CONTRIBUTI

Analisi e iniziative per un concreto internazionalismo

 

 

 

CRITICA ALLA “MOZIONE DI NAPOLI”

 

La mozione approvata il 18 Settembre scorso a Napoli da varie forze di movimento rappresenta un tentativo di analisi classista “a più voci” della attuale realtà della U.E. e contiene la interessante proposta di un “coordinamento a livello europeo” fra le varie forze presenti in tale area geografica.

Riteniamo che tale proposta si discosti oggettivamente dalla corale ed indistinta “solidarietà” che viene di solito dichiarata verso qualsiasi cosa si muova dovunque su di un generico piano “antimperialista”, e che perciò sia un’occasione di dibattito pubblico da cogliere senza alcun dubbio da parte degli “internazionalisti”.

Evidenziati, così, sinteticamente gli aspetti positivi del testo, seguiranno ora alcuni rilievi critici.

Nel prologo si dice che la necessità di costruire “forme di coordinamento” sta crescendo, e non vi è dubbio che sia così, ma tale necessità viene ravvisata, oltre che nelle “mobilitazioni contro i vertici imperialisti” (in realtà tutt’altro che centrali), solo in “numerose e differenti lotte sociali”, piuttosto che in tutte, o quasi, le principali lotte contro gli indirizzi della politica interna dei singoli Stati, omologati sul piano europeo, ad esempio, nella “Strategia di Lisbona”. A nostro parere ogni lotta conseguente contro gli aspetti concreti con cui si manifesta la natura imperialista dell’oppressione di classe, qui in Italia, come nel resto d’Europa, soprattutto per quegli aspetti comuni ai singoli Paesi imperialisti, è una lotta per cui il collegamento sul terreno europeo risulta necessario, pena il depotenziamento della propria azione. La crescente integrazione europea fa sì che le coordinate su cui si muovono le “politiche interne” dei singoli Paesi imperialisti della U.E. siano sostanzialmente le stesse, salvo adattamenti sui particolari; qualche differenza in più esiste, invece, con i Paesi a più recente adesione, in quanto inferiori sono i livelli di sviluppo già raggiunti da questi in senso imperialistico. Tali differenze, che si aggiungono alle permanenti difficoltà di formazione di un capitale europeo avente una politica economica unitaria nei fini e nei mezzi, difficoltà dovute soprattutto ai sapienti modi di agire degli USA sulle contraddizioni interimperialistiche nel nostro continente, non devono certo rallentare l’azione dei comunisti per costruire nella U.E. unità tra i lavoratori sul piano della lotta sindacale e su quello della lotta politica, fermo restando il nostro impegno anche contro l’imperialismo italiano, ovunque esso si manifesti in maniera diretta e non coordinata sul piano europeo. In sostanza: non si tratta di “andare a cercare” chissà quali terreni su cui costruire i rapporti tra i comunisti, in quanto è l’esperienza di lotta quotidiana che ce li indica (se ci poniamo soggettivamente in un’ottica internazionalista) !

Alla fine del Primo punto si dice che l’imperialismo europeo si sta costruendo “ai danni dei popoli della periferia e del proletariato internazionale”. E’ senza dubbio vero che storicamente “i popoli della periferia”, ad uno stadio di sviluppo pre-capitalistico, sono stati in generale alleati del “proletariato internazionale”, e ciò in virtù del fatto che il colonialismo imperialista li ha oppressi, rendendoli naturali alleati della classe. Oggi non tutti i Paesi del Terzo Mondo, o, meglio, della “periferia”, hanno rapporti di dipendenza capitalistica dal vecchio Paese colonizzatore, ma quasi tutti  (e sono via via sempre di più) hanno raggiunto e sviluppato forme economiche di tipo capitalistico, ed in essi esiste una, più o meno forte, classe operaia, sempre a fronte di sovrani, più o meno compromessi con un imperialismo, con il quale possono condividere interessi, anche materiali, o, nei casi di “Paesi emergenti”, sostenitori di un nazionalismo “antimperialista”, fondato sugli interessi in crescita di una locale borghesia, frustrata dalla oggettiva dipendenza economica, e che mira ad emergere su di un piano a sua volta imperialista. Oggi, allora, pur essendovi “danni” subiti da (usando termini generici) “i popoli della periferia”, preferiamo citare solo il proletariato internazionale come oppresso al quale collegarci, comprendendovi quello nascente dei nuovi capitalismi dipendenti, che subisce già, o sta per subire, anche lo sfruttamento da parte della propria borghesia.

L’ultima, e forse più sostanziale, divergenza la ravvisiamo alla fine del Secondo punto, laddove si dice testualmente che “solo il rafforzamento del protagonismo e dell’autonomia del movimento contro la guerra può rappresentare un ostacolo al prevalere delle esigenze di profitto e di dominio del capitale”. Ci pare che l’attuale “movimento contro la guerra” si caratterizzi come un movimento sostanzialmente “di opinione” e pacifista, con l’inconcludenza tipica di questi settori borghesi, spesso facilmente strumentalizzabile da un imperialismo; nel caso di questo movimento, soprattutto dall’imperialismo europeo. Ci pare che la presenza della classe operaia internazionale, la  sola presenza che può qualificare un movimento contro la guerra, soprattutto se egemone, sia quantomeno scarsa in  questo movimento. La opposizione reale alla guerra non consiste nel chiedere la pace alla propria borghesia; il nostro compito, come comunisti, è sostanzialmente diverso: dobbiamo dimostrare ai lavoratori ed agli altri ceti deboli come lo sviluppo imperialista conduca di per sè, prima o poi, inevitabilmente alla guerra e che la fine della guerra imperialista può essere decretata dall’innalzamento dei livelli di lotta della classe, a partire da scioperi politici, fino all’organizzazione conseguente dei proletari. Storicamente la guerra è stata sconfitta solo dalla rivoluzione sovietica, dove le armi che dovevano uccidere i propri fratelli di classe di altri Paesi sono state rivolte contro la propria borghesia! Ci pare, cioè, che quanto dicono i compagni della Mozione non individui correttamente il soggetto rivoluzionario: la classe.

