CORRISPONDENZE - LAVORO

 

 

 

 

OLIMPIADI E SFRUTTAMENTO DEL LAVORO

Dal 10 al 26 febbraio 2006 Torino e la sua provincia ospiteranno i Giochi Olimpici invernali. Alcune situazioni di sfruttamento del lavoro salariato nei cantieri mostrano come l’interesse dei grandi gruppi capitalistici si sia profon­damente insinuato anche nell’ambito delle manifestazioni sportive. In particolare per Torino le Olimpiadi sono l’orpello con cui si cerca di rilanciare l’immagine della città e si propaganda la ripresa dell’economia e dell’occupa­zione. In realtà, che fine fanno gli 8000 edili che hanno lavorato nei cantieri olimpici? Intanto ricordiamo alcune situazioni lavorative in cui essi erano impiegati. Consideriamo una delle grosse ditte che hanno ottenuto gli appalti, la Garboli (Villaggio Media Italgas e quartieri Spina 1 , 2 e 3). I suoi dipendenti erano solo il 20% del totale al lavoro, mentre il resto del personale era assunto da ditte sovrappaltatrici. Inoltre di questo 20% i dipendenti fissi dell’azienda (circa un terzo) sono stati costretti alla trasferta in altre città d’Italia, con la medesima paga e vitto e alloggio, mentre i rimanenti erano lavoratori temporanei. Per quanto riguarda i lavoratori delle ditte in subappalto (l’80%, abbiamo detto), più della metà erano stranieri, assunti con contratti part-time, di tre o sei mesi, alla scadenza dei quali sono stati costretti a continuare a lavorare in nero, anche 12 ore al giorno (anche il sabato e la domenica), e spesso con il sistema del cottimo, che sarebbe proibito dal contratto nazionale! Nessuno ha provveduto a fare controlli su queste condizioni lavorative. Molti di loro che hanno subito un infortunio sono stati ricattati e indotti a mettersi in mutua, per evitare guai all’azienda. Una tale assenza di sicurezza può far immaginare in quali condizioni sarebbero costretti a lavorare gli sventurati che dovessero scavare i tunnel del TAV, in mezzo all’amianto e all’uranio. Quasi tutti questi lavoratori hanno accettato la tessera dei sindacati istituzionali, da parte di funzionari che poi non si sono praticamente mai fatti vedere. Per non intralciare il businness olimpico ed evitare il malcontento dei suoi padrini politici, il sindacato non ha espresso alcuna posizione nè un minimo di linea riguardo a questa categoria. Anzi, un volantino di denuncia redatto spontaneamente dagli operai ha suscitato, come risposta della CGIL, un’ora e mezza di inconcludente assemblea e nulla più. Anche le condizioni di vita, oltre che quelle di lavoro, in molti casi sono risultate drammatiche. Da “La Stampa” del 20 novembre scorso, ad esempio, abbiamo appreso che 130 lavoratori di origine cinese e cingalese, regolarmen­te assunti e portati in Italia dalla “Consortium Mfp”, l’impresa con sede a Nichelino che ha ottenuto dal Toroc l’appalto per la costruzione di alcune tensostrutture a Cesana, vivevano nella frazione di Oulx Puy-Beaulard, stipati in una casa alpina da 50 posti, trasformata in un dormitorio-alveare con centinaia di letti, valigie, vestiti accatastati in ogni angolo disponibile. Dunque condizioni di sfruttamento che spesso riguardano i paesi asiatici in realtà esistono anche da noi, e non turbano minimamente i nostri italianissimi padroni!

Oggi, alla fine dei cantieri, la maggior parte degli 8000 edili si aggiungono alla schiera dei disoccupati; alcuni di essi seguiranno qualche cantiere di altri grandi lavori in giro per l’Italia, molti stranieri saranno spinti all’illegalità ed alla clandestinità, da cui spesso provenivano. Più in generale, gli edili sono la cartina di tornasole dell’attuale mercato del lavoro: precari, flessibili, malretribuiti. In più questo settore tende ad assorbire gli esuberi e i licenziati provenienti dal settore metalmeccanico, il che aumenta ulteriormente le difficoltà di occupazione e la situazione d’incertezza. A chi dunque va raccontando che le Olimpiadi e le Grandi Opere rilanciano l’occupazione noi chiediamo: per quanti, a quali condizioni e per quanto tempo? La risposta è: per pochi, in condizioni lavorative pessime, in regime di precarietà quasi totale. Di fronte a questa situazione sfavorevole crediamo che sia sempre più urgente una coesione nella lotta dei lavoratori al di là della categoria e in solidarietà con gli immigrati, condotta su obiettivi unificanti uno dei quali potrebbe essere il reddito minimo garantito.

Pino, un lavoratore edile dell’Inchiesta Operaia

 

 

Torna a SOMMARIO

 

LAVORATORI IN LOTTA – LA SCINTILLA A POMIGLIANO D’ARCO

Il 14 febbraio 2006, 6.000 operai dell’Alfa Sud di Pomigliano hanno bocciato in assemblea il contratto dei metalmeccanici. I sindacalisti confederali, cui all’assemblea del secondo turno gli operai in massa hanno impedito di parlare, hanno convocato ugualmente il referendum: 1.900 no e 400 sì.

Per la sconfitta è scattata subito la rappresaglia: la Fiat ha licenziato 8 operai, tutti dello SLAI Cobas, (5 dell’Alfa e 3 della collegata TNT) con l’accusa di “aver  capeggiato” la contestazione ai sindacati.

Da subito la Fiom di Rinaldini si è distinta nelle menzogne, parlando di “un’assemblea impedita da persone non occupate nello stabilimento” (Il Manifesto 15.2.06). La verità sulla vicenda è testimoniata da un video girato dai compagni dello SLAI Cobas, che documenta l’arroganza dei sindacalisti confederali e la spontanea presa di posizione dei lavoratori contro di loro.

Da questo episodio è nata una serie di iniziative di solidarietà con i licenziati di Pomigliano, tenutesi in varie città d’Italia, culminate nell’assemblea nazionale del 25 marzo a Napoli.

Riportiamo le conclusioni dell’assemblea pubblicate su Indymedia il 30 marzo.
Materiale di documentazione sul contratto è reperibile ad esempio al sito www.cublombardia.it.

CONCLUSIONI DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 25 MARZO 2006 A NAPOLI
SU SALARIO, PRECARIETA’, PENSIONI, DEMOCRAZIA NEI POSTI DI LAVORO
E CONTRO LA REPRESSIONE PADRONALE

Il licenziamento politico degli 8 operai di Pomigliano da parte della Fiat e della TNT (rei di aver “capeggiato” la contestazione ai sindacati confederali e la solenne bocciatura in assemblea del contratto-bidone dei metalmeccanici) è non solo un tentativo di decapitare la struttura di fabbrica dello Slai Cobas di Pomigliano, ma soprattutto il tentativo del padronato (e dei consenzienti CGIL­CISL-UIL) di impedire con una illecita repressione da “regime” il rilancio e l’organizzazione della diffusa volontà dei lavoratori di opporsi alle politiche in atto di concertazione e precarizzazione dell’intero mondo del lavoro dipendente. Una pratica liberticida che non è della sola Fiat ma che si accentua di pari passo al progredire della crisi (e dell’autoritarismo delle politiche di guerra commerciale e guerreggiata) e dell’esigenza padronale di recuperare margini di profitto agendo sulla costante riduzione del costo di lavoro. Eventi che prospettano, nel prossimo futuro post elezioni politiche (indipendentemente dalla vittoria del centro-destra o del cosiddetto centro-sinistra) il rilancio della concertazione sindacale ed un rinnovato e devastante attacco alle condizioni lavorative e sociali. Questi licenziamenti sono stati solo gli ultimi atti di repressione padronale e statale: basta ricordare il licenziamento dei 5 lavoratori del Collettivo Precari Atesia di Roma o le misure restrittive nei confronti di lavoratori aderenti al Sindacato dei Lavoratori in Lotta di Napoli, o l’inasprimento delle normative antisciopero e la criminalizzazione dei lavoratori dell’ATM di Milano o quella degli aeroportuali, solo per fare alcuni esempi.

Per combattere i licenziamenti di rappresaglia politico-sindacale e i licenziamenti tout court, occorre andare oltre la solidarietà, e adoperarsi, collettivamente, per costruire organizzare e rilanciare insieme un forte movimento di massa e unitario, “di resistenza e controffensiva” nei posti di lavoro e nel territorio (come in questi giorni sta avvenendo in Francia) per contrastare le politiche antiproletarie che continuano ad indebolire e fiaccare i lavoratori in tutti i settori, condannandoli, insieme alle loro famiglie, al ricatto della precarietà a vita e la collocazione in fascia di povertà, a “sotto-diritti e sotto-salario”.

Un nuovo movimento di massa per rompere i confini delle specifiche categorie ed andare oltre la “resistenza” su temi ed obiettivi anticonsociativi ed intercategoriali sulle questioni fondamentali del recupero salariale adeguato ai bisogni reali (aumenti consistenti e egualitari, recupero automatico dell’inflazione reale, rivalutazione pensioni e servizi pubblici ecc.), e garanzia del reddito, lotta alla precarizzazione in atto del lavoro dipendente (con l’abrogazione del pacchetto Treu e della legge 30 e per la stabilizzazione dei lavoratori variamente “atipici”), e per la democrazia nei posti di lavoro (con conferimento di diritti sindacali forti ai lavoratori e da loro esigibili).

Un movimento di massa in cui tutti coloro che si oppongono alla concertazione e allo sfruttamento partecipino pienamente con pari diritti, senza prevaricazioni e rompendo le logiche di appartenenza che hanno spesso segnato le esperienze di resistenza e di organizzazione nel corso di questi anni che hanno tra l’altro contribuito a rendere difficoltosa una risposta di massa da parte dei lavoratori.

Partendo da queste considerazioni, comuni ai partecipanti all’assemblea, le proposte operative formulate nelle conclusioni sono:

1                    Adesione e invio di delegazioni da parte delle realtà partecipanti alla manifestazione romana di venerdì 31 marzo “Per l’unità delle lotte sociali e contro la precarietà”, quale primo segnale di una condivisione degli obiettivi e di apertura di un percorso verso una mobilitazione comune e sempre più di massa. (La manifestazione è indetta da Collettivo Precari Atesia, Cobas Telecontact center, Lavoratrici/tori Cobas XCOS, Lavoratrici/tori autorganizzati ACI Informatica, Cobas Lavoro Privato – settore comunicazioni, Cobas Atesia, Assemblea coordinata e continuativa contro la precarietà, Coordinamento lavoratrici e lavoratori Roma Ovest, Comitato Precari Roma Est, COCITTOS ­Coordinamento cittadino operatori sociali, CSOA “I PO’ “, Corrispondenze Metropolitane, e partirà da Piazza Barberini alle ore 17.00.)

2                     Stesura di una bozza di piattaforma sui punti discussi in assemblea: salario, precarietà e democrazia sindacale. Una piattaforma che, approvata dagli organismi che hanno partecipato all’assemblea e da quanti altri vorranno unirsi a questo percorso, sia usata quale strumento comune di intervento nei posti di lavoro e nel territorio e per promuovere una manifestazione nazionale entro maggio.

3                     Manifestazione nazionale entro maggio quale inizio di un percorso comune stabile tra tutte le realtà, finalizzato a coordinare tutte le forze sindacali e politiche che non accettano le politiche della concertazione.

4                     Utilizzo in tutte le località in cui si è presenti delle manifestazioni del 1° maggio per diffondere questa piattaforma e l’appuntamento della manifestazione nazionale.

 

La versione definitiva della piattaforma (la cui bozza sarà inviata a breve alle realtà partecipanti) e la data della manifestazione saranno definiti in una riunione che proponiamo di tenere a Roma o giovedì 13 aprile o giovedì 20 aprile.

L’assemblea nazionale riunita a Napoli il 25 marzo ha inoltre espresso piena solidarietà agli arrestati per i fatti di Milano dell’11 marzo 2006 e ne richiede l’immediata scarcerazione, al contempo non può che rilanciare l’allarme per il riorganizzarsi dell’estrema destra, da sempre al servizio del capitalismo e contro i lavoratori, che in questa fase usufruisce anche del sostegno derivato dalla partecipazione di suoi esponenti nelle liste elettorali del centro destra.

Copromotori e compartecipi con lo Slai Cobas dell’assemblea nazionale del 25 Marzo 2006 a Napoli:

Alternativa sindacale - Melfi Assemblea Coordinata e Continuativa Contro la Precarietà - Roma Area Antagonista Campana - Campo Antimperialista - Centro documentazione Le radici e le ali - Aversa Centro Sociale Autogestito Vittoria - Milano  Collettivo Internazionalista - Napoli - Collettivo Precari Atesia - Roma  Collettivo Corrispondenze Metropolitane - Roma Collettivo Prendiamo la parola - Comune di Milano Collettivo Red Link Collettivo redazionale di Teoria & Prassi Comitato Iraq libero  Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC) Confederazione Cobas Coordinamenti contro lo scippo del tfr e la precarietà Coordinamento Lavoratori Comunisti Coordinamento Lavoratrici e Lavoratori Roma Ovest (Claro) - Corsisti SLL - Ponticelli (NA)  Disoccupati e Precari RdB - Federazione Regionale Campana dell’RdB/CUB  FGCI Bergamo Laboratorio resistenza sulla guerra - Roma Laboratorio sociale la talpa  l’Altra Lombardia SU LA TESTA - Libreria Quarto Stato - Aversa  Precari Asu e Puc Enti Locali della Sicilia Presidio di lotta contro l’inceneritore - Acerra  Progetto Comunista (ROL) Redazione di Roma Operai Contro-ASLO Redazione Legittima Difesa di Umbria e Toscana - Sincobas Rsu Mirafiori Torino  Unione Sindacale Italiana

 

Torna a SOMMARIO

 

 

LOTTA CONTRO IL CPE IN FRANCIA

Come valutazioni sulla lotta contro il CPE in Francia, che alla fine di marzo sembra lungi dall’essere conclusa, riportiamo stralci di due documenti:

  1. - Un volantino della CCI, redatto all’inizio della protesta , che incita ad un’unità tra studenti e lavoratori che giunga a mettere in discussione l’ intero ordinamento capitalistico.

  2. - Un comunicato del CUA (Collettivo Universitario Autonomo) di Torino, relativo soprattutto alla manifestazione del 16 marzo, che pone l’accento sul ruolo degli studenti e sul valore delle forme assembleari assunte dal movimento.
    Entrambi i testi collegano questa lotta con il movimento delle banlieue dello scorso novembre.

 

1.CORRENTE COMUNISTA INTERNAZIONALE A PARIGI – VOLANTINO 6 MARZO 2006

www.internationalism.org

Studenti, liceali, futuri disoccupati o futuri precari, operai al lavoro o senza lavoro: stessa lotta contro il capitalismo!

