confronti del grande capitale è una cosa fondamentale per il loro successo.

Senza presunzione, cerchiamo tuttavia di individuare i punti su cui le avanguardie più coscienti possono a nostro avviso lavorare per migliorare la loro azione politica, senza la quale il movimento è destinato rapidamente a rifluire (questo tema sarà comunque oggetto di approfondimenti).

1. In Valsusa, continuare a promuovere le iniziative di partecipazione diretta della popolazione alla lotta, avendo però cura che un numero sempre maggiore di persone divengano consapevoli che questa singola azione pratica deve essere parte di un’azione continua contro le radici dei problemi di tutta la società, ovvero il sistema capitalistico odierno.

2. Guardarsi dal tentativo delle varie forze istituzionali e politiche di condizionare il movimento, prima e dopo la campagna elettorale, riuscendo se possibile a far si che sia il movimento con le sue forme di organizzazione autonoma a condizionare le istituzioni.

3. Basarsi sull’esperienza della lotta in Valsusa per coinvolgere, su altri obiettivi unificanti, la popolazione dei centri urbani, possibilmente grandi (è recente il movimento della banlieue parigina).

In questo senso pensiamo che alcune peculiarità della valle, come la tradizione di lotta e il tessuto sociale compatto, abbiano reso più facile il compito, tuttavia si può tentare di ricostruire questi elementi anche altrove.

Per parte nostra da Torino e a Torino, dove per lo più operiamo, cercheremo per quelle che sono le forze in campo di spingere avanti questa lotta nei sensi indicati. Una proposta è quella di costituire momenti di coordinamento tra i compagni che operano nelle situazioni di malcontento popolare dovuto alle speculazioni edilizie e ai conseguenti danni ambientali. Segue il testo di un volantino di denuncia che sta circolando a questo proposito.

G. C., M. D.

 

 

VANDALI E CRIMINALI A TORINO!

L’opposizione al TAV in Valsusa ha permesso di smascherare la scandalosa speculazione perpetrata dalla lobby del treno ad altà velocità. Ma altrettanto se non peggio si sta svolgendo sotto i nostri occhi: il saccheggio di Torino, dove le Grandi Opere si chiamano passante ferroviario, lottizzazione delle aree industriali dismesse, parcheggi sotterranei, Olimpiadi. Tutte queste opere presentano almeno una di queste due caratteristiche:

-.cementificazione della città, congestione del traffico e conseguente peggioramento del già elevatissimo livello di inquinamento (per cui la vita media dei “fortunati” che abitano in collina è superiore di quattro o cinque anni a quella di chi vive in città).

- decisioni prese sulla testa della gente e spesso ignorandone arrogantemente le proteste, per costruzioni per lo più inutili e dannose, mentre è certo il guadagno delle imprese appaltatrici, e degli speculatori immobiliari. Un caso emblematico, che riassume tutti gli altri, è l’urbanizzazione delle aree ex-industriali, dove si è colpevolmente persa un’occasione, unica in Italia e forse in Europa, di trasformare Torino in Città Giardino, valorizzandola tutta, esteticamente e come ambiente, ed anche come valore medio di tutti gli immobili. E ciò in una città dove è gravissima la carenza di aree verdi, unica vera maniera di combattere l’inquinamento. Sarebbe bastato varare un piano regolatore adeguato, cosa scontata da attendersi non solo da un’amministrazione di sinistra ma semplicemente da una cui stesse a cuore il benessere dei cittadini. Invece, ancora una volta si è chinato il capo di fronte agli interessi della FIAT, principale proprietario delle aree edificabili. A tale scopo si è adottato il principio che il governo del territorio deve essere gestito mediante “atti negoziali”, cioè in accordo con la proprietà, abolendo di fatto il piano regolatore, e abbandonando Torino nelle mani della speculazione. Così la FIAT ha potuto saccheggiare ancora una volta la nostra città. L’amministrazione di sinistra ha adottato una prassi inaugurata dall’amministrazione di destra che governa Milano, anticipando così entrambi l’applicazione del disegno di legge Lupi, prima ancora che venisse approvato. Tale legge prescrive in sostanza che i progetti pubblici e privati non sono tenuti a uniformarsi al piano regolatore, ma al contrario è questo che deve adeguarsi ai progetti. Si conferma che la rendita è il motore dell’economia, e assorbe tutti gli investimenti che sarebbe necessario indirizzare in altri settori, ad esempio ricerca e spese sociali. La rendita è un potere economico regressivo e criminale, ancor più per il fatto che è lì che la mafia investe i suoi capitali (vedi fenomeno Berlusconi). E’ importante che i cittadini e tutti coloro che non vogliono continuare a subire questi scempi si riuniscano e si organizzino per una protesta attiva e diretta, per decidere loro stessi dove e come utilizzare le risorse e gli spazi pubblici.

 

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ESSERE ANTIFASCISTI OGGI

Il fascismo del XXI secolo è mutato nelle forme ma contamina delle sue costanti di sopraffazione, di autoritarismo, di esercizio violento del potere le strutture del controllo-dominio sociale, contribuendo alla forma moderna di potere della “democrazia autoritaria”. Saluto romano e gagliardetti sono un aspetto residuale, importante nelle dinamiche identitarie giovanili di settori minoritari della piccola borghesia e di sottoproletariato urbano. Di converso la sinistra istituzionale, e da tempo, ha dapprima diluita e poi rinnegata la propria identità antisistema, non solo nei simboli ma nella pratica politica. Da qui partendo l’antifascismo deve ritornare ad una rinnovata presenza politica nel sociale reale, là fuori, piuttosto che privilegiare la dimensione virtuale dei blog, dei dibattiti autoreferenziali fra i soliti addetti ai lavori. Ed il reale sociale non è neppure la manifestazione, hard o soft, contro i fasci, affrontamento più o meno spettacolare in una sorta di guerra fra bande. Dopo gli scontri, i feriti, gli arresti e le denunce, si dovrebbe pur fare il bilancio degli obiettivi posti, fra quelli raggiunti e quelli falliti. Non si pone qui in discussione l’uso politico della violenza, della autodifesa, quanto il non uso talvolta della intelligenza politica, per cui oltre essere mazziati si deve pure subire la scontata criminalizzazione dei media. L’antifascismo deve darsi una strategia politica che il fascismo invece, residuale o geneticamente modificato, invece ha, o meglio alla quale è organicamente inserito: il neoliberismo autoritario. Il posizionamento dell’area fascista è infatti interno all’area culturale reazionaria (dal fondamentalismo al razzismo, al sessismo) ma soprattutto al capitalismo neoliberista nella versione imperialista attuale, di predazione pura con le guerre, militari e sociali. Ricordiamo che le basi USA in Italia, servite per le aggressioni in Yugoslavia e Medio Oriente, sono stati campi di addestramento per neofascisti e servizi segreti (deviati?) italiani in funzione anticomunista. Ricordiamo il ruolo storico che il fascismo ha avuto nell’attaccare le organizzazioni di classe per sostituirle con il corporativismo. Piuttosto che il portare ipocrite corone liberaldemocratiche ai cippi partigiani di una Resistenza tradita, piuttosto che il lamentarsi spontaneista delle botte sbirresche in piazza, nelle questure, in carcere, indaghiamo e combattiamo sul piano culturale e politico, le connessioni fra le tifoserie fasciste degli stadi, il machismo delle periferie, con i “contractors” nella guerra imperialista di predazione in Iraq, con i corpi di sorveglianza privata, le polizie parallele, i reparti armati della repressione. Ricordiamoci ad esempio dei saluti romani, degli slogan, delle botte dei poliziotti, finanzieri, guardie di custodia (mancava solo l’olio di ricino…) a Genova nel 2001 con il governo di sinistra. E la chiamano democrazia...

