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Analisi e iniziative per un concreto internazionalismo |
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CRITICA ALLA “MOZIONE DI NAPOLI” La mozione approvata il 18 Settembre scorso a Napoli da varie forze di movimento rappresenta un tentativo di analisi classista “a più voci” della attuale realtà della U.E. e contiene la interessante proposta di un “coordinamento a livello europeo” fra le varie forze presenti in tale area geografica. Riteniamo che tale proposta si discosti oggettivamente dalla corale ed indistinta “solidarietà” che viene di solito dichiarata verso qualsiasi cosa si muova dovunque su di un generico piano “antimperialista”, e che perciò sia un’occasione di dibattito pubblico da cogliere senza alcun dubbio da parte degli “internazionalisti”. Evidenziati, così, sinteticamente gli aspetti positivi del testo, seguiranno ora alcuni rilievi critici. Nel prologo si dice che la necessità di costruire “forme di coordinamento” sta crescendo, e non vi è dubbio che sia così, ma tale necessità viene ravvisata, oltre che nelle “mobilitazioni contro i vertici imperialisti” (in realtà tutt’altro che centrali), solo in “numerose e differenti lotte sociali”, piuttosto che in tutte, o quasi, le principali lotte contro gli indirizzi della politica interna dei singoli Stati, omologati sul piano europeo, ad esempio, nella “Strategia di Lisbona”. A nostro parere ogni lotta conseguente contro gli aspetti concreti con cui si manifesta la natura imperialista dell’oppressione di classe, qui in Italia, come nel resto d’Europa, soprattutto per quegli aspetti comuni ai singoli Paesi imperialisti, è una lotta per cui il collegamento sul terreno europeo risulta necessario, pena il depotenziamento della propria azione. La crescente integrazione europea fa sì che le coordinate su cui si muovono le “politiche interne” dei singoli Paesi imperialisti della U.E. siano sostanzialmente le stesse, salvo adattamenti sui particolari; qualche differenza in più esiste, invece, con i Paesi a più recente adesione, in quanto inferiori sono i livelli di sviluppo già raggiunti da questi in senso imperialistico. Tali differenze, che si aggiungono alle permanenti difficoltà di formazione di un capitale europeo avente una politica economica unitaria nei fini e nei mezzi, difficoltà dovute soprattutto ai sapienti modi di agire degli USA sulle contraddizioni interimperialistiche nel nostro continente, non devono certo rallentare l’azione dei comunisti per costruire nella U.E. unità tra i lavoratori sul piano della lotta sindacale e su quello della lotta politica, fermo restando il nostro impegno anche contro l’imperialismo italiano, ovunque esso si manifesti in maniera diretta e non coordinata sul piano europeo. In sostanza: non si tratta di “andare a cercare” chissà quali terreni su cui costruire i rapporti tra i comunisti, in quanto è l’esperienza di lotta quotidiana che ce li indica (se ci poniamo soggettivamente in un’ottica internazionalista) ! Alla fine del Primo punto si dice che l’imperialismo europeo si sta costruendo “ai danni dei popoli della periferia e del proletariato internazionale”. E’ senza dubbio vero che storicamente “i popoli della periferia”, ad uno stadio di sviluppo pre-capitalistico, sono stati in generale alleati del “proletariato internazionale”, e ciò in virtù del fatto che il colonialismo imperialista li ha oppressi, rendendoli naturali alleati della classe. Oggi non tutti i Paesi del Terzo Mondo, o, meglio, della “periferia”, hanno rapporti di dipendenza capitalistica dal vecchio Paese colonizzatore, ma quasi tutti (e sono via via sempre di più) hanno raggiunto e sviluppato forme economiche di tipo capitalistico, ed in essi esiste una, più o meno forte, classe operaia, sempre a fronte di sovrani, più o meno compromessi con un imperialismo, con il quale possono condividere interessi, anche materiali, o, nei casi di “Paesi emergenti”, sostenitori di un nazionalismo “antimperialista”, fondato sugli interessi in crescita di una locale borghesia, frustrata dalla oggettiva dipendenza economica, e che mira ad emergere su di un piano a sua volta imperialista. Oggi, allora, pur essendovi “danni” subiti da (usando termini generici) “i popoli della periferia”, preferiamo citare solo il proletariato internazionale come oppresso al quale collegarci, comprendendovi quello nascente dei nuovi capitalismi dipendenti, che subisce già, o sta per subire, anche lo sfruttamento da parte della propria borghesia. L’ultima,
e forse più sostanziale, divergenza la ravvisiamo alla fine del Secondo
punto, laddove si dice testualmente che “solo il rafforzamento del
protagonismo e dell’autonomia del movimento contro la guerra può
rappresentare un ostacolo al prevalere delle esigenze di profitto e di
dominio del capitale”. Ci pare che l’attuale “movimento contro la
guerra” si caratterizzi come un movimento sostanzialmente “di
opinione” e pacifista, con l’inconcludenza tipica di questi settori