...Le istituzioni dell’educazione nazionale (collegi, licei, università…) sono diventate fabbriche di disoccupati, serbatoi di mano d’opera a buon mercato. E’ proprio perché l’hanno compreso, che le assemblee di studenti, come a Caen, hanno mandato delle delegazioni presso i lavoratori delle imprese vicine e presso i giovani disoccupati delle città per chiamarli ad unirsi alla lotta. Il CPE è la precarietà organizzata. Ma la precarietà non colpisce unicamente i giovani. Tutte le generazioni di proletari sono toccate da disoccupazione, precarietà e miseria.
È anche per questo che, in certe università come quella di Parigi III Censier, gli stessi insegnanti ed il personale ATOS si sono messi in sciopero in solidarietà con gli studenti.
Il CPE è un’espressione del fallimento del capitalismo!
Di fronte alle sommosse che hanno arroventato le periferie nel mese di novembre, la borghesia, il suo governo, i suoi partiti politici, hanno riportato l’ordine imponendo il coprifuoco, espellendo fuori dalle frontiere nazionali i giovani immigrati che non rispettano la loro "terra di accoglienza". Oggi, quelli che ci governano vogliono continuare a "far piazza pulita" dei figli della classe operaia con un cinismo senza limite: è in nome del "l’eguaglianza dell’opportunità" che ci promettono, col CPE, la precarietà e la miseria. Con il CPE, i giovani che avranno la "chance" di trovare un impiego alla fine dei loro studi saranno alla mercé dei
padroni. Nessuna possibilità di trovare un alloggio, di fondare una famiglia, di nutrire i loro figli. Ciò vuole dire che ogni giorno dovranno andare al lavoro con la paura in corpo, con l’angoscia di ricevere la famosa "lettera raccomandata" con la sua sinistra sentenza: LICENZIATO! Ecco cosa è la schiavitù salariale! Ecco cosa è il capitalismo!
La sola "eguaglianza" contenuta nel CPE è l’uguaglianza della miseria: accatastamento nelle città ghetto, piccoli lavori precari, disoccupazione, RMI, sopravvivenza giorno per giorno. Ecco l’"avvenire radioso" che la classe dominante, la borghesia ed il suo Stato "democratico" promettono a colpo sicuro ai figli della classe operaia!
...Giorno dopo giorno, il sistema capitalista che domina il mondo ci dimostra che deve essere rovesciato. Ed è proprio perché ciò si comincia a comprende che all’università di Parigi Tolbiac, in un’AG (assemblea generale), gli studenti si ritrovano dietro una mozione che afferma "bisogna farla finita con il capitalismo!"
È anche per questo che a Parigi Censier, venerdì 3 marzo, gli studenti hanno invitato una compagnia di teatro a venire a cantare dei canti rivoluzionari. La bandiera rossa sventola e parecchie centinaia di studenti, insegnanti, personale ATOS cantano l’INTERNAZIONALE. Il "Manifesto comunista"di Karl Marx è distribuito.
All’interno dell’università la parola Rivoluzione è pronunciata, ripetuta. Intorno allo spettacolo si discute della lotta di classe, si rievoca la rivoluzione russa del 1917 e le grandi figure del movimento operaio, come Rosa Luxemburg assassinata vilmente, col suo compagno Karl Liebknecht nel 1919 durante la rivoluzione tedesca, dagli assassini agli ordini del partito socialista che dirigeva il governo...
Studenti, la vostra collera contro il CPE può essere solamente un colpo di spada nell’acqua se restate isolati, chiusi nei muri dell’università o del liceo! Esclusi dai luoghi di produzione, non avete nessun mezzo per fare pressione sulla borghesia paralizzando l’economia capitalista.

Lavoratori salariati, disoccupati o pensionati, bisogna mobilitarsi, sono i vostri figli ad essere attaccati adesso! Siete voi che avete prodotto e producete ancora tutte le ricchezze della società. Siete voi che siete il motore della lotta contro il capitalismo!
Giovani disoccupati delle periferie, non siete i soli ad essere "esclusi!" Oggi siete trattati da "teppaglia". Non è la prima volta: nel 1968 i vostri genitori che si rivoltarono contro lo sfruttamento capitalista furono trattati da "facinorosi". L’unica prospettiva, il solo avvenire non sono le violenze cieche, gli incendi di automobili. Il solo avvenire è la lotta solidale ed unita di tutta la classe operaia, di tutte le generazioni! E’ negli scioperi, nelle assemblee generali, nelle discussioni sui posti di lavoro e di studio, nelle manifestazioni di strada che bisogna esprimere Tutti Uniti la nostra collera contro la disoccupazione, l’impiego precario e
la miseria!
Abbasso il CPE! Abbasso il capitalismo!
La classe operaia non ha più niente da perdere se non le proprie catene. Ha invece un mondo da guadagnare.

2. COLLETTIVO UNIVERSITARIO AUTONOMO - COMUNICATO DEL 19.3

...Da settimane si svolgono nelle Università e nei licei di tutta la Francia assemblee e vengono ovunque votati scioperi e occupazioni, in molti casi con il completo blocco dei corsi universitari. La manifestazione del 16 ha mostrato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, da che parte stanno gli studenti francesi e quale e quanto grande è la loro determinazione a proseguire la lotta. Di fronte alla miopia di chi mette in primo piano la frequenza ai corsi rispetto a una mobilitazione che sta determinando il quadro politico francese e riguarda problemi che toccano le vite di tutte e tutti in tutta Europa, il movimento ha risposto compattamente con il proseguimento dei blocchi e con le mobilitazioni di piazza. Tutti i blocchi, del resto, sono stati decisi nelle assemblee: chi invoca referendum organizzati che si sostituiscano ad esse non ha evidentemente compreso che i movimenti di protesta differiscono dalle dittature, che impongono l’unanimità, e dalle democrazie, che procedono alla conta dei voti sulla base di un concetto di eguaglianza puramente formale, per il fatto che mettono in primo piano la dimensione qualitativa della partecipazione e il protagonismo reale, la mobilitazione e l’impegno politico pratico. Le sirene perbeniste dei governi sulla legalità e il rispetto delle opinioni di chi non vuole partecipare alla protesta, che di solito anticipano di poche ore le manganellate della polizia, non ci convincono: per noi il voto di un’assemblea, luogo di discussione che già di per sé prevede per lo meno un mettersi in gioco, non potrà mai essere equiparato al gesto passivo e in realtà mistificante di inserire la scheda nell’urna. …interi licei della banlieue hanno aderito e partecipato al corteo, rispedendo al mittente la considerazione del primo ministro secondo cui il CPE sarebbe pensato proprio per loro. Ha fatto notare uno studente banlieusard ai giornali: "Non è questo palese razzismo? Dunque non solo siamo gli esclusi, ma dobbiamo tollerare anche differenti condizioni di lavoro rispetto agli altri francesi?". Le molte azioni praticate dai giovani di periferia ieri nel centro di Parigi hanno rappresentato un arricchimento del contesto politico e sociale della mobilitazione, sono state per molti di loro l’occasione per quella calata sul centro di Parigi che era stata loro impedita quest’autunno con la militarizzazione della città. I problemi che vi sono, molto spesso, tra loro e altri studenti, sono espressione di un’assenza di confronto e di una diffidenza reciproca che è per molte ragioni comprensibile e che sarebbe ipocrita negare, ma sono anche un elemento frenante per la costruzione di un movimento sempre più ampio, e in questo senso deve essere tentativo di tutte e tutti ambire a superarle.In questo senso l’atteggiamento di certi radical chic che annunciano azioni dimostrative ma si dileguano non appena vedono qualcuno con il cappuccio e la pelle nera, costituisce un comportamento grave e politicamente regressivo. Crediamo sia importante che tutte le studentesse e tutti gli studenti italiani riprendano l’attività assembleare e la discussione di nuove iniziative di lotta contro lo stato attuale dell’Università e del lavoro giovanile, in modo che lo sforzo delle studentesse e degli studenti francesi non resti isolato. Nel momento in cui l’Europa procede, pur con molti problemi, sulla via dell’unificazione politica, è compito dei movimenti autonomi e antagonisti, dei movimenti studenteschi, dei movimenti antifascisti e antirazzisti dare respiro alla tendenza delle lotte dei differenti paesi a unificarsi. Gli studenti universitari sono un soggetto unito da molti fattori a livello internazionale: colpiti sul luogo di studio dalle riforme dell’Università e della ricerca che hanno impoverito i contenuti scientifici e le pratiche di discussione e apprendimento, vivono in prima persona, accanto ad altri soggetti sociali, le conseguenze della deregolamentazione selvaggia del mondo del lavoro e la precarietà come orizzonte quotidiano...

 

 

Torna a SOMMARIO

 

 

FRANCIA: VITTORIA DEL MOVIMENTO CONTRO IL CPE
UNA (PARZIALE) VALUTAZIONE

Lunedi 10 aprile il Presidente Chirac ha annunciato che la legge contenente il CPE (Contratto di Primo Impiego) sarà “sostituita”, sancendo la vittoria di un movimento studentesco che si è protratto per due mesi con forti mobilitazioni. Il 5 aprile, ovvero alcuni giorni prima, si era svolta un’assemblea all’Università di Torino con una delegazione di studenti francesi (circa 100 partecipanti). Quell’assemblea ha fornito alcuni elementi per una valutazione delle caratteristiche del movimento; eccone un breve resoconto (redatto appunto il 5 aprile, a movimento in corso). -Il movimento contro il CPE è partito dalle università (per la precisione non a Parigi, ma a Rennes); ad esso si sono collegati i liceali e in un secondo momento lavoratori e “sans-papiers”. Quindi vi sarebbe la possibilità di unificare diverse rivendicazioni in una lotta comune; tuttavia c’è difficoltà ad amalgamare le varie componenti (infatti assemblee con studenti e lavoratori insieme non ce ne sono). -Gli studenti si organizzano per lo più in maniera spontanea e assembleare, anche se il ruolo di interlocutore con il governo è svolto per lo più dalla minoranza dei giovani dell’UNEF, il sindacato studentesco filo-Jospin, che fa da freno alla parte più radicale del movimento. -I lavoratori si sono mossi tiepidamente, e in forme abbastanza “tradizionali” (cortei cittadini e striscioni, non blocchi stradali e delle stazioni etc.). Sono controllati dai sindacati (CGT) e da alcuni partiti della sinistra istituzionale, come Lutte Ouvriere. -I banlieuesards si sono mossi poco e in alcuni casi con bande che si schierano contro gli stessi studenti di Parigi (!), rendendo evidente che per ora ci sono difficoltà a saldare il movimento contro il CPE con le forze sociali che si sono rese protagoniste delle sommosse dello scorso novembre. Ad esempio, l’università di Paris 8, che è nella banlieue, nella quale il 60% degli iscritti è salariato, non è stata bloccata per la scarsa adesione alle proteste. A Parigi città invece pressochè tutte le università sono o chiuse dalla polizia (ad es. la Sorbonne) o bloccate dagli studenti. -Il bilancio della repressione è per ora di circa 1500 tra arresti e fermi. Circolano tra i manifestanti nominativi di avvocati che spiegano loro come comportarsi nelle caserme della polizia. -La possibilità di estendere la protesta oltre l’obiettivo specifico del ritiro del CPE è scarsa, quantunque si facciano dei tentativi in questo senso; la maggior parte degli studenti non è in alcun modo politicizzata, e la propaganda di posizioni esplicitamente anti-capitaliste non è predominante. Occorrerà molto tempo e molto lavoro in questa direzione, che però molti degli studenti coinvolti (ricordiamo che si tratta di centinaia di migliaia) sembrano disposti a spendere, poiché questa esperienza sembra lasciare su di loro una traccia significativa, comunque vadano le cose. E’ stato comunque ricordato che un corteo di venerdì 31 marzo è terminato a Montmartre con danni alla basilica del Sacro Cuore, «costruita per lavarsi la coscienza dei 40000 comunardi massacrati nel 1871».

Il 2 maggio a Parigi, dopo la manifestazione del Mayday del giorno prima, si è svolta un’assemblea europea degli studenti, allo scopo di confrontarsi su questa esperienza di lotta e portare avanti progetti futuri coordinandoli a livello internazionale.

 

 

Torna a SOMMARIO

 

 

ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 13 MAGGIO A ROMA

E’ stata convocata per il 13 maggio a Roma l’assemblea nazionale sui problemi legati al mondo del lavoro. Si tratta della seconda tappa di un percorso di cui avevamo parlato nel bollettino di marzo, iniziato con i licen­ziamenti all’Alfa di Pomigliano e proseguito con l’assemblea di Napoli del 25 marzo su salario, precarietà e democrazia sindacale. Segue la prima parte, una specie di introduzione politica, del lungo appello pubblicato in vista dell’assemblea sul sito dello SLAI COBAS, promotore dell’iniziativa. Per essere aggiornati direttamente, vedere il sito www.slaicobasmilano.org.

Appello per una riunione nazionale su salario, precariato, democrazia nei posti di lavoro
per dare vita a una mobilitazione unitaria, condivisa e permanente
Sabato 13 maggio, a Roma, ore 9.00

La concertazione e la precarizzazione di tutto il lavoro dipendente progrediscono di pari passo con l’approfondirsi della crisi del capitalismo, in Italia come negli altri paesi “sviluppati”. Ad essi si accompagnano l’autoritarismo delle politiche di guerra commerciale e guerreggiata, che sul piano dei rapporti tra le classi si articolano anche in una crescita della repressione padronale (in Italia spesso gestita congiuntamente con i sindacati confederali, come avvenuto col licenziamento degli 8 operai della Fiat di Pomigliano “rei” di aver bocciato il contratto metalmeccanici).

Il Pacchetto Treu e la Legge 30 (Biagi) sono solo le ultime, ma non le uniche, misure grazie a cui settori fondamentali del capitalismo italiano riescono addirittura ad aumentare i loro margini di profitto, pur permanendo una condizione di crisi che indebolisce l’Italia sul piano della concorrenza internazionale.

Il drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro creato da queste misure è parte integrante della vita quotidiana di milioni di lavoratori, che cominciano, però, a tentare di opporsi a questa situazione. Non solo in Francia come avvenuto con il movimento di massa contro i CPE e i CNE, ma anche in Italia. Pomigliano (8 licenziati), la lotta dei Precari Atesia di Roma (5 licenziati) e quella dei precari ASU e PUC in Sicilia, le iniziative in varie città italiane di lavoratori in corso di precarizzazione o già precarizzati (negli ospedali a Roma, all’aeroporto di Malpensa, all’ Alicos a Palermo, ecc.) sono altrettanti segnali di una volontà di resistenza e di controffensiva che si va affermando, imposta dalle condizioni del lavoro. Ma queste lotte non solo il più delle volte sono sepolte dal silenzio stampa e non sono adeguatamente sostenute dalla nostra controinformazione, ma sono destinate a ripiegare su se stesse e a essere sconfitte, se non troveranno reciproci collegamenti, una rete nazionale organizzata, obiettivi e scadenze comuni e condivisi, che ne favoriscano la generalizzazione e la durata.

Fin dall’assemblea nazionale di Napoli del 25 marzo 2006, in solidarietà con gli operai licenziati di Pomigliano, come Slai Cobas abbiamo posto la questione di andare oltre la solidarietà e adoperarsi, collettivamente, per costruire, organizzare e rilanciare insieme un forte movimento di massa e unitario, “di resistenza e controffensiva” nei posti di lavoro e nel territorio. Pensiamo si debba fare assieme un salto di qualità per contrastare le politiche antiproletarie che continuano a indebolire e fiaccare i lavoratori in tutti i settori, condannandoli, insieme alle loro famiglie, al ricatto della precarietà a vita e la collocazione in fascia di povertà a “sotto-diritti e sotto-salario”.

Un salto di qualità che ci permetta di superare divisioni, campanilismi di sigla e una gestione delle lotte limitata alle singole realtà aziendali e/o locali. Un salto di qualità che consenta l’unificazione dei lavoratori e superi la ritualità e l’autoreferenzialità di scadenze nazionali a intervalli irregolari decise dai “vertici” del sindacalismo di base. Manifestazioni e iniziative nazionali condotte finora senza un percorso continuativo comune tra l’una e l’altra e senza un agire unitario a partire dai posti di lavoro; ma al contrario spesso portate avanti con la sola ottica di acquisire più tesserati, se possibile a scapito delle sigle “concorrenti”.

Un salto di qualità impostoci anche dall’esito delle elezioni politiche, che con la formazione di un governo di centro sinistra, vedrà un rilancio della concertazione e della consociazione col padronato (una maggior integrazione dei sindacati nello stato), con un ruolo primario dei sindacati confederali...

 

 

Torna a SOMMARIO

 

 

RESOCONTO DELL’ASSEMBLEA DEL 13 MAGGIO A ROMA

Il 13 maggio si è svolta a Roma un’assemblea nazionale su salari e precarietà, promossa dallo SLAI Cobas e alla quale hanno aderito diversi raggruppamenti da tutta Italia, per un totale di un centinaio di partecipanti. I compagni del Circolo Internazionalista di Torino che sono intervenu­ti hanno ribadito l’importanza di un percorso unitario che tenda a coordinare le varie situazioni di lotta nel mondo del lavoro e la necessità dare una connotazione politica alle varie azioni. Una prossima scadenza unitaria dovrebbe essere a fine settembre - inizio ottobre, quando presumibilmente il nuovo governo Prodi metterà a sua volta in discussione le conquiste fatte in passato dai lavoratori con la nuova manovra finanziaria. La mobilitazione che ha portato a questa assemblea era partita dal licenziamento pretestuoso di 8 delegati SLAI Cobas all’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco, dopo che lo scorso 14 febbraio lo stabilimento in questione aveva bocciato il contratto metalmeccanici sottoscritto dai sindacati confederali. Questi otto delegati sono stati riammessi in azienda in seguito ad una vertenza legale, e senz’altro grazie alla campagna di denuncia della vicenda svoltasi in varie città italiane nei mesi passati. A margine dell’assemblea, nel pomeriggio, si è svolto poi un incontro tra rappresentanti di raggruppamenti internazionalisti di Torino, Milano, Roma e Napoli, allo scopo di confrontarsi su alcune questioni teoriche e porsi degli obiettivi comuni dal punto di vista pratico. I temi affrontati sono stati l’imperialismo italiano, la resistenza irachena, il processo di costituzione del polo imperialista europeo, l’immigrazione. Come primo risultato, si è deciso di portare avanti in maniera coordinata la campagna già in atto di denuncia e azione politica sul tema del ritiro dei militari italiani dall’Irak e da tutti gli scenari di guerra, a partire dal 2 giugno e nelle scadenze successive.