Il fascismo è stato anche accettato a livello istituzionale, in Italia come nel resto d’Europa, tanto da far parte di coalizioni di governo. Mentre a livello istituzionale i “comunisti” tirano a cambiare di nome e si affollano sulla barca liberaldemocratica, e mentre gli ex (?) fascisti già sono al governo, quelli che sfilano in camicia nera gridando “Duce Duce” si sono imbarcati nel centrodestra. Magari non tutti saranno così “presentabili” da poterli candidare alle elezioni, ma sicuramente non vengono ignorati. Hanno bisogno anche di loro, fascisti vecchi e nuovi! L’avanzare della crisi fa aleggiare per lor signori lo spettro del comunismo, la forza potenziale dei lavoratori, degli esclusi e degli emarginati. Per il sistema capitalista occorrono non soltanto leggi repressive per la sicurezza ma anche la messa fuori legge delle organizzazioni comuniste, delle aggregazioni antagoniste. E i fascisti servono ancora, per provocare, per fare la bassa manovalanza di una rinnovata strategia della tensione. La situazione è grave, centro destra o centro sinistra al governo, occorre riprendere la strada dell’intervento nel sociale. Comunicare, a partire dalla memoria storica novecentesca dell’antifascismo, della Resistenza e delle lotte nel secondo dopoguerra. I comunisti si trovano di fronte gli stessi nemici, la borghesia imperialista ed il fascismo come suo guardaspalle. Averne coscienza è il primo passo per la ripresa di una progettualità comunista rivoluzionaria.

GARIN

 

 

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CORTEO CONTRO IL TERZO VALICO DA SERRAVALLE AD ARQUATA SCRIVIA

Nel mese di aprile il movimento No-Tav ha vissuto un importante momento in occasione della manifestazione di sabato 22 aprile contro il Terzo Valico, ovvero il progetto di tratta ad alta velocità tra Genova e Tortona. Si è svolto un numeroso corteo tra i comuni di Serravalle e Arquata Scrivia, in provincia di Alessandria, le zone interessate agli eventuali lavori; questi ultimi comporterebbero l’attraversamento dell’Appennino con 39 km di gallerie, e una spesa presunta di circa 5 miliardi di euro.

Da Torino, il neonato Comitato Autogestito contro il Tav e tutte le nocività ha aderito all’iniziativa e distribuito un volantino, di cui riportiamo alcune parti.

Siamo alla viglia dell’anniversario dell’insurrezione che il 25 aprile del 1945 sconfisse i nazifascisti, ponendo fine alla guerra, all’occupazione militare e alla dittatura di Mussolini.

Quel che ci resta di quell’epoca dura ma esaltante è che la libertà non si mendica ma si prende. 

Lo scorso inverno la rivolta della Valsusa ha fermato le ruspe del TAV, un’opera inutile, dannosa e costosa, un’opera che servirà agli interessi di pochi devastando e saccheggiando l’ambiente, la salute e la libertà di tutti. Da allora un vento di ribellione e di solidarietà ha cominciato a soffiare. Le popolazioni in lotta contro le grandi opere, contro la devastazione ambientale, contro l’imposizione dall’alto di scelte non condivise hanno cominciato a mettersi in rete.

Sempre più fitte sono le relazioni solidali dal basso: qui si radica un agire politico e sociale che punta sulla giustizia sociale contro le favole amare di chi sostiene che la concorrenza è meglio della cooperazione, il liberismo sfrenato preferibile al mutuo appoggio.

Oggi la lotta contro il TAV entra nel vivo anche in Valle Scrivia dove, dopo la ratifica da parte del CIPE, il cosiddetto Terzo Valico dovrebbe entrare nella fase operativa. Anche qui le popolazioni locali non sono state consultate, anche qui si annunciano devastazioni per l’ambiente, spreco di denaro pubblico e danni alla salutedi tutti.

Le linee ferroviarie esistenti sono ben lungi dal saturare la propria capacità di trasporto e, con poche migliorie, potrebbero garantire un servizio adeguato senza sperpero di risorse.

Quella del Terzo Valico è una storia simile a tante nella penisola, una storia emblematica del realescopo delle grandi opere: drenare denaro pubblico per interessi privati, con la benevola connivenza del potere politico. Tutti quelli che hanno messo le mani su questo progetto, sin dai primi anni’90, sono finiti sotto inchiesta e sono sfuggiti al giudizio grazie alla legge ex Cirielli.

Tra loro anche Marcellino Gavio, patron della logistica tortonese, sponsor di una linea diretta tra i propri piazzali e il porto di Genova.

A proposito: sapete chi ha raccomandato un certo architetto Virano alla direzione dell’Anas? Sempre lui, Marcellino Gavio.

Per chi non lo sapesse Virano è stato posto alla guida della commissione tecnica che dovrebbe affiancare il mai aperto tavolo politico sulla linea TAV Torino-Lione, quella della Valsusa. Prima di andare all’Anas Virano era stato l’uomo immagine della Sitaf, la società che ha costruito e oggi gestisce l’autostrada del Frejus che attraversa la Valsusa.

L’osservatorio presieduto da Virano è il cavallo di troia del TAV in Valsusa. La lobby tavista, dopo aver tentato con gli uomini in blu, prova con quelli in grigio. Alla politica del manganello si sostituisce quella del marketing. Oggi i signoridel TAV puntano su uno specialista delle pubbliche relazioni, dopo aver fallito il tentativo di chiudere rapidamente la partita mettendola in mano agli specialisti dell’ordine pubblico.