borghesi, spesso facilmente strumentalizzabile da un imperialismo; nel
caso di questo movimento, soprattutto dall’imperialismo europeo. Ci
pare che la presenza della classe operaia internazionale, la
sola presenza che può qualificare un movimento contro la guerra,
soprattutto se egemone, sia quantomeno scarsa in
questo movimento. La opposizione reale alla guerra non consiste
nel chiedere la pace alla propria borghesia; il nostro compito, come
comunisti, è sostanzialmente diverso: dobbiamo dimostrare ai lavoratori
ed agli altri ceti deboli come lo sviluppo imperialista conduca di
per sè, prima o poi, inevitabilmente alla guerra e che la fine
della guerra imperialista può essere decretata dall’innalzamento dei
livelli di lotta della classe, a partire da scioperi politici, fino
all’organizzazione conseguente dei proletari. Storicamente la guerra
è stata sconfitta solo dalla rivoluzione sovietica, dove le armi che
dovevano uccidere i propri fratelli di classe di altri Paesi sono state
rivolte contro la propria borghesia! Ci pare, cioè, che quanto dicono i
compagni della Mozione non individui correttamente il soggetto
rivoluzionario: la classe. E’ certamente comprensibile la necessità di “smarcarsi” da chi considera la U.E. un interlocutore, ma non basta: occorre fare una scelta di classe tra l’impotente lamentazione pacifista e la difficile strada dell’opposizione classista. Si tratta di avere sbagliato completamente il soggetto: è prima di tutto dai luoghi di lavoro che deve uscire la forza di un movimento reale contro l’imperialismo e la sua conseguenza più mostruosa, la guerra. Non si tratta poi di opporsi solo alla guerra guerreggiata in quanto tale: essa è semplicemente la “continuazione della politica”, nel nostro caso imperialista, “con altri mezzi”. Le “esigenze di profitto e di dominio del capitale” non si estrinsecano solo in tempo di guerra, ma anche in “tempo di pace”: lo scontro intercapitalistico per la leadership mondiale è perenne, ed assume la forma bellica in alcune circostanze. Ebbene, queste sono proprio le circostanze più favorevoli ai comunisti per disvelare a tutti i lavoratori la natura antiproletaria ed, in definitiva, antiumana del sistema capitalistico, e per indurli, così, alla comune lotta. Opporsi alla guerra vuol dire opporsi alle sue cause! Esse sono interne allo sviluppo imperialista ed alla competizione generalizzata fra capitali, che caratterizza soprattutto l’epoca attuale. Anche durante tale competizione il nemico comune del capitale sono i comunisti, che devono utilizzare le varie contingenze per unire i lavoratori contro il nemico di classe. In definitiva: solo un movimento classista contro la guerra, che usi fondamentalmente i propri strumenti, può avere ragione della guerra imperialista! Circolo I compagni di ALTERNATIVA DI CLASSE PAGINE MARXISTE La Spezia, 22 Novembre ‘05
La
nostra Resistenza è contro il capitalismo
I
partiti dell’Unione hanno trasformato questo 25 Aprile nella loro
kermesse, per festeggiare la risicata vittoria elettorale e la fine
dell’era Berlusconi. Per chi mira a gestire l’ordine sociale
esistente per conto dei padroni del vapore, è più che legittimo. La
Resistenza che ha vinto nel 1945 è stata quella dei Togliatti, dei
Pertini e dei Saragat, dei La Malfa e dei Mattei: quella che avrebbe
garantito la continuità del sistema economico e sociale italiano,
nonostante la sconfitta militare, cambiandone solo la facciata politica.
Quella che avrebbe garantito alla borghesia la conservazione del
monopolio dei mezzi di produzione, nella repubblica democratica come
nella monarchia fascista. Questa
resistenza borghese ha utilizzato la resistenza della classe
lavoratrice italiana, fatta non solo di scontri armati in montagna e in
città, ma anche di scioperi e mobilitazioni nelle fabbriche, mossa
dalla ribellione alla guerra, ai razionamenti, ai bombardamenti e a
tutte le conseguenze della rovinosa avventura militare
dell’imperialismo italiano. I lavoratori non erano quindi animati da
uno slancio patriottico ma dall’aspirazione per una realtà migliore e
una società più equa. Furono
schiacciate dalla repressione non solo e non tanto del fascismo quanto
da quella del partito stalinista che con la svolta di Salerno (1944),
aveva deciso di collaborare col grande capitale italiano alla
ricostruzione nazionale dove i lavoratori continuavano a subire lo
sfruttamento e i capitalisti ad ammucchiare i profitti. Che
l’antifascismo ufficiale sia solo di maniera è dimostrato dal fatto che
non ritiene opportuno denunciare le atrocità fasciste commesse in Libia
e in Etiopia, e i massacri di oltre mezzo milione di serbi commessi
durante la Seconda guerra mondiale, per avvalorare la favola degli
“italiani brava gente” e coprire gli interessi dell’imperialismo
italiano di ieri e di oggi. Per
questo l’Unione ha taciuto in campagna sul ritiro delle truppe
d’occupazione italiane in Irak, di fatto acconsentendo – del resto
fu il governo D’Alema a partecipare alla guerra contro la Serbia per
il Cossovo. pagine
marxiste c.i.p.
