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OLIMPIADI
E SFRUTTAMENTO DEL LAVORO Dal
10 al 26 febbraio 2006 Torino e la sua provincia ospiteranno i Giochi
Olimpici invernali. Alcune situazioni di sfruttamento del lavoro
salariato nei cantieri mostrano come l’interesse dei grandi gruppi
capitalistici si sia profondamente insinuato anche nell’ambito delle
manifestazioni sportive. In particolare per Torino le Olimpiadi sono
l’orpello con cui si cerca di rilanciare l’immagine della città e
si propaganda la ripresa dell’economia e dell’occupazione. In
realtà, che fine fanno gli 8000 edili che hanno lavorato nei cantieri
olimpici? Intanto ricordiamo alcune situazioni lavorative in cui essi
erano impiegati. Consideriamo una delle grosse ditte che hanno ottenuto
gli appalti, la Garboli (Villaggio Media Italgas e quartieri Spina 1 , 2
e 3). I suoi dipendenti erano solo il 20% del totale al lavoro, mentre
il resto del personale era assunto da ditte sovrappaltatrici. Inoltre di
questo 20% i dipendenti fissi dell’azienda (circa un terzo) sono stati
costretti alla trasferta in altre città d’Italia, con la medesima
paga e vitto e alloggio, mentre i rimanenti erano lavoratori temporanei.
Per quanto riguarda i lavoratori delle ditte in subappalto (l’80%,
abbiamo detto), più della metà erano stranieri, assunti con contratti
part-time, di tre o sei mesi, alla scadenza dei quali sono stati
costretti a continuare a lavorare in nero, anche 12 ore al giorno (anche
il sabato e la domenica), e spesso con il sistema del cottimo, che
sarebbe proibito dal contratto nazionale! Nessuno ha provveduto a fare
controlli su queste condizioni lavorative. Molti di loro che hanno
subito un infortunio sono stati ricattati e indotti a mettersi in mutua,
per evitare guai all’azienda. Una tale assenza di sicurezza può far
immaginare in quali condizioni sarebbero costretti a lavorare gli
sventurati che dovessero scavare i tunnel del TAV, in mezzo
all’amianto e all’uranio. Quasi tutti questi lavoratori hanno
accettato la tessera dei sindacati istituzionali, da parte di funzionari
che poi non si sono praticamente mai fatti vedere. Per non intralciare
il businness olimpico ed evitare il malcontento dei suoi padrini
politici, il sindacato non ha espresso alcuna posizione nè un minimo di
linea riguardo a questa categoria. Anzi, un volantino di denuncia
redatto spontaneamente dagli operai ha suscitato, come risposta della
CGIL, un’ora e mezza di inconcludente assemblea e nulla più. Anche le
condizioni di vita, oltre che quelle di lavoro, in molti casi sono
risultate drammatiche. Da “La Stampa” del 20 novembre scorso, ad
esempio, abbiamo appreso che 130 lavoratori di origine cinese e
cingalese, regolarmente assunti e portati in Italia dalla
“Consortium Mfp”, l’impresa con sede a Nichelino che ha ottenuto
dal Toroc l’appalto per la costruzione di alcune tensostrutture a
Cesana, vivevano nella frazione di Oulx Puy-Beaulard, stipati in una
casa alpina da 50 posti, trasformata in un dormitorio-alveare con
centinaia di letti, valigie, vestiti accatastati in ogni angolo
disponibile. Dunque condizioni di sfruttamento che spesso riguardano i
paesi asiatici in realtà esistono anche da noi, e non turbano
minimamente i nostri italianissimi padroni! Oggi,
alla fine dei cantieri, la maggior parte degli 8000 edili si aggiungono
alla schiera dei disoccupati; alcuni di essi seguiranno qualche cantiere
di altri grandi lavori in giro per l’Italia, molti stranieri saranno
spinti all’illegalità ed alla clandestinità, da cui spesso
provenivano. Più in generale, gli edili sono la cartina di tornasole
dell’attuale mercato del lavoro: precari, flessibili, malretribuiti.
In più questo settore tende ad assorbire gli esuberi e i licenziati
provenienti dal settore metalmeccanico, il che aumenta ulteriormente le
difficoltà di occupazione e la situazione d’incertezza. A chi dunque
va raccontando che le Olimpiadi e le Grandi Opere rilanciano
l’occupazione noi chiediamo: per quanti, a quali condizioni e per
quanto tempo? La risposta è: per pochi, in condizioni lavorative
pessime, in regime di precarietà quasi totale. Di fronte a questa
situazione sfavorevole crediamo che sia sempre più urgente una coesione
nella lotta dei lavoratori al di là della categoria e in solidarietà
con gli immigrati, condotta su obiettivi unificanti uno dei quali
potrebbe essere il reddito minimo garantito. Pino, un
lavoratore edile dell’Inchiesta Operaia
LAVORATORI
IN LOTTA – LA SCINTILLA A POMIGLIANO D’ARCO Il
14 febbraio 2006, 6.000 operai dell’Alfa Sud di Pomigliano hanno
bocciato in assemblea il contratto dei metalmeccanici. I sindacalisti
confederali, cui all’assemblea del secondo turno gli operai in massa
hanno impedito di parlare, hanno convocato ugualmente il referendum:
1.900 no e 400 sì. Per
la sconfitta è scattata subito la rappresaglia: la Fiat ha licenziato 8
operai, tutti dello SLAI Cobas, (5 dell’Alfa e 3 della collegata TNT)
con l’accusa di “aver capeggiato”
la contestazione ai sindacati. Da
subito la Fiom di Rinaldini si è distinta nelle menzogne, parlando di
“un’assemblea impedita da persone non occupate nello stabilimento”
(Il Manifesto 15.2.06). La verità sulla vicenda è testimoniata da un
video girato dai compagni dello SLAI Cobas, che documenta l’arroganza
dei sindacalisti confederali e la spontanea presa di posizione dei
lavoratori contro di loro. Da
questo episodio è nata una serie di iniziative di solidarietà con i
licenziati di Pomigliano, tenutesi in varie città d’Italia, culminate
nell’assemblea nazionale del 25 marzo a Napoli. Riportiamo
le conclusioni dell’assemblea pubblicate su Indymedia il 30 marzo. CONCLUSIONI
DELL’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL 25 MARZO 2006 A NAPOLI Il
licenziamento politico degli 8 operai di Pomigliano da parte della Fiat
e della TNT (rei di aver “capeggiato” la contestazione ai sindacati
confederali e la solenne bocciatura in assemblea del contratto-bidone
dei metalmeccanici) è non solo un tentativo di decapitare la struttura
di fabbrica dello Slai Cobas di Pomigliano, ma soprattutto il tentativo
del padronato (e dei consenzienti CGILCISL-UIL) di impedire con una
illecita repressione da “regime” il rilancio e l’organizzazione
della diffusa volontà dei lavoratori di opporsi alle politiche in atto
di concertazione e precarizzazione dell’intero mondo del lavoro
dipendente. Una pratica liberticida che non è della sola Fiat ma che si
accentua di pari passo al progredire della crisi (e dell’autoritarismo
delle politiche di guerra commerciale e guerreggiata) e dell’esigenza