 E’ certamente comprensibile la necessità di “smarcarsi” da chi considera la U.E. un interlocutore, ma non basta: occorre fare una scelta di classe tra l’impotente lamentazione pacifista e la difficile strada dell’opposizione classista. Si tratta di avere sbagliato completamente il soggetto: è prima di tutto dai luoghi di lavoro che deve uscire la forza di un movimento reale contro l’imperialismo e la sua conseguenza più mostruosa, la guerra. Non si tratta poi di opporsi solo alla guerra guerreggiata in quanto tale: essa è semplicemente la “continuazione della politica”, nel nostro caso imperialista, “con altri mezzi”. Le “esigenze di profitto e di dominio del capitale” non si estrinsecano solo in tempo di guerra, ma anche in “tempo di pace”: lo scontro intercapitalistico per la leadership mondiale è perenne, ed assume la forma bellica in alcune circostanze. Ebbene, queste sono proprio le circostanze più favorevoli ai comunisti per disvelare a tutti i lavoratori la natura antiproletaria ed, in definitiva, antiumana del sistema capitalistico, e per indurli, così, alla comune lotta.

Opporsi alla guerra vuol dire opporsi alle sue cause! Esse sono interne allo sviluppo imperialista ed alla competizione generalizzata fra capitali, che caratterizza soprattutto l’epoca attuale. Anche durante tale competizione il nemico comune del capitale sono i comunisti, che devono utilizzare le varie contingenze per unire i lavoratori contro il nemico di classe. In definitiva: solo un movimento classista contro la guerra, che usi fondamentalmente i propri strumenti, può avere ragione della guerra imperialista! 

 

 

                    Circolo                                                                         I compagni di

ALTERNATIVA DI CLASSE                                                PAGINE MARXISTE

 

La Spezia, 22 Novembre ‘05

 

 

 

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La nostra Resistenza è contro il capitalismo

 

I partiti dell’Unione hanno trasformato questo 25 Aprile nella loro kermesse, per festeggiare la risicata vittoria elettorale e la fine dell’era Berlusconi. Per chi mira a gestire l’ordine sociale esistente per conto dei padroni del vapore, è più che legittimo.

La Resistenza che ha vinto nel 1945 è stata quella dei Togliatti, dei Pertini e dei Saragat, dei La Malfa e dei Mattei: quella che avrebbe garantito la continuità del sistema economico e sociale italiano, nonostante la sconfitta militare, cambiandone solo la facciata politica. Quella che avrebbe garantito alla borghesia la conservazione del monopolio dei mezzi di produzione, nella repubblica democratica come nella monarchia fascista.

Questa resistenza borghese ha utilizzato la resistenza della classe lavoratrice italiana, fatta non solo di scontri armati in montagna e in città, ma anche di scioperi e mobilitazioni nelle fabbriche, mossa dalla ribellione alla guerra, ai razionamenti, ai bombardamenti e a tutte le conseguenze della rovinosa avventura militare dell’imperialismo italiano. I lavoratori non erano quindi animati da uno slancio patriottico ma dall’aspirazione per una realtà migliore e una società più equa.

 La resistenza che facciamo nostra è quella di moltissimi comunisti che concepivano la lotta partigiana come l’inizio della rivoluzione sociale, che combattevano non solo per la fine del fascismo ma anche per eliminare il sistema capitalista che aveva prodotto il fascismo e la guerra. Furono diverse le formazioni rivoluzionarie che tentarono di dare un indirizzo comunista rivoluzionario alla lotta antifascista: Stella Rossa (Torino), Bandiera Rossa (Roma), Il Lavoratore (alto milanese)…

Furono schiacciate dalla repressione non solo e non tanto del fascismo quanto da quella del partito stalinista che con la svolta di Salerno (1944), aveva deciso di collaborare col grande capitale italiano alla ricostruzione nazionale dove i lavoratori continuavano a subire lo sfruttamento e i capitalisti ad ammucchiare i profitti.

 In questo 25 aprile che prelude al nuovo governo Prodi non è possibile avvertire, e non vi può essere, odore di cambiamento reale; tant’è che la coalizione di centro-sinistra è stata appoggiata dalla Confindustria e da tanta grande stampa borghese.

Che l’antifascismo ufficiale sia solo di maniera è dimostrato dal fatto che non ritiene opportuno denunciare le atrocità fasciste commesse in Libia e in Etiopia, e i massacri di oltre mezzo milione di serbi commessi durante la Seconda guerra mondiale, per avvalorare la favola degli “italiani brava gente” e coprire gli interessi dell’imperialismo italiano di ieri e di oggi.

Per questo l’Unione ha taciuto in campagna sul ritiro delle truppe d’occupazione italiane in Irak, di fatto acconsentendo – del resto fu il governo D’Alema a partecipare alla guerra contro la Serbia per il Cossovo.