 

 

Torna a SOMMARIO

 

 

Dal presidio EATON di Rivarolo Canavese

Ormai da più di un mese l’azienda Eaton di Rivarolo Canavese (provincia di Torino) è presidiata dai dipendenti, che protestano per l’imminente chiusura dello stabilimento. E’ un caso emblematico degli effetti della delocalizzazione e automazione sempre più marcate che riguardano certi settori come quello metalmeccanico. Segue una corrispondenza di un compagno del Circolo Internazionalista in contatto da diversi giorni con i dipendenti dell’azienda in lotta.

Dalla fredda sera primaverile ad un pomeriggio quasi estivo rivedo oggi, 27 maggio, i compagni del presidio: la partecipazione è sempre numerosa, vedo anche due o tre bandiere a strisce della CISL a parte le solite rosse della FIOM.

Il presidio tiene, viene persino un compagno da Bosconero, lo stabilimento dei “bravi”, a maggioranza UIL e CISL, con un solo delegato FIOM. Qui, a Rivarolo Bicocca, che è lo stabilimento più di vecchio insediamento, le rappresentanze sindacali sono a maggioranza FIOM.

Le scadenze sono: il primo di giugno un incontro in Regione Piemonte, l’8 di giugno una marcia-fiaccolata notturna per la difesa del lavoro, il 30 giugno udienza in pretura contro la richiesta aziendale di sgombero del presidio, infine il 13 luglio la scadenza dei termini sindacali per i 199 licenziati, adesso in Cassa Integrazione Speciale. Questa cassa era stata pattuita nell’accordo di solo 14 mesi fa, nel quale l’azienda “garantiva” l’occupazione ed i livelli produttivi purchè da parte sindacale ci fosse una moratoria sul costo del lavoro e sulla flessibilità; e dopo che la Regione Piemonte aveva stanziato 4 milioni di euro da destinare alla ricerca e allo sviluppo dello stabilimento stesso!

E’ da questa menzogna che occorre partire per analizzare compiutamente la reale situazione alla Eaton. La direzione della multinazionale USA (sede centrale a Cleveland, Ohio) aveva già stabilito il passaggio del grosso della produzione di valvole al nuovo stabilimento di Bielsko Biala, capoluogo della Voivodina, regione amministrativa della Polonia. Bielsko Biala, circa 200mila abitanti, è poco distante dai confini con Cechia e Slovacchia, prossima alla città di Cracovia. A parte il costo del lavoro, è una zona di antica industrializzazione, in genere di investimenti tedeschi, con buone vie di comunicazione. Non dimentichiamo che lo stabilimento Eaton di Monfalcone è sulla direttrice di comunicazione con tale zona.

L’impianto è previsto per una grossa produzione di valvole e, seppure con una grande disponibilità di forza lavoro locale, la multinazionale USA ha impostato le linee produttive con una automazione doppia rispetto agli stabilimenti canavesani di Rivarolo e Bosconero. Si può persino supporre (fatta salva un’improbabile ripresa a razzo della produzione del settore auto) che anche Bosconero debba in futuro chiudere o ridimensionarsi. Che il trasferimento fosse stato programmato con cura lo si può rilevare da un dato: alla Eaton di Massa i magazzini sono zeppi di valvole, questo per una polmonatura di mercato in attesa della messa in
produzione ottimale dello stabilimento polacco.

La situazione è dunque oltremodo chiara, grave. Non si fanno investimenti di tale tipo, chiaramente strategici, senza una programmazione precisa, e valutando anche i costi dell’abbandono delle vecchie sedi di produzione. Ovviamente il sindaco di Rivarolo, di AN, concede lo spazio ai lavoratori presso la Mostra del Canavese, l’europarlamentare Rizzo porta domani al presidio la solidarietà del PdCI, si avrà un incontro a breve con il ministro del lavoro a Roma, ed è stato deciso dalle tre confederazioni uno sciopero di solidarietà nazionale sulla occupazione a rischio.

Ma è d’altronde chiara la debolezza sindacale nel momento in cui a Bosconero continuano gli straordinari, e la moderazione “corporativa” dello stabilimento non tiene conto che la messa in mobilità, ove i licenziamenti fossero confermati, dovrà ovviamente interessare anche tale sede. I tempi del licenziamento potranno forse essere allungati: a Rivarolo sono stati infatti comandati al lavoro dalla locale direzione di stabilimento 21 lavoratori, e questo potrebbe essere impugnato dai sindacati in una vertenza legale per posticipare i termini della messa in mobilità.

Ancora vertenze legali e non lotte dei lavoratori, questo il contesto che la fase sembra suggerire. Assente l’intervento politico sul sociale, abbonda solidarietà dichiarata da parte di istituzioni, parrocchie, partiti e quant’altro. Se a questo si aggiunge che al presidio gli operai hanno solo tessere FIOM, si può affermare che, in Canavese come altrove, una solidarietà militante non c’è; nel contesto culturale politico, dominato dal moderatismo e dal berlusconismo, gli operai sono ancora una volta soli.

Il contesto politico sindacale è di fatto solo quello che da anni porta avanti più che lotta un “accompagnamento” alla pensione per i fortunati e la disoccupazione per i più. E questo da anni non si deve dire, ma rimuovendo il conflitto di classe, la sua connotazione strutturale, economica, dunque politica, non si può che galleggiare, o affondare le più volte, nella palude delle compatibilità del sistema di mercato. Non può che essere altrimenti con la accettazione, di fatto, da parte dei sindacati della attuale globalizzazione produttiva, delle regole del capitalismo.

Con le prossime scadenze, di giugno e soprattutto del 13 luglio, i lavoratori, gli operai della Eaton, dovranno confrontarsi, scontrarsi, con questa realtà. La resistenza non può che partire dalla lotta.

GARIN

 

 

Torna a SOMMARIO

 

 

LA “PRECARIETA” E’ UNA CARATTERISTICA PECULIARE DEL LAVORO NEL
CAPITALISMO

Il posto di lavoro nel capitalismo è legato alle leggi generali della concorrenza che lo dominano, è legato al mercato e non alle esigenze dei lavoratori e dei consumatori e quindi è sempre precario. Anche il prezzo della “forza lavoro”, cioè il salario, lo stipendio, dipende dalla domanda e dall’offerta e si confronta sul mercato mondiale. Un salario “occidentale”, a parità di condizioni di investimenti e di tecnologia, non è competitivo con un salario cinese, indiano o dei paesi dell’Est Europa, dove per ora i livelli di vita sono più bassi. Le leggi Treu e Biagi in Italia cercano di abbassare il prezzo della “forza lavoro” per una fetta sempre più ampia di lavoratori, non solo quelli meno specializzati, e soprattutto renderla “flessibile”, cioè adattabile al “ciclo di affari” delle imprese. Per far ciò cercano di istituzionalizzare il lavoro “atipico”, che come caratteristica peculiare ha la “precarietà”.

Sul Sole 24 ore del 21/6/06 sono stati pubblicati i dati di un monitoraggio per il 2005 eseguito da ricercatori del Istituto ISFOL del Ministero del Lavoro, fatto su un campione di 22.000 imprese, società private, industriali e dei servizi.
Su 11,6 milioni di questi lavoratori dipendenti circa 1,6 milioni (cioè 13,6%) sono a “termine”, nelle varie forme: 541.000 Contratti formazione lavoro, 337.000 Apprendistato, 44.000 Contratti di inserimento, 658.000 a tempo determinato.A questi bisogna aggiungere 194.000 occupati medi annui con lavoro “interinale”, cioè affittati per brevi periodi da agenzie di collocamento private. Ci sono altri 2,4 milioni di posizioni di lavoro classificate “autonome” ma che in parte sono dipendenti mascherati, che comprendono: 654.000 lavoratori “a progetto”, 1,2 milioni di co.co.co. (collaborazioni coordinate e continuative) e 525.000 “collaboratori occasionali”. A questi dati si devono aggiungere quelli del lavoro agricolo, che per sua caratteristica è stagionale e precario, anche se limitato nel numero di addetti totali (circa 1 milione). Anche nelle aziende pubbliche ormai è molto diffuso il lavoro precario: 111.500 a tempo determinato, 3.700 formazione lavoro, 7.300 interinali e 40.500 socialmente utili per un totale di 163.000 su 3,5 milioni di dipendenti statali (5% circa) e tendono ad aumentare. Sul totale degli occupati di circa 22,6 milioni, 16,6 ml. sono lavoratori dipendenti (72%), 6,3 ml sono indipendenti (28%) che però,come visto, comprendono anche i 2,4 ml. di “autonomi” atipici che di fatto autonomi in parte non sono. Si può dunque stimare che i lavoratori indipendenti si riducano a 4-4,5 milioni (20% del totale occupati) contro una media europea del 13-15%. Questo conferma la legge individuata da Marx della tendenza alla concentrazione del capitale, con la riduzione relativa della classe borghese o piccolo borghese, che anche in Italia procede, seppure statisticamente non sia così evidente, mentre il proletariato effettivo cresce (e di questo più di un 1/5 oggi è ufficialmente “precario”). Sono processi irreversibili: l’atipicità, la precarietà e il super-sfruttamento saranno sempre di più le condizioni di milioni di lavoratori anche nei paesi sviluppati. Più della metà dei neo assunti in Italia oggi ha un contratto atipico mentre la ricchezza sociale aumenta in modo evidente. Questa contraddizione diventa oggi più chiara a molti lavoratori: perciò la nostra organizzazione di classe deve essere generale e politica, comprendente precari e non, autoctoni e immigrati, lavoratori dei paesi sviluppati e dei paesi in “via di sviluppo”, deve far crescere la coscienza internazionalista e la prospettiva comunista per tutta l’umanità, come l’unica vera alternativa. Si pone l’urgenza di raccogliere le forze soprattutto di giovani lavoratori e studenti in questa direzione, per poter dare delle valutazioni politiche basate su un collegamento reale alle varie situazioni, e agire di conseguenza.

 

 

Torna a SOMMARIO

 

 

 

 

 

LAVORO PRECARIO NEI CALL-CENTER – LA LOTTA DELL’ATESIA

 

Nell’articolo del bollettino di giugno La “precarietà” è una caratteristica peculiare del capitalismo abbiamo affrontato il tema del lavoro precario e dopo aver mostrato alcuni dati concludevamo con l’affermazione che 1/5 dei lavoratori italiani è “ufficialmente” precario. Andiamo ad esplorare un mondo la cui precarietà è “ragione di vita”: il mondo dei call center. Contrariamente all’immagine di sorridente soddisfazione di un’attività che si svolge in un ambiente asettico ed ergonomico, questo settore si contraddistingue per lo scarso rispetto delle condizioni di lavoro e del lavoratore.

Definiamo più precisamente qual è l’attività svolta dall’addetto al call center. Questa si divide in due tipologie:

-Inbound: lavoro che viene svolto a fronte di una chiamata esterna (ad esempio il 187 Telecom). Il cliente chiama e l’addetto risponde senza avere nessun potere sul flusso di chiamate entrante, egli deve “solo” alzare la cornetta a fronte di uno squillo.

-Outbound: più vicino ad una vendita “porta a porta” svolta remotamente; all’addetto viene dato in gestione un territorio virtuale sul quale egli procaccia contratti di vendita di beni o servizi. Le “liste dei contatti” vengono fornite dall’azienda al lavoratore. I lavoratori outbound secondo la circolare 17 del nuovo ministro del lavoro Damiano sono i soli considerati e trattati come lavoratori autonomi (si tratterebbe di oltre 250mila addetti, secondo le stime dell'associazione datoriale Assocontact), perché necessario “porre freno alla sfrenata concorrenza tra le stesse aziende, meccanismo che vede le realtà più virtuose spesso essere ai margini della competitività”.

Si capisce che l’inbound è più passivo, mentre il secondo molto assomiglia ad una attività commerciale “tout court”. L’inbound rimane il modo più comune di utilizzo del call center ma proprio per questo più nascosto all’interno dei mansionari aziendali, tra le pieghe di accordi o contratti integrativi, con la creazione di addetti al call center che hanno visto la propria mansione impiegatizia cambiare nel tempo. Ad esempio, addetti al contatto diretto col pubblico sono stati trasformati in addetti che prestano la propria professionalità a distanza senza che il CCNL ne abbia registrato la mutazione.

Quanto si è lontani da una quantificazione definita del settore lo si capisce dallo schema sottostante: il 40% è considerato genericamente autonomo, pur lavorando nei settori telecomunicazioni e commercio al pari dei dipendenti effettivi, che però sono conteggiati separatamente (rispettivamente circa 19% e 16% del totale). La restante minoranza degli addetti è sparpagliata in un confuso qualcos’altro. Ci troviamo di fronte a lavoratori che pur svolgendo la medesima mansione si trovano a lavorare e a “vivere” in CCNL diversi con la propria mansione nemmeno inquadrata nello stesso.

 Mancando dati totali certi, la Stampa del 10 giugno parla di 400.000 addetti ai call-center sul territorio nazionale (stima probabilmente in difetto). L’età media degli operatori è di 28 anni; sono distribuiti in prevalenza nel Lazio e in Lombardia, sono formati per il 60% da donne e un 30% di loro è laureato (vedi siti indicati a fondo pagina).

 Veniamo a questo punto al caso di uno dei più grossi call center d’Italia, Atesia: 5000 dipendenti, maggior azionista il signor Alberto Tripi, grande elettore della Margherita.

Negli ultimi anni di fronte alle pressioni aziendali i lavoratori di questa grossa struttura si sono organizzati in maniera autonoma rispetto ai sindacati (ormai addomesticati) e hanno portato avanti alcune significative rivendicazioni. Molto materiale informativo è reperibile sui siti precariatesia.altervista.org e www.claronet.it.

Per inquadrare la situazione lavorativa, leggiamo una parte del bollettino interno (numero 13) redatto dal collettivo dei precari:

“… Le condizioni lavorative sono ormai delle peggiori. Pessime sia nell’organizzazione gestionale delle varie commesse piovute sul gruppo di dipendenti, sia nella variazione dell’orario di lavoro secondo matrici per molti impraticabili… un gruppo di lavoratori impossibilitati ad adeguarsi alle nuove turnazioni ha deciso di continuare a seguire gli orari sottoscritti al momento dell’ingresso in Atesia, gli stessi orari che seguivano già da quattro anni e sui quali i suddetti lavoratori avevano organizzato la loro vita in questo lungo periodo. A questa decisione non è seguito un tentativo di dialogo da parte dell’azienda ma un vero e proprio mobbing, con rifiuto immotivato di cambi turno e permessi. Ma non dovevamo venire a lavoro con il sorriso? Non ci avevate detto che l’azienda siamo Noi? Infine è stato dato ai lavoratori un ultimatum  per cui entro il 20 febbraio devono piegarsi e accondiscendere al volere  aziendale, altrimenti prenderanno provvedimenti. Questa vicenda interessa e deve far riflettere tutti. I lavoratori a progetto, i dipendenti a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato. Siamo in un’azienda in cui il diritto del lavoratore è una chimera, in cui il part-time è solo uno strumento in mano all’azienda per meglio gestire i propri interessi. Strumento usato senza tener conto delle norme che lo regolamentano. Sono anni che il gruppo Cos assume personale part-time senza poi trasformare questi rapporti in lavoro a tempo pieno (se non in pochissimi casi)…

Infatti il collettivo Atesia ha organizzato uno sciopero il 3 giugno 2006 che ha respinto un accordo sottoscritto da sindacati (OOSS) e Azienda l’11 Aprile 2006 e che prevedeva: 400 licenziamenti, circa 1000 LAP (lavoratori a progetto) a cottimo, 1100 contratti di apprendistato, fatti in assenza della legge regionale e soprattutto a fronte di una presenza di subordinati non superiori alle 300 unità, mentre la stessa legge 30 vieta di avere più di un apprendista per ogni lavoratore dipendente. L’accordo quindi arrivava addirittura a derogare in peggio la legge 30. Solo 170 lavoratori da giugno ed altri 124 entro ottobre sarebbero stati trasformati a tempo indeterminato. Per il resto l’accordo prevedeva 426 contratti d’inserimento, e 1100 apprendisti a circa 650€ al mese. Sommando il tutto mancavano all’appello circa 1000 lavoratori considerati “fantasma”!.