La lobby delle grandi opere è una lobby bipartisan in cui a spartirsi la torta ci sono gli amici degli amici della destra e della sinistra. La solidarietà concreta tra le popolazioni in lotta può fermare lo scempio, mettere in difficoltà chi tentadi lucrare sulla pelle di tutti.

L’importante è non farsi illusioni, non credere che la politica di palazzo possa cambiare di segno solo perchè cambiano le facce sulla poltrone. Il TAV era nel programma del centro-destra ed è nel programma del centro-sinistra.

Quella del TAV non è solo una partita sull’ambiente ma è anche una battaglia politica, economica e culturale in cui è in ballo il destino di migliaia di persone che, di fronte alla “fretta” della globalizzazione, non sono che piccoli ostacoli lungo il corridoio in cui correrà un treno inutile, mentre il trasporto pubblico, quello destinato alle persone, è abbandonato all’incuria criminale di chi pensa al profitto e non alla sicurezza di chi viaggia.

Comitato Autogestito contro il TAV e tutte le nocività di Torino e Caselle

mail: notav_autogestione@yahoo.it

 

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CORTEI A TORINO E MILANO CONTRO LA REPRESSIONE

Recentemente il settimanale anarchico Umanità Nova ha pubblicato uno speciale di otto pagine dal titolo “L’altra faccia della guerra: repressione, leggi speciali, carcere”, di cui è molto consigliabile la lettura perché spiega bene le dinamiche con cui le istituzioni statali si avvalgono del potere giudiziario per opporsi alle spinte che mettono in discussione l’ordinamento capitalistico della società.

Dopo un editoriale di carattere generale, si analizza la repressione nei confronti degli stili di vita “alternativi”, degli immigrati, dei lavoratori salariati; il ruolo dei mass-media, l’uso della tortura, la vita quotidiana nelle carceri. Poi ci si sofferma sull’analisi della situazione del Piemonte (di Torino in particolare) e della città di Bologna.

Infine, un articolo si sofferma sul tipo di leggi che vengono utilizzate per criminalizzare le manifestazioni di dissenso. Intanto, dal punto di vista della quantità, stupisce il dato di circa 10000 persone attualmente inquisite in Italia per aver preso parte a lotte sociali e politiche: scioperi illegali, rivolte nei CPT, blocchi stradali per la tutela dell’ambiente e della salute, occupazioni di case, autoriduzioni di bollette e biglietti, proteste contro l’invadenza clericale, picchetti contro la precarietà, manifestazioni antifasciste, antiproibizioniste, antinucleari etc.

Da un punto di vista della qualità del reato, spesso si tende a ricorrere a capi di imputazione piuttosto ampi, per colpire anche soggetti che non hanno fatto nulla, in base ad una finalità politica che va oltre i singoli fatti eventualmente commessi.

Soprattutto si utilizza il “reato di organizzazione”: associazione sovversiva (art. 270) e associazione finalizzata all’eversione dell’ordine democratico (art. 270bis).

Oggi la magistratura cerca di passare all’utilizzo di un “reato di piazza”, la devastazione e saccheggio (art. 419), che può colpire in teoria tutti i soggetti partecipanti ad una manifestazione di piazza, indipendentemente dal fatto che abbiano commesso specifiche condotte di danneggiamento o furto avvenute durante la manifestazione stessa.

Il primo esperimento di applicazione di questo reato è quello della manifestazione antifascista di Torino del 18 giugno 2005 (circa un anno fa), per aver partecipato alla quale dieci antifascisti torinesi sono stati arrestati e attualmente sono sotto processo. Successivamente, lo stesso strumento è stato usato per incriminare gli arrestati della manifestazione antifascista dell’11 marzo 2006 a Milano, e si attende che colpisca anche alcune decine di attivisti No-Tav che l’8 dicembre 2005 hanno ripreso il presidio di Venaus in Valsusa dopo che questo era stato sgomberato con la violenza dalla polizia.

Il criterio di fondo con il quale le istituzioni bollano o meno come illegale un’azione politica è se questa mette in difficoltà la gestione dell’ordinamento capitalistico, definito democratico ma che in realtà non lo è affatto.

Per impedire che questo meccanismo si dispieghi in maniera brutale, rendendo sempre più angusti gli spazi per un’azione rivoluzionaria, occorre da una parte un’attività di propaganda volta a smascherarlo, dall’altra un’attività di sensibilizzazione e mobilitazione in solidarietà di chi viene colpito dalle accuse, in modo che l’applicazione di tali leggi ingiuste venga costantemente messa in discussione, quando non diventi un boomerang per le istituzioni stesse. Da questo punto di vista, il movimento No-Tav ha sinora mostrato grande maturità politica schierandosi apertamente in supporto di tutti coloro che sinora sono stati inquisiti per aver difeso la Valsusa.

In questo mese di giugno 2006 vi sono due scadenze nazionali importantissime in quest’ambito: il corteo contro la repressione del 10 giugno a Torino, in difesa dei compagni sotto processo per i fatti dell’anno scorso, e quello per la liberazione degli antifascisti arrestati a Milano l’11 marzo. Una vasta partecipazione ad entrambi è l’occasione per un sostegno concreto ad una lotta in corso e per la crescita di una coscienza politica diffusa.

TORINO, SABATO 10 GIUGNO
 CONCENTRAMENTO ORE 15 A PORTA SUSA

MILANO, SABATO 17 GIUGNO
 CONCENTRAMENTO ORE 15 IN PIAZZA DUOMO

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L’ANTIFASCISMO E’ PARTE DELLA LOTTA AL CAPITALISMO

Dagli scontri dell’11 marzo a Milano fra compagni e polizia, utilizzati per criminalizzare i “violenti comunisti” (si era in campagna elettorale), il dibattito sul senso da dare all’antifascismo militante è stato dapprima intriso di ipocrisia, di irenismo, di isterismo, per finire oggi in una rimozione completa.

Nella sinistra, anche e soprattutto quella “radicale”, l’allontanamento dall’esperienza storica e ideologica rivoluzionarie era già avvenuto: si vedano nel 2003 le affermazioni di Bertinotti a Venezia sulla fine della cultura politica novecentesca, in realtà la fine del marxismo e del concetto stesso di processo rivoluzionario. Si dispiega in quel frangente il dibattito su “violenza e non violenza” che tira in ballo etica e metodi di lotta politica, e qui l’intero sistema politico istituzionale inizia a portare, a livello mediatico, dunque di massa, una operazione culturale politica ben precisa. Con una campagna martellante si bolla con il termine di terrorismo la prassi della resistenza all’attacco imperialista in Iraq, si definiscono violenti gli operai dei picchetti, si bolla come prosa delirante il definire, da parte nostra, l’attuale sistema come regime democratico autoritario e il modo di produzione capitalista come struttura di estorsione di profitto e di dominio sociale.