 Oggi è indispensabile riprendere il filo dell’antifascismo e anticapitalismo di classe, di una tradizione di lotta non per gli interessi nazionali della borghesia ma per una società senza sfruttamento e senza frontiere; è indispensabile ricollegarsi alle lotte dei lavoratori non solo in Italia ma nel resto del mondo, rifiutando ogni solidarietà patriottica e denunciando innanzitutto l’imperialismo del proprio paese.

 I lavoratori non hanno patria, il nemico storico è il capitalismo, ieri in forma fascista, oggi in forma democratica.

 

pagine marxiste

                                                                                                      www.paginemarxiste.it

c.i.p. Milano, P.le Nigra 1, 23.4.06

 

 

 

 

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Resoconto della riunione del 13 maggio.

 

L’incontro del 13 maggio 2006, tenutosi a Roma presso la sede del Comitato di quartiere Alberone, ha visto la partecipazione di cinque strutture, provenienti da diverse parti del paese: Pagine Marxiste, Comitato di Lotta internazionalista (Torino), Collettivo Internazionalista (Napoli), Gruppo Comunista Rivoluzionario, Corrispondenze Metropolitane (Roma).

Esso è lo sbocco di una serie di contatti e di momenti di discussione e/o collaborazione che, in forma bilaterale o multilaterale, si sono avuti nei mesi scorsi. Dato questo presupposto, è sembrato necessario far partire l’incontro da una presentazione non formale ed approfondita delle realtà partecipanti. Così, ogni struttura ha precisato le coordinate del lavoro che sta portando avanti, nonché i risultati del proprio sforzo analitico e le proprie posizioni di fondo, soprattutto sul terreno dell’internazionalismo.

Da ciò è emerso con chiarezza un approccio comune a tutti i partecipanti. Da un lato, di contro alle tendenze dominanti nella sinistra alternativa e/o antagonista, dove la radicalità si misura sul piano dell’antiamericanismo, è stata espressa con convinzione l’idea per cui il primo imperialismo da contrastare è quello di casa propria. Dall’altro si è puntualizzato che, adottando il punto di vista dell’internazionalismo proletario, ossia dell’unità degli sfruttati a livello planetario, si ritiene fuorviante suddividere il proprio intervento in una politica estera ed in una politica interna. Ciò, a differenza di quanto avviene nel grosso del cosiddetto movimento, dove prima si delineano delle campagne sulle questioni internazionali e su quelle interne, poi si cercano punti di contatto tra queste due sfere dell’impegno militante che in realtà rimangono compartimenti stagni. Ma a fronte di questi motivi di sostanziale condivisione, di per sé sufficienti a fondare la possibilità di una azione comune, sono emerse anche differenze, una d’ordine politico, l’altra di carattere più analitico.

La prima riguarda l’atteggiamento da tenere e la valutazione nei confronti della resistenza irachena. Alcuni compagni ritengono che essa sia attraversata principalmente da spinte volte ad affermare il ruolo ed il peso nel paese delle singole componenti che ne fanno parte. In tal senso, essa si differenzierebbe dalla resistenza italiana perché lo scontro tra le varie formazioni (che nel ’43-’45 da noi ci fu ma non ebbe un ruolo predominante) vi avrebbe più importanza della lotta contro l’occupante. Vi è invece chi valorizza la capacità dimostrata dalla resistenza irachena di porre un argine alla piena realizzazione del progetto statunitense del Great Middle East, ritardando e  ridimensionando gli stessi preparativi di guerra nei confronti dell’Iran (che si stanno configurando nella forma più realistica di bombardamenti mirati e di rovesciamento del governo degli ayatollah attraverso il finanziamento delle componenti dell’opposizione interna più filo-occidentali). A questa valutazione, inoltre, si aggiunge la spinta a non inserire nella resistenza solo le azioni di carattere militare ma anche quelle che rimandano ad una opposizione diffusa all’occupante. Ma, alle due posizioni più nette emerse sul problema, si sono affiancate valutazioni volte a restituire la complessità della situazione, cercando di leggere i processi sociali in atto (al di là della loro autorappresentazione, al di là delle eventuali bandiere rosse) e di comprendere quali spinte ed interessi esogeni intervengono o si intrecciano con le varie componenti della resistenza irachena. Ad ogni modo, il tipo di discussione avuto, lontano da ogni sloganismo e fideismo, induce a non considerare il tema come un elemento dirimente, bensì in quanto argomento da approfondire ulteriormente.
Così come va sviscerata l’altra differenza registrata nella discussione, quella di carattere analitico. Nel quadro della comune disposizione ad opporsi al proprio imperialismo – quindi a quello italiano ed europeo – sono affiorate diverse valutazioni circa i risultati raggiunti dal processo di costituzione del polo imperialista europeo. C’è chi ritiene necessario differenziarsi da quelle componenti (vedi, pur nelle loro cospicue diversità, Lotta Comunista e Contropiano), che, se hanno avuto il merito di vedere il processo in questione prima di altri, hanno però anche il limite di descriverlo come una sorta di marcia trionfale, mai raffrenata da contraddizioni interne ed in cui gli stati-nazione perderebbero definitivamente di peso, capacità d’incidenza e di difesa dei propri interessi. Peraltro, la ricaduta politica di siffatta impostazione è quella di riassorbire totalmente l’imperialismo italiano in quello europeo, annullandone la percezione e pregiudicandosi la possibilità di un’azione efficace contro di esso. Ora, a questa serie di valutazioni si è opposto un discorso che non minimizza le difficoltà interne al progetto europeo, né le frizioni tra Stati all’interno dell’UE o la persistenza d’una dialettica tra l’UE stessa e gli Stati-nazione. Ma questa dialettica non è vista come un gioco a somma zero, in cui il trionfo degli interessi d’una parte coincide con la sconfitta dell’altra. Pur nelle frizioni e tensioni che continueranno a darsi, l’affermazione del progetto europeo coincide, in ultima istanza, con quella dei suoi Stati membri. E’ anzi la condizione perché essi giochino un ruolo nello scenario mondiale. Ciò è dimostrato da quell’insieme di obiettivi che passa sotto il nome di Agenda di Lisbona e che mira a dare all’UE – e quindi agli Stati che ne fanno parte – un ruolo di primo piano nella competizione economica internazionale dei prossimi decenni.