Lo sciopero del 3 giugno si è rivelato un successo e i lavoratori del collettivo stanno lottando per farsi riconoscere ufficialmente come i legittimi rappresentanti dei lavoratori ed essere delegati a trattare con l’azienda. Una cosa è però certa: sono sicuramente riusciti a farsi riconoscere da tutti i lavoratori precari dei call center come i portavoce più autorevoli ed organizzati.

Nuovi sviluppo della vicenda risale allo scorso 22 agosto, quando l’ispettorato del lavoro di Roma ha intimato all’azienda l’assunzione a tempo indeterminato di 3200 lavoratori. Ora c’è polemica nel governo di centro-sinistra, che ha varato la circolare che doveva limitare il dumping da parte dell’azienda; infatti il presidente della commissione attività produttive ha definito estremista l’azione dell’ispettorato del lavoro perché ha scavalcato le stesse indicazioni della circolare. Ciò fa capire che da parte del governo di “sinistra” vi saranno pressioni per frenare l’estendersi delle lotte rivendicative. 

Dal canto loro, infatti, i lavoratori Atesia si sono fatti copromotori di un’assemblea nazionale dei precari dei call center, che si svolgerà a Roma il 9 settembre, allo scopo di costruire un percorso unitario di lotta nel settore, che ora si presenta assai frazionato per i motivi descritti nella pagina precedente.

L’assemblea ha lo scopo di stabilire una piattaforma rivendicativa nazionale e stabilire date e luoghi delle successive mobilitazioni.

 

 

Torna a SOMMARIO

 

 

 

 

LAVORO SALARIATO E CAPITALE NELLA "GLOBALIZZAZIONE"

 un contributo all’analisi della situazione di classe

 

 Il valore di scambio di una merce è direttamente proporzionale alla quantità di lavoro socialmente necessario per produrla. La “forza lavoro” è una merce, come tutte le altre. E’ soggetta alle leggi del mercato, ed in esso viene scambiata. Ciò che il lavoratore riceve in cambio della vendita della propria forza lavoro è il salario: il suo prezzo.

Ma come si definisce il valore della” forza lavoro” e quindi del salario?

Il lavoratore, per mantenersi in vita e rinnovare le proprie energie, ha la necessità di consumare ed utilizzare quotidianamente degli oggetti che possono soddisfare le sue prime necessità: nutrirsi, vestirsi, avere o gestire una casa, poter viaggiare, formare una famiglia e allevare i figli.

Il valore della somma degli oggetti, la quantità di queste merci e del lavoro contenuto in esse, acquistate dal lavoratore ed essenziali al suo sostentamento, alle risorse necessarie per una specifica formazione professionale e per la riproduzione della propria specie, definiscono il valore della forza lavoro, ovvero la quantità di lavoro necessaria alla  conservazione e  riproduzione del lavoratore stesso.

Ma in cosa consistono questi “mezzi di sussistenza essenziali”?

Questi sono una realtà e un concetto assai variabile ed elastico. Marx in “Salario, prezzo e profitto” spiega che il valore della forza lavoro è costituito da due elementi, di cui l’uno è unicamente fisico e l’altro è determinato dal tenore di vita tradizionale in ogni paese.

 “Esso non consiste soltanto nella vita fisica, ma nel soddisfacimento di determinati bisogni, che nascono dalle condizioni sociali in cui gli uomini vivono e sono stati educati”.

Inoltre “… il capitalista cerca costantemente di ridurre i salari al loro limite fisico minimo e di estendere la giornata di lavoro al suo limite massimo, mentre l’operaio esercita costantemente una pressione in senso opposto. La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza delle parti in lotta”.

Questo minimo essenziale non ha dunque solo una dimensione fisiologica, ma anche un valore storico- sociale e quindi per sua natura è variabile e relativo.

Alla vita del lavoratore, in pratica, è necessario anche tutto ciò che socialmente, nel paese in cui abita, e storicamente, nell’epoca in cui vive, viene percepito come  sostentamento medio di un membro della sua classe.

Nei paesi a recente sviluppo capitalistico la borghesia tende a dare ai lavoratori salari minimi, utili al solo acquisto di ciò che è necessario per mantenersi in vita, come necessità assoluta, fisiologica. I salari crescono solo nel tempo, solo quando i lavoratori si manifestano come classe sociale, con l’organizzazione, la coalizione operaia: in sostanza con il sorgere dei sindacati e del partito operaio il lavoratore comincia a vendere la propria forza lavoro al suo valore ed elevare il proprio tenore di vita a un livello sociale e civile.

L’internazionalizzazione sempre più marcata sta cambiando faccia al mondo. L’Asia preme sugli equilibri globali dell’economia e della bilancia tra potenze; la Cina è allo stesso tempo una gigantesca occasione d’affari e un nuovo e formidabile sfidante. E’ destinata a sconvolgere gli equilibri fra le potenze: per l’enorme dimensione demografica e per i travolgenti ritmi di sviluppo capitalistico, di crescita economica.

Da qui ha preso il via la necessità di unificare il mercato europeo per affrontare quella che ormai è divenuta una contesa che si muove su una scala di grandezze continentali. Da qui la necessità di una ristrutturazione europea che non risparmia il welfare, il mercato del lavoro, il costo del lavoro.

Nella UE a venticinque un enorme mercato del lavoro è prodotto da una popolazione di 450 milioni di abitanti e dalla pressione di milioni di immigrati, un’enorme esercito di riserva di forza lavoro.

Attorno all’Unione Europea viene promossa, sempre di più,  un’area allargata vastissima di libero scambio che assembla numerosi Stati attorno all’attuale UE a venticinque. Turchia, Bulgaria, Romania e Croazia sono già candidate all’adesione alla UE; il resto dei Balcani, con Serbia e Kossovo, Albania, Bosnia e Macedonia è considerato anch’esso come futuro territorio della UE.

Attorno alla UE allargata, ancora l’anello dei paesi associati solo sul piano economico: i resti dell’ex impero sovietico e i paesi della riva Sud del Mediterraneo

Queste nuove aree d’influenza, i paesi dell’Est europeo in primo luogo, liberati dal crollo del “muro”, rappresentano letteralmente una “zona speciale” dove pagare salari da 500 euro, 300 o anche 150 euro.

Milioni di salariati dell’Est entrano ed entreranno nell’Unione allargata, ma lo fanno e lo faranno ad un costo del lavoro pari alla metà o ad un terzo di quello dell’Ovest. Si ha e si avrà un mercato del lavoro europeo frammentato e disuguale. Disuguaglianza esemplificata da alcuni dati forniti dal FMI. Il PIL procapite nell’Europa a 15 è di 29.279 euro, di 10.227 in Polonia e 13.423 euro in Ungheria.

Assieme all’investimento nelle “zone speciali” dell’Est e della riva Sud del Mediterraneo si afferma in Europa la linea fautrice di “campioni europei” - gruppi di stazza continentale in grado di far fronte alla concorrenza mondiale - nell’industria e nella finanza e questo appare il tratto saliente della ristrutturazione continentale.

Tagliati i costi, ridotto l’indebitamento e ripuliti i bilanci aziendali, in alcuni comparti dell’imperialismo europeo è partita, da alcuni anni, una nuova ondata di fusioni e acquisizioni.

 L’internazionalizzazione dell’economia determina in generale una discesa dei salari reali. Il tratto comune alla politica di tutti i governi delle maggiori potenze europee è la necessità di contenere la spesa pubblica, taglio e riforma del welfare, riduzione delle pensioni con aumento dell’età pensionabile, ancor più visto i bassi ritmi di sviluppo del ciclo europeo.

 Lo stesso enorme sviluppo dei trasporti ha reso e rende sempre più possibile trasportare quantità crescenti di merci sempre più velocemente e a costi decrescenti, per cui intere branche della produzione tendono a trasferirsi nei paesi a basso costo del lavoro e ciò determina per i lavoratori di quei settori la perdita di posti di lavoro, l’abbassamento della forza contrattuale, la riduzione dei salari e la precarizzazione delle condizioni di lavoro.

Complessivamente, al momento, non si è ancora definito un generale abbassamento significativo delle capacità di acquisto dei lavoratori perché questa internazionalizzazione del mercato abbassa anche il costo di molte merci. L’incognita ad oggi è il surriscaldamento dei prezzi delle materie prime, davanti a tutte, quelle energetiche.

L’importazione di merci a costo inferiore è una controtendenza indolore in atto alla diminuzione del valore della forza lavoro.

Ciò che è stato intaccato è il senso di sicurezza, la percezione della possibilità che è stata delle generazioni passate, di realizzare una nuova crescita o, più semplicemente, un mantenimento del tenore di vita e dei redditi.  Vi è la percezione di “non poter dare ai figli un futuro migliore”, così come invece era stato possibile alle generazioni dei loro padri, artefici degli anni del “boom economico”.

Inoltre, indubbiamente nel passaggio dalla Lira all’Euro ci sono ceti, la piccola borghesia commerciale innanzi tutto, che approfittando della circostanza si sono avvantaggiati.

Il nodo dell’aumento della produttività del sistema delle imprese è il nodo che, in varie forme, nelle maggiori potenze europee, caratterizza la ristrutturazione. In Germania e in Francia, in questi ultimi anni, le grandi aziende rivendicano sempre più, nei confronti della forza lavoro, una maggiore flessibilità nella gestione dell’orario di lavoro, un allungamento di questo senza aumenti salariali e una riduzione generale del costo del lavoro. Differentemente minacciano di delocalizzare, ricollocare le attività degli impianti in Asia o nell’Europa dell’Est.

Se la produttività per ora lavorata si avvicina tra le varie realtà produttive di alcuni settori fortemente internazionalizzati aumenta la sete del “plusvalore assoluto”, in particolare nelle metropoli dove più alto è il costo del lavoro. In altri termini: se le distanze di produttività per ora lavorata si vanno riducendo, la partita della competitività si gioca in misura considerevole sulla gestione dell’orario di lavoro.

Nel 2002 l’orario annuo per persona era in Germania di 1.444 ore e in Francia di 1545, contro le 1707 ore in Gran Bretagna e le 1815 negli Stati Uniti ( dati OCDE).

In Italia, per la Confindustria di Montezemolo, è necessario affrontare la questione della bassa produttività che caratterizza il sistema delle imprese. E’ evidenziata la debolezza della media e piccola impresa ormai inadeguate per concorrere con il made in Asia.  Come soluzione, accanto alla delocalizzazione e alla flessibilità di orario e salario, già attuate nel mercato del lavoro italiano, viene prospettato l’accordo con le banche per gestire insieme il salto qualitativo imposto alla piccola e media impresa dalla concorrenza dell’Asia.

Resta ancora sulla carta la questione del pubblico impiego, ossia delle spese correnti nella determinazione del deficit della spesa pubblica. Da tempo si va verso la privatizzazione di segmenti di lavoro pubblico, ma la questione in generale è ancora aperta ed è oggetto d’utilizzo da parte delle forze politiche.

Nel 2003 le principali società industriali e finanziarie europee hanno registrato, nel complesso, un modesto aumento del fatturato. Ma il dato più significativo, dopo due anni di calo, è l’impennata dei profitti. Questo incremento record dei profitti è stato confermato e rinnovato nel 2004 e anche nel 2005. Ciò indica che il principale contrassegno della recente fase di ristrutturazione è stato il drastico taglio dei costi e un forte aumento di produttività.

 Per esaminare la condizione dei lavoratori è necessario tenere presente non solo il “salario assoluto”, vale a dire la quantità in sè del valore ricevuto, ma anche il “salario relativo”, vale a dire la parte costituita dal monte salario complessivo rispetto alla totalità del prodotto del lavoro sociale, del reddito nazionale. Così si può  valutare esattamente il tenore di vita di ciascuna classe giudicandolo non in sé, ma in rapporto alla situazione delle altre classi della società di cui fanno parte.

Nel decennio che va dal 1990 al 2000, in Italia, si è stabilita una tendenza ad una relativa discesa del valore del salario relativo: è sceso in media di un punto percentuale all’anno passando dal 50% al 40% del 2000. E’ cresciuta quindi la quota di ricchezza di cui si è appropriata la borghesia.

 Dai dati recentemente pubblicati dall’istituto ISFOL del Ministero del Lavoro risulterebbe che in Italia i lavoratori dipendenti siano il 72% (16,6ml) della popolazione attiva e gli indipendenti il 28% (6,3ml). Ne deriva che in Italia il 72% della popolazione consuma il 40% della ricchezza prodotta e il 28% il 60%, confermando l’impoverimento relativo dei lavoratori dipendenti.

 Torna a SOMMARIO

 

 

 

LA CONDIZIONE DEI LAVORATORI IN ITALIA

 

            Nell’articolo Lavoro salariato e capitale nella globalizzazione (agosto ’06) si è cercato di spiegare in modo scientifico come si definisce il valore della forza lavoro e quindi del salario: quantità di lavoro necessaria per i mezzi di sussistenza essenziali, che è variabile da paese a paese, più bassa nei paesi a recente sviluppo capitalistico e quindi salario più basso. Poiché però il prezzo di una merce prodotta nel mercato globale tende a livellarsi ad una valore medio con la concorrenza, il salario, “variabile” importante rispetto ai costi di produzione, determina profitto maggiore dove i salari sono più bassi, profitti in calo dove sono più alti. Questo spiega l’esteso fenomeno della delocalizzazione.

Di qui, si diceva. Il tentativo di abbassare il costo del lavoro nei paesi sviluppati con il blocco dei salari, anche con la riduzione in qualche caso, con l’allungamento e la flessibilità degli orari, il taglio delle spese previdenziali e assistenziali.

Ma quali sono in realtà i salari netti percepiti dai lavoratori italiani e le loro condizioni di lavoro?

Un interessante studio, svolto su un campione di 6015 lavoratori, è stato pubblicato dall’Ires-CGIL in coincidenza col centenario della CGIL, dal titolo: L’Italia del lavoro oggi. Condizioni e aspettative dei lavoratori. (reperibile integralmente sul sito ires-cgil). Ecco qual è il risultato:

-orario: non è vero che i lavoratori italiani lavorano poco: nel settore privato il 73% lavora oltre le 40 ore settimanali, e sul totale dei lavoratori il 22% lavora oltre le 45 ore.

-salario: il 68,6% ha un salario netto inferiore ai 1300 euro al mese, il 14% da 1300 a 1500, il 16,6% superiore ai 1500. Il 57,7% dichiara di riuscire a stento a garantire condizioni decenti di sostentamento della famiglia, e tra i lavoratori atipici questa percentuale sale al 70%.

-prospettive: il 46,3% ha paura di non avere una continuità lavorativa e di reddito, o addirittura di perdere il lavoro. Tra i lavoratori atipici di 30-40 anni il 40% paventa un arretramento rispetto alla situazione della famiglia di origine.

-flessibilità: è fonte di ansia e insicurezza per il 40% dei lavoratori, soprattutto operai e gruppi professionali dotati di minori competenze (per loro flessibilità è uguale a precarietà), mentre categorie più dotate di risorse proprie vedono delle potenzialità positive.

Inoltre il 64% auspica una rigorosa autonomia dei sindacati dai grandi schieramenti politici.

            Da questi dati si può notare come le condizioni dei lavoratori in Italia e le loro prospettive non siano certamente rosee, come taluni affermano per poter giustificare la “passività sociale”, il disinteresse e la scarsa partecipazione alle lotte dei lavoratori.

Non è l’alto livello di consumo ma soprattutto la difficoltà a portare avanti rivendicazioni che blocca le lotte: ciò è dovuto alla relativa abbondanza di offerta di forza lavoro su un mercato di occupati in calo, soprattutto nelle grandi e medie fabbriche, a causa delle ristrutturazioni dovute all’aumento della produttività del lavoro (che è una costante) e delle delocalizzazioni, cioè lo spostamento di alcuni rami della produzione nei paesi in via di sviluppo.

            Si rende quindi indispensabile in questa situazione di scarsa “spontaneità”, la conoscenza dei meccanismi di funzionamento del sistema capitalistico in modo da rafforzare l’organizzazione cosciente dei lavoratori, che può dare possibilità rivendicative dove si riesce ad accumulare le forze sufficienti, come in alcuni casi sta già avvenendo.

     Bisogna inoltre tenere presente che nelle stratificazioni salariali quantificate nello studio non appare il fenomeno del lavoro nero, che assume dimensioni spesso considerevoli e significa gradi di sfruttamento assai elevati, soprattutto per i lavoratori immigrati. Ad esempio lo scorso 4 settembre il settimanale L’Espresso ha riportato il resoconto delle drammatiche condizioni dei braccianti stranieri nelle campagne pugliesi, mentre il 23 settembre a Licata un operaio romeno è morto dopo che da due giorni era sepolto sotto le macerie di una palazzina, senza che il datore di lavoro ne avesse denunciato la scomparsa poichè appunto era assunto in nero.