Milano, P.le Nigra 1, 23.4.06
Resoconto
della riunione del 13 maggio. L’incontro del 13 maggio 2006, tenutosi a Roma presso la sede del Comitato di quartiere Alberone, ha visto la partecipazione di cinque strutture, provenienti da diverse parti del paese: Pagine Marxiste, Comitato di Lotta internazionalista (Torino), Collettivo Internazionalista (Napoli), Gruppo Comunista Rivoluzionario, Corrispondenze Metropolitane (Roma). Esso è lo sbocco di una serie di contatti e di momenti di discussione e/o collaborazione che, in forma bilaterale o multilaterale, si sono avuti nei mesi scorsi. Dato questo presupposto, è sembrato necessario far partire l’incontro da una presentazione non formale ed approfondita delle realtà partecipanti. Così, ogni struttura ha precisato le coordinate del lavoro che sta portando avanti, nonché i risultati del proprio sforzo analitico e le proprie posizioni di fondo, soprattutto sul terreno dell’internazionalismo. Da ciò è emerso con chiarezza un approccio comune a tutti i partecipanti. Da un lato, di contro alle tendenze dominanti nella sinistra alternativa e/o antagonista, dove la radicalità si misura sul piano dell’antiamericanismo, è stata espressa con convinzione l’idea per cui il primo imperialismo da contrastare è quello di casa propria. Dall’altro si è puntualizzato che, adottando il punto di vista dell’internazionalismo proletario, ossia dell’unità degli sfruttati a livello planetario, si ritiene fuorviante suddividere il proprio intervento in una politica estera ed in una politica interna. Ciò, a differenza di quanto avviene nel grosso del cosiddetto movimento, dove prima si delineano delle campagne sulle questioni internazionali e su quelle interne, poi si cercano punti di contatto tra queste due sfere dell’impegno militante che in realtà rimangono compartimenti stagni. Ma a fronte di questi motivi di sostanziale condivisione, di per sé sufficienti a fondare la possibilità di una azione comune, sono emerse anche differenze, una d’ordine politico, l’altra di carattere più analitico. La
prima riguarda l’atteggiamento da tenere e la valutazione nei
confronti della resistenza irachena. Alcuni compagni ritengono che essa
sia attraversata principalmente da spinte volte ad affermare il ruolo ed
il peso nel paese delle singole componenti che ne fanno parte. In tal
senso, essa si differenzierebbe dalla resistenza italiana perché lo
scontro tra le varie formazioni (che nel ’43-’45 da noi ci fu ma non
ebbe un ruolo predominante) vi avrebbe più importanza della lotta
contro l’occupante. Vi è invece chi valorizza la capacità dimostrata
dalla resistenza irachena di porre un argine alla piena realizzazione
del progetto statunitense del Great Middle East, ritardando e
ridimensionando gli stessi preparativi di guerra nei confronti
dell’Iran (che si stanno configurando nella forma più realistica di
bombardamenti mirati e di rovesciamento del governo degli ayatollah
attraverso il finanziamento delle componenti dell’opposizione interna
più filo-occidentali). A questa valutazione, inoltre, si aggiunge la
spinta a non inserire nella resistenza solo le azioni di carattere
militare ma anche quelle che rimandano ad una opposizione diffusa
all’occupante. Ma, alle due posizioni più nette emerse sul problema,
si sono affiancate valutazioni volte a restituire la complessità della
situazione, cercando di leggere i processi sociali in atto (al di là
della loro autorappresentazione, al di là delle eventuali bandiere
rosse) e di comprendere quali spinte ed interessi esogeni intervengono o
si intrecciano con le varie componenti della resistenza irachena. Ad
ogni modo, il tipo di discussione avuto, lontano da ogni sloganismo e
fideismo, induce a non considerare il tema come un elemento dirimente,
