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Lotta per gli interessi immediati e storici della classe |
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CRITICA ALLA “MOZIONE DI NAPOLI” La mozione approvata il 18 Settembre scorso a Napoli da varie forze di movimento rappresenta un tentativo di analisi classista “a più voci” della attuale realtà della U.E. e contiene la interessante proposta di un “coordinamento a livello europeo” fra le varie forze presenti in tale area geografica. Riteniamo che tale proposta si discosti oggettivamente dalla corale ed indistinta “solidarietà” che viene di solito dichiarata verso qualsiasi cosa si muova dovunque su di un generico piano “antimperialista”, e che perciò sia un’occasione di dibattito pubblico da cogliere senza alcun dubbio da parte degli “internazionalisti”. Evidenziati, così, sinteticamente gli aspetti positivi del testo, seguiranno ora alcuni rilievi critici. Nel prologo si dice che la necessità di costruire “forme di coordinamento” sta crescendo, e non vi è dubbio che sia così, ma tale necessità viene ravvisata, oltre che nelle “mobilitazioni contro i vertici imperialisti” (in realtà tutt’altro che centrali), solo in “numerose e differenti lotte sociali”, piuttosto che in tutte, o quasi, le principali lotte contro gli indirizzi della politica interna dei singoli Stati, omologati sul piano europeo, ad esempio, nella “Strategia di Lisbona”. A nostro parere ogni lotta conseguente contro gli aspetti concreti con cui si manifesta la natura imperialista dell’oppressione di classe, qui in Italia, come nel resto d’Europa, soprattutto per quegli aspetti comuni ai singoli Paesi imperialisti, è una lotta per cui il collegamento sul terreno europeo risulta necessario, pena il depotenziamento della propria azione. La crescente integrazione europea fa sì che le coordinate su cui si muovono le “politiche interne” dei singoli Paesi imperialisti della U.E. siano sostanzialmente le stesse, salvo adattamenti sui particolari; qualche differenza in più esiste, invece, con i Paesi a più recente adesione, in quanto inferiori sono i livelli di sviluppo già raggiunti da questi in senso imperialistico. Tali differenze, che si aggiungono alle permanenti difficoltà di formazione di un capitale europeo avente una politica economica unitaria nei fini e nei mezzi, difficoltà dovute soprattutto ai sapienti modi di agire degli USA sulle contraddizioni interimperialistiche nel nostro continente, non devono certo rallentare l’azione dei comunisti per costruire nella U.E. unità tra i lavoratori sul piano della lotta sindacale e su quello della lotta politica, fermo restando il nostro impegno anche contro l’imperialismo italiano, ovunque esso si manifesti in maniera diretta e non coordinata sul piano europeo. In sostanza: non si tratta di “andare a cercare” chissà quali terreni su cui costruire i rapporti tra i comunisti, in quanto è l’esperienza di lotta quotidiana che ce li indica (se ci poniamo soggettivamente in un’ottica internazionalista) ! Alla fine del Primo punto si dice che l’imperialismo europeo si sta costruendo “ai danni dei popoli della periferia e del proletariato internazionale”. E’ senza dubbio vero che storicamente “i popoli della periferia”, ad uno stadio di sviluppo pre-capitalistico, sono stati in generale alleati del “proletariato internazionale”, e ciò in virtù del fatto che il colonialismo imperialista li ha oppressi, rendendoli naturali alleati della classe. Oggi non tutti i Paesi del Terzo Mondo, o, meglio, della “periferia”, hanno rapporti di dipendenza capitalistica dal vecchio Paese colonizzatore, ma quasi tutti (e sono via via sempre di più) hanno raggiunto e sviluppato forme economiche di tipo capitalistico, ed in essi esiste una, più o meno forte, classe operaia, sempre a fronte di sovrani, più o meno compromessi con un imperialismo, con il quale possono condividere interessi, anche materiali, o, nei casi di “Paesi emergenti”, sostenitori di un nazionalismo “antimperialista”, fondato sugli interessi in crescita di una locale borghesia, frustrata dalla oggettiva dipendenza economica, e che mira ad emergere su di un piano a sua volta imperialista. Oggi, allora, pur essendovi “danni” subiti da (usando termini generici) “i popoli della periferia”, preferiamo citare solo il proletariato internazionale come oppresso al quale collegarci, comprendendovi quello nascente dei nuovi capitalismi dipendenti, che subisce già, o sta per subire, anche lo sfruttamento da parte della propria borghesia. L’ultima,