Tutti i compagni, però, concordano sul fatto che andrebbe svolta una analisi approfondita della posizione italiana nel quadro europeo, delle diverse spinte rispetto all’UE che attraversano questo paese. Non dovrebbero sfuggire a nessuno gli elementi di (parziale) anomalia del governo Berlusconi rispetto all’UE. Elementi che rimandano fino ad un certo punto alle imprese militari portante avanti assieme al gigante USA (si sa, del resto, che rispetto ad esse il governo Prodi non produrrà una vera svolta, come dimostra il fatto che l’annunciato ritiro dall’Iraq si tradurrà piuttosto in un rientro). Quel che ha colpito di più, nell’esecutivo di centrodestra, è l’affiorare al suo interno di spinte euroscettiche – evidentemente diffuse nel blocco sociale agglutinato attorno a Berlusconi  - nonché l’insufficiente attenzione rispetto agli obiettivi di Lisbona. Non a caso, è stato su quest’ultimo tema che il quotidiano confindustriale Sole 24 Ore ha puntato di più nella sua critica alla Casa delle Libertà. Ed è su questo argomento che Prodi porterà avanti una vera svolta, allineando il suo esecutivo agli obiettivi dell’Agenda di Lisbona.

A parte questi motivi da approfondire ulteriormente, sono da registrare altri due temi toccati nell’incontro. Il primo riguarda l’attenzione alle lotte degli immigrati, in un’ottica che non vuole essere genericamente solidaristica, rinviando invece alla unità delle lotte su scala interna ed internazionale. Il secondo concerne l’analisi degli effetti dell’attuale fase di quel processo di internazionalizzazione che è connaturato al capitalismo. Si è ribadito che la spinta del Capitale a superare le barriere ed i confini, non porta con sé l’integrale omogeneizzazione delle strutture sociali dei diversi paesi, il livellamento verso l’alto – cioè verso le aree a capitalismo avanzato – dello sviluppo del resto del pianeta.

Dunque, quella che abbiamo portato avanti assieme il 13 è stata una riflessione d’indubbio interesse. Dalla quale, peraltro, scaturiscono anche conseguenze di carattere operativo. In primo luogo, si è deciso di giungere ad una presa di posizione comune, attraverso un volantino, per il 2 giugno. La diffusione di questo scritto, impregnato della spinta a contrastare l’imperialismo italiano che ci accomuna, terrà conto del concreto svolgimento, in quella data, di manifestazioni in varie parti d’Italia. Ma oltre a questo si è deciso, naturalmente, di continuare il confronto. In tal senso gli incontri proseguiranno, ma la loro periodicità dovrà tener conto delle distanze geografiche. Distanze che consigliano di creare un “luogo virtuale” per continuare il dibattito, ossia un sito che raccolga tutti i nostri contributi.

 

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Libano: una guerra per procura sulla pelle del proletariato

 

Reagendo, come a un pretesto da lungo atteso, alle incursioni e agli attacchi missilistici di Hamas prima e di Hezbollah poi, lo Stato di Israele ha scatenato una durissima offensiva militare contro i territori palestinesi occupati e il Libano. Al terrorismo cinico e brutale dei movimenti reazionari islamici, Israele contrappone un terrorismo di Stato di potenza e devastazione enormemente superiore: centinaia i morti (principalmente fra la popolazione inerme) e miliardi di dollari di danni in territori già martoriati da anni di scontri armati, invasioni, bombardamenti, rastrellamenti.

 Hamas ed Hezbollah agiscono finanziati ed armati da Siria e Iran, che attuano così una "guerra per procura" ad Israele. Coi propri attacchi non solo hanno colpito i lavoratori israeliani e le loro famiglie senza sfiorare il grosso della classe dirigente israeliana, vera responsabile delle sofferenze dei palestinesi, né intaccarne minimamente la potenza militare, ma hanno anche coinvolto le popolazioni libanese e palestinese in una nuova guerra sanguinosa, dove a pagare per le azioni delle borghesie locali sono il proletariato arabo e israeliano, usati come carne da cannone o come bersaglio.

 Israele ha deliberatamente cacciato centinaia di migliaia di libanesi di tradizione sciita dal Sud del Libano e da Beirut, trasformandoli in profughi, distruggendone case e infrastrutture, per colpire e sradicare Hezbollah. Non bisogno peraltro dimenticare che anche gli stessi che in Libano inneggiano alla causa palestinese privano i profughi palestinesi sul loro territorio dei diritti civili.

 Di fronte alla tragedia libanese, le potenze imperialiste si dividono secondo i propri interessi: gli USA spalleggiano l'alleato israeliano, la Germania non lo ostacola, la Russia vuole riprendere piede facendo leva su alcuni Stati della regione, la Francia vuole l'intervento dell'ONU per salvaguardare il governo libanese col quale ha forti legami, l'Italia si propone come mediatrice per rafforzare la propria influenza sul Medio Oriente...