Tutto questo avviene mentre la repressione istituzionale cerca di chiudere spazi di presenza antagonista nel sociale e mentre i neofascisti attaccano compagni e sedi di movimento ma anche di partiti presenti in parlamento. Avviene mentre si beatifica il ruolo dei soldati e dei mercenari italiani “portatori di pace e di democrazia”; dopo aver percepito per l’incomodo indennità favolose, ai soldati morti vengono riservati funerali di stato e la proclamazione ad eroi. Sul fronte interno, nell’edilizia ad esempio, i frequenti morti sul lavoro sono considerati semmai degli sbadati, nessun vescovo recita omelie al funerale e le vedove non sono risarcite dalla patria…

In questo scenario, mediatico ma anche di episodi concreti, di crescita della cultura di destra e fascista (dal combattere per il successo individuale alla cultura della sopraffazione violenta, del razzismo e del sessismo) la sedicente sinistra che cosa fa? Episodi recenti: sassaiola contro una sede dei Comunisti Italiani a Cuorgnè durante un’assemblea sul referendum a difesa della Costituzione; compagni che portano, per il 25 aprile, fiori rossi alle lapidi dei partigiani nel quartiere torinese di Vanchiglia e sono insultati da alcuni giovani. La risposta è stata di “non raccogliere la provocazione”…C’è da dire che in entrambi i casi i fatti sono avvenuti in zone di composizione sociale proletaria, un tempo comunista.

Qui il ragionare impone il ritorno ai fatti milanesi di marzo ed alla latitanza della sinistra istituzionale a quella manifestazione contro Fiamma Tricolore. Tale sinistra già non aveva denunciato, se non per fini elettorali, la presenza di fascisti, nazisti, razzisti a sostegno delle liste di centro-destra. Da anni i nostri “sinistri” non raccolgono “provocazioni” ed in questo seguono l’esempio sciagurato dei socialisti e della CGIL negli anni 20 del novecento di fronte allo squadrismo fascista. A parte eroici episodi di resistenza popolare autorganizzata non ci fu risposta,  ci si volle affidare alle guardie regie con gli esiti che tutti conosciamo. Da anni l’antifascismo è stato ridotto , anche da parte “comunista” a formali e retoriche commemorazioni staccando tale esperienza dalle motivazioni storiche e sociali che lo determinarono, tanto che Violante, ma non solo, ebbe a definire la lotta partigiana contro fascisti e nazisti come contrapposizione di giovani con ideali diversi…

Si cancella così oggi un conflitto politico, di classe, con una irenizzazione, una pacificazione che confonde aggressori con aggrediti, torturatori con torturati, sfruttatori con sfruttati.

La confusione è grande se alla Crocetta e nella collina torinese alle prove elettorali vince il centro sinistra mentre nei tradizionali quartieri operai, comunque proletari, vince il centro destra. E perché nelle periferie aumenta la presenza aggressiva dei fascisti, perché le tifoserie calcistiche sono diventate quasi tutte fasciste se non naziste? Forse che il fascismo viene percepito come difensore , espressione dei bisogni della “gente”? Certamente no, come da qualche tempo negli USA, capofila mondiale delle trasformazioni economiche, politiche e sociali, una sapiente campagna mediatica della destra neocon ha saputo incanalare la insoddisfazione, la rabbia antisistema, forma prepolitica dei bisogni, delle tensioni all’interno della società capitalista, contro la sinistra liberal. Questa sinistra viene oggi percepita come incolore alternanza interna di sistema, tale infatti il ruolo della liberaldemocrazia (da Clinton, a Blair, a D’Alema e Bertinotti) nel passaggio di testimone nella corsa al governo, governo per conto del sistema capitalista.

Come stupirsi dunque se dopo tanta predicazione di opportunità di successo nelle dinamiche del progresso illimitato, di liberalizzazione dei diritti individuali (purchè compatibili al sistema…), di rimozione del conflitto di classe anche da “sinistra”, una parte consistente di proletariato scelga, creda di scegliere, di essere CONTRO il sistema, attivandosi in una cultura di destra estrema. Cresce e si allarga, non adeguatamente contrastata, una cultura, sub cultura, che da una lato fornisce mercenari, sbirri e quant’altro alla repressione militare (internazionale sul fronte delle guerre imperialiste e interna sul piano del conflitto sociale), dall’altro crea una fascia di contenimento, reazionario, fascista (attivo e presente quasi ovunque nel sociale) alla possibile ripresa di un movimento, di un processo rivoluzionario. E’ il ruolo storicamente sempre ricoperto dal fascismo!

Avendo sdoganato fascisti e postfascisti, Berlusconi può oggi appellarsi minaccioso “alla piazza”, e il populismo, l’autoritarismo possono così ritornare , se necessario, all’uso reazionario della violenza fascista. Il “sinistro” Prodi, molto bipartisan, tace. 

Il ragionare si chiude dove era iniziato: nella stagnazione della crisi, nelle contraddizioni delle dinamiche capitaliste, tanto interne quanto a livello di imperialismo europeo e più in generale della contesa imperialista, si aprono spazi di intervento, di aggregazione, di accumulo di forza sociale da parte dei comunisti. Non bastano lo studio e le analisi, ne deve discendere una sintesi di intervento, una prassi organizzativa militante, che diano senso rivoluzionario, qui ed ora, ad un rinnovato movimento comunista, internazionalista.

L’antifascismo deve essere parte essenziale del processo rivoluzionario contro il capitalismo, contro l’imperialismo. Purtroppo, nella fase odierna, manca ancora alla classe, ai proletari, una progettualità, un progetto rivoluzionario, al quale riferire la risposta, la resistenza militante antifascista. Senza una strategia anche l’impegno militante più generoso si riduce a testimonianza e di converso, senza prassi ed intervento nel sociale, il parlare e il progettare di comunismo rimane qualcosa di sterile e negativo per i comunisti: in entrambi i casi restano tutt’al più alibi consolatori.