bensì in quanto argomento da approfondire ulteriormente. Tutti i compagni, però, concordano sul fatto che andrebbe svolta una analisi approfondita della posizione italiana nel quadro europeo, delle diverse spinte rispetto all’UE che attraversano questo paese. Non dovrebbero sfuggire a nessuno gli elementi di (parziale) anomalia del governo Berlusconi rispetto all’UE. Elementi che rimandano fino ad un certo punto alle imprese militari portante avanti assieme al gigante USA (si sa, del resto, che rispetto ad esse il governo Prodi non produrrà una vera svolta, come dimostra il fatto che l’annunciato ritiro dall’Iraq si tradurrà piuttosto in un rientro). Quel che ha colpito di più, nell’esecutivo di centrodestra, è l’affiorare al suo interno di spinte euroscettiche – evidentemente diffuse nel blocco sociale agglutinato attorno a Berlusconi - nonché l’insufficiente attenzione rispetto agli obiettivi di Lisbona. Non a caso, è stato su quest’ultimo tema che il quotidiano confindustriale Sole 24 Ore ha puntato di più nella sua critica alla Casa delle Libertà. Ed è su questo argomento che Prodi porterà avanti una vera svolta, allineando il suo esecutivo agli obiettivi dell’Agenda di Lisbona. A parte questi motivi da approfondire ulteriormente, sono da registrare altri due temi toccati nell’incontro. Il primo riguarda l’attenzione alle lotte degli immigrati, in un’ottica che non vuole essere genericamente solidaristica, rinviando invece alla unità delle lotte su scala interna ed internazionale. Il secondo concerne l’analisi degli effetti dell’attuale fase di quel processo di internazionalizzazione che è connaturato al capitalismo. Si è ribadito che la spinta del Capitale a superare le barriere ed i confini, non porta con sé l’integrale omogeneizzazione delle strutture sociali dei diversi paesi, il livellamento verso l’alto – cioè verso le aree a capitalismo avanzato – dello sviluppo del resto del pianeta. Dunque, quella che abbiamo portato avanti assieme il 13 è stata una riflessione d’indubbio interesse. Dalla quale, peraltro, scaturiscono anche conseguenze di carattere operativo. In primo luogo, si è deciso di giungere ad una presa di posizione comune, attraverso un volantino, per il 2 giugno. La diffusione di questo scritto, impregnato della spinta a contrastare l’imperialismo italiano che ci accomuna, terrà conto del concreto svolgimento, in quella data, di manifestazioni in varie parti d’Italia. Ma oltre a questo si è deciso, naturalmente, di continuare il confronto. In tal senso gli incontri proseguiranno, ma la loro periodicità dovrà tener conto delle distanze geografiche. Distanze che consigliano di creare un “luogo virtuale” per continuare il dibattito, ossia un sito che raccolga tutti i nostri contributi.
Libano:
una guerra per procura sulla pelle del proletariato Reagendo,
come a un pretesto da lungo atteso, alle incursioni e agli attacchi
missilistici di Hamas prima e di Hezbollah poi, lo Stato di Israele ha
scatenato una durissima offensiva militare contro i territori
palestinesi occupati e il Libano. Al terrorismo cinico e brutale dei
movimenti reazionari islamici, Israele contrappone un terrorismo di
Stato di potenza e devastazione enormemente superiore: centinaia i
morti (principalmente fra la popolazione inerme) e miliardi di dollari
di danni in territori già martoriati da anni di scontri armati,
invasioni, bombardamenti, rastrellamenti. Le
borghesia arabe “moderate” aspettano
che Israele finisca il “lavoro sporco” di scompaginare i movimenti
integralisti longa manus di Iran e Siria, e gruppi sauditi di
opposizione (Bin Laden). Le
iniziative diplomatiche dei "potenti" finora non hanno
ottenuto una tregua:
al G8 di San Pietroburgo è andata in scena l'inconcludenza, a Roma ci
si è accordati per l'invio di una forza di pace, ma non
sull'imposizione di una tregua. I caschi blu arriveranno quindi dopo
il completamento di distruzioni e massacri e ne garantiranno i
risultati: la guerra civile degli anni '80 non è stata fermata
dall'invio di truppe; la presenza militare italiana presso i campi
profughi di Sabra e Chatila non impedì i massacri di migliaia di
palestinesi inermi nell'82. L'unico scopo dell'invio di truppe
“ONU” da parte dei vari Stati sarà, come in passato, quello di
aumentare la propria influenza sulla regione. Nessuna
pace duratura sarà possibile finché le popolazioni locali saranno
messe l'una contro l'altra dagli interessi delle borghesie locali e
delle potenze imperialiste. pagine marxiste
VIA
SUBITO I MILITARI ITALIANI DAL LIBANO! Il Governo Prodi ha approvato all’unanimità il Decreto che invia in tutto ben 2500 militari italiani in Libano con il berretto dell’ONU. Si aggiungono ai militari ancora presenti in Iraq, a quelli più che mai “necessari”, come ci ha spiegato il Governo, in Afghanistan, ed a quelli presenti negli altri diversi “teatri bellici” in cui l’imperialismo italiano ha scelto, per tutelare i propri interessi economici, di essere presente militarmente. Formalmente si tratta dell’ennesima “missione di pace”, stavolta in attuazione della Risoluzione ONU n. 1701/’06, approvata per “porre fine” agli attacchi di Israele sul Libano ed alla guerriglia degli Hezbollah libanesi, armati da Iran e Siria, in funzione anti-israeliana. In