Le borghesia arabe “moderate” aspettano che Israele finisca il “lavoro sporco” di scompaginare i movimenti integralisti longa manus di Iran e Siria, e gruppi sauditi di opposizione (Bin Laden).

Le iniziative diplomatiche dei "potenti" finora non hanno ottenuto una tregua: al G8 di San Pietroburgo è andata in scena l'inconcludenza, a Roma ci si è accordati per l'invio di una forza di pace, ma non sull'imposizione di una tregua. I caschi blu arriveranno quindi dopo il completamento di distruzioni e massacri e ne garantiranno i risultati: la guerra civile degli anni '80 non è stata fermata dall'invio di truppe; la presenza militare italiana presso i campi profughi di Sabra e Chatila non impedì i massacri di migliaia di palestinesi inermi nell'82. L'unico scopo dell'invio di truppe “ONU” da parte dei vari Stati sarà, come in passato, quello di aumentare la propria influenza sulla regione.

 Denunciamo l’oppressione sul popolo palestinese da parte dello Stato israeliano, ma anche da parte della borghesia libanese – Hezbollah incluso – che non concede i diritti civili alle centinaia di migliaia di profughi palestinesi sul loro territorio, ghettizzandoli nei campi profughi.

 Denunciamo il cinico utilizzo del proletariato palestinese e libanese da parte dei governi iraniano e siriano, che reprimono spietatamente i lavoratori all’interno.

 Denunciamo l’atteggiamento delle grandi potenze, Italia del governo Prodi inclusa, tese solo ad aumentare le rispettive influenze nella regione approfittando di oppressione e massacri.

 Un risultato non secondario di tutti questi interventi e terrorismi è stato lo schiacciamento delle correnti comuniste all’interno del proletariato arabo, israeliano e iraniano, le uniche che possono allo stesso tempo lottare contro l’oppressione imperialista e nazionale, e per l’unità dei popoli su base libera in un Medio Oriente liberato dal capitalismo.

 Nostro compito di comunisti nelle metropoli è organizzare l’opposizione internazionalista al nostro imperialismo e al suo governo, e dare anche in questo modo forza alle correnti che anche nel Medio Oriente lottano per la stessa prospettiva.

 Nessuna pace duratura sarà possibile finché le popolazioni locali saranno messe l'una contro l'altra dagli interessi delle borghesie locali e delle potenze imperialiste.

 Solo il sollevamento del proletariato potrà rimuovere i contrasti che lacerano la regione per il controllo delle sue risorse energetiche.

pagine marxiste

 

 

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VIA SUBITO I MILITARI ITALIANI DAL LIBANO!

 

Il Governo Prodi ha approvato all’unanimità il Decreto che invia in tutto ben 2500 militari italiani in Libano con il berretto dell’ONU. Si aggiungono ai militari ancora presenti in Iraq, a quelli più che mai “necessari”, come ci ha spiegato il Governo, in Afghanistan, ed a quelli presenti negli altri diversi “teatri bellici” in cui l’imperialismo italiano ha scelto, per tutelare i propri interessi economici, di essere presente militarmente.

Formalmente si tratta dell’ennesima “missione di pace”, stavolta in attuazione della  Risoluzione ONU n. 1701/’06, approvata per “porre fine” agli attacchi di Israele sul Libano ed alla guerriglia degli Hezbollah libanesi, armati da Iran e Siria, in funzione anti-israeliana.

In realtà, l’ONU, in cui, com’è ovvio, prevalgono gli interessi dei più forti, cioè dei Paesi imperialisti, dopo aver lasciato bombardare e massacrare civili libanesi per un mese, oltre ad aver tollerato un milione di sfollati in Libano, decide di intervenire “per permettere il disarmo degli Hezbollah” libanesi, proprio ciò che finora non è riuscito a fare Israele! E’ così che i prossimi 6-7000  militari europei della “Missione Unifil 2” potranno sparare per difendersi (…anche preventivamente!…), ed i loro eventuali reati commessi in Libano    …non saranno lì giudicabili! Truppe “di pace” sì, ma       …comportamenti “da guerra”!!

E’ questo il contesto in cui il Governo Prodi, proponendo l’Italia alla guida di tale missione, ha ottenuto un indubbio successo su più piani. Approfittando dei tentennamenti della Francia, è riuscito ad avvalorare la “vocazione europeistica” dell’Italia, mostrandola come avamposto diplomatico della U.E. (Unione Europea), rilanciandone il presunto “ruolo di paciere” planetario (in questo caso con tanto di delega ONU!). Nello stesso tempo ha candidato il “made in Italy” ad una fetta maggiore degli appalti del business della “ricostruzione” del Libano, al posto della Francia, investendo nella Missione solo” 220 milioni di euro (€) pubblici per i prossimi 4 mesi! (già lievitano in Borsa le azioni delle grosse imprese edili libanesi, gestite da sunniti e drusi!…). E’ stato elogiato dai principali alleati di Israele, gli USA, cui, in pratica, “toglie le castagne dal fuoco”, e, nel contempo, ha ottenuto l’approvazione della opposizione di centro-destra insieme all’adesione entusiastica della “sinistra radicale” (PdCI, Verdi e PRC), da un lato per l’importanza economica di tale intervento, e dall’altro proprio per il suo concreto smarcamento militare dagli USA.