GARIN

 

 

 

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TAV E INCIDENTI FERROVIARI IN VALSUSA

Mentre lo stato italiano sarebbe disposto a buttare miliardi di euro nella speculazione del Treno ad Alta Velocità, nuovi episodi documentano drammaticamente la situazione di scarsa manutenzione e sicurezza delle linee ordinarie. Lo scorso 11 maggio un operaio croato è morto nel tentativo di salvarsi dallo schianto su un treno partito da Bardonecchia e impossibilitato a frenare. Seguono alcuni brani della lettera in cui un ferroviere spiega dinamiche e retroscena della tragedia ad una compagna del Comitato Anti-TAV di Torino e Caselle.

Cara Maria,

(…) Pare che il convoglio (partito da Bardonecchia e schiantatosi a Chiomonte, NdR) fosse guidato da un dipendente della ditta appaltatrice, che probabilmente non avrebbe potuto guidarlo fuori dall’ambito della stazione, senza la presenza di un macchinista FS (che non c’era). L’ipotesi più plausibile è che il locomotore sia stato agganciato ai carri senza collegare la condotta del freno, per cui il locomotore, in questo caso, frena se stesso ma non i carri trainati; quindi in discesa il peso dei cari trainati ha spinto il locomotore, che non poteva assolutamente fermarli.

L’operaio ha telefonato alla polfer per segnalare il fatto, ma non c’era nessuna possibilità di fermare il treno, se non deviandolo su un binario morto, ma provocando un disastro; il convoglio è transitato da Salbrertrand ad altissima velocità, e l’operaio invano gesticolava; poi si è lanciato ma è andato a sbattere contro un ferro morendo sul colpo; il convoglio è deragliato a Chiomonte.

Come ti dicevo, non vi sono possibilità di fermare un treno che “scappa”.

(...) Ti ricordo che l’anno scorso da Paola partì un locomotore di una ditta appaltatrice in direzione Salerno; era stato lasciato incustodito, ma non frenato o poco frenato; ebbene l’unica cosa che si poté fare allora fu di sgombrargli il cammino fino ad una pendenza in salita, quando rallentò e fu forse agganciato o bloccato, dopo aver percorso oltre 100 km. Cosa impossibile sulla tratta dell’Alta valle Susa.

A febbraio una cosa analoga è accaduta tra Ragusa e Comiso, quando il locomotore di una ditta appaltatrice, con sei vagoni agganciati, parcheggiato in una stazioncina alla fine dei lavori giornalieri, è “partito” in discesa è ha percorso 6 km e mezzo in discesa prima di buttarsi a tutta velocità in una scarpata.

C’è una questione di ditte appaltatrici a monte di tutto; ditte che impongono sistemi di lavoro al di fuori delle norme, dove regnano i ricatti, la fretta, la considerazione che le norme di sicurezza siano un ostacolo all’attività; ditte che contano un grandissimo numero di incidenti, con morti e feriti, ogni anno; che utilizzano mezzi in cattivo stato, per realizzare il massimo di profitti con il minimo di spesa, o per giustificare appalti presi con ribassi troppo esagerati. C’è una questione di esternalizzazione dei servizi e di scarico delle responsabilità dalle FS a padroncini e grossi appaltatori privati.

Naturalmente potete utilizzare queste informazioni come meglio riterrete; se dovete citare una fonte, parlate di compagni ferrovieri della Cub trasporti.

(lettera firmata)

 

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AGGIORNAMENTO NO-TAV

Ecco alcune delle tappe della battaglia No-Tav negli ultimi giorni di giugno.

Lunedi 26 – LANSLEBOURG (FRANCIA)

Il consiglio municipale di Lanslebourg Mont Cenis, dopo un lungo, acceso e articolato dibattito respinge all’unanimità la richiesta di LTF di utilizzare la Carrière du Paradis al Moncenisio quale deposito di 6 milioni di metri cubi di smarino estratto dal tunnel di base della linea Torino-Lione.

Martedi 27 – VILLARDORA

Assemblea del movimento (circa 120 partecipanti) che verte essenzialmente su due aspetti:

a. Saldatura della lotta No-Tav al movimento No-Tir. Nel corso dell’assemblea esponenti dell’associazione “Montagna Nostra” illustrano il paventato progetto di raddoppio del tunnel autostradale del Frejus. Anche madama Bresso, presidente della Regione Piemonte, aveva indicato il raddoppio del Frejus come alternativa al TAV, probabilmente per dividere i valsusini, ma il risultato da lei raggiunto è stato di accelerare il coordinamento tra chi si oppone al TAV e chi si oppone alla galleria del Frejus, con l’aggiunta della richiesta di contingentamento per i tir che attraversano la Valsusa! Il 22 luglio si terrà una manifestazione a Bardonecchia per sancire l’unità della lotta.

b. Aggiornamento su quanto avvenuto a Bruxelles presso la commissione europea, dove le rivendicazioni dei No-Tav sono state ascoltate, e in generale sulla situazione “istituzionale”.

Emerge l’esigenza che il presidente della Comunità Montana della Bassa Valsusa, Antonio Ferrentino, dispensi meno interviste ai quotidiani e comunichi con più puntualità con il movimento.

Mercoledi 28 e giovedi 29

A Torino e Bussoleno, iniziativa di collegamento tra no-tav, ferrovieri e lavoratori pendolari (vedi volantino a pag.11)

Giovedi 29 – ROMA

Seconda riunione del fantomatico “tavolo politico”, la prima con gli esponenti del governo Prodi, dopo la tesa seduta del 10 dicembre scorso con i ministri di centro-destra.

Quello che ha colpito è la discrepanza tra il resoconto di Ferrentino pubblicato sul sito notav.it (forse gli sono giunte voci su quanto richiesto dall’assemblea di Villardora) e quanto riportato dai quotidiani del 30 giugno. Mentre infatti il primo afferma che la riunione è stata un successo, che il TAV Torino-Lione è uscito dalla legge Obiettivo e che l’opzione zero* verrà seriamente valutata, tutti i giornali dicono che il TAV si farà, solo con una dilazione dei tempi.

Una spiegazione dell’ottimismo tavista ostentato dal governo italiano è che esso punti a ricevere comunque i finanziamenti dall’Unione Europea necessari ad avviare l’opera, riservandosi nel frattempo di operare una serie di tentativi per “convincere” gli abitanti della Valsusa. Chi ha seguito direttamente le ultime assemblee in Valle, tuttavia, può verificare che l’insieme dei comitati No-Tav, pur non avendo lo stesso slancio e la stessa coesione organizzativa che c’era lo scorso autunno, sono preparati ad affrontare senza fare sconti i giochetti diplomatici del governo di centro-sinistra. L’esperienza di questo movimento continua ad essere un prezioso esempio di autorganizzazione di massa, e un importante terreno di intervento per i comunisti.