padronale di recuperare margini di profitto agendo sulla costante
riduzione del costo di lavoro. Eventi che prospettano, nel prossimo
futuro post elezioni politiche (indipendentemente dalla vittoria del
centro-destra o del cosiddetto centro-sinistra) il rilancio della
concertazione sindacale ed un rinnovato e devastante attacco alle
condizioni lavorative e sociali. Questi licenziamenti sono stati solo
gli ultimi atti di repressione padronale e statale: basta ricordare il
licenziamento dei 5 lavoratori del Collettivo Precari Atesia di Roma o
le misure restrittive nei confronti di lavoratori aderenti al Sindacato
dei Lavoratori in Lotta di Napoli, o l’inasprimento delle normative
antisciopero e la criminalizzazione dei lavoratori dell’ATM di Milano
o quella degli aeroportuali, solo per fare alcuni esempi. Per
combattere i licenziamenti di rappresaglia politico-sindacale e i
licenziamenti tout court, occorre andare oltre la solidarietà, e
adoperarsi, collettivamente, per costruire organizzare e rilanciare
insieme un forte movimento di massa e unitario, “di resistenza e
controffensiva” nei posti di lavoro e nel territorio (come in questi
giorni sta avvenendo in Francia) per contrastare le politiche
antiproletarie che continuano ad indebolire e fiaccare i lavoratori in
tutti i settori, condannandoli, insieme alle loro famiglie, al ricatto
della precarietà a vita e la collocazione in fascia di povertà, a
“sotto-diritti e sotto-salario”. Un
nuovo movimento di massa per rompere i confini delle specifiche
categorie ed andare oltre la “resistenza” su temi ed obiettivi
anticonsociativi ed intercategoriali sulle questioni fondamentali del
recupero salariale adeguato ai bisogni reali (aumenti consistenti e
egualitari, recupero automatico dell’inflazione reale, rivalutazione
pensioni e servizi pubblici ecc.), e garanzia del reddito, lotta alla
precarizzazione in atto del lavoro dipendente (con l’abrogazione del
pacchetto Treu e della legge 30 e per la stabilizzazione dei lavoratori
variamente “atipici”), e per la democrazia nei posti di lavoro (con
conferimento di diritti sindacali forti ai lavoratori e da loro
esigibili). Un
movimento di massa in cui tutti coloro che si oppongono alla
concertazione e allo sfruttamento partecipino pienamente con pari
diritti, senza prevaricazioni e rompendo le logiche di appartenenza che
hanno spesso segnato le esperienze di resistenza e di organizzazione nel
corso di questi anni che hanno tra l’altro contribuito a rendere
difficoltosa una risposta di massa da parte dei lavoratori. Partendo
da queste considerazioni, comuni ai partecipanti all’assemblea, le
proposte operative formulate nelle conclusioni sono: 1
Adesione e invio di delegazioni da parte delle realtà
partecipanti alla manifestazione romana di venerdì 31 marzo “Per
l’unità delle lotte sociali e contro la precarietà”, quale primo
segnale di una condivisione degli obiettivi e di apertura di un percorso
verso una mobilitazione comune e sempre più di massa. (La
manifestazione è indetta da Collettivo Precari Atesia, Cobas
Telecontact center, Lavoratrici/tori Cobas XCOS, Lavoratrici/tori
autorganizzati ACI Informatica, Cobas Lavoro Privato – settore
comunicazioni, Cobas Atesia, Assemblea coordinata e continuativa contro
la precarietà, Coordinamento lavoratrici e lavoratori Roma Ovest,
Comitato Precari Roma Est, COCITTOS Coordinamento cittadino operatori
sociali, CSOA “I PO’ “, Corrispondenze Metropolitane, e partirà
da Piazza Barberini alle ore 17.00.) 2
Stesura di una
bozza di piattaforma sui punti discussi in assemblea: salario, precarietà
e democrazia sindacale. Una piattaforma che, approvata dagli organismi
che hanno partecipato all’assemblea e da quanti altri vorranno unirsi
a questo percorso, sia usata quale strumento comune di intervento nei
posti di lavoro e nel territorio e per promuovere una manifestazione
nazionale entro maggio. 3
Manifestazione
nazionale entro maggio quale inizio di un percorso comune stabile tra
tutte le realtà, finalizzato a coordinare tutte le forze sindacali e
politiche che non accettano le politiche della concertazione. 4
Utilizzo in
tutte le località in cui si è presenti delle manifestazioni del 1°
maggio per diffondere questa piattaforma e l’appuntamento della
manifestazione nazionale. La
versione definitiva della piattaforma (la cui bozza sarà inviata a
breve alle realtà partecipanti) e la data della manifestazione saranno
definiti in una riunione che proponiamo di tenere a Roma o giovedì 13
aprile o giovedì 20 aprile. L’assemblea
nazionale riunita a Napoli il 25 marzo ha inoltre espresso piena
solidarietà agli arrestati per i fatti di Milano dell’11 marzo 2006 e
ne richiede l’immediata scarcerazione, al contempo non può che
rilanciare l’allarme per il riorganizzarsi dell’estrema destra, da
sempre al servizio del capitalismo e contro i lavoratori, che in questa
fase usufruisce anche del sostegno derivato dalla partecipazione di suoi
esponenti nelle liste elettorali del centro destra. Copromotori
e compartecipi con lo Slai Cobas dell’assemblea nazionale del 25 Marzo
2006 a Napoli: Alternativa sindacale - Melfi Assemblea
Coordinata e Continuativa Contro la Precarietà - Roma Area Antagonista
Campana - Campo Antimperialista
- Centro documentazione Le radici e le ali - Aversa Centro
Sociale Autogestito Vittoria - Milano
Collettivo Internazionalista - Napoli
- Collettivo Precari Atesia - Roma
Collettivo Corrispondenze Metropolitane - Roma Collettivo
Prendiamo la parola - Comune di Milano Collettivo Red Link Collettivo
redazionale di Teoria & Prassi Comitato Iraq libero
Comitati di Appoggio alla Resistenza - per il Comunismo (CARC)
Confederazione Cobas Coordinamenti contro lo scippo del tfr e la
precarietà Coordinamento Lavoratori Comunisti Coordinamento Lavoratrici
e Lavoratori Roma Ovest (Claro) - Corsisti
SLL - Ponticelli (NA) Disoccupati
e Precari RdB - Federazione
Regionale Campana dell’RdB/CUB FGCI
Bergamo Laboratorio resistenza sulla guerra - Roma Laboratorio sociale
la talpa l’Altra Lombardia
SU LA TESTA - Libreria Quarto
Stato - Aversa Precari Asu e
Puc Enti Locali della Sicilia Presidio di lotta contro l’inceneritore
- Acerra Progetto Comunista
(ROL) Redazione di Roma Operai Contro-ASLO Redazione Legittima Difesa di
Umbria e Toscana - Sincobas Rsu
Mirafiori Torino Unione
Sindacale Italiana
LOTTA CONTRO IL CPE IN FRANCIA Come valutazioni sulla lotta contro il CPE in Francia, che alla fine di marzo sembra lungi dall’essere conclusa, riportiamo stralci di due documenti:
Entrambi i testi collegano questa lotta con il movimento delle banlieue dello scorso novembre.