In realtà si tratta del seguito della politica interventista dell’imperialismo italiano, adesso colorata di europeismo, ma mai interrotta, né dal centro-destra, né dal centro-sinistra! …ed oggi anche con il plauso dell’impotente pacifismo!! Solo chi ha memoria storica può ricordare l’analogia con l’82, quando i caschi blu italiani lasciarono sguarnita l’area dei campi di Sabra e Chatila, in Libano, permettendo il massacro dei profughi palestinesi inermi da parte dei miliziani cristiano-maroniti, allora appoggiati dalla Siria, sotto il vigile sguardo delle forze israeliane!!  

E’ così che il “neutrale” ONU affida il comando della “missione di pace” proprio all’Italia, il  Paese che, l’anno scorso, con Berlusconi, ha ratificato un’alleanza di cooperazione militare con Israele, stilata a Parigi nel 2003, e mai disdetta!!!          Nel mentre, Usa, Gran Bretagna e Germania tengono in zona le proprie rispettive flotte, pronte ad intervenire: il Libano fa parte di una partita ancora più grossa, quella dove il Medio Oriente si fa ancora arbitro nella lotta per la leadership imperialista internazionale, ed in cui le mire da “potenza di area” dell’Iran vengono oggi da più parti strumentalizzate.

Se è vero che nell’Area è centrale la lotta palestinese, è anche vero che essa debba ormai  liberarsi da un sempre più improbabile nazionalismo, fino a saldarsi con il proletariato, sia arabo che ebreo, di tutto il Medio Oriente, contro le borghesie arabe, il sionismo e gli imperialismi in competizione, nella coscienza che anche qui i comunisti continueranno ad opporsi e lottare contro ogni missione militare dell’imperialismo di casa propria!!!

 

 Circolo ALTERNATIVA DI CLASSE

 

 

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NO alla spedizione militare in Libano

Libano: dopo i massacri, le truppe ONU, Italia in testa. Come gli avvoltoi.

Tremila soldati italiani stanno sbarcando in Libano. I mass media inneggiano alla “missione di pace” e all’abilità del Gorverno Prodi-D’Alema di “alzare il profilo internazionale” dell’Italia infilandosi tra le macerie.    La pace sulla bocca dei cannoni? contro chi spareranno per “portare la pace”?

Noi diciamo un forte NO!

Non è una missione di pace, ma di influenza imperialista, foriera di nuove guerre.

I pacifisti di ieri sono oggi i più entusiasti fans delle truppe armate fino ai denti. Ma basta un berretto ONU a tramutare i falchi in colombe? L’ONU è comandata dalle potenze imperialiste. Può agire solo quando esse sono d’accordo, è impotente quando si scontrano: per questo non potrà mai impedire una guerra imperialista. Anche questa volta ha lasciato bombardare le popolazioni civili per un mese, e ha adottato una “risoluzione” ambigua per il cessate il fuoco solo quando è sembrato conveniente a tutte le grandi potenze e allo stesso Israele (che continua a bloccare porti e aeroporti libanesi, mentre la Siria ha sospeso le forniture di elettricità).

Nonostante le enormi distruzioni e un migliaio di morti civili, Israele, tra contrasti interni, ha mancato l’obiettivo di smantellare le milizie Hezbollah in Libano, armate dall’Iran. Iran e Siria hanno cantato vittoria, sperando di veder aumentato il proprio potere contrattuale, a poco prezzo (a pagare è stato il proletariato libanese).

Le potenze europee vedono uno spazio per ristabilire proprie aree di influenza separatamente dagli USA, presentandosi come “pacieri” sotto l’ombrello ONU. Le truppe ONU potranno sparare per difendersi... anche preventivamente. Missione di pace con licenza d’uccidere. E i reati contro i civili non saranno punibili dalle autorità libanesi.

Il governo italiano, in perfetta continuità con tutti i governi del passato, da quelli liberali a quelli fascisti, democristiani, craxiani, e berlusconiani prosegue nella tradizionale politica di interventismo mediterraneo dell’imperialismo italiano: ieri con l’aggressione coloniale, oggi col berretto ONU e la benedizione UE  e USA.

I grandi gruppi industriali e le grandi banche vedono la penetrazione militare come uno strumento per consolidare le loro posizioni: “da tempo i nostri militari sono... un asset nazionale quanto la moda, le macchine utensili... è consigliabile che la missione di pace abbia un forte sostegno popolare... qualcosa di simile all’affetto per la nazionale in Germania”, scrive il Sole-24 Ore del 25/8. Il tifo per il cannone, dopo quello per il pallone: alimentato ad arte dai mass media, è proprio quello che ha sostenuto tutti i grandi macelli del passato.

Anche gli ex pacifisti sono ora arruolati.

Forse ci si dimentica l’analoga missione dell’82, quando i soldati italiani lasciarono sguarnita l’area dei campi di Sabra e Chatila permettendo il massacro dei profughi palestinesi inermi da parte delle milizie cristiano-maronite, allora appoggiate dalla Siria, sotto il vigile sguardo delle forze israeliane.

In palio c’è anche il business della ricostruzione (creato dalle bombe israeliane), che ha già fatto salire alle stelle le azioni delle grandi imprese di costruzione libanesi controllate da sunniti e drusi (il cinismo del capitale: mille morti proletari e un milione di sfollati valgono bene una messe di profitti).