realtà, l’ONU, in cui, com’è ovvio, prevalgono gli interessi dei
più forti, cioè dei Paesi imperialisti, dopo aver lasciato bombardare
e massacrare civili libanesi per un mese, oltre ad aver tollerato un
milione di sfollati in Libano, decide di intervenire “per permettere
il disarmo degli Hezbollah” libanesi, proprio ciò che finora non è
riuscito a fare Israele! E’ così che i prossimi 6-7000
militari europei della “Missione Unifil 2” potranno sparare
per difendersi (…anche preventivamente!…), ed i loro eventuali reati
commessi in Libano …non
saranno lì giudicabili! Truppe “di pace” sì, ma
…comportamenti “da guerra”!! E’ questo il contesto in cui il Governo Prodi, proponendo l’Italia alla guida di tale missione, ha ottenuto un indubbio successo su più piani. Approfittando dei tentennamenti della Francia, è riuscito ad avvalorare la “vocazione europeistica” dell’Italia, mostrandola come avamposto diplomatico della U.E. (Unione Europea), rilanciandone il presunto “ruolo di paciere” planetario (in questo caso con tanto di delega ONU!). Nello stesso tempo ha candidato il “made in Italy” ad una fetta maggiore degli appalti del business della “ricostruzione” del Libano, al posto della Francia, investendo nella Missione “solo” 220 milioni di euro (€) pubblici per i prossimi 4 mesi! (già lievitano in Borsa le azioni delle grosse imprese edili libanesi, gestite da sunniti e drusi!…). E’ stato elogiato dai principali alleati di Israele, gli USA, cui, in pratica, “toglie le castagne dal fuoco”, e, nel contempo, ha ottenuto l’approvazione della opposizione di centro-destra insieme all’adesione entusiastica della “sinistra radicale” (PdCI, Verdi e PRC), da un lato per l’importanza economica di tale intervento, e dall’altro proprio per il suo concreto smarcamento militare dagli USA. In
realtà si tratta del seguito della politica interventista
dell’imperialismo italiano, adesso colorata di europeismo, ma mai
interrotta, né dal centro-destra, né dal centro-sinistra! …ed
oggi anche con il plauso dell’impotente pacifismo!! Solo chi ha
memoria storica può ricordare l’analogia con l’82, quando i
caschi blu italiani lasciarono sguarnita l’area dei campi di Sabra e
Chatila, in Libano, permettendo il massacro dei profughi palestinesi
inermi da parte dei miliziani cristiano-maroniti, allora appoggiati
dalla Siria, sotto il vigile sguardo delle forze israeliane!! E’ così che il “neutrale” ONU affida il comando della “missione di pace” proprio all’Italia, il Paese che, l’anno scorso, con Berlusconi, ha ratificato un’alleanza di cooperazione militare con Israele, stilata a Parigi nel 2003, e mai disdetta!!! Nel mentre, Usa, Gran Bretagna e Germania tengono in zona le proprie rispettive flotte, pronte ad intervenire: il Libano fa parte di una partita ancora più grossa, quella dove il Medio Oriente si fa ancora arbitro nella lotta per la leadership imperialista internazionale, ed in cui le mire da “potenza di area” dell’Iran vengono oggi da più parti strumentalizzate. Se
è vero che nell’Area è centrale la lotta palestinese, è
anche vero che essa debba ormai
liberarsi da un sempre più improbabile nazionalismo, fino
a saldarsi con il proletariato, sia arabo che ebreo, di tutto il Medio
Oriente, contro le borghesie arabe, il sionismo e gli imperialismi in
competizione, nella coscienza che anche qui i comunisti continueranno
ad opporsi e lottare contro ogni missione militare dell’imperialismo
di casa propria!!! Circolo
ALTERNATIVA DI CLASSE
NO
alla spedizione militare in Libano
Libano: dopo i
massacri, le truppe ONU, Italia in testa. Come gli avvoltoi. Tremila
soldati italiani stanno sbarcando in Libano. I mass media inneggiano
alla “missione di pace” e all’abilità del Gorverno
Prodi-D’Alema di “alzare il profilo internazionale” dell’Italia
infilandosi tra le macerie.
La pace sulla bocca dei cannoni? contro chi spareranno per
“portare la pace”? Noi diciamo un
forte NO! Non è una missione
di pace, ma di influenza imperialista, foriera di nuove guerre. I
pacifisti di ieri sono oggi i più entusiasti fans delle truppe armate
fino ai denti. Ma basta un berretto ONU a tramutare i falchi in
colombe? L’ONU è comandata dalle potenze imperialiste.