1.CORRENTE COMUNISTA INTERNAZIONALE A PARIGI – VOLANTINO 6 MARZO 2006 www.internationalism.org Studenti, liceali, futuri disoccupati o futuri precari, operai al lavoro o senza lavoro: stessa lotta contro il capitalismo! ...Le istituzioni dell’educazione
nazionale (collegi, licei, università…) sono diventate fabbriche di
disoccupati, serbatoi di mano d’opera a buon mercato. E’ proprio
perché l’hanno compreso, che le assemblee di studenti, come a Caen,
hanno mandato delle delegazioni presso i lavoratori delle imprese vicine
e presso i giovani disoccupati delle città per chiamarli ad unirsi alla
lotta. Il CPE è la precarietà organizzata. Ma la precarietà non
colpisce unicamente i giovani. Tutte le generazioni di proletari sono
toccate da disoccupazione, precarietà e miseria. Lavoratori salariati,
disoccupati o pensionati, bisogna mobilitarsi, sono i vostri figli ad
essere attaccati adesso! Siete voi che avete prodotto e producete ancora
tutte le ricchezze della società. Siete voi che siete il motore della
lotta contro il capitalismo! 2. COLLETTIVO UNIVERSITARIO AUTONOMO - COMUNICATO DEL 19.3 ...Da settimane si svolgono nelle Università e nei licei di tutta la Francia assemblee e vengono ovunque votati scioperi e occupazioni, in molti casi con il completo blocco dei corsi universitari. La manifestazione del 16 ha mostrato, se ancora ce ne fosse stato bisogno, da che parte stanno gli studenti francesi e quale e quanto grande è la loro determinazione a proseguire la lotta. Di fronte alla miopia di chi mette in primo piano la frequenza ai corsi rispetto a una mobilitazione che sta determinando il quadro politico francese e riguarda problemi che toccano le vite di tutte e tutti in tutta Europa, il movimento ha risposto compattamente con il proseguimento dei blocchi e con le mobilitazioni di piazza. Tutti i blocchi, del resto, sono stati decisi nelle assemblee: chi invoca referendum organizzati che si sostituiscano ad esse non ha evidentemente compreso che i movimenti di protesta differiscono dalle dittature, che impongono l’unanimità, e dalle democrazie, che procedono alla conta dei voti sulla base di un concetto di eguaglianza puramente formale, per il fatto che mettono in primo piano la dimensione qualitativa della partecipazione e il protagonismo reale, la mobilitazione e l’impegno politico pratico. Le sirene perbeniste dei governi sulla legalità e il rispetto delle opinioni di chi non vuole partecipare alla protesta, che di solito anticipano di poche ore le manganellate della polizia, non ci convincono: per noi il voto di un’assemblea, luogo di discussione che già di per sé prevede per lo meno un mettersi in gioco, non potrà mai essere equiparato al gesto passivo e in realtà mistificante di inserire la scheda nell’urna. …interi licei della banlieue hanno aderito e partecipato al corteo, rispedendo al mittente la considerazione del primo ministro secondo cui il CPE sarebbe pensato proprio per loro. Ha fatto notare uno studente banlieusard ai giornali: "Non è questo palese razzismo? Dunque non solo siamo gli esclusi, ma dobbiamo tollerare anche differenti condizioni di lavoro rispetto agli altri francesi?". Le molte azioni praticate dai giovani di periferia ieri nel centro di Parigi hanno rappresentato un arricchimento del contesto politico e sociale della mobilitazione, sono state per molti di loro l’occasione per quella calata sul centro di Parigi che era stata loro impedita quest’autunno con la militarizzazione della città. I problemi che vi sono, molto spesso, tra loro e altri studenti, sono espressione di un’assenza di confronto e di una diffidenza reciproca che è per molte ragioni comprensibile e che sarebbe ipocrita negare, ma sono anche un elemento frenante per la costruzione di un movimento sempre più ampio, e in questo senso deve essere tentativo di tutte e tutti ambire a superarle.In questo senso l’atteggiamento di certi radical chic che annunciano azioni dimostrative ma si dileguano non appena vedono qualcuno con il cappuccio e la pelle nera, costituisce un comportamento grave e politicamente regressivo. Crediamo sia importante che tutte le studentesse e tutti gli studenti italiani riprendano l’attività assembleare e la discussione di nuove iniziative di lotta contro lo stato attuale dell’Università e del lavoro giovanile, in modo che lo sforzo delle studentesse e degli studenti francesi non resti isolato. Nel momento in cui l’Europa procede, pur con molti problemi, sulla via dell’unificazione politica, è compito dei movimenti autonomi e antagonisti, dei movimenti studenteschi, dei movimenti antifascisti e antirazzisti dare respiro alla tendenza delle lotte dei differenti paesi a unificarsi. Gli studenti universitari sono un soggetto unito da molti fattori a livello internazionale: colpiti sul luogo di studio dalle riforme dell’Università e della ricerca che hanno impoverito i contenuti scientifici e le pratiche di discussione e apprendimento, vivono in prima persona, accanto ad altri soggetti sociali, le conseguenze della deregolamentazione selvaggia del mondo del lavoro e la precarietà come orizzonte quotidiano...
FRANCIA:
VITTORIA DEL MOVIMENTO CONTRO IL CPE Lunedi
10 aprile il Presidente Chirac ha annunciato che la legge contenente il
CPE (Contratto di Primo Impiego) sarà “sostituita”, sancendo la
vittoria di un movimento studentesco che si è protratto per due mesi
con forti mobilitazioni. Il 5 aprile, ovvero alcuni giorni prima, si era
svolta un’assemblea all’Università di Torino con una delegazione di
studenti francesi (circa 100 partecipanti). Quell’assemblea ha fornito
alcuni elementi per una valutazione delle caratteristiche del movimento;
eccone un breve resoconto (redatto appunto il 5 aprile, a movimento in
corso). -Il movimento contro il CPE è partito dalle università (per la
precisione non a Parigi, ma a Rennes); ad esso si sono collegati i
liceali e in un secondo momento lavoratori e “sans-papiers”. Quindi
vi sarebbe la possibilità di unificare diverse rivendicazioni in una
lotta comune; tuttavia c’è difficoltà ad amalgamare le varie
componenti (infatti assemblee con studenti e lavoratori insieme non ce
ne sono). -Gli studenti si organizzano per lo più in maniera spontanea
e assembleare, anche se il ruolo di interlocutore con il governo è
svolto per lo più dalla minoranza dei giovani dell’UNEF, il sindacato
studentesco filo-Jospin, che fa da freno alla parte più radicale del
movimento. -I lavoratori si sono mossi tiepidamente, e in forme
abbastanza “tradizionali” (cortei cittadini e striscioni, non
blocchi stradali e delle stazioni etc.). Sono controllati dai sindacati
(CGT) e da alcuni partiti della sinistra istituzionale, come Lutte
Ouvriere. -I banlieuesards si sono mossi poco e in alcuni casi con bande
che si schierano contro gli stessi studenti di Parigi (!), rendendo
evidente che per ora ci sono difficoltà a saldare il movimento contro
il CPE con le forze sociali che si sono rese protagoniste delle sommosse
dello scorso novembre. Ad esempio, l’università di Paris 8, che è
nella banlieue, nella quale il 60% degli iscritti è salariato, non è
stata bloccata per la scarsa adesione alle proteste. A Parigi città
invece pressochè tutte le università sono o chiuse dalla polizia (ad
es. la Sorbonne) o bloccate dagli studenti. -Il bilancio della
repressione è per ora di circa 1500 tra arresti e fermi. Circolano tra
i manifestanti nominativi di avvocati che spiegano loro come comportarsi
nelle caserme della polizia. -La possibilità di estendere la protesta
oltre l’obiettivo specifico del ritiro del CPE è scarsa, quantunque
si facciano dei tentativi in questo senso; la maggior parte degli
studenti non è in alcun modo politicizzata, e la propaganda di
posizioni esplicitamente anti-capitaliste non è predominante. Occorrerà
molto tempo e molto lavoro in questa direzione, che però molti degli
studenti coinvolti (ricordiamo che si tratta di centinaia di migliaia)
sembrano disposti a spendere, poiché questa esperienza sembra lasciare
su di loro una traccia significativa, comunque vadano le cose. E’
stato comunque ricordato che un corteo di venerdì 31 marzo è terminato
a Montmartre con danni alla basilica del Sacro Cuore, «costruita per
lavarsi la coscienza dei 40000 comunardi massacrati nel 1871». Il
2 maggio a Parigi, dopo la manifestazione del Mayday del giorno prima,
si è svolta un’assemblea europea degli studenti, allo scopo di
confrontarsi su questa esperienza di lotta e portare avanti progetti
futuri coordinandoli a livello internazionale.