e forse più sostanziale, divergenza la ravvisiamo alla fine del Secondo
punto, laddove si dice testualmente che “solo il rafforzamento del
protagonismo e dell’autonomia del movimento contro la guerra può
rappresentare un ostacolo al prevalere delle esigenze di profitto e di
dominio del capitale”. Ci pare che l’attuale “movimento contro la
guerra” si caratterizzi come un movimento sostanzialmente “di
opinione” e pacifista, con l’inconcludenza tipica di questi settori
borghesi, spesso facilmente strumentalizzabile da un imperialismo; nel
caso di questo movimento, soprattutto dall’imperialismo europeo. Ci
pare che la presenza della classe operaia internazionale, la
sola presenza che può qualificare un movimento contro la guerra,
soprattutto se egemone, sia quantomeno scarsa in
questo movimento. La opposizione reale alla guerra non consiste
nel chiedere la pace alla propria borghesia; il nostro compito, come
comunisti, è sostanzialmente diverso: dobbiamo dimostrare ai lavoratori
ed agli altri ceti deboli come lo sviluppo imperialista conduca di
per sè, prima o poi, inevitabilmente alla guerra e che la fine
della guerra imperialista può essere decretata dall’innalzamento dei
livelli di lotta della classe, a partire da scioperi politici, fino
all’organizzazione conseguente dei proletari. Storicamente la guerra
è stata sconfitta solo dalla rivoluzione sovietica, dove le armi che
dovevano uccidere i propri fratelli di classe di altri Paesi sono state
rivolte contro la propria borghesia! Ci pare, cioè, che quanto dicono i
compagni della Mozione non individui correttamente il soggetto
rivoluzionario: la classe. E’ certamente comprensibile la necessità di “smarcarsi” da chi considera la U.E. un interlocutore, ma non basta: occorre fare una scelta di classe tra l’impotente lamentazione pacifista e la difficile strada dell’opposizione classista. Si tratta di avere sbagliato completamente il soggetto: è prima di tutto dai luoghi di lavoro che deve uscire la forza di un movimento reale contro l’imperialismo e la sua conseguenza più mostruosa, la guerra. Non si tratta poi di opporsi solo alla guerra guerreggiata in quanto tale: essa è semplicemente la “continuazione della politica”, nel nostro caso imperialista, “con altri mezzi”. Le “esigenze di profitto e di dominio del capitale” non si estrinsecano solo in tempo di guerra, ma anche in “tempo di pace”: lo scontro intercapitalistico per la leadership mondiale è perenne, ed assume la forma bellica in alcune circostanze. Ebbene, queste sono proprio le circostanze più favorevoli ai comunisti per disvelare a tutti i lavoratori la natura antiproletaria ed, in definitiva, antiumana del sistema capitalistico, e per indurli, così, alla comune lotta. Opporsi alla guerra vuol dire opporsi alle sue cause! Esse sono interne allo sviluppo imperialista ed alla competizione generalizzata fra capitali, che caratterizza soprattutto l’epoca attuale. Anche durante tale competizione il nemico comune del capitale sono i comunisti, che devono utilizzare le varie contingenze per unire i lavoratori contro il nemico di classe. In definitiva: solo un movimento classista contro la guerra, che usi fondamentalmente i propri strumenti, può avere ragione della guerra imperialista! Circolo I compagni di ALTERNATIVA DI CLASSE PAGINE MARXISTE La Spezia, 22 Novembre ‘05
La
nostra Resistenza è contro il capitalismo
I
partiti dell’Unione hanno trasformato questo 25 Aprile nella loro
kermesse, per festeggiare la risicata vittoria elettorale e la fine
dell’era Berlusconi. Per chi mira a gestire l’ordine sociale
esistente per conto dei padroni del vapore, è più che legittimo. La
Resistenza che ha vinto nel 1945 è stata quella dei Togliatti, dei
Pertini e dei Saragat, dei La Malfa e dei Mattei: quella che avrebbe
garantito la continuità del sistema economico e sociale italiano,
nonostante la sconfitta militare, cambiandone solo la facciata politica.