* l’opzione zero è la non realizzazione del TAV, e l’ammodernamento della linea ferroviaria esistente.

 

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LIBERTA’ PER GLI ANTIFASCISTI MILANESI!

Il mese di giugno ha visto lo svolgersi di due cortei contro la repressione, rispettivamente il 10 giugno a Torino e il 17 a Milano. Entrambi nascevano dall’esigenza di protestare contro il ten­tativo condotto dalla magistratura di criminalizzare le manifestazioni antifasciste attraverso l’utilizzo del reato di devastazione e saccheggio, che prevede pene severissime (da 8 a 15 anni di carcere). I fatti in oggetto sono la manifestazione antifascista del 18 giugno 2005 a Torino e quella dell’11 marzo a Milano, durante le quali le cariche della polizia hanno determinato la reazione dei manifestanti e danneggiamenti a stabili e auto presenti nelle vicinanze. Per questa vicenda 10 compagni torinesi e 29 milanesi sono ora sotto processo. Nel bollettino di maggio ho già spiegato per esteso le ragioni per cui questi processi sono processi alle lotte di chi vuole un mondo migliore, e non certo a “devastatori”; tant’è che prima d’ora il reato di devastazione e saccheggio era stato contestato solo ai responsabili del disastro della diga del Vajont (3500 morti!), che peraltro furono prosciolti. In questa sede mi limito ad aggiungere qualche informazione. A Torino l’udienza preliminare, svoltasi il 27 giugno al Tribunale di corso Vittorio Emanuele, si è conclusa con un rinvio del dibattimento al 2 ottobre. Pertanto l’attenzione si è incentrata sui fatti di Milano, dove l’udienza preliminare a porte chiu­se, svoltasi il 28 giugno, ha sancito lo svolgimento del rito abbreviato nei giorni 10 e 11 luglio, con sentenza il 14 o il 19. Una cosa da segnalare è che a Milano la vicenda di questi ragazzi (ricordo che 25 su 29 di essi sono in carcere da quasi quattro mesi) è diventata di grande rilievo in tutti gli ambienti della sinistra non istituzionale e dei centri sociali; è stato fatto un costante lavoro di propaganda per mobilitare l’opinione pubblica e condizionare il più possibile l’esito della vicenda. Il partecipatissimo corteo di Milano, partito da Piazza Duomo e conclusosi davanti al carcere di san Vittore, era aperto dallo striscione dei genitori degli inquisiti; infatti la mobilitazione delle varie realtà coinvolte si è costruita anche intorno ai familiari, e questo è un fatto importante. Non sono mancati gli attriti organizzativi, ad esempio sulle modalità del processo; alcuni impu­tati volevano evitare il rito abbreviato, in modo da “tirare per le lunghe” la vicenda e farne un “caso politico” della più ampia portata possibile, anche a rischio di una pena più lunga e del prolungamento della custodia cautelare di questi giorni. Invece è passata la linea del rito abbre­viato, che significa riduzione fino a un terzo della pena ma non consente di esercitare una “dife­sa a oltranza” in aula. Il 10 e 11 luglio e il giorno della sentenza vi saranno presidi davanti al tribunale di Milano, e la possibilità di seguire direttamente il processo in aula. Il 12 luglio presso il centro sociale Orso si svolgerà un’assemblea cittadina di aggiornamento della situazione. Anche a Torino, dove molti compagni seguiranno e parteciperanno alla vicenda, in vista del processo del 2 ottobre ma in generale di fronte al chiudersi degli spazi democratici si sente l’esigenza di organizzarsi in maniera trasversale e assembleare sul tema della repressione; del resto in Italia esistono organismi già strutturati (ad esempio l’ “Assemblea contro il 270bis”) che portano avanti un lavoro di analisi e di propaganda per portare a livello di massa la coscien­za del ruolo dello stato e dei suoi apparati giudiziari, garanti del potere dei pochi sulla maggio­ranza dei cittadini. Anche questo è un impegno per il futuro, ed è parte della lotta contro il capitalismo.

 

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SVILUPPI DELLA LOTTA NO-TAV

 

            La rimozione del cantiere CMC dai terreni di Venaus, avvenuta a fine giugno, ha sancito ufficialmente il rinvio del tentativo di avviare i lavori: viste le mobilitazioni degli scorsi mesi la lobby del TAV “ricomincia da zero”, provando a far passare il progetto con il coinvolgimento delle istituzioni locali, i tavoli politici, nuove valutazioni tecniche e vari giochetti diplomatici. Da un punto di vista formale infatti nella Conferenza dei Servizi, svoltasi a Torino il 1 agosto, si è definito che il TAV Torino-Lione esce dalla Legge Obiettivo; dunque si riparte da una procedura ordinaria, con tempi più lunghi e progetti da rivedere.

            Si tratta dunque in questo periodo di capitalizzare i risultati di mobilitazione ottenuti negli ultimi mesi, cercando di migliorare ed estendere il lavoro politico svolto intorno a questo tema. Alcuni avvenimenti dei mesi di luglio-agosto e altri in programma sembrano indicare che questa è la direzione già presa dal movimento No-Tav, anche se solo da settembre in avanti si vedrà se c’è continuità. Vediamo alcune tappe:

14 luglio. Si conclude a Roma dopo due settimane la marcia che, partita da Venaus il 30 giugno, ha toccato alcune città italiane coinvolte in problematiche ambientali, portando la testimonianza diretta degli attivisti No-Tav in altre situazioni simili e mettendo in collegamento le varie comunità locali.

22 luglio. Manifestazione a Bardonecchia contro il progetto di raddoppio del Frejus e per il contingentamento dei Tir che attraversano la Valsusa. Si è trattato del primo atto di un percorso che vuole entro l’autunno raggiungere l’obiettivo di ridurre da 3500 a 1500 il numero dei Tir che attraversano la Valle, la stessa cifra della Val d’Aosta. L’inquinamento dell’aria della Valle (ozono, polveri PM10), monitorato dalle centraline ARPA di Oulx e Susa, raggiunge livelli simili a quelli di Torino città, dove scattano i provvedimenti di blocco del traffico (informazioni dettagliate sul sito dell’associazione Montagna Nostra: www.montagnanostra.org).