ASSEMBLEA
NAZIONALE DEL 13 MAGGIO A ROMA E’
stata convocata per il 13 maggio a Roma l’assemblea nazionale sui
problemi legati al mondo del lavoro. Si tratta della seconda tappa di un
percorso di cui avevamo parlato nel bollettino di marzo, iniziato con i
licenziamenti all’Alfa di Pomigliano e proseguito con l’assemblea
di Napoli del 25 marzo su salario, precarietà e democrazia sindacale.
Segue la prima parte, una specie di introduzione politica, del lungo
appello pubblicato in vista dell’assemblea sul sito dello SLAI COBAS,
promotore dell’iniziativa. Per essere aggiornati direttamente, vedere
il sito www.slaicobasmilano.org. Appello per una riunione nazionale su salario, precariato, democrazia nei
posti di lavoro La
concertazione e la precarizzazione di tutto il lavoro dipendente
progrediscono di pari passo con l’approfondirsi della crisi del
capitalismo, in Italia come negli altri paesi “sviluppati”. Ad essi
si accompagnano l’autoritarismo delle politiche di guerra commerciale
e guerreggiata, che sul piano dei rapporti tra le classi si articolano
anche in una crescita della repressione padronale (in Italia spesso
gestita congiuntamente con i sindacati confederali, come avvenuto col
licenziamento degli 8 operai della Fiat di Pomigliano “rei” di aver
bocciato il contratto metalmeccanici). Il
Pacchetto Treu e la Legge 30 (Biagi) sono solo le ultime, ma non le
uniche, misure grazie a cui settori fondamentali del capitalismo
italiano riescono addirittura ad aumentare i loro margini di profitto,
pur permanendo una condizione di crisi che indebolisce l’Italia sul
piano della concorrenza internazionale. Il
drastico peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro creato da
queste misure è parte integrante della vita quotidiana di milioni di
lavoratori, che cominciano, però, a tentare di opporsi a questa
situazione. Non solo in Francia come avvenuto con il movimento di massa
contro i CPE e i CNE, ma anche in Italia. Pomigliano (8 licenziati), la
lotta dei Precari Atesia di Roma (5 licenziati) e quella dei precari ASU
e PUC in Sicilia, le iniziative in varie città italiane di lavoratori
in corso di precarizzazione o già precarizzati (negli ospedali a Roma,
all’aeroporto di Malpensa, all’ Alicos a Palermo, ecc.) sono
altrettanti segnali di una volontà di resistenza e di controffensiva
che si va affermando, imposta dalle condizioni del lavoro. Ma queste
lotte non solo il più delle volte sono sepolte dal silenzio stampa e
non sono adeguatamente sostenute dalla nostra controinformazione, ma
sono destinate a ripiegare su se stesse e a essere sconfitte, se non
troveranno reciproci collegamenti, una rete nazionale organizzata,
obiettivi e scadenze comuni e condivisi, che ne favoriscano la
generalizzazione e la durata. Fin
dall’assemblea nazionale di Napoli del 25 marzo 2006, in solidarietà
con gli operai licenziati di Pomigliano, come Slai Cobas abbiamo posto
la questione di andare oltre la solidarietà e adoperarsi,
collettivamente, per costruire, organizzare e rilanciare insieme un
forte movimento di massa e unitario, “di resistenza e
controffensiva” nei posti di lavoro e nel territorio. Pensiamo si
debba fare assieme un salto di qualità per contrastare le politiche
antiproletarie che continuano a indebolire e fiaccare i lavoratori in
tutti i settori, condannandoli, insieme alle loro famiglie, al ricatto
della precarietà a vita e la collocazione in fascia di povertà a
“sotto-diritti e sotto-salario”. Un
salto di qualità che ci permetta di superare divisioni, campanilismi di
sigla e una gestione delle lotte limitata alle singole realtà aziendali
e/o locali. Un salto di qualità che consenta l’unificazione dei
lavoratori e superi la ritualità e l’autoreferenzialità di scadenze
nazionali a intervalli irregolari decise dai “vertici” del
sindacalismo di base. Manifestazioni e iniziative nazionali condotte
finora senza un percorso continuativo comune tra l’una e l’altra e
senza un agire unitario a partire dai posti di lavoro; ma al contrario
spesso portate avanti con la sola ottica di acquisire più tesserati, se
possibile a scapito delle sigle “concorrenti”. Un
salto di qualità impostoci anche dall’esito delle elezioni politiche,
che con la formazione di un governo di centro sinistra, vedrà un
rilancio della concertazione e della consociazione col padronato (una
maggior integrazione dei sindacati nello stato), con un ruolo primario
dei sindacati confederali...
RESOCONTO
DELL’ASSEMBLEA DEL 13 MAGGIO A ROMA Il
13 maggio si è svolta a Roma un’assemblea nazionale su salari e
precarietà, promossa dallo SLAI Cobas e alla quale hanno aderito
diversi raggruppamenti da tutta Italia, per un totale di un centinaio di
partecipanti. I compagni del Circolo Internazionalista di Torino che
sono intervenuti hanno ribadito l’importanza di un percorso unitario
che tenda a coordinare le varie situazioni di lotta nel mondo del lavoro
e la necessità dare una connotazione politica alle varie azioni. Una
prossima scadenza unitaria dovrebbe essere a fine settembre - inizio
ottobre, quando presumibilmente il nuovo governo Prodi metterà a sua
volta in discussione le conquiste fatte in passato dai lavoratori con la
nuova manovra finanziaria. La mobilitazione che ha portato a questa
assemblea era partita dal licenziamento pretestuoso di 8 delegati SLAI
Cobas all’Alfa Romeo di Pomigliano d’Arco, dopo che lo scorso 14
febbraio lo stabilimento in questione aveva bocciato il contratto
metalmeccanici sottoscritto dai sindacati confederali. Questi otto
delegati sono stati riammessi in azienda in seguito ad una vertenza
legale, e senz’altro grazie alla campagna di denuncia della vicenda
svoltasi in varie città italiane nei mesi passati. A margine
dell’assemblea, nel pomeriggio, si è svolto poi un incontro tra
rappresentanti di raggruppamenti internazionalisti di Torino, Milano,
Roma e Napoli, allo scopo di confrontarsi su alcune questioni teoriche e
porsi degli obiettivi comuni dal punto di vista pratico. I temi
affrontati sono stati l’imperialismo italiano, la resistenza irachena,
il processo di costituzione del polo imperialista europeo,
l’immigrazione. Come primo risultato, si è deciso di portare avanti
in maniera coordinata la campagna già in atto di denuncia e azione
politica sul tema del ritiro dei militari italiani dall’Irak e da
tutti gli scenari di guerra, a partire dal 2 giugno e nelle scadenze
successive.