Quella che avrebbe garantito alla borghesia la conservazione del
monopolio dei mezzi di produzione, nella repubblica democratica come
nella monarchia fascista. Questa
resistenza borghese ha utilizzato la resistenza della classe
lavoratrice italiana, fatta non solo di scontri armati in montagna e in
città, ma anche di scioperi e mobilitazioni nelle fabbriche, mossa
dalla ribellione alla guerra, ai razionamenti, ai bombardamenti e a
tutte le conseguenze della rovinosa avventura militare
dell’imperialismo italiano. I lavoratori non erano quindi animati da
uno slancio patriottico ma dall’aspirazione per una realtà migliore e
una società più equa. Furono
schiacciate dalla repressione non solo e non tanto del fascismo quanto
da quella del partito stalinista che con la svolta di Salerno (1944),
aveva deciso di collaborare col grande capitale italiano alla
ricostruzione nazionale dove i lavoratori continuavano a subire lo
sfruttamento e i capitalisti ad ammucchiare i profitti. In
questo 25 aprile che prelude al nuovo governo Prodi non è possibile
avvertire, e non vi può essere, odore di cambiamento reale; tant’è
che la coalizione di centro-sinistra è stata appoggiata dalla
Confindustria e da tanta grande stampa borghese. Che
l’antifascismo ufficiale sia solo di maniera è dimostrato dal fatto che
non ritiene opportuno denunciare le atrocità fasciste commesse in Libia
e in Etiopia, e i massacri di oltre mezzo milione di serbi commessi
durante la Seconda guerra mondiale, per avvalorare la favola degli
“italiani brava gente” e coprire gli interessi dell’imperialismo
italiano di ieri e di oggi. Per
questo l’Unione ha taciuto in campagna sul ritiro delle truppe
d’occupazione italiane in Irak, di fatto acconsentendo – del resto
fu il governo D’Alema a partecipare alla guerra contro la Serbia per
il Cossovo. Oggi
è indispensabile riprendere il filo dell’antifascismo e
anticapitalismo di classe, di una tradizione di lotta non per gli
interessi nazionali della borghesia ma per una società senza
sfruttamento e senza frontiere; è indispensabile ricollegarsi alle
lotte dei lavoratori non solo in Italia ma nel resto del mondo,
rifiutando ogni solidarietà patriottica e denunciando innanzitutto
l’imperialismo del proprio paese. I
lavoratori non hanno patria, il
nemico storico è il capitalismo,
ieri in forma fascista, oggi in
forma democratica. pagine
marxiste c.i.p.
Milano, P.le Nigra 1, 23.4.06
Resoconto
della riunione del 13 maggio. L’incontro del 13 maggio 2006, tenutosi a Roma presso la sede del Comitato di quartiere Alberone, ha visto la partecipazione di cinque strutture, provenienti da diverse parti del paese: Pagine Marxiste, Comitato di Lotta internazionalista (Torino), Collettivo Internazionalista (Napoli), Gruppo Comunista Rivoluzionario, Corrispondenze Metropolitane (Roma). Esso è lo sbocco di una serie di contatti e di momenti di discussione e/o collaborazione che, in forma bilaterale o multilaterale, si sono avuti nei mesi scorsi. Dato questo presupposto, è sembrato necessario far partire l’incontro da una presentazione non formale ed approfondita delle realtà partecipanti. Così, ogni struttura ha precisato le coordinate del lavoro che sta portando avanti, nonché i risultati del proprio sforzo analitico e le proprie posizioni di fondo, soprattutto sul terreno dell’internazionalismo. Da ciò è emerso con chiarezza un approccio comune a tutti i partecipanti. Da un lato, di contro alle tendenze dominanti nella sinistra alternativa e/o antagonista, dove la radicalità si misura sul piano dell’antiamericanismo, è stata espressa con convinzione l’idea per cui il primo imperialismo da contrastare è quello di casa propria. Dall’altro si è puntualizzato che, adottando il punto di vista dell’internazionalismo proletario, ossia dell’unità degli sfruttati a livello planetario, si ritiene fuorviante suddividere il proprio intervento in una politica estera ed in una politica interna. Ciò, a differenza di quanto avviene nel grosso del cosiddetto movimento, dove prima si delineano delle campagne sulle questioni internazionali e su quelle interne, poi si cercano punti di contatto tra queste due sfere dell’impegno militante che in realtà rimangono compartimenti stagni. Ma a fronte di questi motivi di sostanziale condivisione, di per sé sufficienti a fondare la possibilità di una azione comune, sono emerse anche differenze, una d’ordine politico, l’altra di carattere più analitico. La