Può agire solo quando esse sono d’accordo, è impotente quando si
scontrano: per questo non potrà mai impedire una guerra imperialista.
Anche questa volta ha lasciato bombardare le popolazioni civili per
un mese, e ha adottato una “risoluzione” ambigua per il cessate il
fuoco solo quando è sembrato conveniente a tutte le grandi potenze e
allo stesso Israele (che continua a bloccare porti e aeroporti libanesi,
mentre la Siria ha sospeso le forniture di elettricità). Nonostante
le enormi distruzioni e un migliaio di morti civili, Israele, tra
contrasti interni, ha mancato l’obiettivo di smantellare le milizie
Hezbollah in Libano, armate dall’Iran. Iran e Siria hanno
cantato vittoria, sperando di veder aumentato il proprio potere
contrattuale, a poco prezzo (a pagare è stato il proletariato
libanese). Le
potenze europee vedono uno spazio per ristabilire proprie aree di
influenza separatamente dagli USA, presentandosi come “pacieri”
sotto l’ombrello ONU. Le truppe ONU potranno sparare
per difendersi... anche preventivamente. Missione di pace con licenza
d’uccidere. E i reati contro i civili non saranno punibili dalle
autorità libanesi. Il
governo italiano, in perfetta continuità con tutti i governi del
passato, da quelli liberali a quelli fascisti, democristiani, craxiani,
e berlusconiani prosegue nella tradizionale politica di interventismo
mediterraneo dell’imperialismo italiano: ieri con l’aggressione
coloniale, oggi col berretto ONU e la benedizione UE
e USA. I grandi gruppi industriali e le grandi banche vedono la penetrazione militare come uno strumento per consolidare le loro posizioni: “da tempo i nostri militari sono... un asset nazionale quanto la moda, le macchine utensili... è consigliabile che la missione di pace abbia un forte sostegno popolare... qualcosa di simile all’affetto per la nazionale in Germania”, scrive il Sole-24 Ore del 25/8. Il tifo per il cannone, dopo quello per il pallone: alimentato ad arte dai mass media, è proprio quello che ha sostenuto tutti i grandi macelli del passato. Anche gli ex pacifisti sono ora arruolati. Forse
ci si dimentica l’analoga missione dell’82, quando i soldati
italiani lasciarono sguarnita l’area dei campi di Sabra e Chatila
permettendo il massacro dei profughi palestinesi inermi da parte
delle milizie cristiano-maronite, allora appoggiate dalla Siria, sotto
il vigile sguardo delle forze israeliane. In
palio c’è anche il business della ricostruzione (creato dalle
bombe israeliane), che ha già fatto salire alle stelle le azioni delle
grandi imprese di costruzione libanesi controllate da sunniti e drusi
(il cinismo del capitale: mille morti proletari e un milione di sfollati
valgono bene una messe di profitti). Mentre
Stati Uniti e Gran Bretagna e di fatto anche la Germania si
tengono le mani libere, con le loro flotte pronte a intervenire, la
partita libanese è parte della più grande partita per il controllo
del Medio Oriente giocata, oltre che con l’occupazione dell’Irak,
anche col braccio di ferro con l’Iran sul nucleare. Una partita
tra le borghesie locali e tra gli imperialismi, in cui USA, GB, Francia,
Russia, Cina e Germania, con il convitato di pietra Giappone, usano le
ambizioni iraniane per portare avanti ciascuno i propri interessi a
scapito degli altri. Una partita infida, a carte coperte, che non
mancherà di produrre nuovi massacri. Nessuna
pace potrà durare finché il Medio Oriente resterà alla mercé degli
interessi delle avide borghesie nazionali e degli imperialismi; solo il
proletariato, liberato dall’influenza del nazionalismo potrà portare
pace lottando per una società senza classi. Non il pacifismo, ma la
lotta contro il capitalismo. Solo
una coerente opposizione all'imperialismo del proprio paese, che ne
rigetti le missioni militari sia a fianco degli USA che degli europei
potrà rafforzare le posizioni internazionaliste. E’
necessario unire le forze di chi in Italia si oppone all’imperialismo
italiano. No
alle missioni militari dell'imperialismo italiano, in Libano e
altrove! Martedì
5 settembre, ore 21,
Centro
Scapolla, C.so Garibaldi 20
Incontro
con relazione su Libano e Medio Oriente
pagine
marxiste
14
aprile 2007 CONVEGNO a
Milano: IL NEMICO E’ IN CASA NOSTRA ! CONTRO LA GUERRA, INTERNAZIONALISMO
PROLETARIO Sono intervenuti compagni di Milano (Pagine
Marxiste, Gruppi Comunisti Rivoluzionari-GCR, Rivoluzione Comunista,
Corrente Comunista Internazionale, Battaglia Comunista, Organizzazione