Dal
presidio EATON di Rivarolo Canavese Ormai
da più di un mese l’azienda Eaton di Rivarolo Canavese (provincia di
Torino) è presidiata dai dipendenti, che protestano per l’imminente
chiusura dello stabilimento. E’ un caso emblematico degli effetti
della delocalizzazione e automazione sempre più marcate che riguardano
certi settori come quello metalmeccanico. Segue una corrispondenza di un
compagno del Circolo Internazionalista in contatto da diversi giorni con
i dipendenti dell’azienda in lotta. Dalla
fredda sera primaverile ad un pomeriggio quasi estivo rivedo oggi, 27
maggio, i compagni del presidio: la partecipazione è sempre numerosa,
vedo anche due o tre bandiere a strisce della CISL a parte le solite
rosse della FIOM. Il
presidio tiene, viene persino un compagno da Bosconero, lo stabilimento
dei “bravi”, a maggioranza UIL e CISL, con un solo delegato FIOM.
Qui, a Rivarolo Bicocca, che è lo stabilimento più di vecchio
insediamento, le rappresentanze sindacali sono a maggioranza FIOM. Le
scadenze sono: il primo di giugno un incontro in Regione Piemonte, l’8
di giugno una marcia-fiaccolata notturna per la difesa del lavoro, il 30
giugno udienza in pretura contro la richiesta aziendale di sgombero del
presidio, infine il 13 luglio la scadenza dei termini sindacali per i
199 licenziati, adesso in Cassa Integrazione Speciale. Questa cassa era
stata pattuita nell’accordo di solo 14 mesi fa, nel quale l’azienda
“garantiva” l’occupazione ed i livelli produttivi purchè da parte
sindacale ci fosse una moratoria sul costo del lavoro e sulla
flessibilità; e dopo che la Regione Piemonte aveva stanziato 4 milioni
di euro da destinare alla ricerca e allo sviluppo dello stabilimento
stesso! La
situazione è dunque oltremodo chiara, grave. Non si fanno investimenti
di tale tipo, chiaramente strategici, senza una programmazione precisa,
e valutando anche i costi dell’abbandono delle vecchie sedi di
produzione. Ovviamente il sindaco di Rivarolo, di AN, concede lo spazio
ai lavoratori presso la Mostra del Canavese, l’europarlamentare Rizzo
porta domani al presidio la solidarietà del PdCI, si avrà un incontro
a breve con il ministro del lavoro a Roma, ed è stato deciso dalle tre
confederazioni uno sciopero di solidarietà nazionale sulla occupazione
a rischio.
LA
“PRECARIETA” E’ UNA CARATTERISTICA PECULIARE DEL LAVORO NEL Il
posto di lavoro nel capitalismo è legato alle leggi generali della
concorrenza che lo dominano, è legato al mercato e non alle esigenze
dei lavoratori e dei consumatori e quindi è sempre precario. Anche il
prezzo della “forza lavoro”, cioè il salario, lo stipendio, dipende
dalla domanda e dall’offerta e si confronta sul mercato mondiale. Un
salario “occidentale”, a parità di condizioni di investimenti e di
tecnologia, non è competitivo con un salario cinese, indiano o dei
paesi dell’Est Europa, dove per ora i livelli di vita sono più bassi.
Le leggi Treu e Biagi in Italia cercano di abbassare il prezzo della
“forza lavoro” per una fetta sempre più ampia di lavoratori, non
solo quelli meno specializzati, e soprattutto renderla “flessibile”,
cioè adattabile al “ciclo di affari” delle imprese. Per far ciò
cercano di istituzionalizzare il lavoro “atipico”, che come
caratteristica peculiare ha la “precarietà”. Sul
Sole 24 ore del 21/6/06 sono stati pubblicati i dati di un monitoraggio
per il 2005 eseguito da ricercatori del Istituto ISFOL del Ministero del
Lavoro, fatto su un campione di 22.000 imprese, società private,
industriali e dei servizi.
LAVORO PRECARIO NEI CALL-CENTER – LA LOTTA DELL’ATESIA Nell’articolo
del bollettino di giugno La “precarietà” è una caratteristica
peculiare del capitalismo abbiamo affrontato il tema del lavoro
precario e dopo aver mostrato alcuni dati concludevamo con
l’affermazione che 1/5 dei lavoratori italiani è “ufficialmente”
precario. Andiamo ad esplorare un mondo la cui precarietà è “ragione
di vita”: il mondo dei call center. Contrariamente all’immagine di
sorridente soddisfazione di un’attività che si svolge in un ambiente
asettico ed ergonomico, questo settore si contraddistingue per lo scarso
rispetto delle condizioni di lavoro e del lavoratore. Definiamo
più precisamente qual è l’attività svolta dall’addetto al call
center. Questa si divide in due tipologie: -Inbound:
lavoro che viene svolto a fronte di una chiamata esterna (ad esempio il
187 Telecom). Il cliente chiama e l’addetto risponde senza avere
nessun potere sul flusso di chiamate entrante, egli deve “solo”
alzare la cornetta a fronte di uno squillo. -Outbound:
più vicino ad una vendita “porta a porta” svolta remotamente;
all’addetto viene dato in gestione un territorio virtuale sul quale
egli procaccia contratti di vendita di beni o servizi. Le “liste dei
contatti” vengono fornite dall’azienda al lavoratore. I lavoratori
outbound secondo la circolare 17 del nuovo ministro del lavoro
Damiano sono i soli considerati e trattati come lavoratori autonomi
(si tratterebbe di oltre 250mila addetti,
secondo le stime dell'associazione datoriale Assocontact), perché
necessario “porre freno alla sfrenata concorrenza tra le stesse
aziende, meccanismo che vede le realtà più virtuose spesso essere ai
margini della competitività”. Si
capisce che l’inbound è più passivo, mentre il secondo molto
assomiglia ad una attività commerciale “tout court”. L’inbound
rimane il modo più comune di utilizzo del call center ma proprio per
questo più nascosto all’interno dei mansionari aziendali, tra le
pieghe di accordi o contratti integrativi, con la creazione di addetti
al call center che hanno visto la propria mansione impiegatizia cambiare
nel tempo. Ad esempio, addetti al contatto diretto col pubblico sono
stati trasformati in addetti che prestano la propria professionalità a
distanza senza che il CCNL ne abbia registrato la mutazione. Quanto
si è lontani da una quantificazione definita del settore lo si capisce
dallo schema sottostante: il 40% è considerato genericamente autonomo,
pur lavorando nei settori telecomunicazioni e commercio al pari dei
dipendenti effettivi, che però sono conteggiati separatamente
(rispettivamente circa 19% e 16% del totale). La restante minoranza
degli addetti è sparpagliata in un confuso qualcos’altro. Ci troviamo
di fronte a lavoratori che pur svolgendo la medesima mansione si trovano
a lavorare e a “vivere” in CCNL diversi con la propria mansione
nemmeno inquadrata nello stesso. Mancando
dati totali certi, la Stampa del 10 giugno parla di 400.000 addetti ai
call-center sul territorio nazionale (stima probabilmente in difetto).