Questi ultimi casi ci ricordano come a tutt’oggi il lavoro salariato divida gli uomini in schiavisti e sfruttati, carnefici e vittime, anche nei paesi cosiddetti civili; e di come sia sempre più urgente una riscossa unitaria di tutta la classe lavoratrice.

Torna a SOMMARIO

 

CALL–CENTER E MOVIMENTO DI LOTTA CONTRO LA PRECARIETA’

 

L’assemblea nazionale dei precari dei call center, che si è svolta a Roma lo scorso 9 settembre, ha visto un ampia partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori precari e “stabili”, organizzati in collettivi e sindacati di base o singoli.

Sulla base delle esperienze di lotta delle varie realtà presenti è stato approvato all’unanimità un documento conclusivo contenente la seguente piattaforma:

. trasformazione di tutti i contratti precari (a progetto, somministrazione, tempo determinato, ecc) in contratti a tempo indeterminato full-time;

. riduzione degli orari di lavoro a parità di salario, diversa organizzazione dei turni e dei tempi al fine di migliorare le condizioni di lavoro e ridurre lo stress psico-fisico, riconoscimento del carattere usurante del lavoro nei call center;

. inquadramenti adeguati alla professionalità acquisita e all’anzianità;

. blocco dei processi di esternalizzazione e di precarizzazione del lavoro; reintegro di tutte le lavoratrici e i lavoratori licenziati

Hanno aderito: Collettivo PrecariAtesia (Roma), Collettivo Precari Telegate (Livorno), Zona deprecarizzata - movimento sindacale sardo, Coordinamento Precari Studenti Operai La Spezia, , Lavoratori Contact Center nazionale Inps Inail - Bari, Confederazione COBAS, FLMUniti-CUB, Slai COBAS, SNATER, Assemblea Coordinata e Continuativa Contro la Precarietà - Roma, Rete 28 Aprile CGIL, USI-AIT, Giovani Comunisti, Federazione romana PRC, PC-ROL.

La piattaforma di cui sopra è stata rivendicata nel corso di una manifestazione nazionale dei lavoratori dei call-center svoltasi a Roma il 29 settembre.

 

       Questa mobilitazione, che grazie all’azione svolta dal Collettivo Precari Atesia ha spinto le varie aree sindacali a collaborare tra di loro, può fare da modello per delle iniziative unitarie in vista degli scioperi di autunno contro la legge finanziaria, che non affronta certo il problema della precarietà.

     Le prossime più importanti scadenze sono la manifestazione nazionale del 4 novembre promossa dalla Rete 28 aprile (sinistra CGIL) e lo sciopero generale del 17 novembre, organizzato con la collaborazione di pressochè tutte le componenti del sindacalismo di base.

 

Torna a SOMMARIO

 

 

 

 

 

Considerazioni sul precariato dal punto di vista comunista

 

Nel sistema capitalistico i lavoratori hanno sempre vissuto in una condizione precaria,  più o meno accentuata a seconda della fase. Ma oggi, da una parte per la crescente automazione e razionalizzazione, dall’altra per la delocalizzazione di molte attività produttive in aree del mondo dove la manodopera costa poco (vedi Asia), il fenomeno della precarizzazione del lavoro diventa dominante.

Di fronte a tale situazione vi sono a grandi linee due possibili prese di posizione:

 

1. NO ALLA PRECARIETA’. Difesa del lavoro fisso laddove esso è presente, lotta per le assunzioni a tempo indeterminato laddove già prevale il precariato (ad esempio, i lavoratori degli enti pubblici in Sicilia). Lotte per la difesa delle condizioni salariali e contro l’attacco al tfr. Queste prese di posizione nascono dall’intenzione di salvaguardare o ripristinare le condizioni di vita e di lavoro conquistate negli anni ‘60-’70. Vedi ad esempio anche la recente iniziativa del Comitato nazionale per una nuova scala mobile.

Queste posizioni possono e devono essere portate avanti laddove possibile, nei settori e situazioni più combattive e dove c’è forza contrattuale. Possono avere più forza quando coivolgono settori vasti di lavoratori, o non solo di lavoratori (la lotta contro il CPE in Francia della scorsa primavera ha unito salariati e studenti).

Comunque in esse vi sono alcuni limiti.

a) Si svolgono in una fase dove la forza contrattuale è oggettivamente bassa, quindi in molti casi     difficilimente hanno successo (vedi ultimo contratto metalmeccanici).

b) Rischiano di dividere i mondo dei lavoratori in una parte che conquista/mantiene certe condizioni (anche se poi magari per tenere il posto deve fare gli straordinari) e in un’altra che viene esclusa in toto dall’attività produttiva.

c) In generale il conflitto con il capitale è incentrato per lo più intorno alla sfera del salario, che è interna al capitale stesso.

 

2. NO ALLA PRECARIETA’ CAPITALISTICA. Secondo questa posizione si affronta il fenomeno della precarietà accettandone gli aspetti positivi, cioè il fatto ad esempio che si lavora di meno e si svolgono diversi tipi di lavori, e si sposta la battaglia sulla sfera dei beni sociali, o della “distribuzione”: reddito di esistenza per tutti, diritto alla casa, lotta contro il carovita, per i trasporti gratuiti etc. Si tratta di mettere in discussione non solo le condizioni di chi lavora, ma anche che cosa si produce e come lo si distribuisce sul territorio.

Questa seconda posizione può presentare alcuni vantaggi:

a) Si fonda su obiettivi che unificano tutti i settori, lavoratori fissi, precari, disoccupati, giovani, pensionati etc.

b) E’ un tipo di lotta più politica e che in un certo senso “anticipa il comunismo”, nel senso del tentativo di gestire socialmente la produzione.

c) In essa sono forse più coinvolgibili i giovani, che oggi non si identificano più come classe lavoratrice.

 

Nel caso 1 si è in un’ottica lavorista, di diritto al lavoro, che però nel sistema capitalistico non può  essere altro che lavoro salariato. Un tale diritto è tanto funzionale al sistema che la Costituzione italiana lo pone come fondamento della Repubblica (articolo n.1). 

Nel caso 2 siamo in un ottica non lavorista, quella del “diritto all’ozio” di Paul Lafargue, dunque di lavoro libero, fuori dagli schemi capitalistici.

Entrambe le ottiche possano essere fatte proprie a seconda delle situazioni, anche se “storicamente” è la seconda che dovrebbe prevalere.

Fondamentale nell’uno e nell’altro caso è dare a queste battaglie un’ottica e una dimensione internazionali, per evitare che settori nazionali di proletariato vengano contrapposti ad altri dalla borghesia mondiale. Da questo punto di vista la richiesta internazionale di riduzione della giornata lavorativa rimane un elemento unificante per ogni situazione.

 

Torna a SOMMARIO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commento all’assemblea nazionale SLAI Cobas - Milano 28 ottobre

L’assemblea nazionale del Sindacato Lavoratori Autorganizzato Intercategoriale (SLAI Cobas), tenutasi a Milano il 28 ottobre, nel documento dal titolo Contro il governo Prodi, contro la finanziaria  riassumeva in questi termini la sostanza dell’iniziativa:

“con questa assemblea ci ripromettiamo di organizzare al meglio la partecipazione dei lavoratori allo sciopero generale del 17 novembre, ma anche per dare vita a una mobilitazione che prima e dopo di esso organizzi in modo permanente sempre più lavoratori, nelle aziende e sul territorio, rivendicando:

-forti aumenti salariali per porre fine a paghe sempre più basse

-la reintroduzione della rivalutazione automatica di salari e pensioni

-la riduzione generalizzata della giornata lavorativa

-la fine della precarizzazione con la stabilizzazione a tempo indeterminato di tutti i precari e l’abolizione del pacchetto Treu e della legge 30

-ripristino della pensione pubblica (col vecchio sistema di calcolo retributivo), diminuendo l’età della pensione, perchè non sia trasdferito il tfr nei fondi pensione nè all’Inps.

-la democrazia nei posti di lavoro, ponendo fine al monopolio di rappresentanza ai sindacati firmatari di contratto e conferendo direttamente ai lavoratori i diritti sindacali”.

A tale sciopero generale, indetto da tutti i sindacati di base contro la finanziaria, lo SLAI intende dare un proprio contributo di lotta anche differenziandosi da altre componenti almeno su due punti, come evidenziato in vari interventi.

In primo luogo lo sciopero generale avrebbe dovuto dare un forte segnale attraverso una manifestazione di piazza unitaria a Roma (ma l’assemblea ha dovuto prendere atto dell’orientamento della maggioranza delle altre organizzazioni di base verso manifestazioni decentrate nelle principali città).

In secondo luogo lo sciopero deve essere incentrato contro il governo, in quanto massimo rappresentante degli interessi padronali e in generale di tutta la borghesia.

E’ emersa la volontà di mobilitare vasti strati di lavoratori su delle rivendicazioni chiare e unificanti, tendendo a superare le divisioni, il controllo delle burocrazie dei sindacati “istituzionali” CGIL,CISL e UIL, rifiutando la pratica degli accordi intergruppi, cioè tra i vertici di partiti e gruppi politici.

Si è constatato comunque che al proletariato tuttora manca un proprio “soggetto politico”, ma questo fatto però non deve indurre i lavoratori più coscienti a praticare solo attivismo sindacale.

La lotta ristretta e limitata al solo ambito lavoratori-padroni non ha più senso già da molto tempo, in quanto lo scontro tra le classi e l’evoluzione del capitalismo ha costretto lo stato ad intromettersi direttamente su molte questioni riguardanti la contrattazione della forza lavoro, per cui la lotta per gli interessi immediati si scontra anche direttamente col potere politico.

L’esempio dello scontro sul tfr è significativo: salario differito, ma sempre salario, che subisce un attacco a fondo per essere smantellato proprio dal governo. E’ un tentativo di ridurre il salario e non certo un aumento delle pensioni, in quanto le pensioni integrative nella migliore delle ipotesi copriranno la riduzione delle pensioni INPS.

La difesa dell’istituto del tfr così come è stato erogato fino ad oggi e la rivendicazione di consistenti aumenti salariali, che servono ad aumentare le perdite dovute all’aumento della tassazione indiretta (ticket, bolli etc.) è l’unica maniera perchè il bilancio dei lavoratori non vada in rosso.

E’ evidente che il movimento dei lavoratori oggi non riesce ad attaccare il capitale, in quanto indebolito dalle passate sconfitte, ma almeno come primo passo può e deve ricompattarsi in una strenua dufesa dagli attacchi della borghesia e del suo governo di turno.

In qualche intervento si sono evidenziati gli scontri tra le frazioni della borghesia (grande e piccola industria, commercio, artigianato e corporazioni), tutte d’accordo nell’estorcere quote di salario, ma pronte a litigare al momento della spartizione del bottino.

Ciò dimostra che la borghesia non è monolitica e che le tensioni al suo interno possono essere sfruttate nei momenti di crisi a vantaggio del movimento rivoluzionaria.

 

 

 

Torna a SOMMARIO

 

 

 

 

 

 FINANZIARIA 2007: NON CI SONO GOVERNI AMICI

 

  Col nuovo anno entrano in vigore i provvedimenti della Finanziaria 2007 varata dal governo Prodi, che ha visto un’occasione di ”verifica “ nell’assemblea del 7 dicembre scorso tenutasi nello stabilimento torinese della FIAT Mirafiori, e voluta dai sindacati confederali. Mirafiori non vedeva la presenza dei massimi dirigenti sindacali dal lontano 1980. All’epoca la contestazione della base assunse toni ben più aspri, tanto che Carniti e Benvenuto dovettero essere sottratti sotto scorta da un vero e proprio linciaggio da parte degli operai, infuriati per l’accordo sulla cassa integrazione, mentre Trentin rinunciò a parlare per evitare guai peggiori.

  Nel contesto attuale la presenza di Epifani e Bonanni significa che questa realtà operaia riveste ancora una notevole importanza, nonostante il fatto che in un quarto di secolo l’organico, dagli allora 60.000 lavoratori, si sia ridotto a poco più di 15.000, di cui metà circa delle imprese esterne. L’assemblea ha quindi rappresentato un momento di verifica della capacità di controllo dell’opportunismo sul movimento dei lavoratori, anche per le forti tradizioni di lotta di questa grossa concentrazione operaia. Le proteste verbali da parte degli operai di Mirafiori sono un fatto inconfutabile, espressione del malcontento più generale, soprattutto per l’attacco al TFR ma anche per quello su pensioni e precarietà, non direttamente contenuto nella  finanziaria. Le burocrazie sindacali tuttavia hanno incassato il colpo senza tanti problemi; questo perché al di là di alcuni settori più avanzati, che hanno anche espresso lo sciopero generale dello scorso 17 novembre, la massa dei lavoratori è ancora sotto l’effetto di passate sconfitte che ne hanno disarticolato il potenziale di lotta. Se quindi gli operai più combattivi si rendono già conto che non ci possono essere “governi amici” nel capitalismo, prevale ancora nell’insieme del movimento la sfiducia nelle proprie potenzialità e da ciò l’inevitabile tendenza a delegare ancora ai partiti riformisti presenti nel governo; non è superata l’illusione che il centro-sinistra  possa in qualche modo venire incontro alle esigenze dei lavoratori.       

Fatte queste considerazioni, pensiamo che per le avanguardie rivoluzionarie, per gli operai più coscienti sia il momento di una attenta riflessione sul contesto economico della concreta realtà capitalistica e di come, da una situazione di proteste verbali e di delega al centro-sinistra, partendo dalle attuali, seppure minoritarie forze di opposizione conseguente si possa passare alla realizzazione di un vasto movimento di lotta.

  Diciamo subito che il varo della finanziaria (e non solo) rappresenta il tentativo non nuovo della grande borghesia italiana di modificare a proprio vantaggio, attraverso la concentrazione dei capitali, un assetto economico-sociale che venne sancito nel secondo dopoguerra dai nuovi rapporti di forza tra le potenze.

  Questo fatto assume notevole importanza alla luce della comparsa  di nuovi e vasti mercati nell’abito internazionale. Il problema principale per ora non risiede tanto nella invasione dei prodotti asiatici a buon mercato (che in fondo attenuano gli effetti della  tendenza al contenimento dei salari), cui si oppongono solo alcuni settori limitati del capitalismo italiano dai quali si generano le attuali ideologie protezioniste. Per la grande borghesia  si pone oggi l’esigenza di trovare ulteriori risorse finanziarie proprio per aprirsi uno spazio tra gli agguerriti concorrenti occidentali già meglio piazzati nei mercati asiatici.

Sta di fatto che gran parte degli industriali e banchieri italiani si sono trovati d’accordo a sostenere un governo che con la sua componente di “sinistra” si presenta capace di stabilire un maggiore controllo sui lavoratori, destinati ad essere ulteriormente tartassati, visto e considerato che un ridimensionamento degli attuali strati intermedi si presenta sempre molto problematico per la grande borghesia; sono la sua base di consenso e la forza sociale con cui stabilisce l’egemonia  sul proletariato.

  Fatta questa valutazione si può quindi comprendere che i provvedimenti economici del governo non possono che addensarsi in modo preponderante sui lavoratori dipendenti.           

La manovra economica, apparentemente imparziale, è un attacco massiccio al salario differito e indiretto, che per i lavoratori dipendenti è il welfare. L’attacco al welfare, camuffato da risanamento finanziario nasconde meglio il suo carattere anti-operaio e rende più difficoltoso il terreno di scontro poichè la difesa del welfare potrebbe essere giudicata una lotta più arretrata rispetto alla pura rivendicazione salariale.

  Il giudizio sull’arretratezza però risulta quanto mai schematico in quanto la difesa del welfare tende a chiamare in causa direttamente la massima espressione del dominio della borghesia, cioè lo Stato. Da questo punto di vista essa è più avanzata poiché avvicina la lotta per gli interessi immediati alla lotta politica, portandola direttamente “sotto le mura” del bastione della reazione capitalistica.

  In generale comunque non possiamo scegliere il terreno dello scontro in modo volontaristico, in quanto esso è posto in maniera oggettiva dall’evoluzione della lotta tra le classi.

  Quel che possiamo e dobbiamo fare è riassumibile in questo: da come si pone oggi lo scontro, occorre elaborare le iniziative partendo dalle reali esigenze del movimento come vengono espresse nelle sue parti avanzate, orientando le masse, cogliendone le tendenze generalizzabili. Sicuramente TFR, pensioni, precariato e welfare rappresentano quel terreno su cui è possibile far convergere le energie della maggioranza dei vari comparti del proletariato, e ciò in nessun modo può essere visto uno “sporcarsi le mani” riformistico.