Comunista Internazionalista-OCI, Proletari Comunisti), di Torino
(Circolo Internazionalista), di Genova (GCR), di Roma (GCR,
Corrispondenze Metropolitane, Frazione Trotskista per la IV
Internazionale), di Napoli (Red Link). Il
convegno era stato preparato da 10
interventi scritti dei gruppi politici promotori più 4 contributi di altri
compagni (ora raccolti in un Documento
a disposizione presso i promotori e alla libreria Calusca di Milano, che
ha ospitato una parte del Convegno); il dibattito si è potuto così
incentrare sui punti su cui erano emerse differenti valutazioni e
particolarmente : -
sul livello
dello sviluppo capitalistico raggiunto nel Medio Oriente e la sua
dipendenza dalle potenze
imperialistiche; -
sulla possibilità di portare a compimento la rivoluzione
democratica in queste aree ; -
sullo sviluppo del proletariato
e sulla sua autonomia politica ; -
sull’atteggiamento dei gruppi
che si rifanno al comunismo rispetto alle frazioni borghesi locali e
ai gruppi religiosi che lottano contro l’occupazione imperialista ; -
sull’atteggiamento da tenere in Italia verso la resistenza popolare che si è
sviluppata in Palestina , Iraq, Afganistan, Libano, ecc. Tutti
gli intervenuti si sono trovati d’accordo sulla necessità che i Comunisti
di Sinistra si incontrino periodicamente per scambiarsi
le valutazioni politiche su temi importanti come questo, cosa che
non avveniva da decenni in questa ampiezza, per
poter valutare la possibilità di giungere a una collaborazione
nell’azione pratica , e di cui molti sentono l’esigenza. Fattori
internazionali e interni rendono questi anni, un momento di svolta per la politica in Italia : tutta la sinistra
cosiddetta “radicale” è coinvolta nell’azione governativa
imperialista e antisociale, e si evidenziano grosse
contraddizioni nella sua base più idealmente comunista, che non
condivide i suoi compromessi. Perciò
è possibile e necessario avvicinare
e coinvolgere lavoratori, giovani,
immigrati a cui far conoscere con più vigore la posizione
internazionalista che ci accomuna, che proviene dalla tradizione
antistalinista contro le vie nazionali al socialismo, quindi
coerentemente antimperialista,
antiriformista. Infatti
sono emerse comuni valutazioni
sui temi enunciati: -
condanna delle aggressioni
come imperialiste, anche se portate avanti con la maschera delle
missioni umanitarie ONU; -
riconoscimento della resistenza
armata come reazione all’occupazione, anche se utilizzata da forze
diverse ; quindi denuncia dell’uso strumentale della lotta al
terrorismo e dell’islamofobia portate avanti dal governo di sinistra,
in continuità di quelli di destra, per giustificare il suo intervento; -
critica all’uso delle
istituzioni rappresentative, dei fronti popolari, sostegno
invece dell’autoorganizzazione; -
necessità di sviluppare la lotta per la libertà di circolazione e parità dei diritti per gli immigrati, anche con la costituzione di Comitati
antirazzisti cittadini. Quasi
tutti gli intervenuti hanno auspicato quindi un impegno maggiore nell’intervento pratico nella formazione delle
mobilitazioni contro le aggressioni militari di cui anche l’Italia
si sta rendendo protagonista, legandole a quelle contro la truffa della finanziarizzazione del TFR e contro i tagli delle spese sociali e l’aumento di quelle militari,
contro la militarizzazione sociale e le discriminazioni degli immigrati. E’stato
ritenuto possibile anche costituire un Coordinamento
per approfondire le questioni in discussione in un laboratorio
politico comune; ma le diverse valutazioni, ad
es. sul ruolo del
proletariato di queste aree in appoggio o meno di una rivoluzione
democratica che si considera più o meno conclusa, non possono diventare
elementi che ci impediscono di agire insieme sugli altri obbiettivi su
cui si concorda, visti in
precedenza. Inoltre
l’atteggiamento da tenere in Italia riguardo alla resistenza nei paesi occupati militarmente, purtroppo per ora, data
l’assenza di una organizzazione internazionale rappresentativa dei
comunisti, non può avere influenza sugli eventi, per cui per poter intervenire praticamente, si dovrà per ora aumentare lo sforzo per conoscere
e collegarsi a tutti i movimenti di opposizione di questi paesi che
si rifanno a ideali di emancipazione, anche appoggiando le
rivendicazioni degli immigrati ed esuli in Italia. Per
rendere più rapido questo coordinamento è stata anche costituita un
circuito telematico con la costituzione di una mailing list tra i