Mentre Stati Uniti e Gran Bretagna e di fatto anche la Germania si tengono le mani libere, con le loro flotte pronte a intervenire, la partita libanese è parte della più grande partita per il controllo del Medio Oriente giocata, oltre che con l’occupazione dell’Irak, anche col braccio di ferro con l’Iran sul nucleare. Una partita tra le borghesie locali e tra gli imperialismi, in cui USA, GB, Francia, Russia, Cina e Germania, con il convitato di pietra Giappone, usano le ambizioni iraniane per portare avanti ciascuno i propri interessi a scapito degli altri. Una partita infida, a carte coperte, che non mancherà di produrre nuovi massacri.

Nessuna pace potrà durare finché il Medio Oriente resterà alla mercé degli interessi delle avide borghesie nazionali e degli imperialismi; solo il proletariato, liberato dall’influenza del nazionalismo potrà portare pace lottando per una società senza classi. Non il pacifismo, ma la lotta contro il capitalismo.

Solo una coerente opposizione all'imperialismo del proprio paese, che ne rigetti le missioni militari sia a fianco degli USA che degli europei potrà rafforzare le posizioni internazionaliste.

E’ necessario unire le forze di chi in Italia si oppone all’imperialismo italiano.

No alle missioni militari dell'imperialismo italiano, in Libano e altrove!

Martedì 5 settembre, ore 21,                                               Centro Scapolla, C.so Garibaldi 20

 

Incontro con relazione su Libano e Medio Oriente

 pagine marxiste

 

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 14 aprile 2007  CONVEGNO a Milano: IL NEMICO E’ IN CASA NOSTRA !

 MEDIO ORIENTE :

CONTRO LA GUERRA, INTERNAZIONALISMO PROLETARIO

 

Sono intervenuti compagni di Milano (Pagine Marxiste, Gruppi Comunisti Rivoluzionari-GCR, Rivoluzione Comunista, Corrente Comunista Internazionale, Battaglia Comunista, Organizzazione Comunista Internazionalista-OCI, Proletari Comunisti), di Torino (Circolo Internazionalista), di Genova (GCR), di Roma (GCR, Corrispondenze Metropolitane, Frazione Trotskista per la IV Internazionale), di Napoli (Red Link).

Il convegno era stato preparato da 10 interventi scritti dei gruppi politici promotori più  4 contributi di altri compagni (ora raccolti in un Documento a disposizione presso i promotori e alla libreria Calusca di Milano, che ha ospitato una parte del Convegno); il dibattito si è potuto così incentrare sui punti su cui erano emerse differenti valutazioni e particolarmente :

- sul  livello dello sviluppo capitalistico raggiunto nel Medio Oriente e la sua dipendenza dalle 

potenze imperialistiche;

- sulla possibilità di portare a compimento la rivoluzione democratica in queste aree ;

- sullo sviluppo del proletariato e sulla sua autonomia politica ;

- sull’atteggiamento dei gruppi che si rifanno al comunismo rispetto alle frazioni borghesi locali e ai gruppi religiosi che lottano contro l’occupazione imperialista ;

- sull’atteggiamento da tenere in Italia verso la resistenza popolare che si  è sviluppata in Palestina , Iraq, Afganistan, Libano, ecc.

Tutti gli intervenuti si sono trovati d’accordo sulla necessità che i Comunisti di Sinistra si incontrino periodicamente per scambiarsi le valutazioni politiche su temi importanti come questo, cosa che non avveniva da decenni in questa ampiezza,  per poter valutare la possibilità di giungere a una collaborazione nell’azione pratica , e di cui molti sentono l’esigenza.

Fattori internazionali e interni rendono questi anni, un momento di svolta per la politica in Italia : tutta la sinistra cosiddetta “radicale” è coinvolta nell’azione governativa imperialista e antisociale, e si evidenziano grosse contraddizioni nella sua base più idealmente comunista, che non condivide i suoi compromessi.

Perciò è possibile e necessario avvicinare e coinvolgere lavoratori,  giovani, immigrati a cui far conoscere con più vigore la posizione internazionalista che ci accomuna, che proviene dalla tradizione antistalinista contro le vie nazionali al socialismo, quindi coerentemente  antimperialista, antiriformista. 

Infatti sono emerse comuni valutazioni sui temi enunciati:

- condanna delle aggressioni come imperialiste, anche se portate avanti con la maschera delle missioni umanitarie ONU;

- riconoscimento della resistenza armata come reazione all’occupazione, anche se utilizzata da forze diverse ; quindi denuncia dell’uso strumentale della lotta al terrorismo e dell’islamofobia portate avanti dal governo di sinistra, in continuità di quelli di destra, per giustificare il suo intervento;

- critica all’uso delle  istituzioni rappresentative, dei fronti popolari, sostegno invece dell’autoorganizzazione;

- necessità di sviluppare la lotta per la libertà di circolazione e parità dei diritti per gli immigrati, anche con la costituzione di  Comitati antirazzisti cittadini.

Quasi tutti gli intervenuti hanno auspicato quindi un impegno maggiore nell’intervento pratico nella formazione delle mobilitazioni contro le aggressioni militari di cui anche l’Italia si sta rendendo protagonista, legandole a quelle contro la truffa della finanziarizzazione del TFR e contro i tagli delle spese sociali e l’aumento di quelle militari, contro la militarizzazione sociale e le discriminazioni degli immigrati.

E’stato ritenuto possibile anche costituire un Coordinamento per approfondire le questioni in discussione in un laboratorio politico comune; ma le diverse valutazioni, ad es. sul ruolo del proletariato di queste aree in appoggio o meno di una rivoluzione democratica che si considera più o meno conclusa, non possono diventare elementi che ci impediscono di agire insieme sugli altri obbiettivi su cui si  concorda, visti in precedenza.