  Gli inevitabili momenti di mediazione tesi a strappare dei risultati concreti, se sono lo specchio di reali rapporti di forza momentanei e non un frutto di  una ingannevole pratica opportunista, non sono affatto da scartare in una prospettiva rivoluzionaria.

  Ciò su  cui non si può mediare è sui princìpi, e sulla piena autonomia politica di classe necessaria per attenersi ad essi.

 

 

Torna a SOMMARIO

 

 

 

 

LAVORO: CRESCONO GLI IMMIGRATI E LA PRECARIETA’

Tra novembre e dicembre del 2006 sono state pubblicate alcune ricerche e rapporti annuali dall’Istat, dal Censis e dall’Isfol. Una prima lettura di questi lavori può offrirci qualche spunto, una conoscenza maggiore delle trasformazioni che stanno interessando l’economia, il mondo del lavoro e la società; seppure queste analisi vadano sempre valutate con riserva.

 

2000-2005: crescono i dipendenti e l’occupazione fra gli immigrati. Calano gli autonomi.

Analizzando i dati concernenti l’occupazione, il Censis fotografa il quinquennio che va dal 2000 al 2005 e ne mostra il trend positivo, l’ininterrotto ciclo di sviluppo dell’occupazione fra i dipendenti.

In questi cinque anni valuta che vi sia stato un incremento del lavoro dipendente e un calo dei lavoratori autonomi (Tabella 1).

L’andamento del mercato del lavoro nello specifico del 2005 ha confermato questa tendenza.  Il tasso di occupazione nel 2005, pressochè invariato rispetto al 2004, si è fissato al 57,4%, circa 6 punti percentuali inferiore rispetto alla media dell’UE.

L’Istat fa notare che la crescita delle forze di lavoro e l’incremento dell’occupazione, sono da attribuire in gran parte all’effetto delle nuove iscrizioni in anagrafe dei cittadini stranieri regolarizzati. La Legge Bossi-Fini ha prodotto l’emersione di una parte consistente di lavoro irregolare. L’applicazione del provvedimento, infatti, iniziato nel settembre del 2002 e protrattosi negli anni successivi, ha permesso la regolarizzazione della posizione di circa 700.000 lavoratori immigrati: persone che già lavoravano, ma che non erano in regola.

 

Tabella 1: lavoratori dipendenti e autonomi, occupati in Italia tra il 2000 e il 2005

Carattere

 del lavoro

2000

val. ass

 

(000)

In

 %

sul tot occupati

 

in

 %

sul lav

dipenden

ti

2005

val ass

 

(000)

in

 %

sul tot occupati

 

in

 %

sul lav

dipenden

ti

crescita

2005

su2000

val ass

(000)

in

%

crescita

2005

su2004

val ass

(000

in

%

dipendenti a termine

1.931

9,1

12,7

2.027

9

12,3

96

-0,4

118

6,2

dipendenti permanenti

13.222

62,3

87,3

14.507

64,3

87,7

1.285

0,4

299

2,1

tot. lavoratori dipendenti

15.153

71,4

100

16.534

73,3

100

1.381

9,1

417

2,6

lavoratori

autonomi

6.057

28,6

##

6.029

26,7

##

-28

-1,9

-258

-4,1

tot. occupati

21.210

100

##

22.563

100

##

1.349

6,3

159

0,7

Fonte: nostra elaborazione su dati ISTAT e CENSIS

    

2005: calano gli addetti nelle grosse aziende, frattanto queste delocalizzano di più

Sia l’Istat che il Censis rilevano che, come ormai da un decennio a questa parte, anche nel 2005 permane la tendenza alla diminuzione degli addetti nelle aziende da 500 e oltre dipendenti. In queste grosse aziende, nel 2005, si contano quasi 10.000 posti di lavoro in meno (-0,7%) rispetto al 2004.

Viene però riscontrato che proprio le grosse aziende sono quelle che, più di altre investono all’estero. Nel 2005 il 29,4% delle imprese manifatturiere italiane con 200/500 addetti ha all’estero una parte di attività produttiva, tra quelle con 500 addetti e più la percentuale sale al 37,2%.

Nel 2005, in una dinamica crescente, il numero di aziende all’estero partecipate da soggetti italiani è stato pari a 16.832 unità. Il 41,1% di queste è concentrata in Europa. Nell’ultimo anno, in particolare tra il 2005 e il 2006, la presenza delle imprese italiane in Cina è cresciuta del 12,4% arrivando a quota 1.461 aziende.

   

Le imprese in Italia sono mediamente piccole

La dimensione media delle imprese italiane è pari a circa la metà di quelle europee, e la loro produttività è inferiore del 10%. Le dimensioni ridotte delle aziende, ne comprimono la produttività e le rendono meno in grado di assorbire le pressioni derivanti dalle trasformazioni dei mercati e dell’innovazione tecnologica.

Le aziende di dimensioni maggiori possono essere più innovative, hanno i mezzi per giovarsi della ricerca e dei sistemi tecnologicamente avanzati, sono quindi più produttive e meno esposte alla concorrenza delle economie emergenti.

Il Censis rileva l’intrinseca debolezza dell’apparato produttivo italiano misurando la flessione della quota di mercato italiana sul commercio mondiale, passata dal 4% del 2000, all’attuale 3,6% e nel persistente e ampio disavanzo nella bilancia degli scambi con l’estero. Sostiene che, nonostante ciò, l’Italia può contare su un patrimonio di circa duemila grandi aziende e che queste, nel corso del 2005, hanno incrementato il loro fatturato del 7,4% e hanno accresciuto il loro peso (salito al 36,4%) sul PIL nazionale. I comparti dell’elettromedicale, delle macchine industriali, della meccanica strumentale, dei prodotti in metallo, dei prodotti tessili e della carta hanno, ad esempio, registrato una sostanziale tenuta della quota di mercato nel commercio mondiale.

Tutto ciò (il calo degli occupati, la crescita dei fatturati, l’incremento della quota di PIL e l’aumentata presenza all’estero) lascia intravedere un aumento di produttività nelle grandi imprese italiane e quindi un maggiore sfruttamento dei lavoratori.

 

2006: crescono gli occupati, soprattutto fra i dipendenti, ma il 55,4% dei nuovi assunti tra i lavoratori dipendenti entra nel mondo del lavoro con un contratto “atipico”

Nel 2006 inoltre si è confermata la tendenza all’aumento dell’occupazione degli stranieri e della porzione dei lavoratori di 50 e più anni.

Il tasso di occupazione è passato dal 57,4% del 3° trimestre 2005 al 58,4% del 3° trimestre 2006. Quello di disoccupazione è sceso di circa un punto collocandosi al 6,1% (6,5% secondo il Censis).

Nel Sud dell’Italia paiono permanere le vecchie difficoltà: le otto regioni del Mezzogiorno hanno registrato un tasso di disoccupazione triplo rispetto le regioni del Nord e quasi doppio rispetto a quelle del Centro.

 

Tabella 2: occupati nel 2006

 

Carattere del lavoro

 

          2006

val ass

(000)

Incremento

val ass

sul 2005

(000)

 

in %

sul 2005.

 

dipendenti a termine

 

2.242

215

10,5

dipendenti permanenti

 

14.680

173

1,2

totale dipendenti

 

16.922

388

2,3

lavoratori autonomi

 

6.100

71

1,2

totale occupati

 

23.022

459

2

Fonte: nostra elaborazione su dati ISTAT

 

Il lavoro è più precario

L’incidenza dei lavoratori a termine, sul totale dei dipendenti è aumentata, tra il 2005 e il 2006, passando dal 12,3% del 3° trimestre 2005, al 13,2% dell’anno successivo.

Inoltre l’Isfol evidenzia un allungamento del percorso verso la stabilità lavorativa, fenomeno che ha interessato particolarmente la componente giovanile: nel 2005, la stabilità lavorativa viene raggiunta, mediamente, due anni più tardi rispetto a dieci anni prima.

Analizzando gli ultimi due-tre anni, l’Isfol segnala ancora che:

·         nel 2005 il 48,8% dei nuovi assunti tra i lavoratori dipendenti è entrato nel mondo del lavoro con un contratto “atipico”, 3,8% in più sull’anno precedente;

·         è diminuita la propensione a trasformare le assunzioni a termine in contratti standard, a tempo indeterminato, passata dal 31,9% del 2002/03 al 25,4% del 2004/05;

·         è aumentato il rischio di passare dal lavoro precario alla disoccupazione, in punti percentuali dal 11,2% del 2002/03 al 20,7% del2004/05.

 

A questa crescita della precarietà va aggiunta la parte di quei lavoratori registrata nella categoria degli indipendenti come “posizioni attive di lavoro autonomo a carattere di collaborazione”, ma che in realtà, sono, di fatto, subordinati: lavoratori dipendenti mascherati e, in gran parte, in condizione di precarietà.

La stima dell’Isfol nel 2005 li valutava intorno ai 2,4 milioni: 654.000 posizioni lavorative con Contratti a Progetto, circa 1.195.000 Co.Co.Co. e 525.000 Collaboratori Occasionali.

Se a questi si aggiungono i 2.027.000 dipendenti a tempo determinato (visti prima) il totale dei precari aumenta a circa 4,5 milioni, il 20% degli occupati.

A questo proposito ci sembra necessario far notare che in Italia più della metà dei lavoratori dipendenti (in una proporzione ben più alta che negli altri paesi europei) lavora in aziende sotto i quindici dipendenti, ricavandone, di fatto, una condizione aggiuntiva di flessibilità e insicurezza lavorativa per via della minore contrattualità, della maggiore ricattabilità e della scarsa possibilità di far valere i propri diritti.

Ormai da molti anni, inoltre, sono ben note le percentuali della produzione sommersa in Italia, anche queste, ben superiori agli altri paesi europei.

Secondo le diverse stime, la produzione sommersa è quantificata da ¼, a quasi 1/3 del PIL. Per i lavoratori dipendenti questa che cos’è, se non una quota aggiuntiva di lavoro precario, lavoro “nero”, talmente flessibile da divenire invisibile?

 

Cresce la componente straniera stabile in Italia

Alla data del 1° gennaio 2006 gli stranieri residenti in Italia e registrati all’anagrafe, secondo le rilevazioni dell’Istat, erano 2.670.514, circa il 4,5% dell’intera popolazione residente. Rispetto l’anno precedente 268.357 persone in più (+11,2%). Il 60%, di questi immigrati, vive nelle regioni del Nord: nella sola Lombardia, ad esempio,se ne sono stabiliti poco meno di ¼ del totale.

La Caritas , inoltre, ha stimato presenti in Italia dai 500.000 ai 700.000 immigrati clandestini non considerati dalle rilevazioni ufficiali.

Dall’esame, dell’Istat, per fasce d’età degli stranieri residenti in Italia nel 2005, emerge una popolazione piuttosto giovane: un’età media di soli 30,9 anni. Dalla stessa analisi, inoltre, emerge un buon livello d’istruzione fra gli occupati stranieri: il 9,9% dei lavoratori immigrati è laureato, mentre il 39,4% è diplomato.

Nel 2005 gli immigrati che hanno acquisito la cittadinanza italiana, sono stati circa 28.000 (il 50% circa in più rispetto al 2004). La cittadinanza in Italia si può acquisire primariamente sposando un italiano/a. Diversamente il requisito per la naturalizzazione è di 10 anni di residenza (5 anni in Francia, Olanda e GB).

 

Tabella 3: stranieri residenti in Italia nel 2005, analizzati per fasce d’età

Fonte: nostra elaborazione su dati ISTAT

Distribuzione per

fasce di età nel 2005

 

%

sul totale

in cifra assoluta

(000)

minorenni

 

20,9

502

fascia 18- 39 anni

 

52,6

1.263

fascia 40- 64 anni

 

24,4

586

fascia 64 e più anni

 

2,1

50

totale stranieri residenti

 

100

2.402

Il Censis valuta che il ritmo medio annuale di crescita del numero di stranieri immigrati in Italia sia molto sostenuto: lo stimano sopra le 300.000 unità, intorno alle 100.000 unità solo per i ricongiungimenti familiari.

E’ interessante notare a tal proposito che, se l’incidenza della popolazione straniera immigrata è stimata al 4,5% circa sulla popolazione complessiva nel nostro Paese, allora i 52.000 nuovi nati da coppie di genitori immigrati - il 9,4% delle nascite in Italia – vanno ben oltre e pesano più del doppio rispetto all’incidenza percentuale degli immigrati sul complesso della popolazione.

Si è altresì rafforzata la presenza di alunni stranieri nelle scuole italiane: quasi 500.000 nell’anno scolastico 2006/07 pari al 5% degli alunni (nel Regno Unito sono il 15%, in Germania il 10%).

Ciò testimonia che, proprio grazie all’effetto combinato dei ricongiungimenti familiari e delle nascite, sta crescendo la componente straniera stabile sul territorio nazionale.

 

 Alla crescita dell’occupazione hanno partecipato per buona parte anche gli immigrati

 

L’Istat, infatti, ha segnalato che nei primi otto mesi del 2006, vi è stata una crescita molto sostenuta della componente straniera tra gli occupati in Italia. incrementatasi di circa 172.000 lavoratori. I dati dell’Istat accreditano la presenza di 1.388.000 lavoratori stranieri occupati (il 6% dell’occupazione complessiva); di questi 1.185.000 sono lavoratori dipendenti: di cui 999.000 hanno contratti standard, a tempo indeterminato e i restanti sono invece temporanei, assunti con contratti “atipici”. Per gli stranieri, il tasso di occupazione si è attestato al 67,2% (+1,6%), che è addirittura superiore al tasso medio europeo. Dalla ricerca dell’Istat si ricava che oltre la metà degli occupati stranieri, il 55,1%, lavora nei servizi, il 40,1% nell’industria (di cui il 16,8% nelle costruzioni, settore questo che presenta una concentrazione della presenza di lavoratori stranieri del 8,5%: quasi doppia rispetto alla presenza media nazionale), e il 4,8% nell’agricoltura. L’anno prima, l’Istat aveva registrato anche l’esistenza in Italia di circa 200.000 titolari d’imprese nati all’estero. Le ditte con titolare straniero rappresentavano il 5,4% del totale delle ditte individuali ed erano concentrate, per circa il 70%, nel comparto commerciale e in quello dell’edilizia.

 

I dati qui esposti mostrano come in questi anni la tendenza, avviatasi ormai da tempo, al radicamento degli immigrati nel tessuto sociale e produttivo italiano sia andata avanti; e come il processo di assimilazione dell’immigrazione straniera, in Italia, vada riproponendo le tappe che in precedenza hanno percorso le altre potenze europee e quella statunitense.

L’immigrazione di forza lavoro straniera è un fattore, un fenomeno sociale divenuto ormai indispensabile per ogni paese imperialista e quindi anche per l’economia italiana, ma è anche elemento e strumento di battaglie politiche più volte impugnate con lo scopo di fomentare sentimenti xenofobi e razzisti.

Compito dei comunisti è contrastare tutte le forme di razzismo, e spronare ad intraprendere l’internazionalismo - il “Proletari di tutti i paesi unitevi” del “Manifesto” -  punto fermo della strategia nella lotta per l’emancipazione di tutti i lavoratori.

 

Torna a SOMMARIO

 

 

 

CONTRO LA FINANZIARIZZAZIONE DEL TFR E I TAGLI DEL WELFARE

 

Nonostante qualche incidente di percorso, la Finanziaria 2007 è andata in porto. Un suo risultato significativo è stata l’elargizione alle imprese, attraverso la riduzione del “cuneo fiscale”, di oltre 7 miliardi di euro, mentre per i lavoratori dipendenti lo sgravio non supera mediamente la misera cifra di 10 euro al mese (2 tazzine di caffè al bar alla settimana). Come avevamo scritto sul Bollettino di novembre, le imprese hanno avuto uno sconto sull’imponibile IRAP di 5.000 euro all’anno per addetto al Nord e 10.000 al Sud, che porta uno sgravio al costo del lavoro rispettivamente di circa 600-1200 euro per addetto. C’è da precisare inoltre che “l’addizionale IRPEF” degli Enti Locali, che entrerà in vigore nel corso dell’anno, annullerà anche questo piccolo vantaggio. La Stampa del 31 gennaio calcola che una serie di comuni capoluogo di Provincia applicheranno aumenti variabili tra 243 e 162 euro all’anno su redditi lordi di 27.000 euro. Come se ciò non bastasse, stanno entrando in vigore nuovi ticket sanitari, incremento sui bolli (soprattutto delle vecchie auto) e decine di ritocchi tariffari.