L’età media degli operatori è di 28 anni; sono distribuiti in
prevalenza nel Lazio e in Lombardia, sono formati per il 60% da donne e
un 30% di loro è laureato (vedi siti indicati a fondo pagina). Veniamo a questo punto al caso di uno dei più grossi call center d’Italia, Atesia: 5000 dipendenti, maggior azionista il signor Alberto Tripi, grande elettore della Margherita. Negli ultimi anni di fronte alle pressioni aziendali i lavoratori di questa grossa struttura si sono organizzati in maniera autonoma rispetto ai sindacati (ormai addomesticati) e hanno portato avanti alcune significative rivendicazioni. Molto materiale informativo è reperibile sui siti precariatesia.altervista.org e www.claronet.it. Per
inquadrare la situazione lavorativa, leggiamo una parte del bollettino
interno (numero 13) redatto dal collettivo dei precari: “…
Le condizioni lavorative sono ormai delle peggiori. Pessime sia
nell’organizzazione gestionale delle varie commesse piovute sul gruppo
di dipendenti, sia nella variazione dell’orario di lavoro secondo
matrici per molti impraticabili… un gruppo di lavoratori
impossibilitati ad adeguarsi alle nuove turnazioni ha deciso di
continuare a seguire gli orari sottoscritti al momento dell’ingresso
in Atesia, gli stessi orari che seguivano già da quattro anni e sui
quali i suddetti lavoratori avevano organizzato la loro vita in questo
lungo periodo. A questa decisione non è seguito un tentativo di dialogo
da parte dell’azienda ma un vero e proprio mobbing, con rifiuto
immotivato di cambi turno e permessi. Ma non dovevamo venire a lavoro
con il sorriso? Non ci avevate detto che l’azienda siamo Noi? Infine
è stato dato ai lavoratori un ultimatum
per cui entro il 20 febbraio devono piegarsi e accondiscendere al
volere aziendale, altrimenti
prenderanno provvedimenti. Questa vicenda interessa e deve far
riflettere tutti. I lavoratori a progetto, i dipendenti a tempo
indeterminato e quelli a tempo determinato. Siamo in un’azienda in cui
il diritto del lavoratore è una chimera, in cui il part-time è solo
uno strumento in mano all’azienda per meglio gestire i propri
interessi. Strumento usato senza tener conto delle norme che lo
regolamentano. Sono anni che il gruppo Cos assume personale part-time
senza poi trasformare questi rapporti in lavoro a tempo pieno (se non in
pochissimi casi)… Infatti
il collettivo Atesia ha organizzato uno sciopero il 3 giugno 2006 che ha
respinto un accordo sottoscritto da sindacati (OOSS) e Azienda l’11
Aprile 2006 e che prevedeva: 400 licenziamenti, circa 1000 LAP
(lavoratori a progetto) a cottimo, 1100 contratti di apprendistato,
fatti in assenza della legge regionale e soprattutto a fronte di una
presenza di subordinati non superiori alle 300 unità, mentre la stessa
legge 30 vieta di avere più di un apprendista per ogni lavoratore
dipendente. L’accordo quindi arrivava addirittura a derogare in peggio
la legge 30. Solo 170 lavoratori da giugno ed altri 124 entro ottobre
sarebbero stati trasformati a tempo indeterminato. Per il resto
l’accordo prevedeva 426 contratti d’inserimento, e 1100 apprendisti
a circa 650€ al mese. Sommando il tutto mancavano all’appello circa
1000 lavoratori considerati “fantasma”!. Lo
sciopero del 3 giugno si è rivelato un successo e i lavoratori del
collettivo stanno lottando per farsi riconoscere ufficialmente come i
legittimi rappresentanti dei lavoratori ed essere delegati a trattare
con l’azienda. Una cosa è però certa: sono sicuramente riusciti a
farsi riconoscere da tutti i lavoratori precari dei call center come i
portavoce più autorevoli ed organizzati. Nuovi
sviluppo della vicenda risale allo scorso 22 agosto, quando
l’ispettorato del lavoro di Roma ha intimato all’azienda
l’assunzione a tempo indeterminato di 3200 lavoratori. Ora c’è
polemica nel governo di centro-sinistra, che ha varato la circolare che
doveva limitare il dumping da parte dell’azienda; infatti il
presidente della commissione attività produttive ha definito estremista
l’azione dell’ispettorato del lavoro perché ha scavalcato le stesse
indicazioni della circolare. Ciò fa capire che da parte del governo di
“sinistra” vi saranno pressioni per frenare l’estendersi delle
lotte rivendicative. Dal
canto loro, infatti, i lavoratori Atesia si sono fatti copromotori di
un’assemblea nazionale dei precari dei call center, che si svolgerà a
Roma il 9 settembre, allo scopo di costruire un percorso unitario di
lotta nel settore, che ora si presenta assai frazionato per i motivi
descritti nella pagina precedente. L’assemblea
ha lo scopo di stabilire una piattaforma rivendicativa nazionale e
stabilire date e luoghi delle successive mobilitazioni.
LAVORO
SALARIATO E CAPITALE NELLA "GLOBALIZZAZIONE" Il
valore di scambio di una merce è direttamente proporzionale alla
quantità di lavoro socialmente necessario per produrla. La “forza
lavoro” è una merce, come tutte le altre. E’ soggetta alle leggi
del mercato, ed in esso viene scambiata. Ciò che il lavoratore riceve
in cambio della vendita della propria forza lavoro è il salario: il suo
prezzo. Ma come si
definisce il valore della” forza lavoro” e quindi del salario? Il lavoratore, per
mantenersi in vita e rinnovare le proprie energie, ha la necessità di
consumare ed utilizzare quotidianamente degli oggetti che possono
soddisfare le sue prime necessità: nutrirsi, vestirsi, avere o gestire
una casa, poter viaggiare, formare una famiglia e allevare i figli. Il valore della
somma degli oggetti, la quantità di queste merci e del lavoro contenuto
in esse, acquistate dal lavoratore ed essenziali al suo sostentamento,
alle risorse necessarie per una specifica formazione professionale e per
la riproduzione della propria specie, definiscono il valore della forza
lavoro, ovvero la quantità di lavoro necessaria alla
conservazione e riproduzione
del lavoratore stesso. Ma in cosa
consistono questi “mezzi di sussistenza essenziali”? Questi sono una
realtà e un concetto assai variabile ed elastico. Marx in “Salario,
prezzo e profitto” spiega che il valore della forza lavoro è
costituito da due elementi, di cui l’uno è unicamente fisico e
l’altro è determinato dal tenore di vita tradizionale in ogni paese. “Esso
non consiste soltanto nella vita fisica, ma nel soddisfacimento di
determinati bisogni, che nascono dalle condizioni sociali in cui gli
uomini vivono e sono stati educati”. Inoltre “… il
capitalista cerca costantemente di ridurre i salari al loro limite
fisico minimo e di estendere la giornata di lavoro al suo limite
massimo, mentre l’operaio esercita costantemente una pressione in
senso opposto. La cosa si riduce alla questione dei rapporti di forza
delle parti in lotta”. Questo minimo
essenziale non ha dunque solo una dimensione fisiologica, ma anche un
valore storico- sociale e quindi per sua natura è variabile e relativo.