 

Inoltre l’atteggiamento da tenere in Italia riguardo alla resistenza nei paesi occupati militarmente, purtroppo per ora, data l’assenza di una organizzazione internazionale rappresentativa dei comunisti, non può avere influenza sugli eventi, per cui per poter intervenire praticamente, si dovrà per ora aumentare lo sforzo per conoscere e collegarsi a tutti i movimenti di opposizione di questi paesi che si rifanno a ideali di emancipazione, anche appoggiando le rivendicazioni degli immigrati ed esuli in Italia.

Per rendere più rapido questo coordinamento è stata anche costituita un circuito telematico con la costituzione di una mailing list tra i compagni delle varie città italiane “ … per proseguire la discussione sulle tendenze dell’imperialismo, per socializzare le esperienze che le varie realtà fanno nei rispettivi territori, e a coordinare un’azione unitaria di intervento rispetto alle tematiche della lotta al militarismo in senso nettamente anticapitalistico ed antimperialista.”

 

RIPORTIAMO UN BRANO DELL’INTERVENTO DI ALCUNI COMPAGNI DEL COMITATO DI LOTTA INTERNAZIONALISTA DI TORINO, su un tema poco sviluppato nel Convegno, per ulteriori approfondimenti.

 

L'ISLAMISMO E IL SUO RUOLO POLITICO

E’ ora indispensabile un accenno alle principali caratteristiche della religione islamica, perché ha un ruolo fondamentale nel controllo e orientamento delle masse sia nei paesi islamici che nei paesi più sviluppati per gli imponenti flussi migratori: 51milioni in Europa, piu' di 800.000 in Italia.

Di solito questa religione viene presentata come “arretrata” rispetto a quella cristiana o cattolica, ma bisogna considerare che le religioni sono funzionali allo sviluppo sociale esistente. Quello che ci interessa come rivoluzionari è approfondire le basi materialistiche delle credenze religiose per far leva sulle  aspirazioni alla pace e alla giustizia sociale delle masse profonde, facendole uscire dalla ricerca trascendentale  delle condizioni di purezza e fratellanza  musulmana e farle convergere su un unica lotta sociale, ma di classe, internazionalista.

Nel mondo ci sono 1,5 MD di musulmani, di cui 1 MD è sunnita, 182 milioni sono sciiti, soprattutto concentrati in Iran, nel sud dell’Iraq e del Libano, caratterizzati in organizzazioni come Hezbollah e Hamas con forti connotazioni di assistenzialismo sociale.

Queste due correnti principali dell’islamismo sono sorte intorno all’anno 660, dopo pochi anni dalla morte di Maometto (632), con l’avvento del califfato di Alì, 4° califfo legittimo per i sunniti, 1° per gli sciiti: questi riconoscono come Imam (“colui che guida le preghiere”, non quindi prete gerarchicamente organizzato), solo i discendenti di Alì, mentre per i sunniti qualunque uomo può essere eletto dalla comunità a questo ruolo per la sua pietà e la sua conoscenza religiosa. Essi si rifanno alla Sunna, norme etiche stabilite sulla base dei detti e degli atti di Maometto, che diventano insieme al Corano le fonti principali del diritto islamico.

Esiste una pluralità di orientamento nelle varie scuole di pensiero islamico ma le unisce l’osservanza dei doveri noti come i 5 Pilastri dell’islam: la fede in un Dio unico, la preghiera quotidiana verso la Mecca, il digiuno nel mese di Ramadan, il pellegrinaggio alla Mecca e l’elemosina per i poveri della comunità.

All’interno del mondo musulmano non si è mai eclissata l’aspirazione allo stato leader, che proviene storicamente dal ruolo di unificazione svolto da Maometto con l’istituzione del  califfato, arabo prima e  turco dopo, passando dai centri di Medina,  Damasco,  Bagdad fino ad Istambul.

Dopo la caduta dell’impero ottomano, ci sono stati altri tentativi di unificazione, come visto, falliti: nasseriano, gheddafiano, bahatista, siriano ed irakeno, che si sono ispirati alla regola dei Fratelli Musulmani (dell’Imam Hassan al-Banna) espressa nel 1938: “dovere di ogni musulmano agire al fine di vivificare l’unità araba e sostenerla”, unità idealizzata come armonia celeste, consolidata quotidianamente anche nelle preghiere dalla centralità del riferimento alla Mecca.

In Italia  non dobbiamo avere pregiudizi sulla possibilità di organizzare sia sindacalmente che politicamente gli immigrati islamici, perché come internazionalisti, contrastiamo la politica imperialista dei nostri governi che mirano al loro sfruttamento diretto e alle risorse economiche nei loro paesi d’origine, provocando i flussi migratori.

Poiché le missioni militari in questo momento sono rivolte proprio verso il mondo arabo, possiamo far schierare contro di esse consistenti minoranze di italiani e quindi in questo modo riuscire a rompere la diffidenza dei lavoratori immigrati verso di noi, i quali ci vedono  genericamente come oppressori privilegiati ed egoisti…… Deve emergere la nostra volontà di giungere ad una emancipazione comune, tenendo presente che per ragioni pratiche di limitazione della loro libertà di espressione per molto tempo difficilmente possono assumere delle aperte posizioni rivoluzionarie…..(Dal documento del convegno).

 

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