29 luglio. Presidio davanti alle acciaierie Beltrame a San Didero. Questo stabilimento è da tempo nell’occhio del ciclone per la sua attività altamente inquinante, che danneggia sia chi ci lavora sia gli abitanti della zona circostante. Tra l’altro recentemente la Provincia lo ha autorizzato ad emettere diossine (cancerogene e teratogene) in quantità pari a numerosi inceneritori. Tutti i terreni analizzati dall’ARPA nel 2003/2004 sono risultati contaminati da PCB (PoliCloroBifenili), e nei fumi dell’acciaieria è stata trovata una quantità di PCB 20 volte maggiore del normale. Diossina e PCB sono stati trovati nel latte e nelle carni di alcuni allevamenti della zona, che rischiano di chiudere a novembre quando entrerà in vigore un regolamento europeo che impone di tenere conto anche dei PCB e non solo delle diossine. Secondo studi epidemiologici nella zona circostante le acciaierie vi sono tassi di mortalità superiori alla media regionale (informazioni dettagliate sul sito del Comitato Emissioni Zero: www.emissionizero.org).

            Una domanda già emersa, e di notevole importanza, è la seguente: le lotte per il contingentamento dei TIR o per la chiusura delle acciaierie Beltrame, come del resto quella contro il TAV, sono solo “riformiste” o rappresentano elementi di un processo di trasformazione rivoluzionaria della società? Molti compagni sono convinti della seconda ipotesi, per il carattere antiautoritario del movimento e il suo interferire negli interessi vitali dei grandi gruppi capitalistici.

            Tutte queste questioni sono state dibattute anche durante il campeggio di Venaus del 21-30 luglio, organizzato dal Csoa Askatasuna e dal Comitato di Lotta Popolare di Bussoleno, che ha visto una consistente partecipazione e numerose serate informative (vi sono stati anche momenti di confronto e di dibattito su temi internazionali, come il Medio Oriente).

            A settembre, in vista della nuova Conferenza dei Servizi prevista per il 29, l’iniziativa principale è la tre giorni contro il TAV a San Gillio, a nord-ovest di Torino (vedi locandina). Si tratta di una manifestazione molto importante nell’ottica di un’estensione del movimento, poiché coinvolge comuni i cui abitanti sinora non si sono ancora mobilitati.

L’allarme è stato dato prima dell’estate dalle dichiarazioni della Bresso e di Pecoraro Scanio (già, proprio lui, il segretario dei Verdi), che hanno ventilato l’ipotesi di un avvio dei lavori per il TAV nella zona della gronda ovest (Venaria, Valdellatorre, San Gillio etc.), invece che a Venaus. In pratica, dopo la resistenza incontrata in Valle, vedono se si può “sfondare” dalla parte della cintura di Torino. (Non dimentichiamo che l’Osservatorio Tecnico predisposto dal governo Prodi ha sede a Venaria, il cui sindaco Pollari è assai connivente con la lobby tavista).

Sono già in corso tentativi di separare i comuni della Gronda da quelli della Valsusa, ai quali il movimento dovrà reagire con la solità capacità di coesione e mobilitazione.

Infine a Collegno dal 5 all’8 settembre vi saranno serate NoTav presso il circolo Arci “Asylum” (informazioni sul sito www.notav.it).                          

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CHIUDERE I CPT! ORA!

10 settembre - Lampedusa

programma

ore 10.00: Assemblea pubblica

ore 16.00: MANIFESTAZIONE Partenza dal porto e arrivo al CPT

Sera: Iniziativa artistico-musicale

Appello per una mobilitazione nazionale antirazzista a Lampedusa il 10 settembre.

La Sicilia è diventata negli ultimi anni la frontiera Sud dell’Europa e Lampedusa è il suo avamposto. Il tentativo di mascherare l’inarrestabile fenomeno politico-sociale delle migrazioni come un problema di ordine pubblico da contrastare, con la crescente militarizzazione delle frontiere e provvedimenti di polizia, ha prodotto soltanto l’istituzione di nuove forme di apartheid.

Non passa settimana che non si viene a conoscenza dell’ennesimo naufragio, che sta trasformando il Mediterraneo da millenario ponte di scambio di culture in un lugubre cimitero marino; in questo contesto aggravato da uno scenario di guerra permanente che coinvolge ormai tutta l’Area del Medio-Oriente, sono le leggi repressive sull’immigrazione che hanno creato una nuova clandestinità finalizzata allo sfruttamento dei migranti considerati solo come forza lavoro “usa e getta”. Il sistema legislativo italiano ha reso impossibile l’ingresso legale sul nostro territorio favorendo, di fatto, il ricatto di trafficanti che speculano sulla tratta degli esseri umani. Pensiamo anche alla larghissima diffusione di lavoro sommerso che permette agli imprenditori di aumentare a livello esponenziale i profitti, con la complicità di un vero e proprio caporalato, come è accaduto nei mesi scorsi a Cassibile (SR), lucrando sui bassissimi salari e ricattando la manodopera con una lavoro in condizione di schiavitù..

Da anni i movimenti antirazzisti in Europa e in Italia lottano per la chiusura delle galere etniche: i Centri di Permanenza Temporanea istituiti dalla legge Turco-Napolitano, nel quadro di normative europee (Schengen) ispirate ad un medesimo intento contenitivo e repressivo, sono la manifestazione più intollerabile e oscena della risposta segregazionista al fenomeno dell’immigrazione. Sono lager dove uomini e donne vengono privati della libertà non per ciò che hanno commesso, ma per ciò che sono. Tutte le convenzioni internazionali sui diritti umani e sul diritto d’asilo vengono quotidianamente calpestate. Dal rogo nel CPT di Trapani nel ’99 ( che costò la vita a 6 migranti tunisini) alle deportazioni da Lampedusa in Libia nell’ottobre del 2004 e nel marzo 2005 (costate la vita ad un numero imprecisato di donne e uomini morti di stenti tra le sabbie del deserto e per le quali il precedente governo è stato condannato dal parlamento di Strasburgo) sono stati costruiti momenti di denuncia e di mobilitazione.

A Lampedusa l’emergenza immigrazione è diventata un business: si spendono fiumi di denaro pubblico per condizioni di detenzione. Oggi, anche per il clima xenofobo instaurato, assistiamo a delazioni o a vere e proprie omissioni di soccorso in mare da parte di marinerie intimorite da conseguenze legali (la Cap Anamur insegna) ed economiche.

Proponiamo di investire in politiche di accoglienza e di libera circolazione dei migranti, in alternativa a quelle securitarie, a partire da Lampedusa. Chiediamo un sistema di accoglienza che passi per la fruizione delle strutture pubbliche, in primis le Asl, piuttosto che per l’affidamento ad enti ed associazioni private che lucrano sul circuito detentivo e sulle tragedie dei migranti. Esigiamo che la piccola isola siciliana venga liberata da questa vergogna. Il “centro” deve essere chiuso e basta! Che non venga aperto sull’isola un altro centro di detenzione nell’ex-caserma. Facciamo appello alle realtà di base, all’associazionismo, alle forze politiche, ai parlamentari italiani ed europei a sottoscrivere l’appello e la mobilitazione del 10 settembre.