Al momento della campagna elettorale, il centrosinistra aveva promesso ai lavoratori dipendenti che nella busta paga avrebbero avuto almeno 35 euro in più al mese per effetto della detassazione. Come abbiamo visto tale promessa è stata completamente elusa nonostante un aumento consistente delle entrate fiscali nel 2006 (non previsto al momento della campagna elettorale) che il governo ha dirottato su altre spese. Ci troviamo di fronte quindi a un governo antioperaio a tutti gli effetti e Prodi ha buon gioco in quanto proprio per

questo il suo programma è pienamente sostenuto dalla grande borghesia industriale e finanziaria; e se PRC, PdCI e Verdi vogliono continuare a rimanere nella compagine governativa devono garantirle il loro appoggio e limitarsi a cercare di condizionarla con un massimalismo verbale. Si vede che forze politiche come l’UDC si stanno rendendo disponibili a condurre un’ “opposizione costruttiva” escludendo l’obbiettivo di far cadere il governo e al contempo prendendo le distanze dalla Casa della Libertà, (infatti non hanno partecipato alla manifestazione del 2 dicembre a Roma). Lo stesso Prodi ha dichiarato: “che si assumano la responsabilità di far cadere il governo io non ci credo proprio”.

Il governo può procedere così senza grandi problemi alla “fase 2”, che si caratterizza sostanzialmente come un perfezionamento della manovra sulle liquidazioni, sulle pensioni e un incerto procedere verso le liberalizzazioni che, dopo la prova sui taxisti e farmacisti, lo vede impegnato con parrucchieri e benzinai.

Sulle liquidazioni (TFR) è già cominciata la campagna di convincimento gestita direttamente dal ministero e dai sindacati confederali interessati alla cogestione con migliaia di funzionari, con l’obbiettivo dichiarato di trasferire nei fondi integrativi pensionistici circa 5 miliardi di euro all’anno, il 27% del futuro accantonamento del TFR che maturerà dal 1° gennaio 2007 (che viene stimato in 19 miliardi annui), e che risulterà quindi così ripartito: 7 miliardi ai fondi (perché 2 sono già stati versati), 6 all’INPS e altri 6 resteranno alla gestione della piccola impresa sotto i 50 dipendenti. Le medie e le grandi aziende dovranno rivolgersi alle banche per le loro necessità finanziarie ma sono state risarcite con un ulteriore sgravio sul costo del lavoro dello 0,5%. Banche e aziende hanno trovato una mediazione tra i loro interessi, dando quindi il via libera alla manovra.

Sulle pensioni è significativa la dichiarazione del ministro del Lavoro Damiano: “ Le grandi riforme (delle pensioni) le abbiamo già fatte negli anni novanta…ed hanno portato buoni risultati con risparmi dell’ordine di 200.000 miliardi delle vecchie lire (oltre 100 miliardi di euro)”. Quindi dice che i nuovi interventi andranno fatti “con calma”, e.. “per la manutenzione del sistema previdenziale utilizzeremo il tempo necessario”.

E’ chiaro quindi che l’attuale sistema pensionistico permette già da ora alla borghesia di ottenere risparmi dell’ordine di parecchi miliardi di euro all’anno.

La sostanza della politica previdenziale del governo si riduce a questo: se i lavoratori vogliono assicurarsi una pensione decente, d’ora in poi devono farlo a loro rischio e pericolo, affidando le loro liquidazioni alla speculazione dei mercati finanziari.

Ora, data la confusione generata dal varo di una manovra economica presentata come imparziale, bisogna chiarire alcuni aspetti riguardanti soprattutto il welfare, su cui è necessario aprire il dibattito per arrivare a delle iniziative concrete.

Primo: le retribuzioni, dirette o indirette che siano, rappresentano un unico monte salari. Questo monte salari va considerato reddito reale solo nella misura in cui i lavoratori riescono ad utilizzarlo correntemente per i propri bisogni. Quindi i fondi per le liquidazioni, pensioni, assistenza sanitaria ecc, che formalmente dovrebbero appartenere ai lavoratori, in realtà finchè non vengono tradotti in reale consumo rimangono ancora nella sfera del profitto e utilizzati come tali nell’investimento e nell’accumulazione.

Secondo: la teoria secondo cui un aumento della spesa dello stato in welfare per i lavoratori rappresenti un investimento in grado di allargare la produzione non ha nessun fondamento reale i quanto tali risorse o sono sottratte al salario diretto o al fondo di consumo della borghesia. Avremo soltanto uno spostamento della massa dei consumi tra le diverse classi sociali senza generare nessun aumento della produzione totale. Ciò che invece rappresenta un possibile allargamento della produzione è la concentrazione e la centralizzazione di piccoli capitali non in grado di valorizzarsi adeguatamente. Qui si innesca l’intervento dello stato nell’economia teso a superare le crescenti difficoltà di singoli e gruppi di capitalisti che non possono realizzare i giganteschi investimenti necessari soprattutto per le infrastrutture. Una delle funzioni che lo stato assume su di sé è quindi quella della gestione del salario indiretto, che i singoli capitalisti versano per il pagamento delle prestazioni sanitarie, pensioni e indennità di disoccupazione ecc. oggi la borghesia da una parte tenta di ridurlo per aumentare il profitto, dall’altra cerca di centralizzarlo, ma in entrambi i casi per essa si tratta di avere più capitali per allargare la produzione.

In conclusione, per il TFR la tendenza a è a concentrarlo in grande misura nei fondi gestiti dalla finanza per sopperire a una riduzione delle pensioni o direttamente dallo stato (INPS) per sostenere le spese infrastutturali.

Ciò che dobbiamo ribadire è che la difesa del welfare, in questa fase, fa parte della generale difesa del salario contro il capitale e quindi permette un’unificazione dei vari comparti della classe lavoratrice; inoltre è contro lo stato e può dunque diventare un momento importante per la ripresa delle lotte.

 

Torna a SOMMARIO

 

 

 

 

TFR: LA TRAPPOLA DEI FONDI PENSIONE

 

Il 22/02/07, nella sala dell’Istituto Avogadro di Torino, Beppe Scienza, docente di matematica all’Università di Torino ed esperto nelle questioni riguardanti il risparmio gestito, ha tenuto una conferenza sulla nuova normativa (D.L. n 279/06) che regolamenta l’eventuale trasferimento del TFR dei lavoratori dipendenti delle aziende private ai fondi pensionistici (in particolare in quei fondi di categoria, altrimenti detti “negoziali” o “chiusi”).

Si può vedere un video di una sua intervista sul sito “www.antenneattive.org”.

Scienza ha introdotto l’argomento evidenziando che questa nuova Legge rappresenta un esempio da manuale di un provvedimento bipartisan: fatta da Maroni e Tremonti, ripresa ed applicata (anticipandone di un anno l’entrata in vigore) dal governo Prodi e come, in questi mesi, è stata avviata una forte pressione mediatica con l’intento di convincere i lavoratori ad aderire, con il proprio TFR, ai fondi.

Ha proseguito esprimendo, nel merito di questo nuovo provvedimento legislativo, forti perplessità che qui di seguito proviamo a riassumere:

     · Nella legge è presente una trappola, “la subdola clausola del silenzio assenso”, chi non compirà esplicitamente per iscritto una scelta, grazie al meccanismo del “silenzio assenso” vedrà, quasi sicuramente, il proprio TFR finire nei fondi pensionistici. Inoltre va detto che chi mantiene il TFR nella forma attuale avrà ancora in futuro la possibilità di cambiare idea; chi invece oggi passa alla previdenza complementare non potrà più tornare sui propri passi.

·      E’ vero che i fondi negoziali beneficiano di un trattamento fiscale agevolato, ma i vantaggi non sono poi così rilevanti. Quello che si risparmia, se va bene, va a coprire i costi di gestione del fondo. Il costo di gestione dovrebbe aggirarsi intorno allo 0,50% all’anno (0,10 ai gestori del risparmio; 0,40% all’amministrazione del fondo per i costi dell’amministrazione). Ci sono inoltre costi che non si vedono, quelli dell’intermediazione, cioè del comprare e vendere azioni sul mercato.

·      Per un lavoratore, che vive del proprio salario, del proprio stipendio e che quindi, ha risorse piuttosto limitate è opportuno tenere presente che versando la propria liquidazione nei fondi non si ha la stessa garanzia che ad oggi, invece, dà la normativa che regolamenta la rivalutazione del TFR. Il TFR, con il suo sistema di rivalutazione, garantisce il livello del potere d’acquisto dei soldi accantonati, preservandoli quindi dall’inflazione. Nessun fondo, invece, può impegnarsi a garantire il lavoratore da eventuali impennate dell’inflazione e dal fluttuare dei rendimenti sui mercati finanziari. La Legge pare che preveda l’istituzione di fondi a “contribuzione definita”, vale a dire fondi che s’impegnano a versare al lavoratore almeno un minimo garantito. Ad oggi, però, questi fondi non ci sono ed il loro funzionamento non è ancora stabilito. Per adesso le maggiori garanzie le dà ancora il vecchio TFR!

·      Per convincere ed incentivare i lavoratori vengono ripetutamente mostrate le rendite della Borsa in questi ultimi quattro anni. Effettivamente,in questi ultimi anni la Borsa ha reso dal 15 al 20%, fruttando quindi forti guadagni. Va notato, però, che per fare questi raffronti hanno preso in considerazione solo gli anni che sono stati proficui, che hanno portato utili a chi ha investito, ma ci sono anche stati anni che così vantaggiosi non sono stati. Ad esempio, se qualcuno avesse investito nei fondi tra gli anni 1962 e 1982, avrebbe perso dal 70 al 80% del potere d’acquisto di quanto accantonato; mentre, negli stessi anni il TFR ha salvaguardato il 93% del potere d’acquisto.

·      Il Consiglio di Amministrazione di ogni fondo sarà composto per metà dei suoi membri dai rappresentanti dei lavoratori (i sindacati) e per l’altra metà dei rappresentanti dei datori di lavoro. Cosa ci stanno a fare nei C. di A. dei fondi gli imprenditori dal momento che vanno a gestire soldi che non sono loro (se non in una minutissima parte)? Ad esempio, potrebbero lavorare per convincere i fondi a comprare le azioni delle proprie aziende. I sindacati guadagnano un ruolo di prestigio e “posti” ben remunerati dove collocare propri funzionari. Inoltre, non va dimenticato che, questi fondi negoziali daranno in gestione i capitali raccolti agli stessi intermediari finanziari che in questi ultimi 20 anni hanno gestito i fondi comuni d’investimento con risultati disastrosi, almeno per i piccoli risparmiatori.

·      Se il lavoratore muore prima di arrivare all’età della pensione, quello che sino a quel momento ha versato viene restituito ai familiari. Se muore dopo essere andato in pensione la reversibilità non è prevista almeno che non sia stata scelta anticipatamente come opzione. In questo caso, però, il rendimento del capitale accantonato si riduce di parecchio (alcune stime valutano una riduzione del 30% della redditività).

In conclusione, Scienza ha detto che decidere adesso di aderire ai fondi è perlomeno prematuro: sarebbe una scelta fatta al buio. In mancanza di trasparenza il consiglio è sospendere, rimandare la scelta di un anno o due, o perlomeno, del tempo necessario a che i diversi aspetti siano meglio chiariti e che ci sia la conoscenza e la regolamentazione più completa del funzionamento dei fondi.

Chi non aderisce in questi mesi ai fondi, potrà sempre aderirvi in un futuro, se lo riterrà opportuno. Una volta aderito, invece, non se ne potrà più uscire, sino alla pensione. 

Per evitare che scatti il silenzio assenso, entro la fine di giugno, è necessario comunicare per iscritto sugli appositi moduli, la scelta di tenere in azienda il proprio TFR. In questo caso le imprese con 50 e più dipendenti verseranno il TFR all’INPS, ma per i lavoratori non cambierà nulla.

Come già scritto nel Bollettino di gennaio, lo scopo principale di questa riforma è lo sviluppo e l’allargamento in Italia dei mercati finanziari. Il modo in cui viene fatto è appunto quello di trasferire una parte dei redditi da lavoro dipendente ai mercati finanziari.

Indubbiamente da questa riforma sono molti a guadagnarci (il gettito annuo del TFR pare ammonti a 19 miliardi di euro), ma non sicuramente i lavoratori dipendenti.

 

 

Torna a SOMMARIO

 

 

 

GRAVE ATTACCO DELLA FIAT ALLE RAPPRESENTANZE SINDACALI

 

Il 5 marzo gli operai della Lastratura e del Montaggio hanno scioperato compattamente  contro la decisione della FIAT di dichiarare decaduti i due delegati RSU Vincenzo Caliendo e Simone Lo greco, perché hanno aderito alla Confederazione Cobas non condividendo la confluenza del S.In.Cobas , a cui appartenevano, in un nuovo sindacato (SdL)

Oltre 800 compagni di lavoro dei loro reparti hanno firmato in soli 3 giorni questo APPELLO per ribadire che sono i lavoratori che eleggono i loro delegati e solo i lavoratori hanno il diritto di revocarne il mandato.

Questa mobilitazione continua mentre sono in corso le procedure legali fino al reintegro dei due lavoratori nelle RSU

 

 

APPELLO

IN DIFESA DELLE R.S.U.

 

ALLE R.S.U. DELLA FIAT MIRAFIORI CARROZZERIA

A CGIL, CISL, UIL

A FIM, FIOM, UILM

A TUTTI I SINDACATI PIU’ RAPPRESENTATIVI NAZIONALMENTE

A TUTTI I SINDACATI DI BASE

 

Noi sottoscritti lavoratori, iscritti e non iscritti ai sindacati, prendendo atto del fatto che la Direzione aziendale FIAT ha tolto la copertura sindacale ai nostri compagni Vincenzo CALIENDO e Simone LOGRECO accampando pretestuose motivazioni, e prendendo atto che negli ultimi tempi, anche nella nostra azienda, sono contesi da varie sigle sindacali i posti di alcuni R.S.U., che sono migrati da un sindacato ad un altro o sono stati defenestrati dalla sigla di appartenenza, portando il contenzioso nei Tribunali, chiediamo sia messo fine all’indegno e ignobile spettacolo per cui i padroni ed i Giudici sono chiamati a decidere su chi debba essere il vero rappresentante sindacale dei lavoratori nelle aziende, ribadiamo che i rappresentanti, eletti democraticamente ogni tre anni, non possono e non debbono essere estromessi dai lori incarichi da nessuno, sino alla loro scadenza naturale, in quanto rappresentano innanzitutto i loro elettori.

 La rimozione dai loro incarichi, da parte delle direzioni aziendali o dell’autorità giudiziaria, su richiesta di qualche piccolo o grande burocrate, sono un’indebita ingerenza, un attacco alla democrazia dei lavoratori nei luoghi di lavoro, un chiaro indebolimento della classe lavoratrice che ormai da diversi anni è costretta a difendere, con le unghie e con i denti, le proprie condizioni di vita e di lavoro dagli attacchi che da più parti sono condotti.

 Proprio nel momento in cui si sta ridiscutendo di TFR, fondi pensione, pensioni pubbliche, precariato, rinnovi contrattuali, ecc. sentiamo il dovere di rivendicare e ribadire che i Rappresentanti Sindacali Unitari, democraticamente eletti, non devono essere toccati, perché sono nostri ! Sono i nostri primi portavoce, coloro che ci ascoltano ogni giorno e ai quali affidiamo le nostre rivendicazioni, i nostri problemi, le nostre speranze.

 Siamo consci che nei momenti più alti delle nostre lotte, nel corso delle occupazioni delle fabbriche del 1920-21, nel secondo dopoguerra, e più recentemente, negli anni sessanta e settanta, i lavoratori italiani, in primo luogo i lavoratori FIAT, hanno espresso chiaramente come doveva essere la propria rappresentanza: delegati eletti dal proprio gruppo omogeneo, eleggibili e revocabili in qualunque momento, e tutti assieme formanti i Consigli di Fabbrica.

 Siamo anche consci che negli anni che seguirono, le forze padronali e governative cercarono sempre di incanalare, raffreddare, controllare, gestire, le rappresentanze dirette ed immediate della nostra classe: con le corporazioni, con le Commissioni Interne.

 Le RSU nominate già rappresentano una anomalia alla libera, democratica elezione dei nostri rappresentanti. Riteniamo ora che una ulteriore indebita ingerenza anche sui rappresentanti eletti, a volte solo perché la loro voce è un po’ fuori dal coro, non sia più tollerabile !