prima riguarda l’atteggiamento da tenere e la valutazione nei
confronti della resistenza irachena. Alcuni compagni ritengono che essa
sia attraversata principalmente da spinte volte ad affermare il ruolo ed
il peso nel paese delle singole componenti che ne fanno parte. In tal
senso, essa si differenzierebbe dalla resistenza italiana perché lo
scontro tra le varie formazioni (che nel ’43-’45 da noi ci fu ma non
ebbe un ruolo predominante) vi avrebbe più importanza della lotta
contro l’occupante. Vi è invece chi valorizza la capacità dimostrata
dalla resistenza irachena di porre un argine alla piena realizzazione
del progetto statunitense del Great Middle East, ritardando e
ridimensionando gli stessi preparativi di guerra nei confronti
dell’Iran (che si stanno configurando nella forma più realistica di
bombardamenti mirati e di rovesciamento del governo degli ayatollah
attraverso il finanziamento delle componenti dell’opposizione interna
più filo-occidentali). A questa valutazione, inoltre, si aggiunge la
spinta a non inserire nella resistenza solo le azioni di carattere
militare ma anche quelle che rimandano ad una opposizione diffusa
all’occupante. Ma, alle due posizioni più nette emerse sul problema,
si sono affiancate valutazioni volte a restituire la complessità della
situazione, cercando di leggere i processi sociali in atto (al di là
della loro autorappresentazione, al di là delle eventuali bandiere
rosse) e di comprendere quali spinte ed interessi esogeni intervengono o
si intrecciano con le varie componenti della resistenza irachena. Ad
ogni modo, il tipo di discussione avuto, lontano da ogni sloganismo e
fideismo, induce a non considerare il tema come un elemento dirimente,
bensì in quanto argomento da approfondire ulteriormente. Tutti i compagni, però, concordano sul fatto che andrebbe svolta una analisi approfondita della posizione italiana nel quadro europeo, delle diverse spinte rispetto all’UE che attraversano questo paese. Non dovrebbero sfuggire a nessuno gli elementi di (parziale) anomalia del governo Berlusconi rispetto all’UE. Elementi che rimandano fino ad un certo punto alle imprese militari portante avanti assieme al gigante USA (si sa, del resto, che rispetto ad esse il governo Prodi non produrrà una vera svolta, come dimostra il fatto che l’annunciato ritiro dall’Iraq si tradurrà piuttosto in un rientro). Quel che ha colpito di più, nell’esecutivo di centrodestra, è l’affiorare al suo interno di spinte euroscettiche – evidentemente diffuse nel blocco sociale agglutinato attorno a Berlusconi - nonché l’insufficiente attenzione rispetto agli obiettivi di Lisbona. Non a caso, è stato su quest’ultimo tema che il quotidiano confindustriale Sole 24 Ore ha puntato di più nella sua critica alla Casa delle Libertà. Ed è su questo argomento che Prodi porterà avanti una vera svolta, allineando il suo esecutivo agli obiettivi dell’Agenda di Lisbona. A parte questi motivi da approfondire ulteriormente, sono da registrare altri due temi toccati nell’incontro. Il primo riguarda l’attenzione alle lotte degli immigrati, in un’ottica che non vuole essere genericamente solidaristica, rinviando invece alla unità delle lotte su scala interna ed internazionale. Il secondo concerne l’analisi degli effetti dell’attuale fase di quel processo di internazionalizzazione che è connaturato al capitalismo. Si è ribadito che la spinta del Capitale a superare le barriere ed i confini, non porta con sé l’integrale omogeneizzazione delle strutture sociali dei diversi paesi, il livellamento verso l’alto – cioè verso le aree a capitalismo avanzato – dello sviluppo del resto del pianeta. Dunque, quella che abbiamo portato avanti assieme il 13 è stata una riflessione d’indubbio interesse. Dalla quale, peraltro, scaturiscono anche conseguenze di carattere operativo. In primo luogo, si è deciso di giungere ad una presa di posizione comune, attraverso un volantino, per il 2 giugno. La diffusione di questo scritto, impregnato della spinta a contrastare l’imperialismo italiano che ci accomuna, terrà conto del concreto svolgimento, in quella data, di manifestazioni in varie parti d’Italia. Ma oltre a questo si è deciso, naturalmente, di continuare il confronto. In tal senso gli incontri proseguiranno, ma la loro periodicità dovrà tener conto delle distanze geografiche. Distanze che consigliano di creare un “luogo virtuale” per continuare il dibattito, ossia un sito che raccolga tutti i nostri contributi.