Alla vita del
lavoratore, in pratica, è necessario anche tutto ciò che socialmente,
nel paese in cui abita, e storicamente, nell’epoca in cui vive, viene
percepito come sostentamento
medio di un membro della sua classe. Nei paesi a recente
sviluppo capitalistico la borghesia tende a dare ai lavoratori salari
minimi, utili al solo acquisto di ciò che è necessario per mantenersi
in vita, come necessità assoluta, fisiologica. I salari crescono solo
nel tempo, solo quando i lavoratori si manifestano come classe sociale,
con l’organizzazione, la coalizione operaia: in sostanza con il
sorgere dei sindacati e del partito operaio il lavoratore comincia a
vendere la propria forza lavoro al suo valore ed elevare il proprio
tenore di vita a un livello sociale e civile. L’internazionalizzazione
sempre più marcata sta cambiando faccia al mondo. L’Asia preme sugli
equilibri globali dell’economia e della bilancia tra potenze; la Cina
è allo stesso tempo una gigantesca occasione d’affari e un nuovo e
formidabile sfidante. E’ destinata a sconvolgere gli equilibri fra le
potenze: per l’enorme dimensione demografica e per i travolgenti ritmi
di sviluppo capitalistico, di crescita economica. Da qui ha preso il
via la necessità di unificare il mercato europeo per affrontare quella
che ormai è divenuta una contesa che si muove su una scala di grandezze
continentali. Da qui la necessità di una ristrutturazione europea che
non risparmia il welfare, il mercato del lavoro, il costo del lavoro. Nella UE a
venticinque un enorme mercato del lavoro è prodotto da una popolazione
di 450 milioni di abitanti e dalla pressione di milioni di immigrati,
un’enorme esercito di riserva di forza lavoro. Attorno
all’Unione Europea viene promossa, sempre di più,
un’area allargata vastissima di libero scambio che assembla
numerosi Stati attorno all’attuale UE a venticinque. Turchia,
Bulgaria, Romania e Croazia sono già candidate all’adesione alla UE;
il resto dei Balcani, con Serbia e Kossovo, Albania, Bosnia e Macedonia
è considerato anch’esso come futuro territorio della UE. Attorno alla UE
allargata, ancora l’anello dei paesi associati solo sul piano
economico: i resti dell’ex impero sovietico e i paesi della riva Sud
del Mediterraneo Queste nuove aree
d’influenza, i paesi dell’Est europeo in primo luogo, liberati dal
crollo del “muro”, rappresentano letteralmente una “zona
speciale” dove pagare salari da 500 euro, 300 o anche 150 euro. Milioni di
salariati dell’Est entrano ed entreranno nell’Unione allargata, ma
lo fanno e lo faranno ad un costo del lavoro pari alla metà o ad un
terzo di quello dell’Ovest. Si ha e si avrà un mercato del lavoro
europeo frammentato e disuguale. Disuguaglianza esemplificata da alcuni
dati forniti dal FMI. Il PIL procapite nell’Europa a 15 è di 29.279
euro, di 10.227 in Polonia e 13.423 euro in Ungheria. Assieme
all’investimento nelle “zone speciali” dell’Est e della riva Sud
del Mediterraneo si afferma in Europa la linea fautrice di “campioni
europei” - gruppi di stazza continentale in grado di far fronte alla
concorrenza mondiale - nell’industria e nella finanza e questo appare
il tratto saliente della ristrutturazione continentale. Tagliati i costi,
ridotto l’indebitamento e ripuliti i bilanci aziendali, in alcuni
comparti dell’imperialismo europeo è partita, da alcuni anni, una
nuova ondata di fusioni e acquisizioni. L’internazionalizzazione
dell’economia determina in generale una discesa dei salari reali. Il
tratto comune alla politica di tutti i governi delle maggiori potenze
europee è la necessità di contenere la spesa pubblica, taglio e
riforma del welfare, riduzione delle pensioni con aumento dell’età
pensionabile, ancor più visto i bassi ritmi di sviluppo del ciclo
europeo. Lo
stesso enorme sviluppo dei trasporti ha reso e rende sempre più
possibile trasportare quantità crescenti di merci sempre più
velocemente e a costi decrescenti, per cui intere branche della
produzione tendono a trasferirsi nei paesi a basso costo del lavoro e ciò
determina per i lavoratori di quei settori la perdita di posti di
lavoro, l’abbassamento della forza contrattuale, la riduzione dei
salari e la precarizzazione delle condizioni di lavoro. Complessivamente,
al momento, non si è ancora definito un generale abbassamento
significativo delle capacità di acquisto dei lavoratori perché questa
internazionalizzazione del mercato abbassa anche il costo di molte
merci. L’incognita ad oggi è il surriscaldamento dei prezzi delle
materie prime, davanti a tutte, quelle energetiche. L’importazione di
merci a costo inferiore è una controtendenza indolore in atto alla
diminuzione del valore della forza lavoro. Ciò che è stato
intaccato è il senso di sicurezza, la percezione della possibilità che
è stata delle generazioni passate, di realizzare una nuova crescita o,
più semplicemente, un mantenimento del tenore di vita e dei redditi.
Vi è la percezione di “non poter dare ai figli un futuro
migliore”, così come invece era stato possibile alle generazioni dei
loro padri, artefici degli anni del “boom economico”. Inoltre,
indubbiamente nel passaggio dalla Lira all’Euro ci sono ceti, la
piccola borghesia commerciale innanzi tutto, che approfittando della
circostanza si sono avvantaggiati. Il nodo
dell’aumento della produttività del sistema delle imprese è il nodo
che, in varie forme, nelle maggiori potenze europee, caratterizza la
ristrutturazione. In Germania e in Francia, in questi ultimi anni, le
grandi aziende rivendicano sempre più, nei confronti della forza
lavoro, una maggiore flessibilità nella gestione dell’orario di
lavoro, un allungamento di questo senza aumenti salariali e una
riduzione generale del costo del lavoro. Differentemente minacciano di
delocalizzare, ricollocare le attività degli impianti in Asia o
nell’Europa dell’Est. Se la produttività
per ora lavorata si avvicina tra le varie realtà produttive di alcuni
settori fortemente internazionalizzati aumenta la sete del “plusvalore
assoluto”, in particolare nelle metropoli dove più alto è il costo
del lavoro. In altri termini: se le distanze di produttività per ora
lavorata si vanno riducendo, la partita della competitività si gioca in
misura considerevole sulla gestione dell’orario di lavoro. Nel 2002 l’orario
annuo per persona era in Germania di 1.444 ore e in Francia di 1545,
contro le 1707 ore in Gran Bretagna e le 1815 negli Stati Uniti ( dati
OCDE). In Italia, per la
Confindustria di Montezemolo, è necessario affrontare la questione
della bassa produttività che caratterizza il sistema delle imprese.
E’ evidenziata la debolezza della media e piccola impresa ormai
inadeguate per concorrere con il made in Asia.
Come soluzione, accanto alla delocalizzazione e alla flessibilità
di orario e salario, già attuate nel mercato del lavoro italiano, viene
prospettato l’accordo con le banche per gestire insieme il salto
qualitativo imposto alla piccola e media impresa dalla concorrenza
dell’Asia. Resta ancora sulla
carta la questione del pubblico impiego, ossia delle spese correnti
nella determinazione del deficit della spesa pubblica. Da tempo si va
verso la privatizzazione di segmenti di lavoro pubblico, ma la questione
in generale è ancora aperta ed è oggetto d’utilizzo da parte delle
forze politiche. Nel 2003 le
principali società industriali e finanziarie europee hanno registrato,
nel complesso, un modesto aumento del fatturato. Ma il dato più
significativo, dopo due anni di calo, è l’impennata dei profitti.