 Invitiamo pertanto la R.S.U. della FIAT Mirafiori Carrozzeria a pronunciarsi in merito, invitando la Direzione Aziendale di astenersi da prendere qualunque decisione in merito alla copertura sindacale da attribuire alle singoli rappresentanti, perché tali coperture sono quelle decise e notificate lo scorso anno a seguito delle regolari elezioni nei luoghi di lavoro, e di annullare quindi la recente comunicazione con la quale si informavano i delegati Vincenzo Caliendo e Simone Logreco della loro decadenza dalla carica di R.S.U.

 

Invitiamo inoltre tutte le OO.SS. in indirizzo :

 1° - a respingere con ogni mezzo i tentativi degli imprenditori di influire o addirittura determinare la composizione delle R.S.U.

 2° - ad abbandonare immediatamente ogni rivalsa tra OO.SS. tesa a dichiarare o far dichiarare decaduto il singolo R.S.U. che ha lasciato un sindacato per aderire ad un altro, oppure, per propria o altrui decisione non sia più iscritto ad alcun sindacato, recedendo da qualsiasi azione giudiziaria in merito.

 3° - a ribadire, specificare e formalizzare il più presto possibile, con un Accordo Sindacale Confederale, da notificare alle Organizzazioni padronali ed al governo, che i singoli Rappresentanti Sindacali Aziendali, eletti democraticamente rimangono in carica sino alla loro scadenza naturale, indipendentemente dalle variazioni di scelte sindacali, politiche o religiose che nei tre anni di mandato possono determinarsi.

 

Torna a SOMMARIO

 

Salari, redditi e ricchezza delle famiglie italiane

 

L’IMPOVERIMENTO RELATIVO DEL LAVORO DIPENDENTE

 

Dire che il mondo in questo ultimo decennio è vertiginosamente cambiato e sta cambiando è affermare qualcosa che molti, probabilmente, hanno percepito. Uno dei principali motori di questo cambiamento è stato ed è l’entrata a pieno titolo nel mercato mondiale dell’EST Europa e dell’Asia , con il suo travolgente sviluppo capitalistico.

 Uno dei riflessi di questo gigantesco processo in corso è la riorganizzazione e definizione della divisione internazionale del lavoro che ha prodotto e sta producendo cambiamenti radicali in un mercato del lavoro sempre più internazionalizzato.

Conseguenza di ciò è stata, nelle principali potenze europee, il sorgere di una “questione sociale”. E’ stato definito così il diffondersi, nei paesi europei maggiormente sviluppati, di una “psicologia dell’incertezza”, ovvero il consolidarsi di un disagio, di una percezione nel “ceto intermedio” e nelle famiglie dei lavoratori di un impoverimento progressivo all’interno di un processo che sempre più va ad intaccare certezze che fino a pochi anni fa apparivano consolidate. Si è diffuso il timore, quindi, di veder messo in discussione il livello di benessere raggiunto, la paura che possano venir meno le prospettive di un’ascesa sociale che appariva garantita.

Dal boom economico italiano alla globalizzazione

Dagli anni ’50 in poi l’Italia, anche se in condizioni di relativa debolezza, ha fatto parte di un ristretto gruppo di paesi imperialistici al centro di un lunghissimo ciclo espansivo. Questo ciclo ha permesso, da un lato, la riproduzione e l’allargamento del capitale costante, dall’altro, ha consentito, a molte famiglie (anche di lavoratori dipendenti), di migliorare consistente il loro tenore di vita e di costituire anche apprezzabili patrimoni.

Fin dall’inizio degli anni ’90 la tendenza all’integrazione organica dei mercati, alla liberalizzazione ed estensione del commercio mondiale e dell’economia ha comportato una discesa dei salari reali nei paesi occidentali, ha costretto i lavoratori dipendenti d iniziare a confrontarsi con un mercato della forza lavoro esteso e differenziato: ha messo i salari, il basso tenore di vita dei lavoratori nel mondo, in concorrenza con i salari e “l’alto consumo occidentale”.

Per ciò il tratto comune della politica economica nelle maggiori potenze, in questi anni, è stato ed è: il contenimento della spesa pubblica, il taglio e la riforma del welfare, la riduzione dei costi di produzione e di distribuzione, la moderazione del costo dei salari diretti e indiretti dei lavoratori dipendenti, l’allungamento dell’orario di lavoro, la riduzione del costo delle pensioni e l’aumento dell’età pensionabile.

La particolarità dei bassi salari italiani

Un limite ormai endemico, una fragilità strutturale del sistema produttivo italiano è quello della sua scarsa concentrazione. La dimensione media delle imprese italiane nel 2005 è pari a 3,8 addetti contro i 7,5 della UE a 25; mentre l’incidenza delle imprese con meno di 10 addetti rimane al 47% del totale ormai da più di 5 anni a fronte di una quota di imprese medio grandi (250 e più addetti) sempre stabile intorno al 20%.

Le dimensioni aziendali ridotte comprimono la produttività e rendono le aziende meno in grado di assorbire e gestire le trasformazioni dei mercati e le innovazioni tecnologiche.

Il sistema delle imprese italiane può nel complesso reggere, compensare questa debolezza strutturale perché sopporta un costo del lavoro per dipendente nettamente più basso di quello delle altre maggiori economie europee.

Il risultato è che nelle imprese italiane la redditività resta in linea con quella degli altri paesi, compensando il minor valore aggiunto per addetto con il basso costo del lavoro.

Pertanto, nonostante la maggiore incidenza media degli oneri sociali, in Italia il costo del lavoro per dipendente rimane fra i più bassi d’Europa.

RETRIBUZIONI ORARIE REALI DEL SETTORE MANUFATTURIERO (1998 = 100)

Fonte: elaborazione Ires su dati OCDE

 

NAZIONI

2000

2004

 

Area Euro

102,2

104,8

 

Francia

105,7

113,1

Germania

103,5

105,8

                                                                               

 

Italia

100,6

101,2

 

Regno Unito

105,9

114,4

 

Spagna

100

105,2

 

USA

102,2

106,8

 

L’osservatorio europeo sulle relazioni industriali (Eiro), analizzando il biennio 2002/2003, esprime il medesimo giudizio sulle retribuzioni in Italia: l’Italia è il Paese europeo in cui le retribuzioni contrattuali sono cresciute di meno negli ultimi anni. In particolare, nel 2002, l’incremento in termini nominali è stato solo del 2,1% e nel 2003 del 2,2%, contro una media UE, rispettivamente, di 3,5% e di 3,1%.

Complessivamente, in Europa, nel quinquennio 1999-2003, tra i vecchi 15 paesi della UE, a registrare una bassa crescita delle retribuzioni contrattuali nominali ( dal 2% al 3%) sono stati, oltre all’Italia, l’Austria, la Germania , la Francia , la Finlandia e la Danimarca. Un aumento medio (compreso tra il 3% e il 4%) ha caratterizzato, invece, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito; mentre le performance migliori, con incrementi superiori al 4%, appartengono a Grecia, Irlanda e Lussemburgo.

In questi paesi, secondo l’Eiro, gli incrementi delle retribuzioni contrattuali sono rimasti al di sotto del margine distributivo,  0,7% in meno nel 2002 e 0,5% in meno nel 2003.

Nei 10 paesi dell’allargamento i tassi di crescita dei salari contrattuali in termini nominali sono stati sensibilmente più alti, 8,1% nel 2002 e 9,4% nel 2003. Anche in questi Paesi, entrati nella UE nel 2004, le retribuzioni contrattuali sono cresciute, però, meno del margine distributivo: 1,9% in meno nel 2002 e 0,2% nel 2003.

In Germania, secondo uno studio della Fondazione Friedrich-Ebert (FES), vicina al partito socialdemocratico tedesco, dal 2000 al 2005 i salari sono scesi in termini reali del 6% contro un incremento del 31% dei redditi da impresa e patrimoni. Considerando il solo settore industriale, il salario per unità di prodotto è sceso mediamente del 6,5%, mentre ogni lavoratore ha prodotto oltre il 21% in più.

Secondo l’Eiro, quindi, prosegue e si conferma, nel biennio 2002- 2003, in Europa, la fase di moderazione salariale. I sindacati non sono riusciti ad ottenere con la contrattazione collettiva incrementi retributivi pari alla somma dell’inflazione e dell’aumento della produttività (il cosiddetto margine distributivo).

In Italia addirittura l’accordo sindacale del ’93, sulla politica dei redditi, ha previsto per i rinnovi contrattuali, ed è così ancora oggi, un aumento salariale non superiore all’inflazione “programmata”, dimenticandosi e non tenendo mai conto dell’aumento della produttività!

La ricerca dall’Ires, “L’Italia del lavoro oggi”, presentata nel settembre dello scorso anno, realizzata attraverso 6015 interviste “face to face” a cui si sono aggiunte 1200 interviste telefoniche, ha l’obiettivo di offrire un quadro delle condizioni e delle aspettative dei lavoratori. Ne cogliamo alcuni spunti.

I salari. In media un lavoratore con contratto standard guadagna un salario netto mensile pari a 1.010 euro, se lavora nel Mezzogiorno solo 950 euro, se è occupato in un’impresa di piccole dimensioni (fino a 15 dipendenti) 870 euro, se ha un contratto non standard 800 euro, se è un lavoratore extracomunitario regolare 881 euro, se è un giovane con meno di 24 anni 788 euro.

Il 68,6% dei lavoratori intervistati ha un guadagno netto mensile che non supera i 1.300 euro (di questi il 35% guadagna meno di 1.000 euro); il 14,8% va da 1.300 a 1.500 euro e solo il 16,6% può disporre di un guadagno netto mensile superiore ai 1.500 euro

Le donne mediamente guadagnano di meno: nel campione preso in esame dalla ricerca, hanno un guadagno netto mensile inferiore ai 1.000 euro il 48,9% delle donne contro il 26,8% degli uomini.

Gli orari. Più del 60% dei lavoratori dipendenti lavora, di fatto, oltre le 40 ore settimanali (sono il 73% nel settore privato) e di questi ben il 22% supera le 45 ore. Il 14,2% è occupato part-time.

La paura di tornare indietro. I lavoratori intervistati appaiono relativamente pessimisti circa il loro futuro e percepiscono una più bassa prospettiva di ascesa sociale: quasi il 60% del campione, infatti, ritiene che la loro condizione rimarrà uguale o peggiorerà rispetto a quella dei loro genitori. I più pessimisti sono i lavoratori atipici.

I redditi familiari

I dati ISTAT per l’anno 2004 segnalano un numero di famiglie in Italia pari a 23,4 milioni su una popolazione di 58,5 milioni: la dimensione media delle famiglie è di 2,5 componenti, il 57,1% ha al suo interno 2 o più percettori di reddito.

Sulla struttura della famiglia italiana ricaviamo altre informazioni dall’indagine ISTAT: nel 2003 il 26% delle famiglie è composta da una persona sola, l’8% è composta da un genitore solo con figli, il 40% delle coppie ha figli, il 20% non ne ha.

Questi pochi dati confermano che la famiglia italiana negli anni 60 si è profondamente trasformata: la crescita del tasso di lavoro femminile ha determinato l’aumento del reddito familiare, ma anche la possibilità di abbassamento del valore della singola retribuzione, il calo delle nascite e il conseguente calo dei componenti medi della famiglia.

Fino agli anni 80, l’alto tasso di sviluppo e la relativa piena occupazione hanno permesso il consumo di massa, la crescita del risparmio, spesso poi investito nella casa di abitazione o di vacanza e anche in Titoli di Stato, l’insorgere di nuovi stili di vita; la scolarizzazione di massa, seguita da un rapido inserimento dei giovani nel mondo del lavoro e la creazione di nuove famiglie

Dopo gli anni 80, quest’inserimento è diventato più problematico e ha portato il prolungarsi della permanenza dei figli in famiglia, perché il sostegno economico di questa, il cumularsi di redditi anche se ridotti, ha reso ancora possibile un tenore di vita che altrimenti non sarebbe stato più realizzabile.

Intanto il reddito da lavoro dipendente è rimasto stagnante: fatto 100 il reddito reale pro capite del 91, nel 2003 è 102; secondo Prometeia, il reddito delle famiglie di lavoratori dipendenti è sceso negli stessi anni a 93.

Per contro c’è stato un consistente aumento della ricchezza totale e quindi di bisogni, legati all’ingresso sul mercato di nuovi beni e servizi, che hanno contribuito ad accrescere la percezione concreta d’impoverimento che è,quindi, soprattutto relativo.

L’ISTAT ha rilevato per il 2004 un reddito medio annuo per le famiglie italiane pari a 28.078 euro (2340 per 12 mensilità). Il 62% delle famiglie ha conseguito, però, un reddito inferiore, il 50% non ha superato i 22.353 euro annui (circa 1863 euro al mese). Inoltre il reddito medio delle famiglie residenti al Sud e nelle isole è pari a circa 3/4 del reddito delle famiglie residenti al Nord

Secondo la Banca d’Italia ( vedi tabella) , il reddito medio delle famiglie nel biennio 2002/2004 è salito del 2% in termini reali. Uscendo, però, dai valori medi si vede che per le famiglie dei lavoratori autonomi il potere d’acquisto è aumentato del 11,7%, mentre per le famiglie di lavoratori dipendenti è invece diminuito del 2,1%.

Se nel 2002 il divario di reddito tra una famiglia che lavora in proprio e una famiglia che sta a busta paga era di 9.700 euro, nel 2004 il gap è lievitato a 15.482 euro: un divario cresciuto del 60% circa.

Per i lavoratori dipendenti vi è stata quindi negli ultimi anni una perdita secca del potere d’acquisto, nonostante che alla fine della settimana si siano spesso trovati a lavorare qualche ora in più ( fra il 2002 e il

2004 il MH settimanale è passato mediamente da 37,7 a 38,1 ore).

 

 

      Famiglie di :

2002, media reddito netto famiglie, euro

2004, media reddito netto famiglie, euro

Variazione %

nominale

 2002/2004

Variazione % reale, al netto

 dell’inflazione 2002/2004

Lav. Autonomi  tot.

39.800

46.358

+16,5

+11,7

di cui Imprenditori, liberi professionisti

47.252

58.611

+24

+19,2

Lav dipendenti  tot.

30.070

30.876

+2,7

-2,1

Di cui Operai

23.148

24.080

+4

-0,8

           Impiegati

32.205

33.692

+4,6

-0,2

Pensionati

21.911

22.994

+4,9

+0,1

TOTALE

27.605

29.483

+6,8

+2,0

 

Aumenta la ricchezza delle famiglie italiane, diminuisce quella dei lavoratori dipendenti.

Il CENSIS nel giugno del 2005, valutando i dati della Banca d’Italia, stima che dal 1995 al 2005 la ricchezza netta delle famiglie, costituita da aziende, immobili, oggetti di valore e attività finanziarie al netto dei debiti, sia cresciuta mediamente del 5% annuo, attestandosi ad un totale di 7.700 miliardi di euro, circa 7 volte il Prodotto Interno Lordo annuo dell’Italia.

La Banca d’Italia fa anche un’analisi particolareggiata del possesso della ricchezza da parte delle famiglie tramite rilevazione statistica per interviste a campione, Fa notare che gli importi stimati, soprattutto sulle attività finanziarie, per via della reticenza nelle dichiarazioni e della difficoltà di rappresentare nel campione le famiglie più ricche, risultano inferiori di quelle rilevate dalle statistiche finanziarie aggregate.

Fatte queste premesse, rileva che la ricchezza netta presenta una concentrazione maggiore di quella del reddito : il 10% delle famiglie più ricche possiede il 43% dell’intera ricchezza netta ed è in aumento per il 5% delle famiglie più ricche che negli ultimi 10 anni sono passate dal 27% al 32% del totale.

Riguardo alla distribuzione, il 19,1% possiede meno di 10.000 euro, mentre il 33,6% possiede più di 200.000 euro: facendo 100 la ricchezza mediana nazionale posseduta dalle famiglie, quelle con capofamiglia lavoratore dipendente possiedono l’83,7 (le famiglie operaie solo  33,4) , mentre quelle dei lavoratori indipendenti ne possiedono circa il doppio (in particolare le famiglie degli imprenditori e liberi professionisti posseggono il 227,1%  della mediana).

E’ evidente anche alla luce di questi dati ufficiali, che nella società capitalistica l’aumento della ricchezza totale è ben lontano da provocarne una crescita diffusa a tutti, come cercano di farci credere i riformisti : anzi si assiste ad una sua polarizzazione, come già aveva scoperto 140 anni fa Marx nei suoi studi sul Capitale, soprattutto sotto forma di  profitti e rendite  per i possessori di mezzi di produzione, per investimenti sempre più ingenti, necessari per ottenere nuovi profitti nella folle lotta capitalistica internazionale.

 

Torna a SOMMARIO