Contro
il revisionismo, nel segno dell’Altra Resistenza Giorno
dopo giorno, i media usano ogni pretesto per riscrivere la storia del
‘900, concentrandosi in modo particolare sul fascismo e sugli eventi
che hanno portato alla sua caduta. Così, il dibattito sulla esecuzione
di Saddam Hussein ne ha richiamato un altro su quella di Mussolini,
ormai condannata come azione arbitraria dei partigiani. Ma l’ondata
revisionista arriva sin nelle scuole, dove diventa normale che a parlare
degli anni ’70 e dello stragismo, vengano chiamati dei noti
neofascisti. Non mancano le risposte a questo stato di cose, ma spesso
– anche quando sono portate avanti da settori di movimento –
risultano inadeguate, perché troppo legate a letture della storia
convenzionali, come quella dell’ANPI. Dal canto nostro, riteniamo
utile – per arrivare a definire un’alternativa al verbo dominante
– ripercorrere il più importante dibattito degli ultimi mesi, quello
svoltosi attorno La
grande bugia di Giampaolo Pansa. Come è noto, l’uscita di
questo libro ha ottenuto uno spazio senza precedenti sia sulla carta
stampata che nei salotti televisivi . Non c’è da stupirsi: negli ultimi anni le ricostruzioni storiche del noto giornalista hanno sempre catalizzato una vasta attenzione. Considerando il responso fornito dalle librerie, si può dire che, rispetto alle vicende più tormentate del nostro paese, le verità scritte da Pansa trionfano. A cosa è dovuto tanto successo? In parte è attribuibile proprio all’enorme campagna pubblicitaria che, puntualmente, accompagna l’uscita dei suoi lavori. Nel caso de La grande bugia, poi, anche questa volta non è mancata la contrapposizione con Giorgio Bocca. Il comandante della Decima Divisione di Giustizia e Libertà ha finito col rappresentare il rivale più acerrimo del collega dell’Espresso, in un confronto che, lungi dal suscitare seri approfondimenti sul tema, ha prodotto un incremento delle vendite di entrambi. Ma
non siamo solo di fronte ad una gigantesca operazione commerciale. I
libri di Pansa sembrano cadere in un momento assai proficuo per chiunque
voglia cimentarsi con il revisionismo storico, ora più che mai
propiziato da una serie di circostanze favorevoli. Negli ultimi anni è stata la pagina culturale del Corriere della Sera a proporre il superamento del discorso antifascista come valore cardine della “nostra” democrazia, attraverso la penna di editorialisti come Galli della Loggia o Mieli. Il modo in cui questi ultimi si occupano di certi problemi ne fa i campioni di quello che Habermas definì “uso pubblico della storia”, ovvero di quel processo di “travaso” del dibattito storico in ambienti diversi da quello costituito dai soli “addetti ai lavori” che porta ad un ruolo sempre più accentuato dei media nella costruzione del senso comune storico. Soprattutto in Italia, questo fenomeno il più delle volte è accompagnato dal tentativo di piegare la storia ad una spendibilità politica immediata, magari in assenza di ricerche a sostegno di questa o quella ricostruzione. Si assiste così al trionfo di una riduzione della storia a versioni sempre più semplificate. Un approccio che si adatta alla perfezione ad un pubblico di lettori/fruitori mediatici poco preoccupato di accertare la fondatezza di ciò che legge, specie se a garantirla vi è quella sorta di “legittimazione” ufficiale rappresentata dai palinsesti televisivi. E' per questa via che passano indisturbate vere e proprie falsificazioni che investono temi rilevanti per la storia del nostro paese. Sotto questo profilo, l’ultima fatica di Pansa può essere valutata come il definitivo affondo del revisionismo sulla storia della Resistenza, l’ultimo atto di un percorso avviato da molti anni e che ormai sembra essere giunto a compimento. Fino
a poco tempo fa, un argine al revisionismo era rappresentato da Ciampi,
il cui mandato presidenziale è stato caratterizzato dalla volontà di
mantenere alla Resistenza il valore di mito fondativo della Repubblica,
in una visione, di matrice azionista, che fa della pagina ’43 –
’45 quella più prossima al completamento degli ideali
mazziniano/garibaldini. Si tratta di una lettura che
sacrifica i contenuti più innovativi della Resistenza
sull’altare di quel discorso sull’unità nazionale che risulta tanto
in voga nel contesto odierno, segnato dall’aumento dell’impegno
militare dell’Italia nel mondo. Un’interpretazione che rimuove il
“sovversivismo” sempre presente nella storia del nostro paese dal
’43 – ’45 in poi, perseguendo due obiettivi. In primo luogo, in
questo modo Il quadro politico attuale, invece, pare favorire l’ultimo affondo dei revisionisti: sul Colle è salito Napolitano che durante il suo discorso di insediamento ha accennato pesantemente alle cosiddette “zone d’ombra della Resistenza, mentre D’Alema è stato tra i primi a rilanciare il dibattito sulla esecuzione di Mussolini, un atto che non ha esitato a definire “inaccettabile”. Lo spazio politico/culturale a sostegno delle tesi revisioniste, dunque, si è ulteriormente allargato e Pansa ne ha preso atto, chiudendo il suo ultimo libro con un elogio a Napolitano. Ma i motivi per cui si è arrivati sin qui, e quindi anche le ragioni per le quali non si è riusciti ad imporre un discorso alternativo a quello oggi dominante, sono da ricercare nel lungo dibattito avviatosi dopo la liberazione. Da subito, infatti, la storia della Resistenza è stata usata da tutte le componenti politiche in funzione auto-legittimante, sebbene in forme diverse da partito a partito. Tutte
le formazioni politiche che costituivano il CLN e che daranno vita
all’Assemblea Costituente si sono identificate, a loro modo, con Il
partito di Togliatti, rivendicando per propri fini il ruolo della classe
operaia nel processo di liberazione, fece dell’unità antifascista il
presupposto di ogni azione politica, il che da una parte giustificò una
visione edulcorata della lotta partigiana, mondata dalle sue istanze di
classe più genuine ed equiparata ad un Secondo Risorgimento,
dall’altra implicò la ricerca dell’accordo con Alla rottura dell’unità antifascista seguì una fase in cui all’interpretazione della Resistenza unicamente intesa come Secondo Risorgimento si affiancò una pluralità di voci. Venne riconosciuto il fatto che le promesse di quella stagione erano ormai rifluite senza alcun successo e che il nuovo Stato edificato non era così diverso da quello precedente. Si affermò la lettura della “Resistenza tradita”, anche in settori di quel PCI che continuò ad imputare a De Gasperi ed ai suoi la colpa di aver rotto il patto unitario. La
storiografia di sinistra continuò comunque ad accostarsi al fenomeno
resistenziale con un impianto idealistico, tutt’altro che
corrispondente alle diverse spinte che lo attraversarono, tra cui quelle
di chi combatteva oltre il tedesco invasore anche i fascisti, nonché la
classe imprenditoriale che del fascismo si era servita per oltre vent’anni.