  • per la chiusura immediata e definitiva di tutti i Centri di Permanenza Temporanea e dei Centri di identificazione, a cominciare dal centro di Lampedusa

  • per l’abrogazione della legge Bossi-Fini senza che si torni alla precedente che l’ha ispirata

  • per la rottura netta del legame tra il permesso di soggiorno e il contratto di lavoro

  • per una legge in materia di asilo politico che tuteli realmente i richiedenti asilo e i rifugiati anche con l’abbattimento delle spese legali

  • per la cittadinanza di residenza e il diritto di voto per tutti i migranti

  • per il rilascio e il rinnovo immediati di tutti i permessi di soggiorno, per la regolarizzazione permanente di tutti i migranti in Italia

  • per fermare tutte le espulsioni e gli accordi di riammissione.

Promosso da:
Rete Antirazzista Siciliana - Arci - Attac Sicilia - Carta - CGIL Palermo - CGIL Sicilia - Circolo Arci “Thomas Sankara” - Confederazione Cobas Sicilia - Csoa Ask 191 - Emergency - Fiom CGIL Sicilia - Il Manifesto - Laboratorio Zeta - Laici Comboniani - Network Antagonista Siciliano - Osservatorio Migranti Agrigento - Social Help Agrigento

 

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Documento conclusivo dell'assemblea delle realtà antagoniste ed autonome presenti al 7°campeggio No Tav tenutosi a Venaus dal 21 al 30 luglio

Nella nuova fase politica che si apre con il governo Prodi, prioritario è sviluppare conflittualità sociale nei territori. Il movimento No Tav ha saputo vincere una battaglia popolare dai forti connotati anticapitalisti, coniugando partecipazione di massa e radicalità dei contenuti, confronto assembleare sulle decisioni da prendere e conflittualità nelle pratiche di lotta. La lotta della Val Susa ha superato gli stessi confini iniziali, con conseguenze su tutto il territorio locale e nazionale, diventando punto di riferimento di tutte le lotte che in Italia si oppongono ai processi di devastazione sociale e ambientale. Il movimento antagonista si impegna a fare propri i percorsi di radicamento sociale sul territorio, uniti allo sviluppo della conflittualità diffusa, fuori da qualsiasi ghetto politico e ideologico, per contrastare duramente fino in fondo i tentativi di cooptazione delle istanze di lotta e concertazione che il nuovo governo sta mettendo in piedi.

Di fronte all’unanimità parlamentare rispetto al rifinanziamento delle missioni di guerra italiane all’estero, si registra la sconfitta dei modelli di mobilitazione pacifista che hanno invaso le città durante il governo Berlusconi. Le istanze contrarie alla guerra che hanno attraversato le mobilitazioni degli ultimi anni vengono riassorbite attraverso la truffa politica a danno dei movimenti rappresentata dal bertinottismo. Fondamentale è reimpostare l’intervento su queste tematiche, abbandonando qualsiasi ambiguità rispetto alla guerra: tutte le missioni italiane, ONU e non, devono cessare; gli Usa e Israele sono i principali destabilizzatori del contesto internazionale; le resistenze locali colpiscono con piena legittimità politica gli eserciti occupanti sui propri territori.
Il movimento antagonista si impegna a riprendere l’iniziativa contro la guerra nelle piazze, con l’intento di creare scenari di contrapposizione conflittuale con tutte le realtà politiche e istituzionali responsabili delle politiche belliche italiane, statunitensi ed israeliane.

L’evolversi dell’organizzazione generale produttiva del capitalismo europeo ha da anni determinato la nascita e la crescita del soggetto sociale precario, che ha assunto caratteristiche sociali estese e talvolta già politicamente conflittuali. Le realtà antagoniste assumono come centrale la partecipazione alle scadenze già indette, come l’incontro nazionale dei precari dei call-center del 9 Settembre a Roma. Importante sarà anche la partecipazione alla manifestazione prevista sempre a Roma per Ottobre, durante la quale esprimeremo una voce differente, contraria alle pratiche concertative del sindacato, distanti anni luce dai reali interessi di noi precarie e precari. Le piazze non possono essere lasciate alle organizzazioni confederali, ma devono essere invase e conquistate dai movimenti e dai soggetti che entrano in conflitto con l’attuale organizzazione del lavoro. Obiettivo dell’intervento politico dei prossimi mesi su questo tema sarà il superamento delle forme virtuali ed evocative della lotta, per una partecipazione estesa e diffusa alle rivendicazioni sociali all’insegna dell’autonomia e dell’antagonismo che ha nello sciopero metropolitano la sua direzione più naturale ed efficace. Le lotte delle banlieues, degli studenti e dei precari in Francia impongono questa priorità e questa discontinuità, avendo portato alla luce potenzialità sociali sovversive non solo francesi, ma europee.

Ancora una volta intendiamo ribadire l’importanza della lotta per la chiusura di tutti i Cpt presenti sul territorio nazionale. A tale scopo sarà necessario incalzare il nuovo governo nelle piazze, ma anche disturbare concretamente il funzionamento dei Cpt, con l’obiettivo di accrescere le difficoltà della forza pubblica nella gestione di tali luoghi di detenzione.

Le realtà antagoniste richiamano ancora tutte le strutture di movimento all’importanza e alla necessità di un antifascismo militante a testa alta, contro lo sviluppo di forme di infiltrazione e radicamento fascista nei quartieri, per l’espulsione dei fascisti dalle scuole e dalle università, per le pratiche volte ad impedire le marce fasciste nelle nostre città. Contestualmente viene chiesta la liberazione di tutte le antifasciste e tutti gli antifascisti arrestati l’11 marzo a Milano e in altre occasioni e la fine delle persecuzioni giudiziarie contro l’antifascismo militante. In particolare contestiamo con forza l’uso politico dell’incriminazione per “devastazione e saccheggio” e della formula giuridica del “concorso morale” contro le militanti e i militanti del movimento.

La realtà di movimento qui riunite intendono farsi portatrici di una pratica politica autonoma dalle strutture di partito, quali esse siano, e dalle istituzioni. Il nostro posto è qui, nella condivisione conflittuale ed antagonista delle lotte e nella costruzione di un mondo differente attraverso l’estensione degli s