compagni delle varie città italiane “ …
per proseguire la discussione sulle tendenze dell’imperialismo, per
socializzare le esperienze che le varie realtà fanno nei rispettivi
territori, e a coordinare un’azione unitaria di intervento rispetto
alle tematiche della lotta al militarismo in senso nettamente
anticapitalistico ed antimperialista.” RIPORTIAMO
UN BRANO DELL’INTERVENTO DI ALCUNI COMPAGNI DEL COMITATO DI LOTTA
INTERNAZIONALISTA DI TORINO, su un tema poco sviluppato nel Convegno,
per ulteriori approfondimenti. L'ISLAMISMO
E IL SUO RUOLO POLITICO E’
ora indispensabile un accenno alle principali caratteristiche della religione
islamica, perché ha un ruolo fondamentale nel controllo e
orientamento delle masse sia nei paesi islamici che nei paesi più
sviluppati per gli imponenti flussi migratori: 51milioni in Europa, piu'
di Di
solito questa religione viene presentata come “arretrata” rispetto a
quella cristiana o cattolica, ma bisogna considerare che le religioni
sono funzionali allo sviluppo sociale esistente. Quello che ci interessa
come rivoluzionari è approfondire le basi materialistiche delle credenze religiose per far leva sulle
aspirazioni alla pace e alla giustizia sociale delle masse
profonde, facendole uscire dalla ricerca trascendentale
delle condizioni di purezza e fratellanza
musulmana e farle convergere su un unica lotta
sociale, ma di classe, internazionalista. Nel
mondo ci sono 1,5 MD di musulmani, di cui 1 MD è sunnita, 182 milioni
sono sciiti, soprattutto concentrati in Iran, nel sud dell’Iraq e del
Libano, caratterizzati in organizzazioni come Hezbollah e Hamas con
forti connotazioni di assistenzialismo sociale. Queste
due correnti principali dell’islamismo sono sorte intorno all’anno
660, dopo pochi anni dalla morte di Maometto (632), con l’avvento
del califfato di Alì, 4° califfo legittimo per i sunniti, 1° per gli
sciiti: questi riconoscono come Imam
(“colui che guida le preghiere”, non quindi prete gerarchicamente
organizzato), solo i discendenti di Alì, mentre per i sunniti qualunque
uomo può essere eletto dalla comunità a questo ruolo per la sua pietà
e la sua conoscenza religiosa. Essi si rifanno alla Sunna, norme etiche
stabilite sulla base dei detti e degli atti di Maometto, che diventano
insieme al Corano le fonti principali del diritto islamico. Esiste
una pluralità di orientamento nelle varie scuole di pensiero islamico
ma le unisce l’osservanza dei doveri noti come i 5
Pilastri dell’islam: la fede in un Dio unico, la preghiera
quotidiana verso la Mecca, il digiuno nel mese di Ramadan, il
pellegrinaggio alla Mecca e l’elemosina per i poveri della comunità. All’interno
del mondo musulmano non si è mai eclissata l’aspirazione
allo stato leader, che proviene storicamente dal ruolo di
unificazione svolto da Maometto con l’istituzione del
califfato, arabo prima e turco
dopo, passando dai centri di Medina,
Damasco, Bagdad fino
ad Istambul. Dopo
la caduta dell’impero ottomano, ci sono stati altri tentativi
di unificazione, come visto, falliti: nasseriano, gheddafiano,
bahatista, siriano ed irakeno, che si sono ispirati alla regola dei Fratelli
Musulmani (dell’Imam Hassan al-Banna) espressa nel 1938: “dovere
di ogni musulmano agire al fine di vivificare l’unità
araba e sostenerla”, unità idealizzata come armonia celeste,
consolidata quotidianamente anche nelle preghiere dalla centralità del
riferimento alla Mecca. In
Italia non dobbiamo avere
pregiudizi sulla possibilità di organizzare sia sindacalmente
che politicamente gli immigrati islamici, perché come
internazionalisti, contrastiamo la politica imperialista dei nostri
governi che mirano al loro sfruttamento diretto e alle risorse
economiche nei loro paesi d’origine, provocando i flussi migratori. Poiché
le missioni militari in
questo momento sono rivolte proprio verso il mondo arabo, possiamo far
schierare contro di esse consistenti minoranze di italiani e quindi in
questo modo riuscire a rompere la
diffidenza dei lavoratori immigrati verso di noi, i quali ci vedono
genericamente come oppressori privilegiati ed egoisti…… Deve
emergere la nostra volontà di giungere ad una emancipazione
comune, tenendo presente che per ragioni pratiche di limitazione
della loro libertà di espressione per molto tempo difficilmente possono
assumere delle aperte posizioni rivoluzionarie…..(Dal documento del
convegno).
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