Un esempio in tal senso è costituito dalla Storia
della Resistenza Italiana di Roberto Battaglia, pubblicata nel Con l’avvento del centro sinistra negli anni ’60, la categoria di Secondo Risorgimento ebbe la definitiva consacrazione: quella della liberazione nazionale divenne l’unica chiave interpretativa, suggellata dalle celebrazioni ufficiali in cui i partigiani sfilavano con le coccarde tricolori. La categoria della guerra civile venne da allora in poi bandita a sinistra e considerata appannaggio esclusivo della destra fascista e dei suoi storici. Si pensi alla tesi di Giorgio Pisanò, secondo cui i comunisti avrebbero insanguinato il paese avviandolo alla guerra civile: essa costituisce, peraltro, la fonte principale del lavoro di Pansa, ma nessuno oggi sembra ricordarselo. Quanto
detto sopra, richiama alla necessità di superare definitivamente la
lettura agiografica della Resistenza affermatasi nel dopoguerra. Da
questo punto di vista, ci si può riallacciare, almeno in parte, al modo
in cui la generazione del ’68 recuperò il “lato rosso” della
lotta partigiana. Ma senza enfasi, nella consapevolezza dei problemi.
E’ vero, proprio quella generazione dovette constatare cosa fosse in
realtà Ora,
è evidente che il “moralismo” non poteva aiutare a capire cosa era
accaduto dopo In questo senso, l’amministrazione, venne considerata essenzialmente “neutra”, cioè come organo meramente tecnico, tale da poter risultare utile anche nella fase successiva al 25 aprile, senza procedere nemmeno all’allontanamento di quanti si erano compromessi col fascismo. Il significato di queste decisioni fu molteplice. Mentre lo scontro monarchia/repubblica assorbiva l’attenzione della popolazione, la restaurazione degli apparati si compiva sotto gli occhi delle forze di sinistra, che rimasero inerti. E se degli atti burocratici “qualcuno doveva pur occuparsene”, punire coloro i quali svolsero questo doveroso compito si dimostrò praticamente impossibile. La stessa magistratura non venne minimamente toccata dall’epurazione, e quando questa dovette giudicare a sua volta, prevalse l’indulgenza. Risultarono impuniti non solo personaggi di piccolo cabotaggio, ma anche alti gerarchi responsabili delle peggiori efferatezze. In più, nel breve volgere di qualche tempo, gli stessi personaggi iniziarono ad occupare incarichi di responsabilità sotto il “nuovo corso”: nel 1960 si calcola che 62 dei 64 prefetti in servizio erano stati funzionari durante il fascismo, mentre lo erano stati tutti i 135 questori e i loro 139 vice (P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi). L’amnistia del giugno 1946, emanata dall’allora guardasigilli Togliatti diede il colpo di spugna definitivo all’epurazione dei fascisti. Come se non bastasse, l’adesione all’esercito della RSI, le cui attività furono essenzialmente di repressione dei partigiani e dei civili, non costituì reato in base ad una sentenza della Cassazione del 1946, mentre una sentenza del 1954 emessa dal Tribunale supremo militare riconobbe ai “combattenti della RSI” lo status di belligeranti, contrariamente a quanto accadde per i partigiani che non portavano “segni distintivi riconoscibili a distanza”. In un simile contesto, segnato da una parte dalla volontà di cambiamento espressa da chi il fascismo lo aveva subito per un ventennio sulla sua pelle, e dall’altra dall’efficacia del disegno restauratore, non deve meravigliare se in alcune zone quella “resa dei conti” attesa da anni nei confronti dei fascisti e di qualche padrone colluso, avvenne comunque. Il cosiddetto “triangolo della morte”, che racchiude l’area tra Castelfranco, Manzolino e Piumazzo in Emilia, è balzato agli onori delle cronache proprio a seguito degli “scoop” revisionisti. Ma pochi si sono ricordati del fatto che proprio in quella zona imperversarono, negli anni ’20, le squadracce fasciste, portando morte e distruzione al soldo degli agrari, il cui unico scopo era sbarazzarsi del pericolo “rosso”. Ciò
per dire che stabilire quello che accadde va bene, a patto però di non
attardarsi nel martirologio di qualche repubblichino o di qualche
padrone doppiogiochista, cogliendo invece l’espressione di un odio di