Questo incremento record dei profitti è stato confermato e rinnovato
nel 2004 e anche nel 2005. Ciò indica che il principale contrassegno
della recente fase di ristrutturazione è stato il drastico taglio dei
costi e un forte aumento di produttività. Nel decennio che va
dal 1990 al 2000, in Italia, si è stabilita una tendenza ad una
relativa discesa del valore del salario relativo: è sceso in media di
un punto percentuale all’anno passando dal 50% al 40% del 2000. E’
cresciuta quindi la quota di ricchezza di cui si è appropriata la
borghesia. Dai
dati recentemente pubblicati dall’istituto ISFOL del Ministero del
Lavoro risulterebbe che in Italia i lavoratori dipendenti siano il 72%
(16,6ml) della popolazione attiva e gli indipendenti il 28% (6,3ml). Ne
deriva che in Italia il 72% della popolazione consuma il 40% della
ricchezza prodotta e il 28% il 60%, confermando l’impoverimento
relativo dei lavoratori dipendenti.
LA
CONDIZIONE DEI LAVORATORI IN ITALIA
Nell’articolo
Lavoro salariato e capitale nella
globalizzazione (agosto ’06) si è cercato di spiegare in modo
scientifico come si definisce il valore della forza lavoro e quindi del
salario: quantità di lavoro necessaria per i mezzi di sussistenza
essenziali, che è variabile da paese a paese, più bassa nei paesi a
recente sviluppo capitalistico e quindi salario più basso. Poiché però
il prezzo di una merce prodotta nel mercato globale tende a livellarsi
ad una valore medio con la concorrenza, il salario, “variabile”
importante rispetto ai costi di produzione, determina profitto maggiore
dove i salari sono più bassi, profitti in calo dove sono più alti.
Questo spiega l’esteso fenomeno della delocalizzazione. Di
qui, si diceva. Il tentativo di abbassare il costo del lavoro nei paesi
sviluppati con il blocco dei salari, anche con la riduzione in qualche
caso, con l’allungamento e la flessibilità degli orari, il taglio
delle spese previdenziali e assistenziali. Ma
quali sono in realtà i salari netti percepiti dai lavoratori italiani e
le loro condizioni di lavoro? Un
interessante studio, svolto su un campione di 6015 lavoratori, è stato
pubblicato dall’Ires-CGIL in coincidenza col centenario della CGIL,
dal titolo: L’Italia del lavoro oggi. Condizioni e aspettative dei
lavoratori. (reperibile integralmente sul sito ires-cgil). Ecco qual
è il risultato: -orario:
non è vero che i lavoratori italiani lavorano poco: nel settore privato
il 73% lavora oltre le 40 ore settimanali, e sul totale dei lavoratori
il 22% lavora oltre le 45 ore. -salario:
il 68,6% ha un salario netto inferiore ai 1300 euro al mese, il 14% da
1300 a 1500, il 16,6% superiore ai 1500. Il 57,7% dichiara di riuscire a
stento a garantire condizioni decenti di sostentamento della famiglia, e
tra i lavoratori atipici questa percentuale sale al 70%. -prospettive:
il 46,3% ha paura di non avere una continuità lavorativa e di reddito,
o addirittura di perdere il lavoro. Tra i lavoratori atipici di 30-40
anni il 40% paventa un arretramento rispetto alla situazione della
famiglia di origine. -flessibilità:
è fonte di ansia e insicurezza per il 40% dei lavoratori, soprattutto
operai e gruppi professionali dotati di minori competenze (per loro
flessibilità è uguale a precarietà), mentre categorie più dotate di
risorse proprie vedono delle potenzialità positive. Inoltre
il 64% auspica una rigorosa autonomia dei sindacati dai grandi
schieramenti politici.
Da
questi dati si può notare come le condizioni dei lavoratori in Italia e
le loro prospettive non siano certamente rosee, come taluni affermano
per poter giustificare la “passività sociale”, il disinteresse e la
scarsa partecipazione alle lotte dei lavoratori. Non
è l’alto livello di consumo ma soprattutto la difficoltà a portare
avanti rivendicazioni che blocca le lotte: ciò è dovuto alla relativa
abbondanza di offerta di forza lavoro su un mercato di occupati in calo,
soprattutto nelle grandi e medie fabbriche, a causa delle
ristrutturazioni dovute all’aumento della produttività del lavoro
(che è una costante) e delle delocalizzazioni, cioè lo spostamento di
alcuni rami della produzione nei paesi in via di sviluppo.
Si
rende quindi indispensabile in questa situazione di scarsa “spontaneità”,
la conoscenza dei meccanismi di funzionamento del sistema capitalistico
in modo da rafforzare l’organizzazione cosciente dei lavoratori, che
può dare possibilità rivendicative dove si riesce ad accumulare le
forze sufficienti, come in alcuni casi sta già avvenendo.
Bisogna inoltre tenere presente che nelle stratificazioni
salariali quantificate nello studio non appare il fenomeno del lavoro
nero, che assume dimensioni spesso considerevoli e significa gradi di
sfruttamento assai elevati, soprattutto per i lavoratori immigrati. Ad
esempio lo scorso 4 settembre il settimanale L’Espresso ha
riportato il resoconto delle drammatiche condizioni dei braccianti
stranieri nelle campagne pugliesi, mentre il 23 settembre a Licata un
operaio romeno è morto dopo che da due giorni era sepolto sotto le
macerie di una palazzina, senza che il datore di lavoro ne avesse
denunciato la scomparsa poichè appunto era assunto in nero. Questi
ultimi casi ci ricordano come a tutt’oggi il lavoro salariato divida
gli uomini in schiavisti e sfruttati, carnefici e vittime, anche nei
paesi cosiddetti civili; e di come sia sempre più urgente una riscossa
unitaria di tutta la classe lavoratrice.
CALL–CENTER
E MOVIMENTO DI LOTTA CONTRO LA PRECARIETA’ L’assemblea
nazionale dei precari dei call center, che si è svolta a Roma lo
scorso 9 settembre, ha visto un ampia partecipazione delle
lavoratrici e dei lavoratori precari e “stabili”, organizzati in
collettivi e sindacati di base o singoli. Sulla
base delle esperienze di lotta delle varie realtà presenti è stato
approvato all’unanimità un documento conclusivo contenente la
seguente piattaforma: .
trasformazione di tutti i contratti precari (a progetto,
somministrazione, tempo determinato, ecc) in contratti a tempo
indeterminato full-time; .
riduzione degli orari di lavoro a parità di salario, diversa
organizzazione dei turni e dei tempi al fine di migliorare le condizioni
di lavoro e ridurre lo stress psico-fisico, riconoscimento del carattere
usurante del lavoro nei call center; .
inquadramenti adeguati alla professionalità acquisita e all’anzianità;
.
blocco dei processi di esternalizzazione e di precarizzazione del
lavoro; reintegro di tutte le lavoratrici e i lavoratori licenziati Hanno
aderito: Collettivo PrecariAtesia (Roma), Collettivo Precari Telegate (Livorno),
Zona deprecarizzata - movimento sindacale sardo, Coordinamento Precari
Studenti Operai La Spezia, , Lavoratori Contact Center nazionale Inps
Inail - Bari, Confederazione COBAS, FLMUniti-CUB, Slai COBAS, SNATER,
Assemblea Coordinata e Continuativa Contro la Precarietà - Roma, Rete
28 Aprile CGIL, USI-AIT, Giovani Comunisti, Federazione romana PRC,
PC-ROL. La
piattaforma di cui sopra è stata rivendicata nel corso di una manifestazione
nazionale dei lavoratori dei call-center svoltasi a Roma il 29
settembre. |