classe covato due decenni e vissuto da molti nel segno di una sana
aspirazione, quella di voltar pagina davvero. Ma il punto è un altro: in definitiva, alcune “scomode” verità tirate in ballo da Pansa, sono tutt’altro che tali ai nostri occhi, e soprattutto già note. Risale al 1977 (fu pubblicato su Primo Maggio), il primo saggio di Cesare Bermani dedicato all’attività della Volante Rossa, struttura militare organizzata composta da attivisti di base della Resistenza, operante a Milano nell’immediato dopoguerra e decisa a contrastare l’assetto sociale che si andava nuovamente profilando. Quella che si potrebbe tracciare per quegli anni è la storia della risposta proletaria alla sensazione di aver perso un’occasione per cambiare veramente le cose. Ci si trovava di fronte ad una realtà che vedeva nuovamente i fascisti inseriti nella vita politica, pronti per essere riutilizzati in funzione antioperaia. Ora, non sorprende che tale lettura non venga accolta a livello ufficiale. Ma rimane sconfortante constatare che la revisione della storia in atto, nel suo tentativo di creare un senso comune ribaltato (ha ragione Angelo D’Orsi a parlare di “rovescismo”), riesca a far dimenticare i crimini commessi dai fascisti. Le brigate nere di Pavolini, per esempio, introdussero la pratica dell’esposizione dei corpi dei partigiani uccisi, lasciati penzolare per giorni dalle forche, dai lampioni, dagli alberi. Secondo lo storico Mario Isnenghi, tali atti erano funzionali al duplice obiettivo di rescindere il legame tra resistenti e popolazione civile e di auto-confermare una potenza che aveva bisogno di quelle visioni, in quanto l’autorità degli uccisori sui civili coincideva con la paura della morte (Mario Isnenghi, L’esposizione della morte, nel volume curato da G. Ranzato: Guerre fratricide. Le guerre civili in età contemporanea). Da questo punto di vista, ai fascisti di Salò, calzano male persino quei valori patriottici, già detestabili nella loro variante più democratica, coi quali oggi li si vorrebbe riabilitare. Dunque le verità dei Pansa coincidono col totale rovesciamento della storia. Ma constatato questo, ancora non abbiamo colto il vero obiettivo di certi libri, la portata del pericolo che rappresentano. E’ vero, negli ultimi anni, in molti, tra uomini politici e intellettuali, si sono soffermati su questi temi, ravvisando l’urgenza di una “riconciliazione nazionale” e spingendo al riconoscimento dell’onore delle armi ai repubblichini, fiancheggiatori degli occupanti e sconfitti dalla guerra di liberazione ma in fondo anch’essi combattenti per un ideale da salvaguardare, la patria. Le dichiarazioni di Violante alla Camera dei deputati risalgono ormai a 10 anni fa. Da allora, però, si è andati avanti: dalla ostentazione della pietas nei confronti dei repubblichini, si è passati ad altro. Nel febbraio 2005 Alleanza Nazionale ha presentato un ddl che punta al riconoscimento dello status di belligeranti per i reduci di Salò, sulla base della citata sentenza del 1954, provvedimento che ha ottenuto l’appoggio di liberali, ex-DC e socialisti del centro-destra. Si tratta di una proposta per il momento congelata, ma i tempi per una sua approvazione non sono così lontani. Il pieno di vendite ottenuto da Pansa è certamente un motivo in più a sostegno di questa esigenza, la cui portata è tutt’altro che relativa. La vera posta in gioco è rappresentata dal valore dell’antifascismo, che in molti reputano ormai superato. Non sono stati altri, secondo l’attuale vulgata, i grandi crimini del ‘900? Antinazismo e soprattutto anticomunismo sono i nuovi valori ispiratori della democrazia, raggruppati sotto l’etichetta di quel generico “antitotalitarismo” che è destinato a diventare il nuovo mito fondativo della Repubblica, peraltro assai debole perché non ancorato a nessuna esperienza collettiva delle masse di questo paese. In questo quadro, si creano le condizioni affinché famiglie politico-culturali estranee all’antifascismo si riconoscano nella Repubblica stessa. Perciò è radicale il mutamento di giudizio rispetto al ventennio, di cui si deplorano gli anni dello squadrismo incontrollato - prima cioè che Mussolini istituzionalizzasse le sue milizie - e quelli che seguono alla promulgazione delle leggi razziali del 1938. Tutto ciò che vi è in mezzo farebbe parte della storia di un fascismo autoritario ma sostanzialmente benevolo. Quindi si sorvola sulla politica colonialista in Africa: sui massacri e sui campi di concentramento in Libia, sull’impiego di gas tossici in Etiopia. Così come si dimenticano le nefandezze sul piano interno: dall’imbrigliamento del conflitto sociale attraverso il corporativismo, all’emarginazione proletaria attraverso la politica urbanistica, per non dire del confino per gli oppositori politici e per i “diversi” (omosessuali, zingari, testimoni di Geova), rigorosamente classificati, secondo un metodo che il nazismo trasformerà in scienza. La storia che vogliono propinarci non è semplicemente inverosimile, non siamo di fronte a semplici falsificazioni che, una volta scovate si possono respingere come tali, risolvendo il problema. Ma
per andare in questa direzione occorre essere chiari fino in
fondo. Intanto va precisato che alla partita tra i Pansa e i Bocca non
partecipiamo. Si tratta di uno scontro attorno al mito fondativo della
Repubblica, che non può che essere vinto, in questo contesto, da chi
propone di abbandonare l’antifascismo. Il nostro punto di vista
continua a coincidere con quello di chi nella Repubblica italiana non si
è mai pienamente riconosciuto. In tal senso, riteniamo impropria
anche l’idea del tradimento della Resistenza. Il problema è un
altro: non c’è stata una sola Resistenza. C’è stata la lotta
partigiana di Carlo Azeglio Ciampi che – prima Governatore di
Bankitalia e poi Presidente della Repubblica – ha avuto modo di
attuare direttamente la propria visione del mondo. Ma c’è stata pure Non solo, riteniamo necessario sciogliere pure dei nodi attinenti al metodo storiografico ed ai luoghi di produzione del sapere storico. S’è detto che l’ultimo libro di Pansa, nel polemizzare contro le “bugie” della sinistra sulla Resistenza, puntando semplicemente a far diventare senso comune le tesi revisioniste, è completamente privo di note a piè di pagina. In questo modo risulta impossibile verificarne le fonti e farne un uso critico. Ora, ha ragione D’Orsi a polemizzare contro questo modo di fare, che si colloca al di fuori di ogni metodologia (e moralità) scientifica. Ciò va ribadito con forza, anche di fronte a discorsi come quello svolto da Edmondo Berselli, che ha peraltro adombrato una gelosia di D’Orsi nei confronti di Pansa. In un suo articolo apparentemente pensoso (Questa è tutta un’altra storia, L’Espresso 2 novembre 2006), dopo aver fatto finta di valutare i pro e i contro della tendenza dei media a riscrivere la storia, Berselli concludeva che bisogna rassegnarsi ad una presunta “selvaggia democrazia della cultura”. E’ evidente che il modo di fare storia in questione si adatta perfettamente ad uno dei campioni del generico culturalismo dominante sui settimanali italiani, dove si svolazza su questo o su quell’argomento senza sviscerare niente. Ma,
schierandoci , sul punto, con D’Orsi, non possiamo non
intravedere il limite implicito nella sua impostazione. E cioè l’idea
che i peccati di Pansa siano legati al suo non essere uno storico di
professione. Per contrapporsi ad una “selvaggia democrazia” che in
realtà non include punti di vista che non siano quelli dei settori
sociali dominanti, va invece ribadito che il sapere storico non si
produce solo nelle accademie. L’impegno nella ricerca e la serietà
metodologica possono fondare un
progetto che veda i soggetti sociali tornare a ridefinire un proprio
punto di vista autonomo sulla storia del paese. Negli anni ’60 e ’70
vi sono stati diversi esempi di storiografia militante, che hanno
ampliato gli orizzonti della ricerca storica, restituendo voce a chi non
era considerato in narrazioni che contemplavano solo i grandi
condottieri. Anche oggi, pur in un contesto culturalmente molto povero,
non mancano esperienze di storiografia alternativa. Facciamo due esempi.
Nell’aprile del Corrispondenze Metropolitane – Collettivo di controinformazione e d’inchiesta (Riunione ogni martedì, ore 21, presso il Comitato di Quartiere Alberone, via Appia Nuova